LA RIVOLUZIONE COPERNICANA, L’ILLUMINISMO, E LA "VIA MAESTRA" DELLA "CRITICA" ....

ORIENTARSI, OGGI - E SEMPRE. LA LEZIONE IMMORTALE DI KANT, DALLA STIVA DELLA "NAVE" DI GALILEI. Alcune note di Federico La Sala

Invito alla rilettura dell’opera del 1786, "Che cosa significa orientarsi nel pensiero" - e della "Critica della ragion pura" (1781/1787).
venerdì 6 agosto 2010.
 

L’ILLUMINISMO, OGGI. LIBERARE IL CIELO. Cristianesimo, democrazia e necessità di "una seconda rivoluzione copernicana"

LA TEOLOGIA DEL MENTITORE, LA CHIESA DI COSTANTINO, E LA SOVRANITA’ DEL PAPA. Un’analisi di Vito Mancuso


LA RIVOLUZIONE COPERNICANA, IN FISICA E IN METAFISICA, E LA "STRADA MAESTRA" DELLA "CRITICA" ....

KANT: LA BUSSOLA DELLA SANA RAGIONE, L’ATTACCO DEGLI “ILLUMINATI” METAFISICI, E L’ESPERIMENTO GALILEIANO DELLA NAVE. Note su “che cosa significa orientarsi nel pensiero”

di Federico La Sala

(Queste note si ricollegano - in particolare - alla parte finale del lavoro SIGMUND FREUD, I DIRITTI UMANI, E IL PROBLEMA DELL’ “UNO”, e sono il seguito delle note per una rilettura dei Sogni di un visionario)

-  Premessa

Ripartiamo da Galilei. Ripartiamo, in particolar modo, dal Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo, tolemaico e copernicano e rileggiamo (dalla “seconda giornata”) l’intervento di Salviati:

«Rinserratevi con qualche amico nella maggiore stanza che sia sotto coverta di alcun gran naviglio, e quivi fate d’aver mosche, farfalle e simili animaletti volanti: siavi anco un gran vaso d’acqua, e dentrovi de’ pescetti; sospendasi anco in alto qualche secchiello, che a goccia a goccia vada versando dell’acqua in un altro vaso di angusta bocca che sia posto a basso; e stando ferma la nave, osservate diligentemente come quelli animaletti volanti con pari velocità vanno verso tutte le parti della stanza. [..] Osservate che avrete diligentemente tutte queste cose, benché niun dubbio ci sia mentre il vascello sta fermo non debbano succedere così: fate muovere la nave con quanta si voglia velocità; ché (pur di moto uniforme e non fluttuante in qua e in là) voi non riconoscerete una minima mutazione in tutti li nominati effetti; né da alcuno di quelli potrete comprendere se la nave cammina, o pure sta ferma».

Senza la lezione - e questa, in particolare - di Galilei, possiamo dire di Kant quello che vogliamo, ma sicuramente non parliamo più di Kant. L’esperienza della nave è l’esperimento decisivo (è “il principio della relatività galileiana”) che segna la morte definitiva della vecchia fisica e della vecchia metafisica e segna la nascita della nuova fisica, quella galileiana - e della nuova ‘metafisica’, quella kantiana.

Dopo Galilei, come aveva già capito Pascal, tutti siamo imbarcati, e Kant pensa dall’interno del “gran naviglio”. Dopo Keplero, Kant parla della Terra come di “un’isola”, ma come di un’isola dell’“oceano cosmico” (Keplero, 1611). E il concetto di filosofia a cui guarda Kant è quello “cosmico”, non tanto e solo a quello “scolastico” (cfr.: I. Kant, Critica della ragion pura, Adelphi, Milano 1976, pp. 810-811). Ma noi, ancora oggi, facciamo finta di abitare nella vecchia Terra, quella della ‘preistoria’! Ci nutriamo anche di slogan ad effetto, come quello di Nietzsche che segnala che, “dopo Copernico, l’uomo rotola verso una X”, ma continuiamo a essere i sognatori della ragione o i sognatori della sensazione di sempre, contro cui Kant ha già detto la sua nel 1766!

Non vogliamo proprio sapere nulla né di cosa significa uscire dallo stato di minorità, né di cosa significa pensare da sé, né di imparare a orientarsi nella realtà e nel pensiero, e lavoriamo come pazzi (o, se si vuole, con Nietzsche, come “l’ultimo uomo”) a distruggere la Terra e a raggiungere (tutti e tutte ‘insieme’) una definitiva e perpetua pace! E continuiamo a essere ostinatamente ingiusti con Kant, con la sua “Critica della Ragion pura” e con la sua “rivoluzione copernicana”.

Ma egli, con la sua “fede razionale” assoluta e incrollabile, continua a vegliare, assiste generosamente i naviganti ‘addormentati’ con i suoi consigli e le sue domande, e continua a sperare:

“Io presuppongo dunque dei lettori che non vogliano vedere una giusta causa difesa in modo ingiusto. Riguardo a costoro [gli avversari della buona causa] risulta dunque assodato che, secondo i nostri principi della critica - se non si guarda a quel che accade, bensì a quel che sarebbe giusto accadesse - non deve propriamente esistere una polemica della ragion pura.

In effetti, come potranno due persone contendere riguardo ad una cosa, quando nessuna delle due sappia rappresentare in un’esperienza reale, oppure soltanto possibile, la realtà di questa cosa, e quando si stia covando solo l’idea di essa, per cavarne qualcosa di p i ù che non un’idea, ossia la realtà dell’oggetto stesso? Attraverso quali mezzi costoro vorranno metter fine alla contesa, dal momento che nessuno dei due può rendere direttamente comprensibile e certa la sua asserzione, e che ciascuno dei due, piuttosto, può soltanto attaccare e confutare l’asserzione dell’avversario?

In realtà, il destino di tutte le asserzioni della ragione pura consiste nell’oltrepassare le condizioni di ogni esperienza possibile, al di fuori delel quali non si ritrova da nessuna parte un documento della verità, e nel dover tuttavia servirsi delle leggi dell’intelletto (le quali sono destinate semplicemente all’uso empirico, ma senza le quali non si può fare alcun passo nel pensiero sintetico), cosicché tali asserzioni riveleranno sempre all’avversario le loro debolezze, e inversamente utilizzare il punto debole dell’avversario.

La critica della ragion pura può essere considerata come il vero tribunale per tutte le dispute della ragione pura. Tale critica, in effetti, non si interessa delle controversie, che si riferiscano immediatamente ad oggetto, ma è destinata a determinare ed a giudicare i diritti della ragione in generale, in base ai principi della sua originaria istituzione. Senza tale critica la ragione, per così dire, è nello stato di natura, e non può far valere né consolidare le sue asserzioni e le sue pretese altrimenti che con la g u e r r a. Per contro la critica, la quale desume tutte le sue decisioni dalle regole fondamentali della sua propria istituzione - la cui autorità non può essere messa in dubbio da nessuno - ci procura la pace di uno stato legale, nel quale noi non possiamo risolvere le nostre dispute se non mediante un p r o c e s s o “( I. Kant, Critica della ragion pura ..., cit., pp. 743-744).

E’ elementare. Ma se non impariamo a dialogare con noi stessi e con noi stesse, se non impariamo a metterci da noi stessi di fronte a noi stessi - al di là dello specchio (narcisismo) e al di là della logica edipica, a metterci “al posto di una ragione estranea” e a esaminare imparzialmente i nostri propri giudizi “dal punto di vista altrui”, se non sappiamo usare correttamente la “bilancia”, e non sappiamo nulla del “tribunale della ragione”, come possiamo pretendere o sperare di trovare “una terza via” (Kant al suo ex allievo Marcus Herz nel 1771), e capire - pur se siamo sulla “nave” di Galilei - il principio di relatività galileiana (ed einsteiniana), e la rivoluzione e la lezione kantiana?

Come possiamo pretendere o sperare di uscire fuori dallo stato di minorità, se non ci svegliamo a noi stessi e a noi stesse e agli altri e alle altre?! Che cosa possiamo volere? Che cosa possiamo aspettarci se non la pace perpetua?! Che così sia: Per la pace perpetua (Kant, 1793)!

2. Note su “che cosa significa orientarsi nel pensiero”.

Quando nel 1786, in seguito all’infuriare della “controversia sul panteismo” (e sull’ateismo) accesasi tra Moses Mendelssohn e Friedrich H. Jacobi sulla posizione assunta da Lessing sullo spinozismo, della lotta tra la filosofia della “ragione” e la filosofia della “fede” determinata a riaprire la strada ai visionari e ai metafisici, Kant alla fine interviene. E, pur se non contro Meldelssohn e Jacobi, così scrive: “Mi risulta pressoché incomprensibile che gli studiosi sopracitati abbiano potuto trovare nella Critica della ragion pura punti di appoggio per lo spinozismo” (cfr. I. Kant, “Che cosa significa orientarsi nel pensiero”, Adelphi, Milano 1996, p. 64, n. 1). E’ una presa d’atto coraggiosa e, tuttavia, piena di drammaticità - per sé (in direzione di una possibile autocritica) e per gli amici (che sono andati fuori dal seminato ... e dal seminabile).

Purtroppo, ancora dopo la pubblicazione della “Critica della Ragion pura” (1781), dopo i “Prolegomeni ad ogni metafisica futura che si vuole come scienza” (1783), dopo la “Fondazione della metafisica dei costumi” (1765), e dopo la “Risposta alla domanda “Che cos’è l’illuminismo?” (1784), si è ancora a una generale incomprensione del discorso fatto nella “Critica” e a una conseguente totale incapacità (come aveva sollecitato a fare già nel 1766) a riflettere e a tener “dietro semplicemente alle conseguenze”, di teorie come lo spinozismo (il panteismo e l’ateismo).

Kant scende in campo, e richiama alla propria responsabilità e ad agire per il meglio: “Ma avete riflettuto attentamente su ciò che state facendo e sulle conseguenze dei vostri attacchi alla ragione? Senza dubbio volete che la libertà di pensiero rimanga intatta, poiché senza di essa anche i liberi slanci del vostro genio finirebbero presto. Cerchiamo quindi - egli scrive - di vedere che cosa inevitabilmente ne sarebbe della libertà di pensiero, se la procedura da voi inaugurata prendesse il sopravvento” (op. cit., p. 62).

Per Kant si è superata la soglia: dare “via libera” ai sogni dei visionari e dei metafisici, significa solo ricadere nello stato di guerra (nello stato di natura hobbesiano) e all’eterno ritorno del dispotismo, ridare via libera al gioco del vecchio desiderio di sapere (titanico prima e satanico dopo) che vuole giungere al “vero sapere” e mettere fine alla ricerca (cfr. Hegel, “Prefazione” alla “Fenomenologia dello Spirito”)! Purtroppo le cose vanno nel senso non voluto: nello stesso anno, nell’agosto del 1786, Federico II di Prussia - il grande re amico di Voltaire e della libertà di pensiero e di espressione - muore e gli succede Federico Guglielmo II che, con il suo ministro Wollner, rilancia una politica oscurantista e repressiva.

Nonostante l’amarezza, con pazienza, sul filo dei discorsi già fatti nei “Sogni” (“si può dunque ammettere la possibilità di esseri immateriali senza timore di essere confutati, ma anche senza speranza di poter dimostrare questa possibilità per via di principi razionali”), e poi , nella “Critica della ragion pura” (si cfr., in particolare, tutta la parte dedicata alla “dialettica trascendentale” e alla “dottrina trascendentale del metodo”), Kant spiega ancora e di nuovo cosa significa “rivoluzione copernicana”, e come sia possibile “orientarsi nel pensiero”.

Il tono è pacato e per molti versi accorato, ma nella sostanza è determinato e fortissimo: dobbiamo partire da noi stessi (dall’“uomo in relazione col mondo” - come aveva detto nei “Sogni”, dalla nostra stessa persona che sente e pensa), cercare in noi stessi (nella propria ragione) “la pietra ultima di paragone della verità”(cfr. I. Kant, Che cosa significa orientarsi... cit., p.66), “non dobbiamo spacciare per libera cognizione ciò che è soltanto presupposto inevitabile”, e al contrario dobbiamo capire che “dogmatizzare con la ragion pura nell’ambito del sovrasensibile” conduce direttamente “all’esaltazione filosofica” e che “solo la critica” di questa stessa facoltà della ragione garantisce “un rimedio radicale” a questo male (op.cit., p. 53, nota).

Prendendo spunto dal lavoro di Mendelssohn, Kant amplia e definisce, “con maggiore precisione”, il concetto di orientarsi e mostra che, come sul piano sensibile non possiamo non partire se non dalla “differenza nel mio stesso soggetto”, “da un criterio di distinzione puramente soggettivo” - il “sentimento” della mano destra e sinistra, così sul piano sovrasensibile - quando la ragione vuole “estendersi al di là di tutti i confini dell’esperienza senza trovare alcun oggetto dell’intuizione”, non possiamo non partire se non dal criterio soggettivo (“l’unico che rimane”), dal “sentimento del bisogno della ragione”, dal “diritto di orientarsi nel pensiero - nello spazio smisurato del sovrasensibile per noi avvolto da tenebre profonde - unicamente in virtù del proprio bisogno” (op. cit., pp. 47- 51): la salda e immutabile “fede razionale” (p. 57), da non confondere - annota Kant - con la “fede storica”, in cui “è pur sempre possibile che vengano trovate prove che dimostrano il contrario e in cui dobbiamo sempre riservarci di mutare opinione se la nostra conoscenza dei fatti dovesse ampliarsi” (op. cit., p. 58).

E per togliere ogni ambiguità alla discussione sul criterio soggettivo della “sana ragione”, così precisa con chiarezza e determinazione: “Una pura fede razionale è dunque la guida o la bussola con cui il pensatore speculativo può orientarsi nelle sue peregrinazioni razionali nell’ambito degli oggetti sovrasensibili, e con cui l’uomo dotato di una ragionevolezza comune, ma (moralmente) sana, può tracciare la propria via, perfettamente adeguata dal punto di vista sia teoretico sia pratico all’intero fine della sua destinazione; e questa stessa fede razionale va posta a fondamento di ogni altra fede, anzi di ogni rivelazione”.

E, per essere ancora più chiaro, così prosegue: “Il concetto di Dio e la stessa convinzione della sua esistenza si possono rinvenire solo ed esclusivamente nella ragione, derivano solo da essa, e non ci vengono forniti in anticipo né da un’ispirazione né da una novella comunicataci da un’autorità, per quanto grande”. Se ho - scrive Kant - “un’intuizione immediata, tale che a fornirmela non può essere affatto la natura - per quanto la conosco -, è pur sempre necessario un concetto di Dio che serva da criterio per verificare se un’apparenza siffatta concordi con le caratteristiche di una divinità” (op. cit., p. 58-59).

Per Kant solo la fede razionale, quella di una ragione (moralmente) sana che si “sottomette solo ed esclusivamente alla legge che essa stessa si dà”, può evitare il peggio e portare l’umanità fuori dallo stato di minorità, altrimenti e necessariamente la ragione, accecata, finirà per “piegarsi al giogo delle leggi imposte da altri, poiché senza una qualche legge niente , nemmeno l’assurdità più grande, può sussistere”. E la conseguenza inevitabile è che “alla fine ci rimettiamo la libertà di pensiero”, e poiché la colpa - scrive Kant - “non è della sfortuna, ma della nostra tracotanza, siamo noi a giocarcela nel vero senso della parola” (op. cit., pp. 63-64).

Kant, benché veda crescere dappertutto la tempesta e l’impeto, non dispera: la sua speranza e la sua fede nella ragione sono salde (“possiamo sempre contare - aveva scritto nella “Critica” del 1781, nella sezione su “La disciplina della ragione pura, a riguardo del suo uso polemico” - possiamo sempre contare sulla massima soggettiva della ragione, che manca necessariamente all’avversario, e che ci offre uno scudo, dietro il quale noi possiamo guardare con calma e con indifferenza a tutti i suoi vani attacchi“).

Ma la posta in gioco è grande, e alla maturità critica - all’imparare a rendersi conto delle illusioni e dei pregiudizi - non si arriva se non attraverso una faticosa lotta! E così Kant, ben sapendo che “radicare l’Illuminismo in singoli soggetti mediante l’educazione” è assai facile, “basta abituare per tempo le giovani menti a questo tipo di riflessione”), e, altrettanto, che “illuminare un’epoca” è molto laborioso, “poiché si trovano numerosi ostacoli esterni che in parte impediscono, in parte rendono difficile un’educazione siffatta”, rompe con l’indifferenza e gli indugi, apre la sua ragione alla carità, e chiude tutto il suo generoso discorso con un accorato appello (op. cit., p. 66, senza nota) :

“Amici dell’umanità e di ciò che le è più sacro! Assumete pure ciò che a un esame schietto e accurato vi appare più credibile, si tratti di fatti o di motivi razionali, ma non contestate alla ragione ciò che la rende il bene sommo in terra, cioè il privilegio di fungere da pietra ultima di paragone della verità. In caso contrario, perderete certamente una libertà di cui siete ormai indegni, riversando questa sventura anche su quella residua parte incolpevole che altrimenti sarebbe stata senz’altro disposta a servirsi della propria libertà in maniera conforme alla legge, cioè finalizzata al bene del mondo”.

Federico La Sala (20.07.2010)


KANT: IL MARE SENZA RIVA, LA BUSSOLA INAFFONDABILE, E IL PROBLEMA DELL’ “IO”. Note

di Federico La Sala

“Che cosa significa orientarsi nel pensiero” (1786) è un testo decisivo dell’evoluzione del pensiero di Kant e, al contempo, dell’intero pensiero europeo. Nei temi e nei toni affiorano nodi non sciolti del passato e del presente, e segnali di tempeste del futuro, già in avvicinamento: l’inizio di una guerra di lunga durata all’illuminismo kantiano, e alla sua rivoluzione copernicana, in nome di Kant contro Kant!

Kant mostra di essere giunto ad un punto oltre al quale non può più spingersi. Ma non è questo il problema! E’ vero: i suoi stessi amici hanno frainteso (e non capito) la proposta della “terza via”; la sua risposta - pur se ferma e decisa a difendere la sua “fede razionale” e appena venata dal sentimento di una possibile carità razionale - è debole teoreticamente e, alla fin fine, moralistica praticamente. E’ vero: un dialogo pieno tra maggiorenni non c’è stato, ma non c’è stato non per motivi anagrafici o psicologici. E’ teoreticamente, e storicamente, che l’unità stessa del soggetto non c’è ancora: non è stata ancora concepita come l’unità di un soggetto maturo - a tutti i livelli. Pensare da minorenne alla maturità, da suddito alla cittadinanza democratica - ai “diritti dell’uomo e del cittadino” - non è un’impresa da ... ragazzi: il “Sapere aude!” non dipende solo dal coraggio di servirsi della propria intelligenza senza la guida di nessuno. Kant lo sa (per esperienza: Federico II di Prussia non è Federico Guglielmo II) e non si ferma, né si arrende. Intorno al problema, girerà fino alla fine: la vera questione, a cui si riducono le altre (metafisica, morale, e religiosa), scrive nella Logica (1800), è quella antropologica: “che cosa è l’uomo?”.

Per Kant non ci sono dubbi - egli è e rimane incrollabilmente e assolutamente fiducioso: solo la strada critica non è un vicolo cieco (quello che imboccano - come già succedeva ai tempi di Parmenide - coloro che, per “l’incapacità che nel loro petto dirige l’errante mente”, sono abituati a “usar l’occhio che non vede e l’udito risuona di suoni illusori”); solo “il criticismo della ragion pura” assicura alla facoltà umana della conoscenza “una duratura condizione, non solo all’esterno ma anche all’interno, di non essere bisognosa di ampliamento o di restrizione, né di esservi anche solo disposta” (I. Kant, I progressi della metafisica, Bibliopolis, Napoli 1977, p. 71). Trasformare “questo sentiero in una strada maestra” (come aveva già scritto nel 1781) è possibile - e necessario: è l’unica che permette una ‘navigazione’ nel dialogo, nella nonviolenza e nella pace (I. Kant, Per la pace perpetua, 1793) e non distrugge la ‘nave’ - l’umanità e la stessa Terra.

Seguendo il filo di Aristotele, Galilei, Newton, Rousseau. egli si è spinto coraggiosamente avanti, con la sua bilancia ha trovato il modo sicuro per non perdere la speranza e la fede razionali, ma ora ha trovato dinanzi a sé di nuovo il loro stesso ostacolo: la soggettività da lui conquistata e teorizzata, presuppone (e guarda) a una soggettività che non c’è ancora - nemmeno oggi! La sua epoca è l’epoca del dispotismo e dell’Illuminismo, non è un’epoca illuminata. Kant ne è consapevole, e guarda lontano, pensa già ai cittadini e alla nuova società, a una società democratica: con la sua bussola. è sicuro, è possibile arrivare alla “terra promessa”. Nel suo caso, e ancor di più, possiamo - cosa a cui invita egli stesso, del resto! - “far valere e considerare come un passo avanti anche il non procedere”: egli, infatti, ha fornito una bussola inaffondabile per orientarsi, “un criterio atto a capire ciò che di recente è avvenuto nella metafisica (...) quanto è stato fatto per l’innanzi”, e ciò che “si sarebbe dovuto fare” (I. Kant, I progressi della metafisica, Bibliopolis, Napoli, 1977, p. 68).

Kant come Mosé: Holderlin aveva ragione. Ma già con lui, e con Fichte, Schelling, Hegel, Feuerbach, Marx, fino a Heidegger e a Lacan (che associa, “kant e Sade”), inizia la moda di ‘giocare’ a superare Kant e a sciogliere il nodo delle antinomie della ragione, rinnovando e variando le tecniche e gli strumenti sofistici dei visionari e dei metafisici del passato. Ma l’unità e il monoteismo della ragione e del soggetto, a cui Kant guarda fisso (con il metodo della parallasse, di cui parla nei “Sogni”) non ha niente a che fare: non ha niente a che fare con la tradizione platonico-cattolica, con la loro rinnovata e camuffata vecchia unità, con la loro soggettività di un monoteismo, falso e bugiardo.

Federico La Sala (24.07.2010)


KANT: "IO SONO DOVE SENTO". L’unità inscindibile di sensibilità e intelletto. Alcune note

di Federico La Sala

Agli straordinari abitatori del mondo ("i sognatori della sensazione") e agli illuminati abitatori dell’"altro mondo" ("i sognatori della ragione"), Kant ha già chiarito le idee nella sua interpretazione dei "sogni di un visionario" (1766): "la metafisica di cui la sorte ha voluto che mi innamorassi (...) presenta due vantaggi. Il primo è di appagare le questioni sollevate dallo spirito investigatore, quando ricerca con la ragione le proprietà recondite delle cose. Ma qui - egli continua - il risultato inganna troppo spesso la speranza (...) L’altro vantaggio è più conforme alla natura dell’intelletto umano e consiste nel vedere se il problema si riferisca a quello che possiamo sapere e quale rapporto abbia la questione coi concetti dell’esperienza, sui quali deve sempre fondarsi ogni nostro giudizio. Sotto questo aspetto - scrive Kant già con grande lucidità - la metafisica è la scienza dei limiti della ragione umana"(I. Kant, I sogni di un visionario spiegati con i sogni della metafisica, Rizzoli, Milano 1982, pp. 158-159).

Ma nessuno di loro ha voluto né capire né svegliarsi e imparare a distinguere l’illusione dall’apparenza. Senza bilancia e senza bussola, essi continuano a seguire la strada del "ragno" o delle "formiche" o, addirittura, hanno rinunciato alla possibilità stessa di giungere a una conoscenza "chiara e distinta". Essi hanno continuato e continuano a sognare su come acchiappare "l’anguilla della conoscenza": chi propone di partire dalla coda, chi dalla testa, e chi di scegliere "ciascuno a proprio piacere il proprio punto di partenza" (op. cit., pp. 147-148). Ma, così, continuano a non raggiungere né alcun accordo né alcun risultato e, soprattutto, a non capire nulla né della loro esperienza né di se stessi!

Nel 1766 Kant è già sicuro di sé - e indica la svolta necessaria: "Io sono dove sento: sono altrettanto immediatamente nella punta delle dita come nella testa: sono la stessa persona che soffre ai calcagni e in cui il cuore batte nella passione (...) La mia anima è tutta nell’intiero corpo e tutta in ogni sua parte". E prosegue: "La sana intelligenza coglie spesso la verità prima di vedere le ragioni per mezzo delle quali può essere dimostrata e spiegata" (I. Kant, I sogni di un visionario..., cit. pp.108-109). Di qui ripartire - per fare chiarezza! Noi, il soggetto: questo è il problema e questo il punto di partenza - da riconsiderare.

E’ la questione antropologica - e la svolta cartesiana finita in un vicolo cieco e miseramente (un promettente luminoso "io" sole che, insediatosi da re al centro di tutto, ha subito mostrato la sua natura terrestre (umana, troppo umana) di un semplice, grande "ragno") - che Kant riapre e reimposta, alla grande! La questione è antica: "Che cosa è l’uomo?" "Anima, o corpo, o ambedue insieme, come un tutto unico" (Platone, Alcibiade primo, 130 a). Ma ora il punto di vista è moderno - e di un moderno che riattinge a profondità simili a quelle dantesche (aristoteliche e bibliche, evangeliche)!

Indietro non si torna. Svegliato e sollecitato dalla lettura da Rousseau e, in particolare, dalla lettura dell’Emilio (soprattutto della centrale "Professione di fede del vicario savoiardo": "[...] sentiamo prima di conoscere [...]. Anche se tutte le nostre idee ci provengono dall’esterno, i sentimenti che le valutano sono dentro di noi, e solo per loro mezzo conosciamo l’armonia o la disarmonia esitente tra noi e le cose che dobbiamo ricercare o fuggire"), Kant riprende la linea della tradizione aristotelica, la coniuga con la libertà della coscienza di Rousseau, e ricomincia a ricostruire tutto - a costruire la sua "Divina Commedia". L’orizzonte cambia interamente e rapidamente: il cielo è libero, stellato sopra di noi, e la legge morale non viene né dall’alto né dal basso - è dentro di noi.

Nel 1770, con la Disssertazione "De mundi sensibilis atque intellegibilis forma et principiis", è posto il primo grande pilastro della sua costruzione. E’ tolta la confusione relativa a "come va il cielo" e a "come si va in cielo", e la via alla conoscenza è assicurata: "E’ eliminato il "contagio" (Ansteckung, contagium) dell’intelligibile da parte del sensibile, quale emergeva tanto chiaramente nella dottrina newtoniana di Dio", e, al contempo, alle forme della sensibilità [spazio e tempo] sono garantite la certezza incondizionata e l’applicabilità senza eccezioni entro la loro cerchia, e quindi per tutto quanto l’ambito degli oggetti dell’esperienza" (cfr.: E. Cassirer, Vita e dottrina di Kant, La Nuova Italia, Firenze 1977, p. 136).

Nel 1772, in una lettera sul suo programma di lavoro a Marcus Herz (cfr. E. Cassirer, Vita ..., cit., p. 154), così Kant chiarisce il punto essenziale: l’intelletto umano non funziona affatto nè come "un puro intelletto creatore, di un intellectus archetypus", né "di un intelletto puramente senziente, di un intellectus ectypus". "Il nostro intelletto - precisa Kant - non rientra in nessuna di queste due categorie: non genera esso stesso gli oggetti a cui si rapporta nel suo conoscere, e neppure si limita a ricerverne semplicemente gli effetti quali si danno immediatamente nelle impressioni sensibili". L’interpretazione dei "sogni di un visionario spiegati con i sogni della metafisica" apre le porte alla rivoluzione copernicana e alla trasformazione della domanda della metafisica("Che cosa posso sapere?"). La "metafisica" diventa "filosofia trascendentale" - nel senso rigoroso in cui più tardi la Kritik der reinen Vernunft definirà il nuovo termine: "Chiamo trascendentale ogni conoscenza che si occupa non degli oggetti ma del nostro modo di conoscenza degli oggetti in quanto questa deve essere possibile a priori" (cfr.: E. Cassirer ... cit., p. 158).

Tutti parlano, lodano, e cercano di fare del "trascendentale" una moda, ma non ci riescono e, allora, decidono di muovere all’attacco di "quel Kant che sgretola tutto" (Moses Mendelssohn) e sta smontando il teatrino della vecchia metafisica. Filosofi, dotti, e "amici dell’umanità", - nella incapacità di riflettere criticamente sul fatto che, "per quanto ogni nostra esperienza incominci c o n l’esperienza, non per questo proprio tutte le debbono sorgere d a l l’esperienza" (I. Kant, Critica della Ragion Pura, "Introduzione", Adelphi, Milano 1976, p. 45), non solo continuano ad "orientarsi" male e confusamente, ma cominciano a contestare alla "sensibilità" il suo valore e il suo legame con l’"intelletto", e "alla ragione ciò che la rende il bene sommo in terra", negano la "fede razionale" e corrono ciecamentee dietro illusioni tanto pericolose da perdere per sempre la libertà, "una libertà" di cui "sono ormai indegni" (I. Kant, Che cosa significa orientarsi nel pensiero, Adelphi, Milano 1996, pp. 65-66).

Questi "nuovi" filosofi non sanno né vogliono capire che "pensare da sé significa cercare in sé stessi (cioè nella propria ragione) la pietra ultima di paragone della verità" (I. Kant, op. cit., nota 1, p. 66) - la bilancia dell’intelletto, come l’aveva chiamata nei "Sogni". E non sanno che, per trovarla e per usarla, bisogna "servirsi della propria libertà in maniera conforme alla legge, cioè finalizzata al bene del mondo" (cit., p. 66). Essi vogliono solo perpetuare il gioco platonico-cattolico del pastore e delle pecore!!!

Federico La Sala (26.07.2010)


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