Incontrando i preti della diocesi di Albano il Papa ieri ha invitato a far cogliere nella storia del santo di Assisi la sua ricerca dell’unica strada che dà pienezza alla vita
Da Roma Mimmo Muolo (Avvenire, 01.09.2006)
Cinque domande per il Papa. E cinque risposte del Pontefice. Articolate e profonde, ancorché pronunciate a braccio, e in alcuni passaggi anche sorprendenti. Come quando Benedetto XVI, riferendosi alla pastorale giovanile, cita san Francesco d’Assisi. Il quale non era solo un ambientalista e un pacifista, sottolinea, «ma soprattutto un convertito». Prima di cambiare vita, infatti, «era una specie di play boy, ma poi ha sentito che ciò non era più sufficiente e ascoltando la voce del Signore che gli diceva: "Va’, ripara la mia casa", ha compreso quale fosse la sua strada». Anche in questo senso, dunque, il suo esempio deve essere proposto ai giovani, affinché possano «cercare la strada che allarga la loro vita».
Il dialogo si è svolto ieri mattina a Castel Gandolfo, dove Papa Ratzinger ha ricevuto in udienza 120 sacerdoti e religiosi della diocesi di Albano (nel cui territorio si trova la sua residenza estiva), guidati dal vescovo, Marcello Semeraro, e alla presenza del cardinale Angelo Sodano, che della Chiesa suburbicaria è il porporato titolare. Incontro estremamente cordiale e familiare, che il Pontefice, apparso sereno e sorridente, ha impostato come quello con i sacerdoti romani. Così, dopo il saluto di monsignor Semeraro, sono stati gli stessi presbiteri a rivolgergli i loro quesiti: su alcuni problemi di vita dei sacerdoti, sui giovani, sulla liturgia, le famiglie e la pastorale integrata. A ciascuna domanda Benedetto XVI ha risposto parlando per oltre un quarto d’ora, cosicché l’udienza si è protratta quasi fin verso le 13 e si è conclusa con la preghiera dell’Angelus.
La pastorale giovanile.A porgli il quesito sui giovani è stato don Gualtiero Isacchi, responsabile diocesano di questo settore. «Occorre stare con i giovani, ispirarli», ha risposto il Papa sottolineando l’importanza delle esperienze di volontariato, di associazionismo e di formazione, come le scuole di preghiera e di liturgia. Anche forme espressive nuove come i recital possono dare buoni risultati. E qui Benedetto XVI ha citato Forza, venite gente, facendo poi riferimento a san Francesco d’Assisi e alla sua conversione. E in tale contesto il Pontefice ha avuto parole di elogio per il vescovo di Assisi, monsignor Domenico Sorrentino, che ha sottolineato questa dimensione fondamentale del santo. «Anche oggi - ha detto il Papa - bisogna aprire la strada della conversione alla gioia che Dio c’è e ci ama per costruire la sua casa nel mondo».
Le famiglie. Ai giovani che rinviano il matrimonio, ha aggiunto Papa Ratzinger, rispondendo alla domanda di don Angelo Pennazza, parroco in Pavona, «bisogna far comprendere che la bellezza è nella definitività». Quanto poi alle famiglie già formate, il Pontefice ha invitato i sacerdoti ad aiutare chi si trova in uno stato di difficoltà e magari cede alla tentazione di dire: «Separiamoci». All’incontro mondiale di Valencia, ha ricordato invece Benedetto XVI, molte coppie hanno testimoniato che sono proprio le difficoltà della vita «ad aprire una nuova bellezza dell’amore». «Una bellezza fatta solo di armonia, non è una vera bellezza. Essa, anzi, ha bisogno anche del contrasto, perché l’oscurità e la luminosità si completano. Anche l’uva, per maturare, ha bisogno non solo del sole e del giorno, ma anche della pioggia e della notte. E mi sembra che noi stessi sacerdoti dobbiamo imparare la necessità della sofferenza, della crisi, e sopportare questo». Le difficoltà, infatti, non esistono solo nel celibato, ma anche nella vita matrimoniale. «Si pensi alle notti insonni quando i bambini piangono». Infine un riferimento anche ai divorziati risposati. Il «sì nel sacramento del matrimonio è un’alleanza con il Signore». Per questo non è possibile per loro accostarsi al sacramento della comunione.
I preti e la speranza. Nonostante tante difficoltà, ha chiesto padre Giuseppe Zane, possiamo avere speranza?. «Naturalmente abbiamo speranza - ha risposto il Papa - la Chiesa vive». E in duemila anni «da tante crisi è risorta con una nuova giovinezza, nuova freschezza». Benedetto XVI ha citato le Chiese dell’Asia minore e dell’Africa del nord scomparse con le invasioni musulmane, il secolo della Riforma e quello dell’Illuminismo, Hitler che «era convinto di poter distruggere il Cattolicesimo» e anche il marxismo. Ma «la Chiesa è alla fine più forte». Il Pontefice ha anche invitato i sacerdoti a coltivare la dimensione spirituale e la preghiera. «Non è tempo sottratto alla nostra responsabilità pastorale, ma è proprio lavoro pastorale». Quanto poi, alla pastorale integrata, oggetto della domanda di un parroco di Albano, monsignor Gianni Masella, il Papa ne ha sottolineato l’importanza soprattutto in chiave missionaria.
La liturgia. A don Vittorio Petruzzi di Aprilia, che ha posto il problema dell’ars celebrandi, il Papa ha risposto. «Ars celebrandi non è teatralità o spettacolarità, e i sacerdoti non sono attori, ma la perfetta consonanza fra esteriorità e interiorità», in altre parole «tra quanto diciamo con le labbra e quanto fa il cuore». E la gente, ha concluso, percepisce subito se questa consonanza c’è o non c’è.
All’inizio dell’incontro era stato monsignor Semeraro a presentare al Pontefice il volto della Chiesa di Albano. «Una Chiesa in crescita, anche demograficamente», aveva detto il vescovo. «Non ci mancano, però, le ansie, le preoccupazioni», riflesse del resto nelle domande dei sacerdoti. Per questo il presule ha chiesto al Papa «di benedire le parrocchie e le famiglie e pure il nostro lavoro di operai nella vigna del Signore».
Caro Benedetto XVI ... Pirandello (1918) aspetta ancora una risposta !!!
DIO, MARIA e GESU’ ...... E GIUSEPPE, DOV’E’?!!
UN “GOJ”: la ‘risata’ di Pirandello contro la vecchia e zoppa "sacra" famiglia "cattolica" !!!
a c. di Federico La Sala *
Il signor Daniele Catellani, mio amico, bella testa ricciuta e nasuta - capelli e naso di razza - ha un brutto vizio: ride nella gola in un certo modo così irritante, che a molti, tante volte, viene la tentazione di tirargli uno schiaffo.
Tanto più che, subito dopo, approva ciò che state a dirgli. Approva col capo; approva con precipitosi:
Già, già! già, già!
Come se poc’anzi non fossero state le vostre parole a provocargli quella dispettosissima risata.
Naturalmente voi restate irritati e sconcertati. Ma badate che è poi certo che il signor Daniele Catellani farà come voi dite. Non c’è caso che s’opponga a un giudizio, a una proposta, a una considerazione degli altri.
Ma prima ride.
Forse perché, preso alla sprovvista, là, in un suo mondo astratto, così diverso da quello a cui voi d’improvviso lo richiamate, prova quella certa impressione per cui alle volte un cavallo arriccia le froge e nitrisce.
Della remissione del signor Daniele Catellani e della sua buona volontà d’accostarsi senz’urti al mondo altrui, ci sono del resto non poche prove, della cui sincerità sarebbe, io credo, indizio di soverchia diffidenza dubitare.
Cominciamo che per non offendere col suo distintivo semitico, troppo apertamente palesato dal suo primo cognome (Levi), l’ha buttato via e ha invece assunto quello di Catellani.
Ma ha fatto anche di più.
S’è imparentato con una famiglia cattolica, nera tra le più nere, contraendo un matrimonio cosiddetto misto, vale a dire a condizione che i figliuoli (e ne ha già cinque) fossero come la madre battezzati, e perciò perduti irremissibilmente per la sua fede.
Dicono però che quella risata così irritante del mio amico signor Catellani ha la data appunto di questo suo matrimonio misto.
A quanto pare, non per colpa della moglie, però, bravissima signora, molto buona con lui, ma per colpa del suocero, che è il signor Pietro Ambrini, nipote del defunto cardinale Ambrini, e uomo d’intransigentissimi principii clericali.
Come mai, voi dite, il signor Daniele Catellani andò a cacciarsi in una famiglia munita d’un futuro suocero di quella forza?
Mah!
Si vede che, concepita l’idea di contrarre un matrimonio misto, volle attuarla senza mezzi termini; e chi sa poi, fors’anche con l’illusione che la scelta stessa della sposa d’una famiglia così notoriamente divota alla santa Chiesa cattolica, dimostrasse a tutti che egli reputava come un accidente involontario, da non doversi tenere in alcun conto, l’esser nato semita.
Lotte acerrime ebbe a sostenere per questo matrimonio. Ma è un fatto che i maggiori stenti che ci avvenga di soffrire nella vita sono sempre quelli che affrontiamo per fabbricarci con le nostre stesse mani la forca.
Forse però - almeno a quanto si dice non sarebbe riuscito a impiccarsi il mio amico Catellani, senza l’aiuto non del tutto disinteressato del giovine Millino Ambrini, fratello della signora, fuggito due anni dopo in America per ragioni delicatissime, di cui è meglio non far parola.
Il fatto è che il suocero, cedendo obtorto collo alle nozze, impose alla figlia come condizione imprescindibile di non derogare d’un punto alla sua santa fede e di rispettare col massimo zelo tutti i precetti di essa, senza mai venir meno a nessuna delle pratiche religiose. Pretese inoltre che gli fosse riconosciuto come sacrosanto il diritto di sorvegliare perché precetti e pratiche fossero tutti a uno a uno osservati scrupolosamente, non solo dalla nuova signora Catellani, ma anche e più dai figliuoli che sarebbero nati da lei.
Ancora, dopo nove anni, non ostante la remissione di cui il genero gli ha dato e seguita a dargli le più lampanti prove, il signor Pietro Ambrini non disarma. Freddo, incadaverito e imbellettato, con gli abiti che da anni e anni gli restano sempre nuovi addosso e quel certo odore ambiguo della cipria, che le donne si dànno dopo il bagno, sotto le ascelle e altrove, ha il coraggio d’arricciare il naso, vedendolo passare, come se per le sue nari ultracattoliche il genero non si sia per anche mondato del suo pestilenzialissimo foetor judaicus.
Lo so perché spesso ne abbiamo parlato insieme.
Il signor Daniele Catellani ride in quel suo modo nella gola, non tanto perché gli sembri buffa questa vana ostinazione del fiero suocero a vedere in lui per forza un nemico della sua fede, quanto per ciò che avverte in sé da un pezzo a questa parte.
Possibile, via, che in un tempo come il nostro, in un paese come il nostro, debba sul serio esser fatto segno a una persecuzione religiosa uno come lui, sciolto fin dall’infanzia da ogni fede positiva e disposto a rispettar quella degli altri, cinese, indiana, luterana, maomettana?
Eppure, è proprio così. C’è poco da dire: il suocero lo perseguita. Sarà ridicola, ridicolissima, ma una vera e propria persecuzione religiosa, in casa sua, esiste. Sarà da una parte sola e contro un povero inerme, anzi venuto apposta senz’armi per arrendersi; ma una vera e propria guerra religiosa quel benedett’uomo del suocero gliela viene a rinnovare in casa ogni giorno, a tutti i costi, e con animo inflessibilmente e acerrimamente nemico.
Ora, lasciamo andare che - batti oggi e batti domani - a causa della bile che già comincia a muoverglisi dentro, l’homo judaeus prende a poco a poco a rinascere e a ricostituirsi in lui, senza ch’egli per altro voglia riconoscerlo. Lasciamo andare. Ma lo scadere ch’egli fa di giorno in giorno nella considerazione e nel rispetto della gente per tutto quell’eccesso di pratiche religiose della sua famiglia, così deliberatamente ostentato dal suocero, non per sentimento sincero, ma per un dispetto a lui e con l’intenzione manifesta di recare a lui una gratuita offesa, non può non essere avvertito dal mio amico signor Daniele Catellani. E c’è di più.
I figliuoli, quei poveri bambini così vessati dal nonno, cominciano anch’essi ad avvertir confusamente che la cagione di quella vessazione continua che il nonno infligge loro, dov’essere in lui, nel loro papà. Non sanno quale, ma in lui dov’essere di certo. Il buon Dio, il buon Gesù - (ecco, il buon Gesù specialmente!) - ma anche i Sa nti, oggi questo e domani quel Santo, ch’essi vanno a pregare in chiesa col nonno ogni giorno, è chiaro ormai che hanno bisogno di tutte quelle loro preghiere, perché lui, il papà, deve aver fatto loro, di certo, chi sa che grosso male! Al buon Gesù, specialmente! E prima d’andare in chiesa, tirati per mano, si voltano, poveri piccini, ad allungargli certi sguardi così densi di perplessa angoscia e di dogliosa rimprovero, che il mio amico signor Daniele Catellani si metterebbe a urlare chi sa quali imprecazioni, se invece... se invece non preferisse buttare indietro la testa ricciuta e nasuta e prorompere in quella sua solita risata nella gola.
Ma sì, via! Dovrebbe ammettere altrimenti sul serio d’aver commesso un’inutile vigliaccheria a voltar le spalle alla fede dei suoi padri, a rinnegare nei suoi figliuoli il suo popolo eletto: ’am olam, come dice il signor Rabbino. E dovrebbe sul serio sentirsi in mezzo alla sua famiglia un goj, uno straniero; e sul serio infine prendere per il petto questo suo signor suocero cristianissimo e imbecille, e costringerlo ad aprir bene gli occhi e a considerare che, via, non è lecito persistere a vedere nel suo genero un deicida, quando in nome di questo Dio ucciso duemil’anni fa dagli ebrei, i cristiani che dovrebbero sentirsi in Cristo tutti quanti fratelli, per cinque anni si sono scannati tra loro allegramente in una guerra che, senza pregiudizio di quelle che verranno, non aveva avuto finora l’eguale nella storia.
No, no, via! Ridere, ridere. Son cose da pensare e da dir sul serio al giorno d’oggi?
Il mio amico signor Daniele Catellani sa bene come va il mondo. Gesù, sissignori. Tutti fratelli. Per poi scannarsi tra loro. E naturale. E tutto a fil di logica, con la ragione che sta da ogni parte: per modo che a mettersi di qua non si può fare a meno d’approvare ciò che s’è negato stando di là.
Approvare, approvare, approvar sempre.
Magari, sì, farci sì prima, colti alla sprovvista, una bella risata. Ma poi approvare, approvar sempre, approvar tutto.
Anche la guerra, sissignori.
Però (Dio, che risata interminabile, quella volta!) però, ecco, il signor Daniele Catellani volle fare, l’ultimo anno della grande guerra europea, uno scherzo al suo signor suocero Pietro Ambrini, uno scherzo di quelli che non si dimenticano più.
Perché bisogna sapere che, nonostante gran carneficina, con una magnifica faccia tosta il signor Pietro Ambrini, quell’anno, aveva pensato di festeggiare, per i cari nipotini, la ricorrenza del Santo Natale più pomposamente che mai. E s’era fatti fabbricare tanti e tanti pastorelli di terracotta: i pastorelli che portano le loro umili offerte alla grotta di Bethlehem, al Bambinello Gesù appena nato: fiscelle di candida ricotta panieri d’uova e cacio raviggiolo, e anche tanti Franchetti di Soffici pecorelle e somarelli carichi anch’essi d’altre più ricche offerte, seguiti da vecchi massari e da campieri. E sui cammelli, ammantati, incoronati e solenni, i tre re Magi, che vengono col loro seguito da lontano lontano dietro alla stella cometa che s’è fermata su la grotta di sughero, dove su un po’ di paglia vera è il roseo Bambinello di cera tra Maria e San Giuseppe; e San Giuseppe ha in mano il bàcolo fiorito, e dietro sono il bue e l’asinello.
Aveva voluto che fosse ben grande il presepe quell’anno, il caro nonno, e tutto bello in rilievo, con poggi e dirupi, agavi e palme, e sentieri di campagna per cui si dovevano veder venire tutti quei pastorelli ch’eran perciò di varie dimensioni, coi loro branchetti di pecorelle e gli asinelli e i re Magi.
Ci aveva lavorato di nascosto per più d’un mese, con l’aiuto di due manovali che avevan levato il palco in una stanza per sostener la plastica. E aveva voluto che fosse illuminato da lampadine azzurre in ghirlanda; e che venissero dalla Sabina, la notte di Natale, due zampognari a sonar l’acciarino e le ciaramelle.
I nipotini non ne dovevano saper nulla.
A Natale, rientrando tutti imbacuccati e infreddoliti dalla messa notturna, avrebbero trovato in casa quella gran sorpresa: il suono delle ciaramelle, l’odore dell’incenso e della mirra, e il presepe là, come un sogno, illuminato da tutte quelle lampadine azzurre in ghirlanda. E tutti i casigliani sarebbero venuti a vedere, insieme coi parenti e gli amici invitati al cenone, questa gran maraviglia ch’era costata a nonno Pietro tante cure e tanti quattrini.
Il signor Daniele lo aveva veduto per casa tutto assorto in queste misteriose faccende, e aveva riso; aveva sentito le martellate dei due manovali che piantavano il palco di là, e aveva riso.
Il demonio, che gli s’è domiciliato da tanti anni nella gola, quell’anno, per Natale, non gli aveva voluto dar più requie: giù risate e risate senza fine. Invano, alzando le mani, gli aveva fatto cenno di calmarsi; invano lo avena ammonito di non esagerare, di non eccedere.
Non esagereremo, no! - gli aveva risposto dentro il demonio. - Sta’ pur sicuro che non eccederemo. Codesti pastorelli con le fiscelline di ricotta e i panierini d’uova e il cacio raviggiolo sono un caro scherzo, chi lo può negare? così in cammino tutti verso la grotta di Bethlehem! Ebbene, resteremo nello scherzo anche noi, non dubitare! Sarà uno scherzo anche il nostro, e non meno carino. Vedrai.
Così il signor Daniele s’era lasciato tentare dal suo demonio; vinto sopra tutto da questa capziosa considerazione: che cioè sarebbe restato nello scherzo anche lui.
Venuta la notte di Natale, appena il signor Pietro Ambrini con la figlia e i nipotini e tutta la servitù si recarono in chiesa per la messa di mezzanotte, il signor Daniele Catellani entrò tutto fremente d’una gioia quasi pazzesca nella stanza del presepe: tolse via in fretta e furia i re Magi e i cammelli, le pecorelle e i somarelli, i pastorelli del cacio raviggiolo e dei panieri d’uova e delle fiscelle di ricotta - personaggi e offerte al buon Gesù, che il suo demonio non aveva stimato convenienti al Natale d’un anno di guerra come quello - e al loro posto mise più propriamente, che cosa? niente, altri giocattoli: soldatini di stagno, ma tanti, ma tanti, eserciti di soldatini di stagno, d’ogni nazione, francesi e tedeschi, italiani e austriaci, russi e inglesi, serbi e rumeni, bulgari e turchi, belgi e americani e ungheresi e montenegrini, tutti coi fucili spianati contro la grotta di Bethlehem, e poi, e poi tanti cannoncini di piombo, intere batterie, d’ogni foggia, d’ogn i dimensione, puntati anch’essi di sé, di giù, da ogni parte, tutti contro la grotta di Bethlehem, i quali avrebbero fatto veramente un nuovo e graziosissimo spettacolo.
Poi si nascose dietro il presepe.
Lascio immaginare a voi come rise là dietro, quando, alla fine della messa notturna, vennero incontro alla meravigliosa sorpresa il nonno Pietro coi nipotini e la figlia e tutta la folla degli invitati, mentre già l’incenso fumava e i zampognari davano fiato alle loro ciaramelle.
(LUIGI PIRANDELLO, UN "GOJ", Novelle per un anno, Mondadori)
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www.ildialogo.org/filosofia, Venerdì, 01 luglio 2005
ITALIA: PASQUA 2009.IL "GRANDE RACCONTO" EDIPICO DELLA CHIESA CATTOLICO-ROMANA E’ FINITO.
Caro Benedetto XVI...
IL NATALE DI BETLEMME NON E’ IL NATALE DI ‘ROMA’ ... NE’ DI ‘EGITTO’!!!
di Federico La Sala
(www.ildialogo.org, Lunedì, 12 dicembre 2005)
Non è da oggi che “il Natale subisce purtroppo una sorta di inquinamento commerciale, che rischia di alterarne l’autentico spirito", e non solo a causa della “società dei consumi”!!! Se è vero, come è vero, che "costruire il Presepe in casa può rivelarsi un modo semplice, ma efficace di presentare la fede per trasmetterla ai propri figli" e alle proprie figlie; e, ancora, se è vero, come è vero, che "il Presepe ci aiuta a contemplare il mistero dell’amore di Dio che si è rivelato nella povertà e nella semplicità della grotta di Betlemme”, e, che “San Francesco d’Assisi fu così preso dal mistero dell’Incarnazione che volle riproporlo a Greccio nel Presepe vivente, divenendo il tal modo iniziatore di una lunga tradizione popolare che ancor oggi conserva il suo valore per l’evangelizzazione", come mai la Chiesa (che pretende di essere universale - cattolica) continua e continua a negare a Giuseppe il riconoscimento di tutta la sua piena potestà (legale e spirituale) di sposo di Maria e padre di Gesù?! Che ce ne facciamo di un ‘presepe’ con un ‘padre’ de-potenziato dal punto di vista della Legge e dell’Amore?! Non è questo forse l’inquinamento più grande e più pericoloso ... della via, della verità, e della vita?! Che mai potrebbero dire oggi Maria e Gesù di fronte a questa bi-millenaria ostinazione ... di volontà di tutoraggio, di dominio, e di menzogna?! Perché il cuore della Chiesa cattolico-romana è diventato come e più di quello del Faraone d’Egitto, duro come la pietra? Ma perché ... si è fondata proprio su questa pietra, e non sulla pietra viva!!! Dopo una “inutile strage”, al papa Benedetto XV, Luigi Pirandello ricordava e denunciava proprio questo, nella novella “Un goj” (cfr. www.ildialogo.org) pubblicata sul “Corriere della Sera” nel 1918.... Non dimentichiamolo!!!
Federico La Sala
RICORDIAMO:
Giovanni Paolo II a Casablanca - nel 1985 - baciò il Corano, e a Gerusalemme (26.03.2000), al Muro del Pianto così pregò!!!:
"Dio dei nostri padri, tu hai scelto Abramo e i suoi discendenti per portare il tuo Nome fra i popoli. Siamo profondamente rattristati per il comportamento di coloro che nel corso della storia hanno provocato sofferenze a questi tuoi figli e chiedendo il Tuo perdono vogliamo impegnarci in una fratellanza sincera con il popolo dell’Alleanza".
Se vogliamo proseguire sulla strada della pace, della riconciliazione e del dialogo, non possiamo non pensare all’altro lato del problema e pensare alla lezione di Freud: si tratta di andare al di là di Scilla e Cariddi e di ogni biologismo e diabolico razzismo - al di là dell’ "edipo" (l’ordine simbolico di "mammasantissima": l’alleanza Madre-Figlio: Giocasta-Edipo), e saper amare il padre e saper amare la madre: Abramo-Sara, Abramo-Agar ... Giuseppe-Maria). "Dio" non vuol dire "Menzogna" né "Mammona": Dio è Amore ... e allora cerchiamo di usare bene questa "Parola", di coniugarlo bene questo "Verbo"!!! (12 settembre 2006, 7.30).
Federico La Sala
LE DUE PIAZZE
di don Aldo Antonelli
Ieri dal balcone del convento di San Francesco in Assisi che dà sulla piazza pendeva, bene in vista, un lenzuolo bianco con una scritta di solidarietà al popolo di piazza san Pietro in Roma. Pur nel rispetto della "buona volontà" dei frati, io non solo non ho trovato alcun legame tra le due piazze e i due eventi, ma ho avvertito una distanza non colmabile.
Piazza San Pietro e Piazza San Francesco sono due piazze lontane ( e non solo geograficamente) che ieri accoglievano due popoli diversi.
Due piazze e due popoli.
La piazza dei Papi e la Piazza degli umili fraticelli.
La piazza del potere e la piazza del servizio.
La piazza dell’esibizione e la piazza della ricerca.
Popolo fermo, stanziale e plaudente il primo.
Popolo in movimento, eloquente ed esigente il secondo.
Popolo che gioca in difesa e popolo che va all’attacco.
Qualcuno vorrebbe che il mio posto, come prete, fosse lì, nella capitale dell’ìimpero, dove le certezze paralizzano ogni empito di vita.
Io abito in periferia, là dove le piazze sono le strade e dove la ricerca fa fiorire ogni speranza.
A doppio titolo: come cittadino e come cristiano.
D’altra parte Gesù di Nazareth, lui era l’uomo delle strade, dove ci si fa compagni di viaggio.
Aldo
Il mea culpa che Ratzinger non fa
di Enzo Mazzi (il manifesto, 21 marzo 2010)
Finora puntava rigidamente verso il buio, ora sembra orientarsi al contrario verso la luce. Questa svolta radicale, di centottanta gradi, della barca di Pietro annunciata dall’attesissima lettera pastorale ai fedeli d’Irlanda pubblicata ieri, non può che essere salutata con soddisfazione. Ma la genericità dei discorsi non basta.
Non sono soddisfatte soprattutto le migliaia di vittime devastate nel profondo da fatti di violenza gravissimi. Chiedevano una assunzione di responsabilità personale da parte del sommo pontefice, un mea culpa chiaro e tondo, e si ritrovano con un vero e proprio scarico di responsabilità sui suoi sottoposti.
«Non si può negare che alcuni di voi e dei vostri predecessori - dice il papa ai vescovi irlandesi - avete mancato, a volte gravemente, nell’applicare le norme del diritto canonico codificate da lungo tempo circa i crimini di abusi di ragazzi». Chiedevano modificazioni strutturali del sistema chiesa come ad esempio almeno una apertura verso il superamento dell’obbligo del celibato ecclesiastico. Nemmeno un accenno.
Chiedevano meno indottrinamento catechistico dei bambini e più Vangelo. Non un parola. Chiedevano attuazione pratica reale del Concilio e si ritrovano con l’accusa del papa al «frainteso» approccio al Concilio Vaticano II. Chiedevano meno potere della casta sacerdotale, meno assolutismo monarchico della gerarchia e più democrazia o almeno più circolarità comunitaria nella pastorale, nei riti, nella nomina dei vescovi e dei parroci, unica soluzione alla mancanza di trasparenza. E si trovano solo una frase un po’ sibillina del papa in cui tra le cause enumera anche «una tendenza nella società a favorire il clero e altre figure in autorità».
Hanno ragione le vittime ad essere insoddisfatte. Ed è al pari comprensibile l’insoddisfazione di tanti e tante cattolici a cui non basta questa virata della rotta quando è la barca stessa che sta facendo acqua da tutte le parti e che va a fuoco. Non basta l’annuncio di una «Visita Apostolica in alcune diocesi dell’Irlanda, come pure in seminari e congregazioni religiose».
E qui mi sento di esprimere un bisogno che sta emergendo dalla base della chiesa seppure ancora troppo timidamente: riprendere con fede e amore la scelta di considerare l’obbedienza non più una virtù, vincere la paura di drizzarsi in piedi di fronte al potere con tutta la forza della coscienza alimentata dalla rete di relazioni comunitarie e dal Vangelo. Uscire dal silenzio, dai mugugni sussurrati, dalle frammentazioni delle conventicole, dal condizionamento di diadi muffite: dentro/fuori, credenti/non credenti, sacro/profano, obbedienza/disobbedienza e collegare con umiltà ma anche con determinazione le tante e tante esperienze ecclesiali che maturano nell’ombra, chi più dentro e chi più fuori e chi alla frontiera. Senza esclusioni né emarginazioni. Tutto questo sarebbe l’attualizzazione della più genuina tradizione cristiana.
Il cristianesimo è nato così, dal coordinamento di piccole comunità ed esperienze eretiche, è geneticamente ribelle verso tutte le forme di alienazione e in particolare nei confronti del dominio del sacro. Dall’età di Costantino c’è stata una modificazione genetica nell’assetto istituzionale ecclesiastico. Ma una linea di fedeltà al carattere ribelle del primo cristianesimo è stata mantenuta, pur con fatica e contraddizioni, nella storia di questi due millenni fino ad oggi da movimenti, correnti di pensiero critico e comunità di base. La liberazione dal dominio del sacro non si è mai interrotta. Ed oggi occorre forse ridarle forza e visibilità.
di Enzo Mazzi (il manifesto, 20 marzo 2010)
La pedofilia del clero è un fenomeno antico, come del resto la pedofilia intra-familiare. Se oggi emerge e fa scandalo non è necessariamente perché tale fenomeno si sia aggravato ma perché le vittime e i loro genitori hanno il coraggio di denunciare gli abusi. Si conferma ancora una volta il paradigma storico che da sempre anima i movimenti dal basso, le comunità di base e questo stesso giornale: la salvezza del mondo viene dalla forza delle vittime.
È grazie a loro, alle vittime coraggiose, che finalmente si è rivelata la fallibilità, reale umana, dell’«infallibile» supremo pontefice, il quale ha dovuto scusarsi, in qualche modo e mai abbastanza, firmando una lettera che riconosce la necessità di cambiare strada. È grazie a loro che molti vescovi, maestri, padri e dottori, hanno dovuto chinare il capo, perfino dimettersi e imparare a tornare uomini fragili scendendo dal piedistallo della sacralità. È grazie a loro che la Chiesa cattolica tutta, la quale si autodefinisce «indefettibile», ha mostrato il suo volto intimo più vero, di realtà defettibile, precaria, umana, ispirata dal messaggio e dalla testimonianza di un uomo che ha detto «se il seme non muore non porta frutto».
La pedofilia è un crimine e quella dei preti lo è a un livello di gravità e pericolosità particolarmente pesante. Il «sacro», cose sacre, persone sacre, luoghi e tempi sacri, proprio in quanto realtà separata tende ad annullare la sacralità dell’esistenza normale, esclude la sacralità del tutto e quindi è implicitamente e intrinsecamente fonte di violenza. Ma se il sacro si rende responsabile di esplicite forme di violenza, come nella pedofilia dei preti, allora la violenza esplicita e quella implicita si potenziano reciprocamente. Il colpevole di turno Gli episodi di pedofilia che stanno emergendo in tutto il mondo evidenziano contraddizioni e deficienze strutturali dell’istituzione Chiesa. È fuorviante scaricare tutto e solo sul colpevole di turno. Ognuno è responsabile delle proprie azioni e ne deve rispondere verso le vittime e verso la giustizia; ma la responsabilità individuale non assolve affatto le responsabilità dell’istituzione. Vari analisti del fenomeno della pedofilia nella Chiesa e lo stesso Benedetto XVI arrivano a parlare di tolleranza zero, utilizzando acriticamente il linguaggio della destra estrema, ma si guardano bene dal cercarne le radici nella struttura istituzionale ecclesiastica. Sarebbe invece proprio lì, nella struttura del sacro che andrebbe applicata la tolleranza zero.
È nota ormai la relazione che c’è fra il sesso e il potere. Già per i greci ed i romani il fallo era simbolo di potere. Nell’antica Roma non di rado le dimensioni e la forma del pene agevolavano la carriera politica e militare. Tutto ciò che si erige sembra essere un riferimento fallico. Gli obelischi, i campanili, le torri, il bastone del comando, lo scettro regale, il pastorale, la stessa mitria vescovile, che cosa sono se non simboli fallici? Non a caso nella Chiesa il potere è riservato rigidamente a chi possiede il sesso maschile e negato in assoluto alla donna. La pedofilia è interna a questo rapporto fra sesso e potere. Chi cerca il bambino o la bambina per soddisfare l’appetito sessuale lo fa per esprimere la propria sete di dominio verso una creatura fragile. È la sete di dominio la radice più profonda della pedofilia. Per cui combattere la pedofilia senza porre la scure alla radice non dico che è inutile ma certo è insufficiente. Ed è la sete di dominio che andrebbe sradicata dalla struttura del sacro. I fedeli, perenni bambini Fa ancora parte di una pastorale «normale», che avrebbe dovuto essere superata nel dopoconcilio ma non lo è affatto, il condizionamento di coscienze infantili attraverso l’imposizione di sensi di colpa che s’insinuano nel profondo e si trascinano inconsapevolmente per tutta la vita. Per non parlare degli indottrinamenti di un certo modo di fare catechesi e di insegnare religione nelle scuole, che è ancora purtroppo largamente maggioritario. Il Compendio del Catechismo pubblicato di recente dal Vaticano, a domande e risposte preconfezionate, da cui non emerge nemmeno un minimo di senso di ricerca, di autonomia, di coscienza critica, non è esso stesso un invito all’indottrinamento? Come una madre possessiva, sembra che Madre Chiesa voglia mantenere in una perenne condizione infantile i suoi figli, tanto li ama. Se non rischiasse di essere male interpretato, verrebbe voglia di chiamare tutto questo «pedofilia strutturale» della Chiesa, nel senso appunto di amore verso gli uomini e donne perennemente bambini. E la sacralizzazione del potere ecclesiastico, la teologia e la pastorale del disprezzo verso il corpo, il sesso e il piacere, la condanna di ogni forma di rapporto fra sessi che non sia consacrato dal matrimonio, non è tutto questo dominio violento?
C’è in questo momento la tendenza a puntare sulla concessione del matrimonio ai preti rendendo il celibato una scelta facoltativa e non definitiva. Ma è il sacerdozio in sé come casta sacrale detentrice di un potere derivante direttamente da Dio da porre in discussione. È tempo che si crei un grande movimento per restituire al cristianesimo il senso della liberazione dal sacro, in quanto realtà separata, liberazione non solo dalle oppressioni economiche e politiche, ma anche psicologiche, etiche-morali, simboliche. Forse non sparirà la pedofilia ma certo verrà colpita a fondo e non solo quella dei preti.
STORIA. La politica di Benedetto XV al tempo della Grande Guerra ha segnato il percorso della Santa Sede lungo tutto il Novecento
E la Chiesa cercò la pace globale
La Chiesa cattolica non si identificava con nessuna parte in lotta, perché era - in un certo senso - un’internazionale
di ANDREA RICCARDI (Avvenire, 06.02.2010) *
La guerra tra europei era divenuta mondiale. Le nazioni in lotta, attraverso i combattimenti e la propaganda di guerra, allargavano sempre più il fossato che le separava. Era un fatto incontestabile, rilevabile nel panorama internazionale e nelle varie opinioni pubbliche. Di questa lacerazione risentiva la Chiesa stessa nel suo intimo. La guerra mondiale è un terreno invivibile per la Chiesa cattolica, diffusa in tante e diverse nazioni: conduce lo stesso cattolicesimo a una lacerazione interna. Infatti, quella Chiesa cattolica, che Benedetto XV guidava da Roma (dietro le mura vaticane, protetto dalla fragile legge delle Guarentigie, non accettata dalla Santa Sede), soffriva proprio la divisione tra i diversi cattolicesimi nazionali coinvolti nel conflitto, l’uno contro l’altro.
La Chiesa cattolica non si identificava con nessuna parte in lotta, perché era - in un certo senso - un’internazionale, una realtà globale. Si vede come questa Chiesa «cattolica» si confronti con la fervida adesione dei cattolici alla guerra, con il nazionalismo cattolico dei vari Paesi, con la demonizzazione del nemico, operata anche da cattolici di livello. Il predicatore domenicano padre Sertillanges, nel 1917, dichiarava, in presenza dell’arcivescovo di Parigi, dopo la Nota di papa Benedetto, di non volerne sapere della «sua pace». Infatti, la pace di Benedetto, quella da lui ricercata, non era la vittoria di una parte sull’altra, ma la fondazione di un ordine internazionale giusto e stabile, operata anche attraverso il riconoscimento dei diritti e dell’identità delle nazioni, che fino allora erano state conculcate. È una pace perseguita non attraverso le armi, ma con il negoziato e il dialogo.
I nazionalismi lacerano la Chiesa stessa, che è per sua natura soprannazionale. I nazionalismi isolano la Santa Sede dalle nazioni e talvolta dagli stessi cattolici. Ma l’isolamento non spinge il Papa al silenzio e a una prudente inazione. La lacerazione dell’«internazionale cattolica» si sente particolarmente tra le mura vaticane, dove il Papa, ospite di una capitale in guerra dal 1915, non accetta mai di essere appiattito sulle ragioni di una parte. Non si tratta di tatticismo, ma di una posizione coerente con la missione della Chiesa e del suo stesso ministero, che vuole ricordare alle nazioni in lotta che c’è qualcosa al di là del conflitto. C’è la comune appartenenza alla famiglia dei popoli.
Nel vuoto di una famiglia ormai lacerata, il Papa parla e agisce ricordando che i popoli sono fratelli, che debbono agire come se lo fossero, anche se non si riconoscono come tali. È una posizione impossibile nella logica stringente della politica e della propaganda di guerra. Ma Benedetto XV non abdica a questa visione «imparziale», che gli appare dettata non solo dalla «carità» della Chiesa cattolica, ma dalla natura stessa dell’umanità.
La posizione elaborata da Benedetto XV, nei quattro anni di guerra, rappresenta la «filosofia» a cui si rifà l’azione della Santa Sede durante tutto il Novecento per quel che riguarda la pace e la guerra.
Pio XII, che era stato stretto collaboratore di papa Della Chiesa in posizioni di grande responsabilità, ha sotto gli occhi la vicenda della Chiesa nella prima guerra mondiale, quando fa le sue scelte tra il 1939 e il 1945. Ma la filosofia dell’imparzialità, accompagnata dalla ricerca del dialogo e del negoziato come via d’uscita dalla logica delle armi, unita all’impegno umanitario, restano un riferimento decisivo per l’orientamento del cattolicesimo lungo tutto il Novecento. La «dottrina» di Benedetto XV è un punto di partenza decisivo, tra guerra e pace, anche per la Chiesa di Paolo VI, di Giovanni Paolo II, di papa Ratzinger, che ha voluto prendere il nome di Benedetto, anche per l’azione di pace condotta dal suo predecessore. Si vede chiaramente l’importanza di questo pontificato come laboratorio di scelte destinate a influenzare la vita della Chiesa per un intero secolo.
Chi conosce sommariamente la figura di papa Della Chiesa potrebbe pensare a una figura «profetica» nel senso di un uomo irruento, interventista, implicato in denunce e condanne. Questa è un’idea di profezia invalsa in un periodo della nostra storia, quello dopo il Vaticano II, ma non è l’unica accezione d’essa. Giacomo Della Chiesa è tutt’altro che un irruento interventista. Ha la formazione e l’esperienza del diplomatico: è un realista, come si vede dalla gestione dei suoi rapporti con l’Italia. Il carattere dell’uomo è quello di un tessitore diplomatico di iniziative: possibili.
È un papa che affascinava il giovane Giovanni Battista Montini, il futuro Paolo VI. Il realismo di papa Benedetto non significa, però, l’accettazione della realtà della guerra o l’andare passivamente a rimorchio dietro alle infiammate opinioni pubbliche nazionaliste. C’è nel Papa una indomita passione per la pace che si esprime anche nella capacità di agire contro corrente, rischiando critiche e isolamento. La sua passione si nutre di una partecipazione davvero profonda al dolore degli uomini e delle donne del suo tempo.
* IL LIBRO
Contro l’inutile strage
Esce in questi giorni in libreria il volume di Antonio Scottà «Papa Benedetto XV. La Chiesa, la Grande Guerra, la pace» (Edizioni di Storia e letteratura, pagine 442, euro 45), che ripercorre in particolare la vicenda del Pontefice e il suo impegno per la pace in occasione del primo conflitto mondiale. Dal volume qui anticipiamo ampi stralci della prefazione dello storico Andrea Riccardi.
Benedetto XVI fa gli auguri all’Italia
"Natale ispiri concordia e solidarietà"
CITTA’ DEL VATICANO - Dopo la caduta di questa notte, a mezzogiorno Benedetto XVI si è affacciato regolarmente dalla Loggia di San Pietro per impartire la benedizione Urbi et Orbi e fare gli auguri di Natale in 65 lingue diverse. Il Papa, il volto sereno, è apparso in diversa forma e ha salutato come sempre le migliaia di fedeli radunati nella piazza. Nel suo messaggio nessun riferimento a quanto accaduto nella notte prima della messa. Ratzinger ha toccato vari temi e nell’augurio all’Italia, il primo, ha auspicato che il Natale ispiri "un generoso impegno epr la concorede costruzione di una società più giusta e solidale".
* la Repubblica, 25 dicembre 2009
Nel pomeriggio una delegazione sarà ricevuta da Napolitano
Il Papa domani a Castel Gandolfo riceve la famiglia francescana
I francescani in questi giorni sono riuniti ad Assisi per il ’’Capitolo delle stuoie’’, il raduno mondiale dei frati appartenenti alle quattro denominazioni in cui è suddiviso l’ordine
Citta’ del Vaticano, 17 apr. (Adnkronos) - Domani mattina nel cortile del Palazzo apostolico di Castel Gandolfo, Benedetto XVI ricevera’ in udienza i francescani che in questi giorni -dal 15 a domani mattina- sono riuniti ad Assisi per il ’’Capitolo delle stuoie’’, cioe’ il raduno mondiale dei frati appartenenti alle quattro denominazioni in cui e’ suddivisa la famiglia francescana.
Sempre nella giornata di domani e’ previsto un altro appuntamento: dopo l’incontro con il Papa nel corso della mattinata, nel pomeriggio una delegazione di 25 responsabili mondiali degli ordini francescani sara’ ricevuta dal Capo dello Stato italiano Giorgio Napolitano presso la tenuta di Castel Porziano.
Il ’’Capitolo internazionale delle stuoie’’ che si sta tenendo in questi giorni, ricorda il primo grande raduno di seguaci di Francesco d’Assisi del 1221 (cinque anni prima della sua morte), quando circa 5000 frati si ritrovarono attorno alla ’’Porziuncola’’ e, per mancanza di posti letto, furono costretti a ’’dormire sulle stuoie’’. L’appuntamento ricorda gli 800 anni di approvazione (aprile 1209), da parte di Papa Innocenzo III della ’’Regola di S. Francesco’’ e quindi l’approvazione del nuovo Ordine.
Oltre 2000 frati provenienti da ogni parte del mondo si incontrano nella citta’ di San Francesco. I 2000 delegati rappresentano i 35 mila frati francescani delle quattro denominazioni che sono presenti in 65 paesi del mondo. I frati presenti al raduno mondiale francescano verranno oltre che dall’Italia (1300) in 345 dall’Europa, 80 dal nord America, 35 dal centro e 45 dal sud America, 15 dal Medio Oriente, 26 dall’Asia e 40 dall’Africa.
Data: 18-04-2009
INTERVENTO DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA
GIORGIO NAPOLITANO
IN OCCASIONE DELL’INCONTRO CON UNA DELEGAZIONE
DELLE FAMIGLIE FRANCESCANE
NELL’800° ANNIVERSARIO DI FONDAZIONE DELL’ORDINE
Tenuta di Castelporziano, 18 aprile 2009 *
Celebrate in questi giorni una ricorrenza di straordinaria importanza e significato, soprattutto perché potete testimoniare che, a distanza di otto secoli, rimane vivo più che mai il messaggio del Santo, l’esempio del Santo. Più vivo che mai anche oggi, in questo mondo, di fronte a un indubbio, allarmante decadimento dei valori spirituali, umani e morali incarnati dalle scelte di vita e dalla predicazione di San Francesco.
Ma non sono stati forse precisamente questi fenomeni e i comportamenti che ne sono derivati a rappresentare una delle cause della crisi che oggi affligge le nostre economie e le nostre società? Parlo di comportamenti dettati dall’avidità, dalla sete di ricchezza e di potere, dal disprezzo per l’interesse generale e dall’ignoranza di valori elementari di giustizia e di solidarietà. E, perfino, quando oggi pensiamo all’Abruzzo e soffriamo per le vittime e per i danni provocati dal terremoto in Abruzzo - certamente un evento naturale, imprevedibile e non evitabile da parte dell’uomo - non possiamo non ritenere che anche qui abbiano contato in modo pesante e abbiano contribuito alla gravità del danno e del dolore umano che si è provocato, anche questi comportamenti di disprezzo delle regole, di disprezzo dell’interesse generale e dell’interesse dei cittadini.
Voi siete dovunque nel mondo oggi e portate, molti o pochi che siate, in ogni singolo paese il seme della vostra fede, la testimonianza dei valori francescani.
Ma io vorrei qui soprattutto sottolineare il grande valore del vostro attaccamento all’Italia: non a caso voi rappresentate gli Ordini e le Famiglie che portano il nome del Santo Patrono d’Italia. Siete profondamente legati a questa terra, a questo popolo e dovunque voi portate il vostro grande messaggio di pace e di solidarietà, di cui c’è più che mai bisogno, c’è sempre bisogno. Di qui l’attualità del messaggio di Francesco. Lei ricordava “le guerre e i conflitti che insanguinavano l’Italia e i comuni italiani all’epoca di San Francesco”: purtroppo le guerre cambiano di natura o cambiano di dimensione, ma non vengono mai cancellate, ancora continuano a flagellare il nostro mondo, a cominciare dalla Terra Santa, e, possiamo dire, in modo più generale e ampio, mai cessano i pericoli di guerra.
Pace e solidarietà dovunque nel mondo, pace e solidarietà per l’Italia. Noi abbiamo bisogno - credo di poterlo dire a nome del Paese e del popolo che ho l’onore di rappresentare - della vostra presenza: noi abbiamo bisogno della vostra opera, noi abbiamo bisogno del vostro impegno a portare avanti valori che anche nel nostro Paese debbono essere continuamente rinnovati e continuamente trasmessi.
* Sito della Presidenza della Repubblica.
VIDEO - Rissa tra monaci a Gerusalemme
Fonte Reuters
Una violenta rissa tra monaci armeni e greci ortodossi è scoppiata nella Basilica del Santo Sepolcro, uno dei siti più sacri del cristianesimo. Si tratta dell’ultimo di una serie di scontri tra monaci delle sei diverse confessioni che si contendono il controllo del sito dove secondo la tradizione si trova la tomba di Gesù. - PER VEDERE IL FILMATO, CLICCARE SUL ROSSO.
medioevo
Un saggio di Jeusset ricostruisce il faccia a faccia, sotto le mura di Damietta, tra il Poverello e Malik al-Kamil San Francesco alla corte del sultano
SAN FRANCESCO ALLA CORTE DEL SULTANO
Un incontro «impossibile» divenuto realtà che oggi può essere riletto come un modello di vero dialogo, dove Oriente e Occidente si confrontano senza scadere nello scontro
DI EDOARDO CASTAGNA (Avvenire, 19.07.2008)
Ha un po’ il sapore della leggenda, tanto suggestivo da apparire perfino inverosimile, se letto con le lenti venate dal pregiudizio dei nostri giorni. Eppure l’incontro tra san Francesco e il sultano d’Egitto è avvalorato da fonti storiche che inducono Gwenolé Jeusset a non avere dubbi: « I documenti sono relativamente numerosi per attestare la veridicità del fatto » , anche se, riconosce, « non conosciamo granché sul contenuto dell’incontro » . A mettere insieme tutti i tasselli del mosaico è allora proprio il francescano francese che, partendo dalla fondamentale testimonianza di san Bonaventura, ricostruisce il contesto, le tappe e il significato del faccia a faccia tra il Poverello e il sultano al- Kamil, sotto le mura di Damietta assediata dai crociati.
Francesco aveva raggiunto l’Egitto negli anni della Quinta crociata, nel corso del viaggio che l’avrebbe condotto in Siria, e l’incontro con il sultano avvenne in un momento di tregua dell’assedio a Damietta. Un contesto storico che Jeusset non esita ad affiancare a quello odierno: « L’avventura vissuta da Francesco d’Assisi - scrive - e Malik al- Kamil, se ce ne lasciamo prendere, può avere un’eco straordinaria all’inizio del terzo millennio » , perché rappresenta un esempio, raro e illuminante, di capacità di dialogo alla pari, di sapersi mettere in discussione anche all’apice del conflitto, per esplorare le possibili vie d’uscita dalle logiche dello scontro. E non di uno scontro generico, ma proprio quello tra mondo cristiano e mondo musulmano: lo « scontro di civiltà » che oggi sembra essere tornato al primo punto dell’agenda politica e culturale di Oriente e Occidente.
Francesco, osserva Jeusset, imposta fin dalla prima battuta il colloquio sul piano della fermezza nei propri principi: « Predicò al sultano - riferisce Bonaventura - il Dio uno e trino e il Salvatore di tutti, Gesù Cristo » . Nei racconti di tradizione cristiana, all’affermazione della verità segue, da parte di Francesco, la sfida alla prova del fuoco, di fronte alla quale il sultano dovette riconoscere la minor tempra dei suoi sacerdoti, che rifuggono l’ordalia. Lontano dalla logica di quanti vedono nel dialogo una sorta di costante ricerca del compromesso al ribasso, il Poverello esclude l’atteggiamento tanto caro ai teorici del relativismo culturale d’oggigiorno, che vorrebbero ogni cultura - ma in pratica solo quella occidentale - sempre pronta a fare passi indietro, a cospargersi il capo della cenere dei propri errori, ad ammettere la contingenza di ogni verità. Al contrario, Francesco butta subito sul piatto - e sul piatto rischioso del sultano d’Egitto in guerra mortale contro i cristiani - « la dichiarazione sulla vera religione » . Ma proprio per questo il suo atteggiamento e proficuo: di fronte alla prova di fermezza, di rigore e di onestà del santo cristiano, al- Kamil dà prova non solo di squisita cortesia, ma anche di totale correttezza, accettando il dialogo alla pari senza per questo recedere a sua volta dalla saldezza nella sua fede. Mostrando, dal canto suo, una simmetrica apertura al dialogo fermo nei propri principi ma anche disposto ad accettare quelli altrui; un modello per i musulmani di oggi, rileva Jeusset estendendo le possibili analogie dal campo cristiano a quello islamico. Il francescano francese, che ha imparato a conoscere il mondo dell’islam dall’interno durante i vent’anni vissuti da missionario in Costa d’Avorio e che in seguito è stato il primo presidente della Commissione internazionale francescana per le relazioni con i musulmani, mette in luce come il sultano abbia agito non tanto alla luce di un’illuminazione della Grazia che sarebbe poi approdata a una conversione, come mostrano i resoconti cristiani posteriori via via sempre più espliciti, ma anzi un fermo radicamento nell’insegnamento stesso del Corano, che nella sura XXIX recita: « Il nostro Dio e il vostro Dio è uno solo e a lui noi siamo sottomessi » . Nella speranza che questo spirito, presente nella dottrina islamica ma ai nostri giorni messo drammaticamente tra parentesi dal prevalere delle interpretazioni fondamentaliste, risorga, Jeusset conclude sottolineando che « la visita al campo musulmano di Damietta costituisce l’incontro impossibile che diviene realtà » .
Gwenolé Jeusset
-FRANCESCO E IL SULTANO
-Jaca Book. Pagine 220. Euro 22,00
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l’intervento
Il patriarca latino di Gerusalemme, Michel Sabbah, rilancia il dialogo: «Oggi è la città di due popoli: tutti e due devono poter viverci con gli stessi doveri e gli stessi diritti»
Terra Santa, la pace è possibile
«Palestinesi e israeliani sono chiamati a questa responsabilità davanti a Dio: devono sforzarsi di trovare uno statuto speciale che rispetti le speranze dei due popoli e delle tre religioni»
DI MICHEL SABBAH (Avvenire, 13.02.2008) *
Ci domandiamo oggi se la pace è possibile in Terra Santa. In concreto ci sono segni di speranza, ma soprattutto sembrano prevalere paure, esitazioni, oppressioni e instabilità. E le sofferenze continuano. Costruire la pace in Terra Santa, come ovunque, è impresa sempre più difficile.
Numerosi sono i conflitti nel mondo in cui la violenza, il disprezzo della persona umana e dell’immagine di Dio nell’uomo sono praticati non solo da individui, ma da gruppi e a volte da governi responsabili. La pace in Medio Oriente sarà certamente frutto di accordi tra capi di governo e responsabili politici; ma prima di tutto coinvolgerà nel profondo i rapporti tra le comunità e tra i singoli. Ogni palestinese e ogni israeliano dovranno vedere nell’altro non più un nemico da odiare e da combattere, ma un fratello e un amico con cui costruire finalmente le nuove società palestinese e israeliana. La pace in Medio Oriente comincia a Gerusalemme.
Qui si manifesta il più profondo mistero di Dio per la storia dell’umanità: ha scelto questa città per raggiungere, attraverso il popolo eletto, tutti i popoli della terra. Gerusalemme: città in cui la fede in Dio unisce popoli e nazioni e città in cui i credenti, in nome di Dio, lungo i secoli e fino a oggi, si sono posti in conflitto. Città della riconciliazione, sorgente di pace per i pellegrini che la raggiungono, ma deserto di divisione per i suoi abitanti. La città dove tutti dicono «io qui sono nato» e che non è rimasta, nello scorrere dei secoli, esclusiva di una sola religione. Ebraismo, cristianesimo e islam oggi vi coesistono: sono tutti radicati in lei. La città di Dio è come Dio: per tutti. Nessuno può avere Dio in esclusiva, nessuno può avere la città di Dio in esclusiva e privarne l’altro. Gerusalemme è la dimora di Dio, aperta a tutti; è la dimora dello Spirito, sorgente di santità e di dignità per ogni persona.
Gerusalemme era ed è ancora il centro dell’ebraismo: era ed è il centro del cristianesimo. Dal sesto secolo fu per l’islam la «santa» città, il «santuario di Dio». Oggi, come nel passato, ci sono credenti, ebrei, musulmani e cristiani, amati da Dio di un amore speciale, che in questa terra, al di là delle divisioni e dei conflitti quotidiani, sono uniti nell’intimità della preghiera. Per loro intercessione Dio non permette che maggiori mali cadano su Gerusalemme. Altri credenti, e sono sfortunatamente la maggioranza, danno rilievo all’espressione esterna della loro fede, accentuando le differenze religiose che sono conseguentemente sfruttate da ambizioni e interessi umani.
Ogni giorno viviamo nei nostri cuori e nei nostri corpi la tragedia della divisione, dell’odio e della morte. La città della riconciliazione, la città di Dio, appare tragicamente lontana da Dio. Gerusalemme ha bisogno di pace e di riconciliazione, come d’altronde tutta le regione. Oggi Gerusalemme è la città di due popoli: tutti e due devono poter viverci con gli stessi doveri e gli stessi diritti. La Gerusalemme palestinese deve essere realmente palestinese, e l’israeliana israeliana. È una grande responsabilità amministrare la città di Dio rispettandone il Suo disegno, cioè con lo stesso amore e la stessa giustizia per tutti i suoi figli. Perciò palestinesi e israeliani, oggi chiamati a questa responsabilità davanti a Dio, devono sforzarsi di trovarle uno statuto speciale che rispetti le speranze dei due popoli e delle tre religioni presenti.
Gerusalemme è la chiave della pace nella regione e ogni soluzione imposta con la forza, che non rispetti i diritti e i doveri di tutti, può portare solo a una tregua, ma non a una pace definitiva. Una soluzione ingiusta o imposta rimarrà una minaccia permanente alla pace.
Soltanto la via della giustizia può condurre alla pace. Con la violenza si può vincere una guerra o una battaglia. Uno Stato può essere creato con la forza, ma la pace no. La realtà che stiamo vivendo in Terra Santa lo prova: con la forza Israele ha vinto battaglie e guerre ed ha creato uno Stato. Ma la ricerca della pace con i palestinesi non è ancora finita. Il dialogo tra le parti coinvolte è l’unica via, purché gli accordi non rimangano mere firme sulla carta.
Vedremo la vera vittoria solo quando avremo giustizia per tutti. Io, vescovo in questa Terra Santa e martoriata, chiedo una pace che garantisca tutti i diritti a tutte le parti in conflitto.
Desidero una pace che sia in grado di garantire la sicurezza ai palestinesi, agli israeliani e a tutti i popoli della regione; una pace che rispetti la dignità, la libertà, la sovranità e i diritti di ogni persona e di ogni popolo.
Bisogna riconoscere che la religione, in questa parte del mondo, ha una grande responsabilità nella ricerca della giustizia e della pace: è anzitutto la fede nell’unico Dio creatore e nell’amore per tutte le sue creature. Evidentemente questo amore deve conciliarsi con il diritto di difendersi e di difendere la dignità di ogni persona, nonché con il rifiuto di ogni forma di oppressione e di ingiustizia. In Oriente la religione compenetra e anima tutte le attività private e pubbliche. Tutto viene posto sotto il nome di Dio.
Tutto incomincia e finisce nel suo nome: la guerra, come la pace.
Perciò i leader religiosi possono avere un’influenza decisiva sui fedeli, in un senso come nell’altro: possono incitare alla guerra e alla violenza o esortare alla pace. Purtroppo, in nome di Dio, gli uomini hanno causato nel corso della storia molte guerre e conflitti. Oggi, in nome di una fede meglio compresa e meglio vissuta, i leader religiosi hanno la responsabilità di cambiare il comportamento dei fedeli, di aprire una nuova via che conduca il mondo verso la pace, per testimoniare l’appello di Dio all’umanità: Dio è creatore di tutti e vuole il bene di tutti.
*
L’ANTICIPAZIONE
Nato a Nazaret nel 1933, Michel Sabbah (nella foto) è il primo palestinese a essere nominato, nel 1987, patriarca latino di Gerusalemme. Ordinato sacerdote nel 1955 e conseguita la laurea in Filologia della lingua araba a Beirut, ha ottenuto il dottorato in Filosofia alla Sorbona di Parigi ed è stato preside dell’Università di Betlemme.
Presidente della Conferenza episcopale dei vescovi latini della regione araba, dal 1999 al 2007 è stato anche presidente di Pax Christi International. Deciso fautore del dialogo fra le religioni, è una figura di spicco nelle relazioni interreligiose con gli ebrei e i musulmani della Terra Serra. Un impegno ribadito nel volume «Voce che grida dal deserto», del quale anticipiamo qui uno stralcio, curato da Nandino Capovilla e presentato dal cardinale Carlo Maria Martini (Paoline, pagine 138, euro 11,00).
L’ITALIA DI DANTE E GIOTTO IN ’INFERNI E PARADISI’
Roma, 24 ott. - (Adnkronos/Adnkronos Cultura) - La storiografia ufficiale ha sempre riconosciuto nel Rinascimento il periodo di nascita della modernita’. Nel volume "Inferni e paradisi. L’Italia di Dante e Giotto" di E’lisabeth Crouzet-Pavan, edito da Fazi Editore, il docente di storia medievale alla Sorbona, sostiene una tesi differente: nel Duecento, il secolo di Federico II e di Francesco d’Assisi, avviene la prima vera rivoluzione culturale che portera’ alla formazione della coscienza moderna.
E’ in questo periodo, un secolo di lotte intestine e di fazioni opposte, che l’uomo riscopre la dimensione terrena, la vita pubblica, la politica attiva. "Il volume - come spiega l’autrice - vuole essere una riflessione sulla storia dei dispositivi culturali di questa Italia in cui ogni cosa freme".
Il discorso dell’Hofburg
Avvocato della causa umana
di Luigi Geninazzi (Avvenire, 08.09.2007)
Che l’Europa non sia solo un’espressione geografica o un progetto politico ma abbia «qualcosa a che fare con l’anima», lo diceva già il filosofo Jan Patocka. C’è però il rischio di scivolare nel vago idealismo, quello che ha fatto scrivere tante pagine sulla necessità d’infondere uno slancio spirituale ad una realtà che ha ben altri corposi interessi, materiali e ideologici. La riflessione offerta da Benedetto XVI ai rappresentanti politici austriaci e ai diplomatici accreditati a Vienna rovescia i termini della questione: la fede non è un supplemento d’anima per un continente in crisi, è invece l’Europa che per essere se stessa deve fare i conti con l’umanesimo cristiano.
È un pronunciamento d’ampio respiro e di grande rigore intellettuale quello tenuto dal Pontefice nell’ex palazzo imperiale della città «crocevia» del mondo e cuore dell’Europa. Come già la lezione di un anno fa a Ratisbona il discorso di ieri alla Hofburg conferma la fiducia luminosa di Papa Ratzinger nell’argomentazione razionale innervata dalla fede. Qual è infatti la caratteristica fondamentale dell’Europa? È «la capacità autocritica che la distingue e la qualifica nel vasto panorama delle culture del mondo». Se è vero infatti, continua Benedetto XVI, che nel nostro continente è stato formulato per la prima volta il concetto di diritti umani va anche riconosciuto che il diritto fondamentale, presupposto di ogni altro, è il diritto alla vita. Lo dice senza alzare la voce, con aria mite e logica ferrea. Non lancia anatemi, non crea nuovi dogmi. Parla come avvocato della causa umana e non per difendere «un interesse specificamente ecclesiale». Sull’aborto fa una notazione interessante che desume dalla legislazione austriaca dove l’interruzione volontaria della gravidanza viene permessa, ma al tempo stesso definita illecita e ingiusta. Insomma, è un reato, sia pur depenalizzato, e non un diritto come richiedono femministe e radicali. Mantenere questo carattere di profonda ingiustizia sign ifica non lasciar cadere la contraddizione che lacera la patria del diritto.
Il messaggio è chiaro: per rendere abitabile e gradevole «la casa Europa» occorre trasformarla nella casa della vita. Il che implica tra l’altro che l’accompagnamento alla morte venga fatto «con un’attenzione amorevole e non come un attivo aiuto a morire». Contro l’aborto, l’eutanasia e il crollo demografico il Papa chiama tutti i responsabili politici, siano essi credenti o non credenti. Torna qui un leit-motiv di questo pontificato, «l’allargamento della ragione» che trova nella fede un sostegno decisivo. «Non c’è alternativa all’universalismo egualitario ereditato dal cristianesimo », afferma citando Habermas, il filosofo tedesco con cui ha dialogato l’allora cardinale Ratzinger. Solo un’Europa cosciente di questo, e quindi rispettosa delle proprie radici cristiane, può diventare un modello e reggere la grande sfida della globalizzazione.
Nel suo discorso a Vienna, il Papa ha toccato tutti i punti caldi del dibattito europeo, dal processo di unificazione che valuta positivamente (anche se non risparmia un’annotazione critica nei riguardi di «qualche istituzione comunitaria») fino alla responsabilità, definita «unica», nell’impegno per la pace e nella lotta alla povertà. È questa l’Europa di Benedetto, per dirla col titolo di un libro scritto qualche anno fa da Ratzinger. Un’Europa che sa fare autocritica.
Benedetto XV, magistero di pace
Oggi su «L’Osservatore Romano» un articolo dello storico Danilo Veneruso rilegge la «Nota alle potenze belligeranti» del 1° agosto 1917 (Avvenire, 01.08.2007)
La «Nota alle potenze belligeranti» del 1° agosto 1917, in cui la Prima guerra mondiale viene bollata «inutile strage», non è l’esito d’una discontinuità di analisi, magistero o iniziativa. Fin dal giorno della sua elezione «il 3 settembre 1914, Benedetto XV è stato instancabile, prima ancora di parlare di pace, nel presentare il carattere e le prospettive funeste» del conflitto. Così scrive lo storico Danilo Veneruso in un articolo pubblicato oggi su «L’Osservatore Romano» nel 90° anniversario della nota di papa Giacomo della Chiesa - ricordata il 22 luglio scorso all’Angelus da Benedetto XVI. Veneruso ripercorre l’evoluzione del quadro internazionale, politico e culturale, che sfocerà nella «grande guerra», considerata «necessaria» dai governi e dalle élite del tempo «per porre ordine alla modernità». Proprio contro l’idea diffusa che le sfide complesse della modernità potessero essere risolte solo con le armi e la violenza, puntò il dito Benedetto XV. Lo fece con chiarezza d’analisi e linguaggio, come testimonia la celebre espressione «inutile strage», che in un primo momento - annota Veneruso - era apparsa eccessiva ai collaboratori del Papa, rispetto agli standard del bon ton diplomatico. Il magistero di pace di Benedetto XV non restò senza frutti: tra i più significativi - scrive ancora Veneruso - la nascita nel 1919 della «Lega per la pace» dei cattolici tedeschi, nel cui statuto si afferma che «il precetto evangelico dell’amore» deve valere nei rapporti fra le persone come in quelli fra gli Stati e i popoli, nell’economia e nella vita sociale.
LA LINGUA DEI VINCITORI
Se vi ricordate,
a suo tempo ebbi a dire che il problema serio del motu proprio con il quale il Papa reistaurava la Messa in latino non era la lingua, ma quello che vi sta dietro, in particolare l’ecclesiologia anti e anteconciliare e la "politica" ratzingeriana...!
Leggetevi queste bellissime riflessioni di Ettore Masina.
Un abbraccio a tutti
Aldo [don Antonelli]
La lingua dei vincitori
Ettore Masina luglio 2007
1
Dal suo letto d’ospedale, una mattina del febbraio 1975, Gigi Ghirotti vide che nella notte era completamente fiorito un albero che egli aveva adottato come amico. Quel tripudio di colori in un inverno non ancora concluso lo estasiò: lui, uno dei migliori giornalisti italiani, stava morendo, di cancro, ma quella mattina sentì che la sua vicenda, incomprensibile e dolorosa, era inserita nel mistero di una vita che ostinatamente si esprime oltre ogni limite. Forse pensò al verso di Quasimodo in cui Dio viene chiamato “Dio del cancro e Dio del fiore rosso”, certo, come narrò egli stesso, desiderò di poter cantare l’immensità e la forza del processo creativo. Dai ricordi dell’adolescenza sentì emergere la bellezza di un inno latino medievale, il “Veni, Creator Spiritus (Vieni, o Spirito Creatore)”, e si accinse a recitarlo accanto a quella finestra; ma tristemente si accorse di non ricordarne più le parole. Gigi poteva ancora scendere dal letto e lo fece; e cominciò a domandare a pazienti, medici, suore e visitatori se qualcuno di loro poteva aiutarlo, ma tutti, un po’ sorpresi, scuotevano la testa. Soltanto a fine mattina incontrò un seminarista americano, studente a Roma, che visitava i malati per non dimenticare le sofferenze dell’uomo. Alla domanda del giornalista sorrise e disse che sì, quell’inno lui lo aveva studiato a memoria, in ginnasio e, sì, lo ricordava ancora; ma aggiunse, arrossendo un poco, che non ne comprendeva più il significato: la sua conoscenza del latino era ormai svanita. Allora, insieme, l’uomo che comprendeva la sostanza del messaggio ma non poteva leggerlo nella sua autenticità e quello che ne conosceva soltanto la formulazione pregarono, quasi aiutandosi l’un l’altro a decifrare un antico manoscritto.
2
Ho ripensato a quest’episodio quando ho letto il motu proprio con il quale Benedetto XVI concede, di fatto, a chi vuole, il diritto (non il permesso) di celebrare la Messa secondo il rito di Pio V, in vigore dal 1570 sino alla riforma liturgica del 1963. E ho pensato che sarebbe bello che i nostalgici del latino e coloro che vivono il vangelo senza avere una cultura classica si aiutassero fra loro per una maggiore pienezza di vita ecclesiale; ma so bene, purtroppo, che non a questo provvede il documento papale; e so anche meglio perché e per chi papa Ratzinger ha sancito il diritto a celebrare la Messa pre-conciliare. Questo “perchè” e questo “per chi” stanno non già nel fatto che vi sono persone le quali vedono nel latino una lingua tradizionalmente “cattolica”, segno di unità fra i credenti di tutte le nazioni, ma nel fatto che alcune centinaia di migliaia di individui (dunque una men che minima parte di quel miliardo e 200 milioni di persone che gli statistici calcolano battezzate nella Chiesa cattolica) dietro questo sentimento mascherano (ma neppure troppo) l’odio per la primavera conciliare e il desiderio di perpetuare una serie di privilegi personali e di classe. E’ un vecchio clericalismo quello cui Benedetto XVI concede ora la vittoria: il clericalismo del prete solo all’altare, avanti a tutti come un generale, intento a pronunziare formule incomprensibili a chi lo ascolta (e dunque magiche) in una lingua che soltanto pochi “signori” conoscono; e in quella lingua misteriosa proclama persino le Scritture rendendole messaggio castale; un celebrante separato, nelle antiche basiliche, da un’area vuota e soprelevata chiamata presbiterio: la quale sembra oggi, dove non è stata “corretta”, una profonda ferita inferta all’unità dell’assemblea eucaristica. E la messa, “quella” messa, è infatti legata al singolo sacerdote, per cui la stessa idea di “concelebrazione” appare negata, con risultati che oggi appaiono persino comici. Ricordo la chiesa di un collegio straniero a Roma, visitata prima del Concilio: una grande sala circolare con una dozzina di cappelle laterali, in ciascuna delle quali un prete celebrava la “sua” messa mentre due poveri chierichetti si affannavano a correre dall’uno all’altro altare, qui porgendo ampolline e là rialzando pianete, a pochi metri di distanza scampanellando per annunziare la Consacrazione o recitando ad alta voce il confiteor... .
Era, quella di Pio V, una Messa resa affascinante nella solennità delle cattedrali, dallo sfolgorio di paramenti, dalla virtuosità di superbi cori, di musiche sconvolgenti (non sempre il gregoriano, anzi, ben più spesso, il barocco del dopo-Riforma); spettacolo talvolta indimenticabile nella sua teatralità ma sempre difficile da seguire con la preghiera; e ridotto spesso, nella pratica feriale delle più modeste parrocchie, a una sorta di borbottìo di un prete raggelato dalla sua anche simbolica solitudine. I fedeli, del resto venivano esortati ad “assistere “ alla Messa ed era normale sentirli dire: “Ho preso la Messa”, come qualcosa che era soltanto dono da ricevere e non atto consapevole.
3
Ma c’è anche di peggio ed è la composizione “sociale” dei gruppi cui Benedetto XVI ha steso la sua mano improvvisamente prodiga. Per quarant’anni Lèfebvre e i suoi fedelissimi hanno apertamente e fieramente avversato i documenti (e più lo spirito) del Concilio (che, non lo si dimentichi, è la massima espressione ecclesiale: i vescovi di tutta la Terra riuniti intorno al Papa), Attribuendo all’assise ecumenica le cause dello sfacelo del mondo e della Chiesa, i lefebvriani sono contro la libertà religiosa, contro l’ecumenismo, contro la democrazia, contro lo Stato di diritto, contro la laicità dello Stato e perciò hanno offerto e offrono una sponda religiosa alle peggiori formazioni politiche del nostro tempo. Basterebbe ricordare un altro vescovo che fu accanto al francese, il brasiliano Proença Sigaud: fondatore di un’associazione chiamata “Tradizione, Famiglia, Proprietà”, di fatto una specie di cappellania per latifondisti persecutori dei poveri e per generali delle dittature latino-americane. Non per niente i lefebvriani celebrano Pio V come il Santo della vittoria dei cristiani sull’Islam, quella battaglia di Lepanto che secondo loro andrebbe ripresa, non soltanto contro i musulmani ma contro tutto il mondo moderno. Per loro il latino è la lingua dei vincitori.
4
Raggelanti mi paiono anche le motivazioni portate da papa Ratzinger sulla sua decisione, notoriamente in contrasto con il parere della maggior parte dell’episcopato. La sua decisione sarebbe nata, egli dice, dalla preoccupazione per un eccesso di creatività (disordinata) da parte dei fedeli conciliari e dalla sofferenza che da esso scaturirebbe per molti, anche giovani, che hanno imparato ad amare i sacri misteri nella celebrazione che ne fa la liturgia tridentina. Argomento, a me pare, stupefacente: invece di invitare queste brave persone, questa èlite tanto sensibile a partecipare attivamente alla elaborazione di una liturgia più fedele ai dettami e allo spirito della riflessione del Concilio, si concede loro di mantenersi in una bolla di vetro, al riparo dei rischi della testimonianza cristiana nella storia, cioè a non tenere conto della riforma varata dall’insieme dei vescovi convocati da due pontefici. Per non tradire la riforma gli si concede di ignorarla!
La seconda motivazione del motu proprio papale è quello della volontà di riconciliazione nella Chiesa. Ora a me sembra che vi sia qui un’altra prova della cultura eurocentrica e classicheggiante dell’attuale pontefice e della sua scarsa, scarsissima e solo libresca conoscenza del mondo d’oggi. Gli pare doloroso (ed è ben giusto che così sia) uno scisma, anche se fortunatamente limitato nelle sue dimensioni perché coinvolge borghesi laureati francesi, svizzeri e italiani, e cerca di ricondurlo nell’alveo dell’ortodossia, ma sembra del tutto inconsapevole della sofferenza di grandi masse di povera gente prodotta da certe sue scelte prudenziali. Non ha detto, in occasione del tristissimo viaggio in Brasile, che la beatificazione di monsignor Romero sollecitata da milioni di campesinos, è rinviata a chissà quando per ragioni di opportunità? Queste opportunità sembrano esistere soltanto ai margini delle favelas o dei laboratori teologici segnati dal sangue dei nuovi martiri, come quello di Sobrino; e intanto in tutto il cosiddetto Terzo Mondo continua, e si ingrossa, l’esodo da una Chiesa che sembra incom-prensibile e incapace di comprendere.
Non basta moltiplicare, secondo una recente ripresa dello stile di Giovanni Paolo II, la santificazione di preti e di suore d’antico stampo, né calcolare con la bilancia dei cortigiani le folle che si addensano in piazza San Pietro: la Chiesa di Cristo o è speranza alta, forza rinnovatrice della storia dei poveri, o continua a parlare la lingua dei vincitori.
Ettore Masina
Dal Cadore il pontefice rinnova l’appello per la convivenza e contro la corsa agli armamenti
"Se gli uomini vivessero in pace con Dio e tra di loro, la Terra somiglierebbe a un paradiso"
Lorenzago, il papa prega per la pace
"La guerra è l’inferno nel mondo"
LORENZAGO - "Una speciale preghiera per la pace nel mondo" è stata rivolta questa mattina dal papa Ratzinger nella piazza centrale di Lorenzago sul Cadore, gremita da migliaia di fedeli. "In questi giorni di riposo che, grazie a Dio, sto trascorrendo qui in Cadore, sento ancor più intensamente - ha confidato il pontefice - l’impatto doloroso delle notizie che mi pervengono circa gli scontri sanguinosi e gli episodi di violenza che si verificano in tante parti del mondo. Questo mi induce a riflettere ancora una volta sul dramma della libertà umana nel mondo".
"Da questo luogo di pace, in cui anche più vivamente si avvertono come inaccettabili gli orrori delle ’inutili stragi’, rinnovo l’appello - ha scandito il Pontefice - a perseguire con tenacia la via del diritto, a rifiutare con determinazione la corsa agli armamenti, a respingere più in generale la tentazione di affrontare nuove situazioni con vecchi sistemi".
Secondo Benedetto XVI per colpa della guerra, "in questo stupendo ’giardino’ che è il mondo, si aprono spazi di ’inferno’". "Se gli uomini vivessero in pace con Dio e tra di loro - ha detto - la Terra assomiglierebbe veramente a un ’paradiso’. Il peccato purtroppo ha rovinato questo progetto divino, generando divisioni e facendo entrare nel mondo la morte".
"Proprio queste terre in cui ci troviamo, che di per se stesse parlano di pace e di armonia, sono state - ha ricordato il pontefice - teatro della Prima guerra mondiale, come ancora rievocano tante testimonianze ed alcuni commoventi canti degli Alpini. Sono vicende da non dimenticare: bisogna fare tesoro delle esperienze negative che purtroppo i nostri padri hanno sofferto, per non ripeterle".
* la Repubblica, 22 luglio 2007
L’Islam è votato al dialogo
di MUHAMMAD HOSNI MUBARAK (La Repubblica, 17-06-2007)
In un’epoca in cui predomina il discorso sullo scontro invece del discorso sul dialogo tra le civiltà, può essere opportuno tornare indietro ed esaminare come l’Islam, una delle più grandi religioni dell’umanità, considera i suoi rapporti con gli altri. Da questa considerazione potrebbe emergere uno strumento diverso, e sicuramente più positivo, per la coesistenza delle civiltà, delle culture e delle religioni.
Componenti insite nella fede islamica sono l’accettazione, il riconoscimento e la credenza nella verità delle due religioni celesti che hanno preceduto l’Islam: il Giudaismo e il Cristianesimo. Una delle prime lezioni che apprendiamo dal Corano è che non possiamo essere veri Musulmani se non crediamo in "Dio, nei suoi Angeli, nei suoi Libri e nei suoi Profeti"(2: 2851).
Il Corano va oltre e afferma che i veri credenti non fanno differenza alcuna tra i profeti di Dio. Per esempio, per i musulmani, Abramo, patriarca di tutte le tre religioni che portano il suo nome, è musulmano come Muhammad, il Profeta dell’Islam, perché era un vero credente, come lo erano, secondo il Corano, Noè, Giacobbe e i suoi figli, Mosè e Gesù.
In questo senso, nell’Islam, l’interazione, la coesistenza e il dialogo tra le religioni e le civiltà sono più di una semplice necessità dettata dalla prossimità geografica di nazioni che il nostro mondo moderno rende sempre più vicine. Sono invece un prerequisito per l’autorealizzazione dei veri Musulmani, come afferma il sacro Corano: "O voi umani, vi abbiamo creato da un maschio e da una femmina, e vi abbiamo diviso in nazioni e tribù perché facciate reciproca conoscenza"(49: 131)
Questa natura dell’Islam, aperta a tutta la conoscenza, è riassunta in uno dei detti più famosi del Profeta dell’Islam: "seguite la via della conoscenza, dovreste per questo andare fino in Cina". Seguendo il detto del Profeta, i primi scienziati e studiosi musulmani hanno potuto sia assimilare l’eredità delle civiltà precedenti sia arricchire l’umanità con la loro civiltà basata sulla creatività e sull’inventiva in campi come la medicina, l’astronomia, la poesia, la matematica, ecc.
Oggi, questi principi dell’Islam - il riconoscimento e il rispetto della fede e della cultura dell’altro e la ricerca di un’interazione, - sono forse lo strumento migliore per la coesistenza nel nostro mondo moderno in cui alcuni sono più interessati allo scontro di civiltà che al dialogo e alla cooperazione tra i loro popoli. Il 24 luglio 1219, San Francesco d’Assisi intraprese la prima delle sue numerose azioni coraggiose. Nel mezzo delle Crociate, partì con i suoi compagni per la Palestina, poi raggiunse Damietta, in Egitto. Lì ammonì i Crociati che assediavano la città da più di un anno: seguendo la via della morte e della distruzione si allontanavano sempre più dalla via di Dio. San Francesco predicò che alla fine, sarebbero stati sconfitti e scacciati dall’Egitto ed ebbe ragione. San Francesco continuò la seconda parte della sua missione - convincere i Musulmani che non tutti i cristiani erano Crociati. Nel mezzo del caos della guerra, circondato da violenza e morte, si arrischiò a chiedere un incontro con il Sultano d’Egitto al-Malik-al-Kamil. Il Sultano accettò di incontrare il coraggioso monaco e trascorse con lui alcuni giorni.
Questa ricca esperienza fu sicuramente il primo esempio di dialogo musulmano-cristiano della storia. Da Damietta, San Francesco proseguì alla volta di Gerusalemme dove incontrò Aissa, Sultano di Damasco al quale consegnò una lettera di raccomandazione del Sultano d’Egitto. Con il suo senso di compassione e la sua dottrina pacifista, San Francesco riuscì laddove erano fallite le armi.
A mio avviso, non esiste uno scontro di civiltà o di religioni, ma uno scontro di interessi. I conflitti ai quali assistiamo oggi trovano la loro motivazione nei gruppi politici alla ricerca di dominio e distruzione che prendono in ostaggio le religioni e le strumentalizzano per realizzare i loro obiettivi. Guardando indietro alla storia di San Francesco e di chi ha seguito il suo esempio nel XIII Secolo, possiamo sentire una speranza. Oggi, in tutte le religioni c’è ancora chi segue l’esempio del Santo e decide di costruire ponti tra i seguaci di religioni diverse e di promuovere la pace tra le civiltà. (questo articolo è contenuto nel libro che verrà donato oggi al Papa dai frati francescani di Assisi)
Deporre i poveri dalla croce: cristologia della liberazione
di ADISTA *
Importante iniziativa di Adista che ha tradotto e messo a disposizione gratuitamente il libro "Deporre i poveri dalla croce: cristologia della liberazione" edito dalla Commissione Teologica Internazionale della ASETT, Associazione Ecumenica dei Teologi/ghe del Terzo Mondo, in risposta alla notificazione vaticana sulle opere di Jon Sobrino.
Care lettrici, cari lettori,
segnaliamo un’importante novità sul nostro sito. Si può leggere finalmente anche in italiano, scaricandolo gratuitamente dalla home page di www.adista.it, il libro digitale "Bajar de la cruz a los pobres: cristología de la liberación" ("Deporre i poveri dalla croce: cristologia della liberazione") della Commissione Teologica Internazionale della ASETT, Associazione Ecumenica dei Teologi/ghe del Terzo Mondo.
La traduzione italiana, curata da Adista, dell’originale spagnolo (che, insieme alla traduzione in inglese, è disponibile agli indirizzi www.eatwot.org/TheologicalCommission e http://www.servicioskoinonia.org/LibrosDigitales) è presentata dal teologo Carlo Molari e presenta due contributi in più: di Aloysius Pieris e dello stesso Molari (è possibile leggere l’originale )
Il libro della Asett è la risposta di circa 40 teologi della liberazione alla Notificazione vaticana sulle opere di Jon Sobrino (autore dell’epilogo del libro), ma non solo: è una difesa, appassionata e potente, della cristologia della liberazione, quella che Leonardo Boff, nel prologo, definisce "una teologia militante che lotta per ’far scendere dalla croce i poveri’".
È questa voce potente quella che è oggi offerta anche al pubblico italiano, attraverso un nuovo metodo che l’Asett ha voluto sperimentare: quello di un libro digitale, libero e gratuito, che, scrive José María Vigil, coordinatore della Commissione Teologica Internazionale della Asett/Eatwot, "può essere regalato e inviato da chiunque per posta elettronica e che potrà anche essere stampato su carta mediante il procedimento della "stampa digitale", un metodo che permette di stampare su carta quantità minime di esemplari (5, 10, 20...), a un prezzo praticamente uguale a quello di un libro normale".
Per scaricare il libro, clicca qui
* IL DIALOGO, Mercoledì, 06 giugno 2007
800 anni fa la rivoluzione del poverello
Francesco
La conversione
Era il 1207 quando Gesù crocifisso in San Damiano lo invitò «a riparare la sua casa». Ma da qualche anno meditava una svolta. Il prossimo 17 giugno Benedetto XVI gli renderà omaggio ad Assisi *
Il 1207 è comunemente ritenuto l’anno della conversione di Francesco d’Assisi. Ed è allora importante - soprattutto per noialtri cattolici - tornar a meditare sull’uomo che ha tanto profondamente rivoluzionato i modi d’approccio alla fede da venir definito l’alter Christus. Quando si parla di uomini o cose importanti del passato che ci sentiamo ancora vicini, è perfino banale definirli "moderni" se non addirittura "attuali". Ma il fatto è che, per Francesco e la sua "proposta cristiana", è proprio così. E’ stato "moderno", anzi rivoluzionario, il suo voler seguire nudo il Cristo povero e nudo sulla croce; è attuale, e sconvolgente, il suo vederlo riflesso nei poveri, negli ammalati, negli umili, negli ultimi della terra. Quando il Signore lo attirò irresistibilmente a Sé, quando fece innamorare di Sé quel giovane vanitoso e scapestrato che sognava amori avventurosi e glorie cavalleresche, la Chiesa e la fede conobbero davvero una svolta.
Nella cristianità latina del primissimo Duecento, quando Francesco stava uscendo dalla giovinezza (un ventenne era, allora, un uomo ormai fatto), il Cristo che s’adorava era «il Cristo delle cattedrali, un giovane Dio bianco e virile; un Re, Figlio di Re», come l’ha splendidamente definito l’ateo Pierre Drieu la Rochelle magistralmente descrivendo il Cristo amato dai volontari franchisti nella guerra civile spagnola. Il cristianesimo occidentale del pieno Medioevo era tutto Antico Testamento e Apocalisse: anche se può apparire paradossale, era un cristianesimo senza Vangelo, quindi in un certo senso senza Gesù. La croce stessa era diventata, fin dai tempi di Costantino, un’insegna gloriosa e vittoriosa, un aureo e ingemmato simbolo imperiale e guerriero. Si conosceva, certo, la teologia del Christus patiens: ma era solo un preludio alla Resurrezione e alla vittoria. I crocifissi dei secoli X-XII sono vivi, gli occhi sbarrati e terribili, il volto severo e sereno, la corona imperiale sulla fronte, le vesti ligurgiche del Summus Sa cerdos indosso.
Il Gesù di Francesco, no: quello, è un Dio povero e nudo, sia nella nascita come Bambino tremante di freddo sulla mangiatoia, sia nella morte atroce su un patibolo infamante. Un Dio che, facendosi Uomo, ha deposto ogni segno di potenza: e quella è la Vera Povertà da imitare. Per noi cattolici, nella storia del cristianesimo c’è un prima di Francesco e un dopo Francesco.
Ma stabilire il momento, l’atto, le circostanze della sua conversione, è arduo. Perfino il primo biografo, Tommaso da Celano, raccontando due volte la vita di Francesco quasi all’indomani della sua canonizzazione, nel 1228, e poi a quasi un ventennio di distanza, sconvolge profondamente la versione dei fatti: il celebre miracolo del crocifisso dipinto della chiesa di San Damiano, che avrebbe parlato ordinando a Francesco di restaurare la Sua chiesa (o la Sua Chiesa?) in rovina, appartiene infatti solo alla seconda redazione della Vita celaniana. Ma quel che Francesco dice di sé, e della chiamata che sentì potente, e di come la comprese e l’accolse, è ben diverso. Lo afferma a chiare lettere, nel suo Testamento: «Nessuno mi diceva che cosa dovessi fare»: una frase nella quale si avverte ancora l’eco dello scoramento, del disorientamento; ma in cui si coglie anche il segno d’una piena consapevolezza di libertà.
Fu un processo lungo, in realtà, la sua conversione. Esso va situato grosso modo tra 1206 e 1208: ma, a voler andar più in fondo alle cose, cominciò ancora prima, quando il giovane aspirante cavaliere programmò la sua partenza per le Puglie in cerca dell’avventura crociata; e si concluse solo nel 1210, ai piedi d’Innocenzo III. Il vero seme di tutto era forse già stato nascosto nel suo animo fra 1202 e 1204, durante la prigionia in Perugia dopo la guerra perduta dagli assisani e la malattia che le tenne dietro. Quando tornò in patria, alle feste e ai banchetti spensierati, non era in realtà più lo stesso; né il fondaco paterno, né le prospettive d’un avvenire cavalleresco, gli bastavano più.
Un grande storico, Arsenio Frugoni, ci ha insegnato che nel ricostruire un processo storico non si debbono mischiare e combinare le fonti tra loro alla ricerca di una unità complessiva dei fatti che finisce con il somigliare al mostro creato in laboratorio dal dottor Frankenstein. Memori di quel magistero, rinunziamo a dare un ordine definitivo a episodi in sé ben noti, ma la sequenza dei quali, se combinata in un modo diverso, finisce con il conferire un valore differente alla stessa conversione: il viaggio troncato a Foligno, le ultime feste con gli amici, lo spettacolo della povertà e delle malattie che fino ad allora aveva schivato con orrore quasi superstizioso («troppo amara mi era la vista dei lebbrosi»), la pietà per le sofferenze umane e la scoperta che per alleviarle sul serio ci vuol più coraggio di quello necessario in battaglia, la visita alla chiesetta diruta di San Damiano e al suo povero prete, il pellegrinaggio a Roma, lo sperpero dei beni paterni, la rinunzia ad essi e al padre stesso pronunziata solennemente dinanzi al vescovo d’Assisi. Un "uscire dal mondo" che per la verità è un irrompervi fiero e irrefrenabile, una ricerca di autenticità e di essenzialità che non sopporta compromessi. Questo è il Cristo di Francesco, che s’incontra solo nella rinunzia a qualunque tipo di avere nel nome dell’essere; questa la Povertà intesa non solo come assenza di possesso di beni, ma soprattutto come rinunzia a qualunque forma di Potere. Altro che il Poverello sorridente che parla con le tortore e accarezza il lupo. Il cristianesimo di Francesco è duro, eroico, refrattario al compromesso. Una fede da vivere in ginocchio dinanzi a Dio, ma in piedi al cospetto del mondo. Nulla di più lontano dalla civiltà del fare, dell’avere, dell’apparire, del primeggiare. Nulla di più inattuale.
Il Papa ad Assisi il 17
La visita nei luoghi di san Francesco, la preghiera sulla tomba del Poverello e l’incontro coi giovani a Santa Maria degli Angeli. Sono i principali appuntamenti del viaggio apostolico di Benedetto XVI ad Assisi, il 17 giugno. Il programma per ora prevede che il Papa arrivi ad Assisi in elicottero; prima tappa al santuario di Rivotorto. Quindi il Pontefice visiterà San Damiano, dove avvenne la conversione del Poverello, poi pregherà sulla tomba di Francesco. A seguire la messa nella piazza della Basilica inferiore, dove sarà recitato anche l’Angelus. Dopo pranzo il saluto alle Clarisse cappuccine tedesche, prima di visitare la cattedrale di San Rufino. La giornata si concluderà con la visita a Santa Maria degli Angeli e l’incontro con i giovani nel piazzale della Basilica.
* Avvenire, 03.06.2007
Preti pedofili
Chi ha deciso in Vaticano di sottrarre i preti pedofili alla magistratura
di Pino Nicotri
Sorpresa: ecco chi, come e quando ha deciso in Vaticano di sottrarre i preti pedofili alla magistratura. Non lo indovinereste mai... *
Prima si sono rivolti con fiducia alla Chiesa, anziché ad avvocati e tribunali, inviando fin dal gennaio 2004 alla curia di Firenze esposti e memoriali sulle violenze sessuali ai danni di minori consumate per anni dal parroco Lelio Cantini, titolare della parrocchia Regina della Pace. Con la complicità di una donna, la solita “veggente” di turno le cui visioni di Gesù servivano alla selezione degli “eletti”, Cantini ha imperversato per anni e anni imponendo violenze, psicologiche e fisiche, fra cui quella sistematicamente rivolta a ragazzine di dieci, quindici, diciassette anni, di avere rapporti sessuali con lui, come forma, diceva, di “adesione totale a Dio”, facendo credere a ognuno e a ognuna di essere il prescelto e intimando il segreto assoluto pena il “castigo divino”. A furia di insistere, le vittime di Cantini hanno ottenuto qualche incontro con l’allora arcivescovo Silvano Piovanelli, con l’arcivescovo Ennio Antonelli e con l’ausiliare Claudio Maniago. Ma tutto quello che sono riusciti a ottenere è stato il trasferimento del parroco mascalzone in un’altra parrocchia della stessa diocesi nel settembre 2005, cioè ben 20 mesi dopo gli esposti, motivato ufficialmente “per motivi di salute”, vale a dire senza che venisse né denunciato alla magistratura né svergognato in altro modo né privato dell’abito talare con la sospensione “a divinis”.
Deluse, le vittime e i loro familiari si sono allora rivolti al papa, con una lettera del 20 marzo 2006 recante in allegato i dettagliati memoriali di dieci tra le almeno venti vittime di abusi. “Non vogliamo sentirci domani chiedere conto di un colpevole silenzio”, hanno spiegato al papa il 13 ottobre 2006 con una nuova, nella quale parlano di “iniquo progetto di dominio sulle anime e sulle esistenze quotidiane” e lamentano come a “quasi due anni” dall’inizio delle denunce dalla Chiesa fiorentina non fosse ancora arrivata né “una decisa presa di distanza” dai personaggi coinvolti nella vicenda né “una scusa ufficiale” e neppure “un atto riparatore autorevole e credibile”.
Alla loro missiva ha risposto il cardinale Camillo Ruini, ma in un modo francamente incredibile, di inaudita ipocrisia e mancanza di senso della responsabilità. Il famoso cardinale, tanto impegnato nella lotta incessante contro la laicità dello Stato italiano, a fronte alle porcherie del suo sottoposto si rivela quanto mai imbelle, omertoso e di fatto complice: tutta la sua azione si riduce a una lettera agli stuprati per ricordare loro che il parroco criminale il 31 marzo ha lasciato anche la diocesi e per augurare che il trasferimento “infonda serenità nei fedeli coinvolti a vario titolo nei fatti”. Insomma, fuor dalle chiacchiere e dall’ipocrisia, Ruini si limita a raccomandare che tutti si accontentino della rimozione di Cantini e se ne stiano pertanto d’ora in poi zitti e buoni, paghi del fatto che il prete pedofilo e stupratore sia stato spedito a soddisfare le sue brame carnali altrove. Come a dire che i parenti delle vittime della strage di piazza Fontana o del treno Italicus si sentano rispondere dal Capo dello Stato non con il dovuto processo ai colpevoli, bensì con una letterina buffetto sulle guance che annuncia, magno cum gaudio, che i colpevoli anziché andare in galera sono stati trasferiti in altri uffici e che pertanto augura, cioè di fatto ordina, “serenità” tra i superstiti e i parenti delle vittime. Un simile comportamento oggi non ce l’hanno neppure gli Stati Uniti: è vero che non permettono a nessuno Stato estero di giudicare i propri soldati quali che siano i crimini da loro commessi, da Mai Lay al Cermis, da Abu Graib a Guantanamo e Okinawa, ma è anche vero che gli Usa anziché stendere il velo omertoso del segreto li processa pubblicamente in patria e non sempre in modo compiacente.
Come sempre la Chiesa si comporta in tutto il mondo come uno Stato nello Stato, con la pretesa non solo di intervenire - come è particolarmente evidente in Italia - contro l’autonomia della politica, ma per giunta di sottrarre il proprio personale alla magistratura competente. Il dramma però è che Ruini ai fedeli fiorentini che hanno subìto quello che hanno subìto non poteva rispondere altrimenti, perché - per quanto possa parere incredibile - a voler imporre il silenzio, anzi il “segreto pontificio” sui reati gravi commessi dai religiosi, compresi gli stupri di minori, è stato proprio l’attuale papa, Ratzinger. Con una ben precisa circolare inviata ai vescovi di tutto il mondo il 18 maggio 2001 e che più avanti riproduciamo per intero, l’allora capo della Congregazione per la dottrina della fede, come si chiama oggi ciò che una volta era la “Santa” (!) Inquisizione e poi il Sant’Ufficio, non solo imponeva il segreto su questi orribili argomenti, ma avvertiva anche che a volere una tale sciagurata direttiva era il papa di allora in persona. Vale a dire, quel Wojtyla che più si ha la coda di paglia e più si vuole sia fatto “santo subito”, in modo da sottrarlo il più possibile alle critiche per i suoi non pochi errori.
Da notare che per quell’ordine scritto diramato a tutti i vescovi assieme all’allora suo vice, cardinale Tarcisio Bertone (oggi ancor più potente perché scelto dal papa tedesco come nuovo Segretario di Stato, cioè ministro degli Esteri del Vaticano), Ratzinger nel 2005 è stato incriminato negli Stati Uniti per cospirazione contro la giustizia in un processo contro preti pedofili in quel di Houston, nel Texas. Per l’esattezza, presso la Corte distrettuale di Harris County figurano imputati il responsabile della diocesi di Galveston Houston, arcivescovo Joseph Fiorenza, i sacerdoti pedofili Juan Carlos Patino Arango e William Pickand, infine anche l’attuale pontefice. Questi è accusato di avere coscientemente coperto, quando era prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, i sacerdoti colpevoli di abusi sessuali su minori. Da notare che l’omertà e la complicità di fatto garantita dalla circolare Ratzinger-Bertone ha danneggiato non solo la giustizia di quel processo, ma anche dei molti altri che hanno scosso il mondo intero scoperchiando la pentola verminosa dei religiosi pedofili negli Stati Uniti (dove la Chiesa ha dovuto pagare centinaia di milioni di dollari in una marea di risarcimenti) e in altre parti del mondo. Un porporato che si è visto denunciare dalle vittime un folto gruppo di preti, anziché punire i colpevoli li ha protetti facendoli addirittura espatriare nelle Filippine, in modo da sottrarli per sempre alla giustizia.
Sono emersi casi imbarazzanti anche in Austria e Polonia, con l’aggravante che si trattava delle massime cariche ecclesiastiche, tra le quali l’arcivescovo di Cracovia pedofilo Julius Paetz, la cui pedofilia era nota fin da quando lavorava in Vaticano nell’anticamera del papa suo connazionale, Wojtyla, e proprio negli anni in cui è “misteriosamente” scomparsa la ragazzina cittadina vaticana Emanuela Orlandi. Ma a scorrere le cronache dei giornali locali si scopre che anche in Italia le condanne di religiosi per pedofilia abbondano, solo che - pur essendo gli stupratori scoperti solo la punta dell’iceberg - vengono tenute accuratamente nascoste. E perché vengano nascoste lo si capisce finalmente bene, e in modo dimostrato, leggendo il testo della circolare emanata dall’ex Sant’Ufficio.
A muovere l’accusa contro l’attuale pontefice, documenti vaticani alla mano, è l’agguerritissimo avvocato Daniel Shea, difensore di tre vittime della pedofilia dei religiosi di Galveston Houston. E Ratzinger sarebbe stato trascinato in tribunale, forse in manette data la gravità del reato, se non fosse nel frattempo diventato papa. Nel settembre 2005 infatti il ministero della Giustizia, su indicazione di Bush e Condolezza Rice, ha bloccato il processo contro Ratzinger accogliendo la richiesta dell’allora segretario di Stato del Vaticano, Angelo Sodano, di riconoscere anche al papa, in quanto capo dello Stato pontificio, il diritto all’immunità riconosciuto non solo dagli Stati Uniti per tutti i capi di Stato. A questo punto è doveroso e niente affatto scandalistico porsi una domanda, decisamente scomoda: quanto ha pesato nella scelta di eleggere papa proprio Ratzinger la necessità di sottrarlo alla giustizia americana e di difenderlo per avere in definitiva eseguito la volontà del pontefice precedente? C’è anche un altro particolare: di solito non si riesce a portare in tribunale anche i superiori dei preti stupratori perché in un modo o nell’altro evitano di ricevere l’atto di accusa, specie se risiedono sia pure solo ufficialmente in Vaticano. Ratzinger invece l’atto di citazione ha accettato di riceverlo: si può escludere lo abbia fatto per obbligare i suoi colleghi cardinali ad eleggerlo papa quando Wojtyla - sempre più malato - fosse venuto a mancare?
Come che sia, Shea però non demorde. Due anni fa è venuto a Roma per protestare in piazza S. Pietro assieme ai radicali in occasione della Giornata mondiale contro la pedofilia. E oggi si dice pronto a ricorrere fino alla Suprema Corte di Giustizia degli Stati Uniti per evitare che i firmatari della circolare vaticana che protegge i sacerdoti pedofili la facciano del tutto franca. Intanto dobbiamo constatare con sbigottimento che i tre nomi più impegnati nella lotta contro la laicità dello Stato italiano e del suo parlamento, vale a dire Ratzinger, Ruini e Bertone, sono stati colti con le mani nel sacco della sottrazione alla magistratura dei preti pedofili e strupratori di minori.
Ecco il testo integrale tradotto dal latino dell’ordine impartito per iscritto da Ratzinger e Bertone:
«LETTERA inviata dalla Congregazione per la dottrina della fede ai vescovi di tutta la Chiesa cattolica e agli altri ordinari e prelati interessati, circa I DELITTI PIU’ GRAVI riservati alla medesima Congregazione per la dottrina della fede, 18 maggio 2001
Per l’applicazione della legge ecclesiastica, che all’art. 52 della Costituzione apostolica sulla curia romana dice: “[La Congregazione per la dottrina della fede] giudica i delitti contro la fede e i delitti più gravi commessi sia contro la morale sia nella celebrazione dei sacramenti, che vengano a essa segnalati e, all’occorrenza, procede a dichiarare o a infliggere le sanzioni canoniche a norma del diritto, sia comune che proprio”, era necessario prima di tutto definire il modo di procedere circa i delitti contro la fede: questo è stato fatto con le norme che vanno sotto il titolo di Regolamento per l’esame delle dottrine, ratificate e confermate dal sommo pontefice Giovanni Paolo II, con gli articoli 28-29 approvati insieme in forma specifica.
Quasi nel medesimo tempo la Congregazione per la dottrina della fede con una Commissione costituita a tale scopo si applicava a un diligente studio dei canoni sui delitti, sia del Codice di diritto canonico sia del Codice dei canoni delle Chiese orientali, per determinare “i delitti più gravi sia contro la morale sia nella celebrazione dei sacramenti”, per perfezionare anche le norme processuali speciali nel procedere “a dichiarare o a infliggere le sanzioni canoniche”, poiché l’istruzione Crimen sollicitationis finora in vigore, edita dalla Suprema sacra Congregazione del Sant’Offizio il 16 marzo 1962, doveva essere riveduta dopo la promulgazione dei nuovi codici canonici.
Dopo un attento esame dei pareri e svolte le opportune consultazioni, il lavoro della Commissione è finalmente giunto al termine; i padri della Congregazione per la dottrina della fede l’hanno esaminato più a fondo, sottoponendo al sommo pontefice le conclusioni circa la determinazione dei delitti più gravi e circa il modo di procedere nel dichiarare o nell’infliggere le sanzioni, ferma restando in ciò la competenza esclusiva della medesima Congregazione come Tribunale apostolico. Tutte queste cose sono state dal sommo pontefice approvate, confermate e promulgate con la lettera apostolica data in forma di motu proprio Sacramentorum sanctitatis tutela.
I delitti più gravi sia nella celebrazione dei sacramenti sia contro la morale, riservati alla Congregazione per la dottrina della fede, sono:
I delitti contro la santità dell’augustissimo sacramento e sacrificio dell’eucaristia, cioè:
1° l’asportazione o la conservazione a scopo sacrilego, o la profanazione delle specie consacrate:
2° l’attentata azione liturgica del sacrificio eucaristico o la simulazione della medesima;
3° la concelebrazione vietata del sacrificio eucaristico assieme a ministri di comunità ecclesiali, che non hanno la successione apostolica ne riconoscono la dignità sacramentale dell’ordinazione sacerdotale;
4° la consacrazione a scopo sacrilego di una materia senza l’altra nella celebrazione eucaristica, o anche di entrambe fuori della celebrazione eucaristica;
Delitti contro la santità del sacramento della penitenza, cioè:
1° l’assoluzione del complice nel peccato contro il sesto comandamento del Decalogo;
2° la sollecitazione, nell’atto o in occasione o con il pretesto della confessione, al peccato contro il sesto comandamento del Decalogo, se è finalizzata a peccare con il confessore stesso;
3° la violazione diretta del sigillo sacramentale;
Il delitto contro la morale, cioè: il delitto contro il sesto comandamento del Decalogo commesso da un chierico con un minore al di sotto dei 18 anni di età.
Al Tribunale apostolico della Congregazione per la dottrina della fede sono riservati soltanto questi delitti, che sono sopra elencati con la propria definizione.
Ogni volta che l’ordinario o il prelato avesse notizia almeno verosimile di un delitto riservato, dopo avere svolte un’indagine preliminare, la segnali alla Congregazione per la dottrina della fede, la quale, a meno che per le particolari circostanze non avocasse a sé la causa, comanda all’ordinario o al prelato, dettando opportune norme, di procedere a ulteriori accertamenti attraverso il proprio tribunale. Contro la sentenza di primo grado, sia da parte del reo o del suo patrono sia da parte del promotore di giustizia, resta validamente e unicamente soltanto il diritto di appello al supremo Tribunale della medesima Congregazione.
Si deve notare che l’azione criminale circa i delitti riservati alla Congregazione per la dottrina della fede si estingue per prescrizione in dieci anni. La prescrizione decorre a norma del diritto universale e comune: ma in un delitto con un minore commesso da un chierico comincia a decorrere dal giorno in cui il minore ha compiuto il 18° anno di età.
Nei tribunali costituiti presso gli ordinari o i prelati possono ricoprire validamente per tali cause l’ufficio di giudice, di promotore di giustizia, di notaio e di patrono soltanto dei sacerdoti. Quando l’istanza nel tribunale in qualunque modo è conclusa, tutti gli atti della causa siano trasmessi d’ufficio quanto prima alla Congregazione per la dottrina della fede.
Tutti i tribunali della Chiesa latina e delle Chiese orientali cattoliche sono tenuti a osservare i canoni sui delitti e le pene come pure sul processo penale rispettivamente dell’uno e dell’altro Codice, assieme alle norme speciali che saranno date caso per caso dalla Congregazione per la dottrina della fede e da applicare in tutto.
Le cause di questo genere sono soggette al segreto pontificio.
Con la presente lettera, inviata per mandato del sommo pontefice a tutti i vescovi della Chiesa cattolica, ai superiori generali degli istituti religiosi clericali di diritto pontificio e delle società di vita apostolica clericali di diritto pontificio e agli altri ordinari e prelati interessati, si auspica che non solo siano evitati del tutto i delitti più gravi, ma soprattutto che, per la santità dei chierici e dei fedeli da procurarsi anche mediante necessarie sanzioni, da parte degli ordinari e dei prelati prelci sia una sollecita cura pastorale.
Roma, dalla sede della Congregazione per la dottrina della fede, 18 maggio 2001.
Joseph card. Ratzinger, prefetto.
Tarcisio Bertone, SDB, arc. em. di Vercelli, segretario»
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Come avrete notato, lo scippo della pedofilia alla magistratura civile e penale di tutti gli Stati dove viene consumata è nascosto tra molte parole che parlano di tutt’altro. E il ruolo “giudiziario”, cioè di fatto omertoso, della Congregazione ex Sant’Ufficio è comunque confermato in pieno dalla vicenda fiorentina. A difendere i fedeli violati sono scesi in campo anche i locali preti ordinari e a causa delle loro insistenze il cardinale Antonelli il 17 gennaio ha scritto alle vittime di Cantini che al termine di un “processo penale amministrativo” tutto interno alla curia e sentita per l’appunto la Congregazione per la dottrina della fede, l’ex parroco “non potrà né confessare, né celebrare la messa in pubblico, né assumere incarichi ecclesiastici, e per un anno dovrà fare un’offerta caritativa e recitare ogni giorno il Salmo 51 o le litanie della Madonna”. Tutto qui! Di denuncia alla magistratura, neppure l’ombra, e del resto il “segreto pontificio” non lascia scampo. Per uno che per anni e anni se l’è fatta da padrone anche con il sesso di ragazzine di soli 10 anni - e di 17 le più “vecchie” - senza neppure scomodarsi con un viaggio nella Thailandia paradiso dei pedofili, si tratta di una pena piuttosto leggerina.... Da far felice qualunque pedofilo incallito! Quanto alle vittime, Antonelli ha anticipato l’ineffabile Ruini: visto che “il male una volta compiuto non può essere annullato”, il cardinale invita le pecorelle struprate a “rielaborare in una prospettiva di fede la triste vicenda in cui siete stati coinvolti”, e a invocare da Dio “la guarigione della memoria”.
Ma a guarire, anche dai troppi condizionamenti opportunistici della memoria, deve essere semmai il Vaticano. E infatti i fedeli fiorentini, che hanno letto la missiva del cardinale con “stupore e dolore”, hanno deciso di non fermarsi. Finora non hanno fatto nemmeno causa civile, ma d’ora in poi, dicono, “nulla è più escluso”. I preti schierati dalla loro parte chiedono al papa - nella lettera inviata tramite la Segreteria di Stato oggi retta proprio da Bertone! - “un processo penale giudiziario”, che convochi testimoni e protagonisti, e applichi “tutte le sanzioni previste dall’ordinamento ecclesiastico”. Chiedono inoltre che Cantini, colpevole di avere rovinato non poche vite, sia “privato dello stato clericale” anche “a tutela delle persone che continuano a seguirlo”.
Però, come avrete notato, neppure i buoni preti fiorentini si sognano di fare intervenire la magistratura dello Stato italiano. I panni sporchi si lavano in famiglia... Che è il modo migliore di continuare a non lavarli. Come per la scomparsa di Emanuela Orlandi. 08.04.2007.
Pino Nicotri
Nella foto, Pino Nicotri giornalista investigativo del settimanale “L’Espresso” e autore di importanti libri inchiesta tra i quali “Mistero Vaticano - La scomparsa di Emanuela Orlandi” Kaos Edizioni.
Fonte e commenti:
* IL DIALOGO, Martedì, 10 aprile 2007
Testimone imbarazzante per gli antichi, lo sposo di Maria diviene popolare solo nell’Ottocento, come operaio da contrapporre al socialismo. Ma oggi la sua figura viene rivalutata
Giuseppe, il padre che ci manca
Mai immagine di potere, bensì mediatore che risolve situazioni complicate. Un modello contro la crisi della figura maschile
di Lucetta Scaraffia (Avvenire, 28.12.2006)
Oggi, quando la figura del padre è indebolita e messa in discussione dalla procreazione artificiale, più volte si è sottolineato che il santo ricordato nel giorno della «festa del papà», Giuseppe, non è un padre naturale. L’indagine su questa figura evangelica e sulla sua storia nelle società cristiane è di grande interesse, come prova un’importante ricerca appena pubblicata in Francia (Paul Payan, Joseph. Une image de la paternité dans l’occident médiéval, Aubier), che parte dagli inizi della devozione allo sposo di Maria. Inizi non facili, se si osserva che come nome di battesimo quello di Giuseppe era pochissimo diffuso fra i cristiani sino alla fine del Quattrocento, quando appunto cominciò a decollare, grazie soprattutto alla propaganda dei francescani. Giuseppe è un personaggio difficile, se non imbarazzante: il dogma della perpetua verginità di Maria lo pone infatti, fin dai primi secoli del cristianesimo, nello spinoso ruolo dello sposo forzatamente casto, capo di una famiglia dove la moglie e il figlio sono entrambi molto superiori a lui.
Per rendere credibile questa situazione l’apocrifo Protovangelo di Giacomo lo raffigura anziano, per adombrarne l’inattività sessuale, e vedovo, per spiegare in questo modo la menzione dei «fratelli» di Gesù nei Vangeli. E l’età avanzata gli è rimasta addosso, nonostante i tentativi - il più importante fu quello di Jean Gerson - di diminuirne l’età, facendo così della castità di Giuseppe una scelta non obbligata che lo avvicina spiritualmente alla Vergine. Anzi, una delle ragioni della diffidenza dei cristiani verso lo sposo di Maria sta proprio in questa sua somiglianza con un personaggio tipico delle novelle satiriche, lo sposo anziano tradito dalla giovane moglie e costretto ad allevare un figlio non suo. Versione dileggiante del ruolo di Giuseppe riproposta anche da molte opere d’arte sacra: queste lo ritraggono come un contadino goffo, che suscita il riso per la sua inabilità di artigiano, riverber andosi sull’incapacità di mantenere dignitosamente la moglie e il figlio. E sino alla fine del medioevo egli non viene mai rappresentato da solo, e sempre un po’ separato dai personaggi più importanti, Gesù e Maria.
Soltanto dal Quattrocento, in nuove rappresentazioni della natività di Gesù, sia Maria che Giuseppe sono inginocchiati davanti al figlio, ad adorarlo nella stessa posizione. È difficile rivolgere le proprie preghiere a un uomo così umile che non sembra capace di soccorrere i fedeli come altre figure più eroiche di martiri o difensori della fede. Il culto dello sposo di Maria, padre putativo di Gesù, si sviluppa quindi solo in età moderna, quando il santo comincia a essere un modello, non solo un protettore, e non diviene davvero una devozione popolare fino all’Ottocento, quando è valorizzato anche come lavoratore in contrapposizione al socialismo dilagante. Nel 1870 Pio IX lo dichiara protettore della Chiesa universale, e nel corso del Novecento gli verranno dedicate ben due feste, il 19 marzo come patrono e modello dei padri, e il 1° maggio come artigiano, in palese contrappunto con la festa d’origine socialista. Nel cristianesimo antico Giuseppe era percepito come l’ultimo patriarca, anello di unione fra antica e nuova economia: proprio per questo è stato rappresentato spesso lontano dalla scena principale, pensoso, testimone dell’incarnazione di Cristo, ma poi anche in veste di ultimo ebreo, che come copricapo talvolta portava proprio il berretto a tre punte imposto in molte città medievali agli ebrei. Il culto di san Giuseppe, incentrato sulla sua umiltà e sul servizio a Gesù, nasce in ambiente monastico, spesso con sfumature mistiche, come in san Bernardo, che valorizza la sua intimità fisica con il figlio.
Ma sono i francescani, nell’ambito della loro complessiva valorizzazione dell’umanità di Gesù, a proporre Giuseppe come esempio da seguire. Per loro diventa positiva la povertà della sacra famiglia e del suo umile custode, e per i loro superiori non usano il termine «abate», che significa padre, ma quello di «custode», attribuito appunto a colui che doveva custodire il piccolo Gesù e sua madre. Nel promuovere la figura di Giuseppe, più successo dei francescani ebbero però i Servi di Maria, primi a festeggiarlo il 19 marzo, poco prima della festa dell’Annunciazione: il santo costituiva infatti il modello naturale del loro ordine, che ne legittimava l’identità impedendo una fusione con altri ordini mendicanti.
Ma il vero riscopritore dell’importanza teorica del padre putativo di Gesù fu Gerson, che influenzò l’ambiente universitario parigino del primo Quattrocento proponendolo come modello politico di pace e di unione. In un momento di forte crisi del papato, durante lo scisma d’Occidente, il teologo scrive che la Chiesa ha bisogno di nuovi punti di riferimento e di nuovi modelli di mediazione perché Pietro non sembra più sufficiente, e in un sermone pronunciato al concilio di Costanza propone Giuseppe come nuovo modello di guida politica, capofamiglia ma anche umile servitore di Gesù.
La proposta di Gerson non ebbe seguito immediato, ma fu ripresa nel Cinquecento dai francescani, che fecero di san Giuseppe un esempio di padre spirituale, e quindi del clero, mediatore fra Dio e gli uomini. Ma, al tempo stesso, anche modello per i padri naturali in un’epoca che, dopo la svalutazione della paternità naturale di fronte a quella spirituale, aveva il problema di ricostruire in ambito cattolico il modello paterno di fronte alla Riforma che, abolendo il clero, aveva accentuato il ruolo del padre di famiglia. In questa lunga e affascinante storia Giuseppe dunque non compare mai come figura di potere, ma piuttosto si afferma come mediatore, un pacificatore che risolve situazioni complicate. E di un padre così c’è molto bisogno anche oggi.
La «josephologie» parla francese
La «josephologie» muove grandi passi in Francia. Un nuovo vigore di studi ha indotto a fondare nel novembre 2005 presso il santuario di San Giuseppe ad Allex un «Centre Français de Recherche et de Documentation Joséphaines» (http://www.josephologie.info); lo dirige l’archeologo Christian-Michel Doublier-Villette, il quale ha appena firmato «La saga de Saint Joseph», in cui passa in rassegna le fonti (anche apocrife) relative al falegname di Nazareth e delinea il contesto culturale che ne ha influenzato l’interpretazione nei secoli. Il Centro progetta inoltre di coordinare i centri di «giuseppologia» sparsi nel mondo e la creazione sul Web di una banca dati multidisciplinare.
il caso
Il falegname piace pure a Boff e Coelho
(R.Be)
Beh, che il più prestigioso esponente della «teologia della liberazione» si occupasse del vecchio e pio san Giuseppe forse non ce l’aspettavamo... E invece Leonardo Boff, il celebre ex frate brasiliano che è stato una delle bandiere della teologia progressista, dedica il suo nuovo libro proprio a «Giuseppe di Nazaret. Uomo giusto, carpentiere» (Cittadella Editrice, pp. 240, euro 16,50), per di più con la prefazione di un «mostro sacro» - forse suo malgrado... - della New Age contemporanea: ovvero lo scrittore Paulo Coelho, il quale rivela di avere per il padre putativo di Cristo «una particolare devozione» e di immaginare volentieri che il tavolo dell’Ultima Cena sia stato costruito proprio dal falegname galileo. Da parte sua, Boff interpreta arditamente Giuseppe come una «personificazione del Padre celeste» e quale completamento - insieme a Gesù e Maria - di una «trinità terrena», attraverso la quale «la Famiglia divina si autocomunica alla famiglia umana».
LA COSTRUZIONE DEL PRESEPE .... QUELLO DELLA COSTITUZIONE DELLA REPUBBLICA ITALIANA E QUELLO DELLA CHIESA ’CATTOLICA’. Quale differenza !!!
Lupi, pecore, pastori?! Un NO per il REFERENDUM. 25 GIUGNO: SALVIAMO LA COSTITUZIONE E LA REPUBBLICA CHE E’ IN NOI
di Federico La Sala (Libertà - quotidiano di Piacenza, 08.06.2006, p. 35)
Nel 60° anniversario della nascita della Repubblica italiana e dell’Assemblea Costituente, l’Avvenire (il giornale dei vescovi della Chiesa cattolico-romana) lo ha commentato con un “editoriale” di Giuseppe Anzani, titolato (molto pertinentemente) “Primato della persona. La repubblica in noi” (02 giugno 2006), in cui si ragiona in particolar modo degli articoli 2 e 3 del Patto dei nostri ’Padri’ e delle nostre ’Madri’ Costituenti.
Salvo qualche ’battuta’ ambigua, come quando si scrive e si sostiene che “il baricentro dell’equilibrio resta il primato della persona umana di cui è matrice la cultura cattolica” - dove non si comprende se si parla della cultura universale, di tutto il genere umano o della cultura che si richiama alla particolare istituzione che si chiama Chiesa ’cattolica’ (un po’ come se si parlasse in nome dell’Italia e qualcuno chiedesse: scusa, ma parli come italiano o come esponente di un partito che si chiama “forza...Italia”!?), - il discorso è tuttavia, per lo più, accettabile...
Premesso questo, si può certamente condividere quanto viene sostenuto, alla fine dell’editoriale, relativamente al “diritto alla vita” (“esso sta in cima al catalogo ’aperto’ dell’articolo 2, sta in cima alla promessa irretrattabile dell’art. 3”) e alla necessità di una responsabile attenzione verso di essa (“Non declini mai la difesa della vita; senza di essa è la Repubblica che declina”). Ma, detto questo, l’ambiguità immediatamente ritorna e sollecita a riporsi forti interrogativi su che cosa stia sostenendo chi ha scritto quanto ha scritto, e da dove e in nome di Chi parla?!
Parla un uomo che parla, con se stesso e con un altro cittadino o con un’altra cittadina, come un italiano comune (- universale, cattolico) o come un esponente del partito ’comune’ (’universale’, ’cattolico’)? O, ancora, come un cittadino di un partito che dialoga col cittadino o con la cittadina di un altro partito per discutere e decidere su quali decisioni prendere per meglio seguire l’indicazione della Costituzione, della Legge dei nostri ’Padri’ e delle nostre ’Madri’ che ci ha fatti - e invita a volerci! - uomini liberi e donne libere, cittadini-sovrani e cittadine-sovrane?!
Nonostante tante sollecitazioni a sciogliere i nodi e chiarirsi le idee da ogni parte - dentro e fuori le istituzioni cattoliche, c’è ancora molta confusione nel cielo del partito ’cattolico’ italiano: non hanno affatto ben capito né la unità-distinzione tra la “Bibbia civile” e la “Bibbia religiosa”, né tantomeno la radicale differenza che corre tra “Dio” e “Mammona” o, che è lo stesso, tra la Legge del Faraone o del Vitello d’oro e la Legge di Mosè!!! E non hanno ancora ben-capito che Repubblica dentro di noi ... non significa affatto Monarchia o Repubblica ’cattolica’ né dentro né fuori di noi, e nemmeno Repubblica delle banane in noi o fuori di noi!!! Il messaggio del patto costituzionale, come quello del patto eu-angelico ...e della montagna è ben-altro!!!
La Costituzione è - ripetiamo: come ha detto e testimoniato con il lavoro di tutto il suo settennato il nostro Presidente, Carlo A. Ciampi - la nostra “Bibbia civile”, la Legge e il Patto di Alleanza dei nostri ’Padri’ e delle nostre ’Madri’ Costituenti (21 cittadine-sovrane presero parte ai lavori dell’Assemlea), e non la ’Legge’ di “mammasantissima” e del “grande fratello” ... che si spaccia per eterno Padre nostro e Sposo della Madre nostra: quale cecità e quanta zoppìa nella testa e nel cuore, e quale offesa nei confronti della nostra Legge dei nostri ’Padri’ e delle nostre ’Madri’- di tutti e tutte noi, e anche dei nostri cari italiani cattolici e delle nostre care italiane cattoliche!!! Nel 60° Anniversario della nascita della Repubblica italiana, e della Assemblea dei nostri ’Padri e delle nostre ’Madri’ Costituenti, tutti i cittadini e tutte le cittadine di Italia non possono che essere memori, riconoscenti, e orgogliosi e orgogliose di essere cittadine italiane e cittadini italiani, e festeggiare con milioni di voci e con milioni di colori la Repubblica e la Costituzione di Italia, e cercare con tutto il loro cuore, con tutto il loro corpo, e con tutto il loro spirito, di agire in modo che sia per loro stessi e stesse sia per i loro figli e le loro figlie ... l’ “avvenire” sia più bello, degno di esseri umani liberi, giusti, e pacifici! Che l’Amore dei nostri ’Padri’ e delle nostre ’Madri’ illumini sempre il cammino di tutti gli italiani e di tutte le italiane... Viva la Costituzione, Viva l’Italia!!!
Federico La Sala
l quotidiano vaticano parla di menzogne: "La famiglia eterosessuale fondata sul matrimonio, diventa inesorabilmente un fenomeno relativo"
L’Osservatore Romano attacca i Pacs. "Il governo vuole sradicare la famiglia"
Marini auspica "il dialogo più generale" possibile, l’opposizione apprezza ma ribadisce il ’No’. Nell’Unione reazioni negative di centristi e teo-dem. La sinistra contro "gli integralisti cattolici" *
ROMA - ’’Natale del 2006: sradicare la famiglia è la priorità della politica italiana’’. Attacco frontale dell’Osservatore Romano alla decisione del governo di varare un disegno di legge sulle unioni di fatto. Nell’articolo il quotidiano vaticano critica anche lo "spregevole volantinaggio durante il passaggio del Papa verso piazza di Spagna", ieri, quando dal ’Manifesto’ sono piovuti volantini contro papa Ratzinger.
"Si parla del primo mese del prossimo anno come il traguardo per una battaglia senza senso: una battaglia combattuta purtroppo anche da chi farebbe meglio a meditare, magari di fronte alla rappresentazione della Natività". Scrive L’Osservatore Romano ricordando che "a gennaio, almeno con il buon gusto, a questo punto fortuito, di aspettare che passino serenamente le festività natalizie, si affronterà, ha detto il governo, la questione delle unioni di fatto".
Per il quotidiano vaticano, "con l’annuncio dell’impegno del governo a produrre un disegno di legge sulle unioni civili, si è ribadito nuovamente il carattere ipocrita di queste iniziative che mirano esclusivamente ad accreditare una forma alternativa di famiglia. Si continua a dire che a gennaio si parlerà di diritti individuali e che la famiglia rimarrà una sola, quella tradizionale, che nessuno vuole mettere in pericolo".
Denuncia l’organo ufficiale d’informazione della Santa Sede: "Si tratta di menzogne. Non ha senso parlare di diritti individuali di persone alle quali è riconosciuto uno stato di coppia e ancora di più di diritti che hanno uno spiccato carattere pubblico, come quelli relativi ai temi previdenziali ed assistenziali. La constatazione è talmente immediata da far pensare che chi esprime certe giustificazioni abbia oltre ad assai poco rispetto per la famiglia, anche un certo disprezzo per l’intelligenza degli uditori".
Spiega ancora L’Osservatore Romano: "Quali che siano le norme da inserire in quel disegno di legge, è chiaro che il tutto andrà fatalmente a costituire una legislazione parallela a quella del diritto di famiglia, il quale diventerebbe, come lo stesso matrimonio, un istituto relativo. Chi difende le coppie di fatto, eterosessuali od omosessuali, spesso afferma anche che riconoscere queste unioni non arreca alcun danno alla famiglia. Anche questa è una, non sappiamo quanto inconsapevole, menzogna. La famiglia eterosessuale, fondata sul matrimonio, diventa inesorabilmente un fenomeno relativo: uno dei diversi fenomeni sociali, una delle diverse forme di accoppiamento".
Per il quotidiano vaticano "il passo verso la completa equiparazioni dei diritti tra coppie di fatto e coppie sposate è brevissimo. Avrebbe fra l’altro qualche chance di essere resa obbligatoria dalla stessa Costituzione. Di doveri all’interno delle coppie di fatto, poi, si parla ben poco. Si vuole dare un riconoscimento pubblico ad uno stato del tutto temporaneo e immediatamente revocabile in forma privata. Insomma, le ipocrisie e le contraddizioni sono evidenti".
Il giornale vaticano ha preso in considerazione anche il volantino di ieri del ’Manifesto’ che rivolgendosi al papa diceva ironicamente ’Lasciaci in pacs’. Durissimo il commento: ’’Neanche il buon gusto invece ha frenato quelli che, durante l’atto di omaggio del Santo Padre in occasione della ricorrenza dell’Immacolata Concezione, hanno voluto chiarire a tutti, con il loro spregevole volantinaggio, quale è la matrice ideologica che è dietro a certi progetti. Questo è il concetto di rispetto, di libertà, di progresso civile che questa gente ha di fronte a manifestazioni esclusivamente religiose’’.
Il mondo politico. E la questione continua a dividere, trasversalmente, il mondo politico. Il centrodestra (con qualche eccezione) si schiera quasi unanimemente contro. Ma è la componente cattolica della maggioranza a esprimere più di una perplessità, suscitando le proteste dell’alla radicale dell’Unione. Per il presidente del Senato, Franco Marini, si tratta di una "materia che merita una discussione completa e complessa", ha detto intervenendo alla conferenza organizzativa delle Acli a Bari, e ha auspicato "un chiarimento di fondo perché si tratta di questioni rilevanti che toccano la vita di molte persone". Riguardo alla possibilità di dialogo con il centrodestra sulla questione, Marini sottolinea che "quello è proprio un argomento dove io auspico il dialogo più generale che ci possa essere".
L’opposizione. Apprezzamento per le parole di Marini vengono dall’opposizione, che però ribadisce il suo ’no’ alla legge. Il coordinatore di FI, Sandro Bondi, chiede che "non si manometta la Costituzione", mentre Renato Schifani, capogruppo di FI al Senato sottolinea che "nulla è stato deciso, come qualcuno a sinistra vorrebbe far credere". Altrettanto secco il ’no’ di Udc, An (anche se Francesco Storace chiarisce che la Cdl ha "comunque il dovere di discuterne") e Lega: "Pensano di essere in Spagna, ma la gente non è scema - attacca Umberto Bossi - dare i soldi agli omosessuali quando non ci sono per le famiglie è profondamente sbagliato. Li spazzeremo via". "Sono certa che non saranno in grado di Mettersi d’accordo per fare una legge", è il secco commento di Alessandra Mussolini.
La mozione. Alcuni senatori del centrodestra, primo firmatario l’esponente di An Alfredo Mantovano, intendono presentare nelle prossime ore al senato una mozione con la quale si impegna l’esecutivo, nell’ipotesi del varo di un ddl in materia di unioni di fatto, "a escludere qualsiasi parificazione, anche implicita, fra la convivenza e la famiglia".
La maggioranza. La questione non divide solo maggioranza e opposizione, ma evidenzia differenze di vedute nella stessa l’Unione. "Un conto è il matrimonio, un altro la convivenza - avverte Nuccio Cusumano dei Popolari-Udeur - ed è bene chiarire subito che nel programma del centro-sinistra la parola Pacs non è contemplata da nessuna parte". La reazione della componente di centro e dei cosiddetti teo-dem fa infuriare l’ala sinistra della coalizione: "I veti posti dall’ala conservatrice o teo-dem dell’Ulivo - dice Angelo Bonelli, capogruppo dei Verdi alla Camera - non solo sono fuori luogo, ma farebbero venir meno le ragioni sociali e politiche della coalizione stessa". Duro anche Roberto Villetti, capogruppo della Rosa nel Pugno a Montecitorio: "Gli integralisti cattolici vogliono bloccare qualsiasi riconoscimento delle unioni di fatto, sollevano un fuoco di sbarramento non solo sull’eutanasia ma anche sul testamento biologico, non vogliono neppure ascoltare le parole drammatiche di Welby e, se ne avessero il potere, censurerebbero anche un giornale laico com’è il Manifesto".
* la Repubblica, 9 dicembre 2006
Messaggio del Pontefice letto in Vaticano. "La corsa al nucleare getta ombre minacciose sull’umanità". Appello a tutti i cristiani: "Siate strenui difensori della dignità della persona e dei diritti umani"
Il Papa: "Eutanasia e aborto sono attentati alla pace"
CITTA’ DEL VATICANO - Benedetto XVI denuncia "lo scempio" che nella nostra società si fa del "diritto alla vita". Nel messaggio per la Giornata mondiale della Pace, che si celebra il primo gennaio 2007, Papa Ratzinger parla con dolore delle morti silenziose "provocate dalla fame, dall’aborto, dalla sperimentazione sugli embrioni e dall’eutanasia". E si chiede: "Come non vedere in tutto questo un attentato alla pace?"
Il testo, letto questa mattina in Vaticano dal cardinal Raffaele Martino e da monsignor Giampaolo Crepaldi, presidente e segretario del Pontificio Consiglio Giustizia e Pace, affronta diversi temi. Pensando in modo speciale ai bambini vittime di soprusi e violenze da parte di adulti senza scrupoli, il messaggio è stato titolato ’’La persona umana, cuore della pace’’.
I pericoli per la pace, dalle diseguaglianze sociali al terrorismo. "Se si pone la persona umana al centro del sistema sociale e dei rapporti culturali e religiosi si riesce più facilmente a garantire la pace che ora nel mondo è sottoposta a numerosi pericoli e sfide costituite dalla violazione dei diritti umani, dalle disuguaglianze sociali e di genere, dal terrorismo, dal pericolo nucleare, dagli attentati alla vita con la fame, l’aborto, l’eutanasia, la sperimentazione sugli embrioni, il degrado ecologico", scrive Benedetto XVI.
Libano, violato il diritto internazionale. Durante il recente conflitto che ha scosso il Libano del sud non è stato osservato l’obbligo di proteggere la popolazione civile e dunque è stato violato il diritto internazionale umanitario, denuncia il Papa nel suo messaggio, ricordando la necessità per gli stati di rispettare anche in caso di guerra il diritto internazionale umanitario.
Corsa al nucleare, ombre minacciose sull’umanità. "Purtroppo ombre minacciose continuano ad addensarsi all’orizzonte dell’umanità", dice ancora Benedetto XVI. Non cita mai apertamente l’Iran o la Corea del Nord ma le sue parole non possono che essere lette in questo contesto quando parla della corsa al nucleare da parte di alcune nazioni: "Suscita grande inquietudine" la "volontà, manifestata di recente da alcuni Stati, di dotarsi di armi nucleari". "Ne è risultato ulteriormente accentuato - si legge nel messaggio - il diffuso clima di incertezza e di paura per una possibile catastrofe atomica. Ciò riporta gli animi indietro nel tempo, alle ansie logoranti del periodo della cosiddetta guerra fredda".
Rispetto e intesa fra religioni e culture. Benedetto XVI propone poi il rispetto ’’della grammatica scritta nel cuore dell’uomo dal divino suo Creatore’’ in base alla quale è possibile trovare una base comune di intesa tra religioni e culture. Infatti, sostiene il Papa, ’’il riconoscimento e il rispetto della legge naturale costituiscono anche oggi la grande base per il dialogo tra i credenti delle diverse religioni e tra i credenti e gli stessi non credenti. E’ questo un grande punto di incontro e, quindi, un fondamentale presupposto per un’autentica pace’’.
E’ importante - rileva inoltre papa Ratzinger - questo convenire di culture, religioni e non credenti sul riconoscimento della legge naturale anche nei riguardi della persona umana, dal momento che persistono nel mondo concezioni riduttive dell’uomo che mettono in serio pericolo i suoi diritti fondamentali, non negoziabili e, quindi, la pace stessa.
Appello ai cristiani: difendete i diritti umani. Ogni cristiano sia "un infaticabile operatore di pace" oltre che uno "strenuo difensore della dignità della persona umana e dei suoi inalienabili diritti". Papa Ratzinger conclude il messaggio con un "pressante appello" al popolo di Dio. "Non venga quindi mai meno il contributo di ogni credente - scrive - alla promozione di un vero umanesimo integrale, secondo gli insegnamenti delle Lettere encicliche ’Populorum progressio’ e ’Sollicitudo rei socialis’, delle quali ci apprestiamo a celebrare proprio quest’anno il 40esimo e il 20esimo anniversario".
Come ogni anno, il testo e’ stato inviato a tutti i vescovi del mondo e sara’ recapitato dai nunzi a tutti i capi di Stato e di governo, accreditati presso il Vaticano, ma attraverso opportuni canali sarà fatto pervenire pure a quei paesi che non hanno relazioni diplomatiche con la S.Sede.
Distribuito in italiano, inglese, francese, spagnolo, portoghese, tedesco, il messaggio sarà tradotto in altre lingue dalle rispettive conferenze episcopali, e anche in arabo.
(la Repubblica, 12 dicembre 2006)
Il ’cattolico’ presepe di "Forza Italia": mettere il cavaliere al posto del bambinello.... "Mammasantissima"!!!
L’ex ministro Tremonti ha liquidato come reato di compromesso storico l’invito rivolto ai due poli dal presidente Napolitano per cercare intese sul risanamento dei conti pubblici chiesto dall’Europa. Di fronte a una proposta di puro buon senso, la risposta sgarbata e priva del più elementare galateo istituzionale conferma che il partito berlusconiano ha come unica strategia quella di sedersi sulla riva del fiume e attendere che sulla Finanziaria il governo Prodi compia un clamoroso scivolone. Del dialogo non sanno che farsene, e se sulla missione in Libano hanno votato con l’Unione è solo perché non potevano comportarsi diversamente dopo il disco verde di Stati Uniti e Israele. Per la verità, neppure nel centrosinistra le piccole e grandi intese raccolgono entusiastici consensi ma, almeno, c’è l’impegno riconfermato da Prodi di non procedere a colpi di maggioranza sul terreno delle riforme. Se questa è la situazione non si comprende sulla base di quali ragionamenti il ministro Mastella giudichi «intempestivo», e dunque «sbagliatissimo» affrontare il problema del conflitto di interessi nel momento in cui, afferma, «cerchiamo la collaborazione della Cdl sulla Finanziaria». Prima di tutto non ci sembra una mossa astuta avvertire Berlusconi che si beccherà l’odiata legge quando non serviranno più i suoi voti. Ma poi, dopo la risposta a Napolitano, quali cortesie, di grazia, Mastella si attende da questa opposizione? E in cambio di cosa un provvedimento cardine del programma dell’Unione (che a certe condizioni perfino An e Udc sono disposti a discutere) dovrebbe essere accantonato? In una celebre commedia c’è unpresepe che, malgrado gli sforzi, al figlio di Eduardo proprio non piace. Mettere il cavaliere al posto del bambinello, per fare apprezzare a Tremonti il presepe dell’Unione, ci sembra francamente troppo.
www.unita.it, Pubblicato il: 04.09.06 Modificato il: 04.09.06 alle ore 6.01
"DEUS CARITAS EST" E "FORZA ITALIA": DUE "LOGO", UNA SOLA L0GICA! L’URLO DEL SILENZIO!!!*
di Federico La Sala
Caro Direttore apprezzo molto il discorso fatto da Franco Laratta [cfr. “La voce del silenzio”: www.lavocedifiore.org, 04.02.2006]: ma, ti prego, non confondiamo i livelli - e salviamo le differenze (e il mio discorso non è affatto "l’altra campana")!!! Che c’entra il messaggio ev-angelico con il discorso del capo assoluto di una SETTA, che si chiama - paradossalmente - "cattolica"?!!! Che "Deus caritas est" lo dica Giovanni, come Gesù, come Francesco, è una cosa .... ma che lo dica il ’Faraone’, me lo concedi?, è un’altra cosa!!! O no?!!! Per farti capire: se io, cittadino italiano, PRIMA - UN TEMPO gridavo "Forza Italia" ero LIBERO E ORGOGLIOSO di essere cittadino italiano; se, ORA ed OGGI, grido "Forza Italia", sono diventato .... un ’italiano’, un ’cattolico’!!! Hai capito la differenza? Cosa c’entra Gesù con il papa Ratzinger?!! E dov’è più la differenza tra il Presidente della Repubblica e il presidente del consiglio in una Italia, dove si grida "Forza Italia"?! Allora cerchiamo di non confondere la "lana" con la "seta" e stiamo attenti a CHI parla e non solo a COSA dice. Premesso questo, credo, comprenderai meglio la portata DEMOCRATICA e COSTITUZIONALE e il senso CRITICO E CRISTIANO della nota (che ti allego), scritta in occasione dell’uscita dell’Enciclica papale. Molti cordiali saluti, Federico La Sala(04.02.2006)
Allegato:
“DEUS CARITAS EST”: IL “LOGO” DEL GRANDE MERCANTE .... DI ARMI***!!! di Federico La Sala
In principio era il Logos, non il “Logo”!!! “Arbeit Macht Frei”: il lavoro rende liberi, così sul campo recintato degli esseri umani!!! “Deus caritas est”: Dio è amore, così sul campo recintato della Parola (del Verbo, del Logos)!!! “La prima enciclica di Ratzinger è a pagamento”(www.unita.it, 25.01.2006 - cfr. www.ildialogo.org/filosofia)!!! Il grande discendente dei mercanti del Tempio si sarà ripetuto in cor suo e riscritto davanti ai suoi occhi il vecchio slogan: con questo ’logo’ vincerai! Ha preso ’carta e penna’ e, sul campo recintato della Parola, ha cancellato la vecchia ’dicitura’e ri-scritto la ’nuova’: “Deus caritas est”! Nell’anniversario del “Giorno della memoria”, il 27 gennaio, non poteva essere ’lanciato’ nel ’mondo’ un “Logo” .... più ’bello’ e più ’accattivante’, molto ’ac-captivante’!!! Il Faraone, travestito da Mosè, da Elia, e da Gesù, ha dato inizio alla ’campagna’ del Terzo Millennio - avanti Cristo!!! Federico La Sala (26.01.2006)
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LA NUOVA "LEGITTIMA DIFESA" E IL CARDINALE MARTINO
E quello che possiamo fare noi nel frattempo
di Enrico Peyretti (www.ildialogo.org/politica, Giovedì, 26 gennaio 2006 )
Se le cose stanno così, se un cardinale, presentando l’enciclica del papa "Dio è amore" valuta un "diritto sacrosanto", il diritto di uccidere un ladro (vedi notizia riportata in fondo), diritto introdotto da un governo sempre più barbaro, distruttore di quanto di civile avevamo; se le cose stanno così, quel cardinale, incaricato di lavorare, per conto della "santa sede", alla giustizia e alla pace, ignora non solo che Dio è amore, ma anche che il senso primo della legge umana e della politica è di allontanare dall’odio i nostri rapporti per condurli verso il rispetto e l’amore, almeno verso la considerazione della vita, anche del ladro, superiore alla proprietà.
Se le cose stanno così, quel cardinale ha perduto non solo il vangelo ma anche il minimo buon senso civile, e dà il suo assurdo appoggio alla più barbara delle leggi berlusconiane, dopo la partecipazione criminale alla guerra di Bush, per qualche basso vantaggio politico. Se poi le cose non stanno così, dica quel cardinale le parole che sono da dire.
Nel frattempo, propongo, e vi propongo, di lanciare una tempesta di lettere e messaggi al micro-presidente del barbaro sconsiglio dei mini-ministri redazione.web@governo.it e al Presidente della Repubblica, garante della Costituzione civile presidenza.repubblica@quirinale.it (in questo caso occorre firmare con nome e indirizzo stradale completi), per gridare la protesta e l’indignazione e la volontà di boicottare in ogni modo la legge sul "legittimo omicidio per salvare il portafoglio".
Buona salute, buon coraggio, buona resistenza, buona speranza!
Enrico Peyretti
La notizia dell’Apcom
Città del Vaticano, 25 gen. (Apcom) - La legge sulla legittima difesa, approvata in via definitiva in Parlamento, "è un principio sacrosanto". Lo ha detto ad Apcom il cardinale Renato Raffaele Martino, presidente del Pontificio Consiglio Giustizia e Pace, a margine della conferenza stampa di presentazione della prima Enciclica di Papa Benedetto XVI, "Dio è amore". "E’ un principio sacrosanto difendersi dall’aggressore - ha detto Martino - così come lo Stato è chiamato a difendersi, anche i cittadini devono poterlo fare. Bisogna però tenere in considerazione il principio di porporzionalità - ha spiegato il card. Martino - ma si tratta di un principio giusto, perché il dono della vita deve essere difeso e anche il bene della vita del nascituro". Ssa/Sav
* www.lavocedifiore.org/, 05.02.2006.
Indizio di un consumismo sempre più vuoto
Eclissi del presepe. Forse rovinava la festa
di Umberto Folena (Avvenire, 01. 12.2006)
Caro Gesù Bambino, hai sentito la notizia? Non sei più trendy, non tiri, non stuzzichi il mercato. Rimani a prender polvere sullo scaffale, invenduto, accanto a capanne bisognose di ristrutturazione, san Giuseppe sempre più barbuti (con tutti quei trilama in offerta speciale), Maria con il manto azzurro sbiadito e i pastorelli tre per due. Lontano dagli occhi perché lontano dal cuore? Caro Gesù, sta succedendo - pare - a Padova, alla Rinascente, proprio nella piazza dove in cima a un’altissima stele veglia la Madonna... ma con tutte quelle vetrine rigurgitanti palle e palline, chi li alza più gli occhi al cielo?
Non vendi, il magazzino è piccino, quindi via il presepe. All’Ikea invece non ce lo mettono proprio, in vendita, ma per altri motivi: "Siamo svedesi". Ah. "Meglio l’albero, è un simbolo più trasversale". Oh. Caro Gesù, non sei abbastanza trasversale, e neanche svedese. Eppure, se è "Natale", qualcuno dev’essere pur nato. Che cosa si festeggia a Natale? Il Babbo omonimo? Santa Tredicesima? La Forestale (con tutti quei pini trasversali)? Sembra quasi che tutto congiuri per farcelo dimenticare. E il presepe, è davvero così pericoloso, imbarazzante, offensivo?
All’Università patavina il sociologo Stefano Allievi osserva (e sottoscriviamo): "Le comunità straniere sanno perfettamente che questo è un Paese cattolico. Anche più di noi. E per loro è naturale vedere rappresentata la fede attraverso simboli caratteristici. Anzi, probabilmente nelle scuole i bambini musulmani parteciperebbero volentieri a realizzare il presepe, o a recitare a fine anno la Natività, anche nella parte di Gesù. Di certo non si sentirebbero offesi".
Caro Gesù, ti stiamo togliendo pure la tua festa. E stiamo togliendo alla nostra fede, già fragile di per sé, il suo centro. Funzioni finché vendi e rendi; altrimenti sotto con palle e lustrini. Se gli italiani si mettono a pensare a te, alzando gli occhi al cielo, rischiano di non restare ipnotizzati dalle vetrine. Potrebbero spendere di meno . E sarebbe una vera catastrofe. Così ti tolgono dagli scaffali. Ciò significa - sperano? - toglierti dal cuore di chi posa il proprio cuore su quegli scaffali, di chi affida la ricerca della felicità alla macchina gioiosa e vorace del consumo.
Noi, caro Gesù, resistiamo. A Padova ci sono tanti bellissimi presepi. Il più visitato è alla Basilica del Santo. Pura tradizione, statuine centenarie, una giornata intera - notte e giorno, sole e stelle - condensata in pochi minuti. La vita, l’intera nostra vita stretta attorno a te, che vieni a redimerla, esaltarla, rivoluzionarla. Bel presepe. Non è abbastanza trasversale? Eppure lo montiamo e smontiamo da secoli con il cacciavite: ma vaglielo a spiegare, agli svedesi.
Corriere della Sera. 25 settembre 2001
Quelle cose che il Papa non può dire
di Vittorio Messori
Qualche irriverente le ha paragonate a un disco rotto: "Pace! dialogo! dialogo! pace!". O a una sorta di mantra, alla ripetizione coatta di parole scaramantiche. Parliamo, ovviamente, delle reazioni cattoliche a ogni annuncio di guerra, quale che sia. Pur comprendendo il fastidio di alcuni per ciò che può apparire il rituale del buonista clericale, bisogna però cercare di capire.
E’ vero che la parola “dialogo” -che pure non appare mai nella Scrittura- è divenuta una sorta di passe-partout nel mondo ecclesiale. Diceva Nietzsche che i cristiani avevano reso insopportabile persino la parola “amore“, a furia di usarne ed abusarne. Oggi, forse, estenderebbe la sua invettiva alla folla cattolica dei “dialoganti”, sempre e comunque.
Ma, in queste settimane convulse, dietro il ritornello consueto ci sono buone ragioni. Almeno, s’intende, da un punto di vista cattolico. Punto di vista che non è cambiato (e lo diciamo ben consapevoli degli umori all’interno della Chiesa) dalle recenti dichiarazioni del cardinal Camillo Ruini, peraltro forzate nei titoli, come avviene inevitabilmente nei media, quasi che significassero un deciso schieramento di campo, che il papa stessa ha proprio in questi giorni escluso. Resta, dunque, tra i cattolici, l’ inquietudine per i rischi imprevedibili della prima guerra “contro ignoti” della storia. C’è l’orrore, ovviamente, per il massacro di civili americani, ma anche la consapevolezza che -parola di vangelo- la pietà deve estendersi a tutti i morti. A cominciare dalle migliaia di cristiani che ogni anno -statistiche di Amnesty alla mano- cadono martiri delle più diverse violenze. Ad essi, nell’Anno Giubilare, Giovanni Paolo II ha dedicato una liturgia simmetrica a quella dei mea culpa ecclesiali, ma l’impatto di quella commemorazione degli uccisi per odio alla fede è stato ben minore.
Ma oggi c’è anche, forse soprattutto, un motivo drammatico, di cui poco si ama parlare pubblicamente ma che sta dietro a certi appelli, soprattutto della Chiesa gerarchica, che possono sembrare solo ripetizione edificante di formule retoriche. Conosciamo vescovi in partibus infidelium o prestigiosi islamologi cattolici, anche di università pontificie, che si muovono su un doppio registro. In pubblico, il "pace e dialogo!" del teologicamente corretto. In privato, ben altri discorsi, assai meno zuccherosi. Anzi, constatazione amara -nata dagli studi e confermata dalla dura esperienza- dell’impraticabilità, con il mondo musulmano, di una strategia dialogante che non migliora ma aggrava la situazione perché è scambiata per disprezzabile debolezza. Doppiezza, in questi esperti cattolici, tutti sorrisi ai convegni e tutti sfoghi amari con i fratelli di fede? No: non ipocrisia, ma obbligata prudenza. Il mondo non è fino in fondo consapevole della tragedia del ricatto cui è sottoposta la Chiesa, i cui fedeli sparsi in alcuni Paesi musulmani sono sopravvissuti a secoli di persecuzioni e sono soggetti di continuo a minaccia. Pochi sanno che, anche tra noi, l’islam ha orecchie attente: ogni parola cattolica che esca dai canoni dell’ossequio si traduce in ritorsioni in quei Paesi dove, come vuole il Corano, Dio e Cesare sono la stessa cosa.
Nel giudicare, oggi e in futuro, le parole della Gerarchia ecclesiale, occorrerà non dimenticare che sembra ripetersi il dramma di Pio XII: il beau geste della “denuncia profetica”, a spese dei fedeli indifesi? o la pratica delle prudenza -magari umiliante perché scambiata per ritornello edificante- cercando di evitare agli innocenti guai peggiori? Oggi, più che mai, la Chiesa è una madre trepidante che cerca di non aggravare i rischi che minacciano i suoi figli, sparsi tra folle tumultuanti e ostili.
Verità, memoria, e riconciliazione (tenere presente anche il caso Grass, come del resto dello stesso Ratzinger).
Caro Biasi non rispondere con roba vecchia, vecchia, vecchia - come il tuo ’santo padre’, con il suo faraonico ’presepe’. Cerca di crescere e non continuare a fare il figlio di "mammasantissima"!!! Quelle cose che il papa non può dire, non le può fare!!! Altrimenti sarebbe la fine stessa della sua chiesa ’cattolica’, del suo partito ’cattolico’ ... e sarebbe un grande passo avanti dell’intera (cattolica!!!) umanità, sulla strada del messaggio eu-angelico (non del Van-gelo!!!). Altro che Messori, leggi Francesco, Gioacchino, Dante.... e i testi ev-angelici (non dimenticare - quando leggi scrivi e pensi - che quell’-ev- è importante: vale "eu" e vuol dire "buon" messaggio). Cerca di .....riattivare la memoria ed evita la "caco"-fonia!!!. Ne va della tua salute (che vale anche "salvezza")!!! Io vengo dall’AMORE di due Persone (’Maria’ e ’Giuseppe’) e ... non - li - dimentico!!!
Molti saluti, ed eu-giornata!!!
Federico La Sala
Caro Federico, oramai tutti avranno imparato i tuoi ritornelli e man mano che passa il tempo diventi sempre più noioso, sempre più scontato.
Almeno informati bene prima di scrivere certe sciocchezze. Come fai a paragonare Grass a Ratzinger ? Gunther si era arruolato VOLONTARIO, probabilmente affascinato dall’idea antiborghese (che accompagna pure te, a quanto pare) che il nazionalsocialismo trasmetteva a quell’epoca. Forse, se fossi vissuto in Germania, ti saresti arruolato pure tu nel Terzo Reich, chissà; mentre Joseph era un militare di leva, e quindi OBBLIGATO a svolgere il suo servizio. Tu l’hai fatto il servizio di leva ? Oppure ti sei imboscato grazie a qualche raccomandazione? O sei riuscito a scamparla grazie ai rinvii e alla legge del governo Berlusconi ?
Sii meno fazioso e pensa pure tu a quello che scrivi. Lo sappiamo che sei figlio dell’Amore, quello di tuo Padre e di tua Madre. Ma quelli che prima erano denominati come figli di NN, come la prenderanno quando ti leggono ? Pensa pure a loro, a quelli che sono nati fuori dall’Amore. Quelli di chi sono figli ? Quelli buttati senza difese nell’arena della vita, tanto per intenderci; quelli che sono preda degli "squadroni della morte" sulle strade di Rio, per esempio. Pensaci e vedrai che hanno bisogno anche loro di un Padre e di una Madre. E se noi sappiamo solamente scrivere e blaterare, ci stannno i soliti figli di Mammasantissima che dedicano tutta la loro vita e le loro energie per accoglierli, per salvarli e per donargli quella speranza che solamente un "vecchio Papa" riesce ancora a proclamare.
Prova a leggere veramente il Vangelo, così magari riesci a sciogliere il gelo del tuo cuore, oramai ibernato, messo a tacere da una pseudo-cultura nemica della Verità e dell’Uomo.
Con la stima di sempre. Biasi
Caro Biasi studia, studia, documentati, documentati ... e aspetta che anche Ratzinger parli!!! Per il resto tieni presente che il mio discorso è ben al di là del razzismo e del biologico dei "mammasantissima". Tieni presente che il messaggio eu-angelico non è per i figli e le figlie dei Faraoni, ma proprio per i figli e le figlie degli NN (come dici tu) - l’Amore di due Persone (’Maria’ e ’Giuseppe’) dice proprio questo e che tutti e tutte siamo figli e figlie dell’AMORE (di D..ue..IO). Metti in moto i n-eu-roni ... e cerca di pensare bene.
M. saluti, e eu-serata, fls
W O JTALY ... LO SPIRITO DI FRANCESCO, E L’ITALIA !!! Non c’è male, una buona-notizia (eu-angèlo!!!)
RATZINGER CONFERMA E CHIARISCE
Lo spirito d’Assisi 20 anni dopo
di Luigi Geninazzi (Avvenire, 05.09.2006)
Quando, vent’anni fa, Papa Wojtyla convocò ad Assisi i leaders religiosi di tutto il mondo per una grande preghiera per la pace volle accompagnare quel gesto, assolutamente inedito nella storia della Chiesa, con l’invito ad una "tregua di Dio". Era il 27 ottobre del 1986 e i fronti caldi di guerra si contavano a decine in tutto il mondo, dall’Afghanistan invaso dai sovietici al Medio Oriente dilaniato dal sanguinoso conflitto tra l’Iraq di Saddam Hussein e l’Iran di Khomeini. E su tutti i conflitti "locali" incombeva la minaccia nucleare, tipica della guerra fredda.
Quel giorno il mondo si fermò a contemplare lo spettacolo multicolore e polifonico di tante preghiere che si univano in un solo coro orante per la pace. Spettacolo che destò stupore, ammirazione e anche qualche (immancabile) riserva critica per un Papa che accettava di comparire a fianco di sciamani, buddisti e animisti senza mettersi su un piedistallo più alto. Ma più dell’immagine era sconvolgente il messaggio: la pace si ottiene con la preghiera, va chiesta, supplicata all’unico Dio di tutti gli uomini.
A distanza di vent’anni «l’iniziativa promossa da Giovanni Paolo II assume il carattere di una puntuale profezia». Ce lo ricorda Benedetto XVI, con un lungo messaggio indirizzato ieri ai convenuti in Assisi per iniziativa della Comunità di Sant’Egidio. Messaggio che prende spunto dall’anniversario del primo incontro interreligioso in terra umbra per ribadire il significato attualissimo dell’intuizione avuta dal suo predecessore. «Pose opportunamente l’accento sul valore della preghiera nella costruzione della pace - dice Papa Ratzinger -. Proprio questo Giovanni Paolo II intese ricordare con forza al mondo. Egli chiese una preghiera autentica, che coinvolgesse l’intera esistenza». Di conseguenza la preghiera non può che avvenire nel segno del dialogo e dell’amicizia, «nel contesto di un incontro» che, secondo Benedetto XVI, racchiude tutti gli elementi per un’efficace pedagogia per la pace.
Ce n’è bisogno oggi più che mai, aggiunge il Papa rivolgendo lo sguardo alle giovani generazioni. "Lo spirito di Assisi" è il grande antidoto al fanatismo dei kamikaze. Vent’anni fa l’equilibrio del terrore tra Est ed Ovest si fondava su uno scontro ideologico. Oggi il terrorismo internazionale fa leva sullo scontro di civiltà favorendo l’impressione che «le stesse differenze religiose costituiscano motivi d’instabilità o di minaccia per le prospettive di pace». Qui si rivela la decisiva carica profetica dell’incontro di Assisi indetto nell’ottobre del 1986 che, non a caso, Giovanni Paolo II volle ripetere nel gennaio del 2002, quando ancora bruciava nel cuore dell’Occidente il rogo delle Torri Gemelle di New York e a Kabul cadevano le bombe.
Forse oggi qualcuno si meraviglierà nel vedere Benedetto XVI difendere con tanta convinzione ed energia "lo spirito di Assisi". Non era stato l’allora cardinal Ratzinger a mettere in guardia dal rischio di un’interpretazione «sincretista» di quell’incontro interreligioso? Sì, e lo ribadisce oggi da Papa, sentendosi in dovere di puntualizzare che, anche su questo punto, si trovava in perfetta sintonia con Karol Wojtyla. Il quale, rispondendo alle critiche per l’incontro di Assisi, ebbe a dire che «non siamo qui a negoziare le nostre convinzioni di fede. E neppure è una concessione al relativismo nelle credenze religiose». Un’osservazione che viene rilanciata dal suo successore per evitare di «cedere a quel relativismo che nega il senso stesso della verità e la possibilità di attingerla». È il sigillo che unisce in modo inequivocabile la profezia di Wojtyla con il pontificato ratzingeriano.
Facciamo chiarezza
«La Chiesa ha la memoria lunga. E’ dal meeting interreligioso del 1986 che Joseph Ratzinger aveva un conto da saldare con i frati di Assisi. Ora le cose sono a posto». Vittorio Messori, lo scrittore cattolico italiano più letto nel mondo (unico ad aver scritto un libro con gli ultimi due Papi) svela cosa c’è dietro il «commissariamento» pontificio del Sacro Convento e racconta di quando il futuro Benedetto XVI si indignò per i sacrifici pagani compiuti sull’altare di Santa Chiara, a ridosso della cripta gotica che conserva i resti terreni della fondatrice dell’ordine delle Clarisse.
Sacrifici pagani ad Assisi?
«Ratzinger non ha perdonato alla comunità francescana gli eccessi della prima giornata di preghiera dei leader religiosi con Karol Wojtyla. Una carnevalata, a detta di molti, che forzò la mano al Papa e furono proprio i frati ad andare molto aldilà degli accordi presi. Permisero addirittura agli animisti africani di uccidere due polli sull’altare di Santa Chiara e ai pellerossa americani di danzare in chiesa. Ratzinger aveva fortissime perplessità dall’inizio, non volle andare ad Assisi e le sue riserve limitarono i danni».
In che modo?
«La notte prima del meeting limò il testo del discorso frenando Giovanni Paolo II. E divenne nitido nella sua mente che l’enclave francescana, sganciata da ogni collegamento con il vescovo di Assisi, era un’anomalia da sanare. Andava limitata e riportata sotto il pieno controllo giuridico della Chiesa. Il conto per quelle basiliche cristiane cedute ai culti pagani è stato saldato 19 anni dopo».
Troppa autonomia?
«I frati hanno abusato del cosiddetto spirito di Assisi. In realtà loro venerano e diffondono illegittimamente un santino romantico e di derivazione protestante, ossia il San Francesco del mito, uno scemo del villaggio che parla con lupi e uccellini, dà pacche sulle spalle a tutti. Una vulgata falsa, che ne svilisce il messaggio. Il Francesco della storia, infatti, è il figlio più autentico della Chiesa delle crociate».
Non era pacifista?
«Assolutamente no. Alla quinta crociata San Francesco partecipò come cappellano delle truppe mica da uomo di pace. Cercò in ogni modo il martirio per riconquistare la Terra Santa e cadde in depressione quando i crociati persero. Dal sultano non ci andò per dialogare ma per convertirlo e lo sfidò a camminare sui carboni ardenti per verificare se fosse più potente Cristo o Maometto. E non era neppure animalista. Nel Cantico delle creature gli animali non sono mai nominati. E poi, ma quale ecologista! Si oppone ai suoi seguaci che volevano diventare comunità vegetariana».
Ora, dunque, il Pontefice vuole ristabilire l’ortodossia?
«Certo. Anche a San Giovanni Rotondo i francescani avevano sfilato il santuario dal controllo della diocesi. Adesso sia lì che ad Assisi le iniziative dei frati andranno concordate con l’episcopato. Ed è un bene anche per il Sacro Convento, così la smetteranno con la demagogia del politicamente e teologicamente corretto. Stop all’artificio di pace, ecologia, ecumenismo e alle velleità pseudo-coraggiose che poi fanno stringere le mani dei dittatori e violare le chiese».
Il Pontefice «normalizza»?
«Lo spirito di Assisi non è come lo hanno inteso i frati del Sacro Convento e Joseph Ratzinger è pienamente consapevole di questo colossale errore dalla giornata mondiale di preghiera del 1986. Tanto che tre anni fa riuscì ad attenuare la deriva sincretista dell’ultimo meeting interreligioso di Assisi. Il tradimento della figura storica di Francesco andava corretto. Ed è sconcertante che finora il vescovo di Assisi sapesse delle iniziative dei frati solo dai giornali».
Fine della capitale mondiale dell’ecumenismo?
«I santuari devono coordinarsi con i vescovi. L’intervento di Ratzinger è inappuntabile. Il Pontefice ha seguito il suo stile, agendo in maniera rispettosa, perché non interferisce con la vita dell’ordine religioso, ma decisa, in modo che serva da avvertimento per tutti. Non sono più ammesse realtà ecclesiali sciolte dalle leggi della Chiesa. E’ scelta che rientra appieno nella strategia pastorale di Benedetto XVI. Toccherà anche ad altri. Nessuno può essere “legibus solutus”».
La Stampa, 2005
Ad Assisi, il dialogo fra le religioni diventa ponte fra i popoli per la pace nel mondo
di Agenzia ZENIT del 4-9-2006
Si è aperto l’Incontro interreligioso e di preghiera promosso dalla Comunità di Sant’Egidio *
ASSISI, lunedì, 4 settembre 2006 (ZENIT.org ).- Il compito dei leader religiosi è quello di gettare ponti fra i popoli e appianare le ostilità. E’ quanto è emerso ad Assisi nell’assemblea inaugurale dell’Incontro interreligioso che riunirà per due giorni circa 200 leader religiosi che rifletteranno sul tema “Per un mondo di pace - Religioni e culture in dialogo” .
A venti anni di distanza dalla Giornata Mondiale di Preghiera per la Pace convocata da Giovanni Paolo II, la città umbra è tornata ad essere un centro di incontro interreligioso e di preghiera, grazie agli sforzi congiunti dalla Comunità di Sant’Egidio e dalla Conferenza Episcopale Umbra.
“Assisi è spazio di ospitalità - ha esordito il professore Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio -. Qui un cristiano eccezionale, perché evangelico, Francesco, fu uomo di pace, quando la guerra era di casa qua attorno, nel Mediterraneo, in Medio Oriente. Fu mite e uomo di preghiera, piccolo concepì un grande disegno di pace sfidando la guerra e la cultura della violenza, allora in auge”.
“Ad Assisi, vent’anni fa, nel 1986, Giovanni Paolo II invitò i leader religiosi del mondo a pregare per la pace nel ricordo di Francesco: ‘Mai come ora nella storia dell’umanità - disse - è divenuto a tutti evidente il legame intrinseco tra un atteggiamento autenticamente religioso e il grande bene della pace’”, ha poi continuato.
“Era una grande visione: evocare la dimensione spirituale irrinunciabile della pace, che tutti interroga e che nemmeno la potenza e la cultura della guerra fredda potevano soverchiare”, ha quindi sottolineato.
“Con quell’invito il Papa raccoglieva sogni e aspirazioni di tanti, dispersi nella storia del Novecento, spesso umiliati come illusioni tra guerre e passioni violente o nell’impotenza di fronte al male. Sono state le aspirazioni di spiriti grandi e forti, che non dovevano andare perdute”, ha aggiunto.
“Da quell’evento si sprigionavano energie per un nuovo linguaggio di pace. (...) Dopo vent’anni non ci sentiamo logorati. (...) Siamo convinti che la sapienza dell’incontro sia ancora di più necessaria oggi, quando questo nostro mondo sembra cercare l’ordine nella cultura del conflitto e nelle scelte che ispira”.
A questo proposito, nel prendere la parola il 4 settembre il Cardinale Paul Poupard, Presidente del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso e del Pontificio Consiglio della Cultura, ha detto che le religioni “spesso accusate di fomentare l’odio e di causare violenza”, “ben lontano dall’essere un problema sono invece parte della soluzione auspicata per portare armonia e pace nella società”,
Le religioni, ha sottolineato, “lanciano un invito a pensare e uno stimolo a volere la pace, per lottare con coraggio contro le ideologie che rendono gli uomini nemici fra loro: il fanatismo rivoluzionario, l’odio di classe, l’orgoglio nazionalista, l’esclusivismo razziale, gli egoismi commerciali, gli individualismi di persone o gruppi gaudenti e indifferenti ai bisogni altrui”.
“Come un bambino fragile e minacciato - ha detto -, la pace richiede molto amore. (...) E’ necessario, dunque, unire l’intelligenza, il coraggio e la sensibilità di tutti per accrescere lo slancio di amore e di pace nel mondo. Bisogna ricostruire la fiducia reciproca. Che non si acquista per mezzo della forza e neppure si ottiene con belle dichiarazioni, ma bisogna meritarla con gesti e fatti concreti scaturiti dall’amore”.
Per il Cardinale Poupard sono tre le sfide che chiamano oggi in causa ogni credente: “Approfondire la propria tradizione religiosa, non in maniera selettiva, ma nella piena fedeltà alla propria tradizione religiosa”; “incontrare i fedeli di altre tradizioni religiose in uno spirito di reciproco rispetto, fiducia ed amicizia”; combattere insieme “per la promozione della dignità di ogni persona attraverso l’impegno nella giustizia”.
Nel suo intervento il Rabbino Capo Ashkenazita di Israele, Yona Metzger, ha richiamato un aneddoto contenuto nel libro dell’Esodo e riferito al profeta Mosè, ed ha detto che “in un tempo in cui il mondo soffre dolori e disagi a causa del terrore e della violenza, noi capi religiosi abbiamo l’obbligo di sentire e condividere il dolore e la sofferenza degli altri - e un grande capo religioso non sente solo il dolore del proprio popolo, ma anche quello di altri popoli”.
“Se è vero che ci sono estremisti nelle nostre comunità, il nostro vero messaggio è di fratellanza e di pace tra le religioni”, ha affermato.
“Mentre sono i politici ad avere il compito di risolvere i conflitti, noi come leader religiosi dobbiamo sforzarci di essere un ponte tra i popoli e di trasformare l’ostilità in amore”, ha proseguito il Rabbino.
A questo punto, dopo essersi scagliato contro chi offende la fede e le credenze religiosi altrui, Yona Metzger si è detto addolorato per “l’abuso della religione, a cui contribuiscono alcuni leader religiosi, utilizzando le prediche per incitare e causare ulteriori spargimenti di sangue”.
Successivamente ha rivolto un pensiero alla guerra che ha devastato numerose zone del Libano, affermando: “Compiango ogni vittima e persona ferita come anche le vedove e gli orfani. Piango per ogni malato ed ogni persona resa invalida, e particolarmente per chi è prigioniero a cui è impedito ogni contatto con la sua famiglia e la sua gente”.
“Da questo palco lancio un appello perché sia fatto tutto il possibile per ottenere il rilascio dei prigionieri. E, se non abbiamo successo in questo, per lo meno, come leader religiosi, facciamo tutto il nostro possibile affinché le loro famiglie abbiano informazioni sulle loro condizioni”, ha continuato.
“Faccio appello agli altri leader religiosi del Medio Oriente affinché facciano tutto il possibile perché ogni genitore possa essere informato sul destino dei suoi figli”, ha aggiunto.
“Amici, rinnovo la proposta di realizzare le Nazioni Unite delle Religioni, presso la quale ogni nazione dovrebbe avere i suoi rappresentanti. Anche i paesi che non hanno relazioni diplomatiche gli uni con gli altri si troverebbero seduti allo stesso tavolo, e verrebbero affrontati i problemi del mondo sulla base della comune accettazione dei Dieci Comandamenti, i quali naturalmente includono la proibizione dell’omicidio”; ha poi proposto.
Infine, il Patriarca della Chiesa ortodossa d’Etiopia Abune Paulos ha detto: “Sono venuto qui nel 1994 ed allora, come oggi, ho sentito quanta forza avesse la ‘forza debole’ dei credenti”.
“Questo è lo Spirito di Assisi, uno accanto all’altro e non più uno contro l’altro. Lo Spirito di Assisi è costruire ponti. È costruire una nuova civiltà, la civiltà del convivere, in pace, nel rispetto reciproco e con il dialogo”, ha infine concluso.
ZI06090415
* www.ildialogo.org, Martedì, 05 settembre 2006
Come Benedetto XVI depura lo "spirito di Assisi" *
Lunedì 4 settembre è stato reso pubblico il messaggio inviato da Benedetto XVI al vescovo di Assisi, Domenico Sorrentino, in occasione del ventesimo anniversario dell’incontro di preghiera con i rappresentanti delle religioni voluto da Giovanni Paolo II il 27 ottobre 1986 nella città di san Francesco.
Il papa ricorda che l’anniversario è celebrato da varie iniziative promosse da diversi soggetti: la comunità di Sant’Egidio, la diocesi di Assisi, l’Istituto Teologico Assisano, il pontificio consiglio per il dialogo interreligioso. A tutte il papa partecipa semplicemente con questo suo messaggio.
E’ facile notare il declassamento della cerimonia organizzata dalla Comunità di Sant’Egidio ad Assisi in questi stessi giorni 4 e 5 settembre.
Dal 1986 la Comunità replicò ogni anno il meeting interreligioso wojtyliano in diverse città del mondo, con crescente solennità e dispiegamento di mezzi e di partecipanti, oltre che con l’appoggio entusiastico di papa Karol Wojtyla. Ma da quando è papa Benedetto XVI la musica è cambiata e la Comunità di Sant’Egidio ha dovuto adeguarsi.
Nella parte finale del messaggio Benedetto XVI si dedica proprio a correggere gli "equivoci" e le "confusioni" che a suo giudizio mettono in pericolo lo "spirito di Assisi":
"Per non equivocare sul senso di quanto, nel 1986, Giovanni Paolo II volle realizzare, e che, con una sua stessa espressione, si suole qualificare come ’spirito di Assisi’, è importante non dimenticare l’attenzione che allora fu posta perché l’incontro interreligioso di preghiera non si prestasse ad interpretazioni sincretistiche, fondate su una concezione relativistica. [...] E’ doveroso evitare inopportune confusioni. Anche quando ci si ritrova insieme a pregare per la pace, occorre che la preghiera si svolga secondo quei cammini distinti che sono propri delle varie religioni".
Così come i "tradimenti" che snaturerebbero il vero san Francesco:
"La testimonianza che egli rese nel suo tempo ne fa un naturale punto di riferimento per quanti anche oggi coltivano l’ideale della pace, del rispetto della natura, del dialogo tra le persone, tra le religioni e le culture. E’ tuttavia importante ricordare, se non si vuole tradire il suo messaggio, che fu la scelta radicale di Cristo a fornirgli la chiave di comprensione della fraternità a cui tutti gli uomini sono chiamati, e a cui anche le creature inanimate - da ’fratello sole’ a ’sorella luna’ - in qualche modo partecipano".
*
dal "blog di S. Magister" , inviato il 05 settembre 2006 alle 18:05: http://blog.espressonline.it/weblog/stories.php?topic=03/04/09/3080386)
RADICI CRISTIANE ... EU-ANGELICHE, non ’cattolico’-romane!!!
Dal 1939 la festa odierna è occasione propizia per riscoprire l’attualità del Poverello Padre Coli: ci insegna la libertà interiore per diventare autentici costruttori di pace
La profezia di Francesco «illumina» l’Italia
Oggi Assisi cuore delle celebrazioni per il santo patrono del nostro PaeseQuest’anno il 4 ottobre cade nell’8° centenario della conversione Dal 2005 è anche giornata nazionale del dialogo
Da Assisi Romano Carloni (Avvenire, 04.10.2006)
Francesco rimane un punto di riferimento anche in questi tempi, così difficili. Perché di fronte allo sfrenato consumismo nel mondo occidentale con l’abuso delle realtà create, il santo invita alla sobrietà, alla essenzialità per poterci ancora stupire ed essere creativi e pensare responsabilmente alle generazioni future. Ecco il senso del messaggio dei frati minori conventuali nella giornata di san Francesco, patrono d’Italia, che si celebra oggi.
«Di fronte ad una soggettività radicale, presente nella cultura ed anche nei comportamenti più semplici - ha detto padre Vincenzo Coli, custode del Sacro Convento - Francesco esalta la grandezza dell’uomo e proclama che sua vera misura è Dio, invitandoci così a lasciar cadere tutte le maschere e le finzioni. Occorre recuperare la capacità di relazioni autentiche e di dialogo. Insieme a Francesco, per essere costruttori di pace, bisogna contestare gli assoluti terreni per tornare interiormente liberi». La celebrazione di quest’anno cade nell’ottocentesimo anniversario della conversione di Francesco. «Si tratta di un limpido invito per noi tutti a riconsiderare opzioni e comportamenti di vita - ha detto padre Coli - alla luce di una conferma della propria fede». Quest’anno è la Calabria a rendere omaggio alla tomba del santo con l’accensione della lampada votiva dei Comuni d’Italia da parte del sindaco di Catanzaro, Rosario Olivo. È una tradizione che si rinnova ogni anno, dal 1939, quando Papa Pio XII proclamò Francesco patrono d’Italia.
Sarà l’arcivescovo di Reggio Calabria-Bova, Vittorio Mondello, a presiedere la funzione religiosa che si svolgerà alle 10 nella Basilica superiore di San Francesco, con diretta televisiva su Raiuno. Poi toccherà ai sindaci di Assisi, Claudio Ricci, e di Catanzaro, Rosario Olivo, rivolgere un breve saluto. Seguiranno gli interventi del ministro generale dell’ordine dei frati minori conventuali, padre Joachim Giermek, del presidente della giunta regionale calabrese, Agazio Loiero , e del vicepremier Francesco Rutelli, in rappresentanza del governo, a leggere il «messaggio all’Italia».
Dallo scorso anno la giornata del 4 ottobre, festa di san Francesco di Assisi, è stata dichiarata, da parte del Parlamento, giornata nazionale del dialogo, per favorire la convivenza e la fratellanza tra persone di diverso credo religioso ma anche tra credenti e non credenti. In questo senso si tengono nella giornata odierna lezioni nelle scuole per rafforzare le esperienze di dialogo interreligioso e vengono trasmessi servizi televisivi su questi argomenti.
Francesco rappresenta l’esempio del dialogo ma anche il fondamento di parte rilevante della cultura e dell’identità dell’Europa. In questa prospettiva è nata la proposta del sindaco di Assisi - d’intesa con la Commissione europea - di ospitare durante le festività francescane del prossimo anno, oltre che una regione italiana, anche una nazione europea, come simbolo delle comuni radici cristiane, spirituali e culturali.
Sulle orme del Poverello, Abd-el-Jalil, musulmano convertito al cristianesimo, spiega com’ è possibile dialogare con l’ islam
Il Corano di Francesco
di Jean-Mohammed Abd-El-Jalil (Avvenire, 11.10.2006)
Jean-Mohammed Abd-el-Jalil (1904-1979) nato in Marocco e cresciuto nella religione islamica ricoprì cariche importanti nel suo Paese, fino a quando, convertendosi al cristianesimo si fa francescano. Come padrino ebbe uno dei maggiori orientalisti cristiani, Louis Massignon. Il volume «Testimone del Corano e del Vangelo» edito da Jaca Book (pagine 154, euro 15), da cui abbiamo prelevato il brano pubblicato in questa pagina, è una sorta di autobiografia spirituale che ripercorre il cammino di padre Jean-Mohammed tramite i suoi scritti e le testimonianze di chi l’ha incontrato. Anziché rompere con il mondo islamico, egli dedica la sua vita e il suo insegnamento all’Institut Catholique di Parigi a far comprendere l’esperienza religiosa e le aspirazioni spirituali dei musulmani. Diviene così un testimone del messaggio del Corano e del Vangelo, convinto che amare la verità non sia aderire a una dottrina, ma aderire alla persona di Cristo, che è la verità salvifica per tutti. Padre Jean-Mohammed diviene per gli uomini del suo tempo, intellettuali laici e autorità ecclesiastiche, il testimone di un abbraccio tra culture che egli ha vissuto con la sua stessa vita. Il volume è stato realizzato sotto la direzione di padre Maurice Borrmans del Pontificio Istituto di Studi Arabi e d’Islamistica (Pisai).
Non portiamo l’ululato dei lupi ma il grido del Vangelo per tutti
È nel momento di maggior difficoltà, quando si infiammano le passioni umane, che il mondo si attende che i cristiani «non ululino insieme con i lupi», ma che «gridino il Vangelo in tutta la loro vita», secondo le parole di padre De Foucauld.
L’Africa settentrionale, malgrado le caratteristiche che le sono proprie, si sente solidale con la comunità musulmana intera, e in particolare con il «nocciolo» di questa comunità, il mondo arabo. La storia può aver creato a questa parte dell’Africa dei nuovi legami con l’Occidente moderno, in particolar modo con la Francia, ma ciò non cambi a il senso profondo di solidarietà di lingua, pensiero, cultura, religione che i nordafricani hanno con i loro fratelli arabi e musulmani, i quali, per reciprocità, non possono disinteressarsi della sorte dell’Africa settentrionale e trattare i suoi abitanti come estranei con i quali non hanno niente da spartire.
È come se l’Africa settentrionale si trovasse su di un pianerottolo a due porte, l’una che si apre sull’Oriente musulmano, attraverso l’Egitto moderno, l’altra sull’Occidente cosiddetto «cristiano», attraverso la Francia. Voler murare una di queste due porte sarebbe fatale. Saperle aprire entrambe secondo i bisogni reali, e trovare la conveniente delicatezza di tatto, è cosa terribilmente difficile, che si presta alle interpretazioni più ingiuste perché superficiali e spesso interessate.
Agli occhi dei cristiani l’atteggiamento dei musulmani - malgrado gli urti e le mancanze della storia - è un’attesa, una speranza. Questa speranza si radica nel Libro sacro dell’Islam, nel Corano stesso, e nell’insegnamento religioso che ne deriva. I musulmani sanno quali sono i segni dai quali si possono riconoscere i veri discepoli di Cristo: l’umiltà, la mansuetudine, la vita perfetta liberamente praticata dai monaci, che crea una spinta verso la perfezione nell’insieme dei credenti. Nella pratica il clero e i laici devono dunque manifestare la perfezione del Vangelo. Ciò non significa domandare più di quel che domanda il Cristo: «Imparate da me a essere dolci e umili di cuore» e «Siate perfetti com’è perfetto il vostro Padre che è nei Cieli».
I figli e le figlie di san Francesco non si sentono forse chiamati in modo particolare a rispondere a questa attesa, a soddisfare questa speranza? Essi dovranno dunque sforzarsi di spezzare la catena della paura e del risentimento ogni qual volta che il suo strofinio glaciale li fa sussultare o minaccia la loro libertà di movimento, spezzare quella catena e ricominciare da capo a comprendere e ad amare il prossimo, qualunque s ia questo prossimo. Se occorrerà, dovranno comprendere e amare per due, e per tutto il tempo che sarà necessario, fino al giorno in cui questo sforzo instancabile di comprensione e d’amore faccia accendere la stessa scintilla nel prossimo.
Anche la saggezza popolare e i testi sacri islamici invitano i musulmani alla cooperazione con gli altri, persino con i nemici. Gli arabi ripetono spesso questo proverbio: «Comprendimi e uccidimi!». Morirei senza rimpianto se tu, mio avversario, facessi prima lo sforzo di comprendermi! Forse in questo proverbio c’è anche un’insinuazione maliziosa: un avversario che comprende non uccide, ma favorisce l’intesa e la cooperazione. Sarebbe un’ingiustizia gratuita supporre da parte araba un’esigenza a senso unico; essi, che desiderano essere compresi, cercheranno di comprendere.
Nel Corano vi è un insegnamento che non viene messo sufficientemente in luce. Ecco uno dei testi in cui esso è contenuto: «Il male e il bene non sono uguali; rifiuta il male per quel che c’è di meglio, e allora colui che l’inimicizia separa da te diventerà per te come un amico fedele». È stato un esponente nazionalista marocchino (oggetto, per molti anni, di misure repressive) a citare per primo questo testo e a sottolinearne la portata nell’ambito dei rapporti tra Francia e Africa settentrionale.
Comprendere. Rendere il bene per il male. Aumentare il bene, a prezzo di sacrifici generosi. Tutto ciò può far arretrare le reazioni disperate e la tentazione al peggio. Occorre che noi, i figli del Poverello, pregando con ardore e senza risparmiare alcun possibile sforzo, facciamo rivivere ai nostri tempi l’esempio datoci da nostro Padre in terra d’Islam, in tempi di violenza e di ostilità. Non lasciamoci vincere dalla paura e dal risentimento.
LE PAROLE DEL PAPA
«L’amore di Cristo trionfa sul male»
È stata dedicata al Triduo Pasquale la catechesi settimanale tenuta ieri mattina in piazza San Pietro da Benedetto XVI L’Udienza Del Mercoledì
Cari fratelli e sorelle,
mentre si va concludendo l’itinerario quaresimale, iniziato con il Mercoledì delle Ceneri, l’odierna liturgia del Mercoledì Santo ci introduce già nel clima drammatico dei prossimi giorni, permeati dal ricordo della Passione e della morte di Cristo. Nell’odierna liturgia, infatti, l’evangelista Matteo ripropone alla nostra meditazione il breve dialogo che avvenne nel Cenacolo tra Gesù e Giuda. «Rabbi, sono forse io?», domanda il traditore al divino Maestro, che aveva preannunciato: «In verità io vi dico, uno di voi mi tradirà». Lapidaria la risposta del Signore: «Tu l’hai detto» (cfr Mt 26,14-25). Da parte sua san Giovanni chiude il racconto dell’annunzio del tradimento di Giuda con poche significative parole: «Ed era notte» (Gv 13,30). Quando il traditore abbandona il Cenacolo, s’infittisce il buio nel suo cuore - è notte interiore -, cresce lo smarrimento nell’animo degli altri discepoli - anche loro vanno verso la notte -, mentre tenebre di abbandono e di odio si addensano sul Figlio dell’Uomo che si avvia a consumare il suo sacrificio sulla croce. Quel che commemoreremo nei prossimi giorni è lo scontro supremo tra la luce e le tenebre, tra la vita e la morte. Dobbiamo situarci anche noi in questo contesto, consapevoli della nostra «notte», delle nostre colpe e delle nostre responsabilità, se vogliamo rivivere con profitto spirituale il Mistero pasquale, se vogliamo arrivare alla luce del cuore mediante questo Mistero, che costituisce il fulcro centrale della nostra fede.
Inizio del Triduo Pasquale è il Giovedì Santo, domani. Durante la Messa Crismale, che può essere considerata come il preludio al Triduo Santo, il pastore diocesano ed i suoi più stretti collaboratori, i presbiteri, attorniati dal popolo di Dio, rinnovano le promesse formulate il giorno dell’ordinazione sacerdotale. Si tratta, anno dopo anno, di un momento di forte comunione ecclesiale, che pone in rilievo il dono del sacerdozio ministeriale lasciato da Cristo alla sua Chiesa, la vigilia della sua morte in croce. E per ogni sacerdote è un momento commovente in questa vigilia della Passione, nella quale il Signore ci ha dato se stesso, ci ha dato il sacramento dell’Eucaristia, ci ha dato il sacerdozio. È un giorno che tocca tutti i nostri cuori. Vengono poi benedetti gli olii per la celebrazione dei Sacramenti: l’olio dei catecumeni, l’olio degli infermi e il Sacro Crisma. Alla sera, entrando nel Triduo pasquale, la comunità cristiana rivive nella Messa in Coena Domini quanto avvenne durante l’Ultima Cena. Nel Cenacolo il Redentore volle anticipare, nel Sacramento del pane e del vino mutati nel suo Corpo e nel suo Sangue, il sacrificio della sua vita: egli anticipa questa sua morte, dona liberamente la sua vita, offre il dono definitivo di sé all’umanità. Con la lavanda dei piedi, si ripete il gesto con cui Egli, avendo amato i suoi, li amò sino alla fine (cfr Gv 13,1) e lasciò ai discepoli come loro distintivo questo atto di umiltà, l’amore sino alla morte. Dopo la Messa in Coena Domini, la liturgia invita i fedeli a sostare in adorazione del Santissimo Sacramento, rivivendo l’agonia di Gesù nel Getsemani. E vediamo come i discepoli hanno dormito, lasciando solo il Signore. Anche oggi spesso dormiamo, noi suoi discepoli. In questa notte sacra del Getsemani vogliamo essere vigilanti, non vogliamo lasciar solo il Signore in questa ora; così possiamo meglio comprendere il mistero del Giovedì Santo, che ingloba il triplice sommo dono del sacerdozio ministeriale, dell’Eucaristia e del Comandamento nuovo dell’amore (agape).
Il Venerdì Santo, che commemora gli eventi che vanno dalla condanna a morte alla crocifissione di Cristo, è una giornata di penitenza, di digiuno e di preghiera, di partecipazione alla Passione del Signore. All’ora stabilita, l’Assemblea cristiana ripercorre, con l’aiuto della Parola di Dio e dei gesti liturgici, la storia dell’umana infedeltà al disegno divino, che tuttavia proprio così si realizza, e rias colta il racconto commovente della Passione dolorosa del Signore. Rivolge poi al Padre celeste una lunga «preghiera dei fedeli», che abbraccia tutte le necessità della Chiesa e del mondo. La comunità adora quindi la Croce e si accosta all’Eucaristia, consumando le sacre specie conservate dalla Messa in Coena Domini del giorno precedente. Commentando il Venerdì Santo, san Giovanni Crisostomo osserva: «Prima la croce significava disprezzo, ma oggi essa è cosa venerabile, prima era simbolo di condanna, oggi è speranza di salvezza. È diventata davvero sorgente d’infiniti beni; ci ha liberati dall’errore, ha diradato le nostre tenebre, ci ha riconciliati con Dio, da nemici di Dio ci ha fatti suoi familiari, da stranieri ci ha fatto suoi vicini: questa croce è la distruzione dell’inimicizia, la sorgente della pace, lo scrigno del nostro tesoro» (De cruce et latrone I,1,4). Per rivivere in modo più partecipato la Passione del Redentore, la tradizione cristiana ha dato vita a molteplici manifestazioni di pietà popolare, fra le quali le note processioni del Venerdì Santo con i suggestivi riti che si ripetono ogni anno. Ma c’è un pio esercizio, quello della «Via Crucis», che ci offre durante tutto l’anno la possibilità di imprimere sempre più profondamente nel nostro animo il mistero della Croce, di andare con Cristo su questa via e così conformarci interiormente a Lui. Potremo dire che la Via Crucis ci educa, per usare un’espressione di san Leone Magno, a «guardare con gli occhi del cuore Gesù crocifisso, in modo da riconoscere nella sua carne la nostra propria carne» (Disc. 15 sulla Passione del Signore). E sta proprio qui la vera saggezza del cristiano, che vogliamo imparare seguendo la Via Crucis proprio il Venerdì Santo al Colosseo.
Il Sabato Santo è giorno in cui la liturgia tace, il giorno del grande silenzio, ed i cristiani sono invitati a custodire un interiore raccoglimento, spesso difficile da coltivare in questo nostro tempo, per meglio prepararsi alla Veglia pasquale. In molte comunità vengono organizzati ritiri spirituali e incontri di preghiera mariana, quasi per unirsi alla Madre del Redentore, che attende con trepidante fiducia la risurrezione del Figlio crocifisso. Finalmente nella Veglia pasquale il velo di mestizia, che avvolge la Chiesa per la morte e la sepoltura del Signore, verrà infranto dal grido della vittoria: Cristo è risorto ed ha sconfitto per sempre la morte! Potremo allora veramente comprendere il mistero della Croce, «come Dio crei prodigi anche nell’impossibile - scrive un autore antico - affinché si sappia che egli solo può fare ciò che vuole. Dalla sua morte la nostra vita, dalle sue piaghe la nostra guarigione, dalla sua caduta la nostra risurrezione, dalla sua discesa la nostra risalita» (Anonimo Quartodecimano). Animati da fede più salda, nel cuore della Veglia pasquale accoglieremo i neo-battezzati e rinnoveremo le promesse del nostro Battesimo. Sperimenteremo così che la Chiesa è sempre viva, si ringiovanisce sempre, è sempre bella e santa, perché poggia su Cristo che, risorto, non muore più.
Cari fratelli e sorelle, il Mistero pasquale, che il Triduo Santo ci farà rivivere, non è solo ricordo di una realtà passata, è realtà attuale: Cristo anche oggi vince con il suo amore il peccato e la morte. Il Male, in tutte le sue forme, non ha l’ultima parola. Il trionfo finale è di Cristo, della verità e dell’amore! Se con Lui siamo disposti a soffrire ed a morire, ci ricorderà san Paolo nella Veglia pasquale, la sua vita diventa la nostra vita (cfr Rm 6,9). Su questa certezza riposa e si costruisce la nostra esistenza cristiana. Invocando l’intercessione di Maria Santissima, che ha seguito Gesù sulla via della Passione e della Croce e lo ha abbracciato dopo la sua deposizione, auguro a tutti voi di partecipare devotamente al Triduo Pasquale per gustare la gioia della Pasqua insieme con tutti i vostri cari.
Il monito durante la cerimonia della lavanda dei piedi in San Giovanni che ricorda l’ultima cena di Gesù. Ratzinger lo aveva già detto nel 2005 negli ultimi giorni del pontificato di Wojtyla
Il Papa: "Vincere la sporcizia della propria vita
è possibile solo amando e servendo" *
ROMA - La prima cosa da imparare è l’amore, per vincere la "sporcizia della propria vita" ed imitare veramente Gesù. E questo vale soprattutto per i sacerdoti. Per la vigilia del venerdì della passione di Cristo, Benedetto XVI concentra il proprio messaggio sulla "sporcizia" nella Chiesa che può essere superata solo amando e servendo. Ratzinger lo dice e lo ripete, ripetendo il gesto di Gesù nell’ultima cena, mentre lava i piedi a dieci uomini, in San Giovanni in Laterano per la messa in Coena Domini nella quale la Chiesa ricorda l’ultima cena di Gesù con i discepoli, a Gerusalemme.
La "sporcizia" era stata al centro anche della riflessione del mattino in San Pietro quando Ratzinger ha ammonito che senza amore non si entra nel regno dei cieli e la veste bianca richiesta da Dio è la veste dell’amore verso Dio stesso e verso i fratelli. Gli abiti del sacerdote, poi, "sono una profonda espressione simbolica di ciò che il sacerdozio significa", del dover "parlare e agire in persona Christi". Ma proprio celebrando, osserva il Papa, "ci accorgiamo tutti quanto siamo lontani da lui, quanta sporcizia esiste nella nostra vita".
Davanti al Papa, sia nella messa del mattino che in quella del pomeriggio, è sfilato quasi tutto il collegio cardinalizio e una miriade di vescovi e sacerdoti. E’ a loro, quindi, che ha voluto ricordare il comandamento dell’amore, i rischi della caduta, della sporcizia, appunto. Un concetto che, pur molto forte e scomodo, Ratzinger deve sentire molto. Già nel 2005, durante le meditazioni della via crucis alla fine del pontificato di Wojtyla, disse: "Quanta sporcizia c’è nella Chiesa, e proprio anche tra coloro che, nel sacerdozio, dovrebbero appartenere completamente a lui. Quanta superbia, quanta autosufficienza".
Un’autocritica coraggiosa che in quelle settimane di due anni fa ha ripetuto anche quando condannò la "dittatura del relativismo" nella missa pro eligendo pontifice in apertura di conclave. Stigmatizzò le "correnti ideologiche" che hanno agitato "la piccola barca dei cristiani": "marxismo, liberalismo, libertinismo, collettivismo, individualismo radicale, vago misticismo religioso, agnosticismo, sincretismo...". Non faceva sconti il cardinale bavarese. E forse proprio questa franchezza spinse molti, il giorno successivo, ad eleggerlo Papa.
La condanna della sporcizia nella Chiesa è una lettura spirituale, le cui ricadute sul modo di governarla di papa Ratznger si potranno valutare in tempi più lunghi degli attuali due anni di regno. Comunque il tema è presente costantemente alla sua riflessione, come dimostra l’omelia di questa mattina.
Per far rivivere anche drammaticamente l’amore di Gesù per i discepoli e invitare allo spirito di servizio, Benedetto XVI, nella cattedrale di Roma gremita di fedeli, ecclesiastici, membri del corpo diplomatico stasera ha dunque ripetuto la lavanda dei piedi a 12 uomini in rappresentanza dei gruppi laici della diocesi di Roma.
* la Repubblica, 5 aprile 2007
Firenze, le vittime scrivono al Papa: "Abusi su donne e bambini per anni". Gli episodi dal 1975 in poi. Nel 2004 le prime denunce alla Curia. Trasferito il prete sotto accusa
Sesso e violenze
scandalo in parrocchia
di MARIA CRISTINA CARRATU’ *
FIRENZE - Anni di violenze, psicologiche e fisiche, di plagi e coercizioni nei confronti di bambini, ragazzi, intere famiglie, abusi e violenze sessuali su bambine e ragazzine minorenni, consumati nell’ombra di una canonica e mai venuti a conoscenza di nessuno fino ad oggi. Famiglie intere convinte di far parte di un progetto di fondazione di una "vera chiesa dello Spirito" contrapposta a quella, corrotta e incapace, "di fuori", e spinte a devolvere alla parrocchia denaro e beni, "per adempiere alla volontà di Gesù Cristo". E poi avviamento di ragazzi al seminario, con l’obiettivo di "colonizzare" la struttura ecclesiale attraverso incarichi di primo piano.
È questo - secondo le vittime dei plagi e degli abusi (così lontani nel tempo da rendere difficile ormai un’azione penale) che solo oggi, dopo tanti anni, hanno trovato il coraggio di parlare e chiedono giustizia appellandosi al Papa - ciò che è avvenuto almeno a partire dal 1975 in una parrocchia della periferia di Firenze, la Regina della Pace. Affidata fino al 2005 a un "carismatico" sacerdote oggi ottantenne, don Lelio Cantini, allontanato dalla città solo un anno fa ma mai privato dell’ordinazione. Con a fianco una donna, presunta "veggente" le cui visioni di Gesù, raccontano le vittime, servivano alla selezione degli "eletti". Oggetto di punizioni esemplari, privati dell’assoluzione e dell’eucaristia, se non avessero obbedito alle imposizioni del "priore", come il sacerdote si faceva chiamare. Fra cui quella sistematicamente rivolta a ragazzine di dieci, quindici, diciassette anni, di avere rapporti sessuali con lui, come forma, diceva, di "adesione totale a Dio". Facendo credere a ognuno di essere il prescelto e intimando il segreto assoluto pena il "castigo divino". Per questo, vinte le rimozioni e preso contatto con i compagni di allora, solo oggi le vittime hanno scoperto di aver condiviso un passato identico e terribile.
Ed è innanzitutto alla Chiesa, anziché ad avvocati e tribunali, che si rivolgono fin dal gennaio 2004, inviando alla Curia di Firenze esposti e memoriali, e ottenendo vari incontri personali - prima con l’allora arcivescovo Silvano Piovanelli e poi con l’arcivescovo Ennio Antonelli e con l’ausiliare Claudio Maniago. Con l’unico risultato, nel settembre 2005, di un trasferimento del "priore" "per motivi di salute" in un’altra parrocchia della Diocesi. Da qui la decisione di appellarsi al Papa. La prima volta con una lettera del 20 marzo 2006, con allegati dieci dettagliati memoriali di venti vittime di abusi, a cui risponde il cardinale Camillo Ruini, ricordando alle vittime, sentito Antonelli, che il sacerdote sotto accusa dal 31 marzo ha lasciato anche la Diocesi e augurandosi che questo "infonda serenità nei fedeli coinvolti a vario titolo nei fatti".
Le vittime però non ci stanno. Il ’priorè vive con la "veggente" in una città della costa toscana, ha sempre intorno un gruppo di seguaci ed è tuttora ordinato. E a questo punto si muovono, di loro iniziativa, alcuni sacerdoti. "Non vogliamo sentirci domani chiedere conto di un colpevole silenzio", spiegano in una nuova lettera al Papa, inviata il 13 ottobre 2006 tramite la Segreteria di Stato. Dove parlano di "iniquo progetto di dominio sulle anime e sulle esistenze quotidiane" perseguito da una setta "purtroppo cresciuta dentro una parrocchia cattolica". E ricordano che a "quasi due anni" dall’inizio delle denunce dalla Chiesa fiorentina non sono ancora arrivati né "una decisa presa di distanza" dai personaggi coinvolti nella vicenda, né "una scusa ufficiale", né "un atto riparatore autorevole e credibile". A Repubblica, che glielo chiedeva, Antonelli ha risposto ieri di non voler fare alcun commento della vicenda.
Intanto la storia circola, e sono ora i parroci vicari foranei, responsabili delle zone della diocesi, a chiedere all’arcivescovo di portarla all’assemblea diocesana, davanti a tutto il clero. Antonelli li ha convocati alla fine di febbraio per mostrare una sua comunicazione alle vittime del 17 gennaio, relativa ai "provvedimenti" a carico del sacerdote adottati, scrive, "sulla base delle vostre accuse", al termine di un "processo penale amministrativo" e sentita la Congregazione per la Dottrina della Fede. Per cinque anni, scrive il cardinale, il "priore" non potrà né confessare, né celebrare la messa in pubblico, né assumere incarichi ecclesiastici, e per un anno dovrà fare un’offerta caritativa e recitare ogni giorno il Salmo 51 o le litanie della Madonna. E quanto alle vittime, l’invito, visto che "il male una volta compiuto non può essere annullato", è a "rielaborare in una prospettiva di fede la triste vicenda in cui siete stati coinvolti", e a invocare da Dio "la guarigione della memoria".
Ma loro, con "stupore e dolore", annunciano che non si fermeranno. Finora non hanno fatto nemmeno causa civile, ma d’ora in poi, dicono, "nulla è più escluso". Nella lettera alla Segreteria di Stato i preti chiedono a loro nome "un processo penale giudiziario", che convochi testimoni e protagonisti, e applichi "tutte le sanzioni previste dall’ordinamento ecclesiastico", che il prete che ha rovinato le loro vite sia "privato dello stato clericale", anche "a tutela delle persone che continuano a seguirlo". E che sia ora la Santa Sede a fare davvero luce su tutta la vicenda.
* la Repubblica, 8 aprile 2007
Le testimonianze
"Mi fece spogliare in camera
ero soltanto una ragazzina"
"Allora ero assolutamente incapace di una scelta libera" *
FIRENZE - Ecco alcune testimonianze raccolte dalle vittime degli abusi avvenuti nella parrocchia fiorentina. "Per vent’anni ho completamente rimosso tutto", racconta una di loro, oggi quarantacinquenne, sposata con figli, seguita dall’associazione Artemisia per le donne abusate. Le "immagini" di allora le tornano agli occhi solo pochi anni fa, all’improvviso, "durante una terapia". Il primo abuso comincia quando ha dieci anni. "Il "priore" mi chiamava su, nel suo studio o nella camera da letto, mi faceva spogliare e mi spiegava come, negli atti che mi avrebbe chiesto, si sarebbe realizzata la più piena comunione eucaristica". Le dice "di pensare alla Madonna, che aveva avuto Gesù a dodici anni, che ero la diletta del Cantico dei Cantici e che quello che avveniva fra noi era lo stesso che avveniva nel giardino dell’Eden". Ripensandoci, B. dice di provare tuttora "attacchi di vomito". I rapporti vanno avanti per quindici anni. "Ero assolutamente incapace di una scelta libera e consapevole".
Anche D. A., oggi quarantenne, a un certo punto diventa la "diletta" dal "priore": "Avevo diciassette anni, è andata avanti finché mi sono sposata" ricorda. "Mi diceva che io avevo bisogno di affetto e che lui poteva darmelo. In nome di Gesù cominciò ad abbracciarmi...". Quando si fidanza, però, D. comincia a chiedersi "perché il priore impedisse a una coppia non sposata anche solo di parlare fra sé, quando con lui si potevano fare quelle cose". Ma il coraggio di parlare del suo passato lo trova solo nel 2004, incontrando alcune ex compagne di allora.
L. A., quarantaquattro anni, artigiano, una moglie e un figlio, è uno dei ragazzi prescelti dal sacerdote a far parte del futuro clero della "vera chiesa". "Prima di una partita di calcio - racconta - mi chiamò e mi disse che "quelli lassù" mi avevano prescelto per fare il sacerdote. Scoppiai in un pianto dirotto, ma il priore disse che se avessi rifiutato mi avrebbe cacciato per sempre dalla parrocchia". Che voleva anche deludere una famiglia legatissima al sacerdote: "Mio padre lo frequentava fin da piccolo, lui si era offerto di aiutarci. Decideva tutto per noi". Fino a farsi consegnare beni e denaro da usare, spiegava, "per costruire la futura chiesa. Alla nostra famiglia, diceva che avrebbe pensato Gesù". L. accetta di entrare in seminario. "Non avevo la forza per oppormi" racconta. La crisi esplode al terzo anno di teologia. Il "priore" lo accusa di essere "una pentola marcia", ma lui abbandona. E, fra mille difficoltà, si ricostruisce la vita.
* la Repubblica, 8 aprile 2007
Il Papa parla Conferenza degli alti prelati del continente, denunciando i rischi della globalizzazione e rilegittimando "l’opzione preferenziale per i poveri"
Benedetto XVI ai vescovi latinoamericani
"Falliti Marx e capitalismo, serve Gesù" *
APARECIDA - Da più di cinque secoli il cristianesimo, integrandosi con le etnie indigene, ha creato in America latina "una grande sintonia pur nella diversità di culture e lingue". E oggi, anche se "l’identità cattolica" del continente è minacciata, il cristianesimo resta decisivo per la dignità e lo sviluppo integrale di uomini e donne. E questo tanto più davanti al fallimento di marxismo e capitalismo, con la loro promessa di creare strutture sociali "giuste" che avrebbero automaticamente "promosso la moralità comune".
E’ il messaggio di Benedetto XVI ai vescovi latinoamericani, riuniti nel santuario di Aparecida per la loro quinta Conferenza generale. Il Papa dichiara la "continuità" tra questa e le precedenti riunioni, parla di situazione cambiata in questi anni, a causa dei risvolti negativi della globalizzazione, e denuncia il "rischio" che i grandi monopoli trasformino "il lucro in valore supremo". Rilegittima inoltre la "opzione preferenziale per i poveri", cara alla Teologia della liberazione, dichiarandola "implicita nella fede cristologica in quel Dio che si è fatto povero per noi".
Davanti a 266 vescovi - 162 membri effettivi, 81 invitati, 8 osservatori e 15 periti - che da domani e fino al 31 maggio si interrogheranno su come costruire il futuro della Chiesa, insidiata da secolarizzazione e sette, nel più grande continente cattolico del mondo - Benedetto XVI si pone in una prospettiva diversa rispetto a Giovanni Paolo II, che parlò di luci e ombre dell’introduzione del cristianesimo in America latina, riconoscendo che alcuni cristiani portarono la fede, ma anche forme di crudele colonizzazione. Il cristianesimo, sottolinea invece il papa-teologo, si è integrato nelle etnie, ha creato unità e non è estraneo a nessuna cultura e persona.
Non hanno dunque senso certe tendenze indigeniste: "L’utopia di tornare a dare vita alle religioni precolombiane, separandole da Cristo e dalla Chiesa universale, non sarebbe un progresso, bensì un regresso, una involuzione". Il cristianesimo sa invece affermare che "i popoli latinoamericani e dei Caraibi hanno diritto a una vita piena", "con alcune condizioni più umane", senza "fame e ogni forma di violenza".
Benedetto Xvi spiega inoltre che "la Chiesa non fa proselitismo. Si sviluppa per attrazione": probabilmente, un modo per sottolineare in maniera indiretta le differenze, rispetto alle sette pentecostali molto presenti in America Latina.
E con la presenza ad Aparecida, il viaggio in Brasile del Pontefice volge alla fine. Nella notte italiana, è previsto il volo di ritorno, verso il Vaticano.
* la Repubblica, 13 maggio 2007
IL VIAGGIO DEL PAPA *
Vivere da convertiti segno che parla a tutti
L’omelia alla Messa davanti al Sacro Convento «Il peccato impediva a Francesco di vedere nei lebbrosi i propri fratelli: l’incontro con Cristo lo aprì a una misericordia più grande della filantropia»
Benedetto Xvi
Pubblichiamo ampi stralci dell’omelia tenuta dal Papa domenica ad Assisi.
Cari fratelli e sorelle,
che cosa ci dice oggi il Signore, mentre celebriamo l’Eucaristia nel suggestivo scenario di questa piazza? Oggi tutto qui parla di conversione, come ci ha ricordato monsignor Domenico Sorrentino (...). La Parola di Dio appena proclamata ci illumina, mettendoci davanti agli occhi tre figure di convertiti. La prima è quella di Davide. Il brano che lo riguarda, tratto dal secondo libro di Samuele, ci presenta uno dei colloqui più drammatici dell’Antico Testamento. Al centro di questo dialogo c’è un verdetto bruciante, con cui la Parola di Dio, proferita dal profeta Natan, mette a nudo un re giunto all’apice della sua fortuna politica, ma caduto pure al livello più basso della sua vita morale. (...) L’uomo è davvero grandezza e miseria (...). «Tu sei quell’uomo»: è parola che inchioda Davide alle sue responsabilità. Profondamente colpito da questa parola, il re sviluppa un pentimento sincero e si apre all’offerta della misericordia. Ecco il cammino della conversione.
Ad invitarci a questo cammino, accanto a Davide, si pone oggi Francesco. Lui stesso (...) guarda ai suoi primi venticinque anni come ad un tempo in cui «era nei peccati» (cfr 2 Test 1: FF 110). Al di là delle singole manifestazioni, peccato era il suo concepire e organizzarsi una vita tutta centrata su di sé, inseguendo vani sogni di gloria terrena.(...) Gli sembrava amaro vedere i lebbrosi. Il peccato gli impediva di dominare la ripugnanza fisica per riconoscere in loro altrettanti fratelli da amare. La conversione lo portò ad esercitare misericordia e gli ottenne insieme misericordia. Servire i lebbrosi, fino a baciarli, non fu solo un gesto di filantropia, una conversione, per così dire, «sociale», ma una vera esperienza religiosa, comandata dall’iniziativa della grazia e dall’amore di Dio (...).
Nel brano della Lettera ai Galati, emerge un altro aspetto del cammino di conversione. A spiegarcelo è un altro grande convertito, l’apostolo Paolo. (...) «D’ora innanzi nessuno mi procuri fastidi: difatti io porto le stigmate di Gesù nel mio corpo» (6,17). (...) Nella disputa sul modo retto di vedere e di vivere il Vangelo, alla fine, non decidono gli argomenti del nostro pensiero; decide la realtà della vita, la comunione vissuta e sofferta con Gesù, non solo nelle idee o nelle parole, ma fin nel profondo dell’esistenza, coinvolgendo anche il corpo, la carne. (...) Francesco di Assisi ci riconsegna oggi tutte queste parole di Paolo, con la forza della sua testimonianza. (...) Egli si innamorò di Cristo. Le piaghe del Crocifisso ferirono il suo cuore, prima di segnare il suo corpo sulla Verna. Egli poteva veramente dire con Paolo: «Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me».
E veniamo al cuore evangelico dell’odierna Parola di Dio. Gesù stesso, nel brano appena letto del Vangelo di Luca, ci spiega il dinamismo dell’autentica conversione, additandoci come modello la donna peccatrice riscattata dall’amore. (...) A scanso di equivoci, è da notare che la misericordia di Gesù non si esprime mettendo tra parentesi la legge morale. Per Gesù, il bene è bene, il male è male. La misericordia non cambia i connotati del peccato, ma lo brucia in un fuoco di amore. Questo effetto purificante e sanante si realizza se c’è nell’uomo una corrispondenza di amore, che implica il riconoscimento della legge di Dio, il pentimento sincero, il proposito di una vita nuova. (....) Che cosa è stata la vita di Francesco convertito se non un grande atto d’amore? Lo rivelano le sue preghiere infuocate, ricche di contemplazione e di lode, il suo tenero abbraccio del Bimbo divino a Greccio, la sua contemplazione della passione alla Verna, il suo «vivere secondo la forma del santo Vangelo» (2 Test 14: FF 116), la sua scelta della povertà e il suo cercare Cristo nel volto dei poveri. È questa sua conversione a Cristo, fino al desiderio di «trasformarsi» in Lui, diventandone un’immagine compiuta, che spiega quel suo tipico vissuto, in virtù del quale egli ci appare così attuale anche rispetto a grandi temi del nostro tempo, quali la ricerca della pace, la salvaguardia della natura, la promozione del dialogo tra tutti gli uomini. Francesco è un vero maestro in queste cose. Ma lo è a partire da Cristo. È Cristo, infatti, «la nostra pace» (cfr Ef 2,14). (...)
Non posso dimenticare, nell’odierno contesto, l’iniziativa del mio predecessore di santa memoria, Giovanni Paolo II, il quale volle riunire qui, nel 1986, i rappresentanti delle confessioni cristiane e delle diverse religioni del mondo, per un incontro di preghiera per la pace. Fu un’intuizione profetica e un momento di grazia, come ho ribadito alcuni mesi or sono nella mia lettera al vescovo di questa città in occasione del ventesimo anniversario di quell’evento. La scelta di celebrare quell’incontro ad Assisi era suggerita proprio dalla testimonianza di Francesco come uomo di pace, al quale tanti guardano con simpatia anche da altre posizioni culturali e religiose. Al tempo stesso, la luce del Poverello su quell’iniziativa era una garanzia di autenticità cristiana, giacché la sua vita e il suo messaggio poggiano così visibilmente sulla scelta di Cristo, da respingere a priori qualunque tentazione di indifferentismo religioso, che nulla avrebbe a che vedere con l’autentico dialogo interreligioso.
Lo «spirito di Assisi», che da quell’evento continua a diffondersi nel mondo, si oppone allo spirito di violenza, all’abuso della religione come pretesto per la violenza. Assisi ci dice che la fedeltà alla propria convinzione religiosa, la fedeltà soprattutto a Cristo crocifisso e risorto non si esprime in violenza e intolleranza, ma nel sincero rispetto dell’altro, nel dialogo, in un annuncio che fa appello alla libertà e alla ragione, nell’impegno per la pace e per la riconciliazione. Non potrebbe essere atteggiamento evangelico, né francescano, il non riuscire a coniugare l’accoglienza, il dialogo e il rispetto per tutti con la certezza di fede che ogni cristiano, al pari del Santo di Assisi, è tenuto a coltivare, annunciando Cristo come via, verità e vita dell’uomo (cfr Gv 14,6), unico Salvatore del mondo. (...)
Ai giovani: «Come il Poverello, cercate la vera felicità»
Il discorso tenuto a Santa Maria degli Angeli: «Siamo qui per imparare a incontrare Cristo. Anche noi siamo chiamati a riparare la Chiesa» «Centrare la vita su se stessi è una trappola mortale: possiamo essere noi stessi solo se ci apriamo, nell’amore, a Dio e ai fratelli»
Benedetto Xvi
Pubblichiamo ampi stralci delle parole rivolte da Benedetto XVI ai giovani sul piazzale della basilica di Santa Maria degli Angeli.
Carissimi giovani, grazie per la vostra accoglienza, così calorosa, sento in voi la fede, sento la gioia di essere cristiani cattolici. Grazie per le parole affettuose e per le importanti domande che i vostri due rappresentanti mi hanno rivolto. (...)
Questo momento del mio pellegrinaggio ha un significato particolare. San Francesco parla a tutti, ma so che ha proprio per voi giovani un’attrazione speciale. (...) La sua conversione avvenne quando era nel pieno della sua vitalità, delle sue esperienze, dei suoi sogni. Aveva trascorso venticinque anni senza venire a capo del senso della vita. Pochi mesi prima di morire, ricorderà quel periodo come il tempo in cui «era nei peccati» (cfr. 2 Test 1: FF 110).
A che cosa pensava, Francesco, parlando di peccati? Stando alle biografie, ciascuna delle quali ha un suo taglio, non è facile determinarlo. Un efficace ritratto del suo modo di vivere si trova nella Leggenda dei tre compagni, dove si legge: «Francesco era tanto più allegro e generoso, dedito ai giochi e ai canti, girovagava per la città di Assisi giorno e notte con amici del suo stampo, tanto generoso nello spendere da dissipare in pranzi e altre cose tutto quello che poteva avere o guadagnare» (3 Comp 1,2: FF 1396). Di quanti ragazzi anche ai nostri giorni non si potrebbe dire qualcosa di simile? Oggi poi c’è la possibilità di andare a divertirsi ben oltre la propria città. (...) Si può «girovagare» anche virtualmente «navigando» in internet. Purtroppo non mancano - ed anzi sono tanti, troppi! - i giovani che cercano paesaggi mentali tanto fatui quanto distruttivi nei paradisi artificiali della droga. Come negare che sono molti i ragazzi, e non ragazzi, tentati di seguire da vicino la vita del giovane Francesco, prima della sua conversione? Sotto quel modo di vivere c’era il desiderio di felicità che abita ogni cuore umano. Ma poteva quella vita dare la gioia vera? Francesco certo non la trovò. (...) La verità è che le cose finite possono dare barlumi di gioia, ma solo l’Infinito può riempire il cuore. Lo ha detto un altro grande convertito, Sant’Agostino: «Ci hai fatti per te, o Signore, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te» (Confess. 1,1).
Sempre lo stesso testo biografico ci riferisce che Francesco era piuttosto vanitoso. (...) Nella vanità, nella ricerca dell’originalità, c’è qualcosa da cui tutti siamo in qualche modo toccati. Oggi si suol parlare di «cura dell’immagine», o di «ricerca dell’immagine». (...) In certa misura, questo può esprimere un innocente desiderio di essere ben accolti. Ma spesso vi si insinua l’orgoglio, la ricerca smodata di noi stessi, l’egoismo e la voglia di sopraffazione. In realtà, centrare la vita su se stessi è una trappola mortale: noi possiamo essere noi stessi solo se ci apriamo nell’amore, amando Dio e i nostri fratelli.
Un aspetto che impressionava i contemporanei di Francesco era anche la sua ambizione, la sua sete di gloria e di avventura. (...) La stessa sete di gloria lo avrebbe portato nelle Puglie, in una nuova spedizione militare, ma proprio in questa circostanza, a Spoleto, il Signore si fece presente al suo cuore, lo indusse a tornare sui suoi passi, e a mettersi seriamente in ascolto della sua Parola. È interessante annotare come il Signore abbia preso Francesco per il suo verso, quello della voglia di affermarsi, per additargli la strada di un’ambizione santa, proiettata sull’infinito (...).
Cari giovani, mi avete ricordato alcuni problemi della condizione giovanile, della vostra difficoltà a costruirvi un futuro, e soprattutto della fatica a discernere la verità. Nel racconto della passione di Cristo troviamo la domanda di Pilato: «Che cos’è la verità?» (Gv 18,38). (...) Anche oggi, tanti dicono: «ma che cosa è la verità? Possiamo trovarne frammenti, ma la verità come potremmo trovarla?» È realmente arduo credere che questa sia la verità: Gesù Cristo, la Vera Vita, la bussola della nostra vita. E tuttavia, se cominciamo, come è una grande tentazione, a vivere solo secondo le possibilità del momento, senza verità, veramente perdiamo il criterio e perdiamo anche il fondamento della pace comune che può essere solo la verità. E questa verità è Cristo. La verità di Cristo si è verificata nella vita dei santi di tutti i secoli. I santi sono la grande traccia di luce nella storia che attesta: questa è la vita, questo è il cammino, questa è la verità. (...).
Sostando questa mattina a San Damiano, e poi nella Basilica di Santa Chiara, dove si conserva il Crocifisso originale che parlò a Francesco, ho fissato anch’io i miei occhi in quegli occhi di Cristo. È l’immagine del Cristo Crocifisso-Risorto, vita della Chiesa, che parla anche in noi se siamo attenti, come duemila anni fa parlò ai suoi apostoli e ottocento anni fa parlò a Francesco. La Chiesa vive continuamente di questo incontro.
Sì, cari giovani: lasciamoci incontrare da Cristo! Fidiamoci di Lui, ascoltiamo la sua Parola. (...) Ad Assisi si viene per apprendere da san Francesco il segreto per riconoscere Gesù Cristo e fare esperienza di Lui. (...)
Proprio perché di Cristo, Francesco è anche uomo della Chiesa. Dal Crocifisso di San Damiano aveva avuto l’indicazione di riparare la casa di Cristo, che è appunto la Chiesa. (...) Noi tutti siamo chiamati a riparare in ogni generazione di nuovo la casa di Cristo, la Chiesa. (...) E come sappiamo, ci sono tanti modi di riparare, di edificare, di costruire la casa di Dio, la Chiesa. Si edifica poi attraverso le più diverse vocazioni, da quella laicale e familiare, alla vita di speciale consacrazione, alla vocazione sacerdotale. (...) Se il Signore dovesse chiamare qualcuno di voi a questo grande ministero, come anche a qualche forma di vita consacrata, non esitate a dire il vostro sì. Sì non è facile, ma è bello essere ministri del Signore, è bello spendere la vita per Lui! (...)
Sono felice, carissimi giovani, di essere qui, sulla scia dei miei predecessori, e in particolare dell’amico, dell’amato Papa Giovanni Paolo II. (...)
Se oggi il dialogo interreligioso, specialmente dopo il Concilio Vaticano II, è diventato patrimonio comune e irrinunciabile della sensibilità cristiana, Francesco può aiutarci a dialogare autenticamente, senza cadere in un atteggiamento di indifferenza nei confronti della verità o nell’attenuazione del nostro annuncio cristiano. Il suo essere uomo di pace, di tolleranza, di dialogo, nasce sempre dall’esperienza di Dio-Amore. (...)
Cari giovani, è tempo di giovani che, come Francesco, facciano sul serio e sappiano entrare in un rapporto personale con Gesù. È tempo di guardare alla storia di questo terzo millennio da poco iniziato come a una storia che ha più che mai bisogno di essere lievitata dal Vangelo. Faccio ancora una volta mio l’invito che il mio amato Predecessore, Giovanni Paolo II, amava sempre rivolgere, specialmente ai giovani: "Aprite le porte a Cristo". Apritele come fece Francesco, senza paura, senza calcoli, senza misura. Siate, cari giovani, la mia gioia, come lo siete stati di Giovanni Paolo II. Da questa Basilica dedicata a Santa Maria degli Angeli vi do appuntamento alla Santa Casa di Loreto, ai primi di settembre, per l’Agorà dei giovani italiani.
* Avvenire, 19.06.2007
IDEE
Mostrare il fallimento dell’etica moderna, dovuto al tentativo illuministico di costruirne una puramente razionale, tentativo di cui Nietzsche sancì l’insuccesso determinando la dissoluzione dell’etica contemporanea in un generico motivismo. Ricordare come pratiche e tradizioni possono funzionare solo se l’uomo ha chiaro un fine trascendente verso cui muoversi. MacIntyre ripercorre il proprio cammino filosofico e ribadisce l’attesa di un «santo civilizzatore» «Gli effetti della visione fondazionale di Benedetto e la loro ricaduta erano in gran parte imprevedibili per quei tempi. Anche la nostra epoca è un tempo di inattese possibilità di rinnovamento. Allo stesso tempo è un periodo di resistenza prudente e coraggiosa, giusta e temperante nei confronti dell’ordine sociale, economico e politico dominante nella cosiddetta modernità avanzata»
Virtù solo un san Benedetto ci salverà
La critica che muovo al liberalismo deriva dalla convinzione argomentata che la vita migliore per l’uomo, quella in cui la tradizione delle virtù si esprime nel modo migliore, è vissuta da quanti sono impegnati a costruire e sostenere forme di comunità volte a ottenere insieme i beni condivisi che rendono possibile ottenere il bene ultimo per l’uomoLa critica del liberalismo non deve essere interpretata come indice di una mia simpatia nei confronti di qualsiasi genere di conservatorismo contemporaneo. Il conservatorismo è per molti versi l’immagine speculare del liberalismo cui professa di opporsi. Il proprio impegno a sostegno di uno stile di vita strutturato dall’economia del libero mercato genera un individualismo distruttivo al pari di quello del liberalismo
Di Alasdair Macintyre (Avvenire, 05.08.2007)
Per poter giudicare adeguatamente la cultura morale dominante della modernità avanzata, bisogna giudicarla dall’esterno. Essa appare ancora oggi lo scenario di controversie irrisolte e apparentemente irrisolvibili, di natura morale e non solo, tra fazioni avverse le cui rispettive argomentazioni valutative e normative ci pongono dinanzi al dilemma seguente: per un verso si dà per scontato il riferimento a criteri condivisi impersonali in forza dei quali si assume che una delle parti in causa alla fine otterrà ragione. D’altro canto, pare proprio che un siffatto criterio non esista nella realtà, a giudicare dalla povertà delle argomentazioni a sostegno delle diverse tesi in campo, e dal modo con cui si continua a sostenerle: le si ripete invariate nella loro sostanza in maniera meramente assertiva e alla lunga petulante. La mia spiegazione di questo fenomeno era e rimane la seguente: i cosiddetti princìpi morali erano originariamente inseriti in un contesto di credenze pratiche e di modalità consolidate di pensare, sentire e agire, che li rendevano comprensibili; tale contesto, ove i giudizi morali trovavano il loro senso in riferimento a criteri impersonali giustificati da una concezione condivisa del bene umano, è andato perduto. Venuti meno il contesto e la giustificazione, a seguito di complessi processi di trasformazione sociale e morale occorsi alla fine del Medioevo e alle soglie della modernità, bisognava individuare nuove strade per poter spiegare le regole e i precetti morali, e di conseguenza attribuire loro un nuovo statuto, autorità e giustificazione. È quanto i filosofi morali dell’Illuminismo europeo hanno tentato di realizzare a partire dal diciottesimo secolo in avanti. Tuttavia, il risultato delle loro riflessioni è stato di fatto la moltiplicazione di teorie rivali, le une incompatibili con le altre, gli utilitaristi in conflitto con i kantiani, gli uni e gli altri opposti ai contrattualisti, in modo tale che i giudizi morali, come oggi li si inte nde, si riducono essenzialmente a regole che esprimono il comportamento e il sentire di chi le ha formulate, e ciò nonostante si continua a presentarle assumendo che ci sia un criterio impersonale in base al quale i conflitti morali potrebbero essere risolti razionalmente. Tali disaccordi riguardavano sin dall’inizio, non solo la giustificazione, ma anche il contenuto della morale.
Questa caratteristica peculiare della cultura morale della modernità non è cambiata. E io sono rimasto dell’idea che si possa comprendere la genesi e la situazione di stallo della modernità morale soltanto a partire dal punto di vista di una tradizione differente, di cui Aristotele ha raccolto e analizzato credenze e presupposti, elaborandoli teoricamente nella sua ben nota teoria classica. Non voglio sostenere, questo è importante sottolinearlo, che la dottrina morale aristotelica sia in grado di vedere riconosciuta la propria superiorità razionale e di essere accettata dagli esponenti delle correnti più accreditate della filosofia morale, in altre parole che un aristotelico sia in grado di avere la meglio nei confronti di un kantiano, un utilitarista o un contrattualista, nelle dispute teoretiche che avvengono nei teatri della modernità. Sarei subito smentito e non potrei obiettare nulla: la situazione è evidentemente diversa; non solo: in un simile agone, l’aristotelismo è costretto a presentarsi e si presenta di fatto come una solamente tra le tante proposte morali, i cui esponenti hanno la stessa, flebile speranza di confutare i loro rivali, cosa che peraltro accade anche agli utilitaristi, ai seguaci di Kant o ai contrattualisti.
La mia convinzione di allora, che rimane immutata ancor oggi, è che l’inconsistenza del discorso morale della modernità si spiega a partire dal genere di vita che ricalca la logica e si comprende alla luce dei concetti formulati da Aristotele; da questa prospettiva si capisce anche perché la cultura della modernità morale sia priva delle risorse che poss ono farla progredire nelle proprie ricerche, cosicché sterilità e frustrazione sono l’inevitabile conseguenza con la quale essa è costretta a misurarsi per venir fuori dall’impasse in cui si trova. In questo momento però comprendo molto meglio di venticinque anni fa le ragioni che mi hanno portato a sposare le tesi di Aristotele, e che si devono ad almeno due tipi diversi di sollecitazione.
Quando ho scritto Dopo la virtù, ero già un pensatore aristotelico, ma non ancora un tomista: tomista lo sono diventato dopo, in parte perché mi sono convinto che l’Aquinate era per certi versi più aristotelico di Aristotele: non soltanto era un eccellente interprete dei testi del filosofo greco, ma era stato in grado di estendere e approfondire le ricerche metafisiche e morali del proprio maestro. Ciò mi ha fatto cambiare idea in almeno tre casi.
In Dopo la virtù offrivo una spiegazione delle virtù che definirei aristotelica in senso ampio, senza far ricorso o appello a quella che allora definivo la biologia metafisica di Aristotele. Buona parte della biologia aristotelica è senza dubbio sorpassata. Tuttavia, San Tommaso mi ha fatto capire che il mio tentativo di spiegare il bene sociale ricorrendo semplicemente a una teoria della società, in termini di pratiche, tradizioni e dell’unità narrativa delle vite umane, non sarebbe stato adeguato finché non fosse stato esplicitamente fondato in una metafisica. Pratiche, tradizioni e tutto il resto possono funzionare, come di fatto funzionano, solamente in quanto gli uomini hanno un fine verso il quale muovono in ragione della loro natura specifica. Così ho capito che, senza rendermene conto, avevo dato per scontata la verità di qualcosa di molto simile alla dottrina del bene che si può leggere nella quinta quaestio della prima parte della Summa Theologica. Ho poi dato anche una spiegazione più accurata del contenuto delle virtù, identificandone alcune col nome di "virtù della dipendenza riconosciuta". Seguendo questa logica, ho pre so spunto dalla dottrina sulla misericordia di Tommaso d’Aquino, un punto che lo separa da Aristotele in maniera decisiva.
Sono dunque giunto a questi cambiamenti del mio pensiero in seguito alle riflessioni sui testi di Tommaso e sui commenti ai medesimi da parte di alcuni studiosi tomisti contemporanei. Il mio pensiero si è però sviluppato anche grazie alla spinta delle critiche rivolte a Dopo la virtù da parte di quanti si trovavano in radicale disaccordo con il mio libro. Prenderò spunto da una di queste, la quale più che derivare da una reale incomprensione, parrebbe provenire da una lettura non attenta del testo. Sono stato accusato di nostalgia per un passato che avrei idealizzato: questo perché la mia comprensione della tradizione delle virtù muove dall’interno della polis greca, in modo particolare da quella ateniese in cui è stata adeguatamente razionalizzata; e perché, poi, ho indicato nell’Europa del Medioevo l’ambiente nel quale quella tradizione è potuta maturare. Mi pare tuttavia che non ci siano spunti sufficienti nel testo per un’accusa del genere. Sono certamente convinto del fatto che dobbiamo rileggere il nostro passato, per comprendere la nostra identità e le nostre relazioni morali di oggi alla luce di una tradizione che ci renda capaci di superare gli ostacoli che la modernità, specialmente la modernità avanzata, impone a una simile conoscenza di sé. Allo stesso tempo, viviamo inevitabilmente nella modernità avanzata, di cui assumiamo i caratteri sociali e culturali che la contraddistinguono. Il mio modo di comprendere la tradizione delle virtù, le conseguenze per la modernità del rifiuto di considerare questa tradizione e la possibilità di rimetterla in gioco, si può capire solo se si vive nella modernità. Le continuità e le fratture della tradizione delle virtù, così come essa si è declinata secondo una varietà di forme culturali diverse, si possono comprendere infatti solo retrospettivamente, a partire della prospettiva moderna, nel m omento in cui si cerca una via per venire fuori dalle secche della modernità morale.
Detto in altri termini, il genere di ricerca storica che ho svolto in Dopo la virtù è possibile solamente dopo il diciottesimo e diciannovesimo secolo. Vico è stato l’antesignano di questo genere di ricerca storica, anche se personalmente devo di più a R.G. Collingwood e a J.H. Newman, soprattutto per quanto riguarda la comprensione della natura e della complessità delle tradizioni. (...)
Mi si consenta adesso di passare a una critica, quella di chi vuole difendere la modernità liberale ed individualista e formula le proprie critiche muovendo dal dibattito tra liberali e comunitaristi (dando per scontato che io sia uno di questi ultimi, cosa che non è mai stata vera). Personalmente, non riconosco alcun valore alle comunità di cui si parla in questo dibattito; molte di queste sono brutalmente oppressive; inoltre, i valori della comunità, come sono intesi dagli esponenti americani del comunitarismo, gente come Amitai Etzioni, sono perfettamente compatibili con i valori del liberalismo che io rifiuto, anzi contribuiscono a sostenerli. La critica che muovo al liberalismo deriva dalla convinzione argomentata che la vita migliore per l’uomo, quella in cui la tradizione delle virtù si esprime nel modo migliore, è vissuta da quanti sono impegnati a costruire e sostenere forme di comunità volte a ottenere insieme i beni condivisi che rendono possibile ottenere il bene ultimo per l’uomo. Le società politiche liberali s’impegnano per definizione a negare qualsiasi spazio per una concezione sostantiva del bene nel dibattito pubblico, e ancor meno possono accettare che la loro vita comune possa essere fondata su una concezione determinata del bene. Secondo la visione liberale dominante, il governo rimane essere neutrale riguardo alle concezioni rivali del bene umano, anche se il liberalismo promuove un ordine istituzionale sostantivo che è ostile alla costruzione e al sostentamento delle re lazioni solidali richieste per vivere la vita migliore dell’uomo.
Questa critica del liberalismo non deve essere assolutamente interpretata come indice di una mia personale simpatia nei confronti di qualsiasi genere di conservatorismo contemporaneo. Il conservatorismo è per molti versi l’immagine speculare del liberalismo cui professa di opporsi. Il proprio impegno a sostegno di uno stile di vita strutturato dall’economia del libero mercato genera un individualismo distruttivo al pari di quello del liberalismo. Dove il liberalismo ha tentato di usare il potere di trasformare le relazioni sociali caratteristiche dello stato moderno, favorendo leggi permissive, il conservatorismo si serve del medesimo potere per attuare i propri propositi di coercizione, promulgando leggi proibitive. Conservatorismo e liberalismo sono ugualmente in opposizione alla visione di Dopo la virtù. Così la categoria dei moralisti conservatori contemporanei, con la loro tronfia retorica priva d’ironia e spesso di fondamento, dovrebbe essere aggiunta ai personaggi descritti nel capitolo 3 di Dopo la virtù, tra i protagonisti che caratterizzano i drammi culturali della modernità, il terapeuta, che negli ultimi vent’anni si è lasciato ammaliare dalle scoperte della biochimica, quella del manager, che continua a ripetere le formule che ha imparato in un corso di business ethics, mentre sta ancora cercando la giustificazione delle proprie pretese di competenza, e quella dell’esteta, che sta oggi emergendo dalla propria venerazione per l’arte concettuale. Così il conservatore moralista è diventato anch’egli un personaggio ricorrente, nelle trame intessute dalle élite che governano la moralità avanzata. In ogni caso, a queste élite non spetta mai l’ultima parola.
La tradizione delle virtù riaffiora infatti periodicamente all’interno della vita quotidiana, nella vita di persone comuni che si impegnano all’interno di una varietà di pratiche, compresa quella di mettere su e sostenere relazioni famili ari e di vicinato, scuole, cliniche, e forme locali di comunità politiche. Questa rigenerazione rende capace la gente comune di mettere in discussione i modelli dominanti del dibattito morale e sociale e le istituzioni che trovano la loro espressione in modelli simili. Mentre scrivevo Dopo la virtù, immaginavo persone di questo tipo, e ancor oggi scopro con piacere che proprio loro ne sono i lettori più adatti, quelli più capaci di riconoscere nelle tesi centrali del libro, l’articolazione filosofica di idee che loro avevano già elaborato in maniera spontanea a partire dalla loro vita quotidiana, l’espressione delle motivazioni che in qualche modo già spiegavano la loro condotta. Nel capitolo introduttivo alludo a Un cantico per Leibowitz, lo straordinario romanzo di Walter M. Miller Jr., e nelle battute conclusive del capitolo finale richiamo il raffinato poema di Constantine Kavafis, Aspettando i barbari. Probabilmente, in un eccesso d’ottimismo, ho pensato che quasi tutti i lettori avrebbero riconosciuto entrambe le citazioni. Visto che generalmente questo non è accaduto, vorrei esplicitare in questa circostanza tali debiti d’immaginazione, che sono tanto importanti quanto quelli intellettuali riconosciuti nel testo. E dovrei anche chiarire che, benché Dopo la virtù sia stato scritto in parte per portare alla luce e motivare le inadeguatezza morali del marxismo che la storia del ventesimo secolo ha reso evidenti, ero e rimango profondamente debitore della critica marxiana dell’ordine economico, sociale e culturale del capitalismo e dello sviluppo di tale critica da parte di appartenenti alla medesima tradizione.
Nell’ultima frase di Dopo la virtù affermo che stiamo aspettando un nuovo San Benedetto. La grandezza di Benedetto sta nell’aver reso possibile l’istituzione del monastero centrato sulla preghiera, sullo studio e sul lavoro, nel quale e intorno al quale le comunità potevano non solo sopravvivere, ma svilupparsi in un periodo di oscurità sociale e cul turale. Gli effetti della visione fondazionale di Benedetto e la loro ricaduta istituzionale grazie a quanti in modi diversi hanno seguito la sua regola erano in gran parte imprevedibili per quei tempi. Quando scrissi quella frase conclusiva nel 1980, era mia intenzione di suggerire che anche la nostra epoca è un tempo di attesa di nuove e inattese possibilità di rinnovamento. Allo stesso tempo, è un periodo di resistenza prudente e coraggiosa, giusta e temperante nella misura del possibile, nei confronti dell’ordine sociale, economico e politico dominante nella modernità avanzata. Questa era la situazione ventisei anni fa, e tale ancora oggi rimane.
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Kant nel cestino? Postille a un testo che non invecchia
Contribuire alla costruzione di forme locali di comunità, al cui interno conservare la vita morale in un’epoca di oscurità e decadenza.
Questo il fine di MacIntyre
di Enrico Berti (Avvenire, 05.08.2007)
Quando, circa 25 anni fa, A. MacIntyre pubblicò la prima edizione di Dopo la virtù, molti ebbero l’impressione che, di fronte all’alternativa tra etica deontologica, o del dovere, ed etica utilitaristica, o della massima utilità per il massimo numero di persone, si prospettasse una specie di "terza via", l’etica delle virtù, basata su pratiche e tradizioni appartenenti a determinate comunità, e che essa potesse ristabilire la possibilità di un’etica condivisa. In realtà lo scopo di MacIntyre era un altro, cioè quello di mostrare il fallimento dell’etica moderna, dovuto all’abbandono del concetto tradizionale di vita buona, risalente ad Aristotele, e al tentativo illuministico di costruire un’etica puramente razionale, tentativo di cui Nietzsche sancì l’insuccesso, determinando la dissoluzione dell’etica contemporanea in un generico emotivismo. La vera alternativa che dunque restava, secondo MacIntyre, era tra Nietzsche, simbolo della fine dell’etica, e Aristotele, simbolo dell’unica etica praticabile, l’etica appunto delle virtù. Ma il filosofo americano (di origine scozzese) non aspirava a riproporre l’etica aristotelica, bensì voleva soltanto contribuire alla costruzione di forme locali di comunità, al cui interno conservare la vita morale in un’epoca di oscurità per l’etica, sull’esempio di quanto aveva fatto San Benedetto all’inizio del medioevo. Il suo libro non era in realtà senza precedenti, e a sua volta si prestava ad essere arricchito e completato, come avvenne ad opera di pubblicazioni posteriori dello stesso MacIntyre, ma rimase comunque il più bel manifesto dell’etica delle virtù. Esso non andò esente da critiche, soprattutto da parte di filosofi liberali, che lo accusarono di essere espressione del "comunitarismo", cioè di una concezione sostanzialmente conservatrice e localistica dell’etica, a cui essi contrapponevano i valori dell’universalismo. Tuttavia Dopo la virtù contribuì in misura rilevante alla diffusione di quel neoaristotelismo, che per il contributo anche di pensatori europei come Gadamer, Ritter ed altri, e di pensatori americani come Martha Nussbaum, divenne una delle espressioni più significative dell’etica di fine Novecento. Nel presentare la nuova edizione di Dopo la virtù MacIntyre dichiara di non avere trovato motivi sufficienti per abbandonare le principali tesi di questo libro. Egli conferma la diagnosi negativa dell’etica moderna, contrappone ancora a quest’ultima l’etica di Aristotele, ma annuncia come novità di avere scoperto San Tommaso come filosofo per certi versi più aristotelico dello stesso Aristotele e capace di estendere e approfondire nella direzione della metafisica le ricerche morali del maestro. In particolare dice di avere scoperto che le pratiche, le tradizioni e tutto ciò che forma l’etica delle virtù, può funzionare solo in quanto gli uomini hanno un fine in vista del quale muovono in ragione della loro natura specifica. MacIntyre infine conferma l’invocazione a San Benedetto come espressione di resistenza e attesa in tempi di oscurità sociale e culturale.
Non c’è dubbio che l’integrazione di Aristotele con Tommaso costituisce un approfondimento della prospettiva metafisica aristotelica, reso possibile all’Aquinate dalla sua fede cristiana nell’orientamento di tutte le creature, dell’uomo in particolare, ad un unico fine ultimo, supremo bene, determinabile universalmente. Ma ho qualche dubbio che questa integrazione renda più convincente la posizione di MacIntyre, la quale finora si era avvantaggiata del carattere "laico" suggerito dal richiamo ad Aristotele. Inoltre MacIntyre continua a negare - non so con quanta fedeltà a Tommaso, sicuramente con nessuna ad Aristotele - l’esistenza di criteri razionali neutrali e comuni, a cui richiamarsi per giustificare le scelte etiche. A mio giudizio la modernità ha individuato alcuni di tali criteri nei diritti umani, riconosciuti almeno in teoria da quasi tutti, individui e Stati, i quali, opportunamente integrati nella direzione delle "capacità" o opportunità (vedi A. Sen e M. Nussbaum), possono fornire delle premesse da cui argomentare, non per dimostrare scientificamente (utopia illuministica), ma per giustificare dialetticamente, cioè ragionevolmente, determinate scelte piuttosto che altre. Insomma, anche se MacIntyre dichiara ora di non essere mai stato comunitarista, il che va certamente a suo merito, non sembra ancora essere sufficientemente universalista per sfruttare quello che forse è l’unico vero progresso realizzato dall’etica moderna, cioè illuministica, in particolare kantiana, rispetto all’etica aristotelica, la scoperta appunto dell’uguale dignità di ogni uomo, progresso al quale ha sicuramente contribuito, sia pure attraverso un processo durato quasi due millenni, il cristianesimo.