IL NOME DI DIO: AMORE ("CHARITAS") O MAMMONA ("CARITAS")?! L’ERRORE FILOLOGICO E TEOLOGICO DI PAPA BENEDETTO XVI, NEL TITOLO DELLA SUA PRIMA ENCICLICA (Deus caritas est, 2006), E IL GENERALE SILENZIO ...

MEMORIA EVANGELICA (CRISTICA E CRITICA): DA TREVISO E DALLA CALABRIA, SAN FRANCESCO DI PAOLA "RICORDA" ANCORA LA PAROLA-CHIAVE DELLA SUA VITA E DEL SUO ORDINE. Una scheda di lettura del dipinto del fiammingo Lodewijk Toeput (Ludovico Pozzoserrato) - a c. di Federico La Sala

(...) la figura del Santo, rappresentato come un vecchio in abiti francescani, è contornato da dieci scene che raffigurano altrettanti fatti prodigiosi a lui attribuiti. Nella mano tiene un bastone al quale si appoggia pesantemente, sormontato da quello che diverrà il suo motto CHA: charitas. (...)
domenica 4 marzo 2012.
 


San Francesco di Paola
-  di Lodewijk Toeput - Ludovico Pozzoserrato (1654-1726)
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Scheda di lettura

del Museo Diocesano di Treviso *

Il dipinto è particolare, perchè la figura del Santo, rappresentato come un vecchio in abiti francescani, è contornato da dieci scene che raffigurano altrettanti fatti prodigiosi a lui attribuiti. Nella mano tiene un bastone al quale si appoggia pesantemente, sormontato da quello che diverrà il suo motto CHA: charitas.

Secondo la tradizione, un angelo, forse l’arcangelo Michele, gli apparve mentre pregava, tenendo fra le mani uno scudo luminoso su cui si leggeva la parola Charitas e porgendoglielo disse: “Questo sarà lo stemma del tuo Ordine”.

La sua vita fu uno stupore continuo sin dalla nascita, nel 1416 a Paola, cittadina calabrese sul Mar Tirreno in provincia di Cosenza, da una coppia di genitori già avanti negli anni, che si rivolsero in preghiera a San Francesco di Assisi, affinché intercedesse per loro. La madre fece poi un voto al Santo, di tenere il figlio in un convento di Frati Minori per un intero anno, vestendolo dell’abito proprio dei Francescani (il voto dell’abito è usanza ancora esistente nell’Italia Meridionale) se avesse salvato la vista che il bimbo stava perdendo da un occhio, a causa di un ascesso. Dopo qualche giorno l’ascesso scomparve completamente.

In quel anno l’adolescente rivelò subito doti eccezionali; stupiva i frati dormendo per terra, con continui digiuni e preghiera intensa e già si cominciava a raccontare di prodigi straordinari, come quando assorto in preghiera in chiesa, si era dimenticato di accendere il fuoco sotto la pentola dei legumi per il pranzo dei frati, allora tutto confuso corse in cucina, dove con un segno di croce accese il fuoco di legna e dopo pochi istanti i legumi risultavano già cotti. Un’altra volta dimenticò di mettere le carbonelle accese nel turibolo dell’incenso; ai richiami del sacrestano andò a prenderle ma senza un recipiente adatto. Allora le depose nel lembo della tonaca senza che la stoffa si bruciasse.

Trascorso l’anno del voto, Francesco volle tornare a Paola fra il dispiacere dei frati e con i genitori intraprese un pellegrinaggio ad Assisi alla tomba di S. Francesco, era convinto che quel viaggio gli avrebbe permesso d’individuare la strada da seguire nel futuro. Tornato a Paola, appena tredicenne, si ritirò a vita eremitica in un campo che apparteneva al padre, a quasi un chilometro dal paese. Era il 1429. Si riparò prima in una capanna di frasche e poi si spostò in una grotta, che egli stesso allargò scavando il tufo con una zappa; questa grotta è oggi conservata all’interno del Santuario di Paola.

Dopo poco tempo alcuni giovani, gli chiesero di poter vivere come lui nella preghiera e solitudine. Si costituì il primo nucleo del futuro Ordine dei Minimi. La piccola Comunità si chiamò Eremiti di frate Francesco.

Durante i lavori di costruzione dell’eremo, Francesco operò altri prodigi: un grosso masso che stava rotolando sugli edifici venne fermato con un gesto del santo e ancora oggi esiste sotto la strada del Santuario; Francesco entrò nella fornace per la calce a ripararne il tetto, passando fra le fiamme e rimanendo illeso (episodio illustrato nel nostro quadro); inoltre fece sgorgare una fonte con un tocco del bastone, per dissetare gli operai, oggi è chiamata l’acqua della cucchiarella, perché i pellegrini usano attingerne con un cucchiaio.

Ormai la fama di taumaturgo si estendeva sempre più e il papa Paolo II (1464-1471), inviò nel 1470 un prelato a verificare; giunto a Paola fu accolto da Francesco che aveva fatto portare un braciere per scaldare l’ambiente; il prelato lo rimproverò per l’eccessivo rigore che professava insieme ai suoi seguaci e allora Francesco prese dal braciere con le mani nude i carboni accesi senza scottarsi, volendo così significare che, se con l’aiuto di Dio si poteva fare ciò, tanto più si poteva accettare il rigore di vita.

La fama di questo monaco dalla grossa corporatura, con barba e capelli lunghi che non tagliava mai, si diffondeva in tutto il Sud, per cui fu costretto a muoversi da Paola per fondare altri conventi in varie località della Calabria. Gli fu chiesto di avviare una comunità anche a Milazzo in Sicilia, pertanto con due confratelli si accinse ad attraversare lo Stretto di Messina, qui chiese ad un pescatore se per amor di Dio l’avesse traghettato all’altra sponda, ma questi rifiutò visto che non potevano pagarlo. Senza scomporsi Francesco legò un bordo del mantello al bastone, vi salì sopra con i due frati e attraversò lo Stretto con quella barca a vela improvvisata. Il miracolo, fra i più clamorosi di quelli operati da Francesco, fu in seguito confermato da testimoni oculari, compreso il pescatore Pietro Colosa di Catona, piccolo porto della costa calabra, che si rammaricava e non si dava pace per il suo rifiuto.

Risanava gli infermi, aiutava i bisognosi, ‘risuscitò’ suo nipote Nicola, giovane figlio della sorella Brigida. Anche suo padre Giacomo Alessio, rimasto vedovo, entrò a far parte degli eremiti, diventando discepolo di suo figlio fino alla morte. Francesco alzava spesso la voce contro i potenti in favore degli oppressi, le sue prediche e invettive erano violente, per cui fu ritenuto pericoloso e sovversivo dal re di Napoli Ferdinando I d’Aragona (detto Ferrante), che mandò i suoi soldati per farlo zittire, ma essi non poterono fare niente, perché il santo eremita si rendeva invisibile ai loro occhi; il re alla fine si calmò, diede disposizione che Francesco potesse aprire quanti conventi avrebbe voluto. Intanto si approssimava una grande, non desiderata svolta della sua vita.

Un mercante italiano, di passaggio a Plessis-les-Tours in Francia, dove risiedeva in quel periodo il re Luigi XI (1423-1482), gravemente ammalato, parlò di Francesco ad uno scudiero reale, che informò il sovrano. Il re inviò subito un suo maggiordomo in Calabria ad invitare il santo eremita, affinché si recasse in Francia per aiutarlo, ma Francesco rifiutò, nonostante che anche il re di Napoli Ferrante appoggiasse la richiesta.

Il re francese si rivolse allora al papa Sisto IV, il quale per motivi politici ed economici, non voleva scontentare il sovrano, ordinò all’eremita di partire per la Francia, con grande sgomento e dolore di Francesco perchè costretto a lasciare la sua terra e i suoi eremiti ad un’età avanzata, aveva 67 anni, e malandato in salute.

Nella sua tappa a Napoli, fu ricevuto con tutti gli onori da re Ferrante I, incuriosito di conoscere quel frate che aveva osato opporsi a lui; il sovrano assisté non visto ad una levitazione da terra di Francesco, assorto in preghiera nella sua stanza; poi cercò di conquistarne l’amicizia offrendogli un piatto di monete d’oro, da utilizzare per la costruzione di un convento a Napoli.

Si narra che Francesco ne prese una, la spezzò e ne uscì del sangue, quindi rivolto al re disse: “Sire questo è il sangue dei tuoi sudditi che opprimi e che grida vendetta al cospetto di Dio”. Predisse anche la fine della monarchia aragonese, che avvenne puntualmente nei primi anni del 1500.

Nel suo passaggio in terra francese il frate liberò Bormes e Frejus da un’epidemia. Nel maggio 1482 Francesco arrivò al castello dove risiedeva ammalato il re Luigi XI. A corte fu accolto con grande rispetto. Col re ebbe numerosi colloqui, per lo più miranti a far accettare al sovrano l’ineluttabilità della condizione umana, uguale per tutti e per quante insistenze facesse il re di fare qualcosa per guarirlo, Francesco rimase coerentemente sulla sua posizione, giungendo alla fine a convincerlo ad accettare la morte imminente, che avvenne in quello stesso anno.

Dopo la morte di Luigi XI, il frate, che viveva in una misera cella, chiese di poter ritornare in Calabria, ma la reggente Anna di Beaujeu e poi anche il re Carlo VIII si opposero, considerandolo loro consigliere e direttore spirituale. Giocoforza dovette accettare quest’ultimo sacrificio di vivere il resto della sua vita in Francia.

Francesco morì il 2 aprile 1507 a Plessis-les-Tours, vicino Tours dove fu sepolto, era un Venerdì Santo ed aveva 91 anni e sei giorni. Le sue reliquie subirono varie profanazioni e divisioni, furono poi riunite e dal 1935 si trovano nel Santuario di Paola; dopo quasi cinque secoli il santo eremita è ritornato nella sua Calabria di cui è patrono, come lo è di Paola e Cosenza. Nel 1943 papa Pio XII, in memoria della traversata dello Stretto, lo nominò protettore della gente di mare italiana.

* Museo diocesano di Treviso:
-  Il paliotto dorato si apre con la figura di Maria assisa in trono, tra angeli
-  www.diocesitv.it/irc/2009-03.../Museo_Diocesano_Tv_(parte_2).doc


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