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RIPENSARE L’EUROPA. PER IL "RISCHIARAMENTO" ("AUFKLARUNG") NECESSARIO. ANCORA NON SAPPIAMO DISTINGUERE L’UNO DI PLATONE DALL’UNO DI KANT, E L’IMPERATIVO CATEGORICO DI KANT DALL’IMPERATIVO DI HEIDEGGER E DI EICHMANN !!!

FREUD, KANT, E L’IDEOLOGIA DEL SUPERUOMO. ALLA RADICE DEI SOGNI DELLA TEOLOGIA POLITICA EUROPEA ATEA E DEVOTA. Un breve saggio di Federico La Sala, con prefazione di Riccardo Pozzo.

In questa lezione incontriamo un altro Kant (...) Foucault scopre in Kant il contemporaneo che trasforma la filosofia esoterica in una critica del presente che replica alla provocazione del momento storico (...)
venerdì 24 maggio 2019
Foto. Frontespizio dell’opera di Thomas Hobbes Leviatano.
SIGMUND FREUD E LA LEZIONE DI IMMANUEL KANT: L’UOMO MOSE’, L’ UOMO SUPREMO, E LA BANALITÀ DEL MALE. I SOGNI DELLA TEOLOGIA POLITICA ATEA E DEVOTA E LA RIVOLUZIONE COPERNICANA. NOTE PER UNA RI-LETTURA
QUESTO L’INDICE (il testo completo è allegato - qui in fondo - in pdf):
I
PRIMA PARTE:
SIGMUND FREUD, I DIRITTI UMANI, E IL PROBLEMA DELL’ (...)

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> FREUD, KANT, E L’IDEOLOGIA DEL SUPERUOMO. ---- IL NOSTRO SECOLO SENZA LUMI (rec. del libro di I. Berlin, "controcorrente" - di Eugenio Scalfari).

martedì 31 agosto 2010

Il nostro secolo senza Lumi

di Eugenio Scalfari (la Repubblica, 03.12.2000)

SI APRE con un saggio intitolato "Il contro Illuminismo" il libro Controcorrente di Isaiah Berlin uscito da poco nelle librerie in versione italiana (Adelphi) e si chiude con una cinquantina di pagine sul "Nazionalismo-negligenza passata e potenza presente": un inizio e una conclusione che colpiscono in questo storico delle idee che è stato uno dei pensatori più significativi del Novecento.

I due scritti sono stati composti uno a ridosso dell’ altro nei primi anni Settanta e sembrano di oggi tanto è intensa la loro attualità. L’ autore, almeno in apparenza, non esprime giudizi di valore propri né sulle tesi degli anti-illuministi né su quelle dei nazionalisti; si limita a scavare ed esporre il pensiero degli uni e degli altri, che appartengono in realtà al medesimo filone: il romanticismo dello "Sturm und Drang", la "Kultur" tedesca, l’ organicismo delle culture localistiche, dei retaggi, dei vincoli del sangue e della terra con le loro variazioni che vanno dal più spinto anarchismo individualistico al vitalismo e al culto della potenza e del carisma del Capo.

Berlin non prende partito: descrive come farebbe un magistrale entomologo, deidealizza le posizioni e ne mostra l’essenza profonda e le implicazioni che dal piano delle idee tracimano in quello dei fatti. Al nazionalismo, del quale acutamente segnala una ripresa vigorosa proprio in anni nei quali ne veniva sancita una quasi definitiva scomparsa, riserva anche critiche severe e preoccupazioni profonde; contemporaneamente però riconosce la forza di quelle idee, di quei movimenti di pensiero (e di fatti) che ha in Fichte e in Herder i suoi primi protagonisti e che si dipana quasi senza interruzioni dalla seconda metà del XVIII secolo fino ai giorni nostri.

La scelta dei temi di questo libro, il titolo che l’autore gli ha anteposto (Against the current), l’interpretazione che ne dà l’autore dell’introduzione, Roger Hansheer, che Berlin calorosamente ringrazia «per aver fornito un’esposizione così partecipe e limpida delle mie idee», mi fanno arrischiare un’ipotesi: che cioè il cuore di Berlin - se di cuore si può parlare discutendo della storia delle idee, ma perché no? - stia piuttosto dalla parte dei romantici che non da quella dei «philosophes».

A suffragare questa ipotesi ci sono due assenze nel libro che pesano quanto le presenze che vanno da Machiavelli a Vico a Sorel a Herzen e a tutta la vastissima platea dell’irrazionalismo volontaristico dell’Otto - Novecento. La prima e più vistosa assenza è proprio quella dell’Illuminismo e della triade dei suoi maggiori protagonisti francesi, Voltaire, Diderot, Rousseau, ai quali si deve aggiungere la triade inglese di Hume, Locke, Newton.

Berlin lascia il campo a quella vera e propria caricatura dell’Illuminismo costruita dai suoi avversari e diventata una «vulgata» rilanciata perfino dal Croce: e cioè il carattere del tutto astratto, utopistico, deterministico, illusoriamente calato dall’alto come una gabbia sulla spontaneità e la vitale differenza delle culture che sarebbe stato il tratto determinante della civiltà dei Lumi.

Mi si potrà obiettare che in una rassegna delle idee «controcorrente» non c’era posto per l’Illuminismo che rappresenta qui il bersaglio colpito e non la freccia che colpisce. Evidentemente è proprio questo il criterio che ha guidato la scelta dell’autore e la costruzione del libro.

Ma qui mi pare si debba cogliere un primo errore di Berlin o perlomeno un varco vistoso alla sua pretesa oggettività di analista: quando egli scriveva quei saggi la cultura dominante non era già più - e da gran tempo - il razionalismo dei Lumi bensì appunto il volontarismo irrazionale sboccato nell’esistenzialismo prima (subito dopo la seconda guerra mondiale) e nel nichilismo compiuto poi o tutt’al più nella cultura dell’Essere d’impronta heideggeriana. La scienza - è vero - e l’adorazione della tecnologia hanno assunto negli ultimi decenni del secolo appena trascorso un peso prima sconosciuto e la scienza è certamente razionalità e uso di metodiche deduttivo-induttive che fanno perno sul principio di causalità. In qualche modo l’egemonia del pensiero scientifico potrebbe testimoniare il riaccendersi della fiamma illuministica e quindi, per chi vuole produrre una saggistica «controcorrente», giustificherebbe la scelta dell’Illuminismo come bersaglio e del volontarismo irrazionale e romantico come la freccia contundente di cui si esaminano la natura, le ascendenze e le filiazioni ideali.

Ma, a ben guardare, le cose non stanno affatto così. Il pensiero scientifico contemporaneo è ormai ben lontano dal classicismo newtoniano ancorato alla causalità e al principio di contraddizione: ha scoperto invece la casualità, il relativismo, il principio di indeterminazione, la coesistenza di isole di elementi «ordinati» galleggianti in un ambiente di forze caotiche e permanentemente insidiate dal caos incombente. Sostenere che questo particolare tipo di pensiero scientifico derivi dall’Illuminismo dei «philosophes» e ne segnali una reviviscenza contro la quale valga la pena di sostenere l’irrazionalismo dei romantici rivalutandone la ribellione ad un’egemonia dominante è quantomeno azzardato.

D’altra parte l’operazione cultura di Isaiah Berlin nei confronti del pensiero dei Lumi trascura, secondo me, un aspetto di importanza capitale: dal punto di vista della storia delle idee se c’è stato un pensiero di rottura col passato, con le tradizioni consolidate da secoli, con i tabù, questo è stato il pensiero dei Lumi in tutte le sue variegate correnti. La «Kultur» romantica o più semplicemente arcaica del sangue e della terra ha dominato il mondo per secoli anzi per millenni in tutte le latitudini del pianeta e purtroppo lo domina tuttora.

Etichettare quel modo di sentire ancor prima che di pensare come un coraggioso recupero d’una concretezza storica smarrita e una liberazione salutare dalla gabbia «cimmerica» (come disse Goethe) apprestata dai «philosophes» è, questa sì, una caricatura storica che non va considerata con indulgenza ma demistificata con ferma consapevolezza.

Il mondo moderno soffre non per un eccesso, ma per un drammatico deficit di razionalità; la razionalità è minoritaria, la razionalità è controcorrente, la razionalità meriterebbe un’azione filosofica e storica di recupero. Ma soprattutto merita (e qui non uso un condizionale ottativo) che si faccia giustizia delle caricature con le quali la si vuole dipingere e la si riporti a quello che in effetti è stata nella storia del pensiero moderno che per le sue parti valide e tuttora vitali affonda nel Settecento dei «philosophes», nel Seicento di Descartes, di Spinoza e di Galileo, nel Cinquecento di Montaigne le sue radici più profonde e più nutritive.

Non è certo in un articolo di giornale che si possa affrontare un tema di questa vastità che del resto ha avuto i suoi interpreti, i suoi critici, gli storici che ne hanno narrato la nascita, lo sviluppo e gli effetti, i filosofi che ne hanno esaminato le derivazioni e l’influenza sul pensiero successivo.

Vorrei ricordare a questo proposito che Kant trae gran parte delle sue radici dalla cultura illuministica, che tutta la grande fase dell’economia classica, dai fisiocratici ad Adam Smith, a Ricardo e a Malthus, ne costituisce parte integrante e che lo stesso Nietzsche indica in Voltaire uno dei suoi punti di riferimento.

Lo dico qui di passata, ma mi ha colpito che nel saggio «Il contro Illuminismo» di Berlin si parli di tutti coloro, maggiori e minori, che illustrarono l’irrazionalismo, il volontarismo, il vitalismo, con una completezza ed una scrupolosità inappuntabili, ma il nome di Nietzsche, cioè di quella che apparentemente rappresenta la stella polare di quella vasta costellazione, viene fatto una sola volta quasi di sfuggita senza alcun approfondimento del suo pensiero e delle sue derivazioni. Nel saggio di Berlin Nietzsche è soltanto nominato in mezzo ad un lungo elenco di nomi. Questa lacuna non può certo essere casuale.

Evidentemente Berlin era consapevole che Nietzsche aveva uno spessore di pensiero tale da non poter essere trattato e classificato insieme agli Herder, agli Herzen e neppure insieme a Kierkegaard e a Schopenhauer che Berlin richiama più volte e verso il quale Nietzsche ha certamente un debito culturale molto notevole. Se il creatore di Zarathustra non viene arruolato da Berlin nel battaglione degli antiilluministi una ragione ci sarà. Mi limito qui a segnalare questa assenza sulla quale varrà la pena di ritornare.

Che cosa fu dunque l’Illuminismo nella sua essenza culturale e nella storia delle idee? In sintesi si può dire:

-  1. Segnò il discrimine culturale e politico tra l’ancien régime e il pensiero moderno nelle sue realizzazioni giuridiche, politiche, costituzionali e culturali.
-  2. Condusse la sua battaglia nella politica e nel costume avendo come bandiera la libertà individuale nell’ambito della legge e concepì la legge come un contratto sociale stipulato tra i membri di una comunità.
-  3. Il principio basilare dell’ordine giuridico-morale fu quello di limitare la libertà dei singoli quando essa dovesse invadere ed offendere la libertà altrui. 4. Propugnò l’ eguaglianza degli individui e il cosmopolitismo; ritenne che gli ordinamenti razionali potessero essere applicati a comunità di etnie e storie diverse sviluppando in esse l’ educazione e la tolleranza.

-  4.Non ebbe, nei suoi protagonisti di maggior rilievo e spessore, alcuna tentazione all’astrattezza e ad imporre a tutti gli uomini uno schema astratto e "cemiteriale" (Goethe). Né Voltaire, né Rousseau, né Hume pensarono mai nulla di simile e mai lo pensò Diderot che fu il massimo filosofo di quel gruppo. L’Encyclopédie, che rappresentò l’ ossatura di quella corrente di pensiero, fu anzi la prima e vera "scuola" che insegnò alla nascente opinione pubblica la concretezza dei problemi e la specificità dei temi, delle informazioni e dei progetti. Non a caso è su quella scuola che si formarono Beccaria, i fratelli Verri e tutta la grande corrente illuministica italiana.

-  5. Predicò la tolleranza, il rispetto delle altrui opinioni, l’ abolizione dei privilegi di ogni genere di casta e di sangue, la sostituzione del potere assoluto con il potere democratico e l’ equilibrio tra vari poteri indipendenti tra di loro.

-  6. Lottò contro l’ uso temporalistico della religione e contro le sue pretese di assolutezza e di esclusivo possesso e magistero della verità. È falso tuttavia che gli illuministi esaurissero il mondo delle idee nella ragione e cancellassero con un tratto di penna l’ ombra del mistero. Non ci sono dichiarazioni e argomentazioni del genere nei maggiori dei suoi esponenti.

Ho già detto, e ancora me ne scuso, che in questa sede non posso che limitarmi a ricordare pochi aspetti essenziali. Ma mi premeva qui di segnalare che, purtroppo, essere illuministi oggi è il vero modo di mettersi contro corrente rispetto al pensiero e alla prassi comune e dominante. Il fatto che un pensatore del livello di Berlin non se ne sia reso conto ed abbia anzi, in qualche modo, reso testimonianza del contrario mi ha molto stupito e mi è sembrato opportuno darne segnalazione. Spero che altri riprendano il tema e lo approfondiscano a sufficienza.


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