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IL MESSAGGIO EVANGELICO, IL PARADOSSO ISTITUZIONALE DEL MENTITORE, E LA CATASTROFE DELL’EUROPA. “Come fu possibile la hitlerizzazione dell’Imperativo Categorico di Kant? E perché è ancora attuale oggi?” (Emil L. Fackenheim, Tiqqun. Riparare il mondo).

DISTRUGGERE IL CRISTIANESIMO: IL PROGRAMMA "ANTICRISTO" DEL CATTOLICESIMO-"ROMANO". LA LEZIONE CRITICA DI KANT. Alcune luminose pagine da "La fine di tutte le cose", nella trad. di Giuseppe De Lorenzo - a c. di Federico La Sala

Se al Cristianesimo dovesse una volta avvenire che cessasse di esser benigno (il che potrebbe accadere, se si armasse di autorità imperativa, invece del suo spirito mite), allora (...) subito dopo, siccome il Cristianesimo invero è destinato ad essere religione universale, ma dal destino non sarebbe stato aiutato a divenirlo, avverrebbe, sotto l’aspetto morale la (inversa) fine di tutte le cose.
domenica 28 ottobre 2012 di Federico La Sala
[...] Il Cristianesimo ha per intenzione quella di promuovere amore alla osservanza del proprio dovere, e lo produce anche: perché il suo fondatore non parla nella qualità di un comandante, che esprime la sua volontà richiedente ubbidienza, ma in quella di un amico dell’uomo, che mette nel cuore dei suoi fratelli la loro propria bene-intesa volontà, secondo la quale essi agirebbero da se stessi volontariamente, se si saggiassero come si conviene [...]
MESSAGGIO EVANGELICO E ILLUMINISMO, (...)

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> DISTRUGGERE IL CRISTIANESIMO: IL PROGRAMMA "ANTICRISTO" DEL CATTOLICESIMO-ROMANO. ---- Guerra e pace ai tempi dell’Inquisitore (di Massimo Firpo)

domenica 15 luglio 2012

Guerra e pace ai tempi dell’Inquisitore

di Massimo Firpo (Il Sole-24 Ore, 15 luglio 2012

Pochi anni dopo la conclusione del concilio di Trento, nel 1567, un dotto cardinale veneziano, Marcantonio Da Mula, sollevò alcuni quesiti che si posero al centro di una discussione a più voci, in parte allora svoltasi nella sua residenza e poi allargatasi ad altri interlocutori. Perché il mondo pagano non aveva conosciuto conflitti religiosi? Perché l’unica religione che esso aveva perseguitato era stato il Cristianesimo? E perché invece, lungi dall’instaurare un regno di pace e di fratellanza, il Cristianesimo aveva sempre alimentato una storia di divisioni, di scontri, di guerre sanguinose?

Sono, a ben vedere, domande implicite anche nello straordinario capitolo XIX del II libro degli Essays di Montaigne laddove, nel discutere di libertà di coscienza, elogiava le grandi virtù di Giuliano l’Apostata, «uomo grandissimo e raro», esecrato per la sua avversione alla nuova fede dai cristiani suoi contemporanei, che avevano tuttavia dovuto riconoscere che egli non si era mai macchiato di «spargimenti di sangue», a differenza di quanto facevano i cristiani del presente.

Tutte le risposte alle domande del Da Mula restarono inedite, salvo una, quella di Fabio Benvoglienti, edita nel 1570 e poi messa all’Indice dieci anni dopo. Il che poco stupisce, dal momento che esse ponevano problemi a dir poco scottanti in tempi di Controriforma militante e di crociate, all’indomani dell’elezione di Pio V, il Papa inquisitore impegnato a stroncare ogni forma di dissenso religioso e a brandire il vessillo della guerra santa contro gli infedeli, quando in Italia e in Spagna si succedevano i lugubri autos de fe con i roghi di impenitenti e relapsi, quando la Francia sprofondava nel baratro delle guerre civili tra cattolici e ugonotti, quando il duca d’Alba usava il pugno di ferro contro i ribelli calvinisti delle Fiandre, quando in Scozia la rivoluzione politica si intrecciava con quella religiosa, quando la Polonia scacciava gli antitrinitari che vi avevano trovato rifugio, quando anche il mondo protestante era travagliato dalla discussione sulla liceità della condanna a morte degli eretici.

Discutere di Cristianesimo e guerra era dunque questione molto seria e delicata nell’Europa di quegli anni, in cui il fanatismo delle contrapposte ortodossie sembrava aver fatto dimenticare le parabole evangeliche che un grande difensore della tolleranza religiosa come Sebastiano Castellione aveva evocato in un libro apparso a Basilea nel 1554 con il titolo di Se gli eretici debbano essere perseguitati: «Beati voi quando gli uomini vi perseguiteranno» (Matth. V, 11), «vi mando come agnelli in mezzo ai lupi» (Matth. X, 16), «lasciate che crescano sino al tempo della messe» (Matth. XIII, 30), «tutti coloro che vorrano vivere piamente in Cristo sopporteranno persecuzioni» (II Tim. III, 12). «Uccidere un uomo - scriveva - non significa difendere una dottrina, ma solo uccidere un uomo».

Lungi dal porre astratte questioni storiche, quelle domande chiedevano di spiegare «l’impressionante contrasto tra il messaggio del "discorso della montagna" e le inquisizioni, i roghi, le guerre di religione» (pag. 18), interrogavano sul perché i cristiani da perseguitati fossero diventati persecutori, e per di più persecutori di altri cristiani, invitavano «a riflettere sul fallimento del messaggio evangelico di fratellanza e di pace» (pag. 45), sull’uso della violenza per motivi di fede e sulle buone o cattive ragioni della tolleranza, sollecitavano una risposta sulle sfere di competenza dello Stato e della Chiesa, sul ruolo politico del Cristianesimo e in generale sul rapporto tra politica e religione.

Problemi di rovente attualità, poco adatti a letterati oziosi, anche perché su di essi - com’è noto - si era pronunciato l’empio Niccolò Machiavelli, teorizzando che «uno principe, e massime uno principe nuovo, non può osservare tutte quelle cose per le quali li uomini sono tenuti buoni, sendo spesso necessitato, per mantenere lo Stato, operare contro alla fede, contro alla carità, contro alla umanità, contro alla relligione» (cap. XVIII). Se nel Principe aveva esplicitamente dichiarato di non volersi occupare dei principati ecclesiastici «perché, sendo esaltati e mantenuti da Dio, sarebbe offizio di uomo prosuntuoso e temerario discorrerne» (cap. XI), nei Discorsi sulla prima deca di Tito Livio aveva dedicato un intero capitolo a dimostrare di quanta importanza sia tenere conto della religione, e come la Italia per esserne mancata mediante la Chiesa romana è rovinata, indicando nel papato la causa prima della disunione politica e del fatto che i suoi abitanti fossero diventati «sanza religione e cattivi» (cap. I, 12).

Quasi tutte contrassegnate da scrupoli di devota compunzione tridentina, le risposte ai quesiti posti dal Da Mula si districavano con qualche equilibrismo dalle molte trappole che vi erano nascoste per riaffermare quod erat demonstrandum, la superiorità del Cristianesimo sulle altre religioni, il diritto dovere della guerra contro gli eretici, il primato della ragion di Chiesa.

Pur nella prevedibile dimensione apologetica che ne contrassegnava il comun denominatore, tuttavia, nelle loro pieghe si insinuavano anche dubbi, note dissonanti, formule sfumate e talora ambigue, che nutrivano un dibattito autentico di cui Michela Catto in Cristiani senza pace ricostruisce con sagacia le molteplici sfaccettature.

Pur tutti ecclesiastici, e tutti di notevole profilo culturale, gli interlocutori di quella discussione assunsero infatti posizioni diverse, ora schierati su posizioni di intransigente difesa della guerra senza quartiere contro i nemici della vera fede (Tommaso Aldobrandini, Fabio Albergati, Lucio Maggio), ora pronti a chiedersi se a convertire gli eretici più che le armi della guerra non valessero quelle spirituali, «le buone opere, la santità, l’innocenzia, l’integrità de la vita», la restaurazione del Cristianesimo primitivo (Fabio Benvoglienti, ma anche Rinaldo Corso e Gaspare Ricciulli dal Fosso, che non esitava a scorgere una delle cause delle eresie nella «poco honesta vita de’ prelati» o nella «poca cura che mostrano i vescovi ne’ loro offitii»), ora più sensibili alle questioni propriamente politiche (Uberto Foglietta, Giovan Francesco Lottini).

Michela Catto spiega assai bene come quella disputa offra in realtà «un esempio su come si potevano affrontare temi dibattuti in tutta Europa nel cuore della corte romana del Cinquecento» (pag. 48) e ne coglie il significato storico nella testimonianza che essa offre «di una fase di transizione tra due epoche, il passaggio di un gruppo di intellettuali dall’Umanesimo alla Controriforma» (pag. 127).

Il che è senza dubbio vero per molti di loro, anche se forse per alcuni fu anche un modo per conservare qualche frammento di coerenza con un passato vissuto sotto il segno di sensibilità ed esperienze religiose poste al bando nell’Italia postridentina. Rinaldo Corso, per esempio, era stato editore e commentatore delle Rime di Vittoria Colonna, ormai giudicata un’eretica dal Sant’Ufficio, e Gaspare Ricciulli era stato legato a molti eterodossi, uno dei quali nel 1551 lo aveva denunciato al Sant’Ufficio come «lutherano». Ennesima riprova delle molteplici eredità che la Controriforma portava con sé.


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