[...] l’esame della vicenda della monaca di Monza “alle genti svela / di che lagrime grondi e di che sangue” una società basata sulla proprietà e sul maggiorasco e mostra di essere, senza alcun dubbio, un contributo critico di altissimo livello, degno di stare a fianco del Discorso sull’origine della disuguaglianza di Rousseau e della cosiddetta “accumulazione originaria” del Capitale di Marx (ma anche, se si vuole, della Psicologia di massa del fascismo di W.Reich o dei lavori della scuola di Francoforte e di Foucault). E mostra a noi, ancora oggi, quanto sia difficile uscire non solo dalla logica delle recinzioni ma anche dalla logica (ancora e nonostante tutto, teoreticamente platonica e storicamente borghese) della "volontà generale" (Rousseau) e incamminarci su quella strada della "volontà di genere" (Gattungswille) e della democrazia (“l’enigma risolto di tutte le costituzioni”), già intuita (ma poi perduta) da Marx [...]
Dalla democrazia della volontà "generale" alla democrazia della volontà "di genere": una nota su "I Promessi Sposi"
di Federico La Sala ***
___
Dopo 50 o 60 chilometri arriviamo all’estancia Pileaneu, vcina ad una collina con le roccie a forma di orecchio di lepre, un luogo sacro degli indiani Tehuelche. Anche qui una splendida villa padronale in pietra grigia, costruita negli anni ’20, è stata risistemata e arredata da Benetton.[...]
Il vero creatore delle estencias era stato un inglese [...] che attirava gli indiani Ona sulle sue spiagge con il pretesto di una festa. Poi si metteva al riparo dietro le dune e insieme con altri allevatori sparava con i fucili a ripetizione, finché tutti gli Ona, anche donne e bambini, non erano stesi sulle rena bianca, in attesa che la marea portasse via i corpi” (S. Malatesta, Quella provincia d’Italia nel cuore della Patagonia, La Repubblica, 30.11.1997). __
Il primo che, dopo aver recintato un terreno, pensò di dire questo è mio, e trovò altri tanto ingenui da credergli, fu il fondatore della "società civile"... Quando Alessandro Manzoni intraprende la sua “guerra illustre contro il tempo”, le opere e le riflessioni di J.-J. Rousseau sull’origine della disuguaglianza (1754), su Giulia o la nuova Eloisa (1761), sul Contratto sociale (1762), su Emilio (1762), e su Emilio e Sofia o I Solitari (1762-1765), sono certamente nell’orizzonte dei suoi pensieri. La sequenza dei titoli scelti per il suo romanzo storico vi allude esplicitamente: Fermo e Lucia, Gli sposi promessi, I Promessi Sposi (1825-1827). E il problema, che in esso egli affronta e tenta di risolvere, non è molto diverso da quello già affrontato da Rousseau con le figure di Emilio e Sofia e, sulla sua scia, da Pestalozzi con le figure di Leonardo e Gertrude (1781): come uscire dalla vecchia società e dalla vecchia storia segnata dalla Legge della proprietà e della violenza e dare vita a una nuova società e a una nuova storia.
La consonanza profonda sta nel fatto che Rousseau ha colto l’immane portata e la lunga durata del fenomeno delle recinzioni delle terre (enclosures) e Manzoni quella della connessa legge del maggiorasco (o della primogenitura) su tutto l’ordine sociale e, al contempo, che entrambi guardano a una possibile trasformazione della società a partire da una nuovo matrimonio; e, ancora, che l’uno ha scritto la Professione di fede del Vicario Savoiardo (Emilio, L. IV) e l’altro le Osservazioni sulla morale cattolica.
In un’Europa dominata dallo spirito della Restaurazione e dalla Santa Alleanza, ove da poco Hegel ha cantato le glorie del maggiorasco (i Lineamenti di filosofia del diritto sono del 1820-21) e Marx è ancora un bambino (la Critica della filosofia hegeliana del diritto pubblico è del 1833), egli ne comprende tutta la portata strutturale nell’articolazione della società e ne denuncia tutte le trasversali e devastanti conseguenze.
Le pagine del romanzo dedicate alla monaca di Monza (“noi crediam più opportuno di raccontar brevemente la storia antecedente di questa infelice; quel tanto cioè che basti a render ragione dell’insolito e del misterioso che abbiam veduto in lei, e a far comprendere i motivi della sua condotta, in quello che avvenne dopo”), spesso e per lo più sottovalutate, di questo trattano e, da questo punto di vista, forniscono un’importante chiave di lettura dell’intera opera, e dell’implicito progetto politico ad essa affidata dall’Autore, e ancora, al di là di questo, l’indicazione di guardare all’insieme del processo di produzione sociale, senza appiattimenti né riduzionismi, dal basso all’alto e dall’alto al basso come dall’esterno all’interno e dall’interno all’esterno.
I provocatori, i soverchiatori, tutti coloro che, in qualunque modo, fanno torto altrui, sono rei, non solo del male che commettono, ma del pervertimento ancora a cui portano gli animi degli offesi (I promessi sposi, II)
La sposina (così si chiamavano la giovani monacande, e Gertrude, al suo apparire, fu da tutti salutata con quel nome):
“Essa era l’ultima figlia del principe***, gran gentiluomo milanese, che poteva contarsi tra i più doviziosi della città [...] Quanti figliuoli avesse, la storia non lo dice espressamente: fa solamente intendere che aveva destinati al chiostro tutti i cadetti dell’uno e dell’altro sesso, per lasciare intatta la sostanza del primogenito, destinato a conservar la famiglia, a procrear figliuoli, per tormentarsi e tormentarli nella stessa maniera. La nostra infelice era ancora nascosta nel ventre della madre, che la sua condizione era già irrevocabilmente stabilita. Rimaneva soltanto da decidersi se sarebbe stato un monaco o una monaca; decisione per la quale faceva bisogno, non il suo consenso, ma la sua presenza. Quando venne alla luce il principe, suo padre, volendo darle un nome che risvegliasse immediatamente l’idea del chiostro [...], la chiamò Gertrude. Bambole vestite da monache furono i primi balocchi che le si diedero in mano; poi santini che rappresentavan monache; e que’ regali eran sempre accompagnati con gran raccomandazioni di tenerli ben di conto, come cosa preziosa, e con quell’interrogare affermativo: bello eh?.
Quando il principe o la principessa o il principino, volevan lodar l’aspetto prosperoso della fanciullina, pareva che non trovasser modo di esprimer bene la loro idea, se non con le parole: che madre badessa! Nessuno però le disse mai direttamente: tu devi farti monaca. Era un’idea sottintesa e toccata incidentemente, in ogni discorso che riguardasse i suoi destini futuri. Se qualche volta la Gertrudina trascorreva a qualche atto un po’ arrogante e imperioso, al che la sua indole la portava molto facilmente, tu sei una ragazzina le si diceva: queste maniere non ti convengono: quando sarai madre badessa, allora comanderai a bacchetta, farai alto e basso. Qualche altra volta il principe, riprendendola di cert’altre maniere troppo libere e famigliari alle quali essa trascorreva con uguale facilità, ehi! ehi! le diceva, non è questo il fare d’una par tua: se vuoi che un giorno ti si porti il rispetto che ti sarà dovuto, impara fin d’ora a star sopra di te: ricordati che tu devi essere, in ogni cosa, la prima del monastero, perché il sangue si porta per tutto dove si va.
Tutte le parole di questo genere stampavano nel cervello della fanciullina l’idea che già lei dovesse esser monaca: ma quelle che venivan dalla bocca del padre, facevan più effetto di tutte le altre insieme. Il contegno del principe era abitualmente quello di un padrone austero, ma quando si trattava dello stato futuro dei suoi figli, dal suo volto e da ogni sua parola traspariva una immobilità ed una risoluzione, un’ombrosa gelosia di comando, che imprimeva il sentimento di una necessità fatale” (IX).
La logica della proprietà (maggiorasco) domina ferocemente sull’intera rete delle relazioni umane, dalla famiglia allo Stato e dallo Stato alla famiglia (comprese le istituzioni ecclesiastiche): il caso di Gertrude è paradigmatico. Nel travaglio del seicento la monacazione forzata delle donne e degli uomini era la soluzione più adottata dalle famiglie dell’élite dominante per salvaguardare la propria posizione economico-sociale e politica. Manzoni ne coglie la portata, ne denuncia gli effetti e cerca di trovare una via d’uscita nella stessa direzione di Rousseau, vale a dire, verso “una forma di associazione che con tutta la forza difenda e protegga la persona e i beni di ogni associato, e mediante la quale ciascuno, unendosi a tutti, obbedisca tuttavia soltanto a se stesso, e resti non meno libero di prima”.
Per rendere chiara la sua presa di distanza dalle regole della società feudale e per schierarsi - con radicale e liberale chiarezza - a fianco (e al di là) della nascente società borghese, non a caso Manzoni apre la grande parentesi sulla storia di Gertrude: nell’economia del romanzo essa serve proprio ad illustrare e a contrapporre tutta la diversità dell’orizzonte sociale e politico a cui rinvia la logica del matrimonio delle due protagoniste, Gertrude e Lucia. Il matrimonio spirituale dell’una è dentro il solco del passato ed è il frutto del successo del padre-principe che, con l’aiuto della alleata Chiesa, riesce a piegare la volontà di Gertrude e a sacrificarla (“non potendo altro che di non esser sacrificata”) sull’altare della proprietà e della propria posizione sociale e politica; il matrimonio terreno dall’altra, invece, è il frutto della difficile vittoria, riportata sul categorico divieto di Don Rodrigo a Don Abbondio (“questo matrimonio non s’ha da fare, né domani, né mai”), dell’alleanza dei nuovi ceti popolari e borghesi e di una Chiesa più coraggiosa nei confronti delle trasformazioni storico-sociali e più coerente con le sue idee.
Manzoni, in fondo, nel modo in cui avvicina e tratteggia le due figure, sembra difendere e sognare di più e altro: un rapporto economico-sociale, politico e familiare in cui la contemplativa Lucia e l’attiva Geltrude e, con loro, tutte le donne, possano godere - insieme a tutti gli uomini - dei propri diritti e vivere la propria vita in piena autonomia e libertà.
In ogni caso, l’esame della vicenda della monaca di Monza “alle genti svela / di che lagrime grondi e di che sangue” una società basata sulla proprietà e sul maggiorasco e mostra di essere, senza alcun dubbio, un contributo critico di altissimo livello, degno di stare a fianco del Discorso sull’origine della disuguaglianza di Rousseau e della cosiddetta “accumulazione originaria” del Capitale di Marx (ma anche, se si vuole, della Psicologia di massa del fascismo di W.Reich o dei lavori della scuola di Francoforte e di Foucault). E mostra a noi, ancora oggi, quanto sia difficile uscire non solo dalla logica delle recinzioni ma anche dalla logica (ancora e nonostante tutto, teoreticamente platonica e storicamente borghese) della "volontà generale" (Rousseau) e incamminarci su quella strada della "volontà di genere" (Gattungswille) e della democrazia (“l’enigma risolto di tutte le costituzioni”), già intuita (ma poi perduta) da Marx*.
Si tratta sì di essere radicali, di andare alla radice, ma la radice non è l’uomo, né - come si vorrebbe (confondendo le acque e negando ancora il bambino o la bambina) - la moltitudine: la radice è la relazione dell’uomo e della donna (e la nascita di tutti gli uomini e di tutte le donne, dalla donna). Ora i soggetti sono due, e tutto è da ripensare**.
* Sul problema, si cfr. F. La Sala, La mente accogliente. Tracce per una svolta antropologica, Antonio Pellicani editore, Roma 1991, pp. 190-197 (cap. IV. La fanciulla straniera e la civetta hegeliana).
** Su questo, si cfr. F. La Sala, L’’enigma della sfinge e il segreto della piramide. Considerazioni attuali sulla fine della preistoria, Edizioni Ripostes, Roma-Salerno 2001.
Nota bibliografica:
T. Moro, Utopia, Laterza, Bari, 1991.
J.-J. Rousseau, Opere, Sansoni, Firenze, 1972.
G. W.F.Hegel, Lineamenti di Filosofia del Diritto, Laterza, Bari, 1971.
A. Manzoni, I Promessi Sposi, Le Monnier, Firenze, 1978.
K. Marx, Opere filosofiche giovanili, Editori Riuniti, Roma, 1969.
K. Marx, Critica del diritto statuale hegeliano, a c. di Finelli-Trincia, Edizioni dell’Ateneo, Roma, 1973.
K. Marx, Il capitale, Editori Riuniti, Roma, 1970.
W. Reich, Psicologia di massa del fascismo, Edizioni Sugar, Milano, 1971.
M. Horkheimer - T.W. Adorno (a c. di), Lezioni di sociologia, Einaudi, Torino, 1969.
M. Horkheimer e altri, Studi sull’autorità e la famiglia, UTET, Torino, 1973.
M. Shatzmann, La famiglia che uccide, Feltrinelli, Milano, 1973.
M. Foucault, Storia della follia nell’età classica, Rizzoli, 1976.
***
www.ildialogo.org/filosofia, Martedì, 13 maggio 2003
Ulteriori elementi per approfondire:
OLYMPE DE GOUGES, UNA DONNA DEL XXI SECOLO
USCIAMO DAL SILENZIO. UN APPELLO DEGLI UOMINI, CONTRO LA VIOLENZA ALLE DONNE
"TROPPO ODIO VERSO LE DONNE: E’ LA PIU’ LUNGA GUERRA CHE IO CONOSCA"
Sulla "alleanza edipica": DONNE, (il partito di) ITALIA, e (il partito ‘cattolico’ di) DIO
L’ANNUNCIO A GIUSEPPE E A MARIA - DIO E’ AMORE ("DEUS CHARITAS EST": 1 GV., 4.8): LA NUOVA ALLEANZA E LA NUOVA LEGGE. COME IN CIELO COSI’ IN TERRA: RESTITUIRE A GIUSEPPE L’ANELLO DEL PESCATORE - come già Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II - ... E L’ONORE E LA GLORIA DOVUTA. PACEM IN TERRIS ...
Il documento dei Giuristi Democratici,
LE IDEE
Perché gli uomini uccidono le donne
Molti di questi definiti delitti passionali sono il sintomo del declino dell’impero patriarcale. La violenza non è solo di pazzi, mostri, malati. E poco importa il contesto sociale: non si accetta l’autonomia femminile
di MICHELA MARZANO *
Si continua a chiamarli delitti passionali. Perché il movente sarebbe l’amore. Quello che non tollera incertezze e faglie. Quello che è esclusivo ed unico. Quello che spinge l’assassino ad uccidere la moglie o la compagna proprio perché la ama. Come dice Don José nell’opera di Bizet prima di uccidere l’amante: "Sono io che ho ucciso la mia amata Carmen". Ma cosa resta dell’amore quando la vittima non è altro che un oggetto di possesso e di gelosia? Che ruolo occupa la donna all’interno di una relazione malata e ossessiva che la priva di ogni autonomia e libertà?
Per secoli, il "dispotismo domestico", come lo chiamava nel XIX secolo il filosofo inglese John Stuart Mill, è stato giustificato nel nome della superiorità maschile. Dotate di una natura irrazionale, "uterina", e utili solo - o principalmente - alla procreazione e alla gestione della vita domestica, le donne dovevano accettare quello che gli uomini decidevano per loro (e per il loro bene) e sottomettersi al volere del pater familias. Sprovviste di autonomia morale, erano costrette ad incarnare tutta una serie di "virtù femminili" come l’obbedienza, il silenzio, la fedeltà. Caste e pure, dovevano preservarsi per il legittimo sposo. Fino alla rinuncia definitiva. Al disinteresse, in sostanza, per il proprio destino. A meno di non accettare la messa al bando dalla società. Essere considerate delle donne di malaffare. E, in casi estremi, subire la morte come punizione.
Le battaglie femministe del secolo scorso avrebbero dovuto far uscire le donne da questa terribile impasse e sbriciolare definitivamente la divisione tra "donne per bene" e "donne di malaffare". In nome della parità uomo/donna, le donne hanno lottato duramente per rivendicare la possibilità di essere al tempo stesso mogli, madri e amanti. Come diceva uno slogan del 1968: "Non più puttane, non più madonne, ma solo donne!". Ma i rapporti tra gli uomini e le donne sono veramente cambiati? Perché i delitti passionali continuano ad essere considerati dei "delitti a parte"? Come è possibile che le violenze contro le donne aumentino e siano ormai trasversali a tutti gli ambiti sociali?
Quanto più la donna cerca di affermarsi come uguale in dignità, valore e diritti all’uomo, tanto più l’uomo reagisce in modo violento. La paura di perdere anche solo alcune briciole di potere lo rende volgare, aggressivo, violento. Grazie ad alcune inchieste sociologiche, oggi sappiamo che la violenza contro le donne non è più solo l’unico modo in cui può esprimersi un pazzo, un mostro, un malato; un uomo che proviene necessariamente da un milieu sociale povero e incolto. L’uomo violento può essere di buona famiglia e avere un buon livello di istruzione. Poco importa il lavoro che fa o la posizione sociale che occupa. Si tratta di uomini che non accettano l’autonomia femminile e che, spesso per debolezza, vogliono controllare la donna e sottometterla al proprio volere. Talvolta sono insicuri e hanno poca fiducia in se stessi, ma, invece di cercare di capire cosa esattamente non vada bene nella propria vita, accusano le donne e le considerano responsabili dei propri fallimenti. Progressivamente, trasformano la vita della donna in un incubo. E, quando la donna cerca di rifarsi la vita con un altro, la cercano, la minacciano, la picchiano, talvolta l’uccidono.
Paradossalmente, molti di questi delitti passionali non sono altro che il sintomo del "declino dell’impero patriarcale". Come se la violenza fosse l’unico modo per sventare la minaccia della perdita. Per continuare a mantenere un controllo sulla donna. Per ridurla a mero oggetto di possesso. Ma quando la persona che si ama non è altro che un oggetto, non solo il mondo relazionale diventa un inferno, ma anche l’amore si dissolve e sparisce. Certo, quando si ama, si dipende in parte dall’altra persona. Ma la dipendenza non esclude mai l’autonomia. Al contrario, talvolta è proprio quando si è consapevoli del valore che ha per se stessi un’altra persona che si può capire meglio chi si è e ciò che si vuole. Come scrive Hannah Arendt in una lettera al marito, l’amore permette di rendersi conto che, da soli, si è profondamente incompleti e che è solo quando si è accanto ad un’altra persona che si ha la forza di esplorare zone sconosciute del proprio essere. Ma, per amare, bisogna anche essere pronti a rinunciare a qualcosa. L’altro non è a nostra completa disposizione. L’altro fa resistenza di fronte al nostro tentativo di trattarlo come una semplice "cosa". È tutto questo che dimenticano, non sanno, o non vogliono sapere gli uomini che uccidono per amore. E che pensano di salvaguardare la propria virilità negando all’altro la possibilità di esistere.
* la Repubblica, 14 luglio 2010
100 donne ammazzate ogni anno da fidanzati mariti o ex
Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità la violenza contro le donne rappresenta la prima causa di morte per il sesso femminile fra i 25 e i 44 anni. E a leggere i dati Istat del 2007 emerge che in Italia il 14,3% delle donne tra i 16 e i 70 anni ha subito violenza dal partner o dall’ ex e che ogni anno vengono uccise di media 100 donne dal marito, dal fidanzato o da un ex. Una mattanza che non conosce confini geografici, culturali o sociali.
Circa il 10% degli omicidi avvenuti in Italia dal 2002 al 2008 secondo Massimo Lattanzi, fondatore dell’Osservatorio nazionale sullo stalking ha avuto come prologo atti di stalking, l’80% delle vittime è di sesso femminile e la durata media delle molestie è di circa un anno e mezzo. Una fotografia del fenomeno l’ha fornita ieri, nel corso di un convegno, anche il sottosegretario alla Giustizia Maria Elisabetta Casellati: a tutt’oggi 5 milioni di donne hanno subito violenze sessuali, ma le denunce sono soltanto il 7,3%.
*l’Unità, 12.07.2010
La misura dell’illegalità
di Franco (Bifo) Berardi (il manifesto, 27 marzo 2010)
Negli ultimi mesi la protesta contro il regime berlusconiano ha raggiunto toni quasi patetici. Si parla di crisi del berlusconismo come per esorcizzare la realtà di una perfetta corrispondenza tra la corruzione del ceto politico-imprenditoriale e il cinismo diffuso nella società. Ma la crisi dove sarebbe? L’escalation di arroganza non è segno di una crisi, direi, ma del suo contrario: è segno della stabilizzazione di un sistema che non ha più bisogno di legge perché basta la legge del più forte per regolare le relazioni di precarietà, sfruttamento e schiavismo nel campo del lavoro e della vita quotidiana.
Quanto più evidente è il disprezzo del ceto al potere per la legge e le regole, tanto più la protesta si concentra sulla difesa della legalità. Il problema è che la legge e le regole non valgono niente quando non esiste la forza per renderle operanti. E dove sta la forza, cos’è la forza in un sistema centrato sulla produzione mediatica della coscienza? Nel discorso corrente quel che accade in questo paese è visto come una bizzarra forma di corruzione dello spirito pubblico, come una singolare e isolata sospensione della democrazia. Allo stesso modo gli inglesi guardarono agli italiani dopo la prima guerra mondiale, e le democrazie occidentali interpretarono Mussolini: un fenomeno di marginale arretratezza culturale, o piuttosto un’anomalia culturale. Poi l’esempio di Mussolini produsse effetti su larga scala, fino a precipitare il mondo nella più grande carneficina della storia.
Tra riforma e controriforma
Forse occorrerebbe smetterla di considerare il caso italiano come un’anomalia: al contrario è l’esempio estremo degli effetti prodotti dalla deregulation, fenomeno mondiale che distrugge prima di tutto ogni regola nel rapporto tra lavoro e capitale. Vi è certamente una specificità culturale italiana che merita di essere studiata capita, approfondita. Ma grazie a Mussolini e a Berlusconi questa specificità ha finito per esprimersi come forma anticipatrice del destino del mondo.
Nel libro Vuelta de Siglo (Mexico city, Era editorial, 2006) il filosofo messicano Bolivar Echeverria parla di due modernità che configgono e si intrecciano fin dall’inizio del sedicesimo secolo. La prima è la modernità borghese fondata sulla morale protestante e sulla territorializzazione delle cose mondane e del dovere industriale. L’altra è modellata dalla Controriforma e dalla sensibilità del Barocco. Questa seconda modernità è stata rimossa e marginalizzata nello spirito pubblico dell’Occidente capitalista a partire dal momento in cui l’industrializzazione dell’ambiente umano ha richiesto una riduzione del sociale al processo di meccanizzazione. La vita della borghesia industriale è basata sulla severa dedizione al lavoro instancabile e sull’affezione proprietaria ai prodotti del lavoro. La borghesia è una classe territorializzata perché l’accumulazione di valore non può essere dissociata dall’espansione del mondo delle cose fisiche. Non esiste più la borghesia perché la produzione non si svolge più nel borgo, ma nella rete, e la ricchezza non si fonda più sulla proprietà di oggetti fisici, ma sulla deterritorializzazione finanziaria.
Echeverria osserva che fin dal sedicesimo secolo la Chiesa Cattolica ha creato un flusso alternativo di modernità, fondato sulle competenze immateriali dell’immaginazione e sulle potenze della deterritorializzazione linguistica e immaginativa. Il potere spirituale di Roma è sempre stato fondato sul controllo delle menti: questo è il suo capitale, fin quando la sua potenza venne marginalizzata dalla borghesia industriale.
La fonte dell’accumulazione
Ma quando le immagini, non più semplici rappresentazioni della realtà, divengono simulazione e stimolazione psico-fisica, i segni divengono la merce universale, oggetto principale della valorizzazione di capitale. Se l’economia borghese territorializzata era fondata sulla severità iconoclasta del ferro e dell’acciaio, la deterritorializzazione post-moderna è fondata invece sulla macchina caleidoscopica della produzione semiotica. Questa è la ragione per cui possiamo parlare di semiocapitalismo: perché le merci che circolano nel mondo economico - informazione, finanza, immaginario - sono segni, numeri, immagini, proiezioni, aspettative. Il linguaggio non è più uno strumento di rappresentazione del processo economico e vitale, ma diviene fonte principale di accumulazione, che continuamente deterritorializza il campo dello scambio.
La dinamica di progresso e crescita, nata dallo spazio fisico territoriale della fabbrica, ha obbligato le due classi fondamentali dell’epoca industriale, classe operaia e borghesia, al rispetto delle regole politiche e contrattuali. La morale protestante delle regole fonda la contrattazione collettiva e la funzione sociale dello stato.
A partire dagli anni ’70 la relazione tra capitale e lavoro è stata trasformata, grazie alla tecnologia digitale e alla deregulation del mercato del lavoro. Un effetto enorme di deterritorializzazione ne è seguita, e il modello borghese è stato spazzato via, insieme alla vecchia coscienza di classe operaia. La finanziarizzazione dell’economia globale ha eroso l’identificazione borghese di ricchezza proprietà fisica e lavoro territoriale. Quando il lavoro perde la sua forma meccanica e diviene immateriale, linguistico, affettivo, la relazione deterministica tra tempo e valore si rompe. La genesi del valore entra in una fase di indeterminazione e di incertezza. La via è aperta verso un prevalere di una visione neo barocca, e all’istaurazione di una logica aleatoria nel cuore stesso dell’economia. Quando il linguaggio diviene il campo generale della produzione quando la relazione matematica tra tempo-lavoro e valore è rotta, quando la deregulation distrugge tutte le garanzie, solo un comportamento di sopraffazione criminale può prevalere.
La violenza della deregulation
Questo è accaduto, in tutto il mondo non solo in Italia dal momento in cui le politiche neoliberiste hanno occupato la scena. Il principio della scuola neoliberale, la deregulation che ha distrutto i limiti legali e politici all’espansione capitalista non può intendersi come un mutamento puramente politico. Occorre vederlo nel contesto dell’evoluzione tecnologica e culturale che ha spostato il processo di valorizzazione dalla sfera della meccanica industriale al campo della produzione semiotica.
Il lavoro cognitivo non si può ridurre alla misura del tempo dato che il rapporto tra lavoro tempo e valorizzazione diviene incerto, indeterminabile. Il mercato del lavoro globale diviene il luogo della pura legge della violenza, della sopraffazione. Non si tratta più di semplice sfruttamento, ma di schiavismo, di violenza pura contro la nuda vita, contro il corpo indifeso dei lavoratori di tutto il mondo. La violenza è diventata la forza economica prevalente nell’epoca neoliberista. In Messico come in Italia come in Russia come in molti altri paesi il mercato finanziario, il mediascape e il potere politico sono nelle mani di persone che hanno ottenuto il loro potere con l’illegalità e con la violenza. Per non parlare del ruolo che corporation come Halliburton e Blackwater hanno svolto e svolgono nel provocare guerre e nel distruggere vite e città perché questo è il loro lavoro, perché il loro business ha bisogno della guerra per prosperare. La violenza è la forza regolatrice dell’economia semiocapitalista, perchiò non é contrastabile con i richiami alla legalità e alla moralità.
Come cento anni fa littlie è l’avanguardia del capitalismo non protestante e la seconda modernità di Echeverria, che si presentò per alcuni secoli come pura reazione antimoderna emerge oggi come principio fondativo del capitalismo mondiale. L’esperienza italiana durante gli ultimi cento anni è stato il teatro principale di questo ritorno dello spirito barocco. Le performance di Mussolini e di Berlusconi sono fondate entrambe sulla esibizione teatrale dell’energia maschile, ma anche sulla capacità di penetrare nei recessi del linguaggio nel campo profondo dell’autopercezione collettiva.
Curzio Malaparte, in un libro intitolato L’Europa vivente, ragionava su questo punto: il fascismo raccoglie l’eredità della Controriforma e dello spirito barocco, e la trasforma in un’energia che è al tempo stesso anti-moderna e neo-moderna. «Noi saremo grandi anche senza passare con un ritardo di tre secoli attraverso la Riforma: saremo grandi anzi unicamente contro la Riforma. La nuova potenza dello spirito italiano che già si manifesta per chiari segni non potrà essere se non antieuropea».
Sul corpo delle donne
Malaparte è ben consapevole - come lo erano stati i futuristi - del fatto che la modernità che il fascismo afferma è fondata sulla rimozione della femminilità. Il fascismo è sessualità che aborrisce e teme la sensualità. «Soffrire è necessario per vivere. La gloria e la libertà costano sangue, e soffrire bisogna per vivere con superbia e dignità fra superbi. Chi non riconosce questa verità fondamentale della vita umana si condanna alla bestialità. Chi predica l’odio alla sofferenza, chi predica alegge del paradiso e non quella dell’inferno (i socialisti) nega tutto ciò che di grande ha in sé un uomo, cioè tutto quello che un uomo ha in sé di umano. Un’umanità epicurea, paradisiaca, è anticristiana e antiumana» (Malaparte, L’Europa vivente).
La femminilità dell’autopercezione italiana è in gioco, nel caso di Mussolini come nel caso di Berlusconi. Mussolini e i giovani futuristi del 1909 volevano sottomettere disprezzandolo il corpo della donna (e il corpo sociale in quanto sottomesso e femminile). Berlusconi e la classe di lunpen che lo circonda vuole sporcare il corpo della donna, sottometterlo all’autodisprezzo cinico, sentimento prevalente e vincente della classe dirigente del semiocapitalismo barocco.
Le regole che i legalisti rivendicano sono decaduti nella cultura e nel lavoro. Occorre liberare la società dal legalismo, perché la società cominci a non rispettare le regole del semiocapitale, a essere autonoma nella post-legalità che il Semiocapitale ha istituito. Ciò che occorre alla società è la forza per non rispettare le regole non scritte che il capitalismo ha imposto, e per affermare un altro modo di vita, una nuova solidarietà del lavoro. Allora, nel campo senza regole del semiocapitalismo, la società potrà affermare i suoi bisogni e soprattutto le sue potenzialità. Difendere la legge diviene un lavoro risibile, quando il potere dichiara ogni giorno nei fatti che quelle regole non contano più niente. Solo a partire dall’abbandono di ogni illusione legalista sarà possible creare autonomia sociale, essere all’altezza (o se si preferisce alla bassezza) della sfida che il semiocapitale ha lanciato.
La Chiesa e la misoginia
di Marie-Thérèse Van Lunen Chenu
in “www.temoignagechretien.fr” del 24 marzo 2010 (traduzione: www.finesettimana.org)
L’ondata di notizie su ripetuti casi di pedofilia nella Chiesa cattolica ha suscitato molti commenti che portano in ritorno delle valutazioni interessanti. Vi si legge che una prima messa in discussione del celibato obbligatorio per i preti trova ora degli ardenti oppositori, mentre restano stigmatizzate la frequente immaturità della scelta di vita da parte di persone troppo giovani, una formazione rimasta a lungo inadeguata nei seminari, la mancanza di relazioni con il mondo femminile, l’autoritarismo, la cultura del segreto e della negazione nell’istituzione ecclesiale.
Mi stupisco tuttavia che il dibattito non sia ancora stato allargato fino a prendere in considerazione il problema sempre più sensibile della marginalizzazione - se non dell’eliminazione - delle donne nelle strutture dell’istituzione romana. E che i commentatori neppure abbiano affrontato un problema di fondo: la natura della testardaggine con cui Roma si impegna nella difesa del primato del sesso maschile.
Quali sono allora le cause e gli effetti di questo attaccamento eccezionale dell’istituzione romana ad un primato del sesso maschile, fino a giungere alla sua vera “sacralizzazione” nel clericalismo? Una critica che potremmo definire “pastorale” (venuta proprio dall’interno della Chiesa) si è unita, almeno da un decennio, ad una prima analisi femminista che smaschera quel gioco semantico che si ostina a chiamare “servizio” ciò che, scelto ed esercitato spesso con la più grande generosità personale, resta tuttavia un monopolio ed un potere.
Ci si chiede allora come questo servizio ultimo della “rappresentazione di Cristo per compiere l’eucarestia”, quel potere-servire che si declina solo al maschile, non influenzi l’identità clericale e, per ciò stesso, l’idealizzazione e il carattere di rifugio che dei giovani possono investirvi? E sembra ingenuo stupirsi che alcuni di loro siano tentati di sfuggire, con questa scelta, ad una identificazione sessuata esigente.
La mia riflessione va quindi più in là rispetto al deplorare ciò che pudicamente viene chiamato “difficoltà a vivere la castità”. Parlo qui delle turbe del comportamento che possono essere legate ad una difficoltà non risolta dell’identificazione personale. Essere capaci di identificarsi come un essere maschile significa poter accettare il “di fronte” di una uguale partner femminile. E sostengo che l’idealizzazione del primato maschile, la sua canonizzazione in qualche modo, e la giustificazione permanente che ne viene fatta attraverso il rifiuto della competenza e dell’autorità delle donne, possono turbare il processo di identificazione maschile e arrivare talvolta ad influenzare una scelta per il presbiterato o la vita religiosa.
In fondo, le cause sarebbero ben più imbricate di quanto non si pensi tra la proibizione fatta alle donne di accedere al ministero sacerdotale e l’obbligo del celibato per il prete maschio. Sono radici profonde e tenebrose che si intrecciano tra denigrazione della sessualità, marginalizzazione delle donne, primato accordato al sesso maschile, sacralizzazione del sacerdozio, rapporto sclerotico alla tradizione e questo governo autoritario, clericale e monosessuato.
Così, che ci si ponga all’interno o all’esterno dell’istituzione, la crisi attuale designa come una sfida insieme ecclesiale e sociale la necessità di un vero dibattito e di cambiamenti la cui importanza non si limiterà al solo campo religioso. Infatti la Chiesa cattolica è in ritardo sulla società per mettere in atto questi cambiamenti che ormai vengono definiti “umani”: nell’identificare e curare le cause di una valutazione negativa della sessualità, le è necessario, al contempo, affrontare il suo rapporto con la sessuazione.
Chi dice “sessuazione” riconosce evidentemente la bi-sessuazione fondamentale dell’umanità. Con quali mezzi allora far comprendere che l’istituzione si è sclerotizzata e si esaurisce in un approccio maschile della femminilità, proprio al contrario rispetto a quello che fu l’atteggiamento di Cristo verso le donne? Non è “la questione delle donne nella Chiesa” che fa problema, come si sente dire con leggerezza..., è quella di una Chiesa autoritaria che difende il suo primato clericale maschile e rifiuta un confronto pieno con una buona metà dei suoi membri.
Si tratta qui di una mancanza strutturale legata, più di quanto non faccia pensare una prima apparenza, agli scandali attuali. Ci si chiede fino a quando Roma penserà di poter attenuare tali scandali con delle scuse pubbliche ed una vergogna manifestata “a nome di tutta la Chiesa”? E fino a quando le donne, che sono state più spesso cuoche che consigliere nei seminari, non esprimeranno pubblicamente il loro disaccordo?
Molte di loro sono già, di fatto, unitamente a degli uomini anch’essi consapevoli delle riforme necessarie, se non in rottura pastorale, almeno in rottura di coscienza con l’istituzione... Accettare in maniera riconoscente e responsabile la sessuazione, la sessualità, e quindi le donne di oggi come vere partner, suppone insieme un lavoro pluridisciplinare ed un ampio dibattito di società e di Chiesa.
Teologia ed ecclesiologia sono interpellate: che cosa abbiamo fatte per perdere la capacità profetica del messaggio cristiano, che testimoniava il principio del rispetto delle donne in un’epoca di misoginia sociale, ma che resta ridotto al silenzio dalla sua contro-testimonianza di sessismo ecclesiale nell’oggi di parità sociale?
La sfida è importante per il cattolicesimo, se vuole conservare il suo posto in seno al cristianesimo e la sua credibilità “umana”. Certi cristiani, e in maggior numero certe cristiane, sperano ancora che la gravità attuale delle accuse e delle messe in discussione possa diventare un punto a cui far riferimento per una conversione profonda del cattolicesimo romano.
*Marie-Thérèse van Lunen Chenu è membro di “Femmes et Hommes en Église” e di “Genre en christianisme”
Familismo
Ginsborg: "Perché l’Italia non ha un’etica pubblica"
Nel nostro Paese, segnato dagli scandali, i rapporti parentali sono un ostacolo alla crescita democratica
Parla lo storico inglese che ha curato una raccolta di saggi dedicata alle "Famiglie del Novecento"
Un fenomeno simile al clientelismo con un uso delle risorse dello Stato per interessi privati
L’istituto famigliare è un grande attore politico rimasto troppo a lungo nascosto dalla storia
intervista di Simonetta Fiori (la Repubblica, 08.03.2010)
Eravamo la patria del "familismo amorale", oggi siamo quella del "familismo immorale"? Cognati operosi, figli meritevoli, mogli dedite al business, soprattutto padri di famiglia soccorrevoli verso la progenie. Anche nel canovaccio degli ultimi scandali, le figure parentali rivendicano a pieno titolo ruolo da comprimari. In qualche caso è proprio la responsabilità genitoriale che viene invocata come causa e giustificazione di tanto penoso affannarsi («Ma io cosa ho fatto per mio figlio?», piange al telefono il servitore dello Stato). E uno straordinario family gathering allieta in Campania le liste elettorali del Pdl, i cui colonnelli candidano consorti e compagne, figlie e nipoti.
Questa del "tengo famiglia" è una filosofia antica e tipicamente italiana, «un tratto che scaturisce dalla mancata creazione di un’etica pubblica», sostiene Paul Ginsborg, lo storico che più s’è occupato dell’istituto famigliare in relazione con lo Stato e la società civile. A quest’ambito di ricerca è ora dedicata una raccolta di saggi, Famiglie del Novecento. Conflitti, culture e relazioni, curata dallo studioso inglese insieme a Enrica Asquer, Maria Casalini e Anna Di Biagio (Carocci, pagg. 276, euro 27). «Nella storia italiana», dice Ginsborg, «in alcuni passaggi critici, si sono create le possibilità per lo Stato di costruire una sfera pubblica forte, con le sue regole e i suoi codici di comportamento. È accaduto all’indomani del processo di unificazione, e anche nella stagione successiva alla fine della Seconda guerra mondiale. È accaduto dopo Tangentopoli. Ogni volta ha agito la speranza della cesura storica. Il salto weberiano, però, non c’è mai stato».
Non è un caso che il "familismo immorale" nasca nell’Italia del "familismo amorale", secondo la celebre definizione di Edward C. Banfield.
«Più che sull’aggettivo, mi concentrerei sulla parola familismo, che misura l’eccessivo potere della famiglia nella società e nella sfera pubblica italiane. Il paese di oggi non è certo il paese arretrato investigato da Banfield nel 1957 nel suo saggio In The Moral Basis of a Backward Society. Al centro della sua indagine era Chiaromonte, un borgo poverissimo della Basilicata. Quel che lo studioso rimarcò fu l’assenza di società civile. Le famiglie di Chiaromonte avevano un solo obiettivo: massimizzare i vantaggi materiali e immediati della propria famiglia nucleare, supponendo che anche tutti gli altri si comportassero allo stesso modo. Naturalmente non tutta la penisola era ed è assimilabile al modello di Chiaromonte. Però ancora oggi l’Italia si misura con una smisurata attenzione, spesso esclusiva, all’istituto famigliare».
I recenti scandali mostrano qualcosa di più rispetto alla mancanza di un ethos comunitario. Si è disposti a tradire la fedeltà allo Stato per sistemare o arricchire figli e consanguinei.
«In questo caso il familismo è assai contiguo al clientelismo, che implica l’uso delle risorse dello Stato per interessi privati. Può essere interessante rilevare come nell’Europa mediterranea questi fenomeni antichi non muoiano mai, ma si reinventino continuamente in forme nuove. Quel che fa impressione, nell’Italia di oggi, è il prevalere dell’organizzazione verticale tra patrono e cliente su quella orizzontale tra cittadini. Nella precarietà del mercato del lavoro, diventa fondamentale la relazione con il potente, che garantisce determinati accessi, per te e i tuoi figli: da qui un legame di gratitudine e asservimento. Tutto questo non ha niente a che vedere con cittadinanza, diritti e democrazia».
Ma la famiglia forte può essere considerata un ostacolo alla crescita democratica?
«Sì, se concentrata in modo sproporzionato sugli interessi materiali immediati. Al caso italiano s’attaglia la riflessione di Isaiah Berlin sulle due libertà. Secondo lo studioso esiste "la libertà da" - liberty from - ossia la libertà dall’interferenza di un altro soggetto rispetto alla tua azione individuale. È la libertà come viene intesa dal nostro premier: nessuno, neppure lo Stato, dovrebbe limitare la tua libertà. Esiste poi la "libertà di" - liberty to - ossia la libertà che scaturisce dalla ricerca di un’azione collettiva condivisa. Ancora prima dell’avvento del berlusconismo, l’Italia familista ha sempre praticato la prima di queste due libertà».
La relazione principale in Italia - lei lo rimarca nel suo ultimo saggio - è tuttora quella tra famiglia e individuo, mentre in altre parti d’Europa, in Gran Bretagna o in Svezia, prevale quella tra individuo e Stato.
«L’Italia è stata caratterizzata storicamente da un accentuato individualismo, da una società civile debole soprattutto nel Sud e da uno Stato democratico di tarda formazione. Norberto Bobbio sintetizzò tutto questo scrivendo che per le famiglie si sprecano impegno, energie e coraggio, ma ne rimane poco per la società e per lo Stato».
I demografi storici distinguono, nell’Europa occidentale, tra sistemi famigliari deboli e sistemi famigliari forti, ricavandone una proporzione scoraggiante: più forte è la famiglia, più debole è la società civile.
«Nel primo sistema - dove più conta l’individuo - rientrano com’è naturale la Scandinavia, la Gran Bretagna, l’Olanda e il Belgio, ed alcune regioni della Germania e dell’Austria. Il secondo - dove più conta famiglia - comprende l’Europa mediterranea. Sono essenzialmente due i fattori che determinano la differenza: la longevità delle famiglie d’appartenenza - ossia l’età in cui si lascia la casa paterna - e la rete di solidarietà famigliari in rapporto alla vecchia generazione. Attenzione però alle generalizzazioni, come raccomanda lo stesso David Reher, l’artefice di questi studi. Anche indagini recenti collocano la società civile italiana in un posto molto alto nella graduatoria mondiale. Ieri i girotondi, oggi il popolo viola: nonostante tutto, la società italiana è ancora capace di grande reattività».
Il rapporto tra famiglia e società civile non è stato mai indagato a fondo: né in ambito disciplinare né sul piano del pensiero politico.
«Sì, esiste un buco nero nel campo delle teorie politiche. In nessuna delle due tradizioni dominanti nel Novecento, quella liberale e quella marxista, le famiglie sono al centro di una seria analisi in quanto soggetti politici. Nel pensiero liberale la famiglia fu sistematicamente relegata alla sfera estranea alla politica, trovando collocazione nel privato piuttosto che nel pubblico. Nel suo saggio The Subjection of Women (1869) John Stuart Mill aveva dedicato un effimero riconoscimento all’importanza della famiglia: i posteri preferirono ignorarlo».
Nella tradizione comunista non ci fu maggiore attenzione.
«Il giovane Marx ebbe qualche intuizione nel riconoscere la famiglia e la società civile come presupposti dello Stato, ma egli stesso non ebbe interesse ad approfondire il tema. Anzi nella sua riflessione successiva la famiglia diventerà una delle tante espressioni dei rapporti economici. Più tardi i bolscevichi finiranno per liquidarla come entità destinata a essere superata dalla pianificazione socialista. Solo Trockij ebbe delle idee un po’ diverse, ma non le sviluppò fino in fondo».
In un quadro di generale distrazione, risalendo al XIX secolo lei riconosce un’eccezione in Hegel.
«Sì, in alcuni paragrafi dei Lineamenti della filosofia del diritto, il filosofo invita a esaminare gli individui in relazione alle tre sfere sociali: famiglia, società civile e Stato. In particolare, Hegel indagò il momento della "dissoluzione" della famiglia in rapporto alla società civile. A me pare tuttora una proposta stimolante sul piano del metodo».
Però pochi l’hanno raccolta.
«Anche più recentemente, dopo l’Ottantanove, la riflessione saggistica sulla grande rinascita della società civile nell’Europa dell’Est non ha mai incluso la famiglia. E John Rawls, il liberale che più ha meditato sulla società attuale, dedica pochissimo spazio all’istituto famigliare, che resta un soggetto passivo. Si potrebbe dire che la famiglia è un grande attore politico rimasto troppo a lungo nascosto dalla storia».
COSTITUZIONE E ORIENTAMENTO SESSUALE.
L’arcivescovo austriaco chiede una svolta sulla spinosa questione
La Scaraffia sull’Osservatore: "Ampliare il ruolo delle donne tra i cattolici"
La sfida del cardinale Schoenborn
"Gli abusi dei preti colpa del celibato"
di MARCO ANSALDO *
CITTÀ DEL VATICANO - Le cause degli abusi operati dai sacerdoti? Vanno ricercate "sia nell’educazione dei preti, sia negli strascichi della rivoluzione sessuale fatta dalla generazione del 1968". Un problema che riguarda "il tema del celibato, così come la formazione della persona". Proprio sul celibato, anzi, ci vuole "un cambiamento di visione".
A sostenere questa tesi che non mancherà di suscitare reazioni è l’arcivescovo di Vienna, Christoph Schoenborn. L’alto prelato, un cardinale giovane, ma autorevole e aperto, messo a capo della Chiesa viennese dopo gli scandali degli abusi sessuali per cui fu cacciato il suo predecessore Hans Hermann Groer, ritiene che il celibato ecclesiastico spieghi in parte gli atti di pedofilia commessi da religiosi cattolici, emersi ultimamente a cascata in Germania e in Austria.
In una pubblicazione della sua diocesi, l’arcivescovo di Vienna ha fatto appello al "cambiamento" sul celibato, argomento che invece per il Vaticano non è in discussione. "Basta scandali - ha detto Schoenborn - come è possibile che veniamo considerati sospetti di infrazioni che non abbiamo commesso? Perché è sempre la Chiesa nel suo insieme che viene messa in dubbio".
La questione del celibato verrà più volte affrontata oggi e domani a Roma, all’Università Lateranense, in un interessante convegno promosso dalla Congregazione per il clero. Sarà presente il prefetto Hummes, autore all’inizio del suo incarico di una dichiarazione che suscitò qualche perplessità. "Il celibato non è un dogma", disse. Tesi poi mai più affermata pubblicamente. Ci saranno poi il vescovo di Ratisbona, Gerhard Mueller, il primo a parlare dei casi nella città tedesca, e una serie di alti esponenti del mondo ecclesiastico.
Il tema delle violenze in chiese e sacrestie, imposto dalle cronache, sta conquistando spazio anche sulla stampa vaticana. L’Osservatore Romano ieri ha affrontato in prima pagina l’argomento con un articolo della saggista Lucetta Scaraffia. Una maggiore presenza femminile nella Chiesa, è la tesi della studiosa, "avrebbe potuto squarciare il velo di omertà maschile che spesso in passato ha coperto con il silenzio la denuncia dei misfatti". "I cambiamenti delle società occidentali - continua la storica - che hanno aperto alle donne gli spazi prima riservati agli uomini, cambiamenti che stanno influenzando le altre culture del mondo, hanno provocato una rivoluzione nella configurazione dei ruoli sessuali, ponendo anche per la Chiesa cattolica la questione di ampliare il ruolo delle donne". Un problema che si pone non solo in termini di "pari opportunità", ma al fine di "fare fruttare energie e contributi spesso di primaria importanza".
Oggi intanto i vescovi tedeschi partono per Roma. L’incontro fra la loro delegazione, guidata dal presidente della Conferenza episcopale locale, Robert Zollitsch, e Papa Benedetto XVI, è previsto per domani. Sul tavolo lo scottante dossier dei casi di pedofilia scoppiati nella Chiesa tedesca. In Germania, lo scandalo è arrivato a coinvolgere, secondo i dati conosciuti, 19 diocesi su 27.
© la Repubblica, 11 marzo 2010
Il silenzio è il rimedio peggiore
di Gian Enrico Rusconi (La Stampa, 12 marzo 2010)
Quello che sta accadendo nella Chiesa cattolica tedesca, dopo l’inattesa esplosione e l’apparente incontrollabilità dello scandalo della pedofilia e della violenza sui minori in alcuni istituti religiosi, è molto serio.
Con risonanze profonde e riflessi diretti in Vaticano, perché Papa Ratzinger reagirà tenendo conto di come si svilupperà il caso in Germania. Ci si aspetta una risposta non soltanto disciplinare ma anche e soprattutto di natura religiosa e teologica.
Mi spiego. Cardinali, ecclesiastici e difensori d’ufficio rispondono o reagiscono alla vergogna pubblica appellandosi a patologie psicologiche, a pedagogie sbagliate, ad esistenze umane infelici. Nessuna argomentazione religiosa.
Apparentemente è un sollievo per tutti poter dire che «la religione non c’entra», che il problema non è religioso ma pedagogico. Certo. Ma non è proprio la Chiesa a presentare se stessa come la vera ed unica educatrice affidabile? Specificatamente nella gestione della «sana sessualità»? Accompagnandola con le polemiche continue contro il modernismo laicista licenzioso e permissivo soprattutto in tema di omosessualità?
Chiariamo subito un possibile equivoco: nessuno intende mettere sotto accusa o sotto sospetto le istituzioni educative dirette da religiosi come tali. Assolutamente no. Abbiamo troppo rispetto della Chiesa per non essere sinceramente dispiaciuti per quanto sta accadendo. Ma proprio per questo ci aspettiamo una reazione rigorosa e forte.
Invece in Germania accanto ad impressionanti confessioni pubbliche spontanee di alcuni educatori implicati, accanto a coraggiose autodenunce da parte di responsabili di istituti coinvolti, al massimo livello gerarchico si è sentita la voce irritata dell’arcivesovo di Ratisbona contro la ministra della Giustizia, che aveva lamentato la mancata collaborazione della Chiesa nel fare sistematicamente piena luce sugli episodi.
In Germania sembra profilarsi una certa tensione tra la Chiesa cattolica e lo Stato che si sente in dovere di rispondere ad un’opinione pubblica sconcertata, che ogni sera viene informata dai telegiornali (spesso come prima notizia) dell’ultima rivelazione di abusi su minori.
Giustamente il governo non può rimanere indifferente quasi si trattasse di una questione che possa risolversi privatamente tra psicologi, avvocati e magistrati. Si è davanti ad una emergenza pubblica che esige la piena e leale collaborazione dell’istituzione ecclesiale. Si fanno così varie proposte di «tavole rotonde pubbliche», sulle quali tornerò più avanti.
Riprendendo la problematica generale, l’unico nesso evocato per ora - ad alto livello - per spiegare i comportamenti patologici di alcuni uomini di Chiesa è la questione del celibato. Nel mondo cattolico questo tema solleva notoriamente sempre molto rumore. Ma esso diventa davvero significativo e discriminante soltanto se si riconosce che le sue radici scendono in profondità nella visione religiosa e teologica cattolica tradizionale.
Ciò che manca è una sorta di rivoluzione teologica in tema di sessualità, di cui non si vedono ancora i segni. Lo stesso vale per la richiesta che le donne abbiano finalmente un ruolo più significativo e riconosciuto nella Chiesa. Anche questo è vero. Ma sin tanto che non si rompe il tabù del sacerdozio femminile, la questione rimane irrisolta. Insomma gli scandali di oggi non sollevano semplicemente un problema di disciplina ecclesiastica ma la necessità di una revisione teologica radicale.
Ma qui urtiamo contro l’insuperata incapacità degli uomini di Chiesa di coniugare il dato religiosoteologico tradizionale con la (post) modernità. Avendo ossessivamente interpretato quest’ultima come quintessenza della licenza, del libertinismo, del laicismo, non hanno capito l’originale moralità che sta al fondo del moderno. E si ritrovano con le peggiori patologie in casa propria, nelle proprie istituzioni pedagogiche.
Nel mondo pluriconfessionale tedesco ci sono fortunatamente anche episodi di segno opposto. Alcune settimane fa la Presidentessa delle Chiese evangeliche, il vescovo-donna Margot Kaessmann, è incappata in un increscioso incidente. Con cattivo gusto da sagrestia la nostra stampa (anche quella che si ritiene laica) si è limitata a scrivere che la «papessa ubriaca» era stata beccata dalla polizia e costretta alle dimissioni. Da noi tutto è finito lì.
In Germania invece per alcuni giorni il pubblico ha assistito sui giornali e nei grandi mezzi televisivi ad una straordinaria manifestazione di dignità, di senso di responsabilità e di altissima religiosità della donna-vescovo che ha considerato il suo errore incompatibile con il suo ruolo istituzionale. Molti hanno avuto la conferma paradossale che la Chiesa evangelica tedesca - matura anche per quanto riguarda la teologia della sessualità - meritava proprio quella donna al suo vertice.
Tornando alla questione degli scandali sui minori può darsi che nelle prossime settimane si arrivi a due tavole rotonde pubbliche. Una, proposta dalla ministra della Giustizia, dovrebbe essere riservata ai rappresentanti delle istituzioni coinvolte e alle vittime. Bisognerà parlare anche di risarcimenti.
L’altra iniziativa promossa dalla ministra della Famiglia e da quella dell’Istruzione (e caldeggiata dalla stessa cancelliera Merkel) dovrebbe essere aperta anche alle associazioni dei genitori e avere come obiettivo la prevenzione degli abusi e l’aiuto psico-pedagogico alle vittime.
La strada della discussione pubblica aperta è la più giusta e coraggiosa. Ne aspettiamo gli esiti. Mentre da noi in Italia si tace.
L’Ocse rivela un record italiano: in un caso su due il reddito dei genitori
incide sulla vita degli eredi. Un genitore laureato è garanzia di un buon salario
Siamo il Paese dei figli di papà
lo stipendio è un fatto ereditario
di MAURIZIO RICCI *
ANDATE nel reparto maternità di qualsiasi ospedale. Guardate due culle vicine. I due neonati sembrano uguali, ambedue sani, vispi, vitali. Ma voi siete già in grado di dire che quello a sinistra, da adulto, guadagnerà almeno il 20 per cento in più di quello a destra, 2.500 euro al mese, ad esempio, invece di 2 mila. Come fate a dirlo? Semplice, quello a sinistra è figlio di un ingegnere. Non che quello a destra sia figlio di un barbone. Suo padre, in fondo, è ragioniere. La distanza fra i due titoli di studio paterni non sembra un abisso: ma è sufficiente per prevedere, con buona approssimazione, i loro, futuri, rispettivi redditi. Del resto, il bambino ancora più a destra, da adulto, porterà a casa non più di 1.500 euro al mese: suo padre è un operaio, che non è andato al di là delle medie inferiori.
E’ l’instantanea di una società immobile, pietrificata, con gerarchie sociali ed economiche pressoché immutabili, dove il merito individuale conta poco e in cui, dunque, salire la scala è una possibilità minima e precaria. In buona misura, lo sapevamo già, ma adesso lo certifica l’Ocse, l’organizzazione che raccoglie i paesi industrializzati, in uno studio di prossima pubblicazione ("A Family Affair"), che esamina, dati e statistiche alla mano, la mobilità sociale tra le generazioni, nei paesi ricchi del mondo. Ne risulta una spaccatura netta fra chi (Australia, Canada, paesi nordici) tende ad avere una mobilità sociale vivace e chi, invece, ne registra una lenta e faticosa: i paesi mediterranei e altri, che siamo abituati a considerare "democrazie avanzate", come Francia, Stati Uniti, Gran Bretagna. Ma l’Italia va a collocarsi nel gruppo di testa della vischiosità sociale in quasi tutti i parametri considerati. E il futuro non appare migliore, visto che uno dei punti positivi, rispetto ad altri paesi, per la mobilità italiana (la scuola pubblica) appare oggi incerto, alla luce delle direzioni di riforma del sistema scolastico nazionale.
Quanto pesa, dunque, lo stipendio di papà? In Italia, per quasi il 50 per cento. Questa, dicono le statistiche raccolte dall’Ocse, è la misura in cui il reddito dei figli riflette in Italia quello dei genitori. Nel senso che, in media, metà del vantaggio di reddito che un padre che guadagna molto ha su uno che guadagna poco si trasferisce comunque, automaticamente - a prescindere dai talenti e dalle storie individuali - al proprio figlio. La percentuale è appena superiore in Gran Bretagna e appena inferiore in Francia e Stati Uniti. In Danimarca, Australia, Norvegia, questa trasmissione, per così dire, ereditaria non arriva al 20 per cento. Il risultato è il divario nei redditi, a seconda delle famiglie di provenienza. Avere un papà laureato, ad esempio, è una sorta di polizza assicurativa. Non solo perché, in Italia (con uno scarto vistoso rispetto a Francia e Inghilterra), il figlio dell’ingegnere ha quasi il 60 per cento di possibilità in più di laurearsi come papà, rispetto al figlio dell’operaio e oltre il 30 per cento, rispetto al figlio del ragioniere. Ma perché la laurea in famiglia sottintende un background culturale e sociale più favorevole. E, dunque, il figlio di un laureato italiano (si laurei o meno egli stesso) guadagnerà, in media, il 50 per cento di più del figlio di uno che si è fermato alle medie inferiori. Va peggio - per chi ha il padre che ha lasciato presto la scuola - solo ai portoghesi e agli inglesi. In Francia, questa dote scolastica preaccumulata è del 20 per cento. In Austria e Danimarca, non arriva al 10.
Molti parlerebbero di giustizia sociale, ma questo non è un problema dell’Ocse. Una società in cui tutti, nel bene e nel male, sono - e restano - "figli di papà" è, per l’organizzazione dei paesi ricchi, anzitutto un problema economico: un immane spreco di risorse. "Primo - dice lo studio - società meno mobili tendono più facilmente a sprecare o utilizzare male talenti e capacità. Secondo, la mancata uguaglianza di opportunità può influenzare le motivazioni, gli sforzi e, alla fine, la produttività dei suoi cittadini, con effetti negativi sulla efficienza complessiva e sul potenziale di crescita dell’economia". Forse, c’è anche l’immobilismo sociale a spiegare il lungo ristagno dell’economia italiana, dagli anni ’90 ad oggi. A moltiplicare la vischiosità dell’impianto sociale italiano c’è, infatti, una distribuzione vistosamente ineguale del reddito e della ricchezza di partenza. L’Ocse conclude che più è alta l’ineguaglianza sociale in un paese, più il paese è immobile. E l’Italia è uno dei paesi a più alto tasso di ineguaglianza, in Occidente.
I due dati - l’immobilismo e l’ineguaglianza - e i loro effetti sull’economia bruciano. Tanto di più, perché i timori dell’Ocse sullo spreco di risorse sono fondati sui numeri. Se è vero che il figlio di un laureato ha maggiori probabilità di laurearsi a sua volta e, comunque, di guadagnare di più, status sociale non significa affatto, in Italia, essere più brillanti a scuola. Nella classifica dell’Ocse, l’Italia (al contrario, ad esempio, di Usa, Francia, Germania e Gran Bretagna) è uno dei paesi in cui l’ambiente familiare ha meno influenza sui risultati scolastici, misurati dai test internazionali sulle capacità scientifiche degli studenti: il figlio dell’ingegnere non se la cava meglio del figlio dell’operaio in matematica. Più neutrali di noi, sotto questo profilo, sono solo canadesi, coreani e qualche paese nordico. Frutto, probabilmente, di un sistema scolastico pubblico ancora sostanzialmente omogeneo e socialmente integrato. In cui, cioè, non si apre un fossato fra scuole d’eccellenza e scuole di risulta e in cui è facile che il compagno di banco del figlio dell’ingegnere sia il figlio dell’operaio. Con vantaggi per tutti: lo studio registra che aumentare il mix sociale all’interno delle scuole può migliorare i risultati degli studenti economicamente svantaggiati, senza che appaiano effetti negativi sui risultati complessivi. L’Ocse insiste sugli effetti che il sistema scolastico ha nel compensare l’influenza del background familiare sui risultati scolastici del singolo studente. Da questo punto di vista, tuttavia, le ultime iniziative in materia di riforma della scuola italiana sembrano andare in direzione opposta a quella caldeggiata nello studio. L’Ocse, ad esempio, sottolinea che un sistema che spinga gli studenti ad anticipare la separazione fra i diversi percorsi di formazione si traduce, normalmente, in una maggiore influenza dell’ambiente familiare sui risultati scolastici. Analogamente, lo studio suggerisce che il proliferare delle opzioni fra diversi corsi alternativi finisce per esaltare l’importanza del background familiare di partenza sui risultati scolastici.
Il paradosso italiano è che preoccuparsi di assicurare a tutti uguali opportunità scolastiche, a prescindere dalla famiglia, finisce per apparire, alla fine, inutile. E’ come se il successo a scuola e quello nella vita, nel lavoro e nel reddito, fossero l’esito di due campionati diversi, separati, distinti e incomunicanti. Non solo, infatti, buona parte del futuro è già scritta nello stipendio di papà, ma dannarsi per studiare sembra servire a poco: a sentire gli economisti, in Italia, il grosso degli avanzamenti di carriera, nel nostro paese, è legato più ad anzianità ed esperienza che livelli di istruzione e competenza. E, d’altra parte, la catena delle rigidità è, probabilmente, più lunga di quello che appare dallo studio dell’Ocse. Qui entra in campo non solo lo stipendio di papà, ma anche quello di nonno. Se, infatti, il mio futuro si gioca fin da subito, sul reddito di famiglia, non ci sono possibilità che papà diventi ricco, spargendo promesse sulle future generazioni? La risposta è: scarsissime. La mobilità intergenerazionale in Italia è bassa, anche perché è bassa quella intragenerazionale. In parole più semplici, i redditi dei figli tendono a replicare quelli dei padri, perché è assai raro, statisticamente, che qualcuno modifichi, in modo significativo, le proprie condizioni di partenza, diventando molto più ricco (o più povero). Se la prima cosa la dice l’Ocse, la seconda la dice la Banca d’Italia. Fra il 2000 e il 2008, meno di una famiglia ricca su 100 è diventata povera. E solo una famiglia povera su 50 è diventata ricca. Oltre l’80 per cento dei poveri è rimasta povera o quasi. E quasi il 90 per cento dei ricchi è rimasto, più o meno confortevolmente, ricco.
© la Repubblica, 03 marzo 2010
La donna tangente
di Gad Lerner (la Repubblica, 12 febbraio 2010)
La donna-tangente pare ormai assunta come merce di scambio ordinaria fra i puttanieri della nuova classe dirigente italiana. Costa relativamente poco, cementa solidarietà indicibile ovvero complicità omertosa, come e più di qualsiasi altro pagamento in nero.
Il regalo sessuale lubrifica il sistema affaristico fin dentro i palazzi del governo, e pazienza se rende incivile anche la Protezione civile: funziona perché corrompe. Lo spregiudicato costruttore romano Diego Anemone che offre graziosamente a Guido Bertolaso le prestazioni della brasiliana Monica e le "ripassatine" di Francesca, in attesa della festa "megagalattica" al Centro benessere Salaria Sport Village con due o tre ragazze, mi raccomando, "di qualità", si è procacciato appalti lucrosi con lo stesso metodo reso celebre dall’imprenditore della sanità barese Gianpaolo Tarantini. Resta da chiedersi quanti sono in Italia i prosseneti alla Anemone o alla Tarantini, capitani d’impresa non ancora quarantenni tanto abili nel saziare gli appetiti erotici della Seconda Repubblica. Intervistata dal "Financial Times", l’estate scorsa Patrizia D’Addario spiegava che questo genere di scambi tra uomini politici e cacciatori d’appalti è prassi ordinaria.
Da Tangentopoli a Puttanopoli. Ma anche nel settore privato dilaga la stessa usanza: a Milano è risaputo che certe cene d’affari con clienti stranieri vengono suggellate dall’ingresso finale a sorpresa delle signorine-cadeau. L’esempio, come sempre, viene dall’alto.
E poco importa che il Capo supremo possa disporre di una rete di fornitori così servizievoli da concedergli pure l’illusione della conquista gratuita: il maschio di potere si compiace di pensare che le donne lo desiderino per quel che è, non solo per quel che sperano di ricavarne. Ora sappiamo che la sintonia fra B&B era cementata da una consuetudine di uomini maturi che si strizzano l’occhio l’un l’altro, come del resto già testimoniato dalla serata a Palazzo Grazioli del 2 dicembre 2008 in compagnia di Gianpaolo Tarantini e delle sue girls. Sarà senz’altro una coincidenza se un uomo assai vicino a Bertolaso ha di recente rilevato la Tecnohospital di Tarantini, in grave perdita. Rifiutiamo anche solo di pensare che un tale business sia stato corroborato da attenzioni intime. Vale di più riflettere sulla postura di questo potere maschile, e sugli effetti sociali che ne derivano.
Gli "uomini del fare", che operano per "il bene del paese", hanno dunque in comune pure un’idea usa e getta dell’amore. È del resto un’idea ben comunicata dalla pornografia televisiva imperante, prima ancora che dal repertorio dei discorsi pubblici del premier. Il corpo della donna plastificato e ridotto a ornamento ebete, con una ripetitività che ne abbatte la stessa carica erotica, altro non è che lo specchio di una misoginia perpetuata nella concezione della famiglia, nei luoghi di lavoro, nelle carriere politiche. Fior di studiosi hanno quantificato il danno economico, oltre che il ritardo culturale inflitto così alla società italiana. Ora sappiamo che non si tratta solo di arretratezza.
La creatività dei puttanieri all’italiana ha escogitato una vera e propria scommessa imprenditoriale: le donne si regalano come bustarelle in carne e ossa per entrare nel giro che conta. Conosco l’obiezione secondo cui non c’è niente di nuovo sotto il sole, si tratterebbe di un malcostume antico. Ma quando mai, in democrazia, s’è dovuto fare i conti come oggi con quel particolare tipo di consorteria rappresentato dal vincolo indecoroso, tant’è che bisogna tenerlo segreto pure alle rispettive famiglie, della scorribanda da casino? Ci sono patti fra compari che assumono ben altra portata quando coinvolgono i responsabili di settori delicatissimi delle istituzioni.
L’omertà alimenta il mercato dei favoritismi e dei ricatti. Cominciamo finalmente a rendercene conto? E poi c’è l’immagine che trasmette di sé il potere maschile, da quando i sorrisi di facciata non bastano più a mascherarne l’arroganza e l’inadeguatezza culturale. Si arrabatta nel sostenere che tutta l’Italia sia a misura di puttanieri, o vorrebbe esserlo. Come se in questo paese non fossero già praticabili una relazione uomo-donna e una sessualità più mature, soddisfacenti, dignitose, paritarie.
Sentiremo ancora la rituale litania contro le intercettazioni telefoniche e il gossip, nel tentativo di liquidare la compravendita dei corpi alla stregua di un hobby rilassante. Ma il degrado è ormai così manifesto da rendere anacronistica tale invettiva. Cresce infatti la percezione che i comportamenti personali di chi occupa cariche istituzionali hanno rilevanza pubblica e ripercussioni profonde sulla nostra civiltà. Per usare il linguaggio di Berlusconi: chi sputtana l’Italia?
Donne
Quale Barbie meriti?
di Joumana Haddad* (Terra, 29.11.2009)
Una Barbie col burka?! E viene dall’Italia, quest’invenzione prodigiosa? E perché non creano, già che ci sono, la Barbie oppressa dal padre, umiliata dal fratello e picchiata dal marito? Perché non creano, alla Mattel che si batte oggi con Sotheby’s per Save the children, la Barbie sposata, suo malgrado, a 13 anni a Gaza; o quella che non ha il diritto di guidare una macchina a Riyad; o quella che non ha il permesso di andare a scuola a Kabul, perché le donne “non hanno bisogno di leggere e scrivere”? (ci sono 76 milioni di donne analfabete nel mondo arabo-musulmano). Perché non creano quella che è concepita e tollerata solo per diventare un accessorio: cucinare, obbedire, tacere e concepire, quando è il suo turno, figli preferibilmente maschi? Perché non creano quella lapidata per adulterio (dal marito sposato con altre 3 donne), e quella imprigionata perché ha osato indossare un jean? Sono sicura che queste ultime avrebbero un grandissimo successo.
Ci dicono, per rassicurarci, che lo scopo era di rappresentare “le diverse tipologie e culture femminili”. Così hanno messo la nuova Barbie col burka accanto a quella col kimono, quella col tailleur e quella col Sari indiano: le sue “sorelle”. Così facendo hanno banalizzato la carica umiliante del burka e l’hanno trasformato in una scelta di abbigliamento “etnico”, invece della rappresentazione concreta del concetto di donna-oggetto, priva di libertà, di dignità e di diritti umani minimi. Nella mia modesta conoscenza, la donna giapponese e la donna indiana non stanno vivendo le atrocità che vive la donna col burka. Né le accetterebbero, forse. La Barbie ha già fatto tanti danni, promuovendo l’immagine della donna bambola formosa, che passa il suo tempo a preoccuparsi dell’abbigliamento e degli orecchini da abbinarci; e a sognare il muscoloso Ken.
Quella Barbie ha senz’altro qualcosa a che vedere con le caricature di donna che vediamo oggi sulla televisione italiana. E altrove.
Sarà una provocazione ma mi sembra uno dei simboli di questa cultura femminile perdente, basata sull’autodisprezzo, l’auto-indulgenza e la mancanza di ambizione. Con la burka-Barbie la distruzione dell’immagine femminile è completa: dalla donna oggetto da vetrina, alla donna oggetto di sottomissione, il passo è compiuto. Grazie Mattel. Sono sicura che i guadagni commerciali ne valevano la pena. Le ragazze dei paesi del Golfo non aspettavano altro. Anzi no: i loro padri non aspettavano altro.
Questa bambola è un attacco scandaloso e nauseabondo contro la donna. Non ci sono altre parole per descriverlo. E lo sta dicendo una donna araba non femminista. Brava la designer Eliana Lorena: ora l’immagine della donna araba in Italia, e in Occidente, è completamente rovinata.
In quanto a noi, donne arabe che lottiamo per cambiare questi cliché, andremo... a giocare con la Barbie velata che ci meritiamo. Spero solo che nella confezione della Barbie col burka sia compreso un bavaglio. Perché quella donna non tarderà a gridare. E quello che dirà, a molti, non piacerà.
*scrittrice, giornalista e poetessa
Il rispetto delle donne passa dalla Costituzione
di Gabriella Manelli *
Siamo orfani di politica. Il potere ha preso il suo posto: chi lo detiene lo usa attraverso mezzi privati, ...soldi, scambi di favori. Non abbiamo una cultura della responsabilità morale. Dopo anni di partecipazione si è spenta nellamente dei cittadini la dimensione pubblica ». (Nadia Urbinati)Nonpiù cittadini, ma governanti e governati. E le donne? «Veline ingrate». Le donne, secondo «loro», dovrebbero sempre ringraziare qualcuno delle proprie conquiste, e in larga misura anche lo fanno, espropriandosi non solo del proprio corpo, ma anche della propria capacità di scegliere e decidere. Tutto il contrario dell’autodeterminazione di buona memoria. Dunque il silenzio delle donne segno di un silenzio dentro. Silenzio interiore di chi ha perso i contatti con se stessa e silenzio politico. «Il personale è politico », si diceva quando si era decise a partire da sé per fare una nuova proposta politica; e si faceva autocoscienza. E così si inventavano una proposta politica e un pensiero politico diversi da quelli dei governanti e dei partiti , che si ispirano a una idea di politica asettica. Invece il grande impatto del movimento femminista, la sua grande capacità di essere metapartitico, al di là e al di sopra della volontà e della stessa analisi dei partiti (vedi divorzio, aborto, nuovo diritto di famiglia...) nasceva dalla capacità di mettersi in gioco, di non lasciare fuori dall’orizzonte politico le passioni, dall’audacia di esplorare vie nuove, «andare alla ricerca di terre e mari sconosciuti: sconosciuti, eppure già esistenti» ( Romitelli, «L’odio per i partigiani»).
«Solo osando, la politica riesce a fare storia»: è Machiavelli, citato da Romitelli, sempre a proposito di partigiani. La stessa cosa si può dire delle donne, ieri e oggi: se vorranno tornare a incidere sulla storia, come è avvenuto negli anni 60-70 del secolo scorso, non potranno che affrontare in modo inedito, sperimentale, quanto di irrisolto, di incognito vi è oggi nei rapporti fra governanti e governati. Con passione e audacia. Che poi sono anche le risposte adunproblema, secondomedariformulare: come coinvolgere le «altre» donne? Con audacia e passione, appunto, empatia.
Tra parentesi, sarebbe interessante dipanare il filo intrecciato di passione e audacia che lega donne e partigiani. Una cosa è certa: numerose furono le donne che, mentre combattevano insieme ai partigiani per i diritti di tutti, intrapresero il loro cammino di crescita personale e politica. Mettere al primo posto la relazione con le altre donne è stata un’altra scelta politica non solo delle femministe, ma, molto prima, delle «madri della Repubblica», le 21 donne che hanno preso parte all’Assemblea Costituente. Indicando nella relazione, cioè nella «via dell’amore», come dice Luce Irigaray, la dimensione fondamentale dell’individuo e quindi la via maestra per un’altra politica.
* l’Unità, 22 ottobre 2009
Il presidente della Repubblica alla conferenza internazionale sulla violenza contro le donne
"In Italia si verificano anche fatti raccapriccianti che ci allontanano dalla Costituzione"
Diritti, il monito di Napolitano
"Lotta contro tutte le discriminazioni"
Migranti, Barroso richiama il premier italiano e maltese al rispetto delle norme internazionali
ROMA - Lottare contro l’omofobia e la xenofobia. Fare di tutto per mettere un freno alla violenza sulle donne. Tutelare i diritti senza allontanarsi dai principi della Costituzione. Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano apre così la Conferenza Internazionale sulla violenza contro le donne che si tiene a Roma. Con un severo monito contro le discriminazioni che ci stanno allontanando dallo spirito delle Costituzione.
"La lotta contro ogni sopruso ai danni delle donne, contro la xenofobia, contro l’omofobia fa tutt’uno con la causa del rifiuto dell’intolleranza e della violenza, in larga misura oggi alimentata dall’ignoranza, dalla perdita dei valori ideali e morali, da un allontanamento spesso inconsapevole dei principi su cui la nostra Costituzione ha fondato la convivenza della nazione democratica" ammonisce il presidente.
Parla della violenza contro le donne, il presidente. "Fatti raccapriccianti" li definisce. Che si verificano anche in paesi "evoluti e ricchi come l’Italia, dotati di Costituzione e di sistemi giuridici altamente sensibili ai diritti fondamentali delle donne, continuano a verificarsi fatti raccapriccianti, in particolare, negli ultimi tempi, di violenza di gruppo contro donne di ogni etnia, giovanissime e meno giovani". E se è vero che il Parlamento ’’già da decenni si sia impegnato in una severa legislazione sulla violenza’’, è anche vero che ’qualunque paese rappresentiamo in questa sala dobbiamo sentirci egualmente responsabili dell’incompiutezza di progressi realizzati’’.
Diritti ed Europa. A partire dalla Carta della Ue che "vincola alla non discriminazione". Parole che suonano quanto mai di attualità. "In Italia stiamo sperimentando la complessità della presenza crescente nel nostro Paese di comunità immigrate e del conseguente processo di integrazione da portare avanti - dice Napolitano - Integrazione i cui cardini sono nel rispetto della diversità di culture, religioni e tradizioni e nel rispetto dell’individuo e della sua dignità, da garantire insieme ai principi e alle leggi nazionali che regolano l’appartenenza alle società d’accoglienza".
Diritti da tutelare, quindi. Il cui riconoscimento è la "condizione di convivenza civile, libera e democratica". "In qualsiasi contesto il pieno riconoscimento la concreta affermazione dei diritti umani - conclude il capo dello Stato - costituisce una innegabile pietra di paragone della condizione effettiva delle popolazioni e delle persone del grado di avanzamento materiale e spirituale di un Paese". E su questa strada, è il senso delle parole di Napolitano, c’è ancora molto da fare.
Immigrati, il richiamo di Barroso. Il presidente della Commissione europea, Barroso, ha "esortato i primi ministri italiano e maltese a rispettare tutte le norme internazionali" nella vicenda dei respingimenti dei migranti clandestini nel mediterraneo. Lo ha riferito lo stesso Barroso agli eurodeputati del gruppo dei Socialisti e democratici durante la sua audizione in corso oggi a Bruxelles. "Il mio commissario competente (Jacques Barrot, ndr) ha mandato subito una lettera formale ai due governi chiedendo spiegazioni. E’ necessario - ha concluso Barroso - sostenere i diritti umani e i diritti fondamentali in Europa e nel mondo".
* la Repubblica, 9 settembre 2009
Sesso e corruzione. In Israele la Giustizia punisce i politici
di Umberto De Giovannangeli *
C’è un Paese in cui la Giustizia non fa sconti. Un Paese in cui un primo ministro indagato per reati finanziari va in televisione per annunciare le sue dimissioni e aggiungere: «Sono orgoglioso di vivere in un Paese in cui nessuno è al riparo dalla legge...». C’è un Paese in cui due ex ministri entrano in carcere per scontare la condanna senza gridare al complotto. C’è un Paese in cui gli inquirenti sottopongono a ripetuti interrogatori il potente ministro degli Esteri e alla fine ne chiedono l’incriminazione per riciclaggio.
Questo Paese non è l’Italia. È Israele. Un Paese in cui la Tv pubblica e la stampa hanno inchiodato nel corso degli anni ministri, capi di Stato, ambasciatori, alle loro responsabilità trovando sostegno in un’opinione pubblica non cloroformizzata. E l’hanno fatto con politici di sinistra e di destra. Senza eccezioni. Ne sanno qualcosa figure che hanno segnato la storia politica d’Israele: Yitzhak Rabin, Ariel Sharon, Benjamin Netanyahu...
L’altro ieri, a oltre tre anni dalla sua deflagrazione, lo scandalo «Sexgate» è approdato nel tribunale distrettuale di Tel Aviv . Sul banco degli imputati l’ex presidente d’Israele Moshe Katzav (Likud). Ad attenderlo all’ingresso del tribunale c’era un folto gruppo di femministe. «Con Katzav ci vergogniamo di essere israeliane» era scritto in un cartello. In aula l’ex capo dello Stato si è trovato a tu per tu con una delle sue ex segretarie, L., una giovane donna religiosa che afferma di essere stata da lui molestata quando organizzò la festa per il suo 60.mo compleanno nella residenza presidenziale a Gerusalemme.
Nelle prossime settimane saranno chiamate alla sbarra anche altre donne che hanno lavorato alle dipendenze di Katzav, sia quando fungeva da capo dello Stato (2000-2007) sia - in precedenza - da ministro del Turismo. Le accuse più pesanti - quelle relative a violenza sessuale - si riferiscono a questo periodo. Lo stesso giorno in cui Katzav era messo alla sbarra, due ex ministri venivano incarcerati: Avraham Hirschson (Kadima) e Shlomo Benizri (Shas). Entrambi sono stati travolti da vicende di corruzione. Il primo sconterà cinque anni di detenzione, il secondo quattro. L’ex ministro delle Finanze Hirschson ha raggiunto il carcere Hermon accompagnato solo dai figli, li ha abbracciati un’ultima volta, e a testa alta è entrato in cella.
Nei giorni scorsi si è anche appreso della incriminazione dell’ex premier Ehud Olmert (Kadima). Olmert, che si è sempre dichiarato innocente, è accusato di aver incassato considerevoli somme di denaro da un uomo d’affari americano, Moshe Talansky, di essersi fatto rimborsare due volte da istituzioni benefiche ebraiche e da ministeri spese fatte durante viaggi effettuati per loro conto presentando false ricevute; di aver usato i suoi poteri di ministro per far ottenere agevolazioni statali aun’azienda rappresentata da un avvocato col quale in passato aveva condiviso uno studio legale.
Ma Olmert non ha atteso il 30 agosto 2009 per rimettere il suo mandato di primo ministro. Le dimissioni le aveva annunciate un anno prima, il 31 luglio 2008 e formalizzate nemmeno due mesi dopo. Quel 31 luglio, l’allora premier convocò presso la propria residenza di Gerusalemme i principali media nazionali per pronunciare un discorso assolutamente inatteso, che destò scalpore. In Israele e nel mondo. E imbarazzo in Italia, dalle parti di Palazzo Chigi, per evidenti ragioni... «Come cittadino di un Paese democratico, ho sempre creduto che quando qualcuno è eletto primo ministro in Israele, compresi coloro che si sono contrapposti a lui alle urne, desiderano che egli abbia successo», ebbe a sottolineare Olmert. Per poi aggiungere: «Sono orgoglioso di essere il primo ministro di un Paese che indaga i suoi primi ministri». Dopo aver riconosciuto di aver commesso alcuni «errori», Olmert aveva spiegato che si ritirava dalla politica per poter difendere meglio la propria innocenza di fronte alle accuse di corruzione. «Il primo ministro non sta al di sopra della legge, ma neanche al di sotto».
Un’uscita di scena di grande dignità. Di un politico che si dice orgoglioso di «essere il primo ministro di un Paese che indaga i suoi primi ministri».Un orgoglio non compreso, tanto meno condiviso, da un estimatore italiano di Olmert: il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi. «La democrazia ha anche questi difetti e sono molto triste che viva il suo ultimo giorno da Primo ministro; Olmert è una persona capace, concreta, di buon senso, una delle migliori persone per trattare con i palestinesi», afferma il Cavaliere in visita a Parigi (17 settembre 2008).
Agosto di fuoco per i politici israeliani. Due agosto: la polizia chiede alla Procura di Stato l’incriminazione del ministro degli Esteri Avigdor Lieberman con l’accusa di corruzione, frode, riciclaggio di denaro, intimidazione dei testimoni e ostacolo alla giustizia. Una fonte di polizia riferisce che l’inchiesta nei confronti del partito di estrema destra «Yisrael Beiteinu» - terza forza politica dello Stato ebraico - è «praticamente conclusa» e che sono state raccolte prove sufficienti a sostegno di un’incriminazione. A guidare la squadra degli investigatori è Yoav Siogalovich, che lo scorso mese, scrive il quotidiano progressista israeliano Haaretz, mise al corrente il procuratore generale dell’andamento delle indagini.
Lieberman, sostiene la polizia, prima di diventare ministro aveva messo in piedi un meccanismo «ben oleato», giocato su diverse compagnie alle quali cambiava nome di volta in volta, per incassare e ripulire milioni di dollari da destinare a se stesso e al partito. Un ruolo centrale in questa macchina lo avevano, scrive ancora il quotidiano israeliano riportando gli esiti delle indagini, la figlia Michal, che vive e guida un’azienda a Cipro, e altre due persone. L’ultimo cambio di nome -pratica che gli è costata l’accusa di ostruzione alla giustizia- avvenne nel 2006, proprio quando la polizia stava dirigendo le proprie attenzioni dall’Austria all’isola nel Mediterraneo. È da lì che, secondo gli investigatori, passavano i finanziamenti illeciti destinati a Lieberman e al partito da lui guidato. Israele, il Paese in cui la Giustizia non fa sconti.
* l’Unità, 03 settembre 2009
Don Rodrigo
Qualcosa comincia a muoversi, finalmente.
Ultimamente l’Avvenire e, a dire il vero già da tempo Famiglia Cristiana.
Vi riporto l’editoriale di Famoglia Cristiana del n. 34 del 23 agosto 2009 dal titolo
"Se sono i politici a decidere le nozze che s’hanno da
fare".
L’occhiello: "Uno dei primi effetti della legge sulla sicurezza: matrimoni saltati".
Il sommario "Si sta avverando la facile profezia di monsignor Marchetto, che aveva parlato di ’una legge che porterà dolore’. A partire da Verona, la città di Giulietta e Romeo".
don Aldo Antonelli
"Una legge che porterà dolore".
Si sta avverando la facile profezia di monsignor Agostino Marchetto, segretario del Pontificio consiglio per i migranti. L’onda della legge Maroni sulla sicurezza (che prevede il reato d’immigrazione clandestina) è arrivata a travolgere anche i matrimoni tra stranieri e i matrimoni misti (le nozze celebrate tra italiani e stranieri), quando lo straniero sia irregolarmente soggiornante. Ironia della sorte, entrata in vigore la legge, è toccato a Verona, la città di Giulietta e Romeo e dell’amore eterno, aprire le danze. Molte agenzie e giornali hanno sposato la tesi diffusa dal ministero degli Interni, e cioè che finalmente si metteva fine alla piaga dei matrimoni combinati al solo scopo di ottenere un permesso di soggiorno e la cittadinanza, dietro cui spesso si cela un vero e proprio racket. In soccorso di questa tesi, ecco le stime offerte dall’Associazione matrimonialisti italiani, che hanno quantificato i matrimoni di convenienza in 30.000 in dieci anni e parlato di tribunali intasati da pratiche di separazione e divorzio.
E’ molto difficile individuare i matrimoni combinati, come dimostra una recente comunicazione della Commissione europea al Consiglio d’Europa e al Parlamento di Strasburgo, contenente una lista lunghissima di condizioni che devono essere soddisfatte per parlare di nozze di convenienza. Ma diamola pure per buona, la cifra, anzi aumentiamola e diciamo che il 50 per cento dei matrimoni misti sono truffaldini. Ma per quale ragione dobbiamo proibire l’altro 50 per cento e gettare il bambino con l’acqua sporca? Eppure è quanto ha fatto questa legge, che modificando il Codice civile stabilisce che chi è presente sul suolo italiano in condizioni d’irregolarità non si sposa. Anche lo straniero che vuole sposarsi con una cittadina italiana deve dimostrare la regolarità del proprio soggiorno.
Una proposta di legge simile, in Francia, è stata bocciata dal Tribunale costituzionale. Invece a Verona e in Italia le nozze non s’hanno da fare. Con buona pace di quelle centinaia di migliaia di stranieri clandestini, badanti comprese, che non hanno il diritto d’innamorarsi, amarsi e creare una famiglia fondata sul matrimonio e protetta giuridicamente. In spregio a un diritto fondamentale della persona, sancito dalla Costituzione (agli articoli 29 e 30), dalle leggi dell’Unione, dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo, da quel diritto naturale e universale che muove il mondo e che è alla base del Vangelo: l’amore.
Entrata in vigore la legge che sancisce il reato di clandestinità, l’escalation sembra non avere fine. Sfruttando la leadership appannata del premier, con una classe politica acquiescente, i leghisti sembrano insaziabili. Dimenticando i veri problemi del Paese, le proposte bislacche si susseguono al ritmo di una al giorno, dai presidi e professori autoctoni al dialetto a scuola (ideale per formare cittadini europei), alle gabbie salariali, ai giudici eletti dal popolo fino ai sottotitoli in dialetto delle fiction e al cambio dell’inno nazionale.
Quanto alla legge sulla sicurezza, che per le nozze miste sembra scritta da don Rodrigo (ma chiedere a un politico leghista di leggere I promessi sposi del "gran lombardo" Alessandro Manzoni è chiedere troppo), essa sarà probabilmente spazzata via da una sentenza della Consulta non appena qualcuno la impugnerà. Nel frattempo, la Lega avrà già conquistato le poltrone di governatore nelle Regioni del Nord alle amministrative. Che importa se si sarà rivelata un’inutile grida? Al massimo qualche centinaio di migliaia di extra-comunitari avranno dovuto rinunciare al loro sogno di sposarsi e metter su famiglia.
Beni comuni
di Benedetto Vecchi (il manifesto, 27 maggio 200)
Enclosures, ovvero recinzione, definizione di confini e sviluppo complementare di leggi sulla avvenuta appropriazione privata di bene fino ad allora comune. Il case study più noto di un bene comune divenuto proprietà privata è sicuramente quello più volte commentato da Karl Marx in una serie di articoli scritti a partire dal 1842 per la rivista Rehinische Zeitung. Il futuro autore de Il capitale era alle prese con una serie di provvedimenti che la Dieta renana era chiamata a approvare e che avevano come oggetto la definizione di regole e sanzioni per chi si appropriava di legna raccolta nelle foreste e nei boschi che la consuetudine e il vecchio diritto medievale stabiliva come «comuni». Con ironia, Marx, in una serie di lunghi articoli, si era scagliato contro queste proposte di «recinzione» fino a quando un editto imperiale aveva chiuso la rivista. Ma la sua esperienza di direttore della rivista gli tornerà utile, nei Grundrisse e ne Il capitale, per uno dei più affascinanti affreschi storici sulla genesi del capitalismo industriale. Ancora oggi quelle pagine marxiane costituiscono uno delle sintesi ineguagliate nel descrivere la violenza insita nello sviluppo capitalista.
Solo recentemente però alcuni ricercatori e attivisti sono ritornati a studiare e discutere con interesse le pagine marxiane sull’accumulazione originaria sostenendo, a ragione, che le enclosures non sono un episodio circoscritto e transitorio dello sviluppo economico, ma che si rinnovano ogni volta che il capitalismo si diffonde come modo di produzione e come rapporto sociale. E così se le recinzioni delle terre hanno favorito l’emergere della manifattura, altre appropriazioni private di beni comuni hanno consentito la riproduzione allargata del capitalismo. Tra la fine del lungo Novecento e l’inizio dell’attuale millennio, le enclosures sono state infatti un fenomeno che ha coinvolto l’acqua, la sanità, la formazione, la conoscenza, cioè fattori che, usando termini marxiani, attenevano tutti alla riproduzione della forza-lavoro e che hanno costituito l’esoscheletro del welfare state nel capitalismo industriale.
Dalla terra al genoma umano
È a questo insieme di problemi che il filosofo francese Daniel Bensaid affronta ne Gli spossessati, volume che ha l’indubbio pregio di tessere il filo rosso che lega le riflessioni marxiane sull’accumulazione originaria e le attuali politiche di enclosures (Ombre Corte, pp. 116, euro 11). Nelle pagine che lo compongono, l’autore riesce infatti a stabilire linee di continuità e di discontinuità tra quell’insieme di leggi che hanno consentito tra la il Settecento e l’Ottocento la cancellazione di consuetudini secolari, la formazione del proletariato e le politiche contemporanee di privatizzazione. Ma se le recinzioni delle terre comuni ha visto la formazione della industria manifatturiera e lo sviluppo del moderno diritto proprietario, le attuali enclosures aprono la strada a un diverso capitalismo che l’autore qualifica come neoliberista a partire dalla deregulation dei servizi sociali che ha costituito una delle linee di sviluppo economico in un mondo sempre più interconnesso.
Tesi convincente se assieme a questo va assunto come nodo teorico e politico la trasformazione della conoscenza come fattore direttamente produttivo, come testimoniano la produzione di software, la trasformazione delle università in imprese culturali o la mappatura del genoma umano. La politica delle enclosures è cioè sempre propedeutica alla diffusione e all’innovazione del modo di produzione capitalistico. Le attuali politiche di enclosures rispondono così proprio a questa necessità politica e economica del capitalismo di innovarsi e di diffondersi su scala planetaria el capitalismo, come ha d’altronde brillantemente sostenuto Sandro Mezzadra in un saggio dedicato all’accumulazione primitiva (La condizione postcoloniale, Ombre corte).
Come è noto, per Marx la recinzione delle terre, oltre a introdurre meccanismi mercantili nell’agricoltura e a distruggere consuetudini secolari nell’accesso alle terre comuni, ha favorito la formazione di una forza-lavoro che si è riversata nelle città in cerca di un lavoro. Seguendo le riflessioni marxiane, occorre capire come le attuali politiche dell’enclosures hanno modificato la realtà sociale contemporanea, quali le consuetudini che ha cancellato e sopratutto quali le forme di resistenza che ha incontrato.
Per Daniel Bensaid l’aspetto più rilevante che la recinzione del sapere e la privatizzazione dei beni comuni è appunto lo sconfinamento dei rapporti sociali capitalistici in ambiti vitali - la riproduzione della forza-lavoro, per usare termini marxiani - finora esclusi dal regime di accumulazione basato sul lavoro salariato e il profitto. Sconfinamento che pone con drammatica urgenza la dimensione politica delle enclosures, come d’altronde ha affermato in una recente intervista apparsa nell’ultimo della rivista Erre.
Va comunque ricordato come il problema dei beni comuni sia stato uno dei temi portanti del movimento no-global, che ha saputo, spesso creativamente, mettere insieme, ad esempio, le battaglie contro la privatizzazione dell’acqua alla denuncia delle politiche modernizzatrici portate avanti dalla Banca mondiale, il Fmi e il Wto. Oppure indicazioni «politiche» assieme a una significativa «prassi teorica» attorno a questi temi sono venute anche dall’eterogeneo mondo del free software, dell’open source o dai recenti movimenti universitari in Italia, Francia, Grecia e Stati Uniti.
L’impossibile scarsità
Ed è a partire dalla riflessione attorno a queste esperienze che si muovono i migliori degli ultimi anni raccolti nel volume La conoscenza come bene comune (Bruno Mondadori, pp. 404, euro 42) curato dagli studiosi statunitensi Charlotte Hess e Elinor Ostrom. A differenza del testo di Bensaid questi saggi sostengono, a ragione, che per la conoscenza en general la politica delle enclosures devono misurarsi con un fattore che certo non appartiene alla recinzione delle terre comuni, dell’acqua e delle fonti energetiche. Infatti questi beni comuni tangibili sono risorse limitate e le enclosures hanno consentito, tra le altre cose, di definire il loro valore economico proprio, le regole del loro sfruttamento, attraverso la proprietà privata, all’interno di un regime di scarsità. La conoscenza non risponde però a questo criterio.
La produzione e la circolazione del sapere non sono vincolati al suo consumo, perché la lettura di un libro, l’ascolto di un brano musicale, la visione di un film diventano atti propedeutici alla produzione di altri manufatti culturali senza che questo significa la «cancellazione» dei precedenti. In altri termini, la conoscenza non correre il rischio di incappare nella «tragedia dei beni comuni», quella strana leggenda che, in nome della tutela e ottimale gestione di un bene scarso, serviva a legittimare l’individualismo proprietario. E tuttavia l’applicazione del diritto proprietario alla conoscenza cerca di ricondurre la sua produzione e circolazione a un regime di scarsità, in nome proprio del suo miglior utilizzo economico.
Questa peculiarità della conoscenza - un bene comune pressoché inesauribile - rende il regime della proprietà intellettuale insopportabile e, al di là della difesa del singolo autore, è da considerare solo uno strumento che garantisce una rendita di posizione delle multinazionali impegnate nella produzione di software o più in generale dell’industria culturale. Da qui la rilevanza del free software, dell’open source e di tutte le esperienze che rivendicano il libero accesso e la condivisione della conoscenza.
Una critica marxiana alle contemporanee politiche delle enclosures deve così assumere il fatto che sono proprio le norme della proprietà intellettuale che puntano a rendere scarso un bene, la conoscenza, che risponde invece a una logica accumulativa. Attiene infatti alla natura umana sviluppare relazioni sociali che producono continuamente sapere, conoscenza, informazione che a loro volta alimenta quelle stesse relazioni sociali. Le norme sul copyright, i brevetti e i marchi puntano invece, attraverso il diritto proprietario, a rendere scarso ciò che non lo è.
Le tante proposte tese a inasprire le leggi sulla proprietà intellettuale assieme alle riforme che tendono a definire una ferrea gerarchia tra una dequalificata formazione scolastica e universitaria di massa e pochi centri di eccellenza sono quindi propedeutiche a estendere alla conoscenza en general il regime dell’accumulazione capitalistica. Da qui l’importanza che entrambi i volumi pongono sulla centralità della produzione culturale nel capitalismo contemporaneo. E rilevanti politicamente sono anche i movimenti di resistenza che tanto nella produzione scientifica che nelle università si sono sviluppati attorno al rifiuto della proprietà intellettuale e dell’accesso differenziato alla formazione e universitaria.
Il volume di Daniel Bensaid e quello della Bruno Mondadori, ognuno a suo modo, aiuta a comprendere il fatto che le enclosures come un terreno di conflitto a cui sarebbe folle sottrarsi. Perché la posta in gioco non è solo la possibilità di scaricarsi dalla rete un film o un brano musicale, ma le condizioni del nostro vivere in società. E di come al regno della necessità, così fortemente alimentato dal diritto proprietario, è preferibile costruire un regno della libertà.
Rotto l’incantesimo del nuovo Don Rodrigo
di GAD LERNER *
Forse ora la smetterà d’insistere sulla propria esuberanza sessuale, sulle belle signore da palpare anche tra le macerie del terremoto e sulle veline che purtroppo non sempre può portarsi dietro.
A quasi 73 anni d’età, Silvio Berlusconi si trova per la prima volta in vita sua a fare davvero i conti con l’universo femminile così come lui l’ha fantasticato, fino a permearne la cultura popolare di massa di questo paese. Lui, per definizione il più amato dalle donne, sente che qualcosa sta incrinandosi nel suo antiquato rapporto con loro.
Le telefonate notturne a una ragazzina, irrompendo con la sproporzione del suo potere - come un don Rodrigo del Duemila - dentro quella vita che ne uscirà sconvolta. E poi il jet privato che le trasporta a gruppi in Sardegna per fare da ornamento alle feste del signore e dei suoi bravi. Ricompensate con monili ma soprattutto con aspettative di carriera, di sistemazione. L’immaginario cui lo stesso Berlusconi ha sempre alluso nei suoi discorsi pubblici è in fondo quello di un’Italietta anni Cinquanta, la stagione della sua gioventù: vitelloni e case d’appuntamento; conquista e sottomissione; il corpo femminile come meta ossessiva; la complicità maschile nell’avventura come primo distintivo di potere. Nel mezzo secolo che intercorre fra le "quindicine" nei casini e l’uso improprio dei "book" fotografici di Emilio Fede, riconosciamo una generazione di italiani poco evoluta, grossolana nell’esercizio del potere.
Di recente Lorella Zanardo e Marco Maldi Chindemi hanno riunito in un documentario di 25 minuti le modalità ordinarie con cui il corpo femminile viene presentato ogni giorno e a ogni ora dalle nostre televisioni, con una ripetitiva estetica da strip club che le differenzia dalle altre televisioni occidentali non perché altrove manchino esempi simili, ma perché da nessuna parte si tratta come da noi dell’unico modello femminile proposto in tv. La visione di questa sequenza di immagini e dialoghi è davvero impressionante (consiglio di scaricarla da www. ilcorpodelledonne. com). Viene da pensare che nell’Italia clericale del "si fa ma non si dice" l’unico passo avanti compiuto nella rappresentazione della donna sia stato di tipo tecnologico: plastificazione dei corpi, annullamento dei volti e con essi delle personalità, fino a esasperare il ruolo subalterno, spesso umiliante, destinato nella vetrina popolare quotidiana alla figura femminile senza cervello. Cosce da marchiare come prosciutti negli spettacoli di prima serata, con risate di sottofondo e senza rivolta alcuna delle professioniste, neppure quando uno dopo l’altro si sono susseguiti gli scandali tipicamente italiani denominati Vallettopoli.
In tale contesto ha prosperato il mito del leader sciupafemmine, invidiabile anche per questo. Fiducioso di godere della complicità maschile, ma anche della rassegnata subalternità di coloro fra le donne che non possano aspirare a farsi desiderare come veline.
Tale è stata finora l’assuefazione a un modello unico femminile - parossistico e come tale improponibile negli Stati Uniti, in Francia, nel Regno Unito, in Germania, in Spagna - da far sembrare audacissima la denuncia del "velinismo politico" quando l’ha proposta su "FareFuturo" la professoressa Sofia Ventura. Come se la rappresentazione degradante della donna nella cultura di massa non avesse niente a che fare con la cronica limitazione italiana nell’accesso di personalità femminili a incarichi di vertice. Una strozzatura che paghiamo perfino in termini di crescita economica, oltre che civile.
Così le ormai numerose indiscrezioni sugli "spettacolini" imbanditi nelle residenze private di Berlusconi in stile harem - mai smentite, sempre censurate dalle tv di regime - confermano la gravità della denuncia di Veronica Lario: "Figure di vergini che si offrono al drago per rincorrere il successo, la notorietà e la crescita economica". Una sistematica offesa alla dignità della donna italiana resa possibile dal fatto che "per una strana alchimia il paese tutto concede e tutto giustifica al suo imperatore".
Logica vorrebbe che dopo le ripetute menzogne sulla vicenda di Noemi Letizia tale indulgenza venga meno.
La cultura misogina di cui è intriso il padrone d’Italia - ma insieme a lui vasti settori della società - risulta anacronistica e quindi destinata a andare in crisi. Si rivela inadeguata al governo di una nazione moderna.
Convinto di poter dominare dall’alto, con l’aiuto dei suoi bravi mediatici, anche una realtà divenuta plateale, l’anziano don Rodrigo del Duemila per la prima volta rischia di inciampare sul terreno che gli è più congeniale: l’onnipotenza seduttiva, la cavalcata del desiderio. L’incantesimo si è rotto, non a caso, per opera di una donna.
* la Repubblica, 25 maggio 2009
EVE ENSLER: LE DONNE E IL POTERE *
Abbiamo rivendicato come donne le nostre storie e le nostre voci, ma non abbiamo ancora decostruito gli stimoli culturali alla violenza, e le cause della violenza. Non abbiamo ancora rivelato quella cornice concettuale che in ogni singola cultura permette la violenza, si aspetta la violenza, istiga alla violenza. Non abbiamo smesso di insegnare ai ragazzi la negazione del loro essere tristi, dubbiosi, addolorati, vulnerabili, teneri e compassionevoli. Non abbiamo eletto, ne’ siamo state elette noi stesse, leader che rifiutino la violenza e che mettano la sua fine al centro di tutto.
Non abbiamo ancora fatto della violenza contro le donne qualcosa di anormale, non ordinario, non accettabile. Se vogliamo che la violenza contro le donne finisca tutta la storia deve cambiare. L’unico motivo per avere potere che trovo sensato e’ fare in modo che altre persone scoprano il proprio. L’unico motivo per essere in una posizione di leadership che trovo sensato e’ ispirare gli altri.
La relazione fra donne e potere non puo’ essere lo scalare ad ogni costo l’attuale gerarchia patriarcale e burocratica, perche’ la questione e’: come possono donne che sono state finanziate dalle medesime corporazioni economiche, sostenute dallo stesso sistema di esclusione e corruzione, essere poi differenti nelle loro decisioni? Io ho un’altra visione, in cui le donne che diventano leader, deputate, eccetera, sono quelle per cui l’empatia e’ primaria ed essenziale quanto l’intelligenza, quelle che dicono il nucleare ne’ oggi ne’ mai, quelle che si occupano di contrastare il razzismo, di fermare il surriscaldamento globale, quelle che ritengono prioritarie l’educazione sessuale, la salute riproduttiva, il sostegno al lavoro di cura. Io credo che le donne possano e debbano mostrare questo nuovo tipo di potere.
* NOTIZIE MINIME DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO Numero 802 del 26 aprile 2009
[Ringraziamo Maria G. Di Rienzo (per contatti: sheela59@libero.it) per averci messo a disposizione nella sua traduzione il seguente testo di Eve Ensler (su cui cfr. il sito www.vday.org]
1. Maria G. Di Rienzo: Tre pensierini della sera
2. Maria Grazia Campari: Diritto di famiglia: donne nelle spire dell’ordine patriarcale?
3. Lea Melandri: Se il patriarcato non depone la maschera della neutralita’
1. EDITORIALE. MARIA G. DI RIENZO: TRE PENSIERINI DELLA SERA [Ringraziamo Maria G. Di Rienzo (per contatti: sheela59@libero.it) per questo intervento]
"Se e’ vero che gli uomini sono migliori delle donne giacche’ piu’ forti fisicamente, perche’ il nostro governo non e’ composto da lottatori di sumo?". Kishida Toshiko, femminista giapponese del XIX secolo. * "Poiche’ sono una donna, i miei sforzi per ottenere qualcosa devono essere eccezionali. Se fallisco, nessuno dira’: Clare non aveva le qualita’ per quel lavoro. Piuttosto si dira’: Visto? Le donne non possono farcela". Clare Boothe Luce, donna politica statunitense. * "Io non chiedo favori per il mio sesso. Tutto quello che chiedo ai nostri fratelli e’ che ci tolgano il piede dal collo". Sarah Moore Grimke’, scrittrice ed attivista antischiavista e suffragista americana del XIX secolo.
2. RIFLESSIONE. MARIA GRAZIA CAMPARI: DIRITTO DI FAMIGLIA: DONNE NELLE SPIRE DELL’ORDINE PATRIARCALE? [Dal sito della Libera universita’ delle donne di Milano (www.universitadelledonne.it)]
Giunge dall’associazione femminista afgana Rawa una riflessione sulla recente proposta di legge che autorizza gli abusi sessuali compiuti dal marito sulla moglie in nome di una pretesa tradizione del Codice di famiglia sciita.
La disposizione e’ considerata quale legittimazione di una pratica ampiamente diffusa che trova il suo antecedente logico nel Trattato di riconciliazione nazionale stipulato dal governo Karzai con esponenti talibani e fondamentalisti, avallato dalle potenze occupanti, Usa in testa.
La legge e’ attualmente sospesa, anche a causa delle reazioni internazionali, ma Rawa ritiene che verra’ ripresa dal Parlamento di prossima elezione, che, prevedibilmente, vedra’ un’ampia presenza di signori della guerra e di esponenti pro-talibani, essendo le potenze occupanti piu’ interessate ad assicurare a se’ il gas dell’Asia centrale che non ad assicurare la democrazia agli afgani.
Di qui la richiesta di mobilitazioni che contrastino i gruppi misogini e fondamentalisti. Una causa giusta, da sostenere nell’interesse di una democrazia partecipata e plurale, unica forma di democrazia effettiva, quella escludente, comunque camuffata, dovendosi, al contrario, ritenere espressione di un ordine oligarchico, spesso connotato da misoginia. Un ordine strutturato sulla diseguaglianza biologicamente motivata, coerente al sistema patriarcale, che ha gravato a lungo, sia pure con pesi differenziati, anche sulle donne italiane.
La Carta Costituzionale lo smentiva formalmente nei suoi principi fondamentali (art. 2 e art. 3) fin dal 1948, ma molta acqua doveva passare sotto i ponti. Le previsioni del Codice Civile Mussolini-Grandi del 1942 (art. 143 e seguenti) e quelle del Codice Penale Mussolini-Rocco del 1938 (art. 570 e seguenti) sancivano una struttura famigliare fortemente gerarchica, una moglie soggetta alle decisioni e ai voleri del marito (insignito di "potesta’ maritale"), sottoposta ai di lui "mezzi di correzione o di disciplina" morali e materiali, fino a lambire il limite estremo del maltrattamento. Gli abusi erano, poi, sanzionati assai lievemente: con pena fino a sei mesi e, in caso di lesioni, con pena ridotta di un terzo rispetto alla normale previsione edittale.
Un’ottica proprietaria e subalterna della donna che consentiva una serie di abusi, non ultimo quello di natura sessuale, presentato come "debito coniugale", nell’ambito di una concezione assai unilaterale della morale famigliare e del dovere di assistenza imposti per legge. Si e’ dovuta attendere la meta’ degli anni Settanta e la riforma del diritto di famiglia (L. 19.5.1975 n. 151) per dare corso a principi costituzionali (art. 29 e 30 Cost.) di parita’ fra i coniugi e fra figli legittimi e illegittimi (nati fuori del matrimonio), per l’abolizione della patria potesta’, sostituita dalla potesta’ di entrambi i genitori.
Solo in epoca ancora piu’ recente, con la legge del febbraio 1996 (art. 609 bis e seguenti Cod. Pen.), il reato di stupro e’ stato rimosso dal titolo del Codice Penale dedicato ai "delitti contro la moralita’ pubblica e il buon costume", l’incesto non e’ piu’ crimine contro la "morale famigliare" ma entrambi crimini contro la persona, lesivi della libera disposizione di se’ e della autodeteminazione sessuale.
Una lenta e non uniforme evoluzione giurisprudenziale ha preso avvio dall’art. 2 della Costituzione repubblicana ed e’ giunta ad inquadrare la sessualita’ quale modo di espressione della personalita’, da tutelarsi come diritto inviolabile della persona.
Secondo le pronunce piu’ illuminate della Corte di Cassazione la lesione del diritto alla sessualita’ determina per la vittima un danno da ingiustizia le cui conseguenze pregiudizievoli devono essere accertate e quantificate in termini di risarcimento del danno materiale, morale e alla vita di relazione (esistenziale).
Inoltre, la giurisprudenza ormai prevalente considera che la violenza sessuale possa avvenire anche fra marito e moglie, non essendo coperta da quello che tradizionalmente si definiva come "debito coniugale". Non solo l’assenso al rapporto deve essere esplicito, non viziato o estorto con minacce, ma deve considerarsi sempre revocabile anche in relazione alla tipologia del rapporto stesso, per come viene determinandosi.
In caso di imposizioni, specialmente se ripetute, alla moglie e’ stato riconosciuto titolo a richiedere la separazione con addebito al marito e anche il danno esistenziale per gli effetti dannosi subiti nella propria vita quotidiana di persona offesa, sottoposta a patimenti fisici e psichici che hanno impedito lo svolgimento di una vita coniugale serena e informata al principio dell’amore e del rispetto reciproco. Puo’ esserci "un giudice a Berlino", ma va ricercato e sollecitato attentamente, senza timidezze, sostenute dal rispetto di se’.
3. RIFLESSIONE. LEA MELANDRI: SE IL PATRIARCATO NON DEPONE LA MASCHERA DELLA NEUTRALITA’
[Dal sito della Libera universita’ delle donne di Milano (www.universitadelledonne.it)]
Accanto all’allarme per la crisi economica, la disoccupazione crescente, le manovre dei potenti della Terra per porre un argine alla rabbia dei ceti piu’ colpiti, nelle ultime settimane sono tornate ad occupare un posto non trascurabile questioni che vengono ancora genericamente riferite alla vita personale, alla sfera intima, alla coscienza del singolo, benche’ sempre piu’ intersecate con le istituzioni della "cosa pubblica".
Da un lato, e’ passata, come sempre, la cronaca pressoche’ quotidiana degli stupri e degli omicidi in famiglia, con l’unica variante del tipo di parentela che ogni volta lega la vittima all’aggressore. Dall’altro, si e’ venuto imponendo, per circostanze tra loro apparentemente lontane, un dibattito acceso su leggi e principi costituzionali, parlamenti e consulte, diritti, liberta’ delle persone e poteri dello Stato, laicita’ e imposizioni religiose, garanzie democratiche e consuetudini tribali.
La norma votata dal parlamento afgano, che legalizza, per la minoranza sciita, lo stupro in famiglia e la totale dipendenza della donna dall’uomo, la revisione, in Italia, da parte della Consulta, della legge 40 sulla fecondazione assistita, per quanto riguarda "l’impianto unico e contemporaneo" di "non piu’ di tre embrioni", il caso di Kante Katadiatou, la donna ivoriana ricoverata per parto all’ospedale Fatebenefratelli di Napoli e inquisita per "identificazione urgente", in nome di una clausola del decreto sicurezza non ancora approvato - ma si potrebbe aggiungere anche la vicenda parlamentare del testamento biologico -, parlano sostanzialmente della violazione di alcuni diritti e liberta’ essenziali della persona, garantiti, nei Paesi che si considerano "civili" e "democratici", dalle rispettive Costituzioni, e negli altri casi da organismi e convenzioni internazionali.
Le reazioni che hanno provocato, i cambiamenti di rotta, le spaccature all’interno di gruppi politici che si pensavano ideologicamente compatti - i cento deputati del Pdl che si sono espressi contro l’emendamento della Lega, inteso ad abolire il divieto di segnalazione, da parte dei medici, degli immigrati senza permesso di soggiorno -, gli interventi di Fini contro lo "Stato etico", in difesa della laicita’, la decisione del presidente Karzai di congelare una legge fatta per negoziare il consenso della minoranza religiosa piu’ oltranzista, dicono che le vicende essenziali riguardanti la vita nella sua interezza - il rapporto tra i sessi, la nascita, la morte, la salute, ecc. -, tenute a lungo fuori dalla storia, dai linguaggi e dai poteri pubblici, hanno la forza "perturbante" di una "stirpe oppressa" dalla civilta’, che oggi chiede il conto.
Ma come definire il contesto economico, culturale e politico, nelle sue incomparabili differenze, che oggi, di fronte all’imprevisto, balbetta, si contraddice, attacca e si difende? Se Pierluigi Battista, sul "Corriere della sera" (2 aprile 2009), ha provato a riproporre con poco successo quello che e’ stato il cavallo di battaglia della destra piu’ vicina al Vaticano - lo "scontro tra Islam e Occidente" -, questo non vuol dire che le democrazie occidentali e le loro affiliazioni in terre lontane e inospitali non siano tutt’oggi convinte della loro superiorita’ e unicita’, incapaci di interrogarsi su quei residui arcaici, che le rendono cosi’ simili alla culture "tribali", su quelle inclinazioni fondamentaliste che ancora confondono religione e politica, legge divina e liberta’ della persona.
Se la contrapposizione tra mondo civile e barbarie appare cosi’ netta, se qualcuno, nonostante i casi di violenza quotidiana che lo smentiscono, puo’ ancora parlare di "donne liberate" dell’Occidente, se ci si puo’ illudere che basti schierarsi "in difesa delle donne", rendere giustizia alle "vittime" identificando di volta in volta l’oppressore con qualcuno che e’ "altro da se’" - lo straniero, lo psicopatico, il politico in cerca di consenso facile, ecc. -, e’ perche’ una barriera, forte del senso comune e di un pregiudizio millenario, ancora avvolge le molteplici, multiformi "culture" create dal dominio maschile, in una maschera impenetrabile di neutralita’.
Ma se proviamo a scostare il velo, il paesaggio cambia, il confine tra le citta’ dell’Occidente e i villaggi afgani si fa mobile e impercettibile, i dogmi delle gerarchie vaticane somigliano stranamente ai codici tradizionali della Sharia, la deriva verso lo "Stato etico", il fondamentalismo religioso, criticato e combattuto dall’Occidente in altri Paesi, appare per quello che e’, la prima e l’ultima sponda del patriarcato, il tentativo, di fronte all’irruzione di una "preistoria" - il corpo, la vita personale, il rapporto tra i sessi - mai del tutto addomesticata, di riprendersi un potere antico: il sequestro dei corpi, l’appropriazione della vita dei singoli, la cancellazione di quella conquista inalienabile dell’incivilimento che e’ l’autodeterminazione, il diritto di ogni persona "a prendere in liberta’ le decisioni piu’ intime" (Stefano Rodota’).
Non e’ un caso che, nel dibattito che si e’ acceso intorno a questi temi, si parli ancora esclusivamente di "bioetica", come se la vita che e’ stata ridotta a corpo biologico, la persona, a cui si vorrebbero togliere liberta’ e diritti, non fosse stata, prioritariamente, quella della donna; non e’ un caso che tutte le vicende di cui si e’ parlato sopra abbiano come protagonista il sesso femminile - sia come "oggetto" di violenza che di tutela -, e mai, come ci si dovrebbe aspettare, la consapevolezza e la cultura femminista che, da oltre un secolo, ha cominciato a scuotere i privilegi e le certezze della comunita’ storica degli uomini.
La legge afgana, che sulla sponda "civile" del mondo ha suscitato tanto sdegno, se si riuscisse a guardarla per la verita’ "domestica", violenta, quotidiana, e pressoche’ senza tempo e patria, che porta allo scoperto - la cancellazione della sessualita’ femminile, la donna espropriata di volonta’ ed esistenza propria, sottoposta a un potere di vita e di morte, esclusa dallo studio e da responsabilita’ pubbliche -, potrebbe finalmente far riflettere sull’unico dominio, quello di un sesso sull’altro, che sfugge alle analisi, e quindi ai cambiamenti, che qualcuno ipocritamente vorrebbe circoscrivere a intoccabili "differenze culturali", altri al terreno non meno rispettabile e riservato della sfera intima.
Al sessismo esplicito, impugnato dai mullah come legge naturale, fa riscontro, per la parentela evidente, l’insignificanza - intellettuale, politica, professionale - in cui sono tenute le donne "emancipate" dell’Occidente, casalinghe, madri, mogli sempre e comunque, o, nel migliore dei casi, "conduttrici" di un discorso unico e privilegiato tra uomini, che occupa ininterrotto da secoli la scena pubblica.
*
Fonte: NONVIOLENZA. FEMMINILE PLURALE
Supplemento settimanale del giovedi’ de "La nonviolenza e’ in cammino"
Numero 245 del 16 aprile 2009
Ansa» 2009-03-13 16:34
VIOLENZA DONNE: TELEFONO ROSA, IL MOSTRO E’ IN CASA
di Gianluca Vannucchi
ROMA - Continua a crescere anche nel 2008 il numero di donne vittime di violenza, non solo sessuale, che hanno chiesto aiuto a "Telefono Rosa". Un bilancio presentato a Roma dal quale emerge che sempre più spesso l’autore della violenza è in casa.
I DATI: Nel corso del 2007 si sono registrati 1.492 casi di richieste di aiuto, che nel 2008 hanno raggiunto quota 1.744 (circa il 16% in più), delle quali 1.457 provenienti da cittadine italiane e 287 da donne straniere. Per le vittime italiane, l’età si concentra tra i 35 e i 54 anni. Il fenomeno della violenza incontra, però, come principale ostacolo proprio quello di restare sommerso: si calcola che soltanto il 10% venga denunciato.
- LA CASA IL LUOGO MENO SICURO: Nel 53% dei casi autore della violenza è il marito o il partner, ciò significa che nel 2008 ci sono state 1.430 donne che hanno subito violenza all’interno di una relazione affettiva, all’interno delle mura domestiche. E’ necessario poi aggiungere il 9% di quante dichiarano di subire violenza dal proprio convivente (il dato raggiunge il 15% nel caso delle cittadine straniere) e il 2% di coloro che patiscono maltrattamenti da parte del fidanzato. Si riduce al 2% la quota di donne che dichiarano di aver ricevuto violenza o maltrattamenti da parte di uno sconosciuto.
PROTAGONISTA VIOLENZA E’ COLTO E CON LAVORO: Un elevato livello di scolarizzazione non esenta gli uomini dal commettere atti violenti. Accanto alla maggioranza di quanti si configurano come impiegati (23%) o operai (18%), si riscontrano significative percentuali di liberi professionisti (11%), imprenditori (6%), commercianti (6%) e alti funzionari (6%). Si riduce al 7% la quota di disoccupati.
- ALCOL E DROGA NON SONO ALIBI: Sembra cadere, inoltre, la correlazione tra comportamenti violenti e abuso di droga o alcol: nel 69% dei casi l’autore della violenza non era dedito né a bere né a drogarsi.
VIOLENTI IN CASA, ’NORMALI’ FUORI: Spesso, gli autori della violenza hanno personalità duplici e comportamenti che tendono a distinguere l’atteggiamento tenuto a casa, da quello negli spazi pubblici: la violenza è privata, non sconfina al di fuori dell’ambito familiare, secondo il 69% delle vittime italiane.
- IL TIPO DI VIOLENZA: Il carattere domestico rende più frequenti le violenze di tipo psicologico (31%) e quelle di tipo fisico, in particolare le percosse (23%) da parte del partner. A queste si aggiungono le sottili forme di minaccia (13%) e la violenza di tipo economico (10%). Sono il 3% le violenze sessuali raccontate a Telefono Rosà.
- VIOLENZE REITERATE: raggiunge l’83% dei casi il numero di vittime italiane costrette a sottostare quotidianamente agli atti violenti, dato in rilevante crescita rispetto al 2007.
LE CAUSE DELLA VIOLENZA SECONDO LE VITTIME: Motivi di tipo caratteriale (43%), gelosia (11%), o contrasti familiari (10%). Nell’11% la presenza di disturbi psichici.
OGGI
di Maria G. Di Rienzo *
Titolo a caratteri cubitali: "Violentata ragazza di quindici anni, tunisino arrestato a Bologna". Sotto, in piccoli e discreti caratteri: "Abusava della figlia quattordicenne, arrestato nel barese". Il quotidiano e’ ovviamente lo stesso, il giorno e’ oggi, 14 febbraio 2009.
Qualcuno pensa in buona fede che il cosiddetto "pacchetto sicurezza", non appena divenuto legge, potra’ essere utile alle prossime ragazze che in strada aspettano tranquillamente gli amici (Bologna) o che vengono picchiate, umiliate, stuprate per un anno intero dal loro papa’ (Bari)?
Supponiamo che, nel primo caso, lo straniero non fosse in regola con le norme di soggiorno e che avesse contratto una malattia infettiva: non e’ andato a farsi curare per timore di essere denunciato, cosi’ ha contagiato la ragazzina. Supponiamo che nel secondo caso ci fossero le ronde in citta’: passando sotto casa della quattordicenne hanno trovato tutto in ordine, l’inferno era dentro e non potevano vederlo. Supponiamo che entrambi gli stupratori avessero una residenza regolare: con gli elenchi dei "senza fissa dimora" le due fanciulle possono farci gli aeroplanini, sempre che un giorno ritrovino la voglia di ridere e giocare. Nessuno si permetta piu’ di dirmi che lo fanno per le donne, oltre che sarcastica potrei diventare furibonda.
E nessuno si permetta piu’ di teorizzarmi gerarchie nei diritti umani, perche’ furibonda lo sono gia’. Se qualcuno puo’ schiavizzare, picchiare, denigrare, stuprare e finanche uccidere qualcun altro perche’ "e’ la sua cultura", smettete di protestare per i massacri in Palestina (e’ la cultura del governo israeliano, un po’ di rispetto, per favore), per le guerre a stelle a strisce (e’ la cultura dei neoconservatori, va considerata) e per il negazionismo dell’Olocausto (cultura e come: ci sono fior di professoroni a farla).
Il concetto di diritti umani e’ riconoscibile in ogni cultura che la nostra specie ha prodotto. E’ stato riarticolato e riformulato attraverso i secoli e si evolve continuamente per contrastare gli attacchi all’umana dignita’ quali che essi siano e da qualunque parte provengano. Fu il concetto di "diritti umani", espresso nei termini dell’autodeterminazione, a formare la base delle lotte per l’indipendenza dalle dominazioni coloniali. Fu il concetto di "diritti umani" a sfidare l’apartheid e la discriminazione razziale. Fu il concetto di "diritti umani" a tagliare la cortina che separava pubblico e privato nelle vite delle donne, e a far riconoscere che tali diritti venivano violati in ambo le sfere.
L’articolo 1 della Dichiarazione universale dei diritti umani attesta che "Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignita’ e diritti". I principi dell’universalita’, inalienabilita’, interdipendenza ed indivisibilita’ dei diritti umani sono affermati in decine di trattati internazionali ed europei che il nostro Paese ha firmato. I trattati riportano anche con molta chiarezza il dovere degli Stati firmatari di assicurare non solo il rispetto dei diritti umani, ma anche la loro protezione e promozione.
Se il "pacchetto sicurezza" diventa legge italiana, cosi’ com’e’, non solo va nella direzione diametralmente opposta, ma apre le porte alla distruzione della Carta costituzionale, ed alla formazione di uno "stato in perenne emergenza" che in nome dell’emergenza stessa non sara’ soggetto a nessun controllo e potra’ permettersi ogni tipo di violenza.
C’e’ chi crede che la faccenda vada ad interessare solo migranti, rom, sinti e vagabondi, e poiche’ pensa che queste siano gia’ categorie subumane non e’ molto preoccupato. Si preoccupera’ domani, quando gli revocheranno il diritto di sciopero (un Paese in emergenza non puo’ permettersi turbolenze) e non sara’ in grado di negoziare il proprio contratto di lavoro. Si preoccupera’ dopodomani, quando lo porteranno via da casa per interrogarlo e non avra’ garanzie costituzionali rispetto alla detenzione e al processo (un Paese in emergenza puo’ ricorrere alla tortura per avere informazioni).
Senza offesa, e senza nessuna pretesa di spostarvi dalla mia parte: potreste preoccuparvi oggi?
*
Fonte: LA DOMENICA DELLA NONVIOLENZA Numero 203 del 15 febbraio 2009
Supplemento domenicale de "La nonviolenza e’ in cammino"
l’Unità 21.11.08
Nicole Kidman: «Una su tre subisce abusi, la vita senza violenza è il diritto di ogni donna»
Una donna su tre può subire abusi e violenze nel corso della sua vita. Si tratta di una tremenda e diffusa violazione dei diritti umani e non di meno rimane una pandemia in gran parte invisibile e sottostimata. Provate a pensarci: essere una donna o una bambina vi mette in pericolo. Altrettanto inquietante è il fatto che troppe persone - gente della strada come esponenti di governo - ritengono inevitabile la violenza contro le donne.
Dobbiamo cambiare questa mentalità. È di vitale importanza che si prenda coscienza del problema della violenza contro le donne e che la si consideri una forma di violazione dei diritti umani. Si tratti di violenza domestica, di stupri in tempo di guerra o di pratiche quali la mutilazione genitale femminile o i matrimoni forzati o in età quasi infantile, la violenza contro le donne è un crimine che non può essere tollerato. La violenza contro le donne, dovunque si verifichi, va contrastata con il massimo rigore della legge.
Sono diventata ambasciatrice del Fondo delle Nazioni Unite per le donne (Unifem) per dare voce alle donne e alle bambine che hanno subito violenze e abusi. In un numero crescente di Paesi le donne si stanno rifiutando di essere vittime passive. Le donne si stanno organizzando, si fanno sentire, chiedono che i colpevoli rispondano dei loro atti e che si intervenga e dicono «NO» alla violenza che sono costrette a subire per il solo fatto di essere donne o bambine.
È compito di tutti porre fine alla violenza contro le donne. Per questa ragione nel mese di novembre dell’anno passato in occasione della Giornata internazionale per eliminare la violenza contro le donne, l’Unifem ha lanciato su Internet la campagna «Dite NO alle violenza contro le donne» chiedendo alla gente di tutto il mondo di far sentire la propria voce e di aggiungere il proprio nome ad un movimento che si va facendo sempre più grande.
Ad un anno circa di distanza centinaia di migliaia di persone di ogni parte del mondo hanno risposto alla campagna «Dite NO» e hanno vinto una grossa battaglia contro la violenza di genere: Nujood Ali, una bambina yemenita di 10 anni, è fuggita dalla casa del marito che era stata costretta a sposare e la sua avvocata, Shada Nasser, si è battuta per garantire la libertà della bambina. Dopo aver subito ripetute percosse e violenze sessuali, Nujood, andata in sposa all’età di nove anni, è scappata di casa cercando scampo in tribunale in cerca di aiuto. A differenza delle decine di migliaia di bambine che sopportano la terribile tradizione dei matrimoni in età pressoché infantile, Nujood ha avuto coraggio e ha avuto la fortuna di trovare una avvocata altrettanto coraggiosa nella persona di Shada specializzata nella difesa dei diritti umani. Il loro caso ha fatto il giro del mondo ad aprile quando, grazie all’intervento di Shada, Nujood non solo ha ottenuto il divorzio, ma ha visto premiato il suo coraggio e indicato una strada per la difesa dei diritti umani delle donne e delle bambine. Nujood è tornata a scuola e quando gli si chiede cosa intende fare in futuro risponde: «....Voglio esercitare la professione di avvocato».
In passato in Kosovo ho avuto modo di ascoltare molte donne che, travolte da quel conflitto, avevano subito brutali violenze sessuali da parte dei soldati. I loro racconti avrebbero potuto essere ripresi dai titoli di giornale di oggi. La violenza sessuale è un’arma di guerra, uno strumento di terrore che colpisce la vita delle donne e degli uomini, manda in frantumi le comunità e costringe le donne a scappare di casa. E tuttavia troppo a lungo le violenze sessuali in tempo di guerra sono state avvolte nel silenzio e dimenticate dalla storia. Il 20 giugno 2008 il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha dato una risposta al peso di quel silenzio adottando all’unanimità la Risoluzione 1820 che riconosce esplicitamente che non possono esservi né pace né sicurezza fin quando le comunità vivono all’ombra del terrore sessuale. La Risoluzione auspica uno sforzo maggiore da parte di tutti coloro che sono coinvolti in un conflitto per proteggere le donne e le bambine dalle aggressioni. È di tutta evidenza che porre fine alla violenza contro le donne è un tema ormai in cima alla lista delle priorità dei governi e di importanti organismi quali le Nazioni Unite.
L’Unifem, unitamente al Segretario generale delle Nazioni Unite, auspica un sostegno di gran lunga maggiore al Fondo delle Nazioni Unite per porre fine alla violenza contro le donne che fornisce alle organizzazioni locali dei Paesi in via di sviluppo le risorse necessarie a trovare soluzioni pratiche e operative. Le sovvenzioni del Fondo dell’Onu hanno consentito di sventare il traffico di esseri umani in Ucraina, hanno aiutato le superstiti delle violenze domestiche a Haiti e hanno contribuito a far approvare una nuova legge sullo stupro nella Liberia tormentata dalla guerra.
Progetti come questi e molte iniziative in ogni parte del mondo dimostrano che la pandemia di violenza contro le donne è un problema che ha una soluzione. Là dove ci sono impegno e risorse, maggiori sono le possibilità di cambiare le cose: le politiche possono essere modificate, si possono istituire servizi e si possono formare giudici e agenti di polizia. Di conseguenza in questo 25 novembre incoraggiamo i governi a tenere fede ai loro impegni e gli uomini e le donne a partecipare alle iniziative delle loro comunità per mettere fine alla violenza contro le donne e a far sapere alle autorità dei loro Paesi che attuare politiche volte a porre fine alla violenza contro le donne è importante per loro perché una vita senza violenza è il diritto di ogni donna.
***
Nicole Kidman è ambasciatrice del Fondo delle Nazioni Unite per le donne © IPS Traduzione di Carlo Antonio Biscotto
Ogni tre giorni, in Italia, una donna viene uccisa dall’uomo che diceva di amarla: solo nel 2007 le vittime sono state 122. E il più delle volte l’assassino non ha neppure bussato alla porta, perché aveva già le chiavi di casa: in tre casi su quattro era il convivente o il marito. A scattare questa triste fotografia sono gli esperti dell’ospedale Fatebenefratelli di Milano, durante la presentazione di un libro sul tema per i medici di famiglia. «Nel 40% dei casi il carnefice è mosso da motivi passionali, o meglio da forme patologiche di gelosia e disturbi paranoici - spiega Claudio Mencacci, direttore del dipartimento di Psichiatria - mentre il 34% degli uxoricidi è scatenato da liti e da una conflittualità elevata». Cosi’ quattro donne su dieci sono vittime di un’arma da taglio, mentre tre su dieci sono colpite da armi da fuoco. «Da diversi anni e’ stato cancellato il delitto d’onore nel nostro codice - aggiunge Mencacci - ma ancora oggi rimane l’ estrema incapacità degli uomini di tollerare l’emancipazione femminile». Non è dunque un caso che proprio a Milano, dove lavora quasi il 60% delle donne, si abbia un elevato numero di uxoricidi: dal 2000 al 2006 - specifica Alessandra Bramante, psicologa e criminologa - si sono registrate 48 vittime.
Domande ai maschi
di Clara Sereni (l’Unità, 13.09.2008)
In prima battuta mi sono chiesta: ma la voce delle donne, che fine ha fatto? Possibile che le donne non abbiano niente di nuovo da dire sulla prostituzione, sull’uso sempre più spregiudicato, proprietario e violento dei corpi, sull’idea di rinchiuderli dentro case che saranno prigioni e lager? Siccome non sono i nostri, e visto che a parlare sembra restino soltanto le brave mogli e brave madri e buone figlie, quelle che hanno vergogna di vedere e preferiscono non sapere, sui corpi venduti e comprati non abbiamo più parole? Siamo talmente affaticate dal vivere che ogni repressione ed emarginazione ci passa sopra senza commenti che non siano di bandiera? Siamo così impaurite dal nostro retrocedere?
Così intimorite che - a parte le donne presenti nelle unità di strada finché non le sopprimono - non ci poniamo più il problema di come relazionarci con chi vive condizioni di massima emarginazione, quando non di vera e propria schiavitù? Non ho trovato la risposta, ma un’altra domanda mi si è affacciata subito dopo: ma gli uomini, hanno qualcosa da dire? Si pongono il problema di dire qualcosa?
Negli ambienti che frequento vige ancora - fortunatamente - qualche tabù: dire che le donne sono tutte puttane non sta bene, e anche l’inevitabilità del mestiere più antico del mondo non trova buona stampa. Qualcuno certamente pensa ambedue le cose, ma si perita di dirlo e questo lo considero, alla fin fine, un bene. E però...
Fra le persone che conosco, mai ne fosse capitato uno che ammetta di dirsi cliente. Al più ho sentito dire, da qualcuno abbastanza attempato e in imbarazzo, che bisogna pur provvedere alle pulsioni sessuali degli immigrati senza relazioni e senza amori: e senza soldi, aggiungo io, in mancanza dei quali incrementare l’afflusso dei clienti è piuttosto improbabile. Da quel punto di vista, la prostituzione sarebbe tutto un fatto di emarginazione, da una parte e dall’altra, e chiusa lì. Da un giovane, invece, ho sentito raccontare della rinnovata frequenza e passione per i “puttan tour”, quei giocosi assembramenti maschili, generalmente automuniti, in cui si va a sparare con le pistole ad acqua o se ne tira a secchiate, preferibilmente d’inverno, alle prostitute che così si congelano meglio. A me, attonita, che chiedevo un perché, una ragione, è stato risposto: «È divertente...», e il discorso si è incagliato, senza possibilità di riprenderlo in modo minimamente problematico.
Giovani e meno giovani, mai un discorso che valga la pena ascoltare su come gli uomini vivono la propria sessualità. Su come si relazionano, oggi, con le donne, che siano le loro compagne o altre. E invece vorrei sentir confessare e discutere, per esempio, questo bisogno maschile inesausto, anzi evidentemente in crescita, di comperare corpi - giovani più che si può, femminili in prevalenza ma poi anche maschili e transgender. Ci hanno detto che dipende dal ruolo maschile ormai pencolante, che li porta anche a picchiarle e ucciderle, le donne. E questa spiegazione sembra aver chiuso ogni altro discorso, ogni ulteriore problematizzazione. E così, se la prostituzione innegabilmente aumenta, la reazione è come per la grandine: succede, la manda il cielo, ci sono le mutazioni climatiche, che c’entro io?
L’ho già scritto, sono stufa di partecipare a manifestazioni a sostegno delle donne brutalizzate, vendute e comprate, ammazzate. I maschi devono trovare il coraggio di mettersi in gioco, di parlare. Non solo per dire: non nel mio giardino, non davanti a me, non davanti ai miei figli povere creature innocenti. I maschi devono interrogarsi a fondo sulla dicotomia donna(puttana)-madonna che sembra essersi di nuovo impadronita del sentire comune, e che dilaga nei nostri figli. I maschi devono dire “io”, e da lì partire per ragionare, per capire, e solo dopo, molto dopo, per decidere ed eventualmente legiferare. I maschi devono almeno cominciare a rendere conto alle donne di quel che pensano, di quel che fanno. Di come crescono e di come regrediscono.
Una domanda, ancora. L’educazione sessuale nelle scuole è cosa che neanche si nomina più. Il Presidente Napolitano ha apprezzato i nuovi programmi di educazione alla Costituzione. Chiedo: ma quale educazione alla Costituzione si potrà mai impartire, se mancano i minimi presupposti di vita civile, quelli che segnano i rapporti fra i generi? Il nuovo fascismo non è solo nelle affermazioni storicamente assai disinvolte di sindaci e ministri della Repubblica, o nelle singole aggressioni a migranti e diversi. Il fascismo è anche qui, nei nostri “maschi alfa” che da sempre e di nuovo si sentono liberi da ogni vincolo di coscienza e rispetto, anche nei confronti di se stessi.
Abbiamo un gran bisogno di antifascismo in piazza, e bene ha fatto ad esempio la Cgil ad impegnarsi in tal senso, ma bisognerebbe cominciare a chiarire cosa significhi anti-fascismo fra le lenzuola, domestiche e non. Non certo dalla ministra all’Istruzione, che mi appare in tutt’altre faccende repressive affaccendata, ma da qualcuno (maschio) vorrei proprio cominciare ad avere qualche risposta.
Stupri arma di guerra. Storie dall’album dell’orrore
di Marina Mastroluca (l’Unità, 22.06.2008)
«Mi costrinsero a ballare nuda sul tavolo. Poi mi violentarono davanti a mio figlio che aveva 10 anni. Venivano militari serbi , i soldati del Montenegro e anche i miei vicini di casa. Abusavano di me e delle altre». E. è una delle «Zene zrtve rata», donne vittime della guerra, un’associazione nata a Sarajevo per aiutare chi ha subito uno stupro: a trovare una casa, ad avere assistenza e soprattutto giustizia. «Dopo la guerra abbiamo incontrato per strada i nostri violentatori, sono ancora liberi». Liberi anche dalla vergogna e dal disonore che pesano sulle donne stuprate, a Sarajevo come in Africa.
A Goma, in Congo, una dottoressa canadese nel 2003 ha fondato un’ospedale che aiuta le donne stuprate. I numeri sono solo ipotizzabili, non c’è nessun registro. Tante donne hanno paura anche solo di raccontare che cosa hanno subito, per non rischiare l’emarginazione sociale. Decine di migliaia di stupri, sistematici, segnati dal marchio della diversità etnica. In ospedale arrivano solo i casi più gravi: i medici ricuciono i muscoli strappati tra retto e vagina da stupri multipli, da torture inflitte con baionette e coltelli. Anche da colpi di pistola inferti con la canna infilata in vagina. Linda, 24 anni, era incinta quando i soldati l’hanno presa in un campo. «Mi hanno stuprato. Il bambino ha cercato di nascere ma è morto - ha raccontato -. Perdevo urina da tutte le parti e in queste condizioni ho raggiunto il villaggio. Tutte le case erano bruciate, la gente uccisa, anche mia madre. Mi ha raccolto una cognata. Mio marito si è sposato con un’altra. Ora sono sola».
La vergogna, la solitudine. Persino la condanna: in Sudan le donne rischiano di essere incriminate di «zina», adulterio, se denunciano uno stupro: la pena è la lapidazione. E le violenze dei janjaweed, i diavoli a cavallo che seminano il terrore nel Darfur in stretta collaborazione con le truppe governative sudanesi, sono pane quotidiano. Qui sono le milizie arabe, altrove hanno avuto altri nomi e stesse strategie. In Ruanda erano gli interahmwe, i ribelli hutu ispirati dalla radio delle mille colline ad annientare l’etnia tutsi. Non una casualità, non l’effetto collaterale di un delirio di violenza. Lo stupro di guerra da tempo è altro. Jean-Paul Akayesu era il sindaco della città ruandese di Taba. È stato il primo ad essere condannato all’ergastolo, nel 1998, per il massacro di 2000 tutsi rifugiati nel municipio di Taba e per stupro. Il Tribunale internazionale per i crimini commessi in Ruanda allora per la prima volta individuò la catena di comando che da un unico centro diramava la violenza in mille rivoli: lo stupro collettivo venne associato al genocidio, perché diretto a cancellare una etnia. Ad umiliare, distruggere, devastare una comunità intera attraverso il corpo delle donne. Cinquecentomila stupri in poco più di tre mesi di follia sanguinaria, hutu contro tutsi, un milione di morti a testimoniare l’inerte impotenza dell’Onu. E un Tribunale per cercare di ricondurre la tragedia ad un universo comprensibile, dove si chiede ragione delle atrocità commesse. Almeno a qualcuno.
22 febbraio 2001. La guerra di Bosnia è finita da sei anni, la Serbia di Milosevic è stata sconfitta anche in Kosovo. Nascoste dietro una tenda, donne identificate solo con numeri, raccontano e puntano l’indice contro gli uomini alla sbarra. Donne ridotte a schiave sessuali, spesso solo ragazzine. Per la prima volta lo stupro è definito crimine contro l’umanità da un Tribunale internazionale. I serbo-bosniaci Zoran Vukovic, Radomir Kovac e Dragoljub Kunarac vengono condannati a 12, 20 e 28 anni di carcere per le violenze sistematiche di Foca, dove il centro sportivo Partizan era stato trasformato in un bordello. Zoran, Radomir, Dragoljub: non era scontato riuscire a scrivere un giorno i loro nomi.
Stupro etnico, un’arma di guerra come tardivamente ha riconosciuto in questi giorni il Consiglio di sicurezza del’Onu, con la risoluzione 1820. Ammettendo quello che le cronache dell’ultimo quindicennio di guerre - Bosnia, Ruanda, Congo, Darfur - hanno raccontato allo sfinimento: che lo stupro di guerra non rientra in nessuna storica normalità, non è solo la prepotenza del vincitore. Ma l’arma di conflitti dove i civili sono il primo e vero obiettivo, la mina che continuerà a perseguitare le generazioni a venire. Il 70 per cento delle donne stuprate in Ruanda ha contratto l’Aids, in molti casi il contagio è stato intenzionale ed ha finito per devastare anche le famiglie dei sopravvissuti. Nessun anagrafe ha tenuto il conto dei figli imposti a forza alle donne bosniache stuprate. Chi ha potuto, ha abortito. Tante hanno abbandonato i neonati, testimoni incolpevoli della violenza subita dalle madri: ordigni anche loro di guerre che non hanno più una linea del fronte.
Bosnia. La pulizia etnica attraverso il terrore
La disgregazione della Jugoslavia investe la Bosnia nel ‘92. Per la prima volta dalla fine della II guerra mondiale tornano in Europa i lager, dove vengono commesse le peggiori atrocità contro i civili. La logica della pulizia etnica impone il terrore, per costringere la popolazione alla fuga creando così aree etnicamente omogenee. Insieme ai massacri - 8000 i morti di Srebrenica, dove vennero uccisi tutti i maschi dai 15 anni in su - lo stupro è stato l’arma per umiliare il nemico e annacquarne l’etnia. Si stimano in 50-60.000 le violenze.
Rwanda. Hutu contro tutsi, un genocidio in 100 giorni
Aprile 1994. Preparato dai mezzi di informazione, divampa uno spaventoso massacro, in quella che viene in genere definita una guerra tribale fra Hutu e Tutsi ed è stata in realtà una lotta per il potere frutto dell’era coloniale, quando i colonizzatori belgi instaurarono un rigido sistema di separazione razziale e sfruttamento favorendo i Tutsi ai danni della maggioranza Hutu. Con l’indipendenza le parti si invertirono e iniziò un periodo di conflitti e di vendette. Il culmine nel ‘94: un milione di morti, 500.000 stupri.
Congo. Milioni di morti nella guerra dei diamanti
Finita ufficialmente nel 2004, la guerra civile in Congo, è stata la più grande guerra della storia recente dell’Africa ed ha coinvolto 8 nazioni africane e circa 25 gruppi armati. In gioco le enormi ricchezze minerarie del Paese: diamanti, oro, uranio, cobalto, rame. Al 2008 la guerra - proseguita nella regione di Ituri - e le sue conseguenze hanno causato circa 5,4 milioni di morti. Milioni i profughi. Secondo Amnesty international sono oltre 40mila le donne violentate. Degli stupri spesso accusati anche i peacekeeper.
Darfur. Esercito e janjaweed contro i civili
Nella regione del Sudan dal 2003 si combatte una guerra, che ha già causato più di 200.000 vittime e oltre due milioni di sfollati. L’Onu e le organizzazioni internazionali hanno più volte denunciato che i civili continuano a subire attacchi e sono vittime di stupri. Il governo sudanese nega di appoggiare e finanziare le milizie janjaweed, accusate di genocidio dalla popolazione del Darfur e responsabili dei principali massacri e saccheggi di villaggi e centri abitati e dello stupro sistematico di donne e bambine.
"Secondo l’Istat nel 92,5% dei casi le donne non denunciano.
Tre milioni di vittime tra vergogna e silenzio"
di CINZIA SASSO (la Repubblica, 26 maggio 2008)
Sono quasi tre milioni in Italia le donne che hanno subito violenze in famiglia. Donne che hanno studiato, che hanno un lavoro, che hanno figli, genitori, amici: non emarginate, povere, disperate. Donne che al mattino vanno in ufficio e al pomeriggio accompagnano i bambini ai giardini, le maniche lunghe a nascondere i lividi, il sorriso stampato per forza. Donne che nel silenzio hanno subito stupri nel letto coniugale, botte, minacce, ma anche violenza piu’ sottile: la firma negata sul conto, i soldi con il contagocce, le offese, l’annullamento della personalita’: "sei uno zero, non sai fare nulla". Donne che - spiega l’Istat - nel 92,5% dei casi non denunciano quello che accade; che se chiedono giustizia alla fine l’ottengono solo nell’1% dei casi e che forse anche per questo nel 33,9% subiscono in silenzio, senza parlarne neppure con i familiari; che nell’80% pensano che la violenza subita dal partner non sia un reato; che per il 44,5% si sentono solo impotenti. Donne che non hanno paura ad uscire di casa, ma che la sera, dopo il lavoro, hanno il terrore a rientrarci. Donne invisibili, vittime di uomini al di sopra di ogni sospetto.
Carla e’ una di loro. Ha 42 anni, una laurea triennale, un lavoro da insegnante, due figli. Racconta: "La prima volta che mi ha picchiata avevamo parlato di un amico comune. Lui diceva che facevo la sciantosa. Mi ha trascinata giu’ dalla macchina tirandomi per i capelli, mi ha spinta su in casa, mi ha sbattuta davanti allo specchio. Ecco, guardala, la vedi la tua bella faccia, diceva. Io adesso te la rovino". Carla dice che non si ricorda quanto e’ passato: ricorda solo i calci, i pugni alla pancia, le sberle. Non ricorda le lacrime: "No, non so nemmeno se ho pianto. E’ che quando succede sei cosi’ annichilita che resti paralizzata, hai talmente tanta paura che accada qualcosa di peggio che tenti solo di limitare i danni". Poi lui ha finito. E si e’ seduto davanti alla televisione.
Carla e le altre. Quasi il ritratto in carne ed ossa di quello che le statistiche raccontano coi numeri: aveva un uomo che ha amato piu’ di se stessa, vivevano insieme in una bella casa; lui faceva l’imprenditore, era un tipo seducente, intelligente, generoso. Capitava che dopo i pestaggi le recapitasse in ufficio dei fiori e un biglietto "sai che sei l’unica donna per me".
Il censimento dell’Istat fotografa proprio questo, la violenza domestica, ed ha portato alla luce una realta’ che si nasconde dietro le mura protette di casa. Di quel lavoro Linda Laura Sabbadini, direttore generale, ha parlato anche all’Onu: perche’ l’Italia, in quanto a ricerca, su questo terreno e’ piu’ avanti di tutti gli altri Paesi. Dice: "E’ un’indagine difficilissima perche’ va a rompere un impenetrabile muro di silenzio. L’immagine che passa e’ che il pericolo venga dal branco, dal bruto che incontri per caso, invece il 69% degli stupri sono opera del partner, avvengono dentro il luogo piu’ ’sicuro’, quello della ’pace’ domestica". Laura Da Rui e’ un avvocato: "I media danno un’eco spropositata a quello che succede per strada e chiudono gli occhi sul dentro. Su duecento casi di violenza che ho seguito, solo quindici sono avvenuti fuori, tutti gli altri in casa. E avvengono in una solitudine pazzesca: sono fatti privati, non li riconoscono i parenti, i vicini, gli amici. Ecco perche’ i pacchetti sicurezza non servono a niente: perche’ torni a casa e il problema lo hai li’, dove il maltrattamento e’ mischiato all’amore, dove il groviglio dei sentimenti rende tutto piu’ opaco e ancora piu’ terribile". Ancora Carla: "Bastava poco. Stupidaggini. Tipo che io metto un pizzico di zucchero nel sugo di pomodoro e lui si arrabbiava, ’cretina, non sai fare niente’, mi urlava. O una volta che ho tirato fuori dal freezer il pezzo di carne sbagliata: mi ha lanciato addosso una bottiglia, ’tu non hai il cervello, adesso la paghi’. Via via ho cominciato a vivere con la paura. E piu’ tu hai paura, piu’ lui ha potere. Avevo sempre le antenne, stavo in guardia, mi sentivo sul filo, in qualsiasi momento poteva scattare la furia".
Dappertutto, negli ultimi anni, sono nati dei centri anti-violenza. Solo in Lombardia sono quindici, ma ce ne sono dal Friuli alla Sardegna. Alcuni hanno nomi fantasiosi: "Iotunoivoi", "Zero tolerance", "Centro Lilith". Il primo e’ stato, a Milano, nell’’88, la Casa delle donne maltrattate; da allora ha seguito 20.000 casi. E vent’anni dopo Marisa Guarneri, la fondatrice, non si da’ pace: "E’ ancora sbagliato l’approccio: ci si chiede perche’ le donne accettano di essere picchiate, ma bisognerebbe chiedersi perche’ gli uomini hanno bisogno di picchiare. Da noi passa un mondo assolutamente trasversale. E quando le donne sono autonome, quando hanno un lavoro e possono allontanarsi, allora gli uomini sono piu’ incazzati e diventano piu’ cattivi". Uomini che Guarneri chiama "gli insospettabili". Quelli che "all’esterno sembra che sia tutto normale, ma la normalita’ accade che sia questa: soprusi, distruzione della personalita’. La violenza in famiglia ha tante facce e il dramma e’ che non suscita clamore. Sui giornali finisce solo il caso di quella ammazzata".
Tutto e’ un problema. Per Carla anche il successo sul lavoro: "Mi diceva, per forza sei brava, basta che mostri le tette". E i figli: "Hai cresciuto dei selvaggi, sei una madre di merda". La seconda volta, per lei, le botte arrivano in macchina: "Trenta chilometri di pestaggio, non mi ricordo nemmeno il perche’. Poi mi ha detto sistemati, che andiamo a prendere l’aperitivo. La terza e’ perche’ non avevo dato da mangiare ai cani. E lui: ’ma perche’ devo massacrarti?’ Era in mutande, aveva appena fatto la doccia, mi aveva appena detto che aveva fatto sesso da solo. Bastarda, sei una porca, ti mangio le budella, perche’ mi costringi a fare cosi’? Io in un angolo, e lui calci, pugni, schiaffoni. Quella e’ stata anche l’ultima volta". Storie cosi’ arrivano ogni giorno a "Cerchi d’acqua", una cooperativa sociale fondata da Daniela Lagormasini che accoglie tra le 6 e le 700 donne l’anno: "Il primo stereotipo da confutare e’ che questa condizione riguardi solo le emarginate, quelle povere e ignoranti. Si parla tanto di salvaguardia della famiglia, ma quello che vedo dal mio osservatorio e’ che spesso nella famiglia c’e’ la cultura della prevaricazione, del non rispetto dell’altra". I numeri confermano le sue parole: quasi il 20% delle vittime sono laureate; il 17,3% ha un diploma superiore; il 23,5% e’ fatto di dirigenti, libere professioniste, imprenditrici.
Guarneri, sconvolta dalle reazioni di "punizione etnica" sollevate dai clamorosi casi di cronaca recente, ha lanciato un appello agli uomini: "Sono abituata a vedere giovani donne diventare il capro espiatorio dei problemi della propria famiglia, abusate in silenzio. E intanto si parla di esercito nelle citta’. E mi chiedo: dove sono gli uomini contro la violenza? Perche’ non mettono alla gogna tutti gli uomini che terrorizzano, umiliano, perseguitano donne colpevoli solo di cercare la propria liberta’?". Uomini che stanno nelle nostre comode case piu’ spesso che nelle roulotte.
C’e’ stata, ricorda Alessandra Kustermann, ginecologa, fondatrice di Svd, Soccorso violenza domestica della Mangiagalli, una campagna di pubblicita’ progresso che era perfetta: "Quella donna piena di lividi, che diceva ’e’ stato un tappo di champagne’. Ecco, quella e’ la realta’ quotidiana. Quella familiare e’ la violenza piu’ infida perche’ viene pervicacemente negata, anche a se stesse. Tante di quelle che finiscono qui arrivano a pensare: se mi picchia perche’ e’ geloso, allora mi ama. E per rendersi conto hanno bisogno di anni". Carla, a capire, ci ha messo tre anni: "Resta l’uomo che ho amato di piu’ al mondo. Ma e’ l’uomo che ha rischiato di distruggermi. Adesso, solo adesso che ho avuto il coraggio di uscirne, mi sento di nuovo una persona".
Editoriale
Il coltello nel ventre
di Maria G. Di Rienzo
[Ringraziamo Maria G. Di Rienzo (per contatti: sheela59@libero.it) per questo intervento.] *
Gli stupratori non nascono tali. Vengono "costruiti", addestrati, come si addestrano i soldati ad uccidere. E la cultura che fa di un uomo uno stupratore e’ la stessa che "fa" noi tutti/e. Non e’ una questione femminile, e’ una questione condivisa, e come tale va affrontata. Molti uomini pensano, e sono sinceri, che la violenza sessuale, quella domestica ed il sessismo siano problemi altrui: segnatamente oggi, dopo gli ultimi fatti di cronaca, e’ problema/responsabilita’ dei barbari invasori stranieri. Sono dipinti un po’ come gli Orchi di Tolkien, forse non malvagi in origine ma ormai irrecuperabili, spaventapasseri mediatici, fasci di impulsi incontrollati, marionette guidate da fili di odio, massa di pupazzi insensibili, privi di autocontrollo, che seguono semplicemente la pulsione violenta ovunque essa li conduca, anche quando finira’ per schiantarli nel processo. Ma Tolkien ha molto chiaro che c’e’ un manovratore di questi burattini, un potere piu’ grande e piu’ distruttivo di loro stessi, che li istiga con la seduzione delle parole (gli imbattitibili Uruk-hai!) e la promessa di impunita’.
Il linguaggio sessista, i modelli sessisti, la gerarchia di valore per genere, ed il loro logico compimento, la violenza sessuale, promettono agli uomini potere e impunita’. Si’, ci sono le leggi, possiamo persino inasprirle, ma la condanna morale va ancora principalmente alla donna. Cosa ci faceva la’, perche’ era vestita in quel modo, ci ha ballato insieme, ci e’ andata a cena, avrebbe dovuto capire... Cosa dovremmo capire, spiegatemelo. Che dobbiamo smettere di provar gioia nella vita, di aver voglia di conoscere persone nuove, di lavorare, di studiare, di andare per strada, di vestirci come ci pare, di avere desideri, di innamorarci, di esistere?
Alla maggior parte degli uomini non salterebbe mai in testa di esaminare il proprio comportamento e di misurare il continuum tra il fare "apprezzamenti" pesanti ad una ragazzina ed il violentarla, o il rapporto fra il valutare, in una delle nostre ong "eque e solidali", i seni della volontaria (episodio realmente accaduto) quale requisito per l’assunzione ed il piantarle un coltello nel ventre prima di stuprarla. Eppure la connessione e’ diretta, e chiara come la luce del giorno.
Se la questione venisse almeno nominata (ma non si puo’, sono le femministe a farlo e le femministe sono molto noiose) ci sarebbe il permesso simbolico di affrontarla e di vedere la verita’. Quanto siano seccanti queste personagge lo aveva capito bene il giovane uomo che uccise quattordici studentesse e ne feri’ altre tredici all’Ecole Polytechnique, la facolta’ di ingegneria dell’Universita’ di Montreal in Canada. Stava ben attento a non colpire gli uomini. Aveva spesso ripetuto questo mantra, prima di tradurlo in azione: "Le femministe hanno rovinato la mia vita". Ha avuto la sua gloria, l’eroe, e’ passato alla storia come l’autore del "Massacro di Montreal", uno splendido riscatto per un’esistenza distrutta da qualche lurida cagna che gli aveva detto no, ripetuto no, e ribadito che no significa no. Ma questo dev’essere uno dei "mostri" colti da raptus sulla via di Damasco, non ha a che fare con noi, ci mancherebbe. E se ad essere aggressivo e volgare e’ il tuo compagno di vita, di scuola, o di lotta, be’, quello stava solo scherzando. Non si spingerebbe mai a violentarti. Sta semplicemente, con il suo comportamento, e con la tacita accettazione del mito di una mascolinita’ superiore perche’ violenta, continuando a nutrire chi lo fara’. Sta’ tranquilla, e passagli il fazzoletto quando si lamenta della propria sensibilita’ urtata da femmine moleste. Cosa credi, che non ci sia passata nessuna prima di te? A me il buon compagno comincio’ a parlare di quanto era infelice con sua moglie, e non fermo’ l’auto dove gli avevo chiesto di portarmi. Stavamo andando, invece, verso una comoda e solitaria boscaglia. E’ vero, gli ho tolto le chiavi dal cruscotto e le ho buttate dal finestrino, molto violento da parte mia, piu’ della sua mano untuosa sul mio ginocchio e dei probabili sviluppi di quel viaggio in auto. Ma visto che doveva correre in giro a recuperare le chiavi sono potuta scendere intatta, se si eccettuano la paura, la rabbia, e il gran cumulo di insulti vomitatimi dietro dal sensibile e sofferente individuo.
E’ possibile che a piu’ di vent’anni di distanza io debba ancora parlare di questo? E’ possibile che i metodi, le tecniche, le giustificazioni, e cioe’ il cumulo di spazzatura ideologica che copre la violenza sessuale sia sempre lo stesso? Fino a che l’equazione "mascolinita’ = violenza" resta la forma egemonica di socializzazione maschile proporre un modello alternativo, di partnership, e’ una delle azioni piu’ potenti che possiamo intraprendere a lungo termine.
Abbiamo bisogno di "mascolinita’ sostenibile" e di una "decrescita felice del machismo". Il femminismo ha parlato alle donne mostrando ed aprendo loro altre possibilita’; ha detto senza timori e con argomentazioni solide: questa cultura e’ nociva, ferisce donne ed uomini, uccide, rade al suolo, inquina, devasta. Deve cambiare. Tu puoi cambiarla. E’ ora che anche gli uomini si impegnino in questo processo, che elaborino modelli diversi, per un cumulo di buone ragioni oltre quella imprescindibile del fermare la violenza di genere. Una su tutte: il nesso tra il modello dominatore maschile e le tecnologie nucleari, biologiche, chimiche, la Terra non riesce piu’ a reggerlo; a livello simbolico (ed e’ un livello terribilmente potente) e’ il produttore principale del surriscaldamento globale, dei conflitti armati, dell’economia di rapina eccetera.
I violentatori sono uomini che si identificano in maniera sproporzionata con i valori "mascolini tradizionali" (quelli che passano con tranquillita’ nei media, nei programmi scolastici, negli sport soprattutto di contatto, e filtrano felici in tutte le sub-culture presenti in Italia) e sono particolarmente attenti a cio’ che gli altri uomini pensano di loro. In ragione di cio’, oscillano fra un’arroganza insopportabile ed un’autostima bassissima, e quando i dubbi e i sentimenti di esclusione arrivano al culmine hanno il nemico da punire a portata di mano. Forse non possono prendere a cazzotti quel tizio che li ha maltrattati all’ufficio di collocamento o li ha derisi in cantiere, ma possono "mettere sotto" una donna. La moglie o la prima che incontri per strada va bene lo stesso, tanto "sono tutte puttane".
Moltissimi altri uomini e ragazzi, invece, sono a disagio rispetto a quanto e’ stato insegnato loro sull’essere "maschi", con il suo corollario di omofobia, eterosessismo e stupri, vorrebbero uscirne, ma spesso il prezzo da pagare (scherno, umiliazione, solitudine) e’ troppo alto. E anche se si rivolgono a socialita’ "alternative" per appagare il bisogno di appartenenza, in esse ritrovano fin troppo spesso i medesimi schemi dell’interazione femmina/maschio. Johan Galtung non e’ una fastidiosa femminista, vero? Bene, assieme alle sue analisi di altro tipo, gli uomini potrebbero cominciare a valutare la sua affermazione che la misoginia (l’odio per le donne ed il "possesso" delle donne) e’ uno dei piu’ grandi problemi mondiali che abbiamo.
Abbiamo bisogno di quella campagna nazionale contro la violenza di genere che io chiedo da un bel pezzo. E abbiamo bisogno di coinvolgere in essa quanti piu’ soggetti e’ possibile. Possiamo cominciare da dove localmente abbiamo piu’ risorse. Qualche gruppo o rete potra’ portare avanti programmi educativi, per esempio. Se gli uomini e i ragazzi apprendono i meccanismi della socializzazione di genere possono muoversi oltre l’usuale modulo difensivo che adottano quando viene loro proposta la questione della violenza sessuale. Si tratta di offrirgli l’opportunita’ di liberarsi dai concetti strangolatori del paradigma patriarcale, e di abbracciare piu’ largamente la propria umanita’. Certo, comportera’ impegno e fatica. Come ha detto un mio amico: "Ognuno di noi deve faticare durante il viaggio che collega la sua testa al suo cuore. E’ il viaggio piu’ lungo e difficile di tutti, ma di certo e’ quello che ti offrira’ la ricompensa maggiore". Diversi tipi di associazioni possono intervenire con iniziative pubbliche di qualsiasi tipo per far conoscere la realta’ della violenza di genere nel nostro paese; possiamo costruire delle coalizioni di "pronto intervento" che facciano un gran rumore ogni volta in cui i media biasimano la vittima di stupro, denigrano donne e ragazze, sessualizzano pre-adolescenti, usano linguaggi sessisti, incoraggiano o celebrano la violenza, e cosi’ via.
Mi dispiace dirlo, ma credo che noi femministe dovremmo diventare ancor piu’ moleste, importune e seccanti di quanto siamo gia’, molto, molto di piu’. Per le ragazze e le donne che soffrono in questi giorni e di cui abbiamo saputo. Per quelle di cui non sapremo mai. Per gli uomini e i ragazzi che amiamo e per quelli di cui non vorremmo piu’ aver paura.
Tratto da
Notizie minime de
-La nonviolenza è in cammino
proposto dal Centro di ricerca per la pace di Viterbo a tutte le persone amiche della nonviolenza
Direttore responsabile: Peppe Sini.
Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100 Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac@tin.it
Arretrati in:
http://lists.peacelink.it/
Numero 433 del 22 aprile 2008
1. PROPOSTE. MARIA GRAZIA CAMPARI: PER UN PIANO CONTRO LA VIOLENZA DI GENERE *
Premessa
In questa fase, la globalizzazione economica esercita un influsso prepotente sulle vite di tutte e tutti, donne e uomini.
Le donne, in particolare, subiscono l’esito infausto del nesso fra egemonia del mercato e politiche familistiche (uomo individualista economicamente indipendente, donna dipendente al servizio della famiglia) al quale fa seguito la diffusione di valori morali e giuridici di stampo fondamentalista, implicanti una negazione di liberta’ in primo luogo per le donne, poi per tutti per la indivisibilita’ di questo valore.
Questo ordine determina la negazione di qualsiasi relazione fra soggetti dotati di pari valore, svalorizza l’autonomia e l’autodeterminazione delle donne, nega loro fondamentali diritti della personalita’. Attraverso il richiamo a valori religiosi dichiarati indisponibili, nega l’autogoverno laico delle vite e avvolge tutte in una rete intessuta di nodi autoritari.
Questo ordine comporta, inoltre, precise ricadute sull’integrita’ e sulla vita stessa delle donne: dai gesti quotidiani di disvalore, alla inesistenza di autonomia decisionale sul proprio corpo (sancita da leggi e regolamenti), alla persecuzione con violenza, fino all’uccisione di chi ha scelto di reggere il filo della propria vita con le proprie mani, senza affidarsi ai ruoli imposti dalla tradizione e dalla cultura maschile.
La violenza, anche quando abbia luogo fra le mura domestiche, non e’ un fatto privato sulla cui origine i poteri pubblici possano stendere un velo di silenzio e disinteresse, oppure tentare di porvi rimedio attraverso la scorciatoia del solo diritto criminale, inasprendo la previsione di pene.
Come in altri Paesi europei (Spagna, ad esempio), le istituzioni sono chiamate ad intervenire nella consapevolezza che e’ lo svantaggio sociale femminile il dato di base all’origine della violenza e che esso va rimosso con sistemi adeguati.
Occorre pensare ad un piano nazionale di acculturamento e sensibilizzazione rivolto a tutti; occorre una costante vigilanza sulla sua osservanza e applicazione; occorre un piano legislativo che contenga un forte ed esplicito messaggio culturale e politico per un cambiamento delle relazioni fra donne e uomini. Una legge onnicomprensiva che evidenzi l’origine sessista della violenza insita nella discriminazione contro le donne, che evidenzi l’importanza della visibilita’ e della prevenzione per un problema da considerarsi grave problema sociale e da risolversi in tempi ragionevolmente rapidi da parte dei poteri pubblici. Seguono alcune proposte che, volutamente, prescindono dall’intervento penale, considerato quale rimedio solo successivo e non risolutivo del problema, riservato eventualmente agli esperti di settore.
Proposte di intervento integrato multidisciplinare La Presidenza del Consiglio dei Ministri con l’intervento dei Ministeri competenti (Sanita’, Giustizia, Istruzione, Interni, Pari Opportunita’), dovra’ avviare un piano nazionale di sensibilizzazione e prevenzione della violenza di genere che comprenda almeno i seguenti aspetti.
Introduzione e pubblicizzazione di una nuova scala di valori fondati sul rispetto dei diritti e delle liberta’ fondamentali, uguaglianza fra uomini e donne, esercizio della solidarieta’ e dell’accoglienza, in un quadro di civile convivenza. Tale scala di valori sara’ rivolta a uomini e donne attraverso un lavoro multiculturale posto a carico di tutti i pubblici poteri coinvolti. Dovra’ prevedere un programma di istruzione complementare e di formazione ad hoc per tutti i professionisti in qualsiasi modo destinati ad intervenire in situazioni caratterizzate dall’esercizio di violenza contro le donne.
Il programma di educazione/formazione sara’ controllato da una Commissione di esperti di nomina parlamentare, che dovra’ essere rappresentativa di tutti gli orientamenti politico-culturali e dovra’ vedere la presenza di professionisti di riconosciuta esperienza, rappresentanti istituzionali e singoli esponenti di ong e associazioni dotati di comprovata pluriennale capacita’ di intervento nel campo. Promozione e cura da parte dei pubblici poteri centrali e locali di campagne di informazione e sensibilizzazione tendenti allo scopo di prevenire la violenza di genere.
Principi per il sistema educativo
Il sistema educativo comprendera’ fra i suoi obiettivi la formazione al rispetto dei diritti e liberta’ fondamentali, di uguaglianza, disponibilita’
all’accoglienza e soluzione pacifica dei conflitti.
Allo scopo di garantire l’uguaglianza effettiva fra uomini e donne sara’
precisa responsabilita’ e onere del ministero e degli organi scolastici competenti che nei materiali educativi di ogni ordine e grado siano rimossi stereotipi sessisti e che venga promosso il pari valore di uomini e donne.
Anche per i docenti dovranno essere previsti piani di formazione che includano l’educazione specifica in materia di uguaglianza, al fine di assicurare loro specifiche competenze e conoscenze tecniche indispensabili
a:
1. incoraggiare capacita’ che portino all’esercizio di diritti e obblighi uguali per maschi e femmine nell’ambito sia pubblico che privato.
2. individuare precocemente situazioni di disagio o violenza nella sfera famigliare e intervenire in forma istituzionalmente corretta ed efficace.
3. educare alla risoluzione nonviolenta dei conflitti.
Principi per il settore della comunicazione e della pubblicita’
E’ da considerare illecita la pubblicita’ che utilizza l’immagine femminile in modo vessatorio e discriminatorio. Le amministrazioni e le autorita’ pubbliche a livello statale e locale dovranno vigilare affinche’ mezzi di stampa e audiovisivi adempiano l’impegno di garantire un modo di trattare la figura femminile che sia conforme ai principi e valori costituzionali.
In ambito statale, regionale e comunale dovranno essere individuati organismi preposti alla vigilanza autorizzati ad esercitare azioni giudiziarie urgenti aventi lo scopo di ottenere dall’autorita’ giudiziaria ordinaria l’interruzione e/o la soppressione della pubblicita’ e delle immagini illecite perche’ contrastanti con le indicazioni sopra estese.
I mezzi di comunicazione dovranno rimuovere tutti gli aspetti che favoriscano la situazione di disuguaglianza della donna e promuovere, d’intesa con i pubblici poteri, campagne di sensibilizzazione verso l’uguaglianza fra i sessi e per la repressione della violenza di genere.
Principi per il settore sanitario
Le amministrazioni centrali e locali avranno il compito di sostenere e favorire le azioni degli operatori sanitari volte alla rilevazione precoce della violenza di genere e di proporre le misure necessarie ad ottimizzare il contributo del settore sanitario nella lotta contro questo tipo di violenza.
Dovranno sviluppare programmi di sensibilizzazione e formazione continua del personale sanitario allo scopo di promuovere la diagnosi precoce e l’assistenza e il sostegno delle donne vittime di violenza. Dovranno quindi provvedere, anche tramite gli istituti preposti, all’introduzione nei corsi di studio e formazione professionale di insegnamenti orientati al fine sopra enunciato.
I diritti delle donne vittime di violenza di genere I principali diritti per le donne vittime di violenza sono quelli all’informazione, assistenza sociale e legale; essi costituiscono la condizione minima necessaria al reale godimento delle garanzie costituzionali di liberta’, inviolabilita’ e sicurezza; essi saranno pertanto assicurati, senza condizioni ne’ preclusioni, a qualunque donna residente nel territorio italiano.
Le amministrazioni pubbliche (centrali e locali) dovranno predisporre servizi in grado di corrispondere alle vittime di violenza informazione completa, assistenza medica e psicologica, sostegno sociale, supporto legale e, in generale, assistenza adeguata alle loro condizioni personali e sociali.
Si tratta di un’opera di soccorso e accoglienza multidisciplinare che comprende: informazione alle donne interessate, attenzione e sostegno sociale, supporto giudiziario, appoggio in materia di formazione e inserimento professionale. Tali prestazioni richiederanno una collaborazione integrata di vari settori pubblici: servizi sanitari, di polizia, legali e giudiziari, scolastici e formativi. Tutta l’assistenza sara’ gratuita.
Per le donne vittime di violenza e per i loro figli dovra’ essere inoltre previsto un aiuto economico adeguato ai loro bisogni esistenziali e dovra’ essere messa a disposizione un’abitazione protetta.
Compiti istituzionali
I Ministeri interessati (Sanita’, Giustizia, Interni, Istruzione, Pari Opportunita’) dovranno curare la costituzione nell’ambito degli addetti alla giustizia, polizia e del personale sanitario di unita’ specializzate nella prevenzione della violenza di genere, nella protezione delle donne esposte a tale rischio, nella repressione rapida di comportamenti violenti e/o intimidatori, nella cooperazione alla effettiva applicazione delle misure cautelari e repressive adottate dagli organi giudiziari. Dovranno essere predisposti anche protocolli che assicurino una azione globale e integrata, uniforme in tutto il territorio nazionale, fra le diverse amministrazioni centrali e locali e i vari servizi ad hoc che ne dipendono.
2. RIFLESSIONE. LEA MELANDRI: OSTACOLO ALLA CULTURA DEL DOMINIO **
Quando in un Paese, che si proclama laico e democratico, politici e mezzi di informazione invocano, quasi unanimemente, che venga data "liberta’ di parola" a un’istituzione che dichiaratamente si pone sulla sponda opposta - in quanto depositaria di una verita’ assoluta, di "valori fondamentali" che, come ha scritto Navarro-Valls ("La Repubblica" del 15 gennaio 2008), "precedono la politica", perche’ "non dipendono da noi" -, i casi sono due: o si e’ convinti che le proprie istituzioni siano abbastanza forti e temprate storicamente da reggere all’urto della potenza che ne minaccia l’autonomia, oppure si e’ gia’ fatta propria inconsapevolmente la posizione dell’altro.
Come spiegare altrimenti la sorprendente inversione di rotta che hanno preso le accuse di intolleranza, fine della laicita’, chiusura culturale, violenza ideologica, nel momento in cui, a seguito del dissenso espresso da un gruppo di docenti e studenti, il papa ha deciso di non presenziare all’inaugurazione dell’anno accademico dell’universita’ La Sapienza?
In modo del tutto speculare, il fronte laico si e’ trovato a trasferire su di se’ le stesse critiche, le stesse accuse, che fino al giorno prima aveva rivolto al pontificato di Benedetto XVI, o, in alcuni casi, a recitare simultaneamente la parte della vittima e dell’aggressore.
Dopo aver deplorato la data infausta, che avrebbe messo fine a un Paese "democratico" e affossato la speranza di vivere in una "Repubblica serenamente laica", Ezio Mauro ("La Repubblica" del 16 gennaio 2008) prosegue dicendo che la Chiesa e’ tornata a "essere un primo attore in tutte le vicende pubbliche", "pretende di determinare i comportamenti parlamentari delle personalita’ politiche cattoliche", si pone "come una riserva superiore di verita’ esterna al libero gioco democratico, una sorta di obbligazione religiosa a fondamento delle leggi e delle scelte di un libero Stato".
Benche’ si dica convinto che una universita’ di Stato non possa fare del pensiero religioso "la fonte costitutiva del suo sistema culturale ed educativo", all’autorita’ massima che ne e’ portatrice Ezio Mauro avrebbe voluto che si aprissero le porte nel giorno simbolicamente piu’ significativo del suo percorso interno, quale e’ l’inaugurazione dell’anno accademico, in modo che i docenti "potessero interloquire, fissare e ribadire l’autonomia dell’insegnamento e della liberta’ di ricerca".
E’ come dire che, per essere "tolleranti", si deve lasciar spazio all’intolleranza, per essere "liberi" lasciarsi espropriare dei luoghi dove la liberta’, di pensiero e di parola, e’ garantita dal dettato costituzionale, oltre che dai regolamenti interni di una istituzione, per essere "laici" cedere la lectio magistralis a un sapere confessionale, cioe’ a una verita’ di fede. In altre parole, non e’ previsto che si possa dissentire, ribellarsi, chiedere che venga messo un limite la’ dove la liberta’ di una parte interferisce con quella dell’altra, potendo contare su una innegabile disparita’ di potere. Nel momento stesso in cui si riconosce che l’interlocutore laico ha subito una "riduzione di dignita’", inspiegabilmente gli si chiede di accettare il dialogo, il confronto.
Guardare il mondo alla rovescia, pensare che la parola del papa, trasmessa settimanalmente a tutto il mondo e quasi ogni giorno sui teleschermi di casa nostra, abbia bisogno di essere protetta dalla "censura", dal rischio di passare sotto silenzio, puo’ essere lo scarto di prospettiva che, paradossalmente, restituisce alle cose la giusta proporzione. Diventa preoccupante quando si fa senso comune, visione condivisa, irragionevolezza diffusa. A questo punto le domande che dobbiamo porci sono altre. Di che pasta e’ fatto il consenso a una rappresentazione cosi’ distante dalla realta’? Perche’ il papa appare intoccabile, al di sopra di ogni legge, di ogni civile regola di convivenza, di ogni conquista di liberta’?
Perche’ un sistema medioevale, che subordina la scienza, il diritto, e quindi la politica, al superiore dettato della filosofia e della teologia - la "coppia gemellare" di saperi a cui San Tommaso d’Aquino aveva affidato "la ricerca sull’essere umano nella sua totalita’", il compito di "tener desta la sensibilita’ per la verita’", che ha il suo culmine nella fede cristiana -, puo’ essere scambiato oggi per l’espressione piu’ alta della ragione?
Nel discorso di Ratzinger, che deve essere risuonato ancora piu’ solenne letto in sua assenza, e’ detto con chiarezza quali siano la radice e l’albero, la forza propulsiva creatrice e le diramazioni dell’umano: "Se pero’ la ragione diventa sorda al grande messaggio che le viene dalla fede cristiana... inaridisce come un albero le cui radici non raggiungano piu’ le acque che gli danno vita... Applicato alla nostra cultura europea cio’ significa: se essa vuole solo autocostruirsi in base al cerchio delle proprie argomentazioni e... preoccupata della sua laicita’, si distacca dalle radici delle quali vive, allora non diventa piu’ ragionevole e piu’ pura, ma si scompone e si frantuma".
Dopo il lungo, combattuto percorso, che ha portato alla separazione tra Chiesa e Stato, fede e conoscenza, come e’ possibile che la fede torni ad essere "forza purificatrice" che aiuta la ragione ad "essere piu’ se stessa"?
Una risposta, o una chiave interpretativa, la offre Giuliano Ferrara, il paladino piu’ acceso di quello che definisce il "Papa della ragione", nel suo editoriale ("Il Foglio" del 17 gennaio 2008). Il merito, che fa di Benedetto XVI un "Papa a disposizione del suo tempo", e’ di aver rafforzato "l’identita’ cristiana e cattolica nel mondo", di aver dato "un aiuto insperato a un’epoca di svuotamento tendenziale del vivere e del convivere.
Specie in relazione al risveglio del temperamento piu’ fanatico di un certo islamismo radicale". Che cosa si debba intendere per "vivere e convivere", e’ detto piu’ estesamente da Ritanna Armeni su "Liberazione" (16 gennaio 2008): "Il papa interviene sulle manifestazioni della vita e della societa’ che toccano aspetti fondanti dei valori religiosi cattolici: la vita, la morte, la pace, la guerra, la scienza, la politica".
E’ su questa "battaglia di valori", "iniziata dalla Chiesa, e non solo da essa, sulla Legge 40 e proseguita sui vari terreni, dall’eutanasia alla famiglia e alle unioni civili e ora all’aborto", che il fronte laico dovrebbe "accettare il confronto". La "lezione" del papa alla Sapienza, stando alle dichiarazioni del rettore, avrebbe dovuto essere "il polo di irradiazione in altri atenei... per la proclamazione e la difesa di alcuni valori... un momento importante di riflessione per credenti e non credenti su problemi etici e civili, quale l’impegno per la moratoria della pena di morte", e, prevedibilmente, per la moratoria sull’aborto.
Se la violazione piu’ plateale della liberta’ di ricerca, che ha nell’universita’ il suo luogo piu’ autorevole, non ha registrato se non qualche raro grido di allarme, e’ perche’ evidentemente la separazione tra fede e conoscenza e’ un traguardo ancora lontano dall’Occidente laico e democratico, molto piu’ di quanto lo sia quella tra Chiesa e Stato.
La "confusione" appare oggi piu’ profonda - sedimento di pregiudizi e paure antiche -, nel momento in cui affiorano alla sfera pubblica esperienze essenziali dell’umano, come la nascita, la morte, la sessualita’, la procreazione.
E’ su questo terreno che la "sensibilita’ etica" va ad appiattirsi dentro quella "sensibilita’ alla verita’", di cui la Chiesa fa depositario il messaggio cristiano, l’unica "istanza" che, secondo Benedetto XVI, sfugge al le logiche dell’"interesse" e dell’"utile", dentro cui si muovono i partiti e in generale le istituzioni laiche.
Di fronte agli sviluppi imprevedibili di un sapere tecnico-scientifico, che sembra non conoscere limiti, sottoposto alla pressione di potenti interessi economici e politici, non e’ difficile, per una autorita’ apparentemente neutrale e dedita alle cose dello spirito, far balenare il pericolo di una incombente "disumanita’", e convincere le scienze storiche e umanistiche ad accogliere, "criticamente e insieme docilmente", la sapienza delle grandi tradizioni religiose. In primis, del cattolicesimo.
Si comprende meglio, a questo punto, che cosa abbia aperto, sul fronte laico, un vuoto cosi’ grande di "ragioni" proprie: il discredito caduto sulle istituzioni politiche, la resistenza della sinistra a trovare nessi tra vita e politica, la tentazione di un potere in crisi di appoggiarsi alla sua stampella secolare, il "sacro", e a chi se ne fa depositario unico, cioe’ la religione. Ma, al centro, come ha visto lucidamente Enzo Mazzi ("Il manifesto" del 16 gennaio 2008) c’e’ la competizione tra culture maschili, "la fede impallidita" e la fiorente ragione scientifica, alleate "per togliersi di mezzo la donna, radicale ostacolo alla cultura del dominio".
_____
* Fonte:
NONVIOLENZA. FEMMINILE PLURALE.
Supplemento settimanale del giovedi’ de "La nonviolenza e’ in cammino"
Numero 155 del 31 gennaio 2008
* 1. [Dal sito della Libera universita’ delle donne di Milano (www.universitadelledonne.it) riprendiamo il seguente testo dal titolo completo "Per un piano nazionale di educazione e sensibilizzazione contro la violenza di genere" del 21 gennaio 2008.
** 2. [Dal sito della Libera universita’ delle donne di Milano (www.universitadelledonne.it) riprendiamo il seguente articolo apparso sul quotidiano "Liberazione" del 25 gennaio 2008 col titolo "La ragione subordinata alla fede, il mondo alla rovescia dei laici". ....]
Una ricerca dell’Istat sfata molti luoghi comuni sui reati a sfondo sessuale
Secondo i dati resi noti dall’istituto solo il 10% delle violenze arriva da stranieri
Il 90% degli stupri commesso da italiani
Il rischio maggiore da familiari e conoscenti *
ROMA - Lo stereotipo dello "stupratore medio", secondo molti italiani, è quello dell’immigrato. Ma la realtà è molto diversa. Il sessantanove per cento delle violenze nel nostro Paese è opera di partner, mariti o fidanzati. E solo in sei casi su cento il colpevole è estraneo alla cerchia familiare o delle conoscenze. Tra questi, non più del dieci per cento viene commesso da persone di origine straniera.
E’ quanto risulta da uno studio dell’Istat, che ha aperto nella sua sede centrale il Global Forum sulle statistiche di genere. Secondo i dati raccolti, la maggioranza delle violenze più gravi subite dalle donne è dunque domestica: un vero e proprio ribaltamento dei luoghi comuni sulla pericolosità degli stranieri.
La ricerca è stata effettuata su un campione di donne di età compresa tra i 16 e i 70 anni e si riferisce al periodo tra gennaio e ottobre 2006.
"Se anche considerassimo che di questi estranei la metà fossero immigrati - ha spiegato Linda Laura Sabbadini, direttore centrale Istat per le indagini su condizione e qualità della vita - si arriverebbe comunque al tre per cento degli stupri, e se anche ci aggiungessimo il cinquanta per cento dei conoscenti, al massimo si arriverebbe al dieci del totale. Dati in totale contrasto con la percezione diffusa".
"Nell’immaginario collettivo - continua - gli stupri per le strade sono quasi sempre opera di immigrati. Ma non fare i conti con le statistiche può portare ad orientare in modo errato le priorità e il tipo di politiche".
Il presidente dell’istituto, Luigi Biggeri, ha ricordato che l’Istat ha avviato e vuole continuare il processo di riforma delle statistiche ufficiali. L’obiettivo è quello di fare luce sui temi caldi che fanno discutere il Paese e sfatare i luoghi comuni che in certi casi dominano l’opinione pubblica.
"Ma il nostro lavoro non si ferma qui: dovremo porre l’attenzione anche su altre tematiche come la discriminazione, terreno difficilissimo ma che ormai necessita di essere misurato in tutte le sue manifestazioni".
* la Repubblica, 10 dicembre 2007.
Manifestazione nazionale contro la violenza sulle donne
di Cristina Pecchioli
http://www.controviolenzadonne.org/
Care amiche,
è necessario e urgente organizzare quanto prima una manifestazione nazionale contro la violenza sulle donne.
La vita di molte ragazze e di molte donne continua a essere spezzata, le loro capacità intellettive e affettive brutalmente compromesse. Il femminicidio per ‘amore’ di padri, fidanzati o ex mariti è una vergogna senza fine che continua a passare come devianza di singoli. Il tema continua a essere trattato dai mezzi di informazione come cronaca pura, avallando la tesi che si tratti di qualcosa di ineluttabile, mentre stiamo assistendo impotenti ad un grave arretramento culturale, rafforzato da una mercificazione senza precedenti del corpo delle donne.
I numeri, lo sappiamo tutte, sono impressionanti:
Oltre 14 milioni di donne italiane sono state oggetto di violenza fisica, sessuale e psicologica nella loro vita.
La maggior parte di queste violenze arrivano dal partner (come il 69,7% degli stupri) o dall’ambito familiare
Oltre il 94% non è mai stata denunciata. Solo nel 24,8% dei casi la violenza è stata ad opera di uno sconosciuto, mentre
si abbassa l’età media delle vittime:
Un milione e 400mila ha subito uno stupro prima dei 16 anni.
Solo il 18,2% delle donne considera la violenza subita in famiglia un ‘reato’, mentre il 44% lo giudica semplicemente
‘qualcosa di sbagliato’ e ben il 36% solo ‘qualcosa che è accaduto’. (dati Istat)
La violenza sulle donne è accettata storicamente e socialmente. Viene inflitta senza differenza di età, colore della pelle o status ed è il peggiore crimine contro l’umanità. Quello di una parte contro l’altra. La politica e le istituzioni d’altro canto continuano a ignorare il tema pubblicamente.
Senza una battaglia culturale che sconfigga una volta per tutte patriarcato e maschilismo, non sarà possibile attivare un nuovo patto di convivenza tra uomini e donne che tanto gioverebbe alla parola civiltà.
Una grande manifestazione nazionale dove tutte le donne possano scendere di nuovo in piazza a fianco delle donne vittime di violenza e per i diritti delle donne, può e deve riportare il tema al centro del dibattito culturale e politico.
Ma è importante sapere quante siamo, perché per farci sentire dovremo essere in molte.
Vi preghiamo di sottoscrivere e di diffondere il più possibile questo appello inoltrando il link del sito ad amiche e associazioni.
Vi invitiamo a seguire gli aggiornamenti sul sito.
Un caro saluto a tutte
controviolenzadonne.org
Cristina Pecchioli - Uff.Stampa CGIL Lombardia
e-mail: cristina.pecchioli@cgil.lombardia.it
VIALE MARELLI, 497 - 20099 SESTO S.GIOVANNI
Tel. ++39-02 26254324 - Fax ++39 02 26254351
Cell. 3357491392
http://www.cgil.lombardia.it
* il dialogo, Venerdì, 19 ottobre 2007
Da Santoro attacchi a Mastella. Il pm: "Pressioni e intimidazioni da ambienti istituzionali"
Polemiche per i tabulati raccolti dal magistrato, il caso potrebbe finire davanti al Csm
La Forleo con De Magistris
"Basta don Rodrigo al sud"
di LIANA MILELLA *
ROMA - "Luigi è un collega che sta subendo intimidazioni e pressioni per aver scoperchiato delle pentole che non andavano scoperchiate, e soprattutto per aver indagato sulle toghe lucane". A difendere con calore il pm di Catanzaro Luigi De Magistris, per cui il Guardasigilli Clemente Mastella ha chiesto al Csm il trasferimento cautelare, arriva a sorpresa, ad Annozero di Michele Santoro, il gip di Milano Clementina Forleo. Da donna del sud per un uomo del sud. Lei pugliese, lui napoletano.
La Forleo esordisce così: "Vengo dalla Puglia, una terra che amo, e dove vedo cose che puntualmente denuncio, anche se comincio a vedere dei passi avanti. Conosco gli sforzi e i sacrifici perché vinca il senso dello Stato e perché la legge sia uguale per tutti. Per me era un dovere essere qui e intervenire come magistrato a favore di De Magistris e di tanti altri colleghi che operano in territori difficili. Luigi ha avuto la sventura di imbattersi più di una volta nei cosiddetti poteri forti o meglio negli interessi collegati ai poteri forti. Ha pagato e sta pagando, ma è il coraggio quello che conta".
Poi l’affondo durissimo contro i politici e la politica fatta nel Mezzogiorno: "È ora che il Sud si liberi dei don Rodrigo e dei suoi bravi". E le conseguenze per un giudice che non si tira indietro davanti ai "poteri forti": "Si finisce per essere lasciati soli da tanti colleghi. Dopo aver fatto scelte scomode via via si perdono gli inviti a cena e a teatro". E quello che è successo ancora ieri quando si è sparsa la notizia che la Forleo sarebbe andata in tv: "Ho ricevuto molte telefonate in cui mi raccomandavano prudenza. Allora mi sono ricordata dei santini appesi nelle auto degli anni Cinquanta "attenta a non sbattere"".
Su De Magistris la sezione disciplinare del Csm avrebbe dovuto decidere lunedì prossimo, ma ieri il vicepresidente Nicola Mancino non ha escluso che ci potrebbe essere uno slittamento per la mole di pagine del dossier a cui, su richiesta del ministro, si aggiungeranno i rapporti della prima commissione che ha lavorato sulle toghe lucane. Ma De Magistris è tranquillo, rompe il silenzio, e a Sandro Ruotolo di Annozero dichiara: "Sono sotto ispezione, senza soluzione di continuità, da circa tre anni. E ciò conferma la bontà del lavoro investigativo che sto facendo. Peccato che da due anni trascorra due giorni alla settimana, il sabato e la domenica, a difendermi".
Anche se gli ispettori glielo contestano, De Magistris insiste sulle minacce ricevute: "Ho subito pressioni e intimidazioni da ambienti istituzionali". È pesante la denuncia di un’incredibile condizioni logistica: "Sono sotto tutela, ma ho una vettura blindata senza benzina. Devo metterla di tasca mia. Quando propongo di usaree la mia auto, mi vietano di posteggiarla sotto il palazzo di giustizia e se chiedo come devo fare mi rispondono " dovrebbe stare a casa"". Anche De Magistris si sente solo: "Una dose di solitudine fa parte del mestiere. Ma qui ne avverto una profonda e inquietante. È la solitudine istituzionale. Ma la gente mi è vicina".
De Magistris nega di aver utilizzato i tabulati telefonici di Prodi, di molti ministri (tra cui Mastella e Amato), di Mancino, dei vertici delle polizie. Mentre monta la protesta politica bipartisan (lo difende Di Pietro, lo attaccano l’Udeur di Mastella, il forzista Cicchitto, il centrista Vietti), il magistrato smentisce e replica seccamente: "La sequela di nomi citati non forma oggetto alcuno, né diretto, né indiretto, delle indagini preliminari del mio ufficio. Non sono l’autore di un grande fratello giudiziario".
Il suo consulente Gioacchino Genchi, che si è occupato di tutte le intercettazioni, parla di "bufala mediatica" e di "ulteriore tentativo di delegittimazione", ma al Csm vogliono vederci chiaro. L’ex pm Felice Casson, ora senatore dell’Ulivo, fa un’interrogazione e chiede che Mastella chiarisca al più presto in Parlamento.
* la Repubblica, 5 ottobre 2007.
ISRAELE: KATSAV SI E’ DIMESSO
ascolta la notizia. Gerusalemme, 29 giu. (Adnkronos) - Il presidente israeliano Moshe Katsav ha presentato le sue dimissioni al presidente della Knesset, il parlamento israeliano, Dalia Itzik. Le dimissioni saranno effettive da domenica sera. A questo punto la Itzik, che e’ gia’ presidente facente funzioni, diventera’ presidente a interim fino alla scadenza naturale del mandato di Katsav, il 15 luglio. A quella data s’insediera’ il nuovo presidente Shimon Peres, gia’ nominato dalla Knesset.
I risultati di una ricerca sulla violenza sulle donne diffusi al Meeting di San Rossore
In Italia un omicidio in famiglia ogni 2 giorni: in 7 casi su 10 vittima una donna
"Nel mondo viene uccisa
una donna ogni 8 minuti" *
SAN ROSSORE (PISA) - Nel mondo, ogni 8 minuti, viene uccisa una donna. Il dato è emerso da un’indagine relativa all’anno al 2003 presentata da Josè Sanmartin, direttore del centro spagnolo per lo studio della violenza Santa Sofia, oggi a San Rossore il cui tradizionale meeting quest’anno è dedicato a "I bambini, le donne".
"Nel 2000 - ha dichiarato Sanmartin - gli omicidi di donne erano uno ogni dieci minuti". dallo studio è nata una vera e propria classifica. Su 40 paesi esaminati quello che vanta il poco invidiabile primato è il Guatemala, con un’incidenza di 122,80 donne assassinate per ogni milione di donne abitanti. Al secondo posto della classifica la Colombia, con 70,20 omicidi per ogni milione. Al terzo El Salvador con 66,38.
Il primato in Europa tocca al Belgio all’ottavo posto nella graduatoria mondiale con un’incidenza di 29,30 donne uccise ogni milione. L’Italia è al 34esimo posto su 40, con 6,57 assassini per milione. I paesi dove più si contano assassini di donne sono latino americani (i primi dieci posti), con una media di 41,02 vittime ogni milione, contro 12,29 dell’Europa.
In Europa i delitti nei confronti delle donne all’interno della famiglia riguardano 5,84 donne su un milione; in Italia - riferisce la ricerca spagnola - si scende a 4,24. Il numero più alto si registra in Ungheria (16,15), seguita da Lussemburgo (13,16). Le donne uccise dal partner sono in Europa 5,78 per milione; il numero più elevato si riscontra nei paesi del Nord, soprattutto a causa dell’abuso di alcol durante i fine settimana.
La Regione Toscana, a sua volta, ha diffuso alcuni dati che si basano su parametri diversi ma che raccontano comunque di un fenomeno, quella della violenza in famiglia e nello specifico sulle donne, "drammaticamente in crescita". Nel 2005 si è registrato in Italia un omicidio in famiglia ogni 2 giorni: in 7 casi su 10 la vittima è una donna.
A livello mondiale, la violenza domestica è la prima causa di morte per le donne tra i 16 e i 44 anni. Uccide più il marito o il fidanzato o l’amante, a volte anche i figli, più del cancro, degli incidenti stradali e delle guerre.
* la Repubblica, 20 luglio 2007
A PARTIRE DAL PRESENTE .... UNA CHIAVE PER CAPIRE LA CONFUSIONE IDEOLOGICA E SPIRITUALE (OLTRE CHE LA DERIVA NAZISTOIDE) DELLA "FAMIGLIA" VATICANA. Avendo buttato a mare tutta la tradizione critica e cristiana, i "cattolici" confondono (livello "storico" e livello "logico" e - in piena notte "edipica" - vogliono riportare direttamente l’ intera famiglia umana ... alla preistoria!!! (fls)
Se la famiglia risale alla preistoria
di Fiorenzo Facchini (Avvenire. 17.03.2007)
Nel dibattito in corso sulla famiglia si registrano proposte di legge relative a nuove forme di aggregato o surrogato familiare. C’è chi ha scritto che la famiglia sarebbe una invenzione del cristianesimo. C’è perfino chi ritiene superata la finalità procreativa della coppia prospettando la possibilità di separare procreazione e sessualità mediante le biotecnologie. Sono posizioni tipicamente ideologiche in cui si dimenticano le esigenze squisitamente antropologiche che fondano la famiglia e sono alla base dello sviluppo e del successo della specie umana.
Frugando nelle pieghe del passato si può cercare se e quale possa essere stato il ruolo della famiglia presso i nostri antenati, soprattutto quale famiglia potessero avere. Non mancano documenti su sepolture di madre e bambino, come attesta la più antica sepoltura, datata a 90.000 anni fa e trovata a Qafzè (Israele). Assai interessante la sepoltura (familiare?) di Sungir (Russia, 28.000 anni fa) con un anziano, una donna e due ragazzi. Il tema della sessualità e della coppia emerge con grande evidenza nelle incisioni rupestri della Val Camonica, e si ritrova anche nei petroglifi dell’Asia centrale.
Ma quale poteva essere il modello familiare nelle prime forme umane? Vari argomenti suggeriscono un’organizzazione basata su un nucleo familiare stabile, imperniato sulla coppia.
Lo richiedeva la stessa condizione umana. La prole, generata in uno stato di immaturità, comporta un periodo molto più lungo di crescita, documentato anche dagli studi sulla crescita dei denti in reperti preistorici, rispetto ai primati non umani e fonda duraturi rapporti parentali e di coppia. Il periodo di dipendenza dai genitori assume un significato educativo e consente l’apprendimento per quei comportamenti tipicamente bioculturali, come il bipedismo, il linguaggio e l’uso delle mani nella tecnologia. Viene ammessa una diversificazione di compiti per l’uomo e la donna, il primo impegnato per la caccia, la seconda per la cura della prole, ma anche nella raccolta di cibo nelle vicinanze della base familiare.
Tutto ciò porta a escludere la promiscuità o modelli simili a quelli dei Primati attuali. Isaac sostiene l’ipotesi di una sussistenza duale reciproca richiesta dalla strategie di caccia e raccolta. Lovejoy, che ha studiato il comportamento sociale degli Ominidi, pone l’accento su relazioni stabili tra individui dei due sessi. Secondo questo autore il comportamento riproduttivo legato a in gruppo bifocale, cioè a una coppia monogama, doveva costituire la forma nucleare primitiva di aggregato familiare che sostituì il modello matrifocale degli scimpanzè.
Anche secondo Quiatt e Kelso con l’ominizzazione si ha un passaggio a un’economia duale reciproca a carattere stabile, con legami intrafamiliari non soltanto per l’allevamento della prole, ma anche per possibili ruoli secondari all’interno della famiglia (nonni, zii) in ordine all’acquisizione e trasmissione di aspetti culturali.
L’aggregato familiare consente una intensa prolungata cooperazione parentale, specialmente nell’allevamento della prole. Reali esigenze di carattere biologico ed educativo fondano la famiglia, primo ambito della inculturazione, facendole assumere anche sul piano adattativo un ruolo fondamentale per il successo per la specie umana.
Le donne rassegnate alla violenza
di CHIARA SARACENO (La Stampa, 22.02.2007)
Il rischio di subire un qualche tipo di violenza da un uomo - a casa o fuori - sembra far parte della normalità femminile. Quasi una donna tra i 16 e i 70 anni su quattro ha subito violenza sessuale.
Spesso prima dei 16 anni, anche se solo per una minoranza (5% di tutte le donne, pari a circa un milione) si è trattato di stupro o tentato stupro. Quasi una donna su 5 ha subito violenze fisiche. E il 40% ha subito violenze di tipo psicologico (minacce, insulti, restrizioni della libertà e così via). Nell’anno precedente all’intervista le donne che hanno sperimentato qualche tipo di violenza sono state oltre il 5%, con una particolare concentrazione tra le giovanissime e le giovani. La maggior parte delle violenze subite sono state di tipo sessuale, seguite da quelle fisiche. E sono avvenute sia all’interno delle pareti domestiche e da parte di appartenenti alla cerchia familiare e affettiva, sia all’esterno. Sono i dati che emergono da una ricerca svolta dall’Istat nel 2006, utilizzando i criteri condivisi a livello internazionale per definire i diversi tipi di violenza.
Certo, questi dati includono anche le violenze «lievi», lo schiaffo o la tirata di capelli «occasionale». Ma non includono le molestie verbali, le telefonate oscene, l’essere seguite per strada, gli atti di esibizionismo, che pure contribuiscono non poco alla sensazione di accerchiamento e generale insicurezza che la maggior parte delle donne ha sperimentato una o più volte nel corso della propria vita proprio perché donna. La maggioranza delle vittime, inoltre, ha subito più episodi di violenza. Ciò è avvenuto con più frequenza quando l’aggressore è il partner o ex partner. Partner ed ex partner sono anche i maggiori responsabili di stupri e tentati stupri, oltre che di violenze fisiche. E le violenze subite nella sfera domestica sono in maggioranza gravi. Come testimoniato da altri studi oltre che dalla cronaca nera, per le donne non vi è davvero uno spazio sicuro, né pubblico né privato, quando è abitato anche da uomini, cioè quasi sempre. E lo spazio privato, delle relazioni private e intime è spesso il più rischioso.
Si tratta per lo più di violenze non denunciate, anche le più gravi. È questo, forse, il dato che colpisce di più. Oltre il 91% degli stupri non è denunciato. Per gli altri tipi di violenza, sessuale, fisica o psicologica, le percentuali di mancata denuncia sono ancora più alte. E se l’aggressore, specie sessuale, è il partner (marito, fidanzato, convivente) le denunce si riducono ulteriormente, anche oggi, non solo nel passato. Non si tratta solo del timore di ritorsioni. Piuttosto sembra vi sia un’accettazione più o meno rassegnata che la violenza fa parte, può fare parte, delle relazioni uomo-donna. Solo il 18% delle donne che ha subito violenza sessuale in famiglia, infatti, considera tale violenza un reato (di più se è un ex marito o ex partner a farla). Il 44% lo considera qualche cosa di sbagliato ma non penalmente rilevante e il 36% una sorta di fatalità.
D’altra parte, la stessa famiglia non sembra fornire indicazioni utili a cogliere la gravità ed eventuale pericolosità della violenza subita. Il tasso di denuncia è basso, infatti, anche tra chi si è confidata con i famigliari, mentre sale sensibilmente (quasi al 50%) tra chi si è rivolta a qualche operatore istituzionale - medico, avvocato, poliziotto, assistente sociale. Ma sono poche a farlo. E più di un terzo delle donne non ne parla con nessuno.
È questo il danno secondario prodotto dalla violenza (maschile), specie privata, familiare: molte donne la considerano vuoi inevitabile, vuoi uno scotto da pagare; quando addirittura non se ne attribuiscono la colpa. Comunque da tacere. Tra le vittime di questo danno collaterale possiamo certamente mettere la moglie che subisce le violenze quotidiane del marito, o gli perdona quelle occasionali, ma anche la ragazzina costretta a farsi toccare dai compagni, e anche quella che cede al desiderio del suo ragazzo di riprendere un momento di intimità, salvo scoprire che per lui si tratta di un trofeo da esibire su Internet. Anche questo silenzio delle vittime mostra quanto sia ancora lunga la strada della parità tra uomo e donna nel nostro Paese.
La decisione arriva dopo le denunce di molte collaboratrici e un’inchiesta durata sette mesi. Il capo dello stato è accusato anche di intralcio alla giustizia, rischia diversi anni di carcere
Il presidente israeliano Katsav sarà incriminato per stupro *
GERUSALEMME - Il presidente israeliano Moshé Katsav sarà incriminato per stupro. Lo ha annunciato il ministero della Giustizia israeliano. Il capo dello stato è stato denunciato per molestie e violenza da diverse ex collaboratrici.
Al termine della sua inchiesta, a metà ottobre, la polizia aveva raccomandato che il presidente venisse incriminato, dopo le accuse di stupro da parte di alcune sue collaboratrici, tra cui una sua ex segretaria e un’impiegata quando era ministro del Turismo. Katsav ha sempre negato le accuse.
Una parte delle vicende riguardano gli anni in cui fungeva da ministro del Turismo (1988-99) e le altre sono relative al periodo in cui - a partire dal 2000 - funge da capo dello stato.
La decisione, annunciata dal procuratore generale Menahem Mazouz, è senza precedenti nella storia di Israele, scrive il Jerusalem Post, e arriva alla conclusione di un’inchiesta durata sette mesi. Katsav è anche accusato, secondo la radio israeliana, di aver ostacolato lo svolgimento delle indagini.
La radio ha precisato che l’incriminazione non avrà comunque luogo prima che Katsav abbia ricevuto udienza dal Consigliere legale del governo, Menachem Mazuz.
Il presidente rischia dai tre ai sedici anni di prigione per i reati che gli sono contestati. In un comunicato si è detto vittima di una "spregevole campagna di diffamazione". "Intendo difendermi fino alla fine" ha aggiunto.
Secondo la legge, egli beneficia della immunità fintanto che svolge la carica di capo dello stato, ossia fino alla estate del 2007. Ma il parlamento ha la facoltà di destituirlo, fanno notare alcuni commentatori.
* la Repubblica, 23 gennaio 2007.
L’autodifesa del presidente: "Non ho compiuto alcun reato, ma se sarò incriminato mi dimetterò". Il procuratore generale si era detto pronto a procedere contro di lui per stupro, molestie e frode
Israele, Katsav si autosospende Olmert: "Ma ora deve dimettersi"
Ora anche il premier auspica che il capo dello stato si faccia da parte *
TEL AVIV - Il primo ministro israeliano ha chiesto le dimissioni del presidente Katsav, sotto accusa per lo scandalo sessuale che lo ha già costretto ad autosospendersi.
"Non ho dubbi che Katsav, nelle condizioni attuali, non può svolgere le proprie mansioni e deve lasciare la residenza del Capo dello stato" ha detto Ehud Olmert nel corso di una conferenza a Herzlya, presso Tel Aviv.
In considerazione della probabile incriminazione per abusi sessuali, il capo dello stato oggi si è autosospeso. Con una lettera al Parlamento i suoi avvocati hanno chiesto di dichiararlo temporaneamente sospeso dalle proprie funzioni. In base alla legge israeliana, queste saranno svolte dalla presidente della Knesset, Dalia Itzik.
Ma parlando al Paese, in serata, Katsav ha continuato a sostenere la propria innocenza. In una conferenza stampa in cui non sono mancati scambi tesi con i giornalisti presenti in aula, il presidente, tradendo tutta la sua emozione, ha respinto con forza le accuse. "Sono sottoposto a una persecuzione, a un basso complotto nei miei confronti" ha detto il capo dello stato. "Sono determinato a combattere fino al mio ultimo respiro per dimostrare la mia innocenza".
"Le accuse contro di me sono velenose e infondate", ha detto ancora, aggiungendo di non aver commesso alcun reato di quelli che gli vengono contestati. Se sarà effettivamente incriminato, ha detto ancora, si dimetterà nel giro di un minuto.
Il presidente è stato particolarmente polemico nei confronti dei giornalisti: "Sono stato attaccato dal tribunale della stampa", ha esclamato Katsav, che ha avuto un diverbio acceso con un corrispondente del Canale 2, l’emittente che per prima ha riferito dello scandalo sessuale.
Il procuratore generale Mazouz aveva reso nota ieri l’intenzione di procedere all’incriminazione nei confronti del presidente per diversi gravi reati fra cui stupro, molestie sessuali, frode e intralcio alla giustizia.
L’annuncio, giunto al termine di un’indagine durata sei mesi e scaturita dalla denuncia di quattro collaboratrici che avevano lavorato alle sue dirette dipendenze, ha provocato un terremoto politico, con molti deputati della Knesset che si stanno organizzando per chiedere la destituzione forzata del presidente qualora non si dimettesse. E il ministro dell’istruzione, Yuli Tamir, ha ventilato l’ipotesi di togliere da tutte le aule scolastiche le foto del capo dello stato sotto accusa.
Da parte sua, Katsav continua a gridare al complotto. Un suo collaboratore, l’avvocato Amnon Shomron, ha duramente attaccato oggi la segretaria che accusa il capo di dello stato di averla violentata nel suo ufficio, e ha affermato alla radio militare che "ci sono prove che essa in passato ha esercitato la prostituzione".
Immediata la reazione dell’avvocato della segretaria, Kineret Barashi, che si è detta sconvolta "per la bassezza degli attacchi che giungono dall’entourage di Katsav". Barashi ha anticipato che querelerà Shomron per diffamazione.
Katsav, che ha 61 anni, dovrebbe terminare il proprio mandato in luglio. In base alla legge israeliana, un presidente non può essere processato mentre è in carica, ma il parlamento ha la facoltà di metterlo in stato d’accusa.
Lo scandalo è scoppiato lo scorso anno, quando diverse impiegate che avevano lavorato alle sue dipendenze, prima come ministro del Turismo, poi come presidente, avevano sporto denuncia alla polizia accusando Katsav di molestie sessuali.
Il ministro della Giustizia, citando quattro delle donne che si sono presentate come vittime delle violenze, ha reso noto martedì di voler incriminare il presidente per stupro e per aver sfruttato la sua posizione di potere per molestare le sue dipendenti.
Il procuratore generale Mazouz ha detto che concederà un’udienza alla difesa per poter presentare i propri argomenti prima di procedere all’incriminazione formale del presidente. L’udienza dovrebbe avere luogo nelle prossime settimane.
* la Repubblica, 24 gennaio 2007
L’ultima esecuzione: due uccise perché non avevano abbandonato le lezioni. In pochi mesi bruciate decine di scuole frequentate dalle bambine afgane
Afghanistan: l’eccidio delle insegnanti cinquanta uccise nell’ultimo anno
di GAIA GIULIANI *
Cinque persone della stessa famiglia sono state uccise due giorni fa, a colpi di arma da fuoco, nella loro casa nell’Afghanistan orientale. Due lavoravano come insegnanti. Entrambe erano donne. Un reato gravissimo quando i talebani erano al governo. Ma forse lo è ancora. Da mesi il primo ministro Karzai fa pressioni sul governo affinché venga ripristinato il Dipartimento per la prevenzione del vizio e la promozione della virtù, creatura del passato regime che il nuovo vorrebbe riesumare. E che ha già ottenuto larghi consensi e l’approvazione da parte del gabinetto di Karzai.
Nella sua opera di supervisione e correzione dei costumi il Dipartimento poteva comminare pene come la lapidazione per donne sfiorate dal sospetto di adulterio, frustate in pubblico per quelle che avessero mostrato le caviglie, punizioni corporali per chi portava i tacchi - fanno rumore e l’arrivo della donna deve passare inosservato - ma anche il taglio delle dita se trovate con le unghie laccate. Esempio questo citato anche da Cherie Blair all’indomani del 7 ottobre 2001, in un incontro organizzato a Downing Street con una rappresentanza femminile dell’Afghanistan. Anche il veto di svolgere lavori al di fuori di quelli casalinghi, e la proibizione tassativa di ogni tipo di istruzione era un suo diktat.
Un passo indietro il ritorno del Dipartimento, un passo avanti per frenare la corruzione morale del momento secondo le frange fondamentaliste. Perché l’Afghanistan è dilaniato dalle contraddizioni: nella provincia del Kandahar, al confine col Pakistan delle madrasse talebane, e dove germogliò il movimento taliban, il commercio di oppio e di alcol ha raggiunto picchi inaspettati, idem per quanto riguarda la pornografia.
La reazione degli ultratradizionalisti è feroce. Hanno ricominciato a bruciare le scuole dove studiano le ragazze, ammazzando sotto gli occhi degli studenti gli insegnati che impartiscono lezioni alle donne. Secondo un dato rilevato dall’agenzia Reuters alla fine di novembre, quasi 100 donne del Kandahar avrebbero tentato il suicidio - dandosi fuoco o ingerendo veleno - nel corso degli ultimi otto mesi.
L’omicidio delle due insegnanti si inserisce in questa recrudescenza fondamentalista. Tra il 2005 e il 2006 circa cinquanta insegnanti donne sono state uccise da sicari legati ad ambienti talebani. In un rapporto stilato da Human Right Watch un paio di mesi fa, si legge che gli attacchi incendiari alle scuole sarebbero in netto aumento in tutto il paese, terrorizzando le famiglie che preferiscono tenere i figli a casa. Le conseguenze, sempre secondo Hrw, sono che la maggior parte delle bambine che avrebbero accesso alla scuola primaria non viene iscritta, mentre solo il 5% delle adolescenti frequenta le superiori.
Secondo uno studio dell’Unifem, il fondo delle Nazioni Unite dedicato allo sviluppo femminile nel mondo, il 65% delle vedove di Kabul vede nel suicidio l’unico mezzo per sottrarsi alla repressione maschile nell’Afghanistan post talebana. Lo stesso documento ha rilevato come la maggior parte delle afgane siano vittime di violenze sessuali, violenze inaspritesi nel corso degli ultimi cinque anni. Una voce contro gli abusi, contro i finanziamenti americani alle madrasse, foraggiate per controbilanciare l’ingerenza sovietica nel paese, era quella di Meena che nel ’77, a vent’anni, creò il Rawa (Revolutionary Association of the Women of Afghanistan), il primo movimento a difesa dei diritti delle donne.
La ammazzarono dieci anni dopo, dopo che era riuscita a fondare scuole in cui era ammessa la presenza femminile e centri di accoglienza. La sua associazione si batte ancora per il riconoscimento delle pari opportunità ma, lamentano le sue discepole, è ancora impossibile aprire una sede del Rawa anche solo a Kabul, la capitale "libera" dalle strettoie integraliste in cui le donne possono lasciare a casa il velo a differenza di quanto accade nei villaggi o al sud. E’ stata Rawa a diffondere il filmato dell’uccisione di Zarmeena, la donna afgana ammazzata con un colpo di kalashnikov all’interno di uno stadio mentre i sette figli guardavano l’esecuzione dagli spalti.
In una sua poesia Meena, che aveva lasciato l’università per la causa in un periodo in cui le donne potevano ancora frequentarla, si definiva "la donna che si è svegliata, la donna risorta e divenuta tempesta fra le ceneri dei miei figli bruciati". Time Asia l’ha inclusa tra i 60 eroi storici scelti per festeggiare il suo sessantesimo anno di vita insieme al Mahtma Gandhi, al Dalai Lama e a Madre Teresa di Calcutta, ma la sua bufera è ancora sospesa sul cielo dell’Afghanistan liberato dai talebani.
* la Repubblica, 11 dicembre 2006
Il velo degli uomini
di Ida Dominijanni (il manifesto, 25.11.2006)
Ne uccide e ne mutila più la violenza maschile che l’infarto, o il cancro, o la oggi tanto esecrata anoressia. Prima causa di morte e di invalidità permanente per le donne di tutto il mondo, così dicono i dati ufficiali. La mobilitazione e le manifestazioni di oggi non serviranno certo a eliminarla, come si propongono negli slogan, ma a imporla al discorso pubblico forse sì. Anche se a parlare, ancora una volta, sono le vittime, nel silenzio e nella latitanza dei carnefici. Le piazze ci accolgono, i giornali ci chiedono di scriverne, le radio di parlarne, i salotti televisivi non mancheranno di tingersi di rosa.
Proviamo a immaginare una scena rovesciata: che sia un uomo a scrivere questo editoriale, uomini a prendere il microfono, uomini a scendere in piazza e ad esporsi in tv. A dirci perché loro, o un loro amico o un loro nemico o un loro vicino di casa, sentono di tanto in tanto l’incontenibile impulso a far male a una donna, a possederla violentemente, o a eliminarla dal creato; a chiudere una storia d’amore infilando l’ex amata in un cassonetto, o a costringere ad amarli una che non vuol saperne, o più semplicemente a malmenare la moglie o la figlia al riparo delle mura domestiche, nel regno di una privacy delinquenziale che nessuna intercettazione infrange. Perché?
La domanda resta senza risposta. E la sessualità maschile, a onta delle sue manifestazioni così eclatantemente visibili, resta avvolta nel velo di una omertà autorizzante e assolvente. Conosciamo l’obiezione: non tutti gli uomini sono così. Certo che no, infatti sono gli altri quelli che amiamo. Ma quelli che amiamo dovrebbero impegnarsi almeno loro a togliere quel velo, non dal viso delle donne islamiche, ma dal corpo degli uomini violenti. Solo alcuni, pochi, cominciano a farlo; i più si fanno scudo della sociologia, o dell’ideologia: è colpa della guerra, è colpa dei neocons, è colpa del sabato in discoteca, è colpa dei fondamentalismi, è colpa dell’Islam, è colpa dei barbari che ci invadono. C’è sempre un altro su cui proiettare la colpa e scaricare la responsabilità, negando l’evidenza e sfocando il problema.
L’evidenza, quella cruda dei numeri, mostra che la violenza sulle donne è trasversale e globale, sconfina fra civiltà, razze e continenti e non risparmia affatto l’Occidente opulento e democratico, al contrario. Il problema infatti non regredisce, ma al contrario si ripresenta, come un sintomo ritornante e irrisolto e inasprito, laddove più solida è la libertà guadagnata dalle donne. I libri, pochi e preziosi, che tracciano la storia della maschilità occidentale lo spiegano bene: c’è regressione e reazione maschile, dall’Ottocento in poi, ogni volta che c’è uno scatto di libertà femminile. Ogni volta, l’insicurezza e lo spaesamento maschile per «la donna nuova» si arma di violenza e si traveste di virilismo; e appena può (anche oggi) va al fronte, o inventa fronti inesistenti (come oggi, con lo scontro di civiltà e le guerre culturali). E’ questo il prezzo che dobbiamo pagare? Non vogliamo pagarlo. Non vogliamo che lo paghino né le più deboli né le più forti. Toglietevi quel velo.
QUATTRO STUDENTI HANNO MOLESTATO UNA RAGAZZINa DELLE SCUOLE MEDIE
Arrestati a Reggio Calabria, si vantavano delle bravate
di ROCCO VALENTI *
REGGIO CALABRIA Per qualcuno era anche un vanto. E andava a raccontare quella violenza sessuale di gruppo su una dodicenne. Accusa per la quale ieri mattina quattro minorenni di Reggio Calabria sono stati arrestati: il più grande ha sedici anni, gli altri poco più di 14. Rione Modena, tarda sera. I quattro notano la ragazzina, la costringono a seguirla in un luogo appartato e la costringono a compiere atti sessuali. Poi il ritorno a casa e la vita e le abitudini che non cambiano. Studenti e sbruffoni, al punto da mettere in giro la voce di quell’impresa, quella spregevole impresa che ha fatto piangere in silenzio, lontano dagli occhi dei familiari, una ragazzina di dodici anni, studentessa alle medie. Un dolore e un tormento tenuti pudicamente nascosti. Per vergogna più che per paura delle minacce che quei quattro le hanno rivolto per indurla a non far parola di quello che le era accaduto.
L’indagine
Dopo qualche giorno le parole dei quattro ragazzi hanno preso a circolare con insistenza, fino ad arrivare all’orecchio di una donna che vive nel rione, amica dei genitori della ragazzina vittima degli abusi sessuali. E quando questa le ha riferite ai genitori della ragazza, l’incubo ha preso corpo anche fuori dal dramma interiore di lei, taciturna, pensierosa, offesa, impaurita. I genitori hanno avuto dalla ragazzina la conferma che mai avrebbero voluto avere e così si sono rivolti ai carabinieri; a quel punto la violenza del branco è diventata oggetto da inchiesta penale, che Carlo Macrì, procuratore della Repubblica presso il Tribunale per i minorenni di Reggio Calabria, ha voluto seguire personalmente. Ha sentito la ragazzina, con l’assistenza di psicologi del Centro per la tutela dei minori di Reggio, ha disposto accertamenti, ha raccolto gli esiti delle indagini fatte dai carabinieri del Comando provinciale e ha chiesto e ottenuto dal giudice per le indagini preliminari l’emissione di quattro ordinanze di custodia cautelare. Eseguite ieri mattina.
Famiglie normali
I quattro ragazzi studiano in alcuni istituti superiori della città: uno frequenta il secondo anno, gli altri il primo. Si conoscono da tempo, si frequentano nel tempo libero, nei luoghi di ritrovo del quartiere. Vivono in famiglie assolutamente normali, senza particolari situazioni di emarginazione o disagio. Solo il padre di uno di loro ha qualche precedente con la giustizia, ma non c’è nulla che possa esser messo in relazione con quella che magari a loro sarà sembrata una «ragazzata», ma che altro non è che una squallida e terrificante vicenda di violenza sessuale di gruppo su una ragazzina di soli 12 anni. Gli indizi contro di loro, a giudicare dalla misura cautelare emessa nei loro confronti, sono schiaccianti.
Uscire dall’incubo
«Un episodio emblematico - dice uno degli investigatori che si è occupato del caso - di come oggi molti ragazzi abbiano una percezione distorta dei valori, di come la realtà sia vista sotto la lente dei reality e della finzione televisiva». Ma la realtà è altra cosa. E’ quella che sta vivendo la ragazzina, che lotta con tutta se stessa per dimenticare quell’incubo, circondata dall’affetto dei suoi genitori, ancora impauriti, e seguita dagli psicologi del Centro per la tutela dei minori di Reggio Calabria.
ANSA » 2006-11-16 16:59
PARROCO ARRESTATO A NAPOLI, ACCUSATO DI ABUSI SU UNA BAMBINA
NAPOLI - L’ex parroco sessantenne di una chiesa di Pianura, quartiere alla periferia occidentale di Napoli, è stato arrestato dai carabinieri per presunti abusi sessuali su una ragazzina di 10 anni. Nei suoi confronti è stata emessa una ordinanza di custodia agli arresti domiciliari su richiesta della procura di Napoli. I militari lo hanno rintracciato a Grottole, comune in provincia di Matera, dove il sacerdote era andato a trovare i familiari, e lo hanno condotto agli arresti nella sua abitazione napoletana.
Secondo quanto emerso dalle indagini, coordinate dal procuratore aggiunto di Napoli Alessandro Pennasilico, gli abusi sarebbero avvenuti "con frequenza quotidiana" nella sacrestia dove il sacerdote, secondo l’accusa, palpeggiava la ragazzina. Il sacerdote era stato già condannato per reati di violenza sessuale avvenuti in Sicilia nel 1995 quando il sacerdote era direttore di un istituto di assistenza. Nell’istituto siciliano avrebbe avuto rapporti sessuali con una donna ricoverata per problemi di salute mentale.
L’indagine è stata avviata il 19 settembre scorso quando nella caserma dei carabinieri di Pianura si recarono i genitori della ragazzina per presentare denuncia dopo che la figlia aveva confidato in famiglia i presunti abusi. La notizia dell’arresto di un parroco con l’accusa di pedofilia è stato accolto con profondo dolore e amarezza da monsignor Gennaro Pascarella, vescovo di Pozzuoli, la diocesi nel cui territorio ricade il quartiere partenopeo di Pianura. Nessun commento ufficiale della curia di Pozzuoli, che mantiene sulla vicenda uno stretto riserbo. T.T.A., il sacerdote al centro dell’inchiesta, era già stato trasferito ad altro incarico e in un’altra diocesi da un paio di settimane.
L’ex parroco apparterebbe all’ordine religioso dei Vocazionisti, congregazione fondata da don Giustino Russolillo, per il quale è in corso il processo di canonizzazione. A Pianura si trova la casa madre dei Vocazionisti. Il superiore della casa, don Giacomo Caprara, ha detto di "non aver nulla da dire" sull’episodio. L’arresto ha fatto scattare la sospensione del religioso dall’ufficio di parroco. Per ulteriori provvedimenti da parte dell’autorità ecclesiale si attendono gli sviluppi dell’inchiesta della magistratura.
16/11/2006 - Comunicato Stampa - Ufficio stampa Arcigay
***
PER L’ELIMINAZIONE DELLA VIOLENZA CONTRO LE DONNE
Il 25 novembre un ponte unirà la manifestazione "Usciamo... la notte" di Milano con quella di Brescia "Diverse da chi?". Ancora una volta Usciamo dal silenzio, ArciLesbica ed Arcigay in piazza insieme.
Il 25 novembre è la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne secondo quanto deciso dall’Onu.
Ancora una volta le donne scendono in piazza, in varie forme e modalità in tutta Italia, per riprendersi i loro spazi, per affermare le loro idee. A Milano l’assemblea di Usciamo dal Silenzio, promuove una manifestazione dalle ore 20,30 alla Stazione Centrale dal titolo "Usciamo...la notte", una serata di festa, di lotta, di socialità, di musica e di teatro invitando le donne ad uscire dalle case per riprendersi la notte, la vita, la città.
Arcilesbica ed Arcigay hanno indetto a Brescia, alle ore 15 in Piazza della Loggia, "Diverse da chi?", una manifestazione in solidarietà con le ragazze lesbiche di Mazzano, che hanno subito diversi episodi di intimidazione.
Le due iniziative, come è già accaduto il 14 gennaio 2006, sono legate da un ponte ideale, perché la violenza contro le donne si esprime aggredendo i corpi e le soggettività, i differenti orientamenti sessuali, le identità di genere, l’autonomia e la specificità dei vissuti quotidiani.
La nostra azione comune, che si è sviluppata in questo anno con diversi momenti pubblici, iniziative, manifestazioni per denunciare violenze e soprusi, proseguirà nel tempo, perché la violenza, il machismo, la misoginia, si combattono con una forte presenza sociale e un grande impegno culturale e politico.
Usciamo dal Silenzio, Arcilesbica, Arcigay, invitano, quindi, tutte le donne, le associazioni, i gruppi, le espressioni civili della società a aderire e partecipare alle due iniziative.
Usciamo dal Silenzio
Arcilesbica Nazionale
Arcigay Nazionale
Religioni in guerra contro l’insidia dell’ateismo
di Lea Melandri *
La pedagogia con cui si vorrebbe risanare l’Italia dall’insidia dell’ateismo, considerato la fonte prima di ogni decadimento morale, passa con sempre maggiore frequenza attraverso i cerimoniali religiosi, i convegni della Cei, e i talk show televisivi. A colpi di versetti biblici e coranici, che chiunque si sente ormai di impugnare come arma per zittire l’avversario, si fa strada una pericolosa lezione di inciviltà, che il nostro Paese e il mondo intero potrebbe pagare a caro prezzo.
Parlando dell’Islam “cupo” che sta diffondendosi rapidamente nella “più laica delle nazioni arabe”, un’intellettuale tunisina intervistata da Guido Rampoldi per La Repubblica (22.10.06) indicava, tra le cause di una così sorprendente regressione, la “stupidità” europea: «Quel vostro modo grossolano di discutere del velo: allucinante. A me il velo ripugna, ci vedo qualcosa di fascista. Ma se in Europa lo proibite nel modo più rozzo e punitivo, ne fate inevitabilmente un simbolo dell’identità araba; a quel punto metterlo diventa un punto d’onore, non metterlo una viltà. Per vietarlo finirete per imporlo a una intera generazione di immigrate».
Ciò significa che, là dove non hanno avuto presa l’oscurantismo, l’intimidazione di un capofamiglia o di una comunità, può agire il potere vincolante di leggi promulgate in nome della libertà femminile. Ma di questa palese, paradossale contraddizione, non sembrano curarsi le promotrici, all’interno del parlamento, di cordate trasversali - la “lobby rosa” proposta da Livia Turco -, convinte che l’abbandono di un velo dai molti significati, possa diventare un sicuro, visibile attestato di integrazione. E’ così che, con irresponsabile incuria, inconsapevole disattenzione, o malizia politica, ci si può intrattenere nel salotto di Bruno Vespa (Porta a Porta, lunedì 22.10.06) indifferentemente sul velo o sulla lapidazione di un’adultera ad opera di militanti di Al Quaeda in Iraq, come se fossero la stessa cosa, e come se i roghi con cui l’Inquisizione cattolica ha bruciato milioni di donne accusate, per le ragioni più varie, di “stregoneria”, fossero stati accesi non da una mano assassina ma da un fuoco purificatore. Non a caso nessuno dei presenti se ne è ricordato.
Puntati i fari dell’indignazione sull’Islam “barbaro”, divenuto immagine unica di una civiltà multiforme, maschera deformante in cui si dovrebbero riconoscere milioni di musulmani oggi cittadini europei, spariscono secoli di storia, per lasciar posto alla tranquillizzante amnesia di “cristiani rinati”.
Quanto si può regredire per ignoranza, rassegnazione, senso di impotenza, cecità indotta da messaggi martellanti, sorretti da sapienti scenografie, dalla complicità insospettabile delle massime autorità istituzionali, dalla miseria crescente di luoghi collettivi di riflessione e “vita attiva”, come direbbe Hannah Arendt?
L’odio è il peggiore dei virus, proprio perché raramente si riesce a isolarlo dalla maschera di vittimismo con cui da sempre si accoppia e si confonde, così come è difficile interrogare il circolo vizioso di azioni e ritorsioni, fomentato da partigianerie opposte e speculari. Nell’estrema confusione in cui sembra caduta una società in mutamento, nella lontananza sempre più palpabile tra interessi considerati prioritari dalla politica e le preoccupazioni della vita quotidiana, può capitare che anche una visione apocalittica, distruttiva di faticose conquiste della coscienza storica, possa, come è avvenuto al recente convegno dei cattolici a Verona, essere celebrata quasi unanimemente come una ripresa della “missione spirituale” della Chiesa.
Mi chiedo come Rosy Bindi abbia potuto leggere, nel discorso del Papa tenuto in quell’occasione, un richiamo al Vangelo, come non si sia accorta, lei così attenta a distinguere e mediare tra il suo credo religioso e il suo impegno politico, che è proprio nella progressiva “secolarizzazione” della politica, e della religione stessa, che Papa Ratzinger vede la “crisi di valori” e la “perdita di senso” dell’Occidente.
Chi critica, con buone ragioni, la sharia, che non prevede alcuna distinzione tra legge di Dio e legge di uno Stato, non sembra guardare con la stessa attenzione e con uguale giudizio la prospettiva che si va disegnando nella “lezione” che viene oggi dai massimi rappresentanti della Chiesa, quando affermano la necessità del “ruolo guida” dei cattolici nella nazione italiana, l’impegno dei fedeli laici ad “opporsi a scelte politiche che contraddicono valori fondamentali”, come quello della vita, della famiglia basata sul matrimonio, delle scuole confessionali.
Dire che “Dio è escluso dalla cultura e dalla vita pubblica”, nell’Occidente democratico, erede di una lunga tradizione religiosa, sede del Capo della Chiesa, può significare semplicemente che sta diminuendo il numero dei credenti o la frequentazione del culto, che una parte sempre più estesa di cittadini si orienta secondo principi etici, convinzioni culturali e politiche, maturati al di fuori del cattolicesimo, non perciò deboli e perversi.
Ma non è questo l’intendimento di una Chiesa che i suoi vertici vorrebbero oggi collocare nel cuore dello Stato, come fonte prima e unica dei suoi assunti etici e legislativi in materia di sessualità, nascita, morte, sofferenza, famiglia, educazione; una Chiesa che teme l’ “indifferenza” più che l’“ostilità”, disposta, per dare maggior peso alla sua “sfida”, a creare imprevedibili sinergie con i “molti e importanti uomini di cultura” che, pur non avendo la stessa fede, “avvertono il rischio di staccarsi dalle radici cristiane della nostra civiltà”.
La legge coranica, pur condannata, è lì a ricordare al cattolicesimo insidiato dal “secolarismo” incombente, dalla disaffezione dei suoi stessi fedeli, di quanto, al contrario, l’Islam goda oggi di un forte “risveglio religioso, sociale e politico”. L’allusione ai legami tra l’Islam e il terrorismo, rimarcati ogni volta dal Papa e dal cardinal Ruini, perché siano chiare le differenze tra il Dio cristiano dell’amore, della ragione, e il Dio guerriero, violento, di Maometto, non deve trarre in inganno. “Scontro” e “dialogo” interreligioso vanno a braccetto, quando si tratta di piegare la politica, la coscienza dei popoli, ai superiori, imprescindibili dettami di una verità trascendente.
Di fronte alla crisi che attraversa il mondo, cristiani e musulmani sono chiamati da Ruini a “operare insieme per la gloria di Dio e per il bene di tutti gli uomini”, e, soprattutto, perché quello che è in gioco oggi è “la credibilità delle religioni” e dei “capi religiosi” (Corriere della sera, 21.10. 06).
Rispetto reciproco e difesa dei contenuti della propria fede sono esattamente i termini con cui Samuel Huntington definisce il non più tanto avveniristico “scontro di civiltà”.
In confronto a questa fede agguerrita, determinata a riprendersi “piena cittadinanza” nella vita pubblica, con direttive precise culturali e politiche, appare invece davvero futuribile la posizione assunta dall’arcivescovo di Canterbury, passata non a caso come notizia di giornata, e priva di seguito. Vale la pena di riportarla alla memoria, anche solo per rendersi conto di quanto l’attuale, confuso dibattere di violenza contro le donne e fanatismo religioso sia ancora distante dall’afferrare i nodi di fondo della confusione tra religione e politica, del legame tra patriarcato e oppressione femminile.
L’uso di una terminologia maschile per indicare Dio nella Bibbia e nelle funzioni religiose - ha detto facendosi autocritica il massimo rappresentante della Chiesa Anglicana -, finisce per incoraggiare la sottomissione della donna all’uomo e perfino le violenze domestiche contro le mogli. Allo stesso modo, l’esaltazione della Vergine Maria, può spingere le vittime di violenza a perdonare, a non sporgere denuncia (La Repubblica 4.10.06).
Un incontro tra religioni, e tra religione e politica, fuori da logiche di inglobamento reciproco, non può che partire dalla critica del maschilismo da cui traggono, sia pure in modi diversi, il loro fondamento. Ma quanto è pensabile questa svolta per la Chiesa di Roma e per la nostra classe politica?
*www.universitadelledonne.it, sez. "pensiamoci": Liberazione, 26 ottobre 2006
Iraq. Le vittime nascoste Le vite piene di dolore delle donne irachene
di Peter Beaumont (The Observer, 8.10.2006: trad. M. G. Di Rienzo) *
Sono venuti per la dottoressa Khaula al-Tallal in una Opel bianca, dopo che lei era scesa dal tassì che aveva preso per andare a casa, nel distretto di Qadissiya a Najaf. La dottoressa lavorava per il comitato medico che esamina i pazienti ai fini di stabilire i benefici che possono ottenere dall’assistenza. Khaula al-Tallal, cinquantenne, stava camminando verso la propria abitazione quando uno dei tre uomini della Opel è saltato fuori e l’ha riempita di pallottole.
Un’attivista per i diritti delle donne, Umm Salam (è ovviamente uno pseudonimo), conosce bene i tre uomini; sono gli stessi che hanno tentato di ucciderla l’11 dicembre dello scorso anno. Era una domenica, ricorda, e quindici pallottole furono sparate all’interno della sua auto, mentre tornava a casa dopo aver insegnato in un internet caffè. La scena fu la stessa: un uomo dei tre, in abiti civili, scese dalla macchina e fece fuoco. Tre pallottole colpirono Umm Salam, una è rimasta incastrata nella sua spina dorsale. Il suo figlio ventenne fu ferito al petto. La donna vide l’arma, era una Glock, in dotazione alla polizia. Umm Salam è convinta che chi ha tentato di assassinarla lavori per lo stato.
Le due vicende non sono incidenti isolati, neppure a Najaf, una città quasi totalmente sciita e largamente intoccata dalla violenza settaria del nord. Corpi di giovani donne sono apparsi nelle polverose strade che confinano con il deserto: è il posto favorito per scaricare le vittime degli omicidi, ed è controllato solo da branchi di cani.
Agli iracheni non piace molto parlarne, ma c’è una diffusa comprensione di ciò che sta accadendo in questi giorni. Se una ragazza viene rapita e uccisa senza che sia stato richiesto un riscatto, è perché lo scopo del rapimento era violentarla. Persino quelle che dopo aver subito violenza vengono rilasciate non sono al sicuro: la risposta di alcune famiglie, nello scoprire che una donna ha subito uno stupro, è ucciderla.
Le donne irachene vivono con una paura che aumenta, in accordo all’aumento del numero di quelle che muoiono per morte violenta, che è più alto ogni mese che passa. Muoiono perché facevano parte del gruppo sbagliato, o per aver aiutato altre donne. Muoiono perché hanno impieghi che i miliziani hanno deciso esse non devono avere, negli ospedali, nei ministeri e nelle università. Vengono assassinate, anche, semplicemente perché sono i bersagli più facili per le bande di criminali.
Vivono nel timore di dire quel che pensano, di uscire per andare al lavoro, di ignorare le proibizioni ed i nuovi codici d’abbigliamento e di comportamento imposti su tutto l’Iraq dai militanti islamisti, sunniti o sciiti. Vivono nel timore dei loro mariti, perché i diritti delle donne sono stati erosi dalla nuova Costituzione, ed hanno tolto il potere ai tribunali per darlo ai chierici. “Le donne vengono sempre di più prese di mira.”, dice Umm Salam. Suo marito era un docente universitario che fu giustiziato nel 1991 sotto Saddam Hussein, dopo l’ascesa sciita. Lei è sopravvissuta gestendo la fattoria di famiglia. Con l’arrivo degli americani ha cominciato a lavorare per le donne, insegnando a quelle analfabete come leggere e votare, come riempire i moduli per l’assistenza sanitaria, ed ha aperto una scuola di cucito.
Nel fare ciò si è posta a rischio di omicidio. E dopo che questo è stato tentato, come su molte altre donne a Najaf, ha scoperto che il suo impegno incontra maggiori difficoltà. E’ ciò che gli uomini della Opel volevano: zittire le donne come Umm Salam, che ha 42 anni. “Le donne hanno tante difficoltà qui. C’è un’alta pressione rispetto alle nostre libertà personali. Nessuna di noi pensa più di poter avere un’opinione su qualcosa. Se lo facciamo, siamo a rischio di essere ammazzate.”
E’ una storia familiare alle donne in tutto l’Iraq, che si considerano tradite da quel 25% di posti garantito loro dalla nuova Costituzione in parlamento: la garanzia è diventata la foglia di fico per nascondere quella che le attiviste chiamano ora “la catastrofe dei diritti umani per le donne irachene”.
Dopo un mese d’indagini, The Observer si sente di sottoscrivere la dichiarazione, perché in ogni area dei diritti umani ha testimoniato le gravi discriminazioni a cui le donne vengono sottoposte, le cui condizioni in alcuni casi paiono tornate al Medioevo. In zone controllate dalla milizia sciita, come Sadr City, abbiamo visto donne venire picchiate perché non indossavano calze. Persino la sciarpa in testa e il juba, il cappotto largo che si abbottona al collo, non sono abbastanza per gli zeloti. Alcune donne sono state minacciate di morte in relazione al loro abbigliamento anche se indossavano la completa abbaya, una veste nera che le copre dalla testa ai piedi. Testimonianze simili le abbiamo raccolte a Mosul, dove gli estremisti sunniti stanno infrangendo qualsiasi legge, e a Kirkuk. Donne di Kabala, Hilla, Bassora e Nassiriyah ci hanno raccontato esperienze identiche: dell’insidioso diffondersi delle milizie e del controllo da parte dei partiti religiosi, e di come questi paradossalmente siano i maggiori responsabili degli stupri e degli omicidi di donne che non appartengono alle loro sette e comunità.
“C’è un’attivista della mia organizzazione che è cristiana.”, racconta Yanar Mohammed, che guida l’Organizzazione per la libertà delle donne irachene, più volte minacciata di morte a causa della protezione che offre alle donne dalla violenza domestica e dai “delitti d’onore”, “Per tornare a casa, ogni giorno deve attraversare un’area controllata da una delle milizie islamiche sciite, la Jaish al-Mahdi. Dato che non indossa un velo, viene continuamente insultata da questi uomini. Circa tre settimane fa, uno di loro l’ha seguita sino a casa, dicendo che vuole avere una relazione sessuale con lei. Le ha detto esattamente cosa vuole fare con lei, e anche che se lei non è d’accordo verrà rapita. Quest’uomo pensa che poiché è armato e minaccia la sua esistenza, lei acconsentirà ad un “matrimonio di piacere” (un’unione sessuale temporanea sancita da un chierico)”.
L’organizzazione di Yanar Mohammed e l’Iraqi Women’s Network (Rete delle donne irachene), diretto da Hanna Edwar, hanno una vasta raccolta documentaria su tali episodi. Quest’ultima associazione suggerisce che lo stupro viene anche usato come arma nella guerra settaria, per umiliare le famiglie delle comunità rivali. “E’ quello che potresti chiamare “stupro collaterale”, dice Besmia Kathib dell’Iraqi Women Network, “Fa segnare punteggio nella guerra tra sette.” Yanar Mohammed racconta di una ragazza sciita che è stata rapita, stuprata e gettata via come uno straccio nella zona Husseiniya di Baghdad: la ritorsione consistette nel rapimento e nello stupro di diverse ragazze sunnite nella zona Rashadiya.
“Sì, gli stupri continuano.”, dice Aida Ussayaran, ex vice ministra per i diritti umani ed ora membro del parlamento, “Noi diciamo che sono le milizie, ma quando diciamo milizie dobbiamo tener presente che molti dei loro membri fanno parte anche della polizia. Qualsiasi famiglia abbia una ragazza in casa non vuole mandarla a scuola o all’università, e non la lascia uscire senza velo. Questo è il periodo peggiore che le donne irachene abbiano mai vissuto. In nome della religione vengono rapite, uccise, stuprate. E nessuno ne parla.” Le morti delle donne per i media non fanno notizia. L’incremento dei delitti d’onore non viene riportato, e spesso le famiglie contraffanno i certificati di morte per nasconderne le cause. Le attiviste per i diritti umani lamentano anche il fatto che viene loro impedito di esaminare i corpi all’Istituto di medicina forense, o di prendere fotografie delle scene dei delitti.
La violenza contro le donne è stata a lungo il segreto sporco della guerra in Iraq, ma ora i suoi livelli si sono innalzati al punto che essa sta venendo allo scoperto. La scorsa settimana a Samawah, a 246 chilometri da Baghdad, tre donne e una bambina sono state uccise da uomini armati entrati violentemente in casa loro, per effettuare l’inspiegabile massacro. Come la dottoressa al-Tallal a Najaf, erano musulmane sciite in una città sciita. Le tre donne sono state uccise a colpi di arma da fuoco, alla bimbetta è stata tagliata la gola. Anche nel nord del paese le uccisioni di donne sono diventate più visibili: al-Jazeera ha riportato gli attacchi alle donne avvenuti nella città di Mosul, che hanno portato ad un incremento senza precedenti nel numero di cadaveri femminili ritrovati. Fra essi Zuheira, una giovane casalinga, morta per un colpo d’arma da fuoco alla testa nel sobborgo di Gogaly. Un vicino di casa, Salim Zaho, intervistato da al-Jazeera ha detto: “Non potevano uccidere suo marito, un ufficiale di polizia, così sono venuti a prendersi la moglie.”
La violenza che le donne irachene narrano non sarebbe possibile senza una vasta e impunita brutalizzazione delle loro vite, un’attitudine che permea interamente il “nuovo” Iraq. Perché non sono solo le milizie ad aver trasformato le vite delle donne in un inferno: per esempio, anche il governo fa la sua parte. Ha permesso ai ministeri assegnati a partiti religiosi di segregare gli impiegati per genere, agli uffici pubblici di imporre la sciarpa per la testa, ha chiuso uno dei rifugi gestito dal gruppo di Yanar Mohanmmed. Le donne ricevono minacce di morte semplicemente perché vanno a lavorare, persino quando lavorano negli uffici governativi. Zainub (uno pseudonimo) lavora in un ministero a Baghdad. Una mattina, arrivando in ufficio, ha trovato una lettera che era stata inviata a tutto il personale femminile. “C’era solo una frase, ripetuta: Tu morirai.”
La situazione è stata esacerbata dalle regressioni introdotte nel codice di famiglia; quello stabilito nel 1958 garantiva alle donne una larga misura di eguaglianza in aree chiave, come il divorzio e l’eredità. La nuova Costituzione ha permesso che il codice di famiglia venisse revisionato da chierici e dai nuovi tribunali religiosi, ed il risultato è che ora esso è fortemente discriminatorio nei riguardi delle donne. Grazie ai chierici è stata reintrodotta la poligamia, e vengono permessi i “matrimoni di piacere”. E sono gli stessi chierici a premere perché una società un tempo laica, in cui le donne raggiungevano le più alte cariche pubbliche e lavoravano come professoresse, mediche, ingegnere ed economiste, si trasformi in una società che costringe le donne sotto un velo e dentro le case. La mappa di questi sforzi si può leggerla ogni giorno sulle strade irachene, negli atti di intimidazione e in quelli di brutale violenza fisica. E così a Salman Pak, sul Tigri, a quindici miglia da Baghdad, membri della Brigata Kaara del ministero degli interni arrestano un po’ di uomini sunniti. Dopo qualche ora fanno ritorno nelle case di questi stessi uomini, e promettono alle donne preoccupate che le aiuteranno a ritrovare gli uomini “scomparsi”, in cambio di sesso.
Nel quartiere sciita di al-Shaab a Baghdad, miliziani di Jaish al-Mahdi hanno affisso in giro un’ordinanza in cui proibiscono alle donne di indossare sandali e certi altri tipi di scarpe, gonne e pantaloni. Chi viene trovata con i vestiti sbagliati è picchiata per strada. Ad Amaryah, enclave sunnita a Baghdad, i miliziani radono la testa di tre donne che indossavano i vestiti sbagliati, e frustano ragazzi che indossavano pantaloni corti.
A Zafaraniyah, largo sobborgo sciita nel sud di Baghdad, i miliziani di Jaish al-Mahdi aspettano le bambine fuori dalle scuole, e prendono a schiaffi quelle che non indossano l’hijab.
E’ una situazione registrata dai nudi dati dell’Ufficio per i diritti umani della missione d’assistenza delle Nazioni Unite in Iraq: “In alcuni quartieri di Baghdad alle donne viene ora impedito di andare al mercato da sole. In altri casi sono state minacciate perché guidavano automobili e assalite perché indossavano pantaloni. Le donne hanno anche testimoniato che l’indossare l’hijab non è una questione di scelta religiosa, ma di semplice sopravvivenza in molte zone dell’Iraq. Le studentesse universitarie continuano a dover affrontare costanti pressioni in questo senso nelle loro università.”
“Sin dall’inizio di agosto le cose sono andate sempre peggio.”, dice Nagham Kathim Hamoody, attivista dell’Iraqi Women’s Network a Najaf, “Sempre più donne vengono uccise e si trovano sempre più cadaveri abbandonati nei cimiteri. Io non so perché le uccidono, so che sono le milizie ad ucciderle. Siamo andate all’obitorio, qui a Najaf, ma le autorità non vogliono collaborare al riconoscimento delle donne uccise. Uno dei medici, però, ci ha detto che alcuni corpi mostravano segni di essere stati percossi prima dell’omicidio.” E le vite piene di dolore delle donne irachene continuano ad andare avanti così.
* www.ildialogo.org, Giovedì, 26 ottobre 2006
RIFLESSIONE. ORSOLA CASAGRANDE: IL PATRIARCATO CHE UCCIDE
[Dal quotidiano "Il manifesto" del 15 agosto 2006. Orsola Casagrande e’ giornalista, particolarmente impegnata per i dritti e la liberazione dei popoli] *
Serap Cileli e’ nata in Turchia ma vive in Germania da quando aveva otto anni. Per due volte e’ stata promessa in sposa (la prima quando aveva appena quattordici anni) dal padre a uomini che non aveva mai visto. Per due volte e’ sfuggita a quello che sembrava un destino ineluttabile. Ne continua a pagare le conseguenze: la famiglia l’ha rinnegata e lei e’ costretta a vivere in una cittadina tedesca cercando di tenere un basso profilo. "Ma non posso tacere - dice al telefono - sul destino che continua ad essere imposto a tante donne musulmane". Per questo ha scritto un libro (Siamo le vostre figlie non il vostro onore) e ha messo in piedi progetti di denuncia dei matrimoni forzati ma anche degli omicidi d’onore. "In Germania - dice - anche se non ci sono statistiche certe sappiamo che gli omicidi d’onore sono in aumento. Tra il 1996 e il 2004 ne sono stati provati 49, ma e’ chiaro che sono molti di piu’".
Una delle critiche che Serap Cileli muove alla societa’ occidentale e’ quella di "chiudere un occhio e anche due sugli omicidi in nome di una tolleranza di tradizioni culturali. Ma questa - dice appassionata - non e’ una tradizione culturale. L’immigrazione turca in Germania esiste da mezzo secolo, eppure matrimoni forzati, omicidi d’onore, diritti violati delle donne sono stati tabu’. Questo idillio multiculturale di cui tanto si parla e’ in realta’ la scusa usata dall’occidente per non affrontare problemi real i. Non si puo’ ignorare il fatto - insiste Cileli - che in Francia almeno settantamila donne l’anno vanno in vacanza e si ritrovano nell’incubo di un matrimonio forzato. Per la Germania si parla di almeno trentamila ragazze".
*
Dall’altra parte della Manica, in Gran Bretagna, i cosiddetti delitti d’onore sono in aumento. Nazand Begikhani, kurda irachena, ha appena curato un libro in inglese intitolato Honour. E’ una ricerca sugli omicidi d’onore nel Kurdistan iracheno e all’interno della comunita’ kurda in Gran Bretagna. "La violenza contro le donne - dice Begikhani - e’ purtroppo in aumento nei paesi musulmani e nelle comunita’ musulmane all’estero. L’omicidio della giovane Banaz Babakir Agha, il cui corpo e’ stato ritrovato in aprile, e’ solo l’ultimo di una lunga serie di omicidi". Dopo alcuni efferati omicidi nel 2003 e 2004 un gruppo di donne, musulmane e non, ha fondato a Londra la Campaign Against Honour Killings. Le pressioni del gruppo hanno convinto la polizia britannica a riaprire le pratiche di 109 omicidi di donne. Dei 22 finora esaminati, 18 sono stati riconosciuti come omicidi d’onore. "Quella di uccidere e’ una decisione presa collettivamente dalla famiglia - dice Begikhani - e generalmente per commettere l’omicidio si sceglie un un membro minorenne, cosi’ la pena sara’ piu’ lieve". In Gran Bretagna, dove si calcolano almeno dodici omicidi d’onore l’anno, pero’ le ultime condanne sono state all’ergastolo. E’ toccato per esempio al padre della giovane Banaz Babakir, cosi’ come al padre e al fratello di Shafilea Amhed, pachistana, uccisa sempre in Inghilterra nel 2004.
*
Di nuovo in Germania e’ molto attiva anche la sociologa turca Necla Kelek, autrice di un libro sulle spose importate. A 17 anni e’ scappata di casa dopo che il padre l’aveva minacciata con un’ascia. "Frequentavo una scuola tedesca - racconta - ma non potevo frequentare amici tedeschi perche’ infedeli e poi non potevo andare in piscina, fare sport". Anche Kelek critica i tanti nella societa’ tedesca che "come molti intellettuali turchi chiudono gli occhi di fronte ai matrimoni forzati e alle spose importate dicendo che si tratta di affari privati. Ma non lo sono - dice Kelek - anzi sono questioni che condizionano e vanno ad intaccare i valori della nostra societa’ democratica. La mia critica e’ rivolta all’ipocrisia, non all’islam. Ed e’ profondamente ipocrita - conclude la sociologa - dire che accettiamo omicidi d’onore e matrimoni forzati per rispetto di una cultura differente".
*
Serap Cileli parla di un nuovo muro a Berlino, di una societa’ parallela che nasce prima di tutto da "ragioni economiche. Gente senza qualifiche, disoccupati, finisce col rinchiudersi in questi ghetti da cui e’ praticamente impossibile uscire. Le donne poi sono per lo piu’ casalinghe, chiuse in casa. E’ dunque - conclude Cileli - su questi ghetti che bisogna lavorare. Lo stesso vale per la Francia e l’Inghilterra. E naturalmente poi non ci si puo’ stupire se le banlieues esplodono o Bedford si incendia". Anche la legislazione, per Cileli, Kelek e per l’avvocata berlinese Seyran Ates ha un ruolo da giocare. "Non si puo’ piu’ accettare - dice Ates che nel 1984 e’ rimasta gravemente ferita in un attacco davanti all’universita’ dove era andata a denunciare l’esistenza in Germania degli omicidi d’onore - che i tribunali tedeschi facciano sconti di pena nei casi di omicidi d’onore che permettono agli assassini di cavarsela con pochi anni di galera".
* NONVIOLENZA. FEMMINILE PLURALE Supplemento settimanale del giovedi’ de "La nonviolenza e’ in cammino" Numero 87 del 26 ottobre 2006
Nell’Epoca non solo di Katzsav...
Non porta il burqa, olio bollente sulla moglie
Botte ai figli per farli diventare bravi musulmani. Immigrato denunciato e allontanato da casa
Olio bollente sulla moglie, accusata di non essere una buona musulmana e di non indossare il burqa. Calci e pugni ai tre figlioletti «rovinati dai maestri cristiani». Vergate tirate con il batti materassi e il calzascarpe sia ai due maschietti più piccoli - uno frequenta l’asilo, l’altro la scuola elementare - sia alla loro sorellina più grande, iscritta alle medie. E poco importava che i tre bimbi gridassero e piangessero disperati implorando di lasciarli stare.
Per farli crescere «buoni musulmani» il padre li svegliava all’alba d’ogni mattina per la prima delle cinque preghiere obbligatorie da recitare durante il giorno. «Non mi interessa se fate i compiti che vi danno in quella scuola di infedeli - ripeteva ai figlioletti assonnati e terrorizzati - dovete pregare e basta... dovete studiare il Corano». E se la moglie, come accadeva spesso, cercava di mettersi in mezzo, il batti materassi e il calzascarpe calavano anche su di lei. Prima le botte, tante, eppoi gli insulti. «Non sei una buona madre e non sei una buona moglie... sei solo una donnaccia... suicidati, vai sul balcone e buttati di sotto...».
Un padre padrone, Shaid Ullah, 48 anni, nato in Bangladesh, arrivato in Italia giovanissimo, un lavoro porta a porta e un appartamento alla periferia di Milano. Una casa modesta che l’altra mattina, su ordine della magistratura, l’uomo ha dovuto lasciare in fretta sotto gli occhi dei carabinieri. Contro di lui un provvedimento cautelare di allontanamento chiesto dal pm Silvia Perrucci e ordinato dal gip Enrico Manzi, che lo ha già interrogato.
A denunciare i maltrattamenti sono stati i vicini. Preoccupati per le grida e il fracasso di mobili trascinati che ancora una volta arrivavano da dietro quelle mura, si sono decisi a chiamare i carabinieri. «Che volete da me - ha abbozzato lui a difesa - qui non sta succedendo proprio nulla, le solite malelingue... Andate via...». Ma i carabinieri non se ne sono andati. A parlare c’erano i lividi della moglie, i segni dell’olio bollente che marchiavano la sua carne, così i militari hanno scoperto tutto e hanno fatto intervenire la magistratura. In lacrime, la moglie ha poi raccontato il resto. Le violenze, le umiliazioni, il terrore dei figli prima di andare a dormire, le loro difficoltà a scuola, costretti com’erano a lasciare perdere i compiti assegnati dalle maestre per studiare invece l’arabo e il Corano sotto la minaccia del batti materassi. Un inferno.
«Figuratevi - ha confidato la donna agli inquirenti - ho persino dovuto nascondere a mio marito che nostra figlia non è più una bambina ma è diventata una ‘signorina’. Voleva saperlo per obbligarla a mettere il burqa... Me lo chiedeva ogni giorno, oramai, una vera ossessione per lui... L’avrebbe costretta a coprirsi e l’avrebbe ammazzata di botte se non avesse obbedito...».
E lui, il padre padrone? Nega ogni cosa. Nega di avere gettato l’olio bollente addosso alla moglie, nega di avere picchiato i figli e di essere ossessionato dal burqa. Ora vive in casa di alcuni amici, un po’ qui e un po’ là per Milano. In tasca l’ordine tassativo di non avvicinarsi alla sua strada.
Biagio Marsiglia, Corriere della Sera, 25 ottobre 2006
La domanda “uomini perché uccidete le donne?” resta senza risposte. Perché?
di Maria Luisa Boccia (Liberazione, 18.11.2006)
Il 25 novembre, giornata mondiale sulla violenza contro le donne, vi saranno numerose iniziative, promosse per lo più da soggetti politici femminili e femministi. Il coordinamento delle parlamentari di Rifondazione comunista-Sinistra europea ha scelto per questa giornata di organizzare incontri in diverse città, facendo propria la domanda proposta da Liberazione un anno fa: uomini perché uccidete le donne? Perché esercitate violenza contro le donne, quelle a voi più prossime, quelle con le quali condividete la vita, nel privato e nel pubblico? Ci sembra infatti decisivo spostare l’attenzione su chi la violenza la esercita, per capirne le cause, recenti ed antiche, inscritte nei mutamenti del presente, profondamente incistate nell’immaginario collettivo maschile, radicate nella storia e nel simbolico patriarcale. Riproponiamo allora la riflessione di Angela Azzaro, della redazione del giornale e del gruppo femminista A/matrix, e di Franco Giordano, segretario di Rifondazione comunista.
Angela Azzaro chiama direttamente in causa gli uomini di sinistra perché rispondano, a partire da sé, alla domanda di Liberazione. Gli uomini uccidono le donne. Uccidono quelle che amano. O che dicono di amare. Le violentano, le picchiano. La prima causa di morte delle donne tra i 16 ed i 44 anni, nel mondo, in Europa e in Italia, è la violenza dei loro compagni. Non è un’emergenza di oggi, non è un residuo del passato. Crea sconcerto, paura, orrore. Si contano le vittime. Colore diverso. Classi sociali diverse. Culture diverse. Uguali perché donne. Da sempre, parlare di violenza, vuol dire parlare solo di loro. Da sempre sono solo loro ad essere oggetto di studio. Se ne parla però solo come vittime, sopratutto come vittime di violenza di strada, nello spazio urbano. Ma i dati dicono che le violenze, e le morti, sono altissime in famiglia; molto più basse fuori. Ma queste sono un tentativo di imporre un’ulteriore violenza alle donne: non essere libere di muoversi, di scegliere dove e come vivere.
Degli uomini poco o nulla si parla. O se ne parla non come uomini, ma come gli altri, i diversi: stranieri, preferibilmente oggi mussulmani e/o arabi, o devianti, malati, pervertiti. Poco o nulla ci si chiede perché gli uomini, in quanto uomini, sono violenti con le donne.
L’ha fatto Liberazione. Chiedendo ad uomini: perché? Perché, dopo la lunga e straordinaria rivoluzione compiuta dalle donne i vostri simili continuano ad uccidere le donne? Pensate che questo vi riguardi? Gli uomini che hanno risposto, lo hanno fatto spostando la domanda fuori di loro: hanno parlato in modo accorato, scandalizzato, anche intelligente, di sociologia, di culture, di misure penali e securitarie. Solo alcuni hanno parlato di identità sessuata. Ma finché gli uomini come genere, a partire dai nostri compagni di vita e di tante scelte politiche, non capiscono che da qui bisogna partire, dalla sessualità ed identità maschile, sarà difficile costruire un mondo dove le donne non muoiono più, non sono più picchiate, violentate, offese. Da uomini che non vogliono, non sanno né cambiare se stessi né vivere relazioni di differenza.
Per Franco Giordano la violenza esplode come reazione alla mutata soggettività femminile. Oggi più di ieri le donne si sottraggono alla funzione di rassicurazione e conferma dell’identità maschile. Da qui un diffuso senso di inquietudine e disorientamento. Un amplificarsi dei limiti che la spinta ad incarnare l’identità maschile produce negli uomini. Non potersi più rispecchiare nello sguardo femminile, per cercarvi conferma, appare come un torto, fa vacillare quello che appare un “diritto naturale” alla solidarietà dell’altro sesso. E l’aggressività si attiva come tentativo, disperato e disperante, di ristabilire un ordine di senso e di rapporti, di tipo gerarchico. Il bisogno di appropriazione e di controllo del corpo delle donne ne è l’espressione più forte, e sbocca spesso, troppo spesso, in violenza fisica. Ma la tendenza a ristabilire “di forza”, più e oltre che di diritto, un ordine che confermi e legittimi il bisogno maschile di rassicurazione, si esprime anche nella politica, nella cultura, nelle norme. Quanto più gli uomini continuano a non interrogare la propria identità sessuata, tanto più contribuiscono, colpevolmente, alla diffusione delle violenze contro le donne.
E la domanda «Maschi, perché picchiate, violentate, uccidete le donne?», non troverà risposte pertinenti. Anzi continuerà ad essere elusa. Si continuerà a parlare di altro.
Come si può spiegare infatti quello che accade senza capire cosa è cambiato nei rapporti tra i sessi?
Come si possono capire i nessi tra la violenza che colpisce le donne e le contraddizioni più forti del nostro tempo, se non mettendo al centro delle contraddizioni, dei conflitti, delle letture del presente i rapporti tra i sessi? Se non parliamo di relazioni di differenza come cuore del cambiamento da costruire? Sono domande che chiedono un cambiamento radicale della politica. Per il quale molte donne da tempo lavorano. E’ tempo che anche gli uomini si mettano al lavoro su questo. Per questo abbiamo voluto che negli incontri sulla violenza da noi organizzati fossero loro a prendere parola, a confrontarsi tra loro e con le donne su come costruire un mondo dove le donne non siano più picchiate, violentate, uccise, in quanto donne. Noi abbiamo contrastato in noi stesse complicità e paura. Ma non c’è modo di vincere sulla violenza senza che vi sia su questa parola e questo gesto maschile. Per questo sono importanti l’appello di uomini, e le iniziative che attorno ad esso si sono create, a cominciare dal seminario nazionale tenutosi a Roma il 14 ottobre.
ROGO IN CLINICA A MOSCA, MORTE 45 DONNE *
MOSCA - La piu’ grande e importante clinica russa per il recupero di tossicodipendenti e alcolisti trasformata in una sorta di prigione per centinaia di pazienti, con finestre sbarrate e reparti chiusi a chiave, una trappola perfetta in caso di incendio.
Doloso o colposo che sia, anche se la procura privilegia la prima pista. Sono morte cosi’ ieri notte a Mosca 45 giovani donne (43 pazienti e due dello staff), per lo piu’ sotto i 35 anni, mentre altre dieci sono ricoverate in gravi condizioni. Alcune, come testimonia la posizione dei loro corpi, sono morte nel disperato tentativo di abbattere le inferriate delle finestre o di varcare l’unica uscita di sicurezza, bloccata dalle fiamme.
La maggior parte di loro e’ invece morta nel sonno, nel reparto al secondo piano: asfissiate o intossicate da un denso fumo ’’avvelenato’’ dal vetusto materiale plastico che rivestiva le pareti dell’ ospedale numero 17, a sud est della capitale. Un vecchio edificio di periferia di cinque piani, in mattoni rossi, risalente agli anni ’60 e dall’ 82 sede del maggiore centro russo per il recupero di persone dipendenti da droga e alcool, flagelli che nel solo 2006 hanno mietuto in Russia oltre 90 mila morti.
Le misure di sicurezza erano tali che lo scorso marzo il ministero per le situazioni di emergenza aveva chiesto la chiusura della clinica, ma l’autorita’ giudiziaria aveva respinto la richiesta, limitandosi ad un monito agli amministratori dell’ospedale.
A rendere quasi inevitabile la tragedia anche il comportamento del personale che, come ha stigmatizzato il vice ministro russo per le situazioni di emergenza Alexander Chupriyan, ’’ha pensato solo a mettersi in salvo abbandonando le pazienti’’ al loro destino. Ad infiammare le polemiche, inoltre, l’accusa del portavoce dello stesso ministero, Yevgeny Bobylev, secondo cui il personale dell’ospedale ha dato l’allarme con 30 minuti di ritardo, vanificando cosi’ l’arrivo in sei minuti dei pompieri e lo spegnimento delle fiamme in meno di mezz’ora. E consentendo cosi’ al fumo di saturare gli ambienti, uccidendo le pazienti.
I vigili del fuoco hanno potuto cosi’ evacuare solo gli ospiti degli altri reparti, in tutto 214. Il procuratore di Mosca Iuri Siomin ha aperto un’inchiesta con due ipotesi di reato, incendio doloso e violazione delle misure antincendio, ma non ha escluso altre piste, compreso un mozzicone di sigaretta abbandonato. Piu’ categorico il capo del dipartimento ispezioni incendi del ministero per le situazioni di emergenza, Iuri Nenaschev: ’’per il 90% si tratta di incendio doloso’’.
Fonti vicino agli investigatori ipotizzano anche che l’incendio sia stato appiccato con liquido infiammabile da una tossicodipendente che voleva vendicarsi dei medici dopo essersi vista rifiutare una dose di droga e che sarebbe morta tra le fiamme. Il focolaio, comunque, e’ stato individuato in un armadio in legno della mensa al secondo piano, dove il giorno prima erano stati eseguiti alcuni lavori di riparazione. ’’Si tratta di una tregedia’’, ha commentato il sindaco di Mosca Iuri Luzhkov, accreditando la pista criminale.
Ma quelle sbarre chiuse al secondo piano, annerite dal fumo, ora restano li’ a testimoniare anche nelle immagini trasmesse dalla tv pubblica una tragedia annunciata, l’ennesima con vittime emarginati come tossicodipendenti, alcoolisti e malati di mente, spesso ricoverati in strutture fatiscenti. Come i sette pazienti morti nell’incendio della clinica psichiatrica di Dmitrovski Pogost lo scorso dimembre, o i sette deceduti nel rogo di una clinica per tossicodipendenti a Samara nel marzo 2005.
ANSA » 2006-12-09 01:10
IN LUNGHE CATENE DIFFICILI DA SPEZZARE
di AUGUSTO CAVADI *
Per diventare misogino, essere cattolico non e’ necessario. Ma aiuta. Non e’ necessario: infatti i rudimenti della concezione della donna come maschio quasi perfetto me li ha impartiti un padre miscredente, laico, socialista (pre-craxiano: nenniano). Ma aiuta: infatti, quando - con stupore e disappunto da parte dei miei genitori - sono entrato nell’associazionismo cattolico, ho ben presto misurato la distanza fra la rivoluzionarieta’ di certe asserzioni ed il conservatorismo della pratica quotidiana. Da una parte il papa scriveva che l’essere umano puo’ considerarsi "imago Dei" solo in quanto coppia; dall’altra, si dava (e si da’) per scontato che una persona di sesso femminile non possa presiedere una comunita’ celebrante. Il mio esodo - progressivo, ma inarrestabile - dalla cultura cattolica passo’ per un episodio preciso. Un prete piu’ anziano di me - peraltro tra i piu’ preparati della sua generazione - volendo esprimere con forza il suo dissenso da una mia opinione, trovo’ spontaneo apostrofarmi con un inequivoco: "Ma hai proprio un cervello da femmina!". Obiettai solo, con un sorriso amaro, che speravo di averne meta’ femminile e meta’ maschile: in modo che, junghianamente, sarei potuto essere "completo".
So che certe distinzioni risultano fastidiose o, per lo meno, farraginose. Ma non sempre si possono evitare. Per esempio, quella suggerita da un’acuta fucilata di Nietzsche (recentemente definito da Rene’ Girard il piu’ grande teologo dopo san Paolo): c’e’ stato un solo cristiano ed e’ morto sulla croce. Che, tradotto in altri termini, significa: una cosa e’ stata la "buona notizia" annunziata dal maestro nomade di Galilea ed un’altra la dottrina cattolica (e, piu’ in generale, cristiana) che si e’ sviluppata a partire da quel seme. La psicanalista e teologa protestante Hanna Wolff lo ha spiegato in uno dei quattro o cinque libri che mi hanno cambiato la vita (Gesu’, la maschilita’ esemplare, Queriniana, Brescia 1985): il Nazareno (per quanto possiamo cogliere da un’esegesi accurata dei quattro vangeli) ha saputo accettare il femminile dentro di se’ e, proprio per questo, non aver paura del femminile fuori di se’. Egli ha dunque rotto con la tradizione patriarcale precedente, ma la sua rottura e’ stata tanto eclatante che i discepoli non sono riusciti a reggerla: e, subito dopo la sua morte, hanno attivato processi di normalizzazione. Col risultato che, dopo la breve parentesi gesuana, l’antifemminismo ha ripreso vigore, si e’ fatto senso comune e ha improntato di se’ l’occidente cristiano.
Se ci chiediamo se questa mentalita’ della disparita’ ontologica e psicologica fra maschi e femmine (dura a destrutturarsi persino oggi, dopo decenni di femminismo teorico e militante) spieghi, da sola, l’impressionante catena di violenza contro le donne, non possiamo che rispondere negativamente. Che cosa, allora, trasforma una cultura maschilista in pratiche prevaricatrici? Ho l’impressione che entri in gioco non questo o quell’altro fattore, bensi’ un groviglio - difficilmente solubile - di fattori. Tra cui primeggia una connotazione peculiare dell’immagine femminile agli occhi di noi uomini: la diversita’. Sin da bambino, il pianeta-donna ha esercitato nei miei confronti una duplice, contraddittoria, forza: di attrazione e di paura, di curiosita’ e di diffidenza, di desiderio e di minaccia. Per ragioni varie, che solo in minima parte potrei attribuire a meriti miei, maturare come persona ha significato - tra l’altro - sciogliere questa ambiguita’ e lasciar prevalere, di fronte ad ogni diversita’ (le donne, ma anche gli omosessuali, gli immigrati di colore, i portatori di handicap fisici e psichici...), il sapore della familiarita’ rispetto al sentimento di estraneita’. Ovviamente, familiarita’ non equivale ad omologazione. Avvertire cio’ che, in radice, accomuna non implica cecita’ riguardo alle differenze che interpellano le nostre certezze.
Qui, forse, uno dei bivi decisivi. C’e’ chi accetta la sfida della diversita’ (e, nel caso di maschi, del femminile come metafora di ogni diversita’) per mettersi in gioco, per riaffermare alcune convinzioni ma anche liberarsi da pregiudizi e da errati giudizi; e c’e’ chi non la regge e, per quanto sta in lui, tenta di sopprimerla. Non e’ un caso che, di solito, le idiosincrasie s’inanellino in lunghe catene difficili da spezzare: misoginia, omofobia, razzismo... E’ di per se’ evidente che questa mentalita’ sia - gia’ a livello ideologico - violenta. Ma, poiche’ in genere il diverso e’ piu’ debole (fisicamente, economicamente, militarmente...), il pensiero omologante ha mille occasioni per farsi gesto prepotente: stupro, derisione, schiavizzazione... Quando un soggetto allergico alla diversita’ si impossessa - sessualmente o socialmente - dell’altro, ha la sensazione di aver risolto molti problemi in un solo colpo: da una parte ha soddisfatto attrazione, curiosita’, desiderio; dall’altra ha cancellato dal proprio orizzonte ogni fonte di paura, di diffidenza, di minaccia. Ma, proprio nella misura in cui riesce a fagocitare e a spazzar via ogni alterita’, egli desertifica il piccolo mondo che lo circonda e costruisce da se’ la prigione dell’isolamento. Ecco un punto nevralgico: chi progetta ed esercita violenza, nonostante le intenzioni, si condanna alla solitudine. Come i signorotti medievali, deve scavare fossati sempre piu’ profondi per distanziarsi dagli estranei: ma, con cio’, trasforma in gabbie dorate il suo stesso castello. Sara’ proprio perche’ amo la solitudine come opzione, ma la detesterei se la sperimentassi in tempi e modi non programmati, che mi viene abbastanza facile sottrarmi alla tentazione di usare violenza. Cio’ non significa, purtroppo, che di fatto non sia stato troppe volte violento - nel corso della vita - con persone diverse da me per indole, formazione e prospettive (quali, per esempio, delle donne con cui ho condiviso tratti di strada importanti): ma ogni volta che non ho saputo gestire il conflitto, provocando nell’altro/a la decisione di fuggire, l’ho considerata - nonostante le apparenze - una mia sconfitta.
* Fonte: NOTIZIE MINIME DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO Numero 80 del 5 maggio 2007 - articolo apparso su "Mezzocielo", anno XV, n. 1, 2007, dal titolo originale "Un uomo davanti al pianeta donna"
La Suprema Corte ha dato ragione al Tribunale del Riesame di Lecce
I giudici avevano vietato all’uomo di risiedere nello stesso comune della donna
Ha costretto la moglie a chiudersi in casa
Per la Cassazione è violenza privata
L’uomo era arrivato a installare una telecamera per sorvegliare la consorte *
ROMA - Costringere la moglie a vivere chiusa in casa, per giunta controllata da una telecamera, è violenza privata. Lo attesta una sentenza della quinta sezione penale della Cassazione (n.31158), con la quale è stata confermata la misura cautelare del divieto di dimora nello stesso comune di residenza della moglie, Soleto, emessa dal tribunale del Riesame di Lecce nei confronti di un uomo che rischia una condanna fino a quattro anni per violazione dell’articolo 610 del codice penale.
La moglie, si legge infatti nella sentenza, Maria Addolorata N., era stata obbligata a "modificare le proprie abitudini di vita, rinunciando ad uscire a piedi e, comunque, a limitare le proprie uscite, a vivere chiusa in casa, controllando continuamente le immagini provenienti da una telecamera esterna appositamente installata, a richiedere la compagnia della madre nelle notti in cui il marito era impegnato in turni di lavoro notturni".
Il giudice per le indagini preliminari aveva rigettato la richiesta del pm di applicazione della misura di arresti domiciliari nel confronti dell’indagato, Roberto V., 50 anni, non ritenendo "ravvisabili" nella fattispecie gli estremi del reato di violenza privata. La richiesta di misura cautelare, anche se limitata al divieto di dimora, era invece stata accolta dal Riesame.
La Suprema Corte, quindi, ha rigettato il ricorso avanzato dal difensore dell’indagato, nel quale si spiegava, tra l’altro, che "le asserite limitazioni del libero comportamento della persona offesa non erano riferibili ad alcuna minaccia, ma solo ad attenzioni amorose, ed erano ascrivibili ad autonome scelte di vita della stessa".
Per gli ’ermellini’, invece, "con motivazione idonea, immune da vizi od incongruenze di sorta, il giudice del riesame ha diffusamente argomentato in proposito, giungendo alla corretta conclusione degli elementi costitutivi dell’ipotizzata fattispecie delittuosa".
Per i giudici di piazza Cavour, dunque, "la fattispecie in oggetto" non aveva nulla a che fare con "le attenzioni amorose", ma era diventato "un sistema di reiterate molestie e minacce tali non solo da costringere la persona offesa ad un radicale cambiamento del suo regime di vita, ma a tollerare anche pesanti intrusioni nella sua vita privata e nella sfera della sua riservatezza".
* la Repubblica, 1 agosto 2007
La dignità (limitata) delle donne
di CHIARA SARACENO (La Stampa, 4/8/2007)
La Corte di Cassazione ha definitivamente mandato assolti i genitori e il fratello - di fede islamica - di una giovane che li aveva denunciati per sequestro di persona e maltrattamenti. La Corte non contesta che effettivamente la giovane sia stata prima sequestrata e poi picchiata. Ma giudica che genitori e fratello abbiano agito per il suo bene: prima per evitare che frequentasse persone a loro non gradite, poi per evitare che, per sfuggire a tanto amorevole controllo, la giovane si suicidasse.
Di più, nel motivare la propria sentenza la Corte ha dichiarato che non c’era prova che le botte fossero abituali. Si è trattato solo della reazione (evidentemente ritenuta legittima) a comportamenti giudicati scorretti dai familiari stessi sulla base «della loro cultura». Le donne, le figlie, specie di famiglia musulmana (ma in linea teorica tutte) sono avvisate: essere picchiate e sequestrate perché il proprio comportamento non piace ai genitori e ai fratelli (ma forse anche ai mariti, ai suoceri, ai cognati) non è reato, neppure un reato minuscolo come l’abuso dei mezzi di correzione come è invece avvenuto altre volte, nel caso di genitori italiani che impedivano ai figli di uscire chiudendoli a chiave in camera. Esse sono ostaggio dei propri familiari, gli unici che possano valutare quale sia il loro bene e che cosa possano o non possano fare.
E questo, sempre a parere della Corte, non costituisce atteggiamento di sopraffazione e disprezzo, bensì attenzione amorevole, ancorché severa. I diritti individuali vengono meno di fronte al diritto e potere della comunità, dei gelosi custodi della tradizione. Genitori, fratelli, mariti, cognati, zii disturbati dal comportamento delle «loro» donne sono avvisati: basta che motivino la loro violenza con l’intenzione di fare del bene e proteggere da se stesse le loro vittime e saranno autorizzati a continuare a malmenarle. Basta che non le ammazzino o non le mandino all’ospedale.
C’è un misto di sessismo e razzismo mascherato da politically correct in questa sentenza che mette paura. Evidentemente è solo quando si arriva all’omicidio, come nel caso di Hina, la ragazza pachistana uccisa da padre e cognati nel silenzio della madre, che la violenza è considerata intollerabile e illegittima. Ma fino a un momento prima no. Quindi non c’è rifugio possibile per le vittime. E’ ancora peggio di quando, sempre in nome delle «tradizioni culturali locali» si concedevano generose attenuanti per delitto d’onore. Qui proprio non c’è reato. In entrambi i casi, vale la pena di sottolineare che il potere della tradizione (che si tratti dell’onore della famiglia o della purezza della comunità di appartenenza) come superiore ai diritti individuali, viene più facilmente evocato e riconosciuto quando si tratta di violenza dei genitori verso le figlie, dei mariti verso le mogli, dei fratelli verso le sorelle. A conferma della maggiore difficoltà con cui, anche nelle nostre società cosiddette evolute, si riconosce una piena dignità civile alle donne. Non succede solo in Italia, per altro. Mesi fa una sentenza analoga in Germania provocò sconcerto nella opinione pubblica e reazioni negative da parte degli organi della magistratura tedesca.
Quando il ministro Amato dichiarò che picchiare le donne è una tradizione siculo-islamica sbagliò due volte: perché picchiare le donne è fenomeno diffuso a tutte le latitudini e condizioni sociali, come testimoniano i dati non solo italiani, ma delle organizzazioni internazionali. E perché questa sentenza (che conferma una precedente sentenza d’appello) dimostra che in Italia una parte dei giudici lo considera un fatto normale, specie se avviene in famiglia ed è motivato da tradizioni culturali.
Dopo questa sentenza, rimane da chiedersi con che legittimità il governo e il ministro potranno chiedere alle associazioni islamiche e agli aspiranti cittadini - di qualsiasi provenienza culturale e religiosa - del nostro Paese di sottoscrivere, tra l’altro, una dichiarazione di rispetto per la libertà e la dignità femminili.
Marziani, state a casa
di Maria G. Di Rienzo *
Tanti anni fa (io ero una bimba, per cui sono proprio tanti), fu inviata nello spazio una sonda, chiamata Pioneer 13 se non ricordo male, destinata a perdersi oltre i confini della nostra galassia. Recentemente ho letto che il suo viaggio procede senza intoppi, in cieli distanti, fra stelle sconosciute. Questa sonda reca un messaggio inciso su una lastra di metallo, le figure di un uomo e di una donna ed alcuni simboli: il suo scopo è indicare alle eventuali forme di vita che lo ricevessero che l’umanità è pacifica e pronta ad accoglierle. Io non posso lanciare questo articolo dietro alla Pioneer per avvisare che si tratta di un’enorme menzogna, ma so che devo scriverlo e sperare nel miracolo: alieni, chiunque voi siate, non credeteci e restate sui vostri pianeti. Pacifici? Una cinquantina di guerre insanguina la culla dell’umanità, giorno dopo giorno, anno dopo anno, milioni di morti, milioni di mutilati. Accoglienti? Abbiamo confini sempre più militarizzati che “difendono” aree sempre più piccole, di territorio o di idee. Non accogliamo neppure i nostri fratelli e sorelle di specie quando fuggono da povertà, conflitti armati e disastri ambientali, chi vogliamo prendere in giro? Amici di altre galassie, portate pazienza e ascoltatemi. Ho scelto un paese a caso, sul Pianeta Azzurro, per spiegarvi a cosa andreste incontro venendo qui. Non è interessato da guerre, al momento, per lo meno sul territorio nazionale, ma questo non lo rende meno pericoloso. Ecco perché non è bene metterci piede:
1. Le bambine, di qualunque gruppo sociale, religione o provenienza geografica, in questo paese della Terra non sono al sicuro. Figuriamoci se lo sarebbero bambine verdi con le antenne, originarie di Proxima Centauri.
Bambine di undici anni vengono violentate dal vicino di casa-affettuoso baby sitter (21 aprile 2007) Gli abusi, secondo la ricostruzione degli investigatori, andavano avanti da oltre due anni e sono continuati fino a quando un’amichetta delle due undicenni, che si trovava in casa con il vicino insieme a loro, si è accorta dei comportamenti strani dell’uomo. Così la piccola ha convinto le due amiche a raccontare tutto ai genitori e lei stessa ha riferito quello che aveva visto a sua madre. Le mamme hanno poi accompagnato le figlie all’ospedale dove nel corso di una visita sono state riscontrate le violenze subite.
Se appena ne compi dodici, di anni, ci pensano i tuoi parenti a prostituirti (sempre 21 aprile). Dopo un paio d’anni si scopre che è tua madre a venderti: il costo delle prestazioni variava dai quindici ai trenta euro e i video degli incontri venivano conservati dai “clienti” sui cellulari, per fare pressione sulla ragazzina. Se quest’ultima opponeva resistenza, veniva ricattata con i filmati che mostravano i precedenti incontri sessuali, “Ti sei andata a coricare” si sente in una delle intercettazioni telefoniche, “e mi hai chiuso il telefono. Guarda che ti ricatto, ho le cose per ricattarti.” In un’altra telefonata, uno degli uomini chiede alla ragazza se le si erano rimarginate le ferite provocate da un loro rapporto sessuale.
Oppure trovi qualche brav’uomo, sposato con tutti i crismi e padre di due bambini, che dopo essersi portato a letto una dodicenne testimonia giulivo davanti al giudice: “Scherzavamo. C’è stato solo qualche scambio di affettuosità.” (24 luglio 2007) E se soffri il peso di una disabilità (in questo caso specifico motoria, e grave), non pensare che il violentatore di turno si farà scrupoli, anzi, l’età si abbassa pure. Otto anni ha la bambina disabile costretta a prestazioni sessuali per un parente stretto, che le ha pure riprese con il videocellulare e passate agli amici. (2 giugno 2007)
2. Le donne, sempre con la stessa puntigliosa trasversalità, sono trattate come pezzi di carne sul bancone di un macellaio.
Durante una lite, un uomo di 35 anni inizia a picchiare la sua compagna, 30enne, incinta di quattro mesi, con calci e pugni. Fino a procurarle un aborto. Poi ha prelevato il feto, e lo ha seppellito nella campagna vicina. La donna ha chiamato un’ambulanza per chiedere soccorso e, in un primo momento, ha raccontato ai medici solo dell’aggressione, senza menzionare l’aborto che tuttavia è stato diagnosticato dai sanitari. Solo allora la donna ha riferito tutti i particolari dell’accaduto. Rintracciato l’aggressore, che si era nascosto in un casolare isolato, si è potuto recuperare il corpicino da una fossa. (8 luglio 2007)
Ma non importa che tu riesca a metterli al mondo, i tuoi e suoi bambini. Ne puoi partorire persino quattro, e se lui pensa che tu lo tradisca ti sgozzerà davanti a loro. La donna di cui parlo è morta in questo modo orribile, a 48 anni, per: “Un storia inesistente”, dicono gli investigatori, “forse resa reale per l’uxoricida dal suo stato depressivo.” L’uomo ha poi tentato il suicidio ferendosi all’addome con lo stesso coltello, una lesione giudicata dall’ospedale guaribile in pochi giorni. Il maggiore dei figli, che ha dato l’allarme ed è fuggito da casa con gli altri fratelli, ha 16 anni. (26 luglio 2007)
E sappiate anche che il denunciare le violenze da parte delle donne è inaccettabile ed è immediatamente punito con violenze ulteriori. Un pensionato viene arrestato per reiterate violenze sessuali ai danni di un quattordicenne. Dopo un periodo di detenzione, ottiene gli arresti domiciliari per motivi di salute. Cerca di far ritrattare le proprie dichiarazioni ad una testimone dell’accusa, ma costei si rifiuta: l’uomo la picchia e la stupra. (6 luglio 2007) Non va meglio se la protesta contro la violenza è collettiva, pubblica e organizzata, ne’ importa che il motivo per cui si protesta sia l’omicidio insensato di una giovane (questioni di “onore”): la ritorsione è solo differita, per motivi di opportunità. Si aspetta che una delle organizzatrici si trovi da sola, e la si insulta e minaccia di morte. Le prime parole che gli aggressori dicono rivelano tutto: “Devi smettere di parlare...” (29 giugno 2007)
3. In questa specifica nazione del pianeta Terra si sta allevando una generazione di giovanissimi spacciando loro per valori la sopraffazione, l’arroganza e la “legge della giungla”.
Due studenti quindicenni portano di forza un loro coetaneo nei bagni della scuola: qui il ragazzino viene violentato da uno dei compagni mentre l’altro riprende la scena con il telefonino. La vittima, che ha un piccolo deficit di apprendimento ed è seguito da un insegnante di sostegno, ha poi raccontato tutto, settimane dopo, alla madre, quando un familiare aveva avuto la notizia dell’esistenza di quelle immagini. (26 maggio 2007)
Molti episodi, che siano meno cruenti o analoghi, non raggiungono la stampa, ma la loro crescita è ampiamente testimoniata. Il bullismo comincia ad uccidere anche in questo paese (almeno una vittima si è data la morte per sfuggirvi, quest’anno), e in più abbiamo spacciatori dodicenni di droghe leggere provenienti da rinomate e benestanti famiglie, e bambine di dieci anni che “tirano” coca perché fa dimagrire. Per non parlare dei filmati “shock” che vengono allegramente messi in internet e dove si può ammirare la cricca dei bulli minorenni che tormenta la vittima di turno.
4. La sanità mentale, in questo paese, è uno stato ampiamente minoritario. Soprattutto fra chi ha potere decisionale o autorità di qualche tipo.
Prendete i sindaci. Uno si sveglia la mattina e decide che i bambini “nazionali” hanno più diritti dei bambini immigrati. Nelle graduatorie per gli asili nido comunali, passeranno avanti grazie alla cittadinanza di mamma e papà. E badate bene: “Qualora gli istituti non volessero accogliere la richiesta, il sindaco è pronto a intervenire con un’ordinanza.” Chi viene da “fuori” è un problema, tuona il primo cittadino, e perciò ha in progetto di realizzare un sistema di monitoraggio tramite telecamere piazzate su tutto il territorio comunale: scuole, parchi, piazze, periferie, frazioni... Il Grande Fratello in perpetuo, ventiquattrore su ventiquattro, è semplicemente geniale, no? (27 luglio 2007)
Un altro sindaco si trova con un caso di stupro sul proprio territorio, otto minorenni che violentano una coetanea e cosa fa? Tira fuori dal bilancio comunale le spese legali per gli accusati, forse ignorando che la difesa legale è garantita d’ufficio anche agli indigenti (ma i fanciulli non sarebbero indigenti, pare che abbiano parenti in giunta, invece). Di fronte alle reazioni provenienti da membri autorevoli del suo partito, gli dà dei “talebani.”, ricorda che sono loro ad aver bisogno di lui e non viceversa, e si organizza una micro manifestazione di sostenitrici per far vedere a tutto il mondo che le donne non sono schifate e offese dal suo comportamento, anzi. (18 luglio 2007) Cos’abbiamo, ancora? Parlamentari tristi e stanchi, consumati dalla lotta alla droga, dalla tolleranza zero e dal “family day” che sono costretti, causa lontananza dall’amata moglie, a festini a base di cocaina e prostitute. Sacerdoti con una fedina penale notevolmente sporca che, nei guai con la legge per l’ennesima volta, denunciano “complotti” giudaico-massonici. (Questa dichiarazione mi ricorda qualcuno, qualcuno con baffetti e divisa, ma no, non è Chaplin). Ministri della Repubblica che prontamente assicurano loro “vigilanza” sui complotti...
Miei cari ET, cosa devo dirvi di più? Di qualsiasi costellazione siate originari, restateci. O almeno non mettete piede in Italia, fino a che non diventiamo un paese civile.
Maria G. Di Rienzo
P.S. Gli episodi di cronaca succintamente narrati sono avvenuti nelle province o nella città di: Roma, Palermo, Manfredonia, Foggia, Catania, Civitavecchia, Milano, Ferrara, Lucca, Viterbo. Gli autori degli atti di violenza erano cittadini italiani e cittadini immigrati; le vittime pure.