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A BENO FIGNON (SCRITTORE, POETA, AMICO FRIULANO SPENTOSI NELLA NOTTE SCORSA), IN RICORDO ....

L’ITALIA, LA LINGUA, I DIALETTI, ED ESSERI UMANI « CAPACI DI INTENDERSI E VOLARE »(BENO FIGNON). L’identità è una matrioska : somma di incontri e storie. Una riflessione di Claudio Magris, con una nota di Federico La Sala

Le dispute agosta­ne sui dialetti e gli inni nazionali o locali possono essere tutte sfatate da una lapidaria riflessione di Raf­faele La Capria sulla diffe­renza tra essere napoletani e fare i napole­tani. (...) Chi fa il napoletano è il peggior nemico dei napoletani.
lundi 7 septembre 2009
[...] L’identità autentica assomiglia alle Ma­trioske, ognuna delle quali contiene un’al­tra e s’inserisce a sua volta in un’altra più grande. Essere emiliani ha senso solo se im­plica essere e sentirsi italiani, il che vuol di­re essere e sentirsi pure europei. La nostra identità è contemporaneamente regionale, nazionale - senza contare tutte le vitali mescolanze che sparigliano ogni rigido gio­co - ed europea ; del nostro Dna culturale fanno parte Manzoni come Cervantes, Shakespeare o (...)

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> L’ITALIA, LA LINGUA, E I DIALETTI. --- Sotto tiro i simboli di un Paese (di Andrea MAnzella)

mardi 8 septembre 2009

Sotto tiro i simboli di un Paese

di Andrea Manzella (la Repubblica, 08.09.2009)

Sono sotto tiro i simboli e i legamenti che tengono assieme questo paese : la bandiera, la lingua, l’inno, la capitale. Certo, c’è stato anche un gran rifiuto contro questo sfascismo, con voci variegate giunte un po’ da tutte le parti. E alcune, sprezzanti, parlano di « colpi di sole ». Ma è più probabile il rischio opposto. Che sia cioè lo sdegno a svanire presto come polverone di mezza estate. Mentre l’offesa simbolica fa, per sua natura, danni irreversibili : e segna ulteriori tratti di un disegno che si precisa.

I rifiuti, per essere credibili, dovrebbero perciò legarsi ad un’idea forte della Costituzione : che quei simboli racchiude e riassume come emblemi unificanti di un « programma » politicamente vivo. Ma questa idea forte non trova un partito, un movimento, una forza politica che la faccia propria, come linea generale di azione repubblicana.

La ragione è anche di cultura istituzionale. Da tempo, si contrappongono due « costituzionalismi » : entrambi estranei agli interessi attuali degli italiani. Da un lato, il costituzionalismo tecnico dei ragionieri del diritto, con le formule « miglioriste » preparate a freddo, con le rime baciate dei compromessi : il costituzionalismo insomma delle « bicamerali », delle « bozze », delle « appendici » istituzionali ai programmoni elettorali. Dall’altro lato, c’è il costituzionalismo dei retori, impegnati a tramandare come miti la scrittura costituzionale e il suo tempo storico : un costituzionalismo senza Costituzione, dato che quella del 1948 è stata profondamente trasformata dall’Unione europea, dalla legge elettorale, dalla Corte costituzionale. Non trova posto, invece, un costituzionalismo che assuma la Costituzione come programma politico : per l’attuazione dei suoi obiettivi mancati ; per il ristabilimento dei suoi equilibri scomposti. È intorno a questa « politicizzazione » della Costituzione che possono coagularsi organizzazione, adesione ideale, persuasiva comunicazione popolare, passioni.

È, d’altronde, la stessa struttura della nostra Costituzione ad essere politicamente programmatica. Ogni suo articolo rivela la consapevolezza di dover far fronte - in un futuro che allora appena cominciava - a storiche fragilità italiane. La frattura Nord-Sud. La sudditanza partitica della pubblica amministrazione. L’ottusità nazionalistica della proiezione estera dell’Italia. La vocazione protezionistica di un capitalismo assistito. La debolezza delle condizioni del lavoro subordinato. E, insieme a questa realistica visione d’avvenire, la Costituzione incorporò l’autocoscienza di una sempre possibile ricaduta nei « vizi biografici nazionali » che avevano condotto, da ultimo, al fascismo. Costruì perciò un ordine di garanzie e di libertà, di autonomie territoriali, di congegni istituzionali di contropotere. Fu, insomma, nell’uno e nell’altro senso, una Costituzione di opposizione. Nei confronti di un passato, da cui tuttavia si recuperarono preziose tradizioni ; nei confronti dell’avvenire democratico, che si cautelava con forme e limiti al prepotere elettorale. Materiali, gli uni e gli altri, essenziali per comporre una nuova identità italiana.

L’esperienza di oggi ci mostra, invece, una maggioranza che vive la Costituzione come un impaccio, senza del quale la sua presunta capacità di decisioni non avrebbe ostacoli né ritardi. Sicché è persino naturale che, in questa insofferenza di fondo, trovi agevole ruolo, nel cuore stesso del governo di coalizione, un gruppo che, attaccando i simboli nazionali, mira a sbarazzarsi di fatto della Costituzione : almeno come rappresentazione della superiore unità che quei simboli riassume. Ma l’esperienza di oggi ci mostra anche una opposizione che, di fronte a questa deriva di logoramento, non si accorge degli spazi amplissimi che gli si aprono per un programma politico di costituzionalismo nazionale. Certo, protesta. Ma su certi punti si avvertono debolezze.

Come sul federalismo fiscale : dove le deleghe multiple e genericissime possono far saltare ogni ponte tra Regione e Regione, tra città e Regioni, tra Stato e Regioni. O quando si affaccia l’azzardo di una federazione di partiti territoriali : mentre è proprio la drammatica mancanza di partiti capaci di idee nazionali e tenuta istituzionale, a causare la crisi di sistema. O quando si mostra volenterosa indulgenza « tecnica » a progetti di rafforzamento dei poteri del governo : progetti che, con l’attuale legge elettorale e nel collasso delle garanzie, avrebbero il solo sicuro effetto di legittimare prassi oligarchiche antiparlamentari. O come quando qualcuno si affretta a istituire corsi di dialetto, come se si trattasse soltanto di una (peraltro, benemerita) questione culturale.

Non stupisce allora che, ormai da anni, la politica costituzionale la faccia, in solitudine, la Presidenza della Repubblica. La faceva Ciampi con la sua vittoriosa promozione del Tricolore e del canto di Mameli. La fa ora Napolitano : con un potere di persuasione tanto più efficace quanto più animato dal visibile sforzo di ammonire e correggere senza sanzionare, di ottenere adeguamenti evitando conflitti e crisi istituzionali.

Ma può continuare ad addossarsi ad una sola Istituzione, per prestigiosa e autorevole che sia, il compito di respingere continui assalti e sgorbi alla Costituzione ? No, non è possibile. Basti solo pensare, per comprenderlo, alla molteplicità degli ultimi atti del capo dello Stato, prima delle ferie. C’è in quegli atti il richiamo al bene civico elementare della certezza di diritto. C’è la denuncia di criticità nelle norme sull’immigrazione e sulle « ronde ». C’è l’imposizione di correzioni, a difesa dell’indipendenza della Banca d’Italia e della Corte dei Conti. C’è perfino la richiesta di chiarimenti sull’oscura questione Rai-Sky : per il peso di maggiore sofferenza nella condizione costituzionale dell’informazione pubblica.

Un panorama di per sé inquietante. Da esso si capisce anche però che il vero punto è la necessità di passare dalla Costituzione-garanzia alla Costituzione-programma. E questo non è compito del presidente della Repubblica.

Occorre una forza politica che abbia il coraggio e la cultura necessari per porre al centro della sua identità la questione istituzionale. E per organizzarsi intorno all’idea portante di Costituzione e di unità. Intorno all’idea di patria repubblicana, insomma, che sembra eclissarsi con i suoi simboli.


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