LA FILOSOFIA, LA REALTA’ ... E "IL TEMPO DELLO SPIRITO CHE DOVREBBE PORTARE L’EVANGELO ETERNO" (Schelling).

FILOSOFIA DELLA RIVELAZIONE. 1841-1842, Kierkegaard a Berlino ad ascoltare Schelling - a cura di Federico La Sala

A seguire, un inedito di Karl Barth, su «Kierkegaard e i teologi» (1963): Oltre Kierkegaard.
mercoledì 11 giugno 2008.
 


-  Nel 1841 a Berlino il giovane filosofo ascoltò le lezioni sulla Rivelazione.
-  Ora escono gli appunti

Quando Kierkegaard ascoltò commosso Schelling

di FRANCESCO TOMATIS (Avvenire, 11.06.2008)

È noto come Søren Kierke­gaard accorse nel novembre 1841 a Berlino per seguire il primo corso berlinese di Schelling, tenuto sulla cattedra universitaria sino a pochi anni prima occupata da Hegel. Annotò Kierkegaard nel proprio Diario: «Io sono così con­tento di aver sentito la seconda le­zione di Schelling, indicibilmente contento. Tanto tempo lo sospira­vamo io e i miei pensieri in me. Ap­pena egli, parlando del rapporto fra filosofia e realtà, nominò la pa­rola ’realtà’, il frutto del mio pen­siero trasalì di gioia come il seno di Elisabetta». Eppure già nel feb­braio 1842, annunciando il pro­prio rientro a Copenaghen, scri­veva al fratello Peter: «Schelling chiacchiera in un modo del tutto insopportabile!».

Gli appunti presi a lezione da Kierkegaard, da tempo editi più volte in danese nelle opere com­plete del filosofo, sono ora dispo­nibili in prima edizione italiana con testo a fronte, a cura di Ingrid Basso, presso Bompiani, intitolati Appunti delle lezioni berlinesi di Schelling sulla ’Filosofia della Ri­velazione’ 1841-1842 (pagine 648, euro18,50). Oltre a permettere un importante raffronto con l’edizio­ne, operata sui manoscritti, della schellinghiana Filosofia della Ri­velazione, anch’essa edita da Bompiani nella traduzione del compianto Adriano Bausola, la tra­scrizione di Kierkegaard è rilevan­te anche per la comprensione del­l’elaborazione del pensiero del fi­losofo danese stesso.

Nel confronto fra Kierkegaard e Schelling, infatti, abbiamo due possibili posizioni di pensatori cri­stiani, i maggiori almeno degli ul­timi tre secoli, nettamente defini­te e approfondite in maniera in­comparabile. Kierkegaard costi­tuisce l’opposizione esistenziale al sistema razionalistico hegeliano, rifiutante la universalità e totalità razionale per la singolarità e sog­gettività della fede. Invece Schel­ling il tentativo ancora razionale di comprendere un sistema della libertà, originaria e personale, di­vina e umana, tale che ragione e ri­velazione, potenze del pensiero e della realtà, non siano fra loro in contraddizione benché l’una non completamente riducibile all’al­tra.

Ciò che indubbiamente poté affa­scinare Kierkegaard fu la rivendi­cazione schellinghiana dei diritti della realtà rispetto alla mera ri­flessione del pensiero, al quale He­gel aveva di fatto ridotto quella. Tuttavia egli fu probabilmente ir­ritato dallo scoprire che Schelling continuava a spiegare la realtà co­munque filosoficamente, benché attraverso un riscontro empirico di livello superiore delle potenze a priori del pensiero, cioè attraverso l’interpretazione della rivelazione cristiana e delle mitologie. Per Kierkegaard tale continuità risultò inaccettabile.

Entrambi seguirono quindi due strade differenti. Kierkegaard da lì a poco elaborò tutte le sue principali opere suc­cessive alla tesi di laurea, Schelling approfondì ulteriormente, sempre in corsi di lezioni universitarie o accademiche, quanto già succin­tamente esposto a Berlino.

Kierke­gaard non comprese come il pas­saggio dalla filosofia negativa alla positiva indicato da Schelling at­traverso l’esperienza dell’imme­morabilmente essente non costi­tuisca una mediazione razionale, quanto una conversione estatica della ragione ad una doppia di­mensione dell’umanità, tale che l’umana ragione sia mostrata ca­pace di comprendere i contenuti della fede senza ridurre a sé la li­bera eventualità di Dio.

Ma come non compreso da Kierkegaard, Schelling fu misconosciuto dalla totalità dei suoi contemporanei, nettamente inferiori a Kierkegaard a livello speculativo, tanto che do­vette aspettare i teologi russi, Flo­renskij in particolare, quasi un se­colo dopo, per iniziare a poter es­ser inteso appieno. Tanto che gli appunti stessi di Kierkegaard del suo corso berlinese, se ben com­presi e approfonditi, dimostrano la straordinarietà di un pensiero filosofico aperto alla rivelazione cristiana.


-  Il corso a Berlino
-  Gli appunti di Kierkegaard alle lezioni di Schelling

di Armando Torno (Corriere della Sera, 29.05.2008)

Tra il novembre 1841 e il marzo 1842 Schelling tenne a Berlino, alla cattedra che fu di Fichte e di Hegel, un primo corso sulla Filosofia della Rivelazione. Ad esso partecipò un allievo d’eccezione: Søren Kierkegaard. Durante quelle lezioni il pensatore danese prese degli appunti, che ora vengono tradotti in italiano con il testo a fronte da Ingrid Basso (in appendice sono dati i passi dell’opera di Schelling utili per comprendere tali note).

Non è facile trovare aggettivi per riassumere questo incontro durante le giornate berlinesi; Jaspers, più semplicemente, definirà codesti corsi «l’ultimo grande avvenimento universitario della filosofia ». Va ricordato in margine agli appunti - dove si leggono intuizioni sull’ontologia, la metafisica, su Dio, né mancano riferimenti alla logica hegeliana o alla teologia negativa - che Kierkegaard continua a godere di ottima salute editoriale anche in Italia, nonostante la recente scomparsa di Alessandro Cortese (purtroppo il lavoro in corso per Marietti 1820 resta interrotto al terzo volume). Morcelliana, per fare un esempio, si appresta a ripresentare una nuova edizione dell’importante Diario, costata anni di lavoro. Kierkegaard, in altre parole, è ormai diventato un autore di riferimento per il mondo contemporaneo, forse perché come pochi altri ha capito il dramma attuale dell’uomo e non ha prestato fede a tutti quei voli nel nulla che la filosofia ha fatto e continua a fare.

-  SØREN KIERKEGAARD
-  Appunti
-  Trad. Ingrid Basso
-  BOMPIANI PP. 640, e 18,50



Sul tema, nel sito, si cfr.:

-  IL FARISEISMO CATTOLICO-ROMANO E LA NOVITA’ RADICALE DELL’ANTROPOLOGIA CRISTIANA. PARLARE IN PRIMA PERSONA, E IN SPIRITO DI CARITA’.

-  TEOLOGIA PLATONICA , HEGELISMO, E CATTOLICESIMO-ROMANO: "DOMINUS IESUS" (J. Ratzinger)!!! Per la critica dell’economia politica e della teologia mammonica ("Benedetto XVI, "Deus caritas est") vaticana.
-  ALLE RADICI DELLA TEOLOGIA ATEO-DEVOTA: PSEUDO-DIONIGI AREOPAGITA.

-  ESISTENZIALISMO. PER UNA CRITICA DEL FARISEISMO FILOSOFICO ATEO-DEVOTO CONTEMPORANEO
-  ANDRE’ GLUKSMANN: "VIVERE NELLA MENZOGNA", CON "ONORE"?! Fraintende Socrate ("Solo Dio è sapiente"), fraintende Kant ("Sàpere aude"), e si aggira ancora nella "foresta nera" di Heidegger. Un’anticipazione del suo ultimo saggio

-  CIELO PURO E LIBERO MARE....
-  ETICA DELL’ATEISMO?! AL DI LA’ DEI FONDAMENTALISMI LAICI E RELIGIOSI: UNA SECONDA RIVOLUZIONE COPERNICANA


-  Oltre Kierkegaard

-  DI KARL BARTH (Avvenire, 12.12.2007)

Ci sono teologi che, sì, hanno sentito qualcosa di Kierkegaard e possono anche aver letto qualcosa di lui, ma che non sono mai andati alla sua scuola. Non hanno dovuto tenergli testa. Gli sono passati in qualche modo davanti. Che essi pensino in modo più ortodosso o più liberale, più pietistico ed evangelico o più sociale e politico, più speculativo o più attivistico, che la loro forza stia nella predica o nell’insegnamento, nella cura pastorale o nel lavoro scientifico, essi si contraddistinguono per il buonumore che nelle loro affermazioni e nel loro atteggiamento in ultimo non viene mai meno. La loro professione ( Beruf), in quanto tale, non costituisce una prova ( Anfechtung). Sono tipi pratici, e questo non gli procura alcun serio imbarazzo.

Vedono il cristianesimo, e con esso la propria posizione come suoi rappresentanti, saldamente inseriti nella struttura della società umana, assieme agli altri elementi e alle altre funzioni che la compongono. Si rallegrano di vedere che tutti gli uomini di buona volontà accettano e fondamentalmente riconoscono il cristianesimo, e con esso quello che loro fanno.

Fra questi uomini essi non si trovano in terra straniera, ma come se fossero a casa propria. Se si prescinde da qualche occasionale e innocuo fastidio, sono ugualmente in pace con se stessi, con la Chiesa, con il mondo e con Dio. Kierkegaard è vissuto, ha sofferto e ha lottato invano per loro.

Ci sono poi altri teologi che si sono familiarizzati in modo sempre più profondo con Kierkegaard, talmente profondo che non possono più staccarsi da lui e che per questo siedono nella classe superiore della sua scuola.

L’infinita differenza qualitativa tra Dio e l’uomo, con tutte le sue conseguenze, li ha divorati. Essi vedono se stessi e gli altri, la Chiesa e il mondo circondati dalla minaccia di sonore negazioni. La loro professione è una tentazione nel suo complesso, il cristianesimo vero, autentico, un attacco su tutta la linea contro il cristianesimo corrente. Il loro tema è la salvezza dell’esistenza umana nella conoscenza sempre nuova della sua assoluta problematicità. Il loro annuncio è la pienezza di un vuoto da purificare continuamente da tutti i contenuti.

Il loro triste godimento o la loro tristezza gaudente è l’ironia, che essi vedono profusa su tutti e su tutto e che profondono a loro volta. Una serietà che non gli permette di divenire mai completamente seri, un sorriso che non gli concede mai di ridere.

Anche se dal punto di vista pratico non assomigliano in tutto al maestro, perché per esempio non soltanto sono fidanzati, ma normalmente anche sposati, essi pure nella loro condotta e nella loro dottrina, ed eventualmente anche nei loro scritti e nei loro libri, cercano di rendere visibile quanto più possibile che hanno di mira non lo stare in piedi e nemmeno il giocare, ma il tenersi sospesi, e che si arrabbiano parecchio se chi li circonda non cerca di fare altrettanto. Kierkegaard è divenuto per loro un sistema.

Infine vi è anche un terzo tipo di teologi che hanno letto Kierkegaard e sono passati per la sua scuola, ma che appunto sono passati per essa.

Anch’essi hanno ricevuto da lui uno spavento, una scossa di fronte alla grande estraneità del cristianesimo, alla novità del suo annuncio e al rigore della sua esigenza, uno spavento di fronte al carattere problematico dell’esistenza umana che egli ha messo in luce. Non hanno più potuto metter da parte l’impulso ricevuto da Kierkegaard, non sono potuti più ricadere nel sonno di una religiosità puramente estetica, né ritornare alle marmitte di carne della cristianità e della ecclesiasticità borghesi di antica o nuova fattura, né mai più tralasciare e tacere il “no” pronunciato dal Vangelo verso il mondo e la Chiesa.

Ma essi, e questo li ha condotti oltre Kierkegaard, hanno potuto percepire e testimoniare questo “no” come il “no” racchiuso nel “sì” di Dio, come il fuoco del suo amore, che ha come fine non questo o quel singolo, ma il mondo intero nel suo ateismo e che, come tale, vuole essere annunciato dalla Chiesa.

Soltanto così hanno potuto comprendere e far valere correttamente l’autentica asprezza di questo “no”. Esso ha perso il suo carattere filosofico, di principio. Pur senza tacerlo, il “no” non poteva più essere la legge imposta su di loro e sugli altri e dunque non poteva più essere il loro tema. La loro disperazione è divenuta una disperazione fiduciosa ( desperatio fiducialis, Lutero). La loro professione e il dubbio provocato da essa ha assunto i tratti della speranza.

Essi hanno trovato la consolazione per i poveri cristiani, che è anche la consolazione del mondo intero e la propria, non in qualcosa che l’uomo potrebbe essere e fare per conto proprio di fronte a Dio, ma in quello che Dio nella maestà del¬la sua libera grazia ha fatto per lui e con lui, che tuttora continua a fare e che farà in modo definitivo.

A partire da lì non hanno più potuto confondere, né apertamente né segretamente, la teologia con una filosofia esistenziale, né hanno potuto adattare, direttamente o indirettamente, le strutture di quest’ultima. A partire da lì sono dovuti divenire serissimi, e nello stesso tempo hanno potuto ridere di gusto. A partire da lì sono potuti divenire un po’ più umani.

Non hanno più fatto uso dell’ironia, e il volersi tenere sospesi non è più stato per loro un bisogno. Questo è quello che hanno potuto imparare, ma appunto per farlo sono dovuti andare a scuole diverse da quella di Kierkegaard. La critica a una speculazione astratta pone in una situazione diversa chi non ha conosciuto il filosofo, chi vi è rimasto impigliato, chi l’ha oltrepassato


-  GUARIRE LA NOSTRA TERRA: VERITA’ E RICONCILIAZIONE. Lettera aperta ...sulla necessità di "pensare un altro Abramo"


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