IL MESSAGGIO EVANGELICO, IL PARADOSSO ISTITUZIONALE DEL MENTITORE, E LA CATASTROFE DELL’EUROPA. “Come fu possibile la hitlerizzazione dell’Imperativo Categorico di Kant? E perché è ancora attuale oggi?” (Emil L. Fackenheim, Tiqqun. Riparare il mondo).

DISTRUGGERE IL CRISTIANESIMO: IL PROGRAMMA "ANTICRISTO" DEL CATTOLICESIMO-ROMANO. LA LEZIONE CRITICA DI KANT. Alcune luminose pagine da "La fine di tutte le cose", nella trad. di Giuseppe De Lorenzo - a c. di Federico La Sala

Il Cristianesimo ha per intenzione quella di promuovere amore alla osservanza del proprio dovere, e lo produce anche: perché il suo fondatore non parla nella qualità di un comandante, che esprime la sua volontà richiedente ubbidienza, ma in quella di un amico dell’uomo (...)
domenica 28 ottobre 2012.
 


IL CRISTIANESIMO E IL CATTOLICESIMO CATTOLICO-COSTANTINIANO. COME IL “TU DEVI”, SENZA L’ASCOLTO DELLA VOCE SOTTILE DELL’ “IO SONO” (IL “SENTIMENTO DI UN’ESISTENZA”), RIDIVENTA LA LEGGE MORALE FALSA E BUGIARDA DEL FARAONE, DEL NEMICO DELL’UMANITA’, E REALIZZA "LA (INVERSA) FINE DI TUTTE LE COSE". Alcune pagine dallo scritto di Kant, La fine di tutte le cose (1794)

a c. di Federico La Sala*

[...] mi sia permesso, di notare modestamente non tanto quel che essi [uomini dallo spirito grande o almeno intraprendente, fls] avrebbero da fare, quanto quel che dovrebbero evitare di urtare, per non agire contro la propria intenzione (e fosse questa anche la migliore).

Il cristianesimo ha, oltre il grandissimo rispetto, inspirato irresistibilmente dalla santità delle sue leggi, anche qualcosa di benigno, in sé. (Non intendo qui la benignità della Persona, che ce lo ha acquistato con grandi sacrifici, ma della cosa stessa: ossia della costituzione morale, che Egli fondò; poiché quella si può desumere solo da questa).

Il rispetto senza dubbio è la prima cosa, poiché senza di esso non vi può essere alcun vero amore, sebbene anche senza amore si possa nutrire grande rispetto per qualcheduno. Ma, se si viene non soltanto alla presentazione del dovere ma anche all’esecuzione del dovere, se si chiede del motivo subiettivo delle azioni, dal quale solo, se lo si può prevedere, c’è da aspettarsi quello che l’uomo farà, e non del motivo obiettivo, di quel che deve fare: allora l’amore come libero accoglimento della volontà di un altro tra le proprie massime, è indispensabile complemento all’imperfezione della natura umana (di dover essere obbligata a quello, che la ragione prescrive con la legge): perché, quel che uno fa malvolentieri, lo fa così stentatamente, ed anche con sofistiche scappatoie dal comandamento del dovere, che non si può contare molto sul dovere, come motivo delle azioni, senza l’intervento dell’amore.

Se ora, per farlo proprio buono, si aggiunge al Cristianesimo un’autorità (sia anche essa divina), possa anche la sua intenzione essere retta e lo scopo realmente buono, allora però la benignità di esso sparisce, perché è una contraddizione comandare a qualcuno, che egli non solo faccia qualche cosa, ma la faccia anche volentieri.

Il Cristianesimo ha per intenzione quella di promuovere amore alla osservanza del proprio dovere, e lo produce anche: perché il suo fondatore non parla nella qualità di un comandante, che esprime la sua volontà richiedente ubbidienza, ma in quella di un amico dell’uomo, che mette nel cuore dei suoi fratelli la loro propria bene-intesa volontà, secondo la quale essi agirebbero da se stessi volontariamente, se si saggiassero come si conviene.

È dunque il modo di pensare liberale - egualmente lontano dallo spirito servile e dallo sfrenato - quello da cui il Cristianesimo attende l’effetto per la sua dottrina e mediante cui guadagna i cuori degli uomini, dei quali la mente sia stata già illuminata dalla legge del dovere. Sebbene dunque il Maestro del Cristianesimo annunzi anche pene, pure ciò non è da intendersi così, almeno non è conforme all’intima costituzione del Cristianesimo lo spiegarlo così, come se quelle pene dovessero divenire i motivi, per eseguire i suoi comandamenti: perché allora il Cristianesimo cesserebbe di essere benigno.

Si deve quindi interpretare ciò solo come un avviso amorevole, scaturito dalla benevolenza del legislatore, per guardarsi dal danno, che inevitabilmente sorgerebbe dalla violazione della legge (lex est res surda et inesorabilis, Livius): perché qui allora, non il Cristianesimo quale massima di vita volontariamente assunta, ma la legge minaccia: la quale, come ordine immutabile della natura delle cose, non lascia neanche allo stesso creatore l’arbitrio, di decidere le conseguenze in un senso od in un altro.

Se il Cristianesimo indice ricompense (p. es.: “Siate contenti e consolati, perché in cielo vi sarà tutto compensato”): ciò non deve essere interpretato, secondo modo di pensane liberale, come se fosse un’offerta, per attirare gli uomini alla buona condotta: perché allora il Cristianesimo sarebbe di nuovo da sé stesso non benigno. Solo l’esigenza di azioni, che scaturiscono da motivi non egoistici, può inspirare nell’uomo rispetto verso chi lo esige: ma senza rispetto non v’è vero amore.

Quindi a quella promessa non si deve dare il senso, come se le ricompense debbano essere considerate quali i motivi delle azioni. L’amore, con cui il modo di pensare liberale è avvinto al suo benefattore, non è diretto verso il bene, che il bisogno riceve, ma verso la bontà del volere di colui, che è disposto a parteciparlo: se anche non sia in grado di farlo, o ne sia impedito nell’esecuzione da altri motivi, che porta con sé la considerazione del bene generale del mondo.

Questa è la benignità morale, che il Cristianesimo porta con sé la quale ancor sempre traspare attraverso le molte costrizioni impostegli col frequente mutare delle opinioni e lo ha preservato dall’avversione, che altrimenti avrebbe dovuto colpirlo; in modo da farlo apparire (il che è notevole) in luce tanto più chiara anche nell’epoca della maggiore illuminazione [Aufklarung], che vi sia mai stata tra gli uomini.

Se al Cristianesimo dovesse una volta avvenire che cessasse di esser benigno (il che potrebbe accadere, se si armasse di autorità imperativa, invece del suo spirito mite), allora, siccome nelle cose morali non v’è neutralità (o tanto meno coalizione di opposti principi), un’avversione od opposizione contro di esso dovrebbe divenire il modo dominante degli uomini; e l’anticristo, che anche senza di ciò è ritenuto quale il precursore dell’ultimo giorno, avrebbe il suo regno, se anche di breve durata, fondato presumibilmente sulla paura e sull’egoismo: ma subito dopo, siccome il Cristianesimo invero è destinato ad essere religione universale, ma dal destino non sarebbe stato aiutato a divenirlo, avverrebbe, sotto l’aspetto morale la (inversa) fine di tutte le cose.

* Cfr. I. Kant, La fine di tutte le cose [1794], trad. di G. De Lorenzo, in: Giuseppe De Lorenzo, Scienza d’Occidente e Sapienza d’Oriente, Ricciardi Editore, Milano-Napoli 1953, pp. 18-20


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