LA LEZIONE DI FREUD: "MOSE’ E LA RELIGIONE MONOTEISTICA". INDICAZIONI PER UNA RILETTURA
Caro BENEDETTO XVI ...
Corra, corra ai ripari (... invece di pensare ai soldi)! Faccia come insegna CONFUCIO: provveda a RETTIFICARE I NOMI. L’Eu-angélo dell’AMORE (“charitas”) è diventato il Van-gélo del ’caro-prezzo’ e della preziosi-tà (“caritas”), e la Parola (“Logos”) è diventato il marchio capitalistico di una fabbrica (“Logo”) infernale ... di affari e di morte?! Ci illumini: un pò di CHIAREZZA!!! FRANCESCO e CHIARA di Assisi si sbagliavano?! Claritas e Charitas, Charitas e Claritas... o no?!
Federico La Sala
“DEUS CARITAS EST”: IL “LOGO” DEL GRANDE MERCANTE E DEL CAPITALISMO
di Federico La Sala *
In principio era il Logos, non il “Logo”!!! “Arbeit Macht Frei”: “il lavoro rende liberi”, così sul campo recintato degli esseri umani!!! “Deus caritas est”: Dio è caro-prezzo, così sul campo recintato della Parola (del Verbo, del Logos)!!! “La prima enciclica di Ratzinger è a pagamento”, L’Unità, 26.01.2006)!!!
Il grande discendente dei mercanti del Tempio si sarà ripetuto in cor suo e riscritto davanti ai suoi occhi il vecchio slogan: con questo ‘logo’ vincerai! Ha preso ‘carta e penna’ e, sul campo recintato della Parola, ha cancellato la vecchia ‘dicitura’ e ri-scritto la ‘nuova’: “Deus caritas est” [Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano 2006]!
Nell’anniversario del “Giorno della memoria”, il 27 gennaio, non poteva essere ‘lanciato’ nel ‘mondo’ un “Logo” ... più ‘bello’ e più ‘accattivante’, molto ‘ac-captivante’!!!
Il Faraone, travestito da Mosè, da Elia, e da Gesù, ha dato inizio alla ‘campagna’ del Terzo Millennio - avanti Cristo!!! (Federico La Sala)
*www.ildialogo.org/filosofia, Giovedì, 26 gennaio 2006.
DEUS CHARITAS EST
[I Ioannes 4]: Biblia Sacra: Epistola Joannis Prima - Vulgatae Editionis
Sixti V et Clementis VIII.
4:1 Charissimi, nolite omni spiritui credere, sed probate spiritus si ex Deo sint: quoniam multi pseudoprophetæ exierunt in mundum.
4:2 in hoc cognoscitur spiritus Dei: omnis spiritus qui confitetur Iesum Christum in carne venisse, ex Deo est:
4:3 et omnis spiritus, qui solvit Iesum, ex Deo non est, et hic est Antichristus, de quo audistis quoniam venit, et nunc iam in mundo est.
4:4 Vos ex Deo estis filioli, et vicistis eum, quoniam maior est qui in vobis est, quam qui in mundo.
4:5 Ipsi de mundo sunt: ideo de mundo loquuntur, et mundus eos audit.
4:6 Nos ex Deo sumus. Qui novit Deum, audit nos: qui non est ex Deo, non audit nos: in hoc cognoscimus Spiritum veritatis, et spiritum erroris.
4:7 Charissimi, diligamus nos invicem: quia charitas ex Deo est. Et omnis, qui diligit, ex Deo natus est, et cognoscit Deum.
4:8 Qui non diligit, non novit Deum: quoniam Deus charitas est.
4:9 In hoc apparuit charitas Dei in nobis, quoniam Filium suum unigenitum misit Deus in mundum, ut vivamus per eum.
4:10 In hoc est charitas: non quasi nos dilexerimus Deum, sed quoniam ipse prior dilexit nos, et misit Filium suum propitiationem pro peccatis nostris.
4:11 Charissimi, si sic Deus dilexit nos: et nos debemus alterutrum diligere.
4:12 Deum nemo vidit umquam. Si diligamus invicem, Deus in nobis manet, et charitas eius in nobis perfecta est.
4:13 In hoc cognoscimus quoniam in eo manemus, et ipse in nobis: quoniam de Spiritu suo dedit nobis.
4:14 Et vos vidimus, et testificamur quoniam Pater misit Filium suum Salvatorem mundi.
4:15 Quisquis confessus fuerit quoniam Iesus est Filius Dei, Deus in eo manet, et ipse in Deo.
4:16 Et nos cognovimus, et credidimus charitati, quam habet Deus in nobis. Deus charitas est: et qui manet in charitate, in Deo manet, et Deus in eo.
4:17 In hoc perfecta est charitas Dei nobiscum, ut fiduciam habeamus in die iudicii: quia sicut ille est, et nos sumus in hoc mundo.
4:18 Timor non est in charitate: sed perfecta charitas foras mittit timorem, quoniam timor pœnam habet. qui autem timet, non est perfectus in charitate.
4:19 Nos ergo diligamus Deum, quoniam Deus prior dilexit nos.
4:20 Si quis dixerit quoniam diligo Deum, et fratrem suum oderit, mendax est. Qui enim non diligit fratrem suum quem vidit, Deum, quem non vidit, quomodo potest diligere?
4:21 Et hoc mandatum habemus a Deo: ut qui diligit Deum, diligat et fratrem suum.
DIO E’ AMORE *
1 Carissimi, non prestate fede a ogni ispirazione, ma mettete alla prova le ispirazioni, per saggiare se provengono veramente da Dio, perché molti falsi profeti sono comparsi nel mondo.
2 Da questo potete riconoscere lo spirito di Dio: ogni spirito che riconosce che Gesù Cristo è venuto nella carne, è da Dio;
3 ogni spirito che non riconosce Gesù, non è da Dio. Questo è lo spirito dell’anticristo che, come avete udito, viene, anzi è già nel mondo.
4 Voi siete da Dio, figlioli, e avete vinto questi falsi profeti, perché colui che è in voi è più grande di colui che è nel mondo.
5 Costoro sono del mondo, perciò insegnano cose del mondo e il mondo li ascolta.
6 Noi siamo da Dio. Chi conosce Dio ascolta noi; chi non è da Dio non ci ascolta. Da ciò noi distinguiamo lo spirito della verità e lo spirito dell’errore.
7 Carissimi, amiamoci gli uni gli altri, perché l’amore è da Dio: chiunque ama è generato da Dio e conosce Dio.
8 Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore.
9 In questo si è manifestato l’amore di Dio per noi: Dio ha mandato il suo unigenito Figlio nel mondo, perché noi avessimo la vita per lui.
10 In questo sta l’amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati.
11 Carissimi, se Dio ci ha amato, anche noi dobbiamo amarci gli uni gli altri.
12 Nessuno mai ha visto Dio; se ci amiamo gli uni gli altri, Dio rimane in noi e l’amore di lui è perfetto in noi.
13 Da questo si conosce che noi rimaniamo in lui ed egli in noi: egli ci ha fatto dono del suo Spirito.
14 E noi stessi abbiamo veduto e attestiamo che il Padre ha mandato il suo Figlio come salvatore del mondo.
15 Chiunque riconosce che Gesù è il Figlio di Dio, Dio dimora in lui ed egli in Dio.
16 Noi abbiamo riconosciuto e creduto all’amore che Dio ha per noi. Dio è amore; chi sta nell’amore dimora in Dio e Dio dimora in lui.
17 Per questo l’amore ha raggiunto in noi la sua perfezione, perché abbiamo fiducia nel giorno del giudizio; perché come è lui, così siamo anche noi, in questo mondo.
18 Nell’amore non c’è timore, al contrario l’amore perfetto scaccia il timore, perché il timore suppone un castigo e chi teme non è perfetto nell’amore.
19 Noi amiamo, perché egli ci ha amati per primo.
20 Se uno dicesse: "Io amo Dio", e odiasse il suo fratello, è un mentitore. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede.
21 Questo è il comandamento che abbiamo da lui: chi ama Dio, ami anche il suo fratello.
* PRIMA LETTERA DI GIOVANNI. - SACRA BIBBIA (Liber Liber).
Sul tema, nel sito e in rete, si cfr. (per leggere gli art., cliccare sul rosso->):
2008, L’ANNO DELLA PAROLA. IN EBRAICO: VERITA’ ("EMET") E MORTE ("MET"). BENEDETTO XVI:"Deus caritas est", 2006). DIO E’ MAMMONA ("CARITAS"): UN’ENCICLICA DI UNA CHIESA SENZA "H" E SENZA AMORE ("CHARITAS").
LA LEZIONE DI FREUD: "MOSE’ E LA RELIGIONE MONOTEISTICA". INDICAZIONI PER UNA RILETTURA
Esami di maturità 2008: il testo della versione di greco al liceo classico
Per un ri-orientamento teologico-politico e antropologico...
FARE COME GIOVANNI XXIII E GIOVANNI PAOLO II: RESTITUIRE L’ANELLO A GIUSEPPE!!!
God parade
di Massimo Gramellinbi (La Stampa, 10 agosto 2010)
Il vescovo ausiliario di Salisburgo ha scritto, nero su bianco, che la morte di quei ventuno ragazzi alla Love Parade del luglio scorso è stata una punizione divina. Ballare impasticcati e seminudi per le strade costituisce attività peccaminosa, sostiene il vescovo, ed è perfettamente naturale che Dio colpisca chi tenta di sovvertire l’ordine da lui creato.
L’attribuzione a un Ente Supremo di pulsioni umane, come la riparazione di un torto attraverso la vendetta, ripugna a chiunque sia in cerca di spiritualità autentica e contiene una falla che nessun teologo è ancora riuscito a colmare. Se Dio aveva deciso di castigare i baccanti della Love Parade, perché ne ha sterminati solo ventuno, risparmiando gli altri?
Ma soprattutto: perché ha preso di mira una moltitudine di giovanotti che, per quanto sballati, non stavano dando fastidio a nessuno, mentre non si accanisce con altrettanta precisione su assassini, ladri, stupratori e tutto ciò di ben più orribile e «peccaminoso» di una danza sfrenata che viene messo in scena ogni giorno dalla tragicommedia umana?
Un parroco della mia infanzia diceva che il Dio Paura è un’invenzione degli uomini per spaventare, inibire e dominare altri uomini. Gesù, aggiungeva, ci ha insegnato che Dio non è un vecchietto arrabbiato con la barba bianca e il forcone, ma l’energia d’amore di cui è composto l’universo.
Peccato che quel parroco illuminato ci abbia lasciati da tempo. Altrimenti avrei umilmente suggerito al vescovo tonante di andare a lezione di catechismo da lui.
DIO ("CHARITAS") E I DUE ’LIBRI’: IL LIBRO DELLA NATURA E IL LIBRO DELLA SACRA SCRITTURA ....
LA SCIENZA HA CAPITO E CERCA DI CAPIRE "COME VA IL CIELO", LA CHIESA CATTOLICA NON SOLO NON HA ANCORA CAPITO "COME VA IL CIELO" MA NEMMENO "COME SI VA IN CIELO" E CONTINUA A PROPORRE LA SUA IDEOLOGIA DELLA TERRA E DEL SANGUE (il "geocentrismo").
SOLO OGGI (2010) SI E’ DECISA A SMETTERLA DI MALEDIRE COPERNICO (l’"eliocentrismo")!!! MA DEL FATTO CHE DEL MESSAGGIO EVANGELICO HA FATTO UN ABILE "PUZZLE" - UN Organismo Gerarchicamente Modificato - E LO HA CHIAMATO "VANGELO" ( Il "messaggio" del "Deus caritas") ANCORA NON HA IL CORAGGIO DI AMMETTERLO!!!
"SAPERE AUDE!". NON E’ MAI TROPPO TARDI APRIRE LE PORTE E LE FINESTRE DEL VATICANO ALLA LUCE DEL SOLE!!! E DARE IL VIA A UNA NUOVA, SECONDA RIVOLUZIONE COPERNICANA.
Federico La Sala
Il cardinale attacca Sodano, ma l’obiettivo è il futuro conclave
Le parole di Schönborn si rivolgono al “dopo Ratzinger”
Da Vienna inizia la guerra ai “reazionari” e la difesa dell’azione del Papa contro gli abusi nel clero
di Marco Politi (il Fatto, 11.05.2010)
L’attacco al cardinale Sodano apre il tavolo del futuro Conclave. Con la sua mossa Schönborn pone il problema dell’organizzazione del potere ai vertici della Chiesa e sottolinea l’urgenza di una riforma.
La sortita straordinaria dell’arcivescovo di Vienna non è una rissa tra porporati. Triplice è la sua traiettoria: sostenere l’operazione pulizia di Benedetto XVI, salvaguardare la memoria di Wojtyla, porre le basi per il dopo-Ratzinger. Il cardinale di Vienna Schönborn, sollevando il caso del suo predecessore Groër costretto alle dimissioni per pedofilia, mira in realtà allo scandalo del fondatore dei Legionari di Cristo, Maciel, la cui condotta ignominiosa è stata certificata da un recente documento della Santa Sede.
Mai nella storia della Chiesa si è assistito a un tale cinico, lurido, paranoico sdoppiamento tra la pretesa di porsi come Grande Padre di un movimento per il Regno di Cristo e una pratica di vita immorale con un potere spirituale totalitario usato a fini predatori. Chi tocca i fili di una vicenda del genere, muore.
E le accuse di Schönborn al cardinale Sodano sono implacabili. Se l’ex segretario di Stato viene catalogato fra coloro che hanno impedito l’indagine sui crimini di Maciel, la sua credibilità crolla. In gioco viene messa automaticamente la posizione di Sodano quale decano del Sacro Collegio, cui tocca in caso di Conclave la presidenza delle riunioni preparatorie dei cardinali-elettori. Papa Wojtyla, benché malato di Parkinson, rimase lucido sino alla fine nel tracciare la sua strategia geopolitica. Ma per il resto ha sempre lasciato ai suoi più stretti collaboratori la gestione della macchina curiale, la nomina dei vescovi, gli affari correnti. Sodano - con il segretario papale Dziwisz e lo stesso Ratzinger - rappresentava la cerchia interna degli intimi collaboratori di Wojtyla.
Indicandolo tra gli oppositori delle inchieste volute da Ratzinger, Schönborn solleva una questione cruciale: come è stato informato o disinformato Giovanni Paolo II su Groër, Maciel e altri casi similari? Che tipo di disinformazione gli è stata fornita su altre vicende ecclesiali? Domanda esplosiva. Che rimanda all’uso del potere nelle stanze segrete della Curia. C’è anche un aspetto di allarme attuale.
Sotto la pressione degli eventi, che hanno toccato le sue convinzioni morali, Benedetto XVI è stato costretto negli ultimi mesi ad una perestrojka accelerata all’interno della Chiesa: decapitazioni di vescovi, pubbliche autocritiche, ammissione della necessità di affidare ai tribunali statali i preti colpevoli (in controtendenza alla pratica secolare di mantenere all’interno della propria giurisdizione i casi sporchi), sconfessione delle pratiche secolari di omertà, accettazione di responsabilità dinanzi alle vittime e all’opinione pubblica.
Non tutti nei ranghi ecclesiali sono d’accordo con questa eclatante tolleranza zero. La rivolta clamorosa del cardinale Castrillon Hoyos che a Murcia, in Spagna, poche settimane fa ha esibito tra tonanti applausi una sua lettera del 2001 al vescovo francese Pican, lodato perché non aveva “consegnato” alle autorità statali un prete pedofilo, ha rivelato in modo allarmante questa opposizione sotterranea. Specie perché tra gli entusiasti sostenitor i di Castr illon Hoyos, fattosi forte di un’autorizzazione di papa Wojtyla, c’era anche il cardinale di Curia Antonio Canizares, da poco chiamato a Roma dallo stesso Benedetto XVI per guidare la Congregazione per il Culto. L’intervento pasquale del cardinal Sodano, che ha derubricato a “chiacchiericcio” la documentazione dei mass media sugli abusi del clero, ha aggravato la situazione.
L’intervento del cardinale Schönborn mira a bloccare il sabotaggio anti-Ratzinger. Però con la sua mossa audace il cardinale di Vienna guarda - oltre lo scandalo pedofilia - al futuro della Chiesa. Il porporato, grande elettore di Ratzinger al conclave del 2005, sa che l’elezione di Benedetto XVI è avvenuta in uno “stato di emergenza”. Dinanzi alla necessità di riempire rapidamente il vuoto enorme lasciato dalla scomparsa del carismatico Wojtyla (e in assenza del candidato rifor matore Martini, fuori gioco per malattia) venne scelto Joseph Ratzinger come unica personalità di alto livello intellettuale e spirituale, dotata di prestigio internazionale. Fu portato da una maggioranza moderata e conservatrice, desiderosa di un pontificato “di pausa” e di garanzia dottrinale.
Ma all’interno di questo schieramento esiste un blocco reazionario, supercentralista, ottusamente anti-moderno, che Schönborn con la sua sortita senza precedenti vuole portare alla luce e isolare per impedirgli di pesare sul futuro Conclave. Perché quello che nel pensiero ratzingeriano è pessimistica meditazione di un monaco, che vede l’Europa cristiana desertificata dall’arrivo di nuovi barbari, nella visione del blocco reazionario è soltanto desiderio ossessivo di una rivincita sul moder no.
Schönborn , e con lui molti vescovi nei vari continenti, sono invece convinti che la Chiesa abbia bisogno di riforme e che dopo l’intervallo del pontificato ratzingeriano sia inevitabile sciogliere molti nodi. Nel 2005, per responsabilità di Ratzinger allora decano del Sacro Collegio, fu impedito ai cardinali elettori - nelle settimane antecedenti al Conclave - di discutere apertamente in interviste e riunioni pubbliche l’agenda dei problemi della Chiesa. Come invece era avvenuto nel 1978.
Questa volta Schönborn , e non è il solo, ritiene che vadano affrontate le sfide sul tappeto. A partire dall’organizzazione del potere nella Curia e dalla collaborazione tra papa ed episcopato mondiale. Non a caso, conversando con i giornalisti austriaci, ha definito “urgente” la riforma della Curia, ha evocato “considerazione” per le coppie omosessuali stabili, ha riparlato dei divorziati risposati. Di recente aveva anche proposto un riesame del celibato del clero. Come il cardinale Martini, del resto. La partita è appena iniziata. Sarà di lungo respiro e riserverà colpi di scena.
LA TEOLOGIA DELLA GRAZIA ("CHARIS") DI DIO ("CHARITAS") E LA TEOLOGIA E LA POLITICA DEL MENTITORE. IN VATICANO, AL GOVERNO DELLA CHIESA UN PAPA CHE PREDICA CHE GESU’ E’ IL FIGLIO DEL DIO "MAMMONA" ("Deus caritas est": Benedetto XVI, 2006)!!!
TRUCCATA LA PAROLA DI DIO, TUTTO E’ POSSIBILE! TRUCCATO ANCHE IL DOCUMENTO ANTI-PEDOFILIA DEL "2003"! Una richiesta di chiarimenti a padre Lombardi di Paolo Flores D’Arcais
Le “linee guida” sono un testo che risale interamente al 2003, “attribuibile all’allora cardinal Ratzinger”, o sono state introdotte modificazioni e/o interpolazioni nei giorni precedenti la pubblicazione on line? Se l’ordine del Vaticano era di rispettare le leggi civili di ciascun paese, come mai nessun vescovo ha denunciato un prete pedofilo anche nei paesi dove tale denuncia è obbligatoria? Una rivolta di quei vescovi contro il volere del Papa? (...)
( Federico La Sala)
Il documento anti-pedofilia:
Autentico o riveduto e corretto?
Lettera a padre Lombardi sul regolamento del vaticano
È urgente una risposta cristallina
«Le chiedo se il testo reso noto nei giorni scorsi esistesse già nel 2003, parola per parola, virgola per virgola»
di Paolo Flores d’Arcais (il Fatto. 20.04.2010)
Caro Padre Lombardi
nell’aprile del 2001, quando ricopriva la carica di direttore della Radio Vaticana, lei ebbe la bontà di collaborare alla rivista MicroMega, accettando un dialogo su un tema spinoso e affrontandolo con chiarezza. Sono certo che con il passare degli anni tanto la sua bontà che la sua chiarezza si siano solo accresciute, parallelamente all’accrescersi delle sue funzioni, che lo hanno portato ad essere oggi responsabile della Sala Stampa vaticana, cioè di tutta la comunicazione che riguarda il Sommo Pontefice e le Congregazioni della Chiesa. Per questo le chiedo oggi di avere la bontà di rispondere con chiarezza a una serie di aggrovigliati interrogativi che non riesco a sbrogliare e che riguardano la conferenza stampa nella quale ha dato conto delle cosiddette “linee guida” a cui vescovi e sacerdoti devono attenersi in tutto il mondo nelle circostanze, purtroppo non infrequenti, di casi di pedofilia ecclesiastica.
Quasi tutti i giornali e i siti internet hanno riportato questo incipit-sintesi della sua conferenza stampa: “Obbligo di denuncia dei preti pedofili all’autorità civile e, nei casi più gravi, un intervento diretto del Papa per ridurre i colpevoli allo stato laicale, senza processo e senza possibilità di revoca”. Perchè il giorno dopo, quando è tornato sull’argomento, non ha smentito quell’incipit-sintesi, dovuto all’agenzia Ansa, accreditandola invece con il suo silenzio? Nessun “obbligo di denuncia” è infatti mai stato imposto dal Vaticano. Al contrario. E con ciò arriviamo alla seconda domanda. Chi è l’autore delle “linee guida” che sono improvvisamente comparse on line sul sito del Vaticano il 10 aprile? “Si tratta di linee guida risalenti al 2003, e che quindi - spiega sempre il Vaticano - sono attribuibili all’allora capo della Congregazione, Joseph Ratzinger”. Questa affermazione è un infortunio di agenzia, o davvero è stato lei a pronunciarla?
“Linee guida” senza data e senza firma
In tal caso infatti il groviglio si infittisce, poiché le “linee guida” sono un testo in inglese senza data, senza firma, senza protocollo, tutti elementi che non mancano mai nei documenti vaticani, tra i più formali che le cancellerie del mondo conoscano. La lingua ufficiale del Vaticano è il latino, usato perfino nella corrispondenza tra prelati, vedi la famosa lettera del card. Ratzinger al vescovo di Oakland, che il New York Times ha scoperto e pubblicato come prova di un atteggiamento omissivo. Che cosa significa, dunque, che le “linee guida” risalgono al 2003 e sono attribuibili al card. Ratzinger?
In buon italiano vuol dire che il testo - esattamente quel testo - è stato redatto sette anni fa, e che l’estensore materiale è il card. Ratzinger o almeno il suo staff sotto il suo controllo. Può confermarmi con chiarezza inequivocabile che le cose sono andate così? Perché da altre sue parole non sembrerebbe. Tutti i giornali hanno infatti riportato, con la solita unanimità verbatim, che “sempre la Sala Stampa ha riferito che, nel 2003, la Congregazione per la Dottrina della Fede si era data una sorta di regolamento interno mai finora pubblicato e che ora, nella sua sintesi divulgativa, è stato reso noto per la prima volta sul sito della Santa Sede”.
Qui gli enigmi sono due. Nel 2003 la Congregazione si è data un “regolamento interno”, cioè una interpretazione operativa della sua istruzione del 2001 intorno ai Delicta graviora, oppure no? “Una sorta di” è espressione davvero incongrua, soprattutto nel mondo di certosina precisione delle procedure canoniche. Si intendono disposizioni date oralmente dal cardinal Prefetto? O di diverse interpretazioni date per iscritto caso per caso? O di una interpretazione in progress, che attraverso disposizioni orali o scritte è andata evolvendo?
Sono state fatte interpolazioni?
Secondo enigma. Le “linee guida” sono una “sintesi divulgativa”, e passi. Ma è stata scritta allora, nel 2003, o è stata scritta oggi? O in parte allora, ma con qualche interpolazione di oggi? Differenze non di poco conto. Perchè il modo in cui lei ha presentato le “linee guida” “attribuibili all’allora cardinal Ratzinger” inducono il lettore a immaginare che questa “sintesi divulgativa” sia stata scritta allora, sia perciò un documento storico. Ma se andiamo a guardare con attenzione alla sintassi, viene il dubbio che, in modo alquanto contorto, la Sala Stampa, cioè lei, ci lasci aperta la porta per l’interpretazione opposta. “Mai finora pubblicato” si riferirebbe insomma solo alla “sorta di regolamento interno”, che ora verrebbe “reso noto per la prima volta” non già in quanto tale (perché informale, e dunque non esistente nella forma di un testo scritto) ma “nella sua sintesi divulgativa”, dove l’azione divulgativa è quella della stessa Sala Stampa. Può su questo, caro Padre Lombardi, avere la bontà di darmi una risposta cristallina, ispirata a quell’evangelico “il tuo dire sia sì sì, no no, perché il di più viene dal demonio” (Matteo 5) che un ateo come me sommamente apprezza?
Le perentorie dichiarazioni del cardinal Castrillon Hoyos, secondo cui Papa Wojtyla aveva approvato la lettera inviata a Mons. Pican, vescovo di Bayeux-Lisieux, di felicitazone e piena solidarietà per il suo rifiuto di denunciare alla giustizia francese un prete pedofilo (omessa denuncia che gli era costata tre mesi con la condizionale) rendono una sua riposta cristallina assolutamente necessaria e urgente.
Se davvero la linea della Chiesa era già allora di uniformarsi ai codici penali nazionali, il Papa Giovanni Paolo II sarebbe stato il primo a violarla! Il che suona una “contradictio in adiecto”. E dunque (mai come in questo caso repetita iuvant): non le chiedo di sapere se la sostanza del documento (in inglese, anonimo e senza data, pubblicato sul sito del Vaticano come “Guide to Understanding Basic CDF Procedures concerning Sexual Abuse Allegations”) coincide con la presunta “sorta di regolamento interno”. Le chiedo se il testo messo on line nei giorni scorsi esisteva già parola per parola e virgola per virgola o è stato scritto/modificato/interpolato nei giorni scorsi. La necessità di una risposta “sì sì, no no” riguarda soprattutto la frase chiave: “Va sempre dato seguito alle disposizioni della legge civile per quanto riguarda il deferimento di crimini alle autorità preposte”, che a una sommaria analisi filologica suona eterogenea rispetto al resto del testo, tutto riferito alle procedure del diritto canonico.
La frase chiave sembra estranea
Se il testo è del 2003, non si capisce perché non sia stato datato, e soprattutto in che cosa sarebbe diverso dalla “sorta di regolamento interno”. Il fatto che invece la Sala Stampa, cioè lei, ne abbia parlato come di due realtà diverse, l’una sintesi dell’altra, fa propendere verso l’ipotesi di una rielaborazione attuale. Ma se così fosse, non averlo detto chiaramente, anche dopo che tutti i media mostravano di aver inteso il carattere storico-autentico delle “linee guida”, rasenterebbe la disinformacija. Sospetto a cui non voglio indulgere neppure per un attimo, e per dissolvere il quale le scrivo questa lettera. Ricordandola sempre con affetto, suo Paolo Flores d’Arcais
il Fatto 20.4.10
Le quattro domande cruciali
Le “linee guida” sono un testo che risale interamente al 2003, “attribuibile all’allora cardinal Ratzinger”, o sono state introdotte modificazioni e/o interpolazioni nei giorni precedenti la pubblicazione on line? Se l’ordine del Vaticano era di rispettare le leggi civili di ciascun paese, come mai nessun vescovo ha denunciato un prete pedofilo anche nei paesi dove tale denuncia è obbligatoria? Una rivolta di quei vescovi contro il volere del Papa? Perché Karol Wojtyla ha approvato la lettera con cui il cardinal Castrillon Hoyos si felicitava e solidarizzava con il vescovo di Bayeux-Lisieux mons. Pierre Pican che non avendo denunciato un prete pedofilo era stato condannato dalla giustizia francese a tre mesi con la condizionale? Il Papa contro il Papa? O addirittura il cardinal Ratzinger contro Giovanni Paolo II? Perché non vengono aperti gli archivi della Congregazione della dottrina della fede sui casi di pedofilia, e consegnati alle autorità giudiziarie, in modo che anche la giustizia terrena possa fare il suo corso, secondo le leggi vigenti in ciascun paese?
I cinque anni di pontificato di Benedetto XVI: cinque anni di polemiche e
di interventi maldestri
di Stéphanie Le Bars
in “Le Monde” del 18 aprile 2010 (traduzione: www.finesettimana.org)
Da una crisi all’altra. Così sembra procedere il pontificato di Benedetto XVI, eletto papa il 19 aprile 2005. In capo a cinque anni, colui che veniva presentato come un papa di transizione appare sempre più il rappresentante di un pontificato tormentato. Molte delle sue decisioni e delle sue dichiarazioni hanno avuto un’eco che la personalità riservata, se non timida, di questo “vecchio” papa dal carisma incerto - ha festeggiato gli 83 anni venerdì 16 aprile - non lasciava presagire.
Già l’anno scorso l’anniversario della sua elezione era stato oscurato da una valanga di polemiche. Revoca della scomunica di vescovi integralisti, affermazioni controverse sull’aids, silenzio dopo la scomunica di medici che avevano proceduto ad un aborto su una ragazzina brasiliana violentata: in poche settimane, questi scandali avevano indebolito la Chiesa, turbato i credenti e sottolineato la difficoltà del Vaticano a tenere in considerazione le realtà politiche ed umane.
Anche quest’anno, il periodo è caratterizzato dalla confusione in cui si trova la Chiesa dopo la rivelazione a cascata di scandali di pedofilia e a causa della sua comunicazione inadeguata rispetto a questi eventi. “È un pontificato tragico”, è il giudizio dello storico Philippe Levillain.
Le crisi che si susseguono appartengono a diversi ordini. Alcune sono rivelatrici di un ripiegamento della Chiesa su se stessa, staccata dal mondo: ad esempio la mano tesa ai vescovi integralisti, nemici giurati della Chiesa “moderna” uscita dal Concilio Vaticano II, non è stata capita neppure da una parte del mondo cattolico europeo. Preoccupato di riassorbire l’ultimo scisma nella storia del cattolicesimo e di fare tutto il possibile per restaurare “l’unità della Chiesa”, il papa non ha adeguatamente valutato il rifiuto di questa decisione.
Le dichiarazioni negazioniste di uno dei vescovi implicati, Mons. Williamson, condannato venerdì 16 aprile a 10 000 euro di ammenda da un tribunale tedesco, hanno finito per pregiudicare la legittimità di tale iniziativa. Allo stesso modo, l’insistenza di Benedetto XVI per promuovere la beatificazione di Pio XII, il papa discusso per il suo atteggiamento durante la Shoah, ha trovato pochi difensori.
Altre controversie rientrano invece in quello che i suoi sostenitori chiamano “il rigore” intellettuale di Benedetto XVI. Il suo discorso a Ratisbona, nel settembre 2006, che sembrava stabilire un legame intrinseco tra islam e violenza, fa parte di quelle crisi provocate dal papa stesso. Un papa teologo, professorale, un papa del testo scritto, poco uso agli abituali modi di comunicazione. Più a suo agio nella lunghezza e nella complessità che nel gesto mediatico, Benedetto XVI ha pubblicato tre encicliche, di cui l’ultima, sulla dottrina sociale, non ha certo avuto l’eco che si riprometteva.
Altre crisi (aids, pedofilia) hanno mostrato la propensione dell’istituzione a gridare al “complotto” o all’“anticristianesimo” quando il messaggio della Chiesa non passa. Il fatto è che il discorso insistente dell’istituzione sulla morale sessuale è diventato, col passare delle generazioni, sempre meno udibile; e gli scandali di pedofilia indeboliranno la sua credibilità su questi temi.
Tali episodi mettono in discussione un sistema di governo ipercentralizzato, non adeguato ai tempi in un mondo globalizzato e reattivo, e le cui disfunzioni sono simboleggiate dai ricorrenti problemi di comunicazione.
Benedetto XVI, come i suoi predecessori, non ha realizzato la riforma della curia, i cui principali responsabili sono uomini di più di 75 anni. Vedono il papa ad intervalli irregolari, lavorano a compartimenti stagni, e spesso non hanno lo stesso punto di vista sui problemi. Questo modo di governare dà spesso luogo a dichiarazioni contraddittorie, che costringono poi a scuse o sconfessioni. La mano tesa agli integralisti e la gestione degli scandali di pedofilia sono due esempi dei conflitti ai vertici della gerarchia cattolica.
L’assenza di promiscuità sociale, generazionale e sessuale tra i responsabili di una Chiesa composta di un miliardo di persone accentua il fossato che sembra scavarsi tra la Chiesa incarnata da Benedetto XVI e le società secolarizzate. Tanto più che le polemiche a ripetizione hanno oscurato dei viaggi politici piuttosto ben riusciti in Africa e in Terra Santa, così come il discorso, sempre ben percepito, della Chiesa sulla pace e sul sostegno ai più poveri e agli immigrati.
“La sua volontà di tornare ad un pontificato più modesto, centrato sui fondamentali dell’insegnamento della Chiesa si scontra con questi scandali che si susseguono”, constata lo storico Jean-Dominique Durand. “Cercando di porre le basi di una Chiesa più sana, solleva più problemi di quanti non ne risolva”, deplora anche Philippe Levillain.
La bufera legata alla pedofilia lascerà della tracce che ora è difficile valutare. Toccherà al successore di Benedetto XVI trarre le conseguenze di questo trauma e aprire la riflessione su dei temi (fine del celibato obbligatorio per i preti, ridefinizione del posto dei laici e delle donne nella Chiesa, collegialità e trasparenza, nuovo concilio...) che il papa non ha senza dubbio né la voglia né il tempo di affrontare.
"Il Diavolo abita anche in Vaticano"
Padre Amorth, l’esorcista più famoso del mondo, racconta la sua lotta contro il maligno. -E rivela: "Si è infiltrato anche in Vaticano"
di Marco Ansaldo (la Repubblica, 10.03.2010)
Beelzebul, Zago, Astarot, Asmodeo, Jordan. Quanti sono i nomi e le trasformazioni del Maligno? La stanza del mistero è spoglia. L’atmosfera fredda. Però padre Gabriele Amorth, l’Esorcista con la "e" maiuscola, settantamila casi affrontati in nemmeno 25 anni, sorride serafico. Lui è abituato a porte che sbattono, sedie che si rovesciano, occhi che roteano, bestemmie che volano. Ma parlare di demonio nella casa del Papa mette i brividi lo stesso. Anche se l’Esorcista non si tira indietro di fronte all’Avversario. E il Santo Padre? «Oh, Sua Santità crede in pieno nella pratica dell’esorcismo. Perché il diavolo alberga in Vaticano. Naturalmente è difficile trovare le prove. Ma ho confidenze di persone che lo confermano. E, del resto, se ne vedono le conseguenze. Cardinali che non credono in Gesù, vescovi collegati con il demonio. Quando si parla di "fumo di Satana" nelle Sacre stanze è tutto vero. Anche queste ultime storie di violenze e di pedofilia».
Beelzebul, Zago, Astarot, Asmodeo, Jordan. Quanti sono i nomi e le trasformazioni del Maligno? La stanza del mistero è spoglia. L’atmosfera fredda. Però padre Gabriele Amorth, l’Esorcista con la "e" maiuscola, settantamila casi affrontati in nemmeno 25 anni, sorride serafico. Lui è abituato a porte che sbattono, sedie che si rovesciano, occhi che roteano, bestemmie che volano. Ma parlare di demonio nella casa del Papa mette i brividi lo stesso. Anche se l’Esorcista non si tira indietro di fronte all’Avversario.
Ha guardato in faccia il diavolo. O almeno le sue incarnazioni terrene. Padre Gabriele Amorth ha affrontato 70 mila indemoniati (veri o presunti) in 24 anni di esercizio. "Il Papa crede in questa pratica" assicura. Anche perché "il Maligno alberga in Vaticano, e se ne vedono le conseguenze" Un esempio? Le ultime storie di pedofilia Il sacerdote, che lavora a Roma, è il più famoso "liberatore di anime" al mondo "Il nostro compito principale è affrancare l’uomo, soprattutto dalla paura di Satana" "Il 90 per cento delle vessazioni diaboliche è la conseguenza di malefici" "La notte di Natale il Nemico ha provato a colpire Ratzinger cercando di buttarlo a terra"
E il Santo Padre? «Oh, Sua Santità crede in pieno nella pratica della liberazione dal Male. Perché il diavolo alberga in Vaticano. Ho confidenze di persone che lo confermano. Naturalmente è difficile trovare le prove. E, comunque, se ne vedono le conseguenze. Cardinali che non credono in Gesù, vescovi collegati con il demonio. Quando si parla di "fumo di Satana" nelle Sacre stanze è tutto vero. Anche queste ultime storie di violenze e di pedofilia. Anche la vicenda di quella povera guardia svizzera, Cedric Tornay, trovata morta con il suo comandante, Alois Estermann, e la moglie. Hanno coperto tutto. Subito. Lì si vede il marcio».
Tutti lo conoscono come l’Esorcista. Molti ne chiedono l’assistenza. Perché Gabriele Amorth, sacerdote paolino nato a Modena, laureato in Giurisprudenza, ex partigiano, medaglia al valor militare, democristiano di scuola dossettiana ed ex direttore del giornale mariano Madre di Dio, è il più famoso liberatore del demonio al mondo.
Ma a 85 anni settantamila casi si fanno sentire. E don Amorth è appena convalescente. «Da un improvviso crollo», dice lui. «Un qualcosa di inspiegabile», rivela confidenzialmente l’amico don Francesco che, a 90 anni, don Gabriele considera come «il bastone della mia vecchiaia». Sebbene sia in pigiama, attorniato dalle medicine sul tavolo, da immagini della Madonna, da una copia di Avvenire che accenna al suo nuovo libro da poco in libreria ("Memorie di un esorcista", intervista di Marco Tosatti, edito da Piemme), lo sfidante di Satana mostra un piglio energico. Osserva la propria foto in copertina ed esclama: «Che faccia da bulldozer. Invece, quando sono tranquillo, i tratti del mio volto si distendono e divento un altro. Forza, parliamo, che di là ho dei casi che mi aspettano».
Padre Amorth, com’è il diavolo? «È puro spirito, invisibile. Ma si manifesta con bestemmie e dolori nelle persone di cui si impossessa. Può restare nascosto. O parlare lingue diverse. Trasformarsi. Oppure fare il simpatico. A volte mi prende in giro. Io però sono un uomo felice del mio lavoro, una nomina inaspettata giunta 25 anni fa dal cardinale Poletti. E né gli indemoniati, che a volte sei o sette dei miei assistenti devono tener fermi, né i chiodi o i vetri che escono dalla bocca dei posseduti, e conservo in questo sacchetto, mi spaventano. So che è il Signore a servirsi di me».
Il Maligno può manifestarsi con violenza. Nella stanza prescelta - padre Amorth ha girato 23 sedi diverse, cacciato ovunque perché i confratelli erano stufi di sentire urla fino a tarda sera, finché non ha trovato stabile dimora nel quartier generale delle edizioni San Paolo - c’è un lettino con le corde per legare l’indemoniato. E una poltrona per le persone che non urlano, e stanno tranquillamente sedute durante le preghiere di esorcismo. «Dalla bocca può uscire di tutto - racconta - pezzi di ferro lunghi come un dito, ma anche petali di rosa. Certi posseduti hanno una forza tale che nemmeno sei uomini riescono a trattenerli. Così vengono legati. Mi aiutano i miei assistenti laici, che pregano con me. Quando gli ossessi sbavano, e allora bisogna pulire, lo faccio anch’io. Vedere la gente vomitare non mi dà nessun fastidio».
Sulla pratica dell’esorcismo, dentro la Chiesa, esistono opinioni diverse. Diffidenze. Resistenze. Dubbi. «Ma il Papa ci crede - ribadisce padre Amorth - tanto è vero che in un discorso pubblico ha incoraggiato e lodato il nostro lavoro. Gli ho scritto, e mi ha promesso che chiederà alla Congregazione per il Culto divino un documento per raccomandare che i vescovi abbiano almeno un esorcista in ogni diocesi, come minimo. Ho avuto modo di parlargli più volte anche quando era prefetto alla Congregazione per la Dottrina della fede, ci ricevette proprio come Associazione degli esorcisti. E non scordiamo che, sia del diavolo sia delle pratiche per allontanarlo, parlò moltissimo lo stesso Wojtyla». Alcuni, addirittura, ricordano ancora la dichiarazione fatta nel 1972 da Papa Montini, quando Paolo VI parlò del "fumo di Satana", cioè delle sètte sataniche, entrato nelle Sacre stanze. Una frase che creò un caso, seguito da un nuovo discorso papale tutto incentrato sul demonio.
Ma il Maligno può colpire anche il Pontefice? «Ci ha già provato. Lo fece nel 1981, con l’attentato a Giovanni Paolo II, lavorando su coloro che armarono la mano di Ali Agca. E anche adesso, la notte di Natale, con quell’ultima matta che ha buttato per terra Benedetto XVI. In fondo, è quel che accadde a Gesù attraverso Giuda, Ponzio Pilato, il Sinedrio». Don Amorth si fa serio. Riflette in silenzio per qualche secondo, alza la testa e dice gravemente: «Altroché. Altroché se il demonio alberga nella Santa Sede. C’è un volume, "Via col vento in Vaticano" (Kaos edizioni, ndr), che parla appunto delle lotte di potere in Curia e del "fumo di Satana". Bene, il 99 per cento di quel che è scritto lì è vero. I vescovi non parlano per timore di critiche di altri vescovi. E sì che su questo tema le Sacre scritture sono le più salate, perché i comandi di Gesù appaiono molto chiari: "Andate, predicate il Vangelo, cacciate i demoni". Secondo me, quando un vescovo non nomina l’esorcista commette un peccato mortale».
Tante le figure di santi che, senza esserne investiti, erano noti come liberatori dal demonio. San Benedetto, che era un monaco. Santa Caterina da Siena, di cui si narrano effetti portentosi. Padre Pio, che secondo i fedeli liberava dall’influenza del maligno. Pure Don Bosco occasionalmente si prestava. «Io lavoro sette giorni su sette, Natale e Pasqua compresi - dice don Gabriele - e non posso materialmente correre ovunque mi chiamano. Perciò spiego a tutti che anche i laici possono operare esorcismi con successo. È scritto in Marco, XVI, 17: "Coloro che credono in me cacceranno i demoni". Ci sono formule ufficiali. Si può dire: "Satana, vattene". Ma c’è anche molta libertà, con preghiere semplici: il Padre Nostro - che contiene già in sé un esorcismo: "e liberaci dal Male" - l’Ave Maria, il Salve Regina, il Credo. Poi raccomando le orazioni quotidiane, la messa, il rosario, la confessione, la comunione, il digiuno».
Un tema, quello della figura antitetica al Messia, che per altri aspetti muove fior di scienziati. L’altro ieri a Roma, nei locali della Sapienza prima e in quelli dell’Università Roma Tre più tardi, si è svolto un convegno dal titolo "L’ultimo nemico di Dio". Cioè l’Anticristo, il personaggio che incarna l’avversario della divinità, presente nell’immaginario giudaico e cristiano relativo agli ultimi tempi del mondo. Approccio scientifico, impronta storica, studiosi di calibro internazionale: Enrico Norelli, Jean-Daniel Kaestli, Marco Rizzi, Gian Luca Potestà, Alberto D’Anna.
«Il ruolo della figura dell’Anticristo - spiegava al pubblico la docente Emanuela Valeriani, una dei coordinatori dell’evento - a prescindere dalle diverse posizioni assunte dagli studiosi, è senza dubbio un tassello tematico fondamentale all’interno del grande mosaico degli studi relativi all’identità cristiana. L’attenzione alla strana e, diciamo pure, spettacolare fisionomia dell’Anticristo è un tema ben rappresentato nelle apocalissi cristiane di epoca più tarda, contribuendo all’elaborazione anche leggendaria di questa figura escatologica. La prima testimonianza si trova in un’opera del III secolo, "Il Testamento siriaco del nostro Signore Gesù Cristo". Ma se, in linea generale, il terribile aspetto dell’Anticristo si può ricondurre alla tradizione precedente al cristianesimo, che identifica l’avversario escatologico con esseri mostruosi, nel caso specifico del nostro testo, esso assume una rilevanza teologica derivante dal confronto con la visione di Dio. Se prendiamo la sezione degli "Acta Iohannis", un testo scritto probabilmente nel secondo secolo, vediamo che lì si afferma che Gesù può essere visto sotto diverse forme (bambino, giovane adulto, vecchio) e apparire contemporaneamente anche a più testimoni».
Nella sua stanza al terzo piano della sede paolina, padre Amorth si prepara ad affrontare il Nemico nell’ennesimo caso difficile. Ma il diavolo chi sceglie di colpire? «Non lo sappiamo - risponde - eppure al 90 per cento le vessazioni diaboliche sono conseguenze di malefici, cioè sono causate da persone che per vendetta o per rabbia si rivolgono a maghi e occultisti legati a Satana i quali, pagati profumatamente, si attivano per far intervenire il maligno. È dunque la cattiveria degli uomini a chiamare il Male. Un’ultima cosa: il diavolo non è così diffuso. Quando c’è, è doloroso. E noi interveniamo. Ma il compito principale dell’Esorcista è uno solo: liberare l’uomo, soprattutto dalla paura del demonio».
Il Papa e il diavolo
I cristiani e il potere del male
di Giancarlo Zizola (la Repubblica, 10.03.2010)
Negli ultimi anni la dottrina cattolica sull’esistenza del diavolo è stata messa in dubbio da più di un teologo. Urs Von Balthazar diceva di credere nell’Inferno ma anche che lo riteneva vuoto. E Borges azzardava che forse i teologi, che avevano esagerato i vantaggi del Paradiso non essendoci mai stati, non avrebbero potuto giurare che i reprobi all’Inferno fossero sempre infelici: come immaginare che una fabbrica così sadica, vendicativa e inarrestabile di tortura dei dannati, una Auschwitz eterna possa essere compatibile con l’idea cristiana di un Dio misericordioso? Il minimo che si esigeva dalla teologia era di rimodellare l’idea della Geenna, destinata ai malvagi.
Soprattutto tenendo in maggiore considerazione il ruolo di salvezza assegnato alla figura di Gesù: i Vangeli raccontano le sue lotte contro i demoni, ma anche le loro disfatte e le guarigioni operate sugli indemoniati. Il Credo cristiano dice che dopo morto egli scese tre giorni agli Inferi con altrettanta potenza liberatoria ma una lettura pigra di quell’evento sembra trattenerlo agli Inferi per molto più tempo.
La maggior parte dei biblisti pensa che non sia possibile, o comunque sia piuttosto rischioso, negare l’esistenza di spiriti maligni. Molti temono che una cerimonia troppo disinvolta di addio al diavolo potrebbe far parte della sua tattica. Citano Baudelaire: "L’astuzia più raffinata del diavolo è di persuadervi che non esiste". Il licenziamento teologico del diavolo produrrebbe l’insignificanza del male nei contemporanei ma questa censura non sembra abbia l’effetto di porre fine al suo evidente successo.
Nel 1972 Paolo VI è il primo a lamentare che il "fumo di Satana" si sia infiltrato da qualche fessura anche «nel tempio di Dio». Si rompe l’incantesimo post-conciliare su un approccio indiscriminato della Chiesa al mondo moderno. Il Papa reagisce a una interpretazione del dialogo con la cultura dei Lumi che potrebbe risolversi in una liquidazione delle soglie critiche della coscienza cristiana di fronte al mondo e dunque in una omologazione della Chiesa ai "poteri del male". Sulla stessa linea Wojtyla lancia dal Monte Gargano, mitico luogo di lotte anti-demoniache, la sfida ai cattolici a sguainare di nuovo la spada di San Michele Arcangelo «contro il dragone, il capo dei demoni, vivo e operante nel mondo».
I suoi segni non sono più le corna, il piede caprino, l’odore dantesco di zolfo ma «consumismo, sfruttamento disordinato delle risorse naturali, voglia sfrenata di divertimento, individualismo esasperato». Negli stessi anni il cardinale Ratzinger ricorda «a certi teologi superficiali» che il diavolo è per la fede cristiana «una presenza misteriosa ma reale, personale, non simbolica, una realtà potente, una malefica libertà sovrumana opposta a quella di Dio». Rivendica al cristianesimo di avere introdotto in Occidente «la libertà dalla paura dei demoni» ma teme che «se questa luce redentrice di Cristo dovesse spegnersi il mondo con tutta la sua tecnologia ricadrebbe nel terrore e nella disperazione». Segnali di ritorno di forze oscure, secondo il futuro Papa, sono i culti satanici in aumento nel mondo secolarizzato, l’espansione del mercato della pornografia e della droga, «la freddezza perversa con cui si corrompe l’uomo, l’infernale cultura che persuade la gente che il solo scopo della vita siano il piacere e l’interesse privato».
Sono i primi tentativi della dottrina cattolica per far uscire la descrizione del diavolo da un linguaggio tradizionale ormai incomprensibile dalla stragrande maggioranza dei contemporanei. Il diavolo esiste ma assume le nuove forme delle ingiustizie e delle alienazioni. Il suo teatro non è solo il cuore umano ma anche la struttura sociale. Un teologo come Bernard Haring raccomandava molta cautela considerando il modo fantasioso con cui era stata riprodotta la dottrina sul diavolo: «Oggi lo psichiatra si mostra competente nella maggior parte dei casi nei quali si usava far intervenire l’esorcista - dice -. La Scrittura non conosce quel tipo di discorso alienante sul diavolo che è stato coltivato nei secoli dai cristiani delle diverse Chiese sotto l’influsso di culture in cui si realizzava una spaventosa alienazione». E Karl Barth rispondeva a chi chiedeva se dubitasse del diavolo: «Esiste pure quella bestia. Ma quando interviene la fede in Cristo mette la coda tra le gambe e non si fa più vedere».
Il Papa il potere e il veleno dei cardinali
di Vito Mancuso (la Repubblica, 4 febbraio 2010)
Sarà vero che il documento calunnioso sul direttore di Avvenire è stato consegnato al direttore del Giornale niente di meno che da Giovanni Maria Vian, direttore dell’Osservatore Romano, dietro esplicito mandato del Segretario di Stato vaticano cardinale Bertone, numero due della gerarchia cattolica a livello mondiale? E che l’insigne porporato si è servito di Vian e di Feltri per colpire il direttore di Avvenire in quanto espressione di una Conferenza Episcopale Italiana a suo avviso troppo indipendente e troppo politicamente equidistante? E che quindi il vero bersaglio del cardinal Bertone era il collega e confratello cardinal Bagnasco? Sarà vera la notizia di questo complotto intraecclesiale degno di papa Borgia e di sua figlia Lucrezia?
Come cattolico spero di no, ma come conoscitore di un po’ di storia e di cronaca della Chiesa temo di sì. Del resto fu l’allora cardinal Ratzinger, poco prima di essere eletto papa, a parlare di "sporcizia" all’interno della Chiesa (25 marzo 2005). Qualcuno in questi cinque anni l’ha visto fare pulizia? Direi di no, e forse non a caso proprio ieri egli ha parlato di «tentazione della carriera, del potere, da cui non sono immuni neppure coloro che hanno un ruolo di governo nella Chiesa». Quindi è lecito pensare che la sporcizia denunciata dal Papa abbia potuto produrre l’abbondante dose di spazzatura morale di cui ora forse veniamo a conoscenza.
Naturalmente come siano andate davvero le cose è dovere morale dei diretti interessati chiarirlo. Con una precisa consapevolezza: che gli storici un giorno indagheranno e ricostruiranno la verità, la quale alla fine emerge sempre, chiara e splendente, perché non c’è nulla di più forte della verità. Le bugie hanno le gambe corte, dice il proverbio, e questo per fortuna vale anche per il foro ecclesiastico. Siamo in un mondo che è preda di una devastante crisi morale. Le anime dei giovani sono aggredite dalla nebbia del nichilismo. Parole come bene, verità, giustizia, amore, fedeltà, appaiono a un numero crescente di persone solo ingenue illusioni.
La missione morale e spirituale della Chiesa è più urgente che mai. E invece che cosa succede? Succede che la gerarchia della Chiesa pensa solo a se stessa come una qualunque altra lobby di potere, e come una qualunque altra lobby è dilaniata da lotte fratricide all’interno. Certo, nulla di nuovo alla luce dei duemila anni di storia e di certo nessun cattolico sta svenendo disilluso. Rimane però il problema principale, e cioè che oggi, molto più di ieri, il criterio decisivo per fare carriera all’interno della Chiesa non è la spiritualità e la nobiltà d’animo ma il servilismo, e che la dote principale richiesta al futuro dirigente ecclesiastico non è lo spirito di profezia e l’ardore della carità, ma l’obbedienza all’autorità sempre e comunque.
Eccoci dunque al tipo umano che emerge dalle cronache di questi giorni: il cosiddetto "uomo di Chiesa". È la presenza sempre più massiccia di persone così ai vertici della Chiesa che mi rende propenso a credere che le accuse alla coppia Bertone-Vian siano fondate. Impossibile però non vedere che nella storia ecclesiastica misfatti di questo genere contro gli elementari principi della morale ne sono avvenuti in quantità. Anzi, che cosa sarà mai un foglietto calunnioso passato al direttore di un giornale laico per far fuori il direttore del giornale cattolico, rispetto alle torture e ai morti dell’Inquisizione? È noto che il potere temporale dei papi si è basato per secoli su un documento falso quale la Donazione di Costantino, attribuito all’imperatore romano e invece redatto qualche secolo dopo dalla cancelleria papale.
Che cosa concludere allora? Che è tutto un imbroglio? No, il messaggio dell’amore universale per il quale Gesù ha dato la vita non è un imbroglio. L’imbroglio e gli imbroglioni sono coloro che lo sfruttano per la loro sete di potere, per la quale hanno costruito una teologia secondo cui credere in Gesù significa obbedire sempre e comunque alla Chiesa. Secondo l’impostazione cattolico-romana venutasi a creare soprattutto a partire dal concilio di Trento la mediazione della struttura ecclesiastica è il criterio decisivo del credere. Lo esemplificano al meglio queste parole di Ignazio di Loyola rivolte a chi «vuole essere un buon figlio della Chiesa»: «Per essere certi in tutto, dobbiamo sempre tenere questo criterio: quello che io vedo bianco lo credo nero, se lo stabilisce la Chiesa gerarchica». Ne viene che il baricentro spirituale dell’uomo di Chiesa non è nella propria coscienza, ma fuori di sé, nella gerarchia. I "principi non negoziabili" non sono dentro di lui ma nel volere dei superiori, e se gli si ordina di scrivere la falsa donazione di Costantino egli lo fa, e se gli si ordina di torturare gli eretici egli lo fa, e se gli si ordina di appiccare il fuoco alle fascine per il rogo egli lo fa, e se gli si ordina di passare un documento falso egli lo fa. Ecco l’uomo di Chiesa voluto e utilizzato da una certa gerarchia.
È questa la sporcizia a cui si riferiva il cardinal Ratzinger nel venerdì santo del 2005? È questo il carrierismo denunciato ieri da Benedetto XVI? Il messaggio di Gesù però è troppo importante per farselo rovinare da qualche personaggio assetato di potere della nomenklatura vaticana. Una fede matura sa distaccarsi dall’obbedienza incondizionata alla gerarchia e se vede bianco dirà sempre che è bianco, anche se è stato stabilito che è nero. Né si presterà mai a intrighi di sorta "per il bene della Chiesa". La vera Chiesa infatti è molto più grande del Vaticano e dei suoi dirigenti, è l’Ecclesia ab Abel, cioè esistente a partire da Abele in quanto comunità dei giusti. In questa Chiesa quello che conta è la purezza del cuore, mentre non serve a nulla portare sulla testa curiosi copricapo tondeggianti, viola, rossi o bianchi che siano.
Città del Vaticano (Agenzia Fides) - “Cristiani ed Ebrei hanno una grande parte di patrimonio spirituale in comune, pregano lo stesso Signore, hanno le stesse radici, ma rimangono spesso sconosciuti l’uno all’altro. Spetta a noi, in risposta alla chiamata di Dio, lavorare affinché rimanga sempre aperto lo spazio del dialogo, del reciproco rispetto, della crescita nell’amicizia, della comune testimonianza di fronte alle sfide del nostro tempo, che ci invitano a collaborare per il bene dell’umanità in questo mondo creato da Dio, l’Onnipotente e il Misericordioso”. E’ l’esortazione del Santo Padre Benedetto XVI pronunciata nella Sinagoga di Roma, nel corso della visita alla Comunità ebraica romana, domenica 17 gennaio.
Il Pontefice ha ricordato la precedente visita di Papa Giovanni Paolo II, il 13 aprile 1986, che “intese offrire un deciso contributo al consolidamento dei buoni rapporti tra le nostre comunità, per superare ogni incomprensione e pregiudizio”. Quindi l’evento conciliare “ha dato un decisivo impulso all’impegno di percorrere un cammino irrevocabile di dialogo, di fraternità e di amicizia”. “Anche io - ha proseguito Benedetto XVI -, in questi anni di Pontificato, ho voluto mostrare la mia vicinanza e il mio affetto verso il popolo dell’Alleanza... La Chiesa non ha mancato di deplorare le mancanze di suoi figli e sue figlie, chiedendo perdono per tutto ciò che ha potuto favorire in qualche modo le piaghe dell’antisemitismo e dell’antigiudaismo. Possano queste piaghe essere sanate per sempre!”
Tra le tragedie del ventesimo secolo il Pontefice ha quindi citato “il dramma singolare e sconvolgente della Shoah” che “rappresenta, in qualche modo, il vertice di un cammino di odio che nasce quando l’uomo dimentica il suo Creatore e mette se stesso al centro dell’universo”. Ricordando gli Ebrei romani strappati dalle loro case e “lo sterminio del popolo dell’Alleanza di Mosè, prima annunciato, poi sistematicamente programmato e realizzato nell’Europa sotto il dominio nazista”, Benedetto XVI ha proseguito: “Purtroppo, molti rimasero indifferenti, ma molti, anche fra i Cattolici italiani, sostenuti dalla fede e dall’insegnamento cristiano, reagirono con coraggio, aprendo le braccia per soccorrere gli Ebrei braccati e fuggiaschi, a rischio spesso della propria vita, e meritando una gratitudine perenne. Anche la Sede Apostolica svolse un’azione di soccorso, spesso nascosta e discreta. La memoria di questi avvenimenti deve spingerci a rafforzare i legami che ci uniscono perché crescano sempre di più la comprensione, il rispetto e l’accoglienza.”
Evidenziando quanto unisce le due comunità, il Pontefice ha citato la Sacra Bibbia come “il fondamento più solido e perenne, in base al quale veniamo costantemente posti davanti alle nostre radici comuni, alla storia e al ricco patrimonio spirituale che condividiamo”. Dalla Legge e dai Profeti derivano numerose implicazioni per entrambi. In particolare il Decalogo, definito “un faro e una norma di vita nella giustizia e nell’amore, un ‘grande codice’ etico per tutta l’umanità”, propone vari campi di collaborazione e di testimonianza, tra cui il Papa ha citato i più urgenti: “risvegliare nella nostra società l’apertura alla dimensione trascendente, testimoniare l’unico Dio”, “testimoniare insieme il valore supremo della vita contro ogni egoismo”, “testimoniare che la famiglia continua ad essere la cellula essenziale della società e il contesto di base in cui si imparano e si esercitano le virtù umane.” Inoltre Ebrei e Cristiani sono chiamati ad esercitare “una generosità speciale verso i poveri, le donne, i bambini, gli stranieri, i malati, i deboli, i bisognosi... Con l’esercizio della giustizia e della misericordia, Ebrei e Cristiani sono chiamati ad annunciare e a dare testimonianza al Regno dell’Altissimo che viene”.
Il Pontefice ha infine esortato a “compiere passi insieme, consapevoli delle differenze che vi sono tra noi, ma anche del fatto che se riusciremo ad unire i nostri cuori e le nostre mani per rispondere alla chiamata del Signore, la sua luce si farà più vicina per illuminare tutti i popoli della terra”. A conclusione del discorso Benedetto XVI ha invocato dal Signore “il dono prezioso della pace in tutto il mondo, soprattutto in Terra Santa”.(SL)
Ma indietro non si torna
di Giancarlo Zizola (la Repubblica, 18 gennaio 2010)
Indietro non si torna. Parola di Papa. La dottrina del Concilio Vaticano II sugli Ebrei costituisce - ha detto in Sinagoga - un punto fermo irreversibile. Di più, ha impegnato la Chiesa cattolica in questo solco. Una chiamata in causa che ricade come una sconfessione sulle correnti ostinatamente antisemite del lefebvrismo ultracattolico, troppo frettolosamente perdonato. L’assicurazione filoconciliare di Benedetto XVI introduce una variante nella disputa sulla continuità del Vaticano II rispetto alla tradizione della Chiesa. Se c’è un punto del Concilio in cui la critica alla tradizione di molti secoli è indubitabile, questo è la dichiarazione "Nostra Aetate" sugli Ebrei e le altre religioni non cristiane.
L’impegno contratto dal Papa si traduce in un riconoscimento del valore permanente delle deliberazioni conciliari, tanto più ragguardevole in un’ora in cui vengono raggiunte da processi involutivi. Significa anche ammettere che la tradizione della Chiesa è fatta non solo di ripetizioni del passato, ma anche di ricerca di forme veritative più autentiche ed ampie di quelle precedenti. Questa Sinagoga bis del papato prova che il dialogo ebraico-cristiano si radica nella struttura istituzionale del mondo ebraico e della Chiesa romana. Certe diffidenze ebraiche sono motivate dalla storia, che mette in scena una continua alternanza fra persecuzione e meno larghi periodi di tolleranza. Ora il fatto che da Giovanni XXIII al Papa attuale siano già cinque i Papi favorevoli al dialogo con l’ebraismo, dovrebbe assicurare i timorosi che questa opzione non è congiunturale, ma si fonda sulla messa in valore di elementi fondamentali comuni anteriormente eclissati.
Certo, Ratzinger mostra di preferire il tavolo teologico a quello politico. Come fa leva nel suo magistero sulla formazione biblica e teologica di un cattolicesimo troppo a lungo distratto o illuso dalle massificazioni wojtyliane, così punta sulla rieducazione di ebrei e cattolici per migliorare una conoscenza reciproca, che sembra generalmente carente. E ha risolto positivamente - non c’era da dubitarne - la questione della salvezza promessa per sempre al Popolo dell’Alleanza. Ma se avesse scelto di lasciare in guardaroba le cautele diplomatiche e seguire Riccardo Pacifici sui carboni ardenti dei silenzi di Pio XII e della politica anti-israeliana dell’Iran, non gli sarebbe stato difficile ricordare che furono i persiani a liberare gli ebrei dall’esilio babilonese, a riportarli a Gerusalemme e ricostruire il Tempio.
Una visita "teologica" ha saputo paradossalmente individuare un progetto di collaborazione. I partner hanno preferito discutere delle cose da fare insieme piuttosto che misurarsi sulle rispettive visioni identitarie. Ciò che manca alle religioni monoteistiche non è generalmente la loro reciproca fraternità. Essa giace dentro ciascuna di esse, come il cuore che pulsa segretamente e fa vivere. Ciò che manca a questi mondi religiosi è l’audacia di farsi Arca di Alleanza fra loro perché il mondo viva e l’arca della pace appaia nel futuro del mondo.
Sia il Papa che il rabbino hanno squarciato il velo su questo futuro inedito: la persuasione comune è che la vera Terra Promessa è al di là delle terre già raggiunte, è la Terra che è stata promessa non ad una religione particolare ma all’Uomo come tale, perché - ha suggerito Di Segni - «l’Uomo è santo», non la terra. Una intuizione decisiva per laicizzare le derive teocratiche nazionalistiche e i fondamentalismi incombenti.
A sua volta il Papa ha chiesto di trasformare la fede comune nell’Unico Dio in atto critico dei nuovi dei e vitelli d’oro, - la razza, lo Stato - che mettono a repentaglio l’identità stessa dell’Uomo. Un invito familiare al linguaggio dell’Ebreo Errante, mai quieto nelle logiche e interessi costituiti, preoccupato di salvare la differenza dai processi di omologazione per non abbandonare la storia ai suoi despoti. Ha chiesto alleanza nell’impegno di tradurre la Torah in un impegno etico globale sulla dignità della vita, la famiglia, l’ecologia, la pace. Infine, il tempo delle religioni monoteistiche è il tempo dell’Uomo: non avrebbero significato, in un mondo secolarizzato, se fossero appena interessate ciascuna alla propria sopravvivenza e se si accanissero a lottare fra loro, immemori dello scopo comune. Il solo significato possibile che resta loro è di lavorare perché questa Terra sia salvaguardata e la promessa di Dio così adempiuta.
Violenze anticristiane in Malesia a proposito dell’uso del nome di
“Allah”
di Stéphanie Le Bars (con Reuters)
Le Monde” del 12 gennaio 2010 (traduzione: www.finesettimana.org)
Si può considerare la parola araba “Allah” un’esclusività musulmana? Questa domanda apparentemente semantica suscita in Malesia, dall’inizio del 2010, delle tensioni interreligiose, che hanno indotto il governo ad intervenire nel dibattito.
Domenica 10 gennaio quattro chiese e un convento sono stati bersagli di attacchi e danneggiamenti. Già nella notte tra giovedì e venerdì tre luoghi di culto (due protestanti e uno cattolico) erano stati presi di mira da bombe incendiarie. E, all’uscita dalla grande preghiera del venerdì, diverse centinaia di musulmani avevano manifestato la loro opposizione all’utilizzo del termine “Allah” da parte dei cristiani.
Queste violenze sono legate alla polemica sull’uso della parola “Allah” da parte di non musulmani. La disputa è esplosa il 31 dicembre 2009, data nella quale l’Alta Corte della Malesia ha autorizzato un giornale cattolico, Herald-The catholic Weekly, edito in quattro lingue e con una tiratura di 14000 copie, ad usare questa parola per designare Dio.
Il giornale utilizza il termine “Allah” nella sua edizione destinata ai fedeli di lingua malese dell’isola di Borneo. Questo paese di 28 milioni di abitanti, in maggioranza musulmano e malese - il 60% della popolazione - conta anche una forte minoranza di cristiani (9% della popolazione, di cui 850 000 cattolici), di buddisti e di induisti, di origine cinese e indiana. La costituzione vi garantisce la libertà di culto.
Mentre nella maggior parte dei paesi di lingua araba la parola “Allah” designa sia la parola “dio” sia il Dio dell’islam, ed è utilizzato dai non musulmani, i musulmani malesi hanno ritenute che l’uso di questo termine da parte dei cristiani fosse suscettibile di creare confusione e di favorire il proselitismo. “Allah appartiene solo a noi”, scandivano dei fedeli all’uscita dalle moschee di Kuala Lampur, venerdì.
Di fronte al rischio di scontri tra comunità, il governo ha presentato appello contro la decisione della Corte e ottenuto, il 6 gennaio, la sospensione dell’autorizzazione concessa ai cristiani dall’Alta Giurisdizione. “Si tratta di una faccenda di interesse nazionale”, ha detto il procuratore generale per giustificare questa sospensione.
Nel suo appello, il governo del primo ministro, Najib Razak, al potere dall’aprile 2008, ha fatto riferimento ad una decisione dell’Alto Consiglio nazionale della fatwa del 2008, che statuiva che la parola “Allah” potesse essere utilizzata solo dai musulmani.
Dei membri dell’opposizione, in particolare il Pan-Malaysian Islamic Party, hanno accusato il partito al potere, l’Organizzazione nazionale malese unita (UMNO), di cercare di politicizzare l’argomento. Il primo ministro ha condannato gli attacchi di venerdì contro le Chiese e ha annunciato il rafforzamento della sicurezza attorno ai luoghi di culto cristiani. Sabato si è recato in una chiesa che aveva subito danneggiamenti. “L’islam ci proibisce di insultare o di distruggere tutte le altre religioni, sia fisicamente che attaccando i luoghi di culto”, ha dichiarato. Il suo appello alla calma evidentemente non è stato ascoltato.
Eletta con la più bassa percentuale della sua storia nel 2008, la coalizione è al potere da 52 anni. Le minoranze etniche e religiose denunciano regolarmente l’islamizzazione della società e le discriminazioni sociali di cui si dicono vittime. Padre Lawrence Andrew, direttore del giornale cattolico al centro di questa polemica, ha dichiarato venerdì che, anche se non c’era “pericolo immediato”, la situazione restava “preoccupante”.
In Vaticano, Monsignor Robert Sarah, prefetto della Congregazione per l’evangelizzazione dei popoli, ha espresso la sua inquietudine a Radio Vaticano: “Penso che esista realmente una volontà di annientare i cristiani, di ignorarli, di rifiutare di ammettere che hanno una fede in Dio. Il fatto che sia loro proibito pronunciare il nome di Dio equivale a considerarli dei pagani che quindi devono essere convertiti all’islam.”
Il grande assalto ai cristiani
di Giordano Stabile (La Stampa, 11 gennaio 2010)
Dall’Algeria alla Malaysia passando per l’Egitto, lungo un fronte immaginario lungo diecimila chilometri, le minoranze cristiane nei Paesi musulmani sono sotto attacco. Dopo la strage del Natale ortodosso a Luxor, nei giorni scorsi è stata la volta di Kuala Lumpur, dove le rappresaglie degli islamici contro in centri di culto cristiani sono state scatenate dal verdetto dell’Alta Corte che difendeva il diritto di un settimanale cristiano di usare la parola «Allah» per riferirsi a Dio.
La maggioranza musulmana, il 60 per cento della popolazione contro il 10 per cento di cristiani, lo ha considerato un’offesa gravissima. Venerdì tre chiese sono state attaccate nella capitale, altre sono state date alla fiamme sabato. Ieri, con le chiese della maggiori città presidiate massicciamente dalla polizia durante le messe della domenica, due bombe molotov sono state lanciate contro un convento cattolico e una chiesa anglicana di Taiping, nello stato di Perak, a 300 chilometri da Kuala Lumpur.
Il governo del premier Najib Razak - in cerca di consensi tra i non musulmani per farsi rieleggere nel 2013 - sembrava propenso ad autorizzare l’uso della parola Allah, come sinonimo di Dio, anche nelle celebrazioni dei culti non musulmani. Adesso il verdetto della Corte Suprema è sospeso, proprio per il ricorso presentato dall’esecutivo in difesa dell’esclusivo uso del termine da parte degli islamici.
Disquisizioni teologiche di questo tipo, in apparenza bizantine, sono cruciali in Paesi dove le minoranze religiose faticano a farsi accettare a pieno diritto. In Indonesia, ma anche in Siria e Egitto, l’uso della parola Allah da parte dei cristiani è già autorizzato. Ma mentre nei primi due l’integrazione sta migliorando, in Egitto la condizioni dei copti è drammatica. Secondo molti dei loro leader, il governo del presidente Hosni Mubarak li sta usando come valvola di sfogo per le tensioni sociali che attraversano un Paese sovrappopolato e con poche risorse, ormai fuori controllo.
Ieri la polizia egiziana ha arrestato 42 persone, 14 musulmani e 28 copti, con la accusa di aver fomentato i disordini dopo la strage nella chiesa di Baghorah, vicino a Luxor, nella notte tra il 6 e il 7 gennaio, giorno di Natale secondo il calendario ortodosso seguito dai copti. Un esito paradossale: pagano i cristiani, dopo che otto di loro sono stati trucidati. Nessuno sviluppo, invece, nelle indagini sul commando che da una automobile aprì il fuoco con fucili mitragliatori sui fedeli, all’uscita dalla chiesa.
Secondo i copti, non c’è la volontà politica di arrivare ai colpevoli. «L’aggressione aveva un obiettivo ben diverso: l’assassinio del vescovo Kirillos . - accusa Ashraf Ramelah, presidente della Voice of Copts -. Kirillos si era rifiutato di accettare le "sedute di pace" organizzate dal governo dopo gli attacchi vandalici contro i beni dei cristiani. Voleva giustizia, non una riconciliazione che equivaleva a una resa». Secondo Ramellah, gli aggressori contro i copti non hanno mai avuto una condanna: «La legge dell’Islam indica che il musulmano non può essere condannato se la vittima non è musulmana - spiega -. Il regime in Egitto ha un unico scopo: la pulizia etnica».
Con oltre otto milioni di fedeli, una storia di 1900 anni che risale a San Marco, la chiesa copta è la più radicata tra le chiese nordafricane. La parola copto deriva da un termine greco, storpiato poi dagli arabi, che significava «egiziani». E i copti si considerano ancora oggi i «veri» egiziani, colonizzati e convertiti a partire dal Settimo secolo dopo Cristo, ridotti a una minoranza sempre più esigua, arroccata nella fede cristiana, un’isola in un mare musulmano.
Nel resto dell’Africa del Nord rimangono solo piccole comunità, anche loro sotto attacco. Ieri la chiesa protestante di Tizi Ouzou, la capitale della regione berbera della Cabilia, in Algeria, è stata incendiata da un gruppo integralisti islamici. Nella regione berbera è presente una delle più importanti comunità protestanti dell’Algeria, circa un migliaio di fedeli. I «barbuti», come vengono chiamati gli islamisti fanatici, la vogliono far sparire.«La violenza verso i cristiani in varie parti del mondo suscita sdegno». Queste le parole di condanna pronunciate dal Papa davanti ai fedeli riuniti in piazza San Pietro per l’Angelus, facendo riferimento alla strage in Egitto e ad altri episodi di violenza di questi giorni. «La diversità religiosa non può mai giustificare la violenza, e non può esserci violenza in nome di Dio - ha continuato Benedetto XVI -. Occorre che le istituzioni sia politiche, sia religiose non vengano meno alle proprie responsabilità». «La violenza - ha aggiunto Ratzinger - non sia mai per nessuno la via per risolvere le difficoltà. Il problema è anzitutto umano. Invito a guardare il volto dell’altro e a scoprire che egli ha un animo, una storia e che Dio lo ama, come ama me».
Come osi dire "Padre"? Ma CHI è il "Padre" tuo?
Una breve considerazione di Erasmo, ad onorem di tutte le gerarchie (laiche e religiose) del nostro tempo.
di Erasmo da Rotterdam *
Quale preghiera, vorrei sapere, recitano i soldati durante [le] messe? Il Pater noster?
Faccia di bronzo! Osi chiamarlo "padre", tu che vuoi tagliare la gola al tuo fratello?
"Sia santificato il tuo nome". Che cosa c’è che disonori il nome di Dio più che queste vostre risse?
"Venga il tuo Regno". Preghi così tu, che con tanto sangue hai edificato la tua tirannide?
"Sia fatta la tua volontà così in cielo come in terra". Lui vuole la pace e tu prepari la guerra?
"Dacci il nostro pane quotidiano". Chiedi al Padre comune il pane quotidiano tu, che incendi le messi del fratello e preferisci morire di fame tu stesso, piuttosto che egli se ne giovi? Con che fronte pronunci queste parole:
"E rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori", tu, che ti appresti alla strage fraterna?
"E non ci indurre in tentazione". Scongiuri il pericolo della tentazione tu, che con tuo rischio provochi il rischio del tuo fratello?
"Ma liberaci dal male". Chiedi di essere liberato dal male tu, che dal male sei ispirato a ordire il male estremo del tuo fratello? (Erasmo da Rotterdam, Elogio della follia, 1509)
Il primato di Dio *
L’invocazione allo Spirito Santo ha introdotto i lavori della seconda assemblea speciale per l’Africa del Sinodo dei vescovi, aperta a San Pietro da una celebrazione eucaristica dove i canti latini si sono mescolati a quelli del continente africano. In entrambe le occasioni Benedetto XVI ha voluto parlare del primato di Dio, commentando le letture bibliche della messa e riflettendo sull’inno Nunc sancte nobis Spiritus, che la tradizione attribuisce a sant’Ambrogio.
Il Papa è andato direttamente alla radice di quanto è essenziale: sottolineando l’assoluta importanza del disegno divino espressa nella creazione dell’uomo - "a immagine di Dio lo creò: maschio e femmina li creò" - e ricordando come la venuta dello Spirito, sceso sugli apostoli a Pentecoste, non sia un avvenimento del passato, ma debba essere invocata, come indicano le parole della tradizione liturgica, "ora" (nunc).
Oggi, però, il riconoscimento della signoria di Dio che contraddistingue le culture africane, è messo a rischio - ha denunciato senza mezzi termini Benedetto XVI - da un colonialismo che non si rassegna a morire ed esporta in Africa due pericolose tendenze: da un lato, il materialismo pratico che grava sulle società occidentali e, dall’altro, il fondamentalismo religioso, che usa il nome divino per nascondere intolleranza e violenza.
E come il primato di Dio è contenuto nel disegno originario del matrimonio secondo la parola di Cristo, così esso viene riconosciuto ogni volta che si invoca lo Spirito - ogni giorno, nella preghiera del mattino con le parole dell’inno ambrosiano - perché ricrei la Chiesa e il mondo. A indicare in modo trasparente che la Chiesa non è un prodotto dell’organizzazione umana, ma piuttosto frutto della collaborazione degli uomini con il disegno divino.
Il Papa ha meditato scendendo nel profondo, e spiegando - in perfetta continuità con la tradizione cristiana sin dai primi secoli, davvero come un Padre della Chiesa - come la discesa dello Spirito venga implorata per ogni fibra dell’essere umano. In modo che ognuno possa comprendere le proprie insufficienze, ma anche i mali del mondo, alla luce di Dio. Un Dio che non è lontano, ma al contrario abita nel nostro cuore, come Benedetto XVI ripete instancabilmente. Ricordando sempre che il riconoscimento del primato di Dio comporta l’urgenza di comunicarlo al mondo e, insieme, la necessità di vivere la carità, nello stesso tempo universale e concreta, nei confronti del prossimo, secondo la parabola evangelica del buon samaritano.
Ancora una volta, dunque, il Papa ha stupito tornando all’essenziale, cioè parlando di Dio a proposito di un continente dimenticato nell’informazione internazionale, forse proprio perché sfruttato, o evocato soltanto per i problemi economici e sociali. E ci si può chiedere quanto di questa predicazione chiara e mite di Benedetto XVI - il cui viaggio in Africa è stato quest’anno stravolto da una polemica pregiudiziale e infondata a proposito della lotta contro l’Aids - troverà spazio nei media, che nei suoi confronti sono spesso responsabili di una rappresentazione riduttiva o addirittura ostile, come ha sottolineato di fronte ai rappresentanti degli episcopati europei il cardinale presidente della Conferenza episcopale italiana.
Nonostante tutto, però, il Papa e la Chiesa sanno bene di non essere un gruppo fra i tanti, chiuso e rivolto al proprio interesse. Al contrario hanno consapevolezza di essere chiamati all’universalità della carità. Per fare spazio al primato di quel Dio che vuole - secondo l’espressione cara ai Padri greci - la divinizzazione dell’uomo.
g. m. v.
* ©L’Osservatore Romano - 5- 6 ottobre 2009
Ansa» 2009-07-01 13:09
Enciclica "Caritas in Veritate" verrà presentata il 7 luglio
CITTA’ DEL VATICANO - E’ ufficiale: il Vaticano presenterà l’enciclica del papa ’Caritas in Veritate’ il prossimo 7 luglio.
L’enciclica sarà presentata in una conferenza stampa dal card. Renato Raffaele Martino, presidente del Pontificio consiglio Giustizia e Pace, dal card. Josef Cordes, presidente del Pontificio Consiglio Cor Unum, da mons. Giampaolo Crepaldi, segretario del Pontificio consiglio Giustizia e Pace e dall’economista Stefano Zamagni. Si tratta di tutti personaggi che hanno contribuito alla stesura del testo pontificio.
Il libro scritto da Claudio Rendina fa sembrare Dan Brown un principiante
Un’istituzione bimillenaria raccontata nel suo lato peggiore
La "santa Casta" non va in paradiso
I peccati della Chiesa
Ma sulla questione dell’Olocausto l’autore sostiene che Pio XII fece salvare 600 ebrei
In una storia così lunga, per ogni infamia c’è però sempre una virtù
Il caleidoscopio di nequizie ecclesiastiche è ricco di esempi
di Filippo Ceccarelli (la Repubblica, 17.03.2009)
A proposito di odio, morsi, divoramenti in Vaticano e dentro la Chiesa: eh, figurarsi, non è mica la prima volta, da quelle parti la storia offre molto di peggio. E dunque, tenendosi larghi e vaghi, per non dire indulgenti: stragi, avvelenamenti, saccheggi, roghi, torture, idolatrie, simonie, traffici, nepotismi, incesti, pedofilia, riesumazione e vilipendio di cadaveri, con tanto sacri paramenti indosso, e a lungo si potrebbe continuare, secolo dopo secolo, con il soccorso di una imponente documentazione.
A chi invoca a tutto spiano il premiato binomio Radici & Tradizione contro le magagne del presente relativismo; a chi vede la speranza o addirittura intravede la salvezza nel passato trionfale dell’autorità pontificia, forte di valori antichi e inflessibile nella vera fede, si raccomanda vivamente di buttare un occhio su quest’ultimo volume di Claudio Rendina, instancabile erudito che con la consueta asciuttezza si misura questa volta su La Santa Casta della Chiesa (Newton Compton, pagg. 383, euro 12,90). Inevitabilmente suggestivo il sottotitolo: "Duemila anni di intrighi, delitti, lussurie, inganni e mercimonio tra papi, vescovi, sacerdoti e cardinali". Così è, d’altra parte: e continua pure.
Sarebbe ingiusto adesso sminuire il dramma anche personale di Benedetto XVI sulla conduzione della Chiesa. E tuttavia, "nella consapevolezza del lungo respiro che essa possiede", come si legge nella lettera da lui pubblicata l’altro giorno sull’Osservatore romano, occorrerà riconoscere che ad alcuni predecessori di Joseph Ratzinger è andata decisamente peggio; così come altri papi assai più di lui certamente fallirono, o nel modo più spaventoso vennero consigliati, altro che mancata consultazione "mediante l’internet". Il campionario di Rendina, le cui diverse cronologie e gli approfondimenti di storia pontificia si trovano pur sempre nelle librerie intorno alla Santa Sede, offre in questo senso una rimarchevole varietà di esempi: papi eletti tre volte, papi saliti sul sacro trono a suon di quattrini, papi mezzi atei o interamente pagani, papi davvero molto attaccati alle loro famiglie, tanto da battezzare il "nepotismo", papi assassini, bruti, spergiuri, ladroni, perversi, dementi e biscazzieri. Ce n’è uno, Giovanni XII, probabile record-man dei secoli bui, che nominò vescovo il suo amante, un ragazzino di 10 anni, e che scoperto a letto con l’amica, venne poi buttato giù dalla finestra. Ce n’è un altro ben più famoso, Alessandro VI, della famiglia Borgia, che ne fece a tal punto di cotte e di crude, pure la corrida sotto il Cupolone, che nei santini distribuiti "in solemnitate pascali" lo scorso anno nella basilica di San Pietro, e recanti l’immagine de La Resurrezione di Cristo del Pinturicchio, ecco, quel papa lì, che per giunta era il committente dell’opera, ecco, risulta cancellato dal quadro, come nelle foto della nomenklatura sovietica dopo le purghe.
E saranno anche vicende che si perdono nella notte dei tempi, cosa ovvia per un’istituzione bimillenaria. Ma insomma, prima di Rendina, il peccato che sin dall’inizio grava sulla Chiesa ha del resto ispirato la più alta poesia e letteratura, da Iacopone a Dante, da Petrarca fino al Belli, e oltre.
Tutto però sembra oggi rimosso dal discorso pubblico e in particolare dall’armamentario teo-con - secondo l’antica pratica, peraltro evangelica, della pagliuzza e della trave. Dai primissimi commerci di loculi e reliquie nelle catacombe alla controversa carriera dell’odierno comandante delle Guardie Svizzere; dalle torture dell’Inquisizione alle turpi pratiche del fondatore dei Legionari di Cristo, Marcial Maciel, su degli innocenti; dalle cortigiane che nella Curia cinquecentesca si comportavano come autentiche "papesse" fino alle speculazioni edilizie post-risorgimentali, il libro di Rendina certamente si presenta come un caleidoscopio di nequizie ecclesiastiche, un prontuario di immoralità vaticana da far sembrare Dan Brown uno sprovveduto principiante.
Ma al dunque si può e forse addirittura si dovrebbero leggere, queste pagine, come un saggio storico sulla genealogia e gli sviluppi imprevisti di un potere che più di ogni altro sulla faccia della terra costringe degli uomini con la mantella bianca a fare i conti con l’essenza del sacro e al tempo stesso con le inesorabili necessità del profano; e quanto più tale sovranità si concentra sulla materia, sui corpi, sul denaro, sulle apparenze, tanto più automaticamente ne risente lo spirito o lo Spirito, se si preferisce. E sebbene anche per Santa Romana Chiesa i tempi sono quelli che sono, tempi di paure, di ritorni, di sbarramenti, sarebbe sbagliato liquidare questa torbida rievocazione come parte del solito complotto laicista. E non solo perché l’autore è fuori dai giri e anzi, per dire, sulla questione delle responsabilità di Pio XII nell’Olocausto sposa la tesi opposta, sostenendo che la Santa Sede mise in salvo 600 mila ebrei "con un impegno finanziario non indifferente". Ma soprattutto perché da una lettura distaccata e senza pregiudizi appare chiarissimo come in una storia così lunga e così umana per ogni infamia c’è sempre un’eroica virtù; e quindi a ogni mascalzone della Santa Casta corrisponde un santo, a ogni sacro carnefice o barattiere un Francesco d’Assisi, a ogni Borgia un Filippo Neri, a ogni Marcinkus una Madre Teresa di Calcutta.
Questa necessitata ambivalenza si meriterebbe forse una maggiore umiltà. Adesso, per dire, c’è la crisi. Quando se ne videro i primi effetti, nell’autunno scorso, un intelligente uomo di banca, nonché autorevole editorialista dell’Osservatore romano, Ettore Gotti Tedeschi, già segnalatosi per aver consigliato ai manager di fare gli esercizi spirituali, ha spiegato grosso modo in un’intervista che alle origini del disastro finanziario c’è l’etica dei banchieri protestanti, mentre i nostri uomini di finanza, cioè cattolici, "sono in grandissima parte seri, trasparenti e dotati di visione etica".
E meno male che c’è da stare tranquilli! Però poi subito viene da pensare ai bacetti di Fiorani al pio governatore Fazio, o al crack Parmalat e al mega-cattolico Tanzi che scarrozzava cardinali con il suo aeroplano; ed è un peccato che non si possa sentire al riguardo Nino Andreatta, che fu ministro del Tesoro ed ebbe il suo da fare ai tempi dello scandalo Ior; per non dire Sindona e Calvi, poveri morti ammazzati, entrambi a suo tempo "banchieri di Dio".
Che invece Iddio non ne avrebbe tanto bisogno, di banchieri personali o nazionali, a differenza del Vaticano, che invece sono duemila anni che si accanisce e si avvilisce appresso a Mammona in forma di tariffe penitenziali, vendita d’indulgenze, proficue crociate, fabbricazione di giubilei, peripezie valutarie, funambolismi azionari e finanziari. E che magari adesso, in qualche missione "sui iuris" alle Cayman, qualche titoletto tossico nel portafoglio se lo potrebbe anche ritrovare, come del resto è già capitato nelle migliori famiglie della finanza.
Dell’economia e perciò anche della crisi e delle sue vittime il Papa, che ha già detto tante buone parole, pubblicherà presto un’enciclica sociale, "Caritas in veritate". Il titolo suona piuttosto impegnativo, ma certo un gesto simbolico non guasterebbe. Nel frattempo, rispetto a odio, morsi, divoramenti e umane debolezze, vale comunque il salmo 129: "Si iniquitates observaveris, Domine, quis sustinebit?". Se consideri solo le colpe, o Signore, chi mai potrà esistere?
Lettera ai vescovi della Chiesa cattolica (12 marzo 2009)
Riguardo alla remissione della scomunica dei quattro Vescovi consacrati dall’Arcivescovo Lefebvre
Cari Confratelli nel ministero episcopale!
La remissione della scomunica ai quattro Vescovi, consacrati nell’anno 1988 dall’Arcivescovo Lefebvre senza mandato della Santa Sede, per molteplici ragioni ha suscitato all’interno e fuori della Chiesa Cattolica una discussione di una tale veemenza quale da molto tempo non si era più sperimentata. Molti Vescovi si sono sentiti perplessi davanti a un avvenimento verificatosi inaspettatamente e difficile da inquadrare positivamente nelle questioni e nei compiti della Chiesa di oggi. Anche se molti Vescovi e fedeli in linea di principio erano disposti a valutare in modo positivo la disposizione del Papa alla riconciliazione, a ciò tuttavia si contrapponeva la questione circa la convenienza di un simile gesto a fronte delle vere urgenze di una vita di fede nel nostro tempo. Alcuni gruppi, invece, accusavano apertamente il Papa di voler tornare indietro, a prima del Concilio: si scatenava così una valanga di proteste, la cui amarezza rivelava ferite risalenti al di là del momento. Mi sento perciò spinto a rivolgere a voi, cari Confratelli, una parola chiarificatrice, che deve aiutare a comprendere le intenzioni che in questo passo hanno guidato me e gli organi competenti della Santa Sede. Spero di contribuire in questo modo alla pace nella Chiesa.
Una disavventura per me imprevedibile è stata il fatto che il caso Williamson si è sovrapposto alla remissione della scomunica. Il gesto discreto di misericordia verso quattro Vescovi, ordinati validamente ma non legittimamente, è apparso all’improvviso come una cosa totalmente diversa: come la smentita della riconciliazione tra cristiani ed ebrei, e quindi come la revoca di ciò che in questa materia il Concilio aveva chiarito per il cammino della Chiesa. Un invito alla riconciliazione con un gruppo ecclesiale implicato in un processo di separazione si trasformò così nel suo contrario: un apparente ritorno indietro rispetto a tutti i passi di riconciliazione tra cristiani ed ebrei fatti a partire dal Concilio - passi la cui condivisione e promozione fin dall’inizio era stato un obiettivo del mio personale lavoro teologico. Che questo sovrapporsi di due processi contrapposti sia successo e per un momento abbia disturbato la pace tra cristiani ed ebrei come pure la pace all’interno della Chiesa, è cosa che posso soltanto deplorare profondamente. Mi è stato detto che seguire con attenzione le notizie raggiungibili mediante l’internet avrebbe dato la possibilità di venir tempestivamente a conoscenza del problema. Ne traggo la lezione che in futuro nella Santa Sede dovremo prestar più attenzione a quella fonte di notizie. Sono rimasto rattristato dal fatto che anche cattolici, che in fondo avrebbero potuto sapere meglio come stanno le cose, abbiano pensato di dovermi colpire con un’ostilità pronta all’attacco. Proprio per questo ringrazio tanto più gli amici ebrei che hanno aiutato a togliere di mezzo prontamente il malinteso e a ristabilire l’atmosfera di amicizia e di fiducia, che - come nel tempo di Papa Giovanni Paolo II - anche durante tutto il periodo del mio pontificato è esistita e, grazie a Dio, continua ad esistere.
Un altro sbaglio, per il quale mi rammarico sinceramente, consiste nel fatto che la portata e i limiti del provvedimento del 21 gennaio 2009 non sono stati illustrati in modo sufficientemente chiaro al momento della sua pubblicazione. La scomunica colpisce persone, non istituzioni. Un’Ordinazione episcopale senza il mandato pontificio significa il pericolo di uno scisma, perché mette in questione l’unità del collegio episcopale con il Papa. Perciò la Chiesa deve reagire con la punizione più dura, la scomunica, al fine di richiamare le persone punite in questo modo al pentimento e al ritorno all’unità. A vent’anni dalle Ordinazioni, questo obiettivo purtroppo non è stato ancora raggiunto. La remissione della scomunica mira allo stesso scopo a cui serve la punizione: invitare i quattro Vescovi ancora una volta al ritorno. Questo gesto era possibile dopo che gli interessati avevano espresso il loro riconoscimento in linea di principio del Papa e della sua potestà di Pastore, anche se con delle riserve in materia di obbedienza alla sua autorità dottrinale e a quella del Concilio. Con ciò ritorno alla distinzione tra persona ed istituzione. La remissione della scomunica era un provvedimento nell’ambito della disciplina ecclesiastica: le persone venivano liberate dal peso di coscienza costituito dalla punizione ecclesiastica più grave. Occorre distinguere questo livello disciplinare dall’ambito dottrinale. Il fatto che la Fraternità San Pio X non possieda una posizione canonica nella Chiesa, non si basa in fin dei conti su ragioni disciplinari ma dottrinali. Finché la Fraternità non ha una posizione canonica nella Chiesa, anche i suoi ministri non esercitano ministeri legittimi nella Chiesa. Bisogna quindi distinguere tra il livello disciplinare, che concerne le persone come tali, e il livello dottrinale in cui sono in questione il ministero e l’istituzione. Per precisarlo ancora una volta: finché le questioni concernenti la dottrina non sono chiarite, la Fraternità non ha alcuno stato canonico nella Chiesa, e i suoi ministri - anche se sono stati liberati dalla punizione ecclesiastica - non esercitano in modo legittimo alcun ministero nella Chiesa.
Alla luce di questa situazione è mia intenzione di collegare in futuro la Pontificia Commissione "Ecclesia Dei" - istituzione dal 1988 competente per quelle comunità e persone che, provenendo dalla Fraternità San Pio X o da simili raggruppamenti, vogliono tornare nella piena comunione col Papa - con la Congregazione per la Dottrina della Fede. Con ciò viene chiarito che i problemi che devono ora essere trattati sono di natura essenzialmente dottrinale e riguardano soprattutto l’accettazione del Concilio Vaticano II e del magistero post-conciliare dei Papi. Gli organismi collegiali con i quali la Congregazione studia le questioni che si presentano (specialmente la consueta adunanza dei Cardinali al mercoledì e la Plenaria annuale o biennale) garantiscono il coinvolgimento dei Prefetti di varie Congregazioni romane e dei rappresentanti dell’Episcopato mondiale nelle decisioni da prendere. Non si può congelare l’autorità magisteriale della Chiesa all’anno 1962 - ciò deve essere ben chiaro alla Fraternità. Ma ad alcuni di coloro che si segnalano come grandi difensori del Concilio deve essere pure richiamato alla memoria che il Vaticano II porta in sé l’intera storia dottrinale della Chiesa. Chi vuole essere obbediente al Concilio, deve accettare la fede professata nel corso dei secoli e non può tagliare le radici di cui l’albero vive.
Spero, cari Confratelli, che con ciò sia chiarito il significato positivo come anche il limite del provvedimento del 21 gennaio 2009. Ora però rimane la questione: Era tale provvedimento necessario? Costituiva veramente una priorità? Non ci sono forse cose molto più importanti? Certamente ci sono delle cose più importanti e più urgenti. Penso di aver evidenziato le priorità del mio Pontificato nei discorsi da me pronunciati al suo inizio. Ciò che ho detto allora rimane in modo inalterato la mia linea direttiva. La prima priorità per il Successore di Pietro è stata fissata dal Signore nel Cenacolo in modo inequivocabile: "Tu ... conferma i tuoi fratelli" (Lc 22, 32). Pietro stesso ha formulato in modo nuovo questa priorità nella sua prima Lettera: "Siate sempre pronti a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi" (1 Pt 3, 15). Nel nostro tempo in cui in vaste zone della terra la fede è nel pericolo di spegnersi come una fiamma che non trova più nutrimento, la priorità che sta al di sopra di tutte è di rendere Dio presente in questo mondo e di aprire agli uomini l’accesso a Dio. Non ad un qualsiasi dio, ma a quel Dio che ha parlato sul Sinai; a quel Dio il cui volto riconosciamo nell’amore spinto sino alla fine (cfr Gv 13, 1) - in Gesù Cristo crocifisso e risorto. Il vero problema in questo nostro momento della storia è che Dio sparisce dall’orizzonte degli uomini e che con lo spegnersi della luce proveniente da Dio l’umanità viene colta dalla mancanza di orientamento, i cui effetti distruttivi ci si manifestano sempre di più.
Condurre gli uomini verso Dio, verso il Dio che parla nella Bibbia: questa è la priorità suprema e fondamentale della Chiesa e del Successore di Pietro in questo tempo. Da qui deriva come logica conseguenza che dobbiamo avere a cuore l’unità dei credenti. La loro discordia, infatti, la loro contrapposizione interna mette in dubbio la credibilità del loro parlare di Dio. Per questo lo sforzo per la comune testimonianza di fede dei cristiani - per l’ecumenismo - è incluso nella priorità suprema. A ciò si aggiunge la necessità che tutti coloro che credono in Dio cerchino insieme la pace, tentino di avvicinarsi gli uni agli altri, per andare insieme, pur nella diversità delle loro immagini di Dio, verso la fonte della Luce - è questo il dialogo interreligioso. Chi annuncia Dio come Amore "sino alla fine" deve dare la testimonianza dell’amore: dedicarsi con amore ai sofferenti, respingere l’odio e l’inimicizia - è la dimensione sociale della fede cristiana, di cui ho parlato nell’Enciclica Deus caritas est.
Se dunque l’impegno faticoso per la fede, per la speranza e per l’amore nel mondo costituisce in questo momento (e, in forme diverse, sempre) la vera priorità per la Chiesa, allora ne fanno parte anche le riconciliazioni piccole e medie. Che il sommesso gesto di una mano tesa abbia dato origine ad un grande chiasso, trasformandosi proprio così nel contrario di una riconciliazione, è un fatto di cui dobbiamo prendere atto. Ma ora domando: Era ed è veramente sbagliato andare anche in questo caso incontro al fratello che "ha qualche cosa contro di te" (cfr Mt 5, 23s) e cercare la riconciliazione? Non deve forse anche la società civile tentare di prevenire le radicalizzazioni e di reintegrare i loro eventuali aderenti - per quanto possibile - nelle grandi forze che plasmano la vita sociale, per evitarne la segregazione con tutte le sue conseguenze? Può essere totalmente errato l’impegnarsi per lo scioglimento di irrigidimenti e di restringimenti, così da far spazio a ciò che vi è di positivo e di ricuperabile per l’insieme? Io stesso ho visto, negli anni dopo il 1988, come mediante il ritorno di comunità prima separate da Roma sia cambiato il loro clima interno; come il ritorno nella grande ed ampia Chiesa comune abbia fatto superare posizioni unilaterali e sciolto irrigidimenti così che poi ne sono emerse forze positive per l’insieme. Può lasciarci totalmente indifferenti una comunità nella quale si trovano 491 sacerdoti, 215 seminaristi, 6 seminari, 88 scuole, 2 Istituti universitari, 117 frati, 164 suore e migliaia di fedeli? Dobbiamo davvero tranquillamente lasciarli andare alla deriva lontani dalla Chiesa? Penso ad esempio ai 491 sacerdoti. Non possiamo conoscere l’intreccio delle loro motivazioni. Penso tuttavia che non si sarebbero decisi per il sacerdozio se, accanto a diversi elementi distorti e malati, non ci fosse stato l’amore per Cristo e la volontà di annunciare Lui e con Lui il Dio vivente. Possiamo noi semplicemente escluderli, come rappresentanti di un gruppo marginale radicale, dalla ricerca della riconciliazione e dell’unità? Che ne sarà poi?
Certamente, da molto tempo e poi di nuovo in quest’occasione concreta abbiamo sentito da rappresentanti di quella comunità molte cose stonate - superbia e saccenteria, fissazione su unilateralismi ecc. Per amore della verità devo aggiungere che ho ricevuto anche una serie di testimonianze commoventi di gratitudine, nelle quali si rendeva percepibile un’apertura dei cuori. Ma non dovrebbe la grande Chiesa permettersi di essere anche generosa nella consapevolezza del lungo respiro che possiede; nella consapevolezza della promessa che le è stata data? Non dovremmo come buoni educatori essere capaci anche di non badare a diverse cose non buone e premurarci di condurre fuori dalle strettezze? E non dobbiamo forse ammettere che anche nell’ambiente ecclesiale è emersa qualche stonatura? A volte si ha l’impressione che la nostra società abbia bisogno di un gruppo almeno, al quale non riservare alcuna tolleranza; contro il quale poter tranquillamente scagliarsi con odio. E se qualcuno osa avvicinarglisi - in questo caso il Papa - perde anche lui il diritto alla tolleranza e può pure lui essere trattato con odio senza timore e riserbo.
Cari Confratelli, nei giorni in cui mi è venuto in mente di scrivere questa lettera, è capitato per caso che nel Seminario Romano ho dovuto interpretare e commentare il brano di Gal 5, 13 - 15. Ho notato con sorpresa l’immediatezza con cui queste frasi ci parlano del momento attuale: "Che la libertà non divenga un pretesto per vivere secondo la carne, ma mediante la carità siate a servizio gli uni degli altri. Tutta la legge infatti trova la sua pienezza in un solo precetto: amerai il prossimo tuo come te stesso. Ma se vi mordete e divorate a vicenda, guardate almeno di non distruggervi del tutto gli uni gli altri!" Sono stato sempre incline a considerare questa frase come una delle esagerazioni retoriche che a volte si trovano in san Paolo. Sotto certi aspetti può essere anche così. Ma purtroppo questo "mordere e divorare" esiste anche oggi nella Chiesa come espressione di una libertà mal interpretata. È forse motivo di sorpresa che anche noi non siamo migliori dei Galati? Che almeno siamo minacciati dalle stesse tentazioni? Che dobbiamo imparare sempre di nuovo l’uso giusto della libertà? E che sempre di nuovo dobbiamo imparare la priorità suprema: l’amore?
Nel giorno in cui ho parlato di ciò nel Seminario maggiore, a Roma si celebrava la festa della Madonna della Fiducia. Di fatto: Maria ci insegna la fiducia. Ella ci conduce al Figlio, di cui noi tutti possiamo fidarci. Egli ci guiderà - anche in tempi turbolenti.
Vorrei così ringraziare di cuore tutti quei numerosi Vescovi, che in questo tempo mi hanno donato segni commoventi di fiducia e di affetto e soprattutto mi hanno assicurato la loro preghiera. Questo ringraziamento vale anche per tutti i fedeli che in questo tempo mi hanno dato testimonianza della loro fedeltà immutata verso il Successore di san Pietro. Il Signore protegga tutti noi e ci conduca sulla via della pace. È un augurio che mi sgorga spontaneo dal cuore in questo inizio di Quaresima, che è tempo liturgico particolarmente favorevole alla purificazione interiore e che tutti ci invita a guardare con speranza rinnovata al traguardo luminoso della Pasqua.
Con una speciale Benedizione Apostolica mi confermo
Vostro nel Signore
* BENEDETTO XVI (Avvenire, 13.02.2009).
Sul tema, nel sito, si cfr.:
IL PAPA SCOMUNICATO
di Gérard Bessières
FUORI DALLA COMUNIONE DELLA CHIESA: LÀ UN SACERDOTE FRANCESE RELEGA IL PAPA DOPO LA REVOCA DELLA SCOMUNICA AI LEFEBVRIANI. *
Gérard Bessières, autore di questa lettera inviata alla rivista francese “Témoignage Chrétien” (5/2/2009), è un prete .
È enorme, è vero, sproporzionato rispetto alla mia umile persona! Ma è bene che lo confessi, non posso nasconderlo agli amici: ho scomunicato Benedetto XVI. Proprio quando lui aveva appena ritirato la scomunica ai vescovi integralisti...!
Non mi prendete sul serio? Eppure è vero. Che cosa è successo? A fine gennaio, quando Roma ha reintegrato questi quattro vescovi scismatici senza tenere in gran conto il loro rifiuto del rinnovamento dell’ultimo concilio, del riconoscimento della libertà religiosa, dell’ecumenismo, dell’apertura al mondo, e non vado oltre, ho smesso di nominare il vescovo di Roma nella preghiera eucaristica.
Notate che non l’ho inventato io un simile silenzio. Nelle Chiese antiche - sentite come sono portato verso la Tradizione - quando c’erano delle zuffe, spesso passeggere, si smetteva di fare menzione durante la messa dei compagni con cui si era in lite. Li si nominava di nuovo quando si erano sistemate le cose. Dunque non gridolini ipocriti, non sospiri verso l’unità, ma dichiarazioni nette di disaccordo fino a che tutto fosse chiarito.
Allora ho fatto lo stesso.
E poi, quando è troppo è troppo. Dopo la gaffe di Ratisbona, la nomina a Varsavia di un arcivescovo (mons. Stanislaw Wielgus, ndt) ex informatore della polizia comunista, che ha dovuto licenziare sulla soglia della cattedrale, la creazione di un priorato per quattro preti integralisti in barba all’arcivescovo di Bordeaux, la possibilità offerta a questi integralisti dipendenti direttamente da Roma di aprire un seminario (cosa che rivelava, dietro i richiami tremolanti all’unità, una strategia di restaurazione di una Chiesa “all’antica”), ecco che si fanno ancora delle avances ai discepoli ostinati di mons. Lefebvre!
Toglierò un giorno la scomunica? Servirebbero dei segni concreti di pentimento e di fedeltà agli orientamenti del Vaticano II.
Purché non io mi faccia trattare da scismatico... Ma può darsi che in quel momento, ci si occuperà di me, mi si incoraggerà a celebrare la messa nella lingua della mia vita, con la gente, senza volgere loro la schiena, può anche darsi che ci si preoccuperà della loro libertà di coscienza, che condivideranno le loro attese, quali che siano la loro religione, le loro convinzioni e i colori delle loro anime. Volgendosi risolutamente verso il futuro! Con qualcuno, un ebreo, che sembra un po’ dimenticato a Ecône e che non parlava latino: Gesù.
Articolo tratto da
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Nessuno tocchi il Concilio Vaticano II
Appello ai cattolici contro la revoca della scomunica ai lefebvriani
di Paolo Farinella - Genova
Come cattolico che rappresenta solo se stesso, ed eventualmente anche chi volesse firmare questa dichiarazione, desidero esprimere tutta la mia preoccupazione e il mio sconcerto per le scelte che papa Benedetto XVI sta mettendo in atto per riportare la chiesa al tempo prima del concilio e anche oltre. L’autorizzazione generalizzata della Messa preconciliare, sottratta all’autorità dei vescovi, costituì, come oggi appare evidente, la premessa per giungere all’abolizione della scomunica ai quattro vescovi consacrati da mons. Marcel Lefebvre senza mandato apostolico.
E’ buona cosa ristabilire l’unità della e nella Chiesa, ma nessun papa può togliere una scomunica se non vengono rimossi i motivi per cui un altro papa l’ha dichiarata. Dalle dichiarazioni pubbliche degli interessati e dei loro seguaci risulta che essi leggono il gesto unilaterale del papa come un’ammissione della validità delle loro posizioni e quindi come un risarcimento dovuto. Dichiarano, inoltre, che nessuna condizione gli è stata posta, tanto meno una dichiarazione di accettazione del concilio Vaticano II che ritengono non compatibile con la tradizione. I lefebvriani, infatti, affermano di essere disposti a dare il sangue per la Chiesa, ma di non potere accettare il concilio Vaticano II «diverso dagli altri» (leggi: eretico) per cui la loro fedeltà si ferma al Vaticano I.
Togliere la scomunica senza porre la condizione della previa adesione al magistero del concilio Vaticano II, è un atto immorale, causa di scandalo per tutti coloro che per fedeltà ad esso hanno sofferto, sono stati emarginati, ridotti al silenzio, perseguitati, privati dell’insegnamento, ridotti allo stato laicale. Senza una previa accettazione del concilio Vaticano II, togliere la scomunica appare ai semplici come complicità con gli scismatici, facendo apparire il papa come papa di parte e non papa cattolico.
Il caso del vescovo lefebvriano, Richard Williamson, che nega l’Olocausto, non può suscitare sdegno o meraviglia, perché l’antisemitismo è parte integrante della teologia lefebvriana che è quella della chiesa preconciliare ed è uno dei motivi per cui essi non accettano il concilio di papa Giovanni XXIII. La loro teologia giudica gli Ebrei colpevoli di «deicidio» e quindi reprobi dell’umanità. Il papa sapeva e sa qual è la posta in gioco: i lefebvriani negano l’ecumenismo, la libertà di coscienza, la libertà religiosa come è sancita nei documenti conciliari, firmati da un papa e da oltre due mila vescovi di tutto il mondo. Tutti i tentativi per ridurre il danno delle dichiarazioni blasfeme e ignobili di Williamson sono patetici e portano in grembo conseguenze che ancora non possiamo immaginare. Il papa ha sbagliato e diffonde confusione tra i fedeli, incrinando la credibilità dei cattolici nel mondo, mettendo a rischio l’ortodossia stessa che tanto gli sta a cuore.
Se il papa è giusto deve applicare stessa «compassione» e lo stesso trattamento di accoglienza privilegiato e senza condizioni, riservato ai lefebvriani; e con le stesse modalità e la stessa tempistica lo deve estendere alle teologhe e teologi della teologia della liberazione dell’America Latina, dell’Asia, dell’Africa, dell’India, ai teologi degli Usa e dell’Europa; ai laici e religiosi allontanati dall’insegnamento o dalle attività pastorali; a coloro che sono stati umiliati, angariati e costretti al silenzio; a tutti quelli che hanno la colpa di avere lavorato per una Chiesa più evangelica, alla luce degli insegnamenti della Pentecoste del concilio ecumenico Vaticano II; a tutte le comunità di base del continente latinoamericano, rigogliosissimo frutto della Pentecoste conciliare, che sono state considerate scismatiche, mentre erano solo fedeli al vangelo e al Vaticano II.
Nessuno tocchi il concilio Vaticano II! Chiediamo che i vescovi gridino con la forza del sacramento davanti al papa, in ginocchio ma con la schiena dritta il loro «non possumus». Noi li seguiremo, altrimenti saremo costretti anche andare da soli, come stiamo già facendo. Per il bene della Chiesa sarebbe opportuno che il papa Benedetto XVI rassegnasse le sue dimissioni.
Genova 04 febbraio 2009
Paolo Farinella - Genova
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Un’analisi ed un appello
Sguardo sull’orticello vaticano, ovvero Del papa anticonciliare
di Paolo Farinella, prete
La gerarchia smarrita
Apparentemente le scelte dell’attuale papa sono incidenti di percorso, accaduti per scarsa valutazione. Io penso che siano scelte calibrate e decise all’interno di una strategia puntuale. Lo avevo anticipato nel luglio 2007 con uno scritto pubblico e ora i fatti confermano quelle previsioni che anche un cieco poteva vedere anche nel buio pesto di una notte tenebrosa. Ho appena terminato un lungo articolo che verrà pubblicato da MicroMega nei prossimi mesi in cui, documenti alla mano, credo di dimostrare quanto ho appena affermato, è cioè che in Vaticano nulla accade per caso o errore, ma tutto avviene per calcolo e programmazione. I passaggi della strategia ratzingeriana sono:
1. Ripristino della Messa preconciliare che quasi tutti banalizzarono come ritorno alla “Messa in latino”.
2. Dichiarazione che solo la chiesa cattolica è «pienamente» chiesa, mentre le «chiese» cristiane non lo sono neanche analogicamente.
3. Discorso di Ratisbona, fatto apposta per mettere l’Europa di fronte a ciò che potrebbe accadere se non rafforza le sue radici cristiane. Lo stesso discorso aveva la valenza di parlare al mondo intellettuale musulmano dicendo che l’Europa è un pericolo per qualsiasi religione.
4. Il Vaticano mandò i propri ambasciatori in tutti i paesi musulmani, instaurando rapporti di relazione.
5. Il papa convoca gli ambasciatori arabi presso il Vaticano per spiegare di essere amico dei loro paesi.
6. Il mondo musulmano rispose subito con una lettera di 38 saggi che dichiarano importante la lezione di Ratisbona.
7. Nel primo anniversario di Ratisbona, un gruppo di 138 intellettuali islamici scrivono al papa una lettera deferente e dialogica
8. Nell’ottobre 2008 si svolge a Istanbul il VI Simposio islamo-cattolico sul tema di Ratisbona “Rapporto tra ragione e fede nell’islam e nel cristianesimo”.
9. Pochi giorni dopo, in Vaticano si svolge un Seminario a cui partecipano una sessantina di persone metà cattoliche e metà musulmane sul tema della prima enciclica: «L’amore di Dio nel cattolicesimo e nell’islam». Viene anche ripresa e commentata la lettera dei 138 saggi musulmani.
10. Nel saluto iniziale, il rappresentante musulmano afferma: «Dovremmo unirci nella lotta contro le forze dissacranti e anti-religiose del mondo moderno e questo sforzo comune dovrebbe avvicinarci maggiormente». Come voleva dimostrare.
11. L’incontro col mondo musulmano contro il mondo moderno «relativista» e ateo non può avvenire con i cristiani formati alla scuola del concilio Vaticano II, che anzi è un ostacolo a questa strategia e per questo deve essere archiviato al più presto.
12. L’incontro con il musulmani può avvenire su un solo campo: la tradizione che garantisce una approccio fondamentalista sia con le Scritture che con la società.
13. A questo scopo urge l’abolizione unilaterale della scomunica ai lefebvriani, pur restante intatte le ragioni e i motivi per cui la scomunica fu dichiarata da Giovanni Paolo II. Un papa che ritira una scomunica senza che le cause che la produssero siano state eliminate o è fuori di testa o ha un obiettivo per il quale qualsiasi prezzo è esigibile.
14. Dopo i lefebvriani si ammetteranno nella Chiesa cattolica i fuoriusciti anglicani che rifiutano le apertura della confessione di Canterbury; la Chiesa diventa così un ricettacolo di “passatisti”, di tradizionalisti irriducibili, di fondamentalisti che saranno pronti a marciare contro il mondo moderno per una nuova Lèpanto.
15. Il prossimo passaggio sarà: dichiarare la Messa di Paolo VI «forma straordinaria» e quella tridentina, tanto amata dai lefebvriani «forma ordinaria». A questo punto il concilio non esiste più, tutto ritorna come era prima, si compie la profezia del cardinale Giuseppe Siri (Ci vorranno cinquant’anni per riparare i guasti di Giovanni XXIII e del concilio), di cui si stanno pubblicando gli scritti; il cerchio si chiude.
16. Ormai cattolici e musulmani possono incontrarsi e mettersi d’accordo, fondamentalisti con fondamentalisti, come condizionare attraverso le proprie masse i governi e le legislazioni europee.
La gerarchia senza l’oste
Questa a mio pare la strategia e tutto è logico e coerente, e tutto può accadere, se ... tutto dipendesse dal papa, ma il papa non è Dio e in tutta questa vicenda sta dimostrando di contare molto di più sulla sua restaurazione che sullo Spirito Santo.
Il papa è un illuso se crede di fermare e addirittura di rivoltare la storia all’indietro. Si rassegni potrà solo rallentare un cammino, ma mai bloccarlo. La sua stessa storia e una teoria di papi che hanno detto e fatto una catena di corbellerie lo dimostrano.
Mi auguro che il mondo cattolico reagisca e non subisca supinamente o peggio si rassegni. Mi auguro che singoli, gruppi, associazioni, ecc. manifestino il loro dissenso ai propri vescovi e al papa stesso attraverso lettere, cartoline, telegrammi, sms, e-mail o quello che si vuole.
La Germania ha cominciato, ora tocca a tutti continuare senza paura e senza ritardi. Lo stesso trattamento (e con la stessa fretta) riservato agli scismatici lefebvriani, noi pretendiamo per tutti i teologi e teologhe fedeli al concilio che in America Latina, in India, in Asia, in Africa, in Europa e negli Usa sono stati privati dell’insegnamento, della dignità, del sacerdozio, del ministero ... Non possiamo tollerare due pesi e due misure. Se il papa può andare indietro, noi pretendiamo di andare avanti e crediamo di avere più fede di lui nello Spirito Santo che guida la storia verso il Regno di Dio.
Non lasciamoci strappare dalle mani e dal cuore il Concilio Vaticano II che per altro è un concilio incompiuto e lavoriamo perché si arrivi ad un nuovo concilio dove tutto il popolo di Dio possa essere rappresentato.
Forse non sarebbe un male se chiedessimo a gran voce le dimissioni di Benedetto XVI che oggi è causa di divisone nella chiesa, di confusione per molti e di scandalo per altri.
Genova 4 febbraio 2009
Paolo Farinella, prete
Ansa» 2009-01-13 18:32
RABBINI, CON RATZINGER CANCELLATI 50 ANNI DI DIALOGO
ROMA, 13 GEN - Con Benedetto XVI, la Chiesa sta cancellando i suoi ultimi "cinquanta anni di storia" nel dialogo tra ebraismo e cattolicesimo: a lanciare la critica è il rabbino capo di Venezia, Elia Enrico Richetti, che - in un editoriale per il mensile dei gesuiti "Popoli", ha spiegato i motivi che hanno portato il rabbinato italiano a non partecipare alla prossima Giornata sull’ebraismo, indetta per il 17 gennaio dalla Confrenza episcopale italiana.
GOD IS LOVE - My first Encyclical, Deus Caritas Est
DIO E’ AMORE - Mia prima Enciclica, Deus Caritas est *
[...] The Christian tradition proclaims that God is Love (cf. 1 Jn 4: 16). It was out of love that he created the whole universe, and by his love he becomes present in human history. The love of God became visible, manifested fully and definitively in Jesus Christ. He thus came down to meet man and, while remaining God, took on our nature. He gave himself in order to restore full dignity to each person and to bring us salvation. How could we ever explain the mystery of the incarnation and the redemption except by Love? This infinite and eternal love enables us to respond by giving all our love in return: love for God and love for neighbour. This truth, which we consider foundational, was what I wished to emphasize in my first Encyclical, Deus Caritas Est, since this is a central teaching of the Christian faith. Our calling and mission is to share freely with others the love which God lavishes upon us without any merit of our own. [...]
[...] La tradizione cristiana proclama che Dio è Amore (cfr. 1 Gv 4, 16). È per amore che ha creato tutto l’universo, e con il suo amore si fa presente nella storia umana. L’amore di Dio è divenuto visibile, manifestato in maniera piena e definitiva in Gesù Cristo. Così egli è disceso per incontrare l’uomo e, pur rimanendo Dio, ha assunto la nostra natura. Ha donato se stesso per restituire la piena dignità a ogni persona e per portarci la salvezza. Come potremmo spiegare il mistero dell’incarnazione e della redenzione se non con l’Amore? Questo amore infinito ed eterno ci permette di rispondere dando in cambio tutto il nostro amore: amore verso Dio e amore verso il prossimo. Questa verità, che consideriamo fondante, è ciò che ho voluto evidenziare nella mia prima Enciclica, Deus Caritas est, poiché è un insegnamento centrale della fede cristiana. La nostra chiamata e la nostra missione sono di condividere liberamente con gli altri l’amore che Dio ci prodiga senza alcun merito da parte nostra [...]
*
Si cfr.:
Il Papa incontra i partecipanti al primo seminario del forum cattolico-musulmano
Il nome di Dio può essere solo
un nome di pace e fratellanza, Osservatore Romano, 7 novembre 2008
TUTTO IL POTERE AL DENARO
di Mario Pancera
Fascismo e berlusconismo all’esame dei cattolici *
Affarismo ed egoismo sono i due elementi principali, o almeno i più vistosi, del berlusconismo come si è sviluppato nella politica italiana in questi ultimi dieci anni. Sono d’accordo sacerdoti, giornali e opinionisti cattolici. Per quanto appare da parole e azioni, si tratta di un egoismo individuale e di gruppo. Questo porta molti a considerare il berlusconismo una sorta di fascismo, ben diverso, naturalmente, da quello mussoliniano, che pur essendo dispotico agitava un’ideologia di grandeur nazionale, che nel secolo scorso incontrò molti consensi.
Il sociologo e psicanalista austriaco Wilhelm Reich, a differenza di quel che era il comune sentire, sosteneva nel 1933 che «”il fascismo” è l’atteggiamento emozionale fondamentale dell’uomo autoritariamente represso dalla civiltà delle macchine e della sua concezione meccanicistico mistica della vita». E aggiungeva: «Il carattere meccanicistico mistico degli uomini del nostro tempo crea i partiti fascisti e non viceversa». È un errore considerare il fascismo prodotto di una etnia o di un popolo o di «una piccola cricca reazionaria»: è un fenomeno «internazionale che corrode tutti i gruppi della società umana di tutte le nazioni».
Ben conscio della responsabilità di queste affermazioni, lo studioso sottolineava gli aggettivi «internazionale» e «tutte», affermando tra l’altro che il fascismo «non è un movimento puramente reazionario, ma costituisce un amalgama tra emozioni “ribelli” e idee sociali reazionarie». Lasciamo naturalmente al sociologo, che spiegava la sua teoria in «Psicologia di massa del fascismo», la sua intera responsabilità, ma alcuni elementi, anche in questo rapido riassunto, sono evidenti anche oggi.
Il fascismo mussoliniano aveva, in effetti, un Credo; si basava su giuramenti; propugnava una sua mistica; aveva parole d’ordine come credere, obbedire, combattere, ed aveva divise, emblemi e riti che colpivano l’immaginazione e i sentimenti popolari (ovvero quelle masse di individui che secondo Reich hanno già il fascismo dentro di sé: ribelli e reazionari insieme). Il berlusconismo è diverso? È un fatto che, negli ultimi decenni, a partire dagli anni in cui ancora non era movimento politico ma solo un insieme di società di affari, ha avuto ed ha ancor oggi copiosi consensi, ha ottenuto i voti di vere masse di elettori.
Può essere che abbia in sé ribellione (non rivoluzione, che è cosa diversa) e insieme idee sociali reazionarie? L’egoismo e l’affarismo - in pratica, tutto il potere al denaro - appaiono chiaramente attraverso i mass media, peraltro aggrediti ogni giorno con l’accusa di essere prezzolati, mentitori e pregiudizialmente ostili.
Le espressioni berlusconiane «Forza Italia» e «Popolo della libertà» non indicano due partiti o movimenti con una ideologia fondante, sia pure di tipo mussoliniano, ma sono slogan adattabili a realtà diverse che vanno dallo sport al qualunquismo ovvero al mercato. È sempre più usata la frase «favorire i consumi». Il cervello, l’intelligenza, lo studio sono ai margini: si lavora e si è pagati per consumare. Altro che figli di Dio. La vita è la vita del consumatore, non dell’uomo pensante oltre che consumante. Lo spirito non è nemmeno ai margini: non se ne parla affatto. Intendo lo spirito sia in senso laico, sia religioso.
Perfino i colori dei seguaci di questi movimenti sono indicativi della mistica del berlusconismo: gli azzurri (che richiamano gli sport e quindi grandi masse di manovra) e la bandiera biancorossoverde attraversata dal loro slogan; ma anche il continuo riferimento alla «gente» in maniera indeterminata e l’inno «Forza Italia» cantato con la destra sul petto come in un rito religioso. Rari e d’occasione i richiami ai lavoratori, al popolo, ai cittadini, che erano invece d’obbligo nei partiti tradizionali, democristiano, socialista, comunista, repubblicano e liberale.
Il berlusconismo si manifesta quindi come ribelle e nello stesso tempo con idee sociali reazionarie? La spinta a spendere, non a lavorare per emanciparsi, cioè non a lavorare per essere ma a lavorare per consumare (che è un subdolo attacco ai valori del cristianesimo); le affermazioni del tipo «meno libertà in cambio di più sicurezza»; l’avversione per la democrazia parlamentare (lo notano anche eminenti politologi cattolici), il tentativo di restringere sempre più il numero dei partiti dell’opposizione, di limitare la libertà di cronaca dei mass media e di non concedere ai cittadini il diritto di scelta sulle schede elettorali: tutto questo è fascismo?
Mario Pancera
Un simbolo sfruttato dalla Chiesa dopo il Concilio di Efeso e nell’offensiva anti Lutero
La Vergine col bambino un’icona contro le eresie
Ma l’immagine fu ereditata dalla dea egizia Iside
di Francesca Bonazzoli (Corriere della Sera, 20.11.2008)
Ancor prima dell’epoca cristiana, l’immagine della «Madre col Bambino» veniva già usata da molte culture con un significato religioso: nell’area mediterranea, per esempio, rappresentava la dea Iside con in grembo il figlio Horus e fu proprio questa iconografia egizia a passare in quella cristiana occidentale attraverso la mediazione dell’Oriente bizantino.
In particolare, dopo il 431, le gerarchie ecclesiastiche cristiane promossero l’immagine della Madonna col Bambino per dare forza alla condanna, votata dal Concilio di Efeso, dell’eresia nestoriana secondo la quale la Vergine non poteva essere chiamata «madre di Dio», ma solo madre di Gesù poiché non aveva generato un Dio, bensì solo il corpo in cui Dio aveva poi preso dimora.
Da quel momento fino al Medioevo nelle chiese cristiane si assiste a una proliferazione delle immagini della Madonna col Bambino (spesso accompagnate dall’iscrizione «Maria Mater Dei» e «Sancta Dei Genitrix») raggruppabili in diverse varianti: la Madonna del latte (dove la Vergine allatta il figlio) è una delle prime iconografie conosciute, fin dalla catacomba di Priscilla del III secolo; la Madonna orante col Bambino (genuflessa e con le mani giunte mentre adora il figlio poggiato su un lembo del proprio manto); la Madonna leggente col Bambino (con in mano il libro della Sapienza); la Madonna del roseto (seduta in un giardino di rose simbolo della verginità della madre di Dio) particolarmente amata nel Nord Europa; la Madonna col bambino in trono (dove Maria personifica la Chiesa), di derivazione bizantina e i cui più antichi esempi in Occidente si trovano nei mosaici di Ravenna.
L’immagine registra poi un secondo grande momento di successo che coincide ancora una volta con un’eresia: quella protestante. A cavallo fra XV e XVI secolo, l’impiego della Madonna col Bambino viene nuovamente incentivato da parte della Chiesa cattolica per fini propagandistici e, dopo la condanna di Lutero, per confutare la dottrina protestante che ridimensionava il culto della Vergine assieme a quello dei santi. In quest’epoca furono soprattutto due i pittori che portarono il soggetto alla gloria: Raffaello e Giovanni Bellini. Il primo perché, noto ammiratore e amante di donne, seppe dare alle sue Madonne grazia e bellezza idealizzate, di una perfezione che incantava e trascendeva qualsiasi modello umano; il secondo perché, sincero credente, nei volti delle sue Vergini dall’aria dolce e domestica ritraeva quello della moglie amata di un amore casto e cristiano.
Nel Rinascimento il culto mariano si era ormai molto diffuso e via via che la devozione popolare si era fatta più appassionata, anche l’iconografia della Madonna col Bambino aveva perso la primitiva ieratica monumentalità per acquisire un tono più tenero. La rigidezza, eredità orientale nella rappresentazione della Madre in posizione frontale con il bambino eretto, vestito e benedicente, aveva lasciato già nel XIV secolo il posto a due nuove varianti dove madre e figlio venivano messi in un rapporto di affettuosità attraverso un gioco di sguardi o di mani: la Madonna dell’Umiltà (in particolare nel-l’Italia settentrionale) e la Mater amabilis, il tipo di rappresentazione più amata fra tutta l’iconografia mariana. È soprattutto per quest’ultima immagine intima e domestica che si sviluppano leggere varianti attraverso l’inserimento di oggetti simbolici. Fra i più frequentati figurano la mela, frutto dell’albero del Bene e del Male: tenuta in mano dal Bambino allude alla redenzione dal peccato originale.
L’uva è simbolo del vino eucaristico e quindi del sangue del Cristo redentore (anche nella variante della brocca che contiene il vino). Analogamente, le spighe sono il pane eucaristico e dunque il corpo di Cristo. La ciliegia, frutto del Paradiso, è simbolo del Cielo; la melagrana, che già nel mondo pagano era attributo di Proserpina, dea che presiedeva alla germinazione, allude alla Resurrezione. La noce, invece, era un complesso simbolismo sviluppato da sant’Agostino, dove il mallo stava per la carne di Cristo, il guscio di legno alludeva alla croce e il gheriglio alla natura divina del Cristo.
E infine l’uccello che, nella pittura cristiana, mantiene il simbolismo che già aveva in quella pagana, ovvero rappresenta l’anima umana che vola via alla morte del corpo. Spesso è un cardellino perché il suo piumaggio colorato lo rendeva particolarmente attraente agli occhi dei bambini e anche perché, secondo una leggenda, la macchia rossa sul capo sarebbe stata un residuo del sangue di Cristo con cui il cardellino si macchiò volando sopra la testa incoronata di spine di Gesù mentre questi saliva al Calvario.
INTERVISTA.
Per il sociologo Jacques T. Godbout «la logica del regalo non può sostituire quella del mercato, però può riuscire a correggerla»
Dono, antidoto al capitalismo
«L’atto del dare senza contropartita esprime la massima intensità dei legami sociali, poichè presuppone sempre la fiducia nell’altro»
«La sua semplicità apparente, la sua forza, la sua sincerità ricordano da vicino la nozione cristiana di ’stato di grazia’»
DA PARIGI DANIELE ZAPPALÀ (Avvenire, 28.10.2008).
« I regali e i doni circolano al servizio del legame sociale. Essi presuppongono sempre una fiducia nell’altro. E dunque un rischio. Sta in quest’incertezza il cuore affascinante dell’atto del donare». Ad esserne convinto è il sociologo canadese francofono Jacques T. Godbout, fra i maggiori esponenti del Mauss (Movimento antiutilitarista nelle scienze sociali). Di Godbout, Vita e Pensiero ha appena pubblicato in Italia il saggio Ciò che circola fra noi (pagine 392, euro 22,00), già al centro di tanti appassionati dibattiti in Francia e che sarà presentato oggi alla Libreria Vita e Pensiero della Cattolica di Milano (largo Gemelli, 1, ore 13.30) da Mauro Magatti, Pierangelo Sequeri e Stefano Zamagni. Anche in tempi di crisi finanziaria, Godbout non ritiene possibile che la logica del dono possa un giorno sostituirsi a quella di mercato. Ma per il sociologo, oggi più che mai è urgente riflettere sul valore insostituibile degli scambi senza un’immediata contropartita.
Professore, ciò che circola fra le persone resta ancora in parte un mistero per i sociologi?
«In parte, sì. E ciò che circola sotto la forma del dono resterà probabilmente sempre un po’ misterioso. Eppure, si tratta di ciò che esprime al più alto grado l’intensità dei legami sociali. Almeno rispetto agli altri legami, certo anch’essi importanti, che hanno per sfondo gli scambi di mercato e le politiche degli Stati».
La voglia di offrire sembra contraddire la frase attribuita a Sartre secondo cui l’inferno sarebbero gli altri...
«Dopo tanti anni di ricerche in diversi Paesi, sono giunto alla conclusione personale che la voglia di donare è connaturata all’uomo. Si tratta di un modo di far circolare qualcosa che impegna gli individui in prima persona. Certo, il dono può essere talora formalizzato e volto a uno scopo preciso, come nel caso dei regali che si scambiano nel mondo degli affari. Ma non è questa, a mio avviso, la forma di dono più interessante».
Perché?
«In questi casi, il dono è perlopiù un mezzo per propiziare nuovi affari. Al contrario, esistono doni che sono essi stessi un fine e che non richiedono direttamente una contropartita. Già lo stesso dono d’impresa acquista una certa autenticità quando è offerto con sincerità. Ovvero, per ringraziare l’altra parte ed esprimerle la propria stima. In questi casi, il dono entra in uno spazio ambiguo in cui è percepito al contempo come mezzo e come fine. E sta in fondo sempre in quest’ambiguità la natura paradossale del dono. Certi studiosi hanno cercato di forzare questo paradosso, spiegando che il dono ha sempre una contropartita. A mio avviso, invece, il paradosso del dono come mezzo o come scopo non ha una vera soluzione. Nel senso che questo paradosso definisce l’incertezza e il rischio sempre connaturati nell’atto del donare».
Chi cerca di spiegare il dono, impiega talora la nozione cristiana di ’stato di grazia’. Perché?
«Il dono trasporta sempre un messaggio e talvolta questo messaggio è espresso molto meglio dal dono che da qualunque discorso. Il dono può dunque funzionare anche come una semplificazione rispetto ad altri modi di gestire le relazioni sociali. E la sua semplicità apparente, la sua forza, il suo legame con la sincerità hanno in effetti spinto certi autori a riferirsi alla nozione di grazia».
Il dono è davvero una costante umana che si ritrova in tutte le culture?
«Personalmente, sono convinto di ciò, anche se nessuno potrà mai possedere gli elementi per dimostrarlo, dato che occorrerebbe passare in rassegna tutte le culture della storia dell’umanità. Ma quando si comincia ad intuire il meccanismo del dono, diventa difficile immaginare una società capace di privarsi di tale meccanismo. L’alternativa sarebbe un mercato assoluto e totalitario, oppure una ridistribuzione statale dello stesso tipo. Ma ciò escluderebbe ogni tipo di libertà e sembra apparentarsi più a una società di formiche che a una società di persone umane. Se tutto circolasse sotto forma di beni di mercato o di ridistribuzioni statali, forse non saremmo più umani».
Nelle culture rurali, esiste un legame fra l’atto del donare e il dono esemplare ricevuto dalla terra e dalla natura?
«Credo di sì. E sta qui il dramma forse più profondo dell’odierno tentativo di certe multinazionali di brevettare le sementi per estrarle così del tutto dalla sfera del dono ed immetterle in modo forzato nei circuiti di mercato. Beninteso, i rapporti di mercato sono indispensabili ed estremamente importanti a livello sociale. Ma le loro possibili prevaricazioni ai danni del dono possono avere conseguenze molto dolorose».
Esiste dunque oggi una certa tensione fra la socializzazione fondata sul dono e le logiche di mercato?
«Ciò avviene laddove il legittimo e naturale scambio di mercato è contaminato da forme di nevrosi produttiviste. In altri termini, dall’aspirazione folle di ridurre tutto ciò che circola fra gli individui a forme più o meno mascherate di comportamenti di mercato. Su grande scala, ciò diventa un’ideologia che considera il dono come un’azione inutile e anzi quasi dannosa. Si tratta di un’ideologia che vorrebbe strumentalizzare tutto, compresa la natura».
Il dono è anche associato a un’ideale di giustizia sociale e planetaria?
«Sì, quando entra in gioco un’altra logica non meno importante, che si osserva ad esempio nel dono a distanza. Si pensi al dono del sangue, di organi, alle donazioni in occasione di catastrofi naturali o a quelle verso istituzioni di solidarietà. In questi casi, l’idea di giustizia può entrare in gioco se pensiamo di dare a chi ha avuto dalla vita meno di noi, almeno a livello materiale. Ma la libertà e l’autonomia morale dell’individuo restano protagonisti, al punto che certe persone possono trovare in ciò pienamente il senso della propria vita».
“Sia santificato il tuo nome” Vi siete mai chiesti perché in questa preghiera Gesù mise la santificazione del nome di Dio al primo posto? Questo nome era chiaramente di vitale importanza “L’ho glorificato e di nuovo lo glorificherò!” - Gesu’ disse. CEI. “Ho fatto conoscere loro il tuo nome e lo farò conoscere”. Per comprenderlo, occorre capire come erano considerati i nomi nei tempi biblici.-- Adamo la chiamò “Donna” (’Ishshàh, in ebraico). In seguito egli le mise nome Eva, che significa “Vivente”, perché “doveva divenire la madre di tutti i viventi”. Presso gli israeliti, però, i nomi non erano semplici etichette. Avevano un significato. Per esempio, il nome di Isacco, “Risata”, ricordava la risata dei suoi anziani genitori quando era stato detto loro che avrebbero avuto un figlio. Il nome di Esaù significava “Peloso”, Dio; a volte cambiò il nome di certe persone, o gliene diede un secondo, per indicare il ruolo che avrebbero avuto nel suo proposito. Per esempio, quando Dio predisse che il suo servitore Abramo (“Padre di esaltazione”) sarebbe divenuto padre di molte nazioni, gli cambiò nome in Abraamo (“Padre di una moltitudine”). E cambiò il nome della moglie di Abraamo, Sarai (“Litigiosa”), in Sara (“Principessa”), dato che sarebbe stata la madre del seme di Abraamo. La Bibbia dice che Dio chiama tutte le stelle per nome. Un dizionario teologico del “Nuovo Testamento” dice: “Una delle più fondamentali ed essenziali caratteristiche della rivelazione biblica è il fatto che Dio non è privo di nome: ha un nome personale, mediante il quale può e deve essere invocato”. Tenendo presente tutto questo, è chiaro che è importante conoscere il nome di Dio. Sapete qual è il nome personale di Dio? Eppure molte Bibbie moderne non contengono questo nome, e nelle chiese lo si sente di rado. Perciò, lungi dall’essere “santificato”, è stato nascosto a milioni di lettori della Bibbia. Perché il nome di Dio appare in forme così diverse? Il suo nome è ‘Signore’, l’Eterno, Jahveh o Jehova? O l’uno vale l’altro? Tradurre la Bibbia è quindi un’onerosa responsabilità. Se qualcuno, di proposito, cambia o omette parte del contenuto della Bibbia, sta alterando la Parola ispirata. Dio toglierà la sua parte dagli alberi della vita”. Qual è il vero nome di Dio? In ebraico si scrive .יהוה Queste quattro lettere, chiamate Tetragramma, in ebraico si leggono da destra a sinistra e in molte lingue moderne si possono rappresentare con YHWH o JHVH. Il nome di Dio, rappresentato da queste quattro consonanti, ricorre quasi 7.000 volte nell’originale “Antico Testamento”, o Scritture Ebraiche.
Questo nome è una forma del verbo ebraico hawàh ,)הוה(che significa “divenire”, e in effetti significa “Egli fa divenire”. Perciò il nome di Dio lo identifica come Colui che adempie progressivamente le sue promesse e realizza immancabilmente i suoi propositi. Solo il vero Dio potrebbe portare un nome così significativo. Come si pronuncia il nome di Dio?
A dir la verità nessuno sa con certezza come si pronunciasse in origine il nome di Dio. Finché l’ebraico antico continuò a essere una lingua d’uso quotidiano, non ci fu nessun problema. La pronuncia di questo nome era nota agli israeliti, per cui quando lo vedevano scritto vi aggiungevano automaticamente le vocali (così come per il lettore italiano, ad esempio, l’abbreviazione “cfr” sta per “confronta”, e “btg” per “battaglione”oppure;"plzz"...con le vocali,"palazzo" ). Quale pronuncia userete? Da dove hanno origine invece le pronunce “Jahveh”, “Yahweh”, e simili? Si tratta di forme suggerite da studiosi moderni nel tentativo di ricostruire la pronuncia originale del nome di Dio. Alcuni - ma non tutti - pensano che prima del tempo di Gesù gli israeliti probabilmente pronunciavano il nome di Dio “Yahweh”. Ma nessuno può esserne certo. Forse lo pronunciavano così, forse no.
Nondimeno, molti preferiscono la pronuncia “Geova”. Perché? Perché, a differenza di “Yahweh”, è nota e comune. Ma non sarebbe meglio usare la forma che potrebbe avvicinarsi di più alla pronuncia originale? Non necessariamente, perché questo non è ciò che di solito si fa con i nomi biblici.
Come esempio principale, prendiamo il nome di Gesù. Sapreste dire come lo chiamavano nel parlare quotidiano i suoi familiari e amici mentre cresceva a Nazaret? In effetti nessun uomo lo sa con certezza, anche se forse lo chiamavano Yeshua (o forse Yehoshua). Una cosa è certa: non lo chiamavano Gesù.
Perché bisogna conoscere il nome di Dio
“CHIUNQUE invoca il nome di Geova sarà salvato”.
IL NUOVO PATTO CHIESA CATTOLICA E STATO "ITALIANO"
Forza Italia: una social card per tutti
Sinodo: una Bibbia in ogni casa
Una nota sul documento finale del Sinodo dei Vescovi, 2008:
UN MESSAGGIO tutto VECCHIO!!! APRIRE LE PORTE... AL PASSATO!!!
Caro MARCO *
Le Sacre Scritture DEVONO entrare anche nelle scuole e negli ambiti culturali perché’ per secoli SONO STATE il riferimento capitale dell’arte, della letteratura, della musica, del pensiero e della stessa etica comune...
La solita musica: in nome del PASSATO (cosa assolutamente anti-cristiana: Io sono la Via, la Vita, la Verità) si teorizza e si giustifica l’OBBLIGO e il DOVERE di FAR ENTRARE dappertutto la LORO Bibbia (una nuova "crociata": L’ART. 7 DELLA COSTITUZIONE, il BUCO NERO per invadere le Istituzioni dell’ITALIA e distruggere il residuo di vitalità dello stesso messaggio evangelico!!!), quella della CHIESA CATTOLICO-ROMANA....
Ormai siamo veramente alla fine!!! I Vescovi hanno fatto un Sinodo per seguire pecorescamente la corrente e non chiedersi nemmeno se il loro Pastore era un Pastore del Dio AMORE ("CHARITAS") o del Dio MAMMONA ("CARITAS").
Fatto sta che la prima enciclica di Papa Benedetto XVI (Deus caritas est, 2006) è per Mammona!!!
L’AMORE DELLA PAROLA - LA FILOLOGIA - E PER LA PAROLA E’ ormai MORTO.... nella CHIESA CATTOLICO-ROMANA.
OGGI LO SPIRITO SOFFIA DOVE VUOLE... Ma IN VATICANO - DOPO GIOVANNI PAOLO II - HANNO SPRANGATO PORTE E FINESTRE e NON vogliono sentire più nemmeno uno spiffero d’aria!!! E nemmeno volare una "mosca" - ricorda ancora e sempre lo SPIRITO che animava Wojtyla!!!
M. cordiali saluti, Federico La Sala
* La Stampa/SAN PIETRO E DINTORNI - scritto da Federico La Sala 24/10/2008 18:23
Un divieto che ci avvicina agli ebrei? Vietato usare il Nome di Dio
Chiesa/ Vaticano: Non usare ebraico ’YHWH’ in preghiere cattoliche
Lettera della Congregazione per il culto agli episcopati
Roma, 19 ago. (Apcom) - Il nome ebraico di Dio, ’YHWH’, non può essere utilizzata nelle preghiere e nelle liturgie cattoliche. Lo stabilisce il Vaticano, che, con una "lettera alle Conferenze episcopali sul ’nome di Dio’", sottolinea che questa prassi mal si concilia con la natura divina di Cristo e con la tradizione della Chiesa.
La missiva, inviata dalla Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti, porta la firma del 29 giugno scorso ed è destinata solo agli episcopati. Stilato in base ad una "direttiva" del Papa, il documento contesta l’uso del tetragramma biblico o "tetragrammaton" (la sequenza delle quattro lettere ebraiche che compongono il nome proprio di Dio nella Bibbia ebraica) nelle messe cattoliche.
"Per far sì che la Parola di Dio, scritta nei sacri testi, possa essere conservata e trasmessa in modo integrale e fedele, ogni traduzione moderna del libro della Bibbia punta ad essere una trasposizione fedele ed accurata dei testi originali", scrivono il card. Francis Arinze e mons. Albert Malcom Ranjith, prefetto e segretario del dicastero vaticano. "Un tale sforzo letterale richiede che il testo originale possa essere tradotto nel modo più integrale e accurato possibile, senza omissioni o aggiunte per quanto riguarda i contenuti, e senza introdurre glosse esplicative o parafrasi che non appartengono al testo sacro stesso. Per quanto riguarda il nome stesso di Dio, i traduttori devono usare il massimo di fedeltà e rispetto".
"Nonostante questa chiara norma - rileva il Vaticano - in anni recenti ha preso piede la prassi di pronunciare il nome proprio del Dio di Israele, conosciuto come il tetragramma divino". La lettera ricorda diversi passaggi del Nuovo testamento nel quale si mette in luce la natura divina di Gesù Cristo. "Evitare di pronunciare il tetragramma del nome di Dio da parte della Chiesa ha quindi i suoi fondamenti", ne consegue il dicastero vaticano. "A parte i motivi di ordine meramente filologico, c’è anche quello di rimanere fedeli alla tradizione della Chiesa, dall’inizio, di non pronunciare mai il sacro tetragramma nel contesto cristiano e di non tradurlo in una delle lingue nelle quali la Bibbia è stata tradotta".
Conclusione: "Nelle celebrazioni liturgiche, nelle canzoni e nelle preghiere il nome di Dio nella forma di tetragramma ’YHWH’ non è da usare né da pronunciare" e "per la traduzione del testo biblico in lingue moderne, destinato per l’uso liturgico della Chiesa", il "tetragrammaton" deve essere reso con espressioni come "’Lord’, ’Signore’, ’Segingeur’, ’Herr’, ’Senor’, etc".
* Fonte: Apcom, 19.08.2008
L’arcivescovo di Monaco di Baviera: "Nella sua analisi del capitalismo Karl Marx aveva visto giusto" *
Nella sua analisi del capitalismo Karl Marx aveva visto giusto. A sostenerlo in un’intervista al settimanale ’Der Spiegel’ e’ un suo omonimo, l’arcivescovo di Monaco di Baviera e Freising, Reinhard Marx, 55 anni, elevato alla porpora lo scorso anno da Benedetto XVI. Il porporato manda a giorni in libreria un suo libro dal titolo "Il capitale - Una difesa dell’uomo", che contiene all’inizio una lettera indirizzata al fondatore del comunismo. Nell’intervista Reinhard Marx spiega che "bisogna prendere sul serio" il filosofo di Treviri, ed aggiunge che "e’ un errore considerarlo morto, come pensano in molti. Il movimento marxista ha cause reali e pone questioni giustificate".
L’arcivescovo di Monaco dichiara che "poggiamo tutti sulle spalle di Marx, perche’ aveva ragione. Nella sua analisi della situazione del XIX secolo ci sono punti inconfutabili". Alla domanda se bisogna chiedere scusa a Marx per averlo spedito nel dimenticatoio, il porporato risponde: "Gia’ fatto, noi con l’etica sociale della Chiesa non abbiamo mai confuso l’opera filosofica di Marx con Stalin ed i Gulag. Non si puo’ attribuire a Marx cio’ che hanno fatto i suoi epigoni. Lui ha bene analizzato il carattere di merce del lavoro e previsto la mercificazione di tutti i settori della vita".
Quando gli viene chiesto se il comunismo sia definitivamente sparito dalla faccia della terra con il crollo dell’Urss, Reinhard Marx risponde: "Niente affatto, poiche’ vediamo che Marx sta rivivendo adesso una rinascita (come conferma la triplicazione delle vendite in Germania del primo volume del ’Capitale’, ndr). Una cosa e’ chiara, con il tipo di capitalismo ereditato dalla Seconda Guerra Mondiale non andiamo lontano". Per sgombrare comunque il campo da possibili equivoci, Reinhard Marx precisa di non essere marxista, ma auspica una societa’ con un’economia "basata su principi etici. Da questo punto di vista la dottrina sociale della Chiesa costituisce una critica del capitalismo. Un capitalismo senza un quadro etico e’ nemico del genere umano".
LA CONTEMPLAZIONE DEI NOMI DI DIO
Dio è impronunciabile.
Dal Cantico di Frate Sole al trattato, ora riscoperto, di Jean-Jacques Olier sugli attributi divini: l’umile risposta cristiana all’ardire cabalistico
di Carlo Ossola (Avvenire, 26.10.2008).
Quand’egli si pronuncia, è la Creazione; o l’irripetibile, l’intraducibile: «Ego sum qui sum» (Esodo, III, 14): «Io sono l’Iosono », «Io sono l’Essente», «Io sono nel mio Essere», tutte lezioni insufficienti. Ed Egli comanda a Mosè: «Sic dices filiis Israel: QUI EST misit me ad vos»: «’Colui che è’, ’l’Essente’, ’il semprePresente’ mi ha mandato a voi».
Al più si può accedere - nelle religioni di ceppo semitico - ai Nomi di Dio, cioè agli appellativi con i quali nelle nostre lingue mortali possiamo evocarne la figura, i meriti, i doni: l’Altissimo, il Misericorde, l’Onnipotente, il Signore. Non è un caso che il primo testo della letteratura volgare italiana, Il cantico di frate Sole, di San Francesco, inizi proprio con la lode dei nomi di Dio e con il riconoscimento della sua impronunciabilità: «Altissimo, onnipotente, bon Signore, / tue so le laude, la gloria e l’onore e onne benedizione. // A te solo, Altissimo, se confàno / e nullo omo è digno te mentovare».
Chi invece ha cercato di permutare - nella tradizione ebraica - con silente calcolo, i segni che compongono il ’tetragrammaton’ (le quattro lettere ebraiche che noi traslitteriamo come ’Iahvé’) per creare dalla lettera sacra il vivente, scienza della Qabbalah, intreccio di numeri e sapienza, ha spesso trovato faustianamente il contrappaso di tale ardire, come ricorda, tra gli altri, Il Golem di Borges: «Il rabbino contemplava la sua opera con tenerezza, / Ma non senza orrore. Fui saggio, / davvero, pensava, nel fabbricare questo sgorbio / e nel lasciare l’Astenersi, sola saggezza?!» (Il Golem).
Si è così sviluppata, sul versante cristiano, una tradizione più umile di ’contemplazione’ degli ’attributi divini’, dei nomi di Dio. In età moderna, Luis de León (1527 o 1528 - 1591) ci ha lasciato un mirabile trattato sui Nomi di Cristo (Torino, Einaudi, 1997), il principale dei quali è di essere il ’volto di Dio’, lettera e figura dunque, ’carattere’ e ’icona’ del divino. Nella stessa tradizione appare ora, al Seuil (Parigi 2008), una mistica contemplazione di Jean-Jacques Olier, la Méthode pour faire l’oraison sur Dieu et sur les Attributs Divins, un inedito che risale al 1656. Olier, nato il 20 settembre 1608, è il fondatore della Compagnia di Saint-Sulpice e l’inedito trattato viene pubblicato per cura di una giovane studiosa italiana, Mariel Mazzocco.
L’orazione segue lo schema canonico di molti cammini di contemplazione del secolo XVII (svuotamento di sé, abbandono, introduzione nel mistero dell’Unità, della Verità, della Perfezione, dell’Infinità, della Semplicità, della Santità, dell’Immensità, dell’Eternità, dell’Amore, della Bontà, della Giustizia, di Dio). Ciò che è nuovo, nella dispositio degli attributi divini, è la conclusione affidata alla Forza di Dio: «Dio facendosi presente in noi è la forza stessa. Egli è l’onnipotente; Egli è l’irremovibile, l’invariabile e l’inflessibile. Di modo che, come l’Inferno nulla può contro di Lui, così nulla può contro una creatura che dimori in Dio. Egli è la sua forza e la sua virtù. Dio mia forza [Ps. 17, 2]».
Lungi dal divenire una corazza di superbia, questa forza divina rende consci della miseria della nostra vana iattanza e introduce meglio al nostro nulla: «Il secondo modo per avere questa forza di Dio in noi è quello di temer molto: è vivere al cospetto della nostra impotenza e del nostro nulla, rimettendoci a Dio e credendo in Lui che tutto può in noi». Pascaliana «grandezza e miseria» dell’uomo davanti a Dio.
Resta un fatto inspiegabile come; I nazzisti abbiano fatto tanto male (Il meglio del peggio) essendo cosi’ pochi in due chilometri quadrati, nei campi di concentramento, a migliaia di povera gente, innocente. In Italia, per esempio; non essendocci una legge chiara e specifica contro il ; ( Conflitto d’Interesse)...I politicanti sono I piu’ ricchi del paese. Comunque io sono del parere che; anche se ci fosse l’illegalita’ passerebbe tutto (sotto il tavolo). Quel’e’ la morale di tutto questo mio chicchierare...Siamo noi disposti a schiararci per la minoranza che: alla fine di questo sistema di cose malvaggio ne verranno; una volta per sempre Vittoriosi!!!.
All’inizio del XII- Secolo Gioacchino parlo’ di un (Dragus rufus et magnus, Liber Figurarum, tav. xiv. Copiando naturalmente dal libro della Rivelazione di Giovanni. ( Bestia di colore scallatto) Gioacchino, mette giustamente una sola corona sulla sesta testa che rappresenta Roma , Gioacchino non sapeva chi fosse stata la settima che; dopo alcuni secoli; l’isola dei pirati con una grande flotta navale...sconfisse sia la flotta Francese, Spagnola e Olandase e che piano piano divenne la settima potenza Mondiale e specie dal principio dello secolo scorso; quando si uni’ in alleanza militare con gli USA...L’Inghilterra formando cosi la Potenza Anglo-Americana; Gioacchino non profetizzo’ chi fosse, ne’ la settima e non si avrebbe mai immagginato che ci fosse un’ottava L’ottava potenza Mondiale Come le UN -Nazioni-Unite; rappresentata da l’intera bestia di colore scarlatto. Chissa’ se Gioacchino si rendeva conto che; dopo la distruzione dell’impero della falsa religione ( Babbilonia la Grande)che; ha’ sempre commesso fornicazione spirituale con tutti I re della terra...sara’ distrutta e’ messa a nudo (sbranata dalla bestia stessa che rappresenta le sette potenze Mondiali.) Ci, crediamo...Poco Senzaltro, preferiamo morire con un piede da una parte e con la’altro dall’altra parte.
Vorreste conosciere la VERITA’? Dove, Come?...Nelle Bibblioteche e nelle libbrerie!!! Dove ci sono migliaia di libri che si contraddicono e altri libri vengono considerati non piu’ validi divenendo superati aggiornati e sostituiti!!!
Non esiste tesoro piu’ prezioso da scoprire della verita’ Bibblica. Essa ci libera dalla superstizione, e della confusione e da paure morbose. Ci da’ speranza, e gioia e uno scopo nella vita...(nella minoranza) Solo la verita’ Biblica ci rendera’ liberi, nel piu’ assoluto.
IDEE.
Nel suo nuovo libro il filosofo Robert Spaemann affronta una delle questioni scottanti della nostra epoca: in chi credere
Dio, una parola che sfida i secoli
Fu san Paolo a stipulare per primo un contratto di assicurazione come credente quando disse: «Se Cristo non è risorto vana è la nostra fede»
«Il cristianesimo chiede alla ragione di non omettere la domanda su Dio. Ma sa anche che la verità si rivelerà solo alla fine dei tempi»
di ROBERT SPAEMANN (Avvenire, 30.10.2008)
Delle cose degli uomini si può parlare in due modi: da una prospettiva interna e da una esterna. Pensiamo per esempio ad una giovane coppia che stipula una polizza per un’assicurazione sulla vita. Di che cosa si tratti, in questo caso, è ovvio: i due vogliono, in vecchiaia, poter riscuotere una certa somma e proteggersi così dal rischio di finire in povertà. Se aveva senso stipulare tale polizza, si vedrà soltanto nel momento in cui l’evento assicurato avrà luogo e la somma verrà versata. Per il momento, i due giovani devono fidarsi della solidità della società assicuratrice e pensare che la liquidità sarà sufficiente. Questa polizza, però, ha anche un profilo esterno, che non dipende dal fatto che questa fiducia sia giustificata o meno. Il comportamento della coppia può essere oggetto di ricerche di natura sociologica e psicologica.
Si può analizzare quante giovani coppie stipulano un’assicurazione di questo genere, e in base a quali fattori. Ci si può chiedere quali effetti abbia una polizza del genere sullo stile di vita delle persone, sul loro sentimento della vita, sul loro comportamento da consumatori, sulla stabilità della loro relazione, sulla loro disponibilità a correre rischi, nonché sulla loro disponibilità a mettere al mondo dei figli. La prospettiva esterna assicura alcune conoscenze, ma sussiste a partire dalla prospettiva interna. Se la coppia fosse convinta che l’assicurazione non è in grado di onorare il contratto nel caso si verifichi l’evento assicurato, non lo stipulerebbe, e tutti gli altri aspetti non avrebbero alcun fondamento.
In questo senso l’apostolo Paolo scrive ai Corinzi: «Ma se Cristo non è risuscitato, allora è vana [...] la nostra fede» (cfr. 1 Cor 15,14). Infatti, la religione cristiana, avendo un profilo interno e uno esterno, si trova nella stessa situazione di tutte le cose degli uomini. Il suo profilo interno è costituito dalla fede nella realtà di Dio e dalla speranza della vita eterna presso Dio. Ma finché è fede che vive in questo mondo, essa adempie, allo stesso tempo, varie funzioni sociali e psicologiche: ha delle ripercussioni sullo stile di vita degli uomini e sul loro stato d’animo.
Non può, però, essere definita a partire da questi effetti. Sta o cade insieme al suo contenuto cognitivo. «Questa è la vita eterna», dice Gesù nel Vangelo di Giovanni, «che conoscano te, l’unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo » ( Gv 17,3). E anche la frase spesso citata della prima lettera a Timoteo, «Dio vuole che tutti gli uomini siano salvati...», senza la seconda parte, che dice: «... e arrivino alla conoscenza della verità » ( 1Tim 2,4), non è completa, anzi, trae in inganno.
Il mondo è pluralistico, e lo è sempre stato. In un mondo pluralistico, però, prospettiva interna ed esterna sono inevitabilmente in concorrenza l’una con l’altra. Chi vede delle persone ballare, ma non sente la musica, non capisce i movimenti che osserva. E così, chi non condivide la fede cristiana sarà incline a spiegarla attraverso qualcosa di diverso dalla verità del suo oggetto. E, in ultima analisi, non comprenderà il fedele.
Chi vive nella prospettiva interna si attiene alle parole di san Paolo: «L’uomo spirituale giudica ogni cosa, senza poter essere giudicato da nessuno» ( 1Cor 2,15). Chi, però, è incapace di calarsi nella prospettiva esterna, in base alla quale la religione cristiana è una concezione del mondo tra altre, diventa un settario o un fanatico che si chiude nei confronti dell’universalità della ragione. La fede cristiana postula la medesima universalità della ragione. Anzi, pretende dalla ragione che non resti indietro rispetto al suo concetto, e constata che resta indietro se omette la domanda su Dio. Ma sa anche che il giudizio dell’“uomo spirituale”, come verità universale, integrante qualsiasi prospettiva esterna, si rivelerà soltanto alla fine dei tempi.
Intanto, corrisponde alla verità delle cose parlare la lingua di tutte e due le prospettive, a seconda delle circostanze nelle quali ci troviamo e delle persone con le quali parliamo. I testi qui raccolti fanno questo. Ci sono riflessioni “dall’esterno”, appartenenti piuttosto alla religione come disciplina scientifica, ma anche conferenze, nelle quali Gesù è chiamato “il Signore”, che sono rivolte ai fratelli cristiani che sanno di chi si parla. E infine ci sono testi nei quali l’autore, sulla base di un discorso razionale di per sé aperto a tutti gli uomini, riflettendo su Dio si rivolge ad ascoltatori o lettori pronti a una riflessione del genere.
Infatti egli crede, contrariamente al grande Pascal, che il Dio dei filosofi non sia altro che il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, come anche che la stella del mattino non sia altro che la stella della sera. D’accordo con Platone, l’autore crede che sia un uomo davvero misero chi non è disposto a riflettere in profondità su ciò che, se fosse vero, sarebbe la cosa più importante, anzi, l’unica cosa che conta veramente (Platone, Fedone 85b). È sempre Platone che fa dire a un interlocutore di Socrate che bisogna «prendere la migliore e la più inconfutabile delle opinioni umane su questo argomento cercando di navigare su di essa come su una tavola di legno, attraverso la vita, finché non si possa viaggiare più sicuri e con meno pericoli su un veicolo più solido o su un Logos divino» ( Fedone 86a).
Il veicolo più solido sembra essere la filosofia. La fede che il Logos divino si è fatto carne per far sì che si possa viaggiare su di lui, secondo Sant’Agostino è l’unica cosa che distingue “i nostri” dai Platonici. Platone stesso non è chiamato in causa da questa distinzione in quanto, ai suoi tempi, l’avvenimento non era ancora accaduto.
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IL LIBRO
Le convinzioni della fede messe alla prova
Il nuovo libro del filosofo tedesco Robert Spaemann (nella foto), «La diceria immortale», che esce oggi per le edizioni Cantagalli (pagine 200, euro 20) è una indagine su ciò che deve spingere a credere in Dio: non per un qualche interesse o per diventare più buoni, dice Spaemann, ma semplicemente perché esiste. Ed è dalla sua esistenza che tutto acquista un senso. Dal libro anticipiamo le pagine dell’introduzione.
SALVATORES: UN PADRE CHE INSEGNA ODIO CON AMORE
di Francesco Gallo *
ROMA - "Un padre ’cattivo’ che insegna l’odio con tanto amore", ma comunque un padre che sa anche dire "questo è nero e questo e bianco. Una cosa di cui un figlio ha alla fine davvero bisogno". Così Gabriele Salvatores quasi giustifica Rino Zena (Filippo Timi) protagonista del suo film ’Come Dio comanda’, un omaccione disoccupato e border-line che non sa insegnare al figlio adolescente Cristiano (Alvaro Caleca) che a difendersi con la violenza, con la forza, senza scrupoli.
E che sa anche indicargli i veri nemici di questa società: gli zingari, gli ebrei e gli extracomunitari che tolgono lavoro agli italiani come lui. Ma questo benedetto Rino, nonostante questo, ama davvero il figlio e ne è riamato.
E se affida tutte le sicurezze che ha alla sua pistola è perché non ha trovato altre risposte a parte quelle rassicuranti della fede nella forza fisica, nell’onore e nella patria ("una parola che nessuno ormai pronuncia più" dice sempre al suo Cristiano). Il film - che uscirà in 250 copie distribuite da 01 dal 12 dicembre ed è tratto dall’omonimo libro di Niccolò Ammaniti (Mondadori) - è un vero pugno nello stomaco per tematiche e ritmi narrativi. Perché il rapporto d’amore tra questo padre alcolizzato e triste e questo figlio ha i toni tragici.
E perché nella natura di un Friuli dove piove sempre, troppo, questi due uomini sembrano davvero essere soli contro tutti. Anzi hanno un solo amico, un certo Quattro Formaggi (Elio Germano), uno fuori di testa dopo aver subito un incidente di lavoro e che passa le sue giornate in casa costruendo un singolare presepio e guardando film porno su un televisore auto-erotico. Dalla loro parte questi due imperdonabili hanno anche l’assistente sociale (Fabio De Luigi) che cerca con vani sforzi di dare una forma a questa famiglia.
Ma la tragedia è alla porte e avverrà in un bosco, e sotto un immancabile temporale, ai danni di una ragazzina (Angelica Leo). Unica presenza femminile in un film che lo stesso regista ha definito stamani "una favola nera con tanto di cappuccetto rosso che incontra il lupo nel bosco". "In questo film ho voluto recuperare la dimensione archetipica - spiega in conferenza stampa Salvatores -. Recuperare le atmosfere skakesperiane. In fondo in ’Come Dio comanda’ c’é un pazzo, un re e un principe che si ritrovano dentro una tempesta".
Ma questo è anche un film "che mi ha fatto molto pensare mentre lo giravo a Fabrizio De André e ai suoi personaggi ’che hanno preso la cattiva strada’". Comunque un film senza donne "anche perché quello che si mostra è un mondo triste - sottolinea Niccolò Ammaniti che ha anche scritto la sceneggiatura insieme a Salvatores e Antonio Manzini - dove c’é solo l’amore degli ’ultimi’, di questi uomini, che si difendono l’un l’altro". Ma si tratta, come ricorda il titolo, anche di un film spirituale dove si sente l’assenza di Dio.
"Io non so se Dio esiste, ma dai pochi segni che lascia sulla terra direi proprio di no - spiega il regista -. A lasciare i segni siamo purtroppo noi uomini e forse così potremmo dire che Dio siamo noi". Del suo personaggio dice Filippo Timi:"é stato davvero bello fare un border-line come Rino. Secondo me nessun essere vivente è privo di colpe, tutti siamo come animali feriti ed è poi davvero catartico poi portare avanti le cose fino in fondo come fa Rino".
Elio Germano parla invece del suo folle "come del personaggio più bello che mi sia capitato di recitare. Uno che vorrei recitare ancora come se fosse un personaggio teatrale". Quello che invece sembra essersi identificato è stato il bravissimo esordiente Alvaro Caleca che dice:"mi sento distante mille miglia da Cristiano, anche se devo riconoscere che è una parte di me che ho sempre represso".
* Ansa
saggistica
Dio, nome che salva e benedice
DI LUCA MIELE (Avvenire, 02.01.2010)
Mentre traducono la Bibbia dall’ebraico al tedesco, Franz Rosenzweig e Martin Buber - due tra i più originali pensatori del Novecento - si imbattono in quella che è considerata la sfida linguistica per eccellenza: la rivelazione del Nome così come appare in Esodo 3,14 (« Èyèh ashèr Èyèh »). L’obiettivo che ispira il loro lavoro è disancorare il testo biblico dalla «confisca » di precedenti traduzioni (da Calvino a Mendelssohn) e, al tempo stesso, liberarne una dimensione fondamentale: l’oralità.
Il cruccio di Rosenzweig e Buber: come rendere il doppio futuro del verbo essere dell’originale ebraico? I due traduttori sono accomunati dalla stessa sensibilità: l’autorivelazione di Dio si accorda non alla concezione di un Essere immutabile o confinano nella staticità, ma a un Essere che entra nella storia e vi agisce. Ai diversi nomi con cui è designato Dio nell’Antico Testamento è dedicato lo studio del teologo Tryggve N.D. Mettinger.
Secondo l’indagine dell’autore, il concetto di Dio nella Bibbia ha due fuochi di un’unica ellisse: il «Dio che salva», che interviene nella storia verticalmente, e il «Dio che benedice», che stende orizzontalmente la sua «benedizione instancabile» sull’uomo, il Dio «che in ogni momento unisce la creazione alla sua sorgente». Il primo si incontra principalmente nei libri storici, Esodo e Deuteronomio, il secondo nella letteratura sapienziale e nei Salmi.
Ebbene cosa ci svela di Èyèh ashèr Èyèh, «Io Sono colui che Sono», l’indagine di Mettinger? «Il testo biblico indica che il verbo essere è la chiave del Nome divino». Ma se questa è la decifrazione, quale senso dare alla teofania divina?
Spiega Mettinger: «Il nome divino biblico esprime la convinzione della presenza attiva e disponibile di Dio, non come espressione che riguarda il passato, piuttosto come un’affermazione di fiducia riguardo al presente e al futuro». La rivelazione di Esodo non esaurisce però il campo delle designazione divine.
Tra i nomi di Dio esaminati da Mettinger ci soffermiamo su due: sul Dio dei padri, il «Dio di Abramo, Isacco e di Giacobbe » e sul «Dio vivente». Chi è il Dio dei padri? Come mostra l’autore, è il Dio legato all’uomo da una «relazione personale sorprendente », il Dio che si fa garante della promessa ed è sorgente inesauribile della benedizione.
Il «Dio vivente» stacca radicalmente Israele da tutte le culture limitrofe: agisce nella storia, abita il tempo e dischiude il tempo della salvezza, spezzando il ciclo cosmico di morte e rinascita.
Tryggve N.D. Mettinger
IN CERCA DI DIO
Il significato e il messaggio dei nomi eterni
Edb. Pagine 292. Euro 28,50