LA COSTITUZIONE DEL PENSIERO E IL PENSIERO DELLA COSTITUZIONE. PER LA CRITICA DELL’ECONOMIA E DELLA TEOLOGIA POLITICA DI "MAMMONA" E DI "MAMMASANTISSIMA" - E DEL SUO "SUPERUOMO".

L’ARCHIVIO DEGLI ERRORI: L’ "IO SONO" DI KANT E L’ "IO SONO" DELL’"UOMO SUPREMO" DEI "VISONARI" DELLA TEOLOGIA POLITICA ATEA E DEVOTA. Note per una rilettura della "Critica della Ragion pura" (e non solo) - di Federico La Sala

Kant vede molto bene cosa c’è alla base dei sogni dei visionari e dei metafisici di tutti i tipi e di tutti i tempi! (....) Emanuel Swedenborg, il padre di tutto l’idealismo tedesco e del romanticismo dell’Assoluto! (...)
domenica 20 settembre 2015.
 


(Queste note si ricollegano - in particolare - alla parte finale del lavoro FREUD, KANT, E I SOGNI DELLA TEOLOGIA POLITICA ATEO-DEVOTA - Vedi Pdf allegato, in fondo)

1. Kant e il problema della "feconda immaginazione".

Come per Dante, così per Kant. "I sogni di un visionario" (troppo sottovalutati dai filosofi e dagli storici della filosofia kantiana) sono come la “Vita nova” di Dante (prima e “L’interpretazione dei sogni” per Freud dopo): una svolta decisiva. Nel confronto con l’Ulisse del suo tempo, Emanuel Swedenborg, che sembra abbia trovato la via per l’aldilà e incontrato tanta gente, egli riesce a capire la grandissima importanza dell’immaginazione e, al contempo, a trovare nel pagliaio l’ago della bussola "con la speranza", per "orientarsi" nel mare delle illusioni. Ne ha colto il legame con la vita stessa dell’uomo, con la "ragione" e con la "metafisica", e ne ha chiarito il come e il quanto sia fondamentale coniugare ed equilibrare il suo potere con quello dell’esperienza e della saggezza, per non dare ali a folli voli e non porre fine all’avventura stessa dell’umanità e al suo desiderio e alla sua volontà di seguire virtù e conoscenza.

Per Kant, pensare non è conoscere e le illusioni, le finzioni, e "le invenzioni" non sono "ipotesi": possono diventare "ipotesi" - come nel caso della gravitazione universale - solo se esse accordano "all’esperienza il diritto di decidere" sulla loro possibilità o impossibilità e realtà. Il pericolo, sempre ben presente a Kant, è che i possibili frutti dell’immaginazione, presentati come dotati di autorità e di validità assoluta dalla sua ’sapiente’ astuzia (come dirà nella "Critica della ragion pura"), possono portare non solo un individuo "fuori della cerchia della conoscenza umana", ma l’intera società direttamente alla “pace perpetua”!

Kant vede molto bene cosa c’è alla base dei sogni dei visionari e dei metafisici di tutti i tipi e di tutti i tempi! Al fondo, e in fondo, c’è solo infantilismo, titanismo, e superomismo - una volontà di potenza immatura e cieca, che celebra solo se stessa e il suo proprio Spirito ateo e devoto ("Io che è Noi e Noi che è Io”). Kant, come Mosè, buon profeta: Emanuel Swedenborg, il padre di tutto l’idealismo tedesco e del romanticismo dell’Assoluto!

ECCO L’“UOMO SUPREMO”. In una pagina della "parte seconda o storica" dei "Sogni", nel capitolo secondo intitolato "Viaggio estatico di un entusiasta nel mondo degli spiriti", dopo aver fornito - senza aver "aggiunto nessuna fantasticheria" sua a quella di Swedenborg - un "fedele riassunto al lettore comodo ed economo", Kant così scrive:

"[...] Ho già detto che secondo il nostro autore [Swedenborg] le diverse forze, e proprietà dell’anima sono in simpatia con gli organi del corpo sottoposti al loro governo. tutto l’uomo esteriore corrisponde quindi a tutto l’uomo interiore, e se perciò un notevole influsso spirituale colpisce dal mondo invisibile l’una o l’altra di queste potenze dell’anima, egli ne risente pure armonicamente nell’apparente presenza nelle membra del suo uomo esterno, che corrispondono ad essa. [...]

Da questo si può ora, se si crede che valga la pena, farsi una idea della più strana e rara immaginazione, nella quale concorrono tutti i suoi sogni. Nello stesso modo cioè che le diverse potenze e facoltà costituiscono quell’unità che è l’anima o l’uomo interno, così anche i diversi spiriti (i cui caratteri principali concordano fra di loro come le diverse capacità di uno spirito) costituiscono una società, che ha in sé l’apparenza di un grande uomo, e nella cui figura ciascuno si vede in quello stesso posto e in quelle membra visibili che sono conformi alla sua speciale funzione in un simile corpo spirituale. Tutte le società spirituali poi e l’intiero mondo di tutti questi esseri invisibili appare alla fine ancora sotto l’apparenza dell’uomo supremo.

Fantasia prodigiosa, gigantesca, che è forse lo svolgimento di una vecchia rappresentazione infantile, quando cioè nelle scuole, per venir in aiuto alla memoria, si raffigura tutta una parte del mondo sotto l’aspetto di una vergine seduta, eccetera. In quest’uomo sterminato vi è un continuo ed intimo commercio di uno spirito con tutti gli altri e di tutti con uno; e, qualunque possano essere la posizione reciproca degli esseri viventi in questo mondo o il loro cambiamento, essi hanno tuttavia nell’uomo supremo un tutt’altro posto, che non mutano mai, e che in apparenza è un luogo in uno spazio immenso, ma in realtà un determinato modo dei loro rapporti e influssi.

Io sono stanco di riprodurre qui le assurde chimere del più temerario fra i sognatori e non voglio spingermi fino alla descrizione dello stato dopo la morte. Poi ho anche altri scrupoli. Poiché, sebbene un naturalista ponga nella sua vetrina fra le sue preparazioni del mondo animale non solo quelle che sono formate secondo natura, ma anche i mostri, tuttavia egli deve stare attento di non mostrarli a chiunque né in modo troppo chiaro. Perché vi potrebbero essere fra i curiosi delle donne incinte, sulle quali tali cose potrebbero fare una brutta impressione.

E siccome fra i miei lettori ve ne potrebbero essere di quelli che in rapporto alla concezione ideale si trovino in uno stato analogo, così mi spiacerebbe se ne dovessero soffrire qualche inconveniente. Tuttavia, siccome io li ho già avvertiti fin dal principio, non ne rispondo per nulla e spero che non mi addosseranno i mostriciattoli che potrebbero nascere in questa occasione dalla loro feconda immaginazione [...]" (I. Kant, I sogni di un visionario spiegati con i sogni della metafisica, Rizzoli, Milano 1982, pp. 156-157).

UN ARCHIVIO DELLA RAGIONE UMANA. Quanto importante e decisivo per Kant sia stato lo studio e l’interpretazione dei "sogni" di Swedenborg, forse, è possibile capirlo meglio solo riflettendo su quanto scrive anche dopo, nella “Critica della Ragion pura”, alla fine della "Dottrina trascendentale degli elementi": "non si cesserà mai di discutere, sino a che non si penetrerà entro la vera causa dell’illusione, da cui anche l’uomo più razionale può essere ingannato [...] mi è sembrato necessario indagare dettagliatamente, sino alle sue fonti prime, tutta questa costruzione - sebbene vana - della ragione speculativa [...] mi è sembrato allora consigliabile redigere dettagliatamente gli atti di questo processo, e depositarli nell’archivio della ragione umana, per prevenire futuri errori di una simile specie" (I. Kant, Critica della Ragion pura, Adelphi, Milano 1976, pp. 704-705).

Fino alla fine, Kant mostra di essere ben consapevole cosa ha significato confrontarsi con la "feconda immaginazione" di Swedenborg: "[...] all’egoismo si può opporre solo il p l u r a l i s m o, cioè quel modo di p e n s a r e per il quale non si chiude nel proprio io il mondo, ma ci si considera e ci si comporta come semplici cittadini del mondo" (I. Kant, Antropologia pragmatica, 1798).

NON SI CHIUDE NEL PROPRIO IO TUTTO IL MONDO. Con la sua bussola e con la sua bilancia, nella "nave" di Galilei, Kant è a casa e di casa. La ’navigazione’ procede sicura, senza confusione tra “mondo sensibile” e “mondo intellegibile”: la strada della critica ha assicurato (e assicura) non solo a lui ma a tutti i ’naviganti’ e, soprattutto, ai nuovi Galilei e ai nuovi Newton, passi sicuri nell’"oceano cosmico" (Keplero); e, con la speranza e la fede razionali nel “Sommo Bene” (I. Kant, Critica della Ragion pura ... cit., pp. 785 e ss.) - la ragione: "il bene sommo in terra" - la possibilità di uscire dall’“aiuola che ci fa tanto feroci” (Dante), e andare verso una terra nuova, dove si possa vivere “in pace e in libertà”(Dante).

Una corretta concezione di sé, unita alla libertà della coscienza e “alla prova dell’esperienza”, già acquisita e manifestata nella interpretazione dei “Sogni di un visionario” (“Io sono dove sento: sono altrettanto immediatamente nella punta delle dita come nella testa: sono la stessa persona che soffre ai calcagni e in cui il cuore batte nella passione [...] La mia anima è tutta nell’intiero corpo e tutta in ogni sua parte”), gli hanno permesso di prendere le distanze dalla "barca" e dal "folle volo" del visionario Swedenborg (e di tutti i metafisici, presenti futuri) e di andare, oltre le colonne d’Ercole, molto lontano e con gran lucidità!

2. Kant e il problema dell’"Io", dell’"Io sono" e dell’Io penso".

Nel 1787, considerati gli attacchi, gli equivoci, e gli indebiti sviluppi a cui è stato sottoposto il suo discorso, Kant - pur se sorpreso e amareggiato (“Mi risulta pressoché incomprensibile” - scrive in una nota di “Che cosa significa orientarsi nel pensiero” - che studiosi come Mendelssohn e Jacobi “abbiano potuto trovare nella “Critica della ragion pura” un punto d’appoggio allo spinozismo”) - non si scoraggia: ne prende atto e si rimette al lavoro e risponde, riorganizza e pubblica la seconda edizione della “Critica della Ragion pura”.

Nella prima edizione, quella del 1781, resiste - e offre il fianco ad attacchi minacciosi - un punto debole, poco chiaro. C’è un equilibrio instabile - in basso e in alto ("vi sono tre fonti soggettive di conoscenza, sulle quali si fonda la possibilità di un’esperienza in generale e della conoscenza dei suoi oggetti: s e n s o, c a p a c i t à d i i m m a g i n a z i o n e ed a p p e r c e z i o n e": Critica della ragion pura, cit., pp. 187): a livello dell’"immaginazione" (“una facoltà di sintesi a priori, per cui noi le diamo il nome di immaginazione produttiva”) e del suo rapporto con la "sensibilità" e l’"intelletto" e, al contempo, con l’"appercezione" e l’"Io penso". Come sempre, l’immaginazione non si smentisce - è "la matta di casa". Ma non è solo l’immaginazione a creare problemi. E’l’Io, l’Io penso, il problema più importante - l’unità trascendentale dell’ "autocoscienza". E’ la questione del "cogito, ergo sum" che a Kant dà ancora da pensare.

Nel 1787, pertanto, subito dopo "Che cosa significa orientarsi nel pensiero" (1786), Kant si rimette al lavoro e precisa meglio il percorso e il discorso fatti nella prima edizione della "Critica della Ragion pura" (1781). Contro coloro, i tanti (al di là degli stessi Mendelssohn e Jacobi), che vogliono spalancare "le porte alla s t r a v a g a n z a d e l l a f a n t a s i a" (I. Kant, Critica ..., cit., 2 ed., p. 150), inserisce la "Confutazione dell’idealismo" (op. cit., pp. 295-305), riorganizza con maggior determinazione il rapporto tra “immaginazione”, “sensibilità”, “intelletto”, e "io penso", e - pur se restano ovviamente ancora nodi - fa ulteriori passi innanzi nella chiarificazione, soprattutto sul piano dell’unità trascendentale dell’autocoscienza, dell’"io penso", e del suo rapporto con le tre facoltà dell’anima (sensibilità, immaginazione, e intelletto).

Grande il pericolo e grande l’impegno - “l’erculea fatica della conoscenza di sé” è assolutamente necessaria (come Kant stesso scrive ancora in un intervento del 1796, contro chi faceva “l’elogio di Platone come filosofo del sovrasensibile e dell’ intuizione intellettuale”, cfr.: E. Cassirer, Vita e dottrina di Kant, la Nuova Italia, Firenze 1977, p. 497). La posta in gioco è l’intero programma di Kant: la libertà della coscienza, la via critica come sola possibilità di distinguere le "invenzioni" e le illusioni dalle "ipotesi" e le "apparenze" - e la ‘navigazione’ stessa dell’umanità intera. Purtroppo la forza del “già detto” - sia per Kant sia per i suoi amici e nemici - è schiacciante, ma il risultato dell’operazione è enorme. E merita di essere rimesso in evidenza e ripensato - a sua perpetua gloria.

LA ‘RIVELAZIONE’ DELL’ “IO PENSO”: “IO SONO”. Premesso e ricordato (come Kant fa ripetutamente, da sempre) che "pensare" un oggetto non equivale a "conoscere" un oggetto, è da dire che nella nuova edizione egli ristruttura tutto il discorso sulla “immaginazione” e riaffronta in modo decisivo il rapporto con il problematico "cogito, ergo sum". Fermo restando che l’anima è “una sostanza nell’idea, ma non nella realtà”, che “la semplicità del mio io (come anima) non è inferita a partire dalla proposizione Io penso, ma sta già in quello stesso pensare”, ora Kant - con Cartesio, ma contro Cartesio - si spinge oltre e, dal “sentimento del bisogno” della ragione ( che lo ha portato alla fede “razionale, al “concetto” di Dio, al “Sommo Bene”), giunge al “sentimento” dell’ “esistenza”- all’ “Io sono”.

Finalmente la sua immaginazione, ben guidata dalla speranza e dalla fede razionali, lo porta a destinazione: dalla pianura del mondo sensibile-empirico (dalla sensibilità e dall’intelletto: i “due ceppi della conoscenza”) è arrivato in cima alla montagna e, sulla montagna - sotto il cielo stellato, dentro sé - illuminato da “una grossa luce” (‘vista’ già negli anni ’70), egli trova il “mondo intellegibile” e “l’unità trascendentale dell’autocoscienza”, quella dell’ “Io sono”: sé stesso, la legge morale, e la libertà. E comprende da dove vengono i sogni e le illusioni della “feconda immaginazione” dei visionari e dei metafisici e, al contempo, da dove parte il sentiero dell’“alta fantasia” di chi cammina (con il suo “disio e ‘l velle”) alla luce dell’“amore che muove il Sole e le altre stelle” - della “grazia” del Sommo bene!

L’ “UNO” DELL’AUTOCOSCIENZA: "IO SONO". Per “orientarsi” e ripensare meglio questo passaggio decisivo del lavoro di Kant, ricordando sempre il punto di vista già espresso nel 1766, nei “Sogni di un visionario” (“Io sono [...] la stessa persona che soffre ai calcagni e in cui il cuore batte nella passione”), è opportuno e bene rileggere e soffermarsi su alcuni passaggi-chiave dalla nuova “Critica della Ragion pura”:

a) “L’Io penso deve poter accompagnare tutte deve poter accompagnare tutte le mie rappresentazioni, perché altrimenti in me verrebbe rappresentato un qualcosa, che non potrebbe affatto venir pensato o con espressione equivalente: poiché altrimenti o la rappresentazione risulterebbe impossibile, oppure, almeno per me, essa non sarebbe niente. [...] Ogni molteplice dell’intuizione ha perciò una relazione necessaria con l’Io penso, nello stesso soggetto in cui viene ritrovato questo molteplice. La rappresentazione: io penso, tuttavia, è un atto della spontaneità, essa non può cioè, venir considerata come pertinente alla sensibilità. Io la chiamo l’appercezione pura - per distinguerla da quella empirica - o anche l’appercezione originaria, perché essa è quell’autocoscienza che, col produrre la rappresentazione: i o p e n s o - la quale deve poter accompagnare tutte le altre, ed è una ed identica in ogni coscienza - non può esser accompagnata da nessun’altra rappresentazione. L’unità di tale rappresentazione, io la chiamo anche l’unità trascendentale dell’autocoscienza, per designare la possibilità della conoscenza a priori su di essa” (pp. 196-197);

b) “[...] io penso. Questa proposizione fondamentale è tuttavia un principio, non già per ogni possibile intelletto in generale, bensì solo per quello, attraverso la cui appercezione pura - nella rappresentazione: io sono - non viene tuttavia dato nulla di molteplice. Quell’intelletto, mediante la cui autocoscienza venisse al tempo stesso dato il molteplice dell’intuizione - un intelletto, attraverso la cui rappresentazione esistessero al tempo stesso gli oggetti di questa rappresentazione - non avrebbe bisogno, per l’unità della coscienza, di un particolare atto di sintesi del molteplice, mentre l’intelletto umano, che pensa soltanto ma non intuisce, ha bisogno di tale sintesi” (p. 165).

c) "[...] nella sintesi trascendentale del molteplice delle rappresentazioni in generale, e quindi nell’originaria unità sintetica dell’appercezione, io non sono cosciente di come apparisco a me, né come sono in me stesso, bensì ho coscienza soltanto c h e i o s o n o. Questa r a p p r e s e n t a z i o n e è un p e n s a r e, non un i n t u i r e. Ora, dato che per la c o n o s c e n z a di noi stessi si richiede, oltre all’atto del pensare, che porta il molteplice di ogni intuizione possibile all’unità dell’appercezione, altresì una determinata specie di intuizione, da cui viene dato questo molteplice, allora la mia propria esistenza non è certo apparenza (tanto meno una semplice illusione), ma la determinazione della mia esistenza può verificarsi solo in base alla forma del senso interno, nel modo particolare in cui viene dato all’intuizione interna il molteplice che io congiungo. Di conseguenza, io non ho affatto una c o n o s c e n z a di me, c o s ì c o m e s o n o, ma semplicemente del modo in cui io appaio a me stesso. La coscienza di sé è quindi ben lungi dall’essere una conoscenza di sé, malgrado tutte le categorie che costituiscono il pensiero di un o g g e t t o i n g e n e r a l e, mediante la congiunzione del molteplice in una appercezione".

d) Nella nota, a riguardo, Kant puntualizza ancora: "L’io penso esprime l’atto del determinare la mia esistenza. Con ciò l’esistenza è quindi già data: tuttavia, con ciò non è ancora dato il modo in cui io debbo determinare tale esistenza, cioè porre in me la molteplicità che appartiene ad essa. Per questo si richiede l’auto-intuizione, che si fonda su una forma data a priori, cioè il tempo, il quale è sensibile ed appartiene alla recettività di ciò che è determinabile [...]" (I. Kant, Critica della Ragion pura ...cit., pp. 193-195).

Problemi ne restano da risolvere e chiarire ancora, ma la battaglia contro il problematico idealismo cartesiano (e non solo) è vinta! Un sentiero razionale, praticabile per tutti gli esseri umani, è aperto! “Ecce Homo. Come si diviene ciò che si è”: una risposta (e un omaggio) in anticipo a Nietzsche, che diede coraggiosamente la scalata alla montagna (ricordare le tre metamorfosi dello spirito in “Così parlò Zarathustra”: il cammello - la ‘nave’ del deserto con le sue “tavole” della Legge, il leone che con il suo ruggito dice “no” a tutti valori, e il bambino che dice “Io sono”) ed ebbe le sue grandi difficoltà per ritrovare l’unica via possibile, sia per salire che per scendere - quella della critica.

Kant ha già spiegato a Nietzsche il problema “della visione e dell’enigma” (“Così parlò Zarathustra”) e ha trovato la chiave (il punto di ‘eternità’) per spezzare la testa del serpente (la linea del ‘tempo’) e dar luogo alla trasformazione dell’uomo e della società. E ha già spiegato a Hegel - contrariamente alle allucinazioni e ai deliri suoi e dei suoi Amici - come si esce e come si entra dal cerchio della comunità umana, come l’uomo diventa “dio” e come “dio” s’incarna e diventa “uomo” (menschwerdung), per non cadere nella trappola dell’“apparenza dell’uomo supremo” di Swedenborg (e di Heidegger e di Eichmann) e non perdersi come marionette (quelle di Vaucanson, cfr.: I. Kant, critica della ragion pratica, Laterza, Bari 1971, p. 123), nel “cerchio di tutti i cerchi” dello Spirito Assoluto.

L’“UNO” DEL “SOMMO BENE: IL REGNO DELLA “GRAZIA”. “L’ideale del sommo bene” non è un fuoco fatuo non rimanda affatto “alle buone intenzioni” (di cui è lastricato l’inferno) delle “anime belle”. Per Kant - e questa è già una risposta a Schiller a cui risponderà specificamente nel 1793 (si cfr.: I. Kant, La religione entro i limiti della sola ragione, Laterza, Bari 1980, nota, pp. 21-22) - la via della critica è l’unica via pratica per uscire fuori dalla preistoria e dallo stato di minorità - e non ricadervi! Nella “Critica della Ragion pura”, egli così scrive:

“Leibniz chiamava il mondo - in quanto si considerano in esso soltanto gli esseri razionali e le loro relazioni secondo leggi morali, sotto il governo del sommo bene - r e g n o d e l l a g r a z i a, distinguendolo dal r e g n o d e l l a n a t u r a, dove tali esseri sono bensì sottomessi a leggi morali, ma non si attendono altre conseguenze dal loro comportamento, se non quelle che hanno luogo seguendo il corso della natura del nostro mondo sensibile. Il considerarci nel regno della grazia - dove ci attende ogni felicità, fuorché non siamo noi stessi a costringere la nostra partecipazione a tale felicità, col renderci indegni di essere felici - è dunque un’idea praticamente necessaria della ragione. [...] Senza un Dio e senza un mondo per noi adesso invisibile, ma sperato, le idee gloriose della moralità sono quindi certamente oggetto di applauso e di ammirazione, ma non già molle di propositi e azioni, poiché non adempiono interamente al fine che è naturale per ogni essere razionale, e, che è determinato a priori dalla stessa ragione pura, risultando necessario” (op. cit., p. 791).

Al di là di Platone, e delle illusioni e dei sofismi di tutti i platonismi e di tutti i cattolicismi, e della miopie visionarie di tutti i materialismi, egli ha trovato “il filo d’oro della ragione” e della libertà degli “io sono” del “regno della grazia” e l’ha consegnato a tutta l’umanità, affinché non smarrisca la “diritta via” e non perda la bilancia con la speranza. “Sàpere aude!” non è che l’inizio - un altro ‘mondo’ è possibile e non è il “serpente” a parlare, ma Immanuel Kant. Ricordiamoci di ricordarcelo: e non confondiamo l’“Io sono” dell’uomo di Immanuel Kant, con l’“Io sono” dell’ “uomo supremo” di Emanuel Swedenborg - e del Terzo Reich!

Federico La Sala (03.08.2010)


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