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IMMAGINARIO E POLITICA. ALLE ORIGINI DEL SUPERUOMO DI MASSA E DELL’ITALIA COME VOLONTA’ E RAPPRESENTAZIONE DI UN UOMO SUPREMO

KANT E GRAMSCI. PER LA CRITICA DELL’IDEOLOGIA DELL’UOMO SUPREMO E DEL SUPERUOMO D’APPENDICE. Materiali sul tema - a cura di Federico La Sala

(...) Nel carattere popolaresco del “superuomo” sono contenuti molti elementi teatrali, esteriori, da “primadonna” più che da superuomo; molto formalismo “soggettivo e oggettivo”, ambizioni fanciullesche di essere il “primo della classe”, ma specialmente di essere ritenuto e proclamato tale (...)
venerdì 4 agosto 2017
[...] In quest’uomo sterminato vi è un continuo ed intimo commercio di uno spirito con tutti gli altri e di tutti con uno; e, qualunque possano essere la posizione reciproca degli esseri viventi in questo mondo o il loro cambiamento, essi hanno tuttavia nell’uomo supremo un tutt’altro posto, che non mutano mai, e che in apparenza è un luogo in uno spazio immenso, ma in realtà un determinato modo dei loro rapporti e influssi [...]
[...] Il tipo del “superuomo” è Montecristo, (...)

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> KANT E GRAMSCI. PER LA CRITICA DELL’IDEOLOGIA DELL’UOMO SUPREMO ---- La fine dei capi carismatici. Il super leader e il rischio di populismo e antipolitica (di Bruno Gravagnuolo)

giovedì 5 luglio 2012


-   Ragionamenti
-  La fine dei capi carismatici
-  Il super leader e il rischio di populismo e antipolitica
-  Va distrutto il mito allucinatorio del carisma personale e va ricostruito un altro orizzonte immaginario fatto di partiti, associazioni e movimenti civici democratici

-  di Bruno Gravagnuolo (l’Unità, 05.07.2012)

PICCONATO DALLE REPLICHE DELLA STORIA, IL FANTASMA RESISTE IMPAVIDO. E NON C’È MODO DI ESTIRPARLO. È IL FANTASMA DEL «CAPO CARISMATICO, e della doppia sindrome che lo accompagna: populismo e antipolitica. Come mai nonostante le rovine dei totalitarismi novecenteschi, sindrome e fantasma riemergono ancora? Di nuovo al centro c’è l’Europa. Nazionalismi, xenofobia periferici certo. Ma anche corposi fenomeni sia pur di minoranza in Francia, in Gran Bretagna, Mitteleuropa, Paesi slavi, Grecia, ma anche Olanda, Danimarca e altre realtà scandinave. Per non parlare dell’’Italia, che dopo il caso Dreyfus, è stato la culla vincente di populismo e carismatismo, al punto da far scuola col fascismo. Fino a rifar scuola col berlusconismo, forma di populismo light ma altresì rovinosa e protratta. Eppure, si dice, i partiti personali sono finiti, almeno in Italia, e Pdl e Lega docent, visto il vortice distruttivo in cui hanno trascinato se stessi, a furia di strappi, arbitri e familismi. Quei due partiti personali hanno dissolto politicamente il blocco sociale di cui pure erano portatori, consegnandolo all’astensione, o allo spettacolo corrosivo di Grillo (altro esempio di capo carismatico, radicalmente più comico del Cavaliere).

Ma ciò che più inquieta è questo: il fascino discreto del capo carismatico alligna anche nello schieramento progressista. Nel fondamentalismo delle primarie intese come atto fondativo del partito liquido e imperniato sul leader. Ovvero, Il partito personale programmatico, su cui Michele Prospero ha scritto cose incisive nel suo ultimo libro (Il partito politico, Carocci, 2012): traviamento della stessa lezione di Max Weber e che non esiste nemmeno negli Usa. E alligna quel fascino persino in un certo gradimento che anche a sinistra paiono avere presidenzialismo, premierato a elezione diretta e semi-presidenzialismo.

Benché sia evidente che acclamazione e potere del leader codificato in Costituzione rappresentino una de-strutturazione tanto del partiti come corpi intermedi democratici, quanto uno spiantamento integrale della repubblica parlamentare. Ma allora perché il fantasma del carisma infuria ancora e così nel profondo? Perchè, visto che poi né gli Usa col loro presidente bilanciato e le loro primarie di partito, né l’Inghilterra, né tutti gli altri Paesi di lunga tradizione democratica compresa la Francia dell’anti-carismatico Hollande valgono come esempi realizzati di carisma e partito personale in politica? Il sospetto è che si tratti di una malattia latente della modernità, anche di quella tarda e globale.

Come è noto il capo carismatico è invenzione di Max Weber in Economia e società, anno 1922 (Comunità, 1961). Un’idea ricavata dal ruolo che Weber assegnava al ruolo del «sacro nella secolarizzazione: un’irruzione teologica e mistica, antitradizionale. Nel fuoco dell’inerte potere burocratico legale, paralizzato dai divieti incrociati, dal «politeismo dei valori e dalla gabbia della tecnica. Weber si ispirava ai doni spirituali elargiti agli apostoli (i carismi), alla grazia per dono. E distingueva il carisma trasmesso in continuità dall’istituzione ecclesiastica e ispirata al servizio paolino verso la comunità, dal nuovo carisma della «democrazia dei capi. Gladstone era il suo eroe liberale, che manteneva però un nesso con la macchina partitica, l’unica in grado di generare altri capi e di routinizzare il carisma. Dunque una specie di dialettica, di rotture e discontinuità, dove l’alone del capo riproduceva sempre l’antico statu nascendi dei movimenti carismatici nella storia, concentrandoli in una figura del destino, oggetto di agnizione emotiva da parte dei sottoposti. Si sa, il liberalismo europeo, da Weber a Croce e anche Einaudi, non disdegnava le maniere forti per domare il movimento operaio, benché fosse molto al di qua di certe torsioni autoritarie. Resta però delineato in embrione il nucleo di un ben preciso corto-circuito: la fusione masse e capi. Che travalica i partiti e le assemblee «discutidore. Spaccando classi e ceti, e riunificando gli individui atomizzati nella calamita immaginaria del decisore plebiscitato.

LE RIFLESSIONI DI GRAMSCI

Ne parla anche Antonio Gramsci nei Quaderni del carcere, teorizzando una sorta di modernità antimoderna: «una fase primitiva dei partiti di massa...che ha bisogno di un papa infallibile. E che torna in certe fasi di «crisi organica, quando lo scontro sociale non permette la vittoria di un gruppo su un altro, e la situazione immediata «diventa delicata e pericola, perché il campo è aperto alle soluzioni di forza, all’attività di potenze oscure rappresentate da uomini provvidenziali e carismatici ( e cfr. Q. 2, 75, e Q. 13, 23, ed. Gerratana, Einaudi, 1975). Inutile dire che per Gramsci il cesarismo è sempre primitivo ancorché possa essere «progressivo (Cesare, Napoleone). E resta inteso che per il pensatore del carcere un capo, anche carismatico, ha senso solo se aiuta la formazione di gruppi dirigenti e la nascita di altri capi.

All’interno di un modello in cui il vero capo è il partito come intellettuale collettivo, agente di liberazione democratica di soggetti e gruppi subalterni. Sta di fatto che Gramsci intende bene la patologia del fenomeno, frutto di un processo molecolare catastrofico e per lo più reazionario.

Ma c’è un altro autore decisivo che capisce molto bene la sindrome: Sigmund Freud. Nel 1921, in Psicologia delle masse masse e analisi dell’Io ( Bollati Boringhieri, 1975), sostiene: «i seguaci mettono il capo al posto del proprio ideale dell’io. Che significa: identificazione eroica e immediata dei soggetti con la potenza del leader. Fine dell’io. Fine di ogni morale soggettiva e senso critico. E alienazione in una «Servitù volontaria, che fa regredire i singoli alle fasi più primitive maniacali e onnipotenti della formazione del sé. Il tiranno introiettato come nel celebre pamphlet cinquecentesco di Etienne La Boétie fa diventare tutti tiranni in sedicesimo. Con i benefici del sado-masochismo di massa e del gregarismo condiviso. Tutte cose su cui torneranno anche Adorno e Horckheimer.

Ma che c’entra tutto questo con la dimensione post-moderna o post-industriale? C’entra. Perché media, finanza e capitalismo globale non solo hanno distrutto le forme di coscienza collettiva e di conflitto incarnate in radici politiche. Colonizzando in senso edonista e narcisista la politica (anche a sinistra). Ma hanno condotto l’area Euro-americana sull’orlo dell’abisso, creando di nuovo i presupposti di quella che Gramsci definiva «crisi organica, con ciò che ne consegue: liquefazione dell’individuo e delle sue difese, odio per i partiti, invocazione di un capo e omogeneità populista.

Ecco perché occorre ricominciare di qui. Dalla distruzione del mito allucinatorio del «carisma personale. E dalla ricostruzione di un altro orizzonte immaginario: partiti, associazioni e movimenti civici democratici. Ma soprattutto dai partiti di massa come espressione valoriale di interessi. Prima che la crisi organica ci consegni ad altri incantatori di serpenti. Tecnici, comici o aziendalisti che siano.


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