Per l’ “amore conoscitivo” - In memoria di Kurt H. Wolff
SULL’USCITA DALLO STATO DI MINORITA’, OGGI.
Note per un nuovo patto sociale
di Federico La Sala *
"Per recuperare la salute, il nostro mondo ha bisogno di una duplice cura: la rigenerazione politica include la resurrezione dell’amore. Entrambi, amore e politica, dipendono dalla rinascita della nozione che è stata il cardine della nostra civiltà: la persona. Non penso a un impossibile ritorno alle antiche concezioni dell’anima; ma penso che, pena l’estinzione, dobbiamo ritrovare una visione dell’uomo capace di restituirci la coscienza della singolarità e dell’identità di ciascuno. Visione a un tempo nuova e antica, visione che contempli, in termini attuali, ogni essere umano come una creatura unica, irripetibile e preziosa” (O. Paz, La duplice fiamma. Amore ed erotismo, Milano, Garzanti, 1994, p. 134).
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Il cielo della preistoria (Marx) getta ancora le sue terribili ombre sul nostro presente e continua a devastare sempre piu la nostra mente e la nostra Terra. Si continua a credere che la civiltà dell’amore - come ha ammesso l’ultimo ‘hegelo-marxista’ nella sua recente circolare del 23.2.1994 - sia possibile, e non un’utopia (1), ma nessuno (non i filosofi, e meno che mai il Papa) osa far pulizia nel cielo delle nostre idee di violenza, di tramonto e di morte (Occide-re-nte). E tutti perseverano nel ritenere cosa sacra e giusta “per diritto naturale che la materia obbedisca alla forma, il corpo all’anima, l’appetito alla ragione, i bruti all’uomo, la moglie al marito, l’imperfetto al perfetto, il peggiore al migliore, per il bene dell’uno e l’altro dei due”(2).
Se è vero che un uomo più una donna ha prodotto per secoli e per millenni un uomo (3), non è un caso che la dinamica del rapporto tra il soggetto, l’umanità, e l’oggetto, la natura, sia stato concepito dialetticamente, e uni-totalitariamente - sia in senso idealistico sia materialistico - come un percorso bellico di superamento delle differenze e trionfo dell’Uomo. E il mondo in cui hanno vissuto e vivono l’uomo e la donna è stato sempre e solo interpretato come il mondo dell’Uomo e del Cittadino: si ricordi che in Italia solo l’altro ieri, 1946, è stato riconosciuto il diritto di voto alle donne.
Cogliere le cose alla radice non è facile. E la radice dell’uomo non è l’uomo stesso. Si ricordi quanto la completa conoscenza scientifica del fenomeno della procreazione sia recente nella scienza occidentale. E si ricordi che «dopo l’antica credenza nella sola responsabilità del maschio, la questione viene riveduta, diventa argomento di polemiche e resta a lungo incerta», e che, «fino al 1906, data in cui l’insegnamento adotta la tesi della fecondazione dell’ovulo con un solo spermatozoo e della collaborazione di entrambi i sessi alla riproduzione e la Facoltà di Parigi proclama questa verità ex cathedra, i medici si dividevano ancora in due partiti, quelli che credevano, come Claude Bernard, che solo la donna detenesse il principio della vita, proprio come i nostri avi delle società pre-patriarcali (teoria ovista), e quelli che ritenevano [...] che l’uomo emettesse con l’eiaculazione un minuscolo omuncolo perfettamente formato che il ventre della donna accoglieva, nutriva e sviluppava come l’humus fa crescere il seme»(4).
Si tratta di riprendere da capo, a partire dalle radici, l’interrogazione sia su che cosa significa pensare sia, e ancor di più, su che «cosa significa creare rapporti e legami», e su come trasformare i vecchi esistenti rapporti di produzione. Nel momento in cui, accanto all’uomo, la donna «è entrata nel campo e può essere amica o nemica»(5), se vogliamo ridurre e non raddoppiare il numero già infinito delle occasioni di guerre e di distruzione, altre sono le domande e altre sono le risposte di cui abbiamo bisogno:
"Prigionieri di una logica vecchia e con radici profonde secondo la quale v’è sempre chi vince e chi perde, si riuscirà ad uscire da questo gioco che consente, al massimo, di invertire le parti? Che senso ha rifiutare la propria oppressione dell’altro, per rivendicare il diritto ad opprimerlo nello stesso modo e con gli stessi strumenti ? Come strappare il potere dalle mani di chi lo detiene, senza esercitare lo stesso potere su chi viene reso impotente? Come superare i tempi delle rivendicazioni, del capovolgimento dei termini che lascia intatta la natura dell’oppressione la qualità del rapporto tra chi tiene il coltello dalla parte del manico e chi si trova con un coltello puntato?
È un problema che non riguarda soltanto il rapporto tra l’uomo e la donna, ma tra l’oppressore e l’oppresso, tra il forte e il debole, tra chi ha il potere e chi non lo possiede: sono quindi domande che coinvolgono l’intera struttura sociale e tutti i valori da essa prodotti, e non possono trovare risposte parziali. Ma nel rapporto tra l’uomo e la donna v’è qualcosa di piu complicato e insieme più semplice: la necessità naturale che reciprocamente li unisce e che la storia ha diviso. La sopraffazione dell’uno sull’altro poggia su questa reciproca necessità, che può essere garanzia di un cambiamento.
Riconoscere lo stesso peso alle esigenze, ai bisogni e ai desideri di entrambi - anche se la donna, tra l’altro, sarà madre se vuole - non dovrebbe essere un’operazione che esige il massacro"(6).
Si tratta di uscire «da interi millenni di labirinto» secondo un’espressione di Nietzsche: e per questo non servono più né l’astuzia della ragione né la volontà di potenza. Non v’è nessuno da uccidere o da aggiogare, e tutti e tutte da liberare - Teseo, Arianna e il Minotauro. Per una nuova terra, abbiamo bisogno di un nuovo cielo, non più platonico e non più cristiano-hegeliano. Ha ragione Ida Magli: L’Osservatore romano «mi contesta perché affermo che non è più tollerabile per la coscienza dell’uomo moderno teorizzare l’ amore di un dio che ha voluto la morte del figlio per salvarci? E perché affermo che non era questo il messaggio di Gesù? Ma è la storia dei duemila anni di Europa cristiana a dimostrare con le sue infinite guerre che si tratta di una religione di morte. Quello che stiamo vivendo in questi giorni lo dimostra meglio che qualsiasi laboratorio. È nel centro delle religioni del sacrificio - ebraismo, islamismo, cristianesimo - che si deve continuare ad uccidere per salvarsi: perché là dove esiste sacrificio deve esistere il sacrificatore [...].. Perché condanno Wojtyla? Perché rappresenta, nel mondo moderno, l’incarnazione del sacerdote-sacrificatore dell’Antico e del Nuovo Testamento, e, come tale, non può non individuare nelle donne le vittime per eccellenza. Strumenti sacrificali, al servizio della procreazione anche là dove vengono stuprate appositamente come in Bosnia, perché procreino figli ai nemici vincitori come sempre è avvenuto in tutte le guerre, da quelle di cui parla Omero fino ad oggi»(7).
Siamo ancora nella preistoria: come in cielo, cosi in terra. Ma nessuno sembra rendersene conto, e disponibile a «interrogarsi anche su ciò che sembra talmente ovvio, da non suscitare il minimo dubbio, anzi, da non apparire alla coscienza neanche come fatto su cui interrogarsi». Ha ragione Ida Magli: «Le donne sono esseri storici, sono persone. Chiedo a Wojtyla di prenderne atto. Soltanto questo».
Il re è nudo, letteralmente. Si tratta di non continuare a chiudere un occhio o, che è lo stesso e peggio, a chiudere gli occhi sull’incarnazione e sulla nascita -«questa origine, sperimentabile come quell’evento che noi siamo»(8) -e «non smettere mai di porsi domande»: sàpere aude!
Benché occasionali e velocissime, le riflessioni qui presentate questo tentano: fare luce sull’ombelico del sogno (Freud) della ragione (Hegel) del re (Platone). Per tutti e per tutte, ciò che è in giuoco è proprio l’aprire gli occhi (nel doppio senso di nascere e conoscere) su quel crocevia di relazioni chiasmatiche da cui emergiamo, che ci costituiscono e strutturano, e che ci legano alla stessa realtà in cui viviamo - in grande e pericolosa ignoranza.
Pur se con molti limiti, Feuerbach l’aveva capito quando affermava che la vera dialettica non è un monologo del pensatore solitario con se stesso, ma un dialogo tra l’io e il tu. «Due esseri umani occorrono per creare l’uomo, sia l’uomo spirituale sia quello fisico: la comunione dell’uomo con l’uomo è il primo principio e il primo criterio della verità e della validità universale»(9). Cosi Saussure: «Per trovare nell’insieme del linguaggio la sfera che corrisponde alla lingua, occorre collocarsi dinanzi all’atto individuale che permette di ricostruire il circuito della parole. Questo atto presuppone almeno due individui, il minimo esigibile perché il circuito sia completo. Siano dunque due persone che discorrono...»(10).
Uomo e donna, prima di tutto. All’origine della nostra stessa vita, come dell’intera società, non vi sono il silenzio e la morte: v’è l’amore. È l’amore che illumina le differenze e svela la comune identità: vere duo in carne una, sia nell’unione dei due (uomo e donna) sia nell’uno (figlio o figlia) prodotto dai due. Ogni uomo e ogni donna nascono da donna, ma ogni individuo (letteralmente, il duo da non dividere) - sia uomo sia donna - è generato dall’uomo e dalla donna: due esseri umani, diversi nella loro fisicità (differenza sessuale) e identici nella loro soggettività (attiva e recettiva insieme). Hic Rhodus, hic saltus! Con Kant, oltre Hegel e Freud.
Né idealismo, né materialismo, non la metafora dello specchio e neppure la dialettica. La logica del X (=Chi, nel senso unificato della lettera dell’alfabeto greco simbolizzante una relazione incrociata o, appunto, chiasmatica e del pronome relativo che rinvia alle persone che si incontrano e discorrono) precede e fonda la logica del che cosa (Socrate), non viceversa: continuare a ignorare chi siamo non porta se non a prolungare la strada di coloro che «non sanno quello che fanno» e a non vedere mai né la luce del Sole, né la Terra, né noi stessi e noi stesse - neonati e neonate, in un cielo puro e in un libero mare.
Il nuovo inizio è possibile. Ma, giammai come ora, esso dipende da noi - uomini e donne della Terra. Si tratta di decidersi, consapevolmente e responsabilmente, per relazioni amorose e non per relazioni furbesche e odiose. Non ci sono altre soluzioni: o distruggere il mondo e noi stessi e noi stesse o «cambiare l’anfiteatro da gladiatori dell’insieme delle nostre relazioni» (M. Serres).
Continuare a intendere la relazione-matrice (uomo e donna all’esterno, maschile e femminile all’interno dell’uno e dell’altra) come relazione di dipendenza «significa voler svuotare della sua realtà uno dei portatori della relazione, e con ciò la relazione stessa» (M. Buber), e scegliere ancora una volta di camminare sulla vecchia strada della guerra e della distruzione.
Contro ogni illusione di continuità di istituzioni e di divinità, un fatto resta determinante. Siamo giunti a un grado zero di civiltà. La secolarizzazione non è stata uno scherzo: non solo «Dio è morto» ma anche l’Uomo. Il lungo processo storico che in Europa e nel mondo, almeno dal XVIII secolo, ha innescato la contrapposizione delle diverse forme del contesto sociale all’individuo come un puro strumento per i suoi scopi privati, come una necessità esteriore, e, nel contempo, ha spinto l’individuo a un progressivo isolamento nella società, ha ormai toccato il fondo e ha portato a galla le determinazioni più semplici (Marx).
Ciò che è emerso non è l’ideologico individuo isolato, ma l’uomo isolato e la donna isolata, con la loro diversità (differenza sessuale) e la loro identità (bisessualità psichica), e lo stesso nesso che li costituisce e unifica isolato. Ed è con questo che oggi bisogna fare i conti - se vogliamo uscire dall’inferno in cui stiamo sprofondando sempre più, non con qualcos’altro.
Nessuna restaurazione ci può salvare. Quando la potenza unificatrice scompare dalla vita dell’uomo e della donna e gli opposti hanno perduto il loro vivo rapporto e la loro reciproca dipendenza acquistando la loro autonomia, non è della filosofia - come sosteneva Hegel - che si ha bisogno. Caso mai, essa serve solo a completare l’opera.
La sua coscienza infatti, pur se desiderosa di sapere, è cieca come la coscienza di Èdipo: non sa nulla del prima e del dopo; e la sua intelligenza è capace solo di consegnare alla vecchia Giustizia e a un destino di negazione e morte tutto ciò che incontra sulla strada del suo presente. Nel proprio lavoro e sul suo terreno, è anche una coscienza eroica, astuta e potente, ma al di là non va e non può andare: è paurosa e miope, come una nòttola o una talpa, e non sa far altro che tornare indietro e rimuovere la complessità delle condizioni del suo stesso essere e del suo stesso agire.
A veder bene, il dialogo socratico come la dialettica hegeliana non sono che potenti e sofisticate macchine da guerra di una coscienza (storicamente datata) volta ad aggiogare e confinare l’altro dentro di sé (il femminile) e fuori di se (la donna) e la stessa natura, in un cerchio o, meglio, una sfera - senza tempo e senza vita, oltre che senza luce.
Il desiderio-di-sapere di questa coscienza non ha più storia, né in terra né in cielo. Oggi, gli uomini e le donne non solo hanno appreso come nascono i bambini e le bambine sulla Terra, ma, portatisi e portatesi fuori - nell’oceano cosmico, hanno visto la sfera in cui abitano: la nostra Terra è illuminata dal Sole ed è piena di vita e di brillante colore. Al di là della disperazione e del nulla, oltre le colonne di Ercole-Parmenide, hanno trovato e provato - quanto nessuna coscienza nata e cresciuta tra le mura delle varie accademie ha mai neppure lontanamente sognato - il piacere, più profondo ancora della sofferenza (Nietzsche), e "Amore più forte della Morte".
Benché accecati, Marx, Nietzsche e Freud hanno scavato più di tutti - per aprire un varco: non è la coscienza dell ’uomo o della donna che determina il nesso sociale, ma è il nesso sociale che determina la coscienza dell’uno e dell’altra. Non vi sono riusciti ma ora il nesso dialettico è stato spezzato. Lo Stato etico come il partito etico è morto, e la strada a un nuovo patto sociale e a una nuova conoscenza è aperta.
Né egoismo, né altruismo ... né un’altra religione! Si tratta di aprire le porte e le finestre della coscienza alla legge scritta nel nostro stesso corpo e nella nostra stessa mente (non nella testa di qualche filosofo-papa) e di cominciare a mettersi in cammino. La critica non ha strappato i fiori immaginari dalla catena perche l’uomo e la donna continuino a trascinarla triste e spoglia, ma perche la gettino via e colgano il fiore vivo.
Uscire dal caos è possibile, e mettere al mondo una nuova polis non è un’utopia. Ormai né a Johannesburg, né a Gerusalemme, né a Gaza, e nemmeno a Roma, si ignora che la verità nasce da due e non da uno e che amare l’altro come se stesso, o sé come un altro (12), è un dire di sì all’eterno ritorno della vita, non della morte.
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TERRA!!! |
* Si riprende qui, con lo stesso titolo, il cap. 6 della Parte III, del mio lavoro: Federico La Sala, Della Terra, il brillante colore, pref. di Fulvio Papi, Roma-Salerno, Edizioni Ripostes, 1996, pp. 141-148.
NOTE:
1. Giovanni Paolo II, Lettera alle famiglie, supplemento al n. 45 di “Avvenire» di mercoledì 23 febbraio 1994, pf. 15
2 . Ginés De Sepulveda, De la justa causa de la guerra contra los Indios. Roma 1550. A riguardo, cfr. E Dussel, La conquista dell’America e il mito della modernità nella disputa di Valladolid (1550), in .”lnvarianti”, n. 22, pp. 53-58, Roma, Antonio Pellicani editore, 1992.
3. Franca Ongaro Basaglia, Donna, in Enciclopedia, 5, Torino, Einaudi, 1978, p. 89.
4. F. D’Eaubonne, Le donne prima del patriarcato, Roma, Felina Editrice, 1981, p. 11.
5. Franca Ongaro Basaglia, op. cit., p. 103.
6. F. Ongaro Basaglia, op. cit., p. 101.
7. Ida Magli, Le donne, vittime del Cristianesimo, in «L’Unità" dell’ 8 marzo 1994.
8. A. Kolleritsch, Dell’Infanzia, Genova, Il Melangolo, 1993, p. 13.
9. L. Feuerbach, Principi della filosofia dell’avvenire, f. 41 e pf. 62, Torino, Einaudi, 1971.
10. F. De Saussure, Corso di Linguistica Generale, cap. III, pf. 2, Bari, Laterza, 1991. Su questo tema, inoltre, si cfr. E. Benveniste, La soggettività nel linguaggio, in: Problemi di Linguistica generale, Milano, Il Saggiatore, 1971, pp. 310-320.
11. Cantico dei Cantici: 8.6, trad. e cura di Giovanni Garbini, Brescia, Paideia, 1992.
12. P. RICOEUR, Sé come un altro, Milano, Jaca Book, 1993.
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* IL DIALOGO, Mercoledì, 11 maggio 2005
Sul tema generale, nel sito, cfr.:
PER UNA SVOLTA ANTROPOLOGICO-TEOLOGICA...
ALLE RADICI DELLA BELLICOSA POLITICA DEL VATICANO. LA GUERRA NELLA TESTA DELLA GERARCHIA DELLA CHIESA CATTOLICO-ROMANA E L’INDICAZIONE ’DIMENTICATA’ DI GIOVANNI PAOLO II. Una nota di Federico La Sala
L’ANNUNCIO A GIUSEPPE E MARIA - DIO E’ AMORE ("DEUS CHARITAS EST": 1 GV., 4.8): LA NUOVA ALLEANZA E LA NUOVA LEGGE. COME IN CIELO COSI’ IN TERRA: RESTITUIRE A GIUSEPPE L’ANELLO DEL PESCATORE - come già Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II - ... E L’ONORE E LA GLORIA DOVUTA. PACEM IN TERRIS ...
Il sesso, il gender, le femministe e la Chiesa cattolica
di Ritanna Armeni (il Riformista, 5 maggio 2010)
Che cosa diventerebbe il mondo senza i sessi? Che cosa potrebbe accadere se non ci fossero più maschi e femmine, ma solo “persone” nelle quali si incrociano e si incontrano caratteri femminili e maschili ma nessuno dei due è così assoluto da determinare una differenza incolmabile? Ed è questa un’eventualità reale? Sicuramente per molti è un fantasma, uno spettro pericoloso che distruggerebbe un pilastro “naturale” della vita e della storia degli esseri viventi (non solo degli umani) quello che li divide in maschi e femmine. Ed è un fantasma soprattutto per la Chiesa.
Di questo fantasma è dominato il libro - agile e intenso - di Giulia Galeotti “Gender - genere”. In esso si descrive con precisione, preoccupazione (e qualche esagerazione) la teoria femminista del Gender e i timori che provoca, le conseguenze gravi a cui - secondo l’autrice - si va incontro. Secondo questa teoria l’identità sessuale dell’uomo e della donna non sono il prodotto di una differenza biologica ma il frutto di cultura, costruzione sociale e rigida determinazione dei ruoli. Sono questi ad aver provocato la disuguaglianza fra i sessi e la conseguente costrizione della donna in un ruolo emarginato e subalterno. Devono quindi essere smantellati, ma insieme ad essi si chiede che sia cancellata anche la differenza sessuale.
Il “gender” - scrive Galeotti - si contrappone al sesso. Di sesso maschile e femminile possiamo nascere, ma questo non impedisce - se si eliminano gli ostacoli culturali - di divenire “un genere” che non coincide esattamente con esso. Così si può essere insieme donne e uomini, si può nascere donne e divenire uomini e viceversa. Oppure l’umanità potrebbe scivolare verso una neutralità sessuale.
Alla cultura del “genere” che ha acquistato un peso nella cultura planetaria e si è diffusa nelle organizzazioni internazionali si contrappongono due forze diverse, ma alleate: il femminismo della differenza e la Chiesa cattolica. Entrambe sono interessate a confermare la differenza fra i sessi e a contestare le teorie del genere. Entrambe pensano che la differenza femminile contenga una ricchezza che non contrasta con l’eguaglianza ma la potenzia e la arricchisce.
L’alleanza di cui parla Giulia Galeotti effettivamente esiste. Nella Mulieris dignitatem fu affermata da Giovanni Paolo II. «La donna nel nome della liberazione dal dominio dell’uomo - scriveva - non può tendere ad appropriarsi delle caratteristiche maschili, contro la sua propria originalità femminile. Esiste il fondato timore che su questa via la donna non si realizzerà, ma potrebbe invece deformare e perdere ciò che costituisce la sua essenziale ricchezza. Si tratta di una ricchezza enorme...» E ancora «Le risorse personali della femminilità non sono certamente minori delle risorse della mascolinità, ma sono solamente diverse. La donna dunque - come, del resto, anche l’uomo - deve intendere la sua realizzazione come persona, la sua dignità e vocazione sulla base di queste risorse, secondo la ricchezza della femminilità, che ella ricevette nel giorno della creazione e che eredita come espressione a lei peculiare dell’immagine e somiglianza di Dio».
Quella alleanza diventò evidente nel 2004 quando Benedetto XVI, allora prefetto della Congregazione per la Dottrina della fede, nella sua lettera «sulla collaborazione fra uomo e donna» attaccò sia il femminismo paritario perché - scriveva - «sottolinea fortemente la condizione di subordinazione della donna allo scopo di suscitare un atteggiamento di contestazione» e poi una seconda tendenza del femminismo quella secondo cui «per evitare ogni supremazia dell’uno o dell’altro sesso, si tende a cancellare le loro differenze, considerate come semplici effetti di un condizionamento storico-culturale. In questo livellamento la differenza corporea, chiamata sesso, viene minimizzata, mentre la dimensione strettamente culturale, chiamata genere, è sottolineata al massimo e ritenuta primaria. L’oscurarsi della differenza o dualità dei sessi produce conseguenze enormi a diversi livelli. Questa antropologia, che intendeva favorire prospettive egualitarie per la donna, liberandola da ogni determinismo biologico, di fatto ha ispirato ideologie che promuovono, ad esempio, la messa in questione della famiglia, per sua indole naturale bi-parentale, e cioè composta di padre e di madre, l’equiparazione dell’omosessualità all’eterosessualità, un modello nuovo di sessualità polimorfa».
Le femministe gridarono alla svolta. Stupendosi e compiacendosi della cultura di colui che sarebbe diventato Benedetto XVI. Luisa Muraro, la più nota esponente del femminismo della differenza giudicò la lettera una «novità interessantissima» e «dirompente». Ratzinger, sentenziò, ha assunto e ha fatto proprio il pensiero della differenza. Ida Dominjanni sul Manifesto trovò nella lettera del cardinale «un ascolto del divenire storico, del mutamento innescato dalla rivoluzione femminile che va riconosciuto e incassato». Marina Terragni scrisse sul Foglio: «Nessun pensiero politico maschile oggi dialoga con il femminismo della differenza, come la Chiesa mostra di voler fare».
Il libro di Giulia Galeotti lascia però senza risposta alcune domande. Perché la Chiesa nei suoi ordinamenti istituzionali ha dato sempre alla donna un ruolo secondario facendo coincidere la differenza con la subordinazione e la relazione con l’abnegazione? Quando la teoria del gender è nata e poi si è sviluppata negli anni 70 a partire dal femminismo statunitense aveva poi tutti i torti a individuare nelle costruzioni sociali e culturali della femminilità l’origine di tanta discriminazione nei confronti delle donne? L’assenza di una donna-Papa per fare il più banale degli esempi, non è una delle dimostrazione di quanto quelle costruzioni sociali abbiano avuto cittadinanza anche nella Chiesa? La teoria del gender non era un passaggio storico necessario per arrivare a quella nuova libertà femminile che oggi può anche rivendicare la differenza? Una libertà femminile con cui persino la Chiesa che tanto ha contribuito nella storia alla costruzione sociale della donna “costola dell’uomo” oggi deve fare i conti? Insomma le teorie e le loro conseguenze sono importanti. Ma la storia e l’esperienza lo sono altrettanto.
Le donne e la libertà ai tempi del Cavaliere
di MIRIAM MAFAI *
E se tutto questo scialo di donne, convocate a Roma da uno spregiudicato affarista di Bari, e messe a disposizione del nostro presidente del Consiglio, avesse provocato, non la simpatia, l’invidia e il consenso di cui parlano i suoi più fedeli collaboratori, ma, soprattutto tra le donne, irritazione, e persino un po’ di vergogna?
E non è possibile che sia stato proprio questo sentimento di una parte dell’elettorato femminile ad aver provocato un sia pur tardivo atteggiamento di critica da parte della stampa e delle gerarchie cattoliche?
Una velina, una escort, una prostituta è una donna che dispone del suo corpo come crede. O come può. Il mestiere più antico del mondo, si diceva una volta. Esercitato in modi diversi, con maggiore o minore eleganza, riservatezza e sobrietà. Un mestiere che si sceglie o al quale si può forse essere costrette. Ma non è lecito pensare che siccome esistono le veline, tutte le donne italiane sarebbero classificabili come aspiranti veline. E la prova di questa latente aspirazione starebbe nel fatto che le donne italiane, giovani e meno giovani, dedicano ormai una cura ossessiva al proprio corpo, sperando di farne strumento non solo di piacere ma anche, se possibile, di guadagno e di successo.
Ha ragione Michela Marzano quando, su queste pagine, qualche giorno fa, denunciava il fatto che questo sia l’unico modello di riuscita e di comportamento che il potere in carica oggi propone alle donne. E’ questo, nei fatti, il modello vincente insistentemente proposto alle donne dalla nostra tv. Donne esibite come merce, donne spogliate, donne in vendita offerte al miglior acquirente: una proposta umiliante che non viene avanzata solo dalla tv berlusconiana, ma anche purtroppo da quella pubblica.
Ma le donne italiane sono davvero tutte, o nella loro maggioranza, disponibili a questa subalternità al desiderio maschile? Io non lo credo. Penso, al contrario, che in maggioranza le donne italiane stiano da tempo perseguendo un’altra strada. Quella della propria realizzazione come individui liberi e responsabili, attraverso una faticosa combinazione tra studio, organizzazione della vita familiare, maternità e lavoro. E questo mi pare il senso dell’interpellanza su Berlusconi presentata la scorsa settimana in Parlamento dalle donne e dalle ex ministre del Pd. E questo mi pare anche il messaggio di quelle 15 mila donne italiane che hanno firmato l’appello della professoressa Chiara Volpato: "il comportamento del premier offende le donne".
Il 1968 ci perseguita. É sempre a quella data che facciamo riferimento per ricordarne le conquiste o lamentarne le sconfitte e le delusioni. Quello che si è convenuto chiamare il 1968 è un processo lungo e tumultuoso che nel nostro paese è durato almeno dieci anni. Ci stanno dentro le occupazioni delle Università e l’autunno caldo operaio, la legge sul divorzio (e il successivo referendum) e lo Statuto dei Lavoratori, il nuovo diritto di famiglia e la legge sull’aborto, la chiusura dei manicomi e la riforma sanitaria, Piazza Fontana e il delitto Moro. Quello che chiamiamo il 1968 è uno spartiacque. C’è un prima e un dopo. E oggi, a distanza di quarant’anni molti di noi continuano a misurarsi con quelle speranze, quei successi e le successive delusioni.
Cosa ne è, si chiede Michela Marzano (che all’epoca, beata lei, non era nemmeno nata) della rivoluzione sessuale di quegli anni, che dava finalmente alle donne la libertà di disporre del proprio corpo, che prometteva a tutti di diventare autonomi soggetti della propria vita? Cosa ne è, di tutto questo, "ai tempi del cavaliere" in un paese in cui il presidente del Consiglio può dichiarare, senza vergogna, che "chi scopa bene governa bene"?
Tutto questo, le veline e le escort, le Noemi Letizia e le Patrizie D’Addario, le feste a Villa Certosa e a Palazzo Grazioli, le barzellette da trivio e le volgarità di Berlusconi ("un uomo che non sta bene" come lo ha definito, correttamente e sobriamente, la moglie Veronica Lario), tutto questo rappresenta senza dubbio un pezzo, il più sgradevole e avvilente del nostro paese, ma non può essere assunto a simbolo dell’Italia, del nostro costume, delle aspirazioni, delle ambizioni, dello stile di vita delle donne italiane di oggi. Al contrario: sono convinta che il femminismo o comunque si voglia chiamarlo, quel movimento cioè che rivendicava la fine di ogni forma di discriminazione tra uomini e donne, la uguaglianza di diritti e la possibilità, quel movimento nel corso degli anni ha certamente cambiato faccia, stile, modo di esprimersi ma ha messo radici profonde nella nostra cultura e nella nostra vita quotidiana. La rivoluzione femminista, nata negli anni lontani che chiamiamo " il 68", resa possibile anche dal processo di secolarizzazione che allora percorse il nostro paese (coinvolgendo una parte notevole del mondo cattolico), quella rivoluzione si scontrerà negli anni successivi con movimenti e culture che ne tenteranno un ridimensionamento. Parlo di movimenti e culture che esaltano la violenza e il successo, comunque conseguito, che irridono ai deboli o ai meno dotati, e che tentano di riportare la donna a un ruolo subalterno contestandone il diritto alla propria autonoma capacità di decisione anche nel campo delicatissimo della procreazione. (Basti ricordare la vicenda della legge sulla fecondazione assistita, i ripetuti tentativi di rivedere la legge 194, e, in questi giorni la posizione del Vaticano sulla pillola Ru487 e la relativa minaccia di scomunica rivolta ai medici che dovessero prescriverla).
La libertà della donna è certamente a rischio. Ma resta tuttora un elemento fondante della nostra società. Ormai padrone del proprio corpo, le donne se ne possono servire, se vogliono, per fare le veline o per fare carriera, ma anche per scegliere se e come e quando fare un figlio, o per vincere una gara sportiva come le nostre splendide Federica Pellegrini e Alessia Filippi. Si possono servire dalla loro intelligenza per affrontare percorsi di studio e ricerca sempre più complessi, per dare la scalata a posti di sempre maggiore responsabilità. Il fatto è che, purtroppo, non ci vengono mai proposte come modello. Tutti conosciamo la faccia di Patrizia D’Addario. Ma nessuna tv ci propone la faccia di Cristina Battaglia, a 35 anni vicepresidente dell’Enea, o quella di Amalia Ercoli Finzi che al Politecnico di Milano insegna come volare nello spazio, o quella di Sandra Bavaglio, giovane astronoma cui Time ha già dedicato una copertina.
Insomma, il 1968, la sua cultura dell’uguaglianza e dei diritti è ancora tra noi. Quali che siano i messaggi che ci invia una tv sempre più volgare o quelli proposti dal patetico machismo del nostro presidente del Consiglio.
* la Repubblica, 4 agosto 2009
EVE ENSLER: LE DONNE E IL POTERE *
Abbiamo rivendicato come donne le nostre storie e le nostre voci, ma non abbiamo ancora decostruito gli stimoli culturali alla violenza, e le cause della violenza. Non abbiamo ancora rivelato quella cornice concettuale che in ogni singola cultura permette la violenza, si aspetta la violenza, istiga alla violenza. Non abbiamo smesso di insegnare ai ragazzi la negazione del loro essere tristi, dubbiosi, addolorati, vulnerabili, teneri e compassionevoli. Non abbiamo eletto, ne’ siamo state elette noi stesse, leader che rifiutino la violenza e che mettano la sua fine al centro di tutto.
Non abbiamo ancora fatto della violenza contro le donne qualcosa di anormale, non ordinario, non accettabile. Se vogliamo che la violenza contro le donne finisca tutta la storia deve cambiare. L’unico motivo per avere potere che trovo sensato e’ fare in modo che altre persone scoprano il proprio. L’unico motivo per essere in una posizione di leadership che trovo sensato e’ ispirare gli altri.
La relazione fra donne e potere non puo’ essere lo scalare ad ogni costo l’attuale gerarchia patriarcale e burocratica, perche’ la questione e’: come possono donne che sono state finanziate dalle medesime corporazioni economiche, sostenute dallo stesso sistema di esclusione e corruzione, essere poi differenti nelle loro decisioni? Io ho un’altra visione, in cui le donne che diventano leader, deputate, eccetera, sono quelle per cui l’empatia e’ primaria ed essenziale quanto l’intelligenza, quelle che dicono il nucleare ne’ oggi ne’ mai, quelle che si occupano di contrastare il razzismo, di fermare il surriscaldamento globale, quelle che ritengono prioritarie l’educazione sessuale, la salute riproduttiva, il sostegno al lavoro di cura. Io credo che le donne possano e debbano mostrare questo nuovo tipo di potere.
* NOTIZIE MINIME DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO Numero 802 del 26 aprile 2009
[Ringraziamo Maria G. Di Rienzo (per contatti: sheela59@libero.it) per averci messo a disposizione nella sua traduzione il seguente testo di Eve Ensler (su cui cfr. il sito www.vday.org]
E cosi’ Apollo rubo’ i figli alle madri
di DACIA MARAINI (Corriere della sera, 26 febbraio 2008)
"Non e’ la madre che crea / il figlio, come si pensa. / Ella e’ solo nutrice e niente altro, della creatura paterna / ...Soltanto chi getta il seme nella terra fertile e’ da considerarsi genitore. / La madre coltiva, ospite all’ospite, il germoglio, / quando non l’abbia disperso un demone". Questa frase messa in bocca ad Apollo da Eschilo, e pronunciata in un sacro spazio teatrale nel 458 a.C. segna un punto di svolta che ha marcato la storia della maternita’ in Occidente.
Presso i Pelasgi del II millennio, popolo antenato dei greci, chi creava il mondo era la dea Eurinome, nel cui uovo erano compresi tutti i mari, le montagne, i fiumi, le foreste del mondo. Solo lei poteva fare maturare quell’uovo, romperne il guscio e spargere i beni di cui avrebbero vissuto gli esseri umani.
Apollo, il nuovo dio della democrazia ateniese, invece sancisce un principio che avra’ conseguenze disastrose per le donne dei millenni a venire: non e’ la madre che crea il figlio. Il suo ventre e’ da considerarsi solo un vaso che custodisce il seme paterno. Ecco come nasce una societa’ dei Padri. Persino la religione cristiana, che e’ stata rivoluzionaria nel riconoscere un’anima anche alle donne, si e’ tenuta, per quanto riguarda la gerarchia, ai principi apollinei: nella Santa Trinita’ non appare la figura materna. E quando Dio decide di diventare padre, forma prima l’uomo a sua immagine e somiglianza, poi prende una costole di Adamo e da quella fa nascere la donna. Insomma capovolge la realta’ per sancire una gerarchia inamovibile.
Tutta la nostra cultura viene da questi grandi e originari avvenimenti simbolici. Poi, il laicismo, le rivoluzioni, l’illuminismo, i movimenti di emancipazione hanno cercato di rompere il dogma, riconoscendo alle donne la partecipazione al processo di riproduzione. Ma sempre sotto il controllo dei Padri e dentro le leggi stabilite da loro. Il diritto alla riproduzione non si e’ mai trasformato in liberta’ di riproduzione.
E la rete millenaria dei divieti e’ profonda e radicata anche quando non viene scritta. Da li’ derivano il culto della verginita’, la proibizione degli anticoncezionali, l’aborto clandestino, l’ignoranza indotta e tante altre disperanti piaghe della storia femminile. Se c’e’ una cosa su cui le donne hanno competenza e’ la maternita’: un processo che avviene nel loro corpo, di cui conoscono le pene e le gioie profonde, i tempi e le trasformazioni, il peso e le responsabilita’. Ma di questa competenza sono state espropriate e ogni movimento di riappropriazione viene visto come un attentato alla morale. Il processo procreativo si e’ complicato da ultimo per le scoperte della scienza: anticoncezionali meccanici e chimici, aborti chirurgici e chimici, possibilita’ di spiare e fotografare l’embrione nella sua formazione, mezzi per fare crescere un feto anche in assenza del corpo materno.
Ma tutto questo, anziche’ dare potere alle donne, le deruba ancora una volta dei loro saperi profondi, per stabilire sui loro corpi cosa fare e non fare, secondo principi assoluti stabiliti a tavolino da chi questi saperi non li conosce affatto e non vuole neanche fare lo sforzo di immaginarli.
I risultati di una ricerca sulla violenza sulle donne diffusi al Meeting di San Rossore
In Italia un omicidio in famiglia ogni 2 giorni: in 7 casi su 10 vittima una donna
"Nel mondo viene uccisa
una donna ogni 8 minuti" *
SAN ROSSORE (PISA) - Nel mondo, ogni 8 minuti, viene uccisa una donna. Il dato è emerso da un’indagine relativa all’anno al 2003 presentata da Josè Sanmartin, direttore del centro spagnolo per lo studio della violenza Santa Sofia, oggi a San Rossore il cui tradizionale meeting quest’anno è dedicato a "I bambini, le donne".
"Nel 2000 - ha dichiarato Sanmartin - gli omicidi di donne erano uno ogni dieci minuti". dallo studio è nata una vera e propria classifica. Su 40 paesi esaminati quello che vanta il poco invidiabile primato è il Guatemala, con un’incidenza di 122,80 donne assassinate per ogni milione di donne abitanti. Al secondo posto della classifica la Colombia, con 70,20 omicidi per ogni milione. Al terzo El Salvador con 66,38.
Il primato in Europa tocca al Belgio all’ottavo posto nella graduatoria mondiale con un’incidenza di 29,30 donne uccise ogni milione. L’Italia è al 34esimo posto su 40, con 6,57 assassini per milione. I paesi dove più si contano assassini di donne sono latino americani (i primi dieci posti), con una media di 41,02 vittime ogni milione, contro 12,29 dell’Europa.
In Europa i delitti nei confronti delle donne all’interno della famiglia riguardano 5,84 donne su un milione; in Italia - riferisce la ricerca spagnola - si scende a 4,24. Il numero più alto si registra in Ungheria (16,15), seguita da Lussemburgo (13,16). Le donne uccise dal partner sono in Europa 5,78 per milione; il numero più elevato si riscontra nei paesi del Nord, soprattutto a causa dell’abuso di alcol durante i fine settimana.
La Regione Toscana, a sua volta, ha diffuso alcuni dati che si basano su parametri diversi ma che raccontano comunque di un fenomeno, quella della violenza in famiglia e nello specifico sulle donne, "drammaticamente in crescita". Nel 2005 si è registrato in Italia un omicidio in famiglia ogni 2 giorni: in 7 casi su 10 la vittima è una donna.
A livello mondiale, la violenza domestica è la prima causa di morte per le donne tra i 16 e i 44 anni. Uccide più il marito o il fidanzato o l’amante, a volte anche i figli, più del cancro, degli incidenti stradali e delle guerre.
* la Repubblica, 20 luglio 2007
Lettera aperta al predicatore del papa
(E se “in capite” ci fosse il veleno)
di p. fausto marinetti *
Caro predicatore del Papa,
tu predichi la quaresima al papa, ma chi la predica a te? Non credi che spetta di diritto a noi, le vittime dei preti pedofili, perché ci hanno definiti “invisibili”, come gli angeli? O, se vuoi, ai martiri, perché quelle mani consacrate, che hanno profanato il nostro corpo, ci hanno ucciso anche l’anima. E pensare che perfino gli atei romani erano arrivati a dire: “Maxima debetur puero reverentia”!
Quando predichi non girare attorno a te stesso per spiegare e tra-spiegare quel Cristo che si spiega solo vivendoLo. E’ per questo che vedi i peccati degli altri e non quelli di santa madre-chiesa? Non possiamo tacere, griderebbero le pietre: e se “in capite” ci fosse il veleno? Con quale autorevolezza può insegnare una chiesa, che assiste alla strage degli innocenti senza gridare in casa propria: “Chi scandalizza un bambino sarebbe meglio per lui mettersi una macina da mulino al collo e buttarsi nel mare”? Negli USA le vittime l’hanno scritto su un monumento dedicato a se stesse, piazzando una macina da mulino davanti all’episcopio di Davenport. Che lezione! Perché non ne mettiamo una nella piazza San Pietro? Tutto il mondo applaudirà quel papa che avrà questo santo coraggio.
“Sepolcri imbiancati, razza di vipere”, il Cristo non lo urla agli atei, alle prostitute, alle copie di fatto, ai divorziati, ma ai sacerdoti del suo tempo. Chi mai, oggi, osa gridarlo ai nuovi “padroni del tempio”? Siamo stufi di chiacchiere, specie se sanno d’incenso. La quaresima non può essere ridotta a uno sterile esercizio di belle devozioni, perché è il luogo di opere di giustizia, cioè di riparazione delle ingiustizie anche nei nostri confronti. Quindi:
1- Né esecutori materiale né mandanti né complici, nessuno resti impunito. Non si tratta di “errori”, ma di “crimini”. Se alcuni Vescovi sono colpevoli, per quale privilegio non devono pagare?
2- La tolleranza zero comincia dall’alto. Non si può premiare i complici per aver nascosto e smistato “le mele marce”, amplificando il disastro. Il card. Bernard Law, promosso arciprete della basilica di S. Maria Maggiore, pontifica (si dice che i comunicandi, quando si trovano davanti a lui si spostano nell’altra fila) e gode del privilegio dell’immunità. Per noi, ogni notte, il privilegio dell’incubo che qualcuno si infili nel nostro letto. I prelati colpevoli di omissione in atti d’ufficio siano giudicati, scontino la pena, facciano penitenza per il resto della loro vita.
3- Opera di giustizia è consegnare i latitanti alla polizia e rimpatriare i fuggitivi dai paesi d’origine alla vigilia del processo (almeno 200 dagli USA). Chi li nasconde sottocoperta nella “barca di Pietro”? Secondo il codice penale è reato di complicità.
4- Perché non hai il coraggio di dire al papa, che il card. Ratzinger ha sbagliato quando dettava ai vescovi le “istruzioni per l’uso” della pedofilia clericale? Può un papa starsene assiso sul trono di Pietro, cioè sul mucchio dei bambini macellati e farsi chiamare “padre di tutti”? Non sarebbe meglio buttare via le insegne pagane, vestirsi di sacco, coprirsi la testa di cenere, convocare dodici vittime e lavargli i piedi, urbi et orbi?
5- La Conferenza Episcopale Americana solo nel 2006 emana le “Norme essenziali” per gestire “la cosa”. Se oggi si riconosce che i delinquenti vanno consegnati alla polizia, vuol dire che ieri, coprendoli, si è sbagliato. Quale penitenza ci si propone di fare?
6- Chiudete tutti i seminari, per carità!, é contro natura crescere un ragazzo senza la mamma e la famiglia, che voi tanto predicate a parole. Se è così essenziale, non è una violenza educare in un ambiente di soli maschi? Se i trasgressori avessero avuto una formazione “normale”, avreste la consolazione di dire: “Non è colpa nostra se, ecc.”. Invece vi confortate con giustificazioni speciose, distinguendo tra pedofilia ed efebofilia o allegando: “Dopotutto la pedofilia si consuma soprattutto tra le mura domestiche...”. Ma chi commette di questi crimini non ha fatto professione di castità, non ha dichiarato al mondo di “agire in persona Christi”. Di grazia, il prete è “configurato a Cristo” anche quando consuma il suo delitto? Nessuna tolleranza zero toglierà di mezzo “le mele marce”, perché il marcio prima di stare nei frutti bacati, negli effetti, sta ma nella causa, l’apartheid del seminario. Il direttore spirituale non sostituisce la mamma; le pratiche di pietà non suppliscono le emozioni né controllano le pulsioni; ascetismo e misticismo non sostituiscono quella “dolce metà”, che completa “l’altra metà”. Ricordi s. Tommaso? “Gratia naturam non destruit”. Perfino l’ONU condanna ogni forma di reclutamento e di segregazione dei minori dalla famiglia (cf Convention on the Rights of the Child, U.N. General Assembly, Document A/RES/44/25, 12.12.1989). I primi cristiani ci hanno lasciato in eredità un’esperienza insuperabile: i presbiteri erano coltivati nel popolo, dal popolo. Solo persone mature, anziane, di provata esperienza possono presiedere la comunità.
7- La causa ultima della pedofilia (agli esperti pronunciarsi su possibili fattori genetici e socio-culturali) non sta anche in una visione distorta del piacere sessuale? Nelle facoltà teologiche sarebbe doveroso approfondire dei testi come quello di C. Jacobelli, Risus pascalis, Il fondamento teologico del piacere sessuale. Fino a quando non avremo una cultura positiva della corporeità; fino a quando non impareremo dai laici, che la gestione del regno del corpo umano appartiene al loro sacerdozio, non potremo mai cambiare rotta. A loro, non a voi, spetta di dettar legge sulla famiglia.
8- Prima di cercare la pagliuzza nell’occhio del fratello (gay, divorziato, ecc.), togliamo la trave dal nostro. Come riparate il male che voi avete occasionato, se non provocato? E la condizione di tutto è la trasparenza. Perfino i senza Dio hanno fatto la loro glasnost! Perché nascondete i numeri (=la realtà) dei preti e delle suore costretti/e a lasciare, occultate i loro figli, le suore abusate, le donne tradite, le novizie importate dal sud del mondo? Riparare vuol dire restituire agli umiliati e offesi la dignità di persone e non costringerli all’anonimato, a farsi “invisibili” per non dare scandalo. Il loro annientamento è il vero scandalo. Il figlio del prete ha diritto di avere un padre; il figlio della suora non sia abortito; il prete che si innamora si sposi. Non è un delitto. Legiferate che non potete fare quello che volete delle offerte, dell’8 per mille, degli immobili e dei capitali, perché “i figli” devono mangiare prima dei “padri/madri”.
Anche noi piangiamo sulla Chiesa. Papa Ratzinger non fa altro che “parlare” di amore, ma lascia in ombra il suo presupposto: la giustizia, che è il suo piedestallo. In campo civile, trattandosi di delitti, bisogna applicare la giustizia. Se rompo la gamba a uno non posso aggiustargliela con una preghierina, con la carità, ma per giustizia devo risarcire i danni. Non si può obliterare la giustizia in nome dell’amore. Sarebbe come dire: noi cristiani, siamo passati al piano superiore, quello inferiore della giustizia non ci riguarda. Senza giustizia non c’è neanche l’uomo come fai a fare il cristiano? La giustizia umana è imperfetta, certo, ma guai se non ci fosse almeno quella nel serraglio della storia. Gesù propone la “sua” legge, la carità, il perdono, nell’intimo della coscienza, non in piazza, cioè nella gestione della convivenza civile. Al giudizio l’esame è in umanità, non in cristianità. Ci verrà chiesto come abbiamo trattato l’uomo nei suoi bisogni primari. Se trovi uno senza scarpe e tu ne hai due paia; per giustizia uno spetta a te, l’altro a lui. Se arrivano due senza scarpe, per amore le dai a loro e tu resti senza. Se non c’è cultura, si capovolgono le cose, come ha fatto l’arcivescovo di Agrigento, contro-denunciando la vittima di don Puleo. E’ il replay della famosa favola del lupo, che beve a monte, e dice all’agnello: “Perché mi sporchi l’acqua?”. Ma mons. Ferraro è ancora là, nel suo regno, a pontificare.
Don Zeno, un vero profeta, diceva: una civiltà si giudica da come tratta la sessualità. Aveva immerso mani e cuore nelle vittime di tante aberrazioni. Noi cristiani, diceva, non chiamiamo il figlio della ragazza madre: "figlio del peccato" come se l’avesse generato il diavolo? Agli orfani abbiamo dato l’istituto non la paternità/maternità, perché non abbiamo messo a frutto la fede, che fa fare le cose impossibili all’uomo (superare i vincoli del sangue). Scriveva al papa di essere un "segugio di Dio. Io conosco il tanfo di satana. E in Vaticano ce n’è parecchio...". Perché la vostra dottrina e la vostra prassi sono funzionali ad un sistema di ingiustizia.
Come possiamo pretendere, da chi non ha vissuto il Calvario nella propria carne, che provi quello che proviamo noi? Tra noi e te c’è il guado delle nostre lacrime e del nostro sangue. E’ questo il battesimo di cui tutti abbiamo bisogno. Visto che sei prossimo alla pensione, perché non vai a stare con gli ultimi per vedere quali quaresimali ti suggerisce la nostra vita di croce? Coraggio, alcuni sono andati a passare la vecchiaia nelle baraccopoli. Noi, con tutte le vittime dell’ingiustizia, ti faremo vedere che il nostro corpo è un ostensorio esposto 24 ore su 24 con le stesse stigmate di Cristo. Ti aspettiamo a cuore e braccia aperti.
p. fausto marinetti
* IL DIALOGO, Giovedì, 15 marzo 2007
Parla l’archeologo Emmanuel Anati: «Fin dalle incisioni più antiche uomo e donna sono ritratti insieme, in un vincolo sacro»
Il matrimonio? Viene dalle caverne
«Esistono miriadi di esempi, dall’arte rupestre agli Etruschi. Pochissimi i popoli che non si fondarono sul matrimonio»«Antropologicamente,maschio e femmina ebbero bisogno di isolarsi con i loro figli anche per esigenze di sopravvivenza»
di Lucia Bellaspiga (Avvenire, 15.03.2006)
Mancavano tremila anni alla nascita di Cristo il giorno in cui, accucciato sulla roccia, un antico Camuno con la punta dello scalpello incideva la scena che ancora oggi ci appare lampante, come appena fatta: un uomo e una donna in coppia, e accanto i loro due bambini, un maschio e una femmina. In una parola: una famiglia. L’arte preistorica, si sa, ricorre molto spesso al simbolismo: «E infatti simbolica è la linea che unisce i piedi di marito e moglie, come un giogo. Non scordiamo che è questo il significato di "con-iugi": uniti dal giogo, legati stabilmente». Emmanuel Anati, il noto archeologo esperto dell’arte rupestre di tutto il mondo, fondatore in Val Camonica del Centro camuno di Studi preistorici, e Umberto Sansoni, vicedirettore del Centro, oppongono i fatti a chi oggi vorrebbe "posticipare" la coppia unita in matrimonio e la sua estensione, la famiglia, come fosse un’«invenzione» post-cristiana.
Professor Anati, lasciamo allora che a rispondere sia l’archelogia.
«Non c’è civiltà antica che non abbia avuto la sua concezione ben netta di unione matrimoniale e di nucleo familiare. Gli esempi sarebbero migliaia. A dire il vero basterebbe leggere il Vecchio Testamento, dove la solidità dell’istituzione familiare è chiarissima. Ma possiamo andare anche molto più indietro, grazie all’archeologia, per capire che ben prima del cristianesimo il matrimonio come unione stabile e sancita era una realtà consolidata. Cosa che d’altra parte si desume senza dubbio anche studiando gli usi dei popoli attualmente fermi al Paleolitico».
Uomini del Duemila che nulla sanno della nostra mentalità e vivono di tradizioni proprie. Un esempio?
«In Australia ci sono molte pitture su corteccia d’albero o su roccia interessanti: rappresentano gli spiriti ancestrali e li raffigurano sempre in coppia, uno maschile e uno femminile. Per questi aborigeni animisti, che vivono al livello paleolitico, tutte le realtà della vita terrena hanno nel mondo soprannaturale - quasi un mondo "delle idee" - un’immagine riflessa superiore. Anche le realtà sociali dei viventi come la famiglia hanno una loro matrice divina nella creazione dell’universo. Sono sposi gli uomini e le donne perché sono sposi già gli spiriti ancestrali».
Una sacralità del rito, dunque, non solo un’unione sancita. Ma quanto indietro possiamo risalire per incontrare un "contratto" matrimoniale?
«La scoperta è rivoluzionaria e di recente interpretazione: in Dordogna, in Francia sud-occidentale, c’è un complesso di diciannove blocchi di pietra incisi, risalenti a trentamila anni fa. I simboli femminili sono ognuno associato ad animali totemici che indicano l’appartenenza del maschio cui unirsi. Si tratta secondo le ultime interpretazioni del più antico regolamento familiare, vero e proprio contratto di unione stabile. Nessuna invenzione modernista, come vede... Ma potremmo citare miriadi di altri esempi, dall’arte rupestre della Siberia agli Inuit eschimesi del nord canadese, passando per gli Etruschi o tutte le popolazioni di origine indoeuropea... Sarebbe più facile contare semmai quali sono le popolazioni che non hanno avuto alla loro base, come fondamento assoluto e insostituibile, il matrimonio e la famiglia. Pensiamo al bellissimo e famosissimo "sarcofago degli sposi" etrusco, dove il defunto è legato per l’eternità alla moglie, in un’unione che trascende anche la vita. O alle lapidi funerarie romane anche anteriori a Cristo, in cui sono enumerati costantemente il pater familias, la consorte e tutti i figli: una famiglia granitica e inscindibile anche dopo la morte».
Lei da molti anni conduce spedizioni archeologiche nel Sinai. Ci sono testimonianze anche lì?
«Ad Har Karkom abbiamo ritrovato le tracce di gruppi di abitazioni appartenenti a epoche diverse, nel deserto: fino al Paleolitico medio (duecentomila-cinquantamila anni fa) i villaggi hanno ancora la struttura del clan, ma col Paleolitico superiore, quarantamila anni fa, tutto cambia, le case sono disposte in circolo e ogn una è piccola, suddivisa in modo chiaramente adatto ad accogliere un solo nucleo: è nata la famiglia».
Per quali esigenze, dal punto di vista della paletnologia, un uomo e una donna sentirono il bisogno di "isolarsi" assieme ai loro figli, pur rimanendo nel gruppo?
«Per un senso di sopravvivenza: la donna doveva essere protetta e aveva bisogno che il suo uomo, stabilmente, in rapporto fiduciario, procurasse il cibo mentre era gravida e allattava. Il passaggio successivo è la gratificazione, il senso d’appartenenza, lo star bene insieme senza sentire il bisogno di altre relazioni».
Se l’unione coniugale e la famiglia si perdono nella notte dei tempi, c’è qualcosa che invece è davvero solo dei nostri tempi?
«Non esiste in nessuna epoca e in nessuna civiltà passata il concetto di "matrimonio civile": i più diversi rituali per unirsi, dalla preistoria ad oggi, erano sempre stati religiosi. Sarebbe stato inconcepibile il contrario. Il matrimonio è nato come sacralizzazione dell’unione tra due persone. Rigorosamente di sesso diverso».
Ma altre forme esistevano?
«Potevano esistere, a seconda delle epoche, ma non erano mai considerate famiglia, né erano regolamentate da alcuna formula».
Se dovesse indicare l’immagine più "attuale" venuta dal passato?
«Una coppia che cammina tenendosi per mano, dipinta sulle rocce dell’Akakus libico, del VI millennio. Ma la più sorprendente viene dalla Svezia ed è di fine II millennio avanti Cristo. La coppia è ripresa mentre si bacia nel congiungimento, e il dio Thor regge un’ascia sopra le loro teste: nella ritualità vichinga l’ascia di Thor benedice l’unione. Matrimonio e consumazione sono rappresentati contemporaneamente, fusi nella sacralità dell’atto».
A PARTIRE DAL PRESENTE .... UNA CHIAVE PER CAPIRE LA CONFUSIONE IDEOLOGICA E SPIRITUALE (OLTRE CHE LA DERIVA NAZISTOIDE) DELLA "FAMIGLIA" VATICANA. Avendo buttato a mare tutta la tradizione critica e cristiana, i "cattolici" confondono (livello "storico" e livello "logico" e - in piena notte "edipica" - vogliono riportare direttamente l’ intera famiglia umana ... alla preistoria!!! (fls)
Se la famiglia risale alla preistoria
di Fiorenzo Facchini (Avvenire. 17.03.2007)
Nel dibattito in corso sulla famiglia si registrano proposte di legge relative a nuove forme di aggregato o surrogato familiare. C’è chi ha scritto che la famiglia sarebbe una invenzione del cristianesimo. C’è perfino chi ritiene superata la finalità procreativa della coppia prospettando la possibilità di separare procreazione e sessualità mediante le biotecnologie. Sono posizioni tipicamente ideologiche in cui si dimenticano le esigenze squisitamente antropologiche che fondano la famiglia e sono alla base dello sviluppo e del successo della specie umana.
Frugando nelle pieghe del passato si può cercare se e quale possa essere stato il ruolo della famiglia presso i nostri antenati, soprattutto quale famiglia potessero avere. Non mancano documenti su sepolture di madre e bambino, come attesta la più antica sepoltura, datata a 90.000 anni fa e trovata a Qafzè (Israele). Assai interessante la sepoltura (familiare?) di Sungir (Russia, 28.000 anni fa) con un anziano, una donna e due ragazzi. Il tema della sessualità e della coppia emerge con grande evidenza nelle incisioni rupestri della Val Camonica, e si ritrova anche nei petroglifi dell’Asia centrale.
Ma quale poteva essere il modello familiare nelle prime forme umane? Vari argomenti suggeriscono un’organizzazione basata su un nucleo familiare stabile, imperniato sulla coppia.
Lo richiedeva la stessa condizione umana. La prole, generata in uno stato di immaturità, comporta un periodo molto più lungo di crescita, documentato anche dagli studi sulla crescita dei denti in reperti preistorici, rispetto ai primati non umani e fonda duraturi rapporti parentali e di coppia. Il periodo di dipendenza dai genitori assume un significato educativo e consente l’apprendimento per quei comportamenti tipicamente bioculturali, come il bipedismo, il linguaggio e l’uso delle mani nella tecnologia. Viene ammessa una diversificazione di compiti per l’uomo e la donna, il primo impegnato per la caccia, la seconda per la cura della prole, ma anche nella raccolta di cibo nelle vicinanze della base familiare.
Tutto ciò porta a escludere la promiscuità o modelli simili a quelli dei Primati attuali. Isaac sostiene l’ipotesi di una sussistenza duale reciproca richiesta dalla strategie di caccia e raccolta. Lovejoy, che ha studiato il comportamento sociale degli Ominidi, pone l’accento su relazioni stabili tra individui dei due sessi. Secondo questo autore il comportamento riproduttivo legato a in gruppo bifocale, cioè a una coppia monogama, doveva costituire la forma nucleare primitiva di aggregato familiare che sostituì il modello matrifocale degli scimpanzè.
Anche secondo Quiatt e Kelso con l’ominizzazione si ha un passaggio a un’economia duale reciproca a carattere stabile, con legami intrafamiliari non soltanto per l’allevamento della prole, ma anche per possibili ruoli secondari all’interno della famiglia (nonni, zii) in ordine all’acquisizione e trasmissione di aspetti culturali.
L’aggregato familiare consente una intensa prolungata cooperazione parentale, specialmente nell’allevamento della prole. Reali esigenze di carattere biologico ed educativo fondano la famiglia, primo ambito della inculturazione, facendole assumere anche sul piano adattativo un ruolo fondamentale per il successo per la specie umana.
QUANDO SI DICE FAMIGLIA di Anna Bravo (La Repubblica, 04.07.2006)
Nei decenni tra i ’50 e i ’70 veniva descritta come un vero inferno Per paradosso quasi un quarto in Italia sono costituite da una sola persona
Chi parla di minacce alla tradizione pensa alle unioni tra omosessuali
C’è chi vuole più dialogo con i genitori e chi si sente assediato dalla loro amicizia
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Che la Chiesa insista sulla sua concezione di famiglia, e che i cattolici, politici o non, ci si confrontino, è naturale. Altra cosa però è vedere nelle nuove unioni un simbolo di disimpegno e libertinaggio, come se chi sceglie di convivere non sapesse che la libertà non significa vuoto di norme, significa misurarsi con un campo di vincoli accettati o autodecisi. Altra cosa è anche il rifiuto di riconoscere che la famiglia "regolamentare" gode di uno statuto privilegiato, e di un radicamento simbolico così profondo che a volte non ce ne rendiamo conto.
Per questo colpisce il tono bellicoso e insieme disperato con cui la Chiesa parla di minacce mosse alla famiglia da altri tipi di unione, o dell’eclissi nella società di ogni riferimento a dio, che legittimerebbe, oltre all’aborto, alla contraccezione e alla fecondazione assistita eterologa, l’apologia dell’unione «monoparentale, ricostituita, omosessuale, lesbica» - parole di un recente documento del Pontificio Consiglio per la famiglia.
Ci sono invece molti indicatori di segno opposto. In tutti i programmi di governo, la famiglia fa da leit-motiv, omaggiata, usata come carta di scambio, certificato di affidabilità, misura delle (spesso disattese) politiche di welfare, e da poco intestataria di un proprio ministero. Quando si propone di riconoscere un diritto all’una o all’altra forma di convivenza, non si manca mai di far notare che, pur non essendo una famiglia "normale", ne ha le caratteristiche di stabilità e di impegno reciproco; e si crea senza volerlo una scala gerarchica, dove in vetta stanno le coppie di fatto eterosessuali e di lunga data, al fondo quelle omosessuali, al fondo del fondo le e gli omosessuali singoli. Facilitazioni e sostegni vengono indirizzati prioritariamente al nucleo familiare o a una sua componente, esempio classico gli aiuti alle donne in quanto madri. Fra tanto parlare di famiglia, i diritti dell’individuo scolorano, e non solo sulle grandi questioni teorico-politiche, ma nella quotidianità. Ci sono mutui a tasso ridotto per le giovani coppie, dubito ce ne siano per un diciottenne che voglia mettere su casa da solo, e che allo stesso diciottenne si possa erogare un contributo per la scuola.
Altri segnali vengono da dove meno ci si aspetterebbe, per esempio dalle rilevazioni statistiche. Mi chiedo quanti hanno notato che per definire chi abita da solo si ricorre in genere all’espressione "famiglia unipersonale", acrobazia concettuale che assimila il singolo individuo a una realtà per definizione plurale, fatta di relazioni e condivisione di tempi e spazi. E’ un fenomeno importante, che continua a crescere sull’onda delle trasformazioni demografiche e culturali. Nel 2001 esistevano 5 milioni e 210 mila nuclei singoli: «quasi un quarto delle famiglie italiane - scriveva l’Istat senza rilevare l’ossimoro - è costituito da persone sole»; nel 1951 non arrivavano a un decimo. Ricondurre a una categoria unica tutte le tipologie abitative è una pratica della Ue, e nella scelta del termine italiano può aver pesato il richiamo alla familia latina, che indica sia appartenenza sia convivenza. Ma il paradosso resta, offusca le differenze fra chi sceglie di abitare da solo e chi ci è costretto da una vedovanza o da un divorzio, blocca le domande all’origine, peggio ancora tramanda l’idea che non ci sia altro modo di vivere e di definirsi. Con il risultato mirabolante che si può non avere una famiglia, ma non si può non essere una famiglia; che si può essere privi di parenti, ma è impossibile evitare di essere parenti di se stessi (il che è prerogativa riservata al dottor Jekill e a mister Hyde, oppure alle personalità multiple della psicopatologia).
Non è una questione di dettaglio, e non è il solo caso in cui i criteri "oggettivi" si rivelano molto meno neutri di quel che tendiamo a pensare. E’ diverso censire la casalinghità come professione o come condizione. E’ diverso istituire una casella apposita per le persone transgender oppure computarle fra i maschi o le femmine. Ne ha preso atto l’Università di Torino, dove è stato introdotto il doppio libretto per i/le transessuali in attesa della nuova identità, il primo con i dati anagrafici originari da depositare in segreteria, il secondo, da presentare agli esami, con il nome e il genere sessuale prescelti. E’ un modo di ridurre il disagio che assomiglia al nuovo rapporto fra la politica e il dolore auspicato da Stefano Rodotà.
A me sembra addirittura che verso la famiglia ci sia un atteggiamento protettivo-reverenziale, almeno su alcuni terreni. Penso ai crimini familiari, dall’omicidio alle percosse, e al loro trattamento mediatico: quasi ignorato il tema della responsabilità personale, si chiamano in causa il cosiddetto raptus di follia e/o la società atomizzata, sorda alle difficoltà altrui; quasi mai la famiglia, nonostante il suo corredo durevole di aggressività e frustrazioni. Di recente il termine "conflitto generazionale" ha subito uno slittamento di significato: anni fa lo si riferiva allo scontro giovani/anziani su libertà e valori, oggi qualcuno lo applica alla competizione nel lavoro e nelle carriere - e la famiglia sguscia fuori indenne. Per quanto i telefilm polizieschi pullulino di agenti senza marito e con molto successo, si contano sulle dita di una mano le star che dichiarano pubblicamente di non essere interessate alle gioie domestiche.
Di qui a considerare la famiglia il migliore dei mondi possibili forse non manca molto, e sarebbe un’ironia se si pensa alle critiche e alle lotte dei decenni ’50, ’60, ’70. Critiche motivate. Se la famiglia non era l’inferno descritto in tanti racconti, pièces teatrali, riunioni di autocoscienza; se non era il comodo campo di concentramento teorizzato da Betty Friedan nella Mistica della femminilità (Ediz. di Comunità,1964), si trattava comunque di una struttura autoritaria, claustrofobica, spesso gonfia di dolore, solitudine, astio - e senza uno spiraglio per il dialogo. Andandosene da casa, un minorenne dei primi anni Sessanta scriveva al padre: «Ti prego solo di una cosa. E’ l’ultimo favore che ti chiederò nella vita, e hai il dovere di farmelo: non denunciarmi». (Lettere dei capelloni italiani, a cura di Sandro Mayer, Longanesi, 1968). Il tocco melodrammatico non rende meno vero il vuoto di comunicazione.
Più che valutare se le critiche fossero estremizzate - d’accordo, su vari punti lo erano - qui è interessante guardare alle trasformazioni che rimbalzavano da un ambito all’altro.
Cambiavano le leggi. In molti paesi si legalizzava l’aborto assistito, compresa l’Italia, dove si introduceva anche il divorzio, si abrogava il divieto di propaganda anticoncezionale, si cancellava il delitto d’onore, mentre il codice del 1975 sanciva la parità fra i coniugi. Soprattutto cambiavano i rapporti. Denunciata come fabbrica di personalità autoritarie funzionali alle dittature, base dell’oppressione delle donne, regno dell’ipocrisia, associazione mercantile, la famiglia si è praticamente reinventata, ha contrattato nuovi modelli di relazione, più libertà per i giovani, più tolleranza in tema di rapporti sessuali e di uso del denaro; ha dato alla figura dei genitori un’impronta più (forse troppo) paritaria. Le comuni alternative si sono dimostrate molto meno vitali. Ma c’è qualcosa che non bisogna mai dimenticare: se la famiglia si è umanizzata, è perché qualcuno ha osato chiamarla disumana.
Oggi non sono molti quelli/e che si fanno carico di vagliare il "nuovo corso", senza lasciarsi ipnotizzare dalla buona fama riconquistata dalla famiglia. Eppure, nonostante i grandi passi avanti, i problemi non mancano, e non sono solo quelli innescati dalle tecniche procreative, che rendono la distinzione fra pubblico e privato sempre più precaria. In certe convivenze fra genitori novantenni e figli più che maturi, oppressori e oppressi possono scambiarsi le parti; in altre, madri e padri più invecchiano più esigono controllo e potere. Negli assegni di mantenimento riconosciuti a soggetti adulti, sani e in grado di lavorare, è implicita una visione della famiglia come surrogato a vita delle provvidenze per la disoccupazione. I bambini, con il loro potente istinto a conservare quello che hanno, possono patire di trovarsi al centro delle convivenze più variegate; fra i giovani c’è chi ancora soffre per la mancanza di un dialogo con i genitori, e chi è assediato dalle profferte di amicizia e complicità. Molte donne continuano a dibattersi nell’alternativa figli/carriera, o a sfinirsi nello sforzo di tenerli insieme. E sarebbe facile continuare.
Una Chiesa moderata e amorevole potrebbe dare un contributo di saggezza, di conoscenza (più da parte dei confessori che dei teologi) di equanimità, rinunciando innanzitutto a pretendere che lo Stato tratti le altre forme di convivenza come concorrenti abusive. La rivalità può esserci, perché no; le nuove unioni ampliano le opportunità di scelta e i possibili contraenti, forse logorano l’appeal già vacillante del matrimonio. Ma in che modo un Pacs potrebbe concretamente danneggiare una famiglia? In che modo, se non con misure restrittive e intrusive, una legge potrebbe disincentivare un processo che è essenzialmente culturale? Forse bisognerebbe imparare da quei parroci che danno la comunione ai divorziati e sepoltura ai suicidi, in attesa che le interpretazioni dottrinarie cambino - a volte è successo.
Fra gli amici delle unioni eterodosse, mi sembra ci sia il problema opposto dell’autolimitazione preventiva. E dunque sarebbe bene tenere a mente una verità sperimentata dalle donne: affrettarsi a mediare con le proprie convinzioni prima ancora di studiare una mediazione con quelle altrui, non aiuta, finisce anzi per farci arrivare al confronto già rimpiccioliti e indeboliti.
In gioco un bene che appartiene a tutti Provocazione portata nel cuore della Spagna
di Francesco Ognibene (Avvenire, 05.07.2006)
Esiste davvero un «nuovo corso» della famiglia, liberata da schemi «autoritari» e riscoperta come luogo di relazioni vitali e umanizzanti? Se lo chiedeva ieri la femminista Anna Bravo su Repubblica, in una riflessione dov’erano teorizzate due Chiese: una dal cipiglio «bellicoso» davanti alle «minacce» portate alla famiglia tradizionale dalle nuove unioni; la seconda dipinta come «moderata e amorevole», che non dovrebbe vedere differenza alcuna tra un tipo di convivenza e un altro, indifferente alla scelta di questo o quel modello sul libero mercato delle unioni. Una Chiesa storpiata in caricatura, la prima, contrapposta all’altra, neutrale e asettica, che non si compromette con la vita delle persone ma solo le osserva comportarsi come meglio credono. In mezzo alle due il «nuovo corso» in tutte le sue manifestazioni, nessuna delle quali deve pretendere una qualche forma di primato o di esclusiva, persino del concetto stesso di "famiglia". Non si dispiacerà Anna Bravo se facciamo notare che né l’una né l’altra comunità ecclesiale sono in questi giorni rappresentate là dove la Chiesa cattolica - quella vera - s’è data appuntamento. A Valencia, da ieri e fino a domenica, il quinto Incontro mondiale cui è atteso anche il Papa porta alla ribalta la famiglia fondata sul matrimonio come bene di tutti, e lo fa non certo con l’arroganza di chi batte i pugni sul tavolo snocciolando una raffica di divieti - secondo la corrente vulgata giornalistica - ma con la forza mite di una kermesse un po’ congresso un po’ fiera, con tanto di nonni e bambini. Lo fa, in più, nel Paese dove il bancone delle offerte tra le quali scegliere è stato allestito con tutta l’ufficialità di leggi ad hoc. Che la Spagna fosse destinata a far da cornice a queste giornate mondiali lo si sapeva da prima che lo zapaterismo si facesse largo con strappi e colpi di mano, ma ora un simile intreccio non può che rafforzare il significato dell’evento. Che non è una rassegna di teologia e pasto rale, perché chi ha moglie, marito e figli sa di quanta "carne" siano fatti i concetti, né è semplicemente una bella festa, visto che le sfide portate ovunque alla famiglia esigono di metterne bene a fuoco i termini, e attrezzarsi per replicare e rilanciare chiedendo consiglio a studiosi e pastori. A Valencia c’è la vita vera, e idealmente devono sentirsi presenti le famiglie che si riconoscono come destino e percorso d’un uomo e una donna ancora capaci di dirsi "per sempre", assumendosi davanti a tutti responsabilità e doveri reciproci, senza ricorrere ad artifici concettuali e giuridici. Queste famiglie sanno che la loro scelta è sempre più interpellata da una cultura che - pesantemente complici i mass media, come ricordava Benedetto XVI - sembra lavorare a convincerle che il nuovo è altrove. È la cultura che esalta la libertà individuale sino a renderla idolo che si autoalimenta senza fine, sganciando i diritti dall’idea stessa di bene collettivo e trasformandoli nella presa d’atto anonima di gusti e desideri. Ovvio che di famiglia "tradizionale" non voglia sentir parlare, e si sbracci per confinarla nel catalogo dei mondi possibili. A Valencia però non si stanno issando mura merlate per difendersi da chissà chi: vi si è data convegno una Chiesa che continua a vedere nell’uomo la propria via e per questo guarda alla famiglia naturale come a una «verità elementare», d’una bellezza che ancora risplende di infiniti esempi di vita vera. Ricordarlo è nell’interesse di tutti.
QUALE FAMIGLIA? E QUALE LO SPIRITO DELLA COSTITUZIONE?
Una nota su un art. di Lorenzo Chiarinelli* di Federico La Sala [2005]
“Quale famiglia?”, questo il titolo della recente lettera pastorale del vescovo di Viterbo, Lorenzo Chiarinelli (www.viterbogiovani.net). Contrariamente ad altri interventi di esponenti della gerarchia della Chiesa cattolico-romana, è un intervento degno di attenzione per lo sforzo di analisi e apprezzabile per la volontà di dialogo. Poiché la questione è di rilevanza decisiva per noi stessi e noi stesse, e per tutta la società, e giustamente “qui non si gioca con le parole, ma con le persone. Ed è interesse di tutti costruire una convivenza di libertà, di uguaglianza, di giustizia”, è bene tentare di contribuire a fare chiarezza sul problema, e ripartire (come giustamente il vescovo fa) dalla nostra stessa Costituzione, dall’art. 29: “La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio. Il matrimonio è ordinato sull’eguaglianza morale e giuridica dei coniugi, con i limiti stabiliti dalla legge a garanzia dell’unità familiare”.
Premesso questo, possiamo affrontare il tema e, per cominciare, possiamo anche convenire sul fatto che esiste “una diffusa confusione e una crescente ambiguità anche del linguaggio, relativo proprio alla famiglia. Il termine è diventato polisemico e addirittura equivoco: si dice famiglia l’unione consacrata, per i cristiani, dal sacramento; si dice famiglia l’unione sancita civilmente; e si dice famiglia anche una unione di fatto tra persone di sesso diverso e perfino tra persone dello stesso sesso. La confusione linguistica è sintomo abbastanza evidente della ambiguità delle concezioni socio-culturali”, e che la famiglia “non è una semplice somma di persone: uno più uno. Essa non risulta da addizione: non è dato quantitativo. La famiglia è, certamente, realtà plurale di persone, ma è pluralità qualitativamente nuova: quello stare assieme produce un nuovo soggetto sociale, e come tale - cioè come soggetto sociale - va riconosciuta, garantita, promossa”.
Ma, detto questo, bisogna andare avanti! Proprio qui - a mio parere - si annida il problema e l’ambiguità delle concezioni socio-culturali correnti, non tanto di quelle che sono alla base della nostra Costituzione, quanto e soprattutto della politica ... e della stessa Chiesa cattolico-romana!!! Ed è proprio su questo che bisogna fare chiarezza e aprire bene gli occhi e la mente. La nostra Costituzione dice con formidabile precisione relativamente al rapporto natura-cultura e sottolinea che la “società naturale” - quella di due esseri umani, uomo e donna - è fondata su un fatto “culturale”, che si chiama “matrimonio”, a sua volta “ordinato sull’eguaglianza morale e giuridica dei coniugi”. Essa non cade nel riduzionismo biologistico in cui si è buttata recentemente la gerarchia della Chiesa Cattolica insieme a molta parte dei politici italiani (pensiamo soprattutto alle posizioni espresse nel referendum relativo agli art. della Legge 40/2004).
Ciò che la nostra Costituzione dice con chiarezza, e la considerazione di Levi-Strauss (“l’unione più e meno durevole, socialmente approvata, di un uomo, una donna e i loro figli, è un fenomeno universale, presente in qualunque tipo di società”) va in questa direzione, è che è la (scoperta della ) relazione (che “uno più uno” ... fa Uno) a produrre “società” e “cultura”, e a portare la “natura” oltre “il caso e la necessità”! Il Vescovo si rende anche conto che “tra lo stare assieme comunque e lo stare assieme con vincolo matrimoniale c’è un salto di qualità, civile e sociale”, ma poi ‘legge’ il ‘matrimonio’ come se fosse una legge e un fatto della “natura” .... e così, pur con tutte le sue buone intenzioni (“I principi qui ricordati sono unicamente civili, laici, costituzionali e, pertanto, patrimonio comune di tutti i cittadini e noi come cittadini li difendiamo”),non si rende conto che, per la nostra Costituzione, le cose stanno diversamente e che il dettato costituzionale ha con la “natura” un rapporto più accogliente e più liberante e che i suoi principi stanno su una via meno squilibrata ( né di negazione né di affermazione, unilaterale!), ... più chiasmatica (o, se si vuole, cristiana!!!) di quanto egli non immagina, condizionato come appare dai vincoli della sua stessa dottrina ‘cattolica’. Infatti, contrariamente a quanto il vescovo sostiene, per tutti i cittadini e tutte le cittadine della Repubblica democratica italiana, costituzionalmente vale (a mio parere) come ‘matrimonio’ la relazione di due esseri umani liberi e uguali, cioè di un modello antropologico (politico-culturale, non politico-naturale!!!) rappresentato (non da una ‘madre’, ‘Maria’ e un ‘figlio’, ‘Gesù’, ma) da un ‘padre’, ‘Giuseppe’, da ‘Maria’ , ‘madre’.... e dal ‘figlio’, ‘Gesù’ - e tutti i loro figli e le loro figlie (concepiti e concepite naturalmente o con l’aiuto della tecnica dentro il matrimonio e la relazione, o, come precisa l’art. 30, “nati fuori dal matrimonio”), figli e figlie della loro Relazione di Amore, diventano e sono cittadini-sovrani e cittadine-sovrane della Repubblica democratica italiana. O no?!
Da ciò sembra ovvio concludere - contrariamente a quanto vuole il vescovo - che è dentro questa linea del dato costituzionale che vanno collocate, e da esso normate, anche le questioni concernenti le così dette “nuove forme di convivenza”, etero o omosessuali - non altre!!! A ben riflettere, mi sembra che, ciò che sta scritto nella nostra Costituzione, non sia molto diverso da quanto sta scritto nell’Eu-angelo. E il senso è lo stesso - e non in contraddizione: per fare la verità nell’amore, bisogna fare l’amore nella verità; per fare l’amore nella verità, bisogna fare la verità nell’amore. Questo è il problema. O no?!
*
DIBATTITO Tutte le forme di convivenza devono veder riconosciuti e garantiti i loro diritti secondo la Costituzione; però non tutte producono un nuovo soggetto socialmente rilevante Un intervento del vescovo di Viterbo Lorenzo Chiarinelli
Ma la famiglia è un’altra cosa
«Proprio le unioni di fatto, con il loro definirsi così, alla collettività dicono che non sono una "qualità nuova"»
di Lorenzo Chiarinelli (Avvenire, 24.072005)
Ogni discorso sulla famiglia suscita immediatamente una duplice serie di sentimenti: lo stupore, perché ci si trova dinanzi alla libertà, alla vita, all’amore, esperienze sempre cariche di mistero e fascinose; la preoccupazione, perché la famiglia è nodo complesso, è spazio aperto, è gioco di libertà diverse e sempre nuove. Non meraviglia, quindi, l’attenzione che alla famiglia si riserva da varie parti e da molteplici punti di vista: sociologico, politico, legislativo, teologico, pastorale... Ed è positivo che ad essa si riservino cure particolari.
Ma proprio da queste attenzioni emergono alcuni elementi meritevoli di particolare sottolineature... Già in altre occasioni abbiamo riflettuto sul tema. Ora ci sta a cuore qualche breve considerazione sul senso stesso della famiglia e la sua considerazione sociale. Innanzitutto è evidente per tutti che la realtà familiare è oggi soggetta a continui e profondi cambiamenti. Le ragioni sono tante.
La famiglia, in realtà, è punto di confluenza di identità personali, non sempre definite, spesso incerte e problematiche. Essa è luogo di incontro di esigenze diversificate, qualche volta conflittuali. La realtà familiare è come uno snodo di attese, di timori, di speranze che ciascun membro coltiva e offre ma che con fatica vengono accolte e armonizzate. Ma in ogni caso, resta vero come ha scritto Levi Strauss che «l’unione più e meno durevole, socialmente approvata, di un uomo, una donna e i loro figli, è un fenomeno universale, presente in qualunque tipo di società».
È, in realtà, constatazione in sé confortante il progressivo riconoscimento del ruolo sociale della famiglia e la proclamazione delle sue alte finalità sociali: sono queste spesso ad ispirare gli interventi delle istituzioni sia sul piano educativo che economico e in genere sociale. Si può giustamente parlare di una sempre maggiore "soggettività" riconosciuta alla famiglia sul piano civile, sia in ordine ai diritti che ai compiti.
La famiglia, però, che è sempre un gruppo sociale-umano primario, non è un gruppo qualunque. La sua specificità comporta una definizione di confini socialmente vincolanti per quanto riguarda le relazioni tra membri nelle loro reciproche determinazioni. Ed è il riconoscimento dell’esistenza della reciprocità delle relazioni che socialmente la configura e distingue il semplice gruppo (fatto di relazioni intersoggettive) da una «istituzione sistematica» con relazioni di reciprocità, oltre lo stadio della semplice «convivenza».
E proprio al riguardo c’è una diffusa confusione e una crescente ambiguità anche del linguaggio, relativo proprio alla famiglia. Il termine è diventato polisemico e addirittura equivoco: si dice famiglia l’unione consacrata, per i cristiani, dal sacramento; si dice famiglia l’unione sancita civilmente; e si dice famiglia anche una unione di fatto tra persone di sesso diverso e perfino tra persone dello stesso sesso. La confusione linguistica è sintomo abbastanza evidente della ambiguità delle concezioni socio-culturali. Su di esse bisogna riflettere.
La cultura e l’ethos del popolo italiano trova espressione nella Carta costituzionale che riconosce la famiglia fondata sul matrimonio. Articolo 29: La Repubblica riconosce i diritti della famiglia come società naturale fondata sul matrimonio. Il matrimonio è ordinato sull’eguaglianza morale e giuridica dei coniugi, con i limiti stabiliti dalla legge a garanzia dell’unità familiare. E questa è una acquisizione che costituisce uno degli elementi del patrimonio etico sancito dal consenso di tradizioni diverse, sedimentate nella carta costituzionale, come codice comune degli italiani. Non è un semplice modo di dire. Meraviglia, pertanto, la leggerezza o la improntitudine di alcuni dinanzi a questo dettato costituzionale, valutato con troppa superficialità anche da coloro che su altri punti della Costituzione si attestano con protervia accanita. Ma finché la Costituzione vige, il suo dettato non può essere equivocato e ogni legislatore, ai diversi livelli (parlamentare, regionale, provinciale, comunale), non può non tenerne conto.
Il sociologo Pierpaolo Donati nota con lucidità che per comprendere dove vada la famiglia ci si deve orientare lungo due grandi direttrici, mai dimenticando che la famiglia rappresenta il momento del passaggio dalla natura alla cultura senza cui non si dà la società a dimensione propriamente umana; e che la famiglia rappresenta il punto di intersezione tra pubblico e privato necessario per una differenziazione non anonima e non alienante del sociale.
Spesso, tuttavia, per motivare certe "aperture" o "aggiornamenti" vengono avanzate le "ragioni sociali": occorre si dice venire incontro a ogni tipo di convivenza, per non fare discriminazioni, per rimuovere gli ostacoli di tutti i cittadini. La politica - si afferma - non ha un’idea di famiglia da perseguire. Su questo punto bisogna intendersi con chiarezza estrema. Innanzitutto bisogna distinguere tra persona e famiglia. La persona - che è il cardine del nostro ordinamento civile - è soggetto unico, irripetibile, connotato da uguaglianza senza eccezioni, con diritti irrinunciabili, non passibili di alcuna discriminazione. Lo Stato si deve far carico di ogni persona, deve favorirne la crescita, deve garantirne i diritti: sia essa uomo/donna; cattolica/atea; tossicodipendente o omosessuale; celibe nubile/sposata... Le persone, per costituzione, hanno tutte uguali diritti e doveri. La famiglia, però, non è una semplice somma di persone: uno più uno. Essa non risulta da addizione: non è dato quantitativo. La famiglia è, certamente, realtà plurale di persone, ma è pluralità qualitativamente nuova: quello stare assieme produce un nuovo soggetto sociale, e come tale - cioè come soggetto sociale - va riconosciuta, garantita, promossa.
Non si può confondere o barattare il doveroso sostegno, senza discriminazioni, dovuto alle persone, a tutte le persone, con il sostegno dovuto alla famiglia. Il fatto che le persone stiano assieme (due, tre, quattro...) non produce di per sé una realtà qualitativamente nuova quale è la famiglia. Quelle persone "insieme" hanno i loro diritti che vanno riconosciuti e garantiti, ma non in quanto "famiglia" che è "realtà altra" socialmente rilevante.
Del resto basti una semplice constatazione. Proprio le "unioni di fatto", con il loro definirsi "di fatto", intendono dire alla collettività che non sono una "qualità nuova". E se esse stesse, per libera scelta, lo attestano e lo vogliono, lo Stato non può agire nei loro confronti "come se" fossero un’altra cosa. Tra lo stare assieme comunque e lo stare assieme con vincolo matrimoniale c’è un salto di qualità, civile e sociale.
Da ciò sembra ovvio concludere che è dentro questa linea del dato costituzionale che vanno collocate, e da esso normate, anche le questioni concernenti le così dette «nuove forme di convivenza», etero o omosessuali. Solo tenendo fede ad alcune acquisizioni essenziali che la Costituzione stabilisce, potrà avere definizione la ulteriore variegata articolazione del tessuto dei rapporti interpersonali.
Promoviamo tutte le persone; sosteniamo le famiglie, soprattutto quelle in crisi, ma non confondiamo i linguaggi che esprimono ethos e valori della collettività: qui non si gioca con le parole, ma con le persone. Ed è interesse di tutti costruire una convivenza di libertà, di uguaglianza, di giustizia. Sempre «facendo la verità nell’amore». E in tutto ciò, non facciamo riferimento - come risulta evidente da quanto qui detto- alla esperienza di fede che i credenti sanno come vivere e testimoniare in ogni contesto. I principi qui ricordati sono unicamente civili, laici, costituzionali e, pertanto, patrimonio comune di tutti i cittadini e noi come cittadini li difendiamo.
www.ildialogo.org/filosofia, Martedì, 26 luglio 2005