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L’amor (charitas) che muove il Sole e le altre stelle ... non ha niente a che fare con "mammona", "mammasantissima", "padrini", e... "andranghatia".
CATTOLICESIMO, BERLUSCONISMO, CRISTIANESIMO: DIO E’ RICCHEZZA ("Deus caritas est": Benedetto XVI, 2008)!!!
QUESTA E’ LA LEGGE DEI NOSTRI PADRI E DELLE NOSTRE MADRI E LA CHIESA "CATTOLICA" E’ LA CUSTODE "UNIVERSALE" DELL’ORDINE SIMBOLICO DI "MAMMONA" E DI "MAMMASANTISSIMA" ....
QUESTO MATRIMONIO S’HA DA FARE, DOMANI, E SEMPRE!!!
L’ANNUNCIO A GIUSEPPE, NELLA TRADIZIONALE LETTURA DELLA CHIESA CATTOLICO-ROMANA, DI GIANFRANCO RAVASI
RIPENSARE L’ EUROPA!!! CHE COSA SIGNIFICA ESSERE "EU-ROPEUO".
IL CROCIFISSO: UN PEZZO DI LEGNO, PINOCCHIO, E NOI, ITALIANI ED ITALIANE. INDIETRO NON SI TORNA.
Uscire dalla religione
di Bernard Rivière
in “www.temoignagechretien.fr” del 13 agosto 2010
traduzione: www.finesettimana.org
La Buona Novella deve essere annunciata a tutti. Alcuni preti operai spiegano come la Chiesa, diventando una religione nel corso dei secoli, si è appropriata, snaturandolo, del messaggio di Gesù Cristo, e lo ha quindi reso inudibile da coloro che cercano Dio in verità.
Cogliere l’occasione!
“La sortie de religion, est-ce une chance?” (L’uscita dalla religione, è un’opportunità?), è un libro frutto della partecipazione di molte mani, di cui sarebbe troppo lungo elencare tutti gli autori. Citiamone però alcuni, innanzitutto e fondamentalmente quelli di una “mano” formata da cinque preti operai del Calvados, alla base della progettazione del libro. Troviamo frequenti citazioni di teologi: del gesuita Joseph Moingt, del pastore Dietrich Bonhoeffer (morto in campo di concentramento nel 1945), di Hans Küng...; di pensatori e filosofi: Marcel Gauchet, Mary Balmary, Jacques Duquesne...; di vescovi, di preti e di laici in gran numero...
Insieme, con le loro parole, le loro esperienze personali, le loro convinzioni, le loro attese, uniti dalla fede in Gesù Cristo saldamente stretta al cuore, vogliono comunicare ai lettori, e al di là di questi, ai credenti, che “l’essenza del messaggio evangelico è che l’umanità si realizzi pienamente”.
Non a seguito di lunghe dispute teologiche né di discorsi ex cathedra, ma attraverso lo sguardo d’amore che hanno tentato di rivolgere ai loro compagni di lavoro, questi preti hanno preso coscienza, una coscienza di fede viva, che “è passato il tempo in cui si poteva dire tutto agli uomini con parole teologiche e pie... Stiamo andando verso un’epoca totalmente senza religione”. (1)
Appropriazione
Fin dal secondo secolo della nostra era nascono le primissime, sporadiche comunità di discepoli di Gesù, spesso segretamente, senza alcuna intenzione nascosta di creare una religione, nel ricordo dell’amicizia di Gesù che alcuni affermano essere risuscitato. Il messaggio evangelico lentamente si propaga tra i “testimoni” che naturalmente cercano in maniera spontanea di trasmettere il messaggio della Buona Novella. A poco a poco - era inevitabile? - una certa organizzazione, comunque leggera, prenderà forma a partire dal IV secolo con l’impulso di Costantino e di Teodosio. E fu nei secoli seguenti che rapidamente prenderà il sopravvento l’aspetto istituzionale, soffocando a volte e troppo spesso, la spontaneità di una fede che chiede comunque solo di diffondersi.
Nel Nord Ovest
Alcuni preti del Calvados hanno percepito nella loro vita di tutti i giorni, durante il loro servizio come preti e lavoratori, che il messaggio di Gesù nel XX e nel XXI secolo era diventato inudibile. I primi capitoli del libro presentano molteplici testimonianze rese da loro stessi e dai loro compagni operai che esemplificano la deriva della Chiesa, che è diventata, da umile e al servizio della Buona Novella, una istituzione umana che viene chiamata “religione”.
Joseph Moingt riassume così l’evoluzione: “Il seguito di questa storia, che non ha mantenuto le promesse delle origini, lo si può riassumere dicendo che a poco a poco, nella Chiesa, la forma della religione ha coperto quella dell’annuncio, invece del contrario! L’annuncio è appello alla libertà, la religione è la costrizione di una determinata via di salvezza. Da questa conversione della Chiesa in semplice religione, che trasformava l’invito alla salvezza in ingiunzione minacciosa, è derivato il fatto che essa non ha più fatto sentire agli uomini la via della libertà né dell’umanesimo, poiché essa parlava solo un linguaggio religioso, tessuto di comandamenti, di mistero e di simbolismi sacri”. (2) Da questa convinzione nasce allora una lunga, semplice e appassionante scoperta di ciò che può essere ancora oggi l’annuncio della Buona Novella.
La pratica
Essere “praticante” consiste nel contribuire alla riuscita e alla crescita dell’umanità e non nel compiere atti rituali di una religione. “Essere cristiano, diceva Bonhoeffer, significa diventare radicalmente uomo e invitare anche gli altri a diventarlo”. Gesù invita a reintegrare l’uomo ferito, nudo, prigioniero, infermo nella società degli uomini.
“Ciò che fate al più piccolo, lo fate a me” (Matteo 25, 31-46). La salvezza assume un altro senso in questa prospettiva. La liberazione dal giogo della religione è uno degli aspetti della salvezza portati da Gesù. È il Regno che bisogna testimoniare e la Chiesa ha un senso solo se ciò che essa fa e dice è a servizio della vita e della felicità degli uomini e li apre così al vero progetto di Dio.
E gli autori, come una sorta di riassunto dell’opera, affermano, a rischio di scioccare: “Dio si è fatto presente in una umanità da umanizzare, ciò obbliga a pensare un Dio in divenire, Dio impegnato nella storia degli uomini. Dio non sarà totalmente Dio finché l’umanità non sarà davvero in piedi, autenticamente umana”. E terminano - o quasi - il loro saggio con un paragrafo importante: “La salvezza, (la riuscita dell’umanità) si gioca nell’oggi, nel quotidiano della vita”.
Queste conclusioni, che si basano sull’esperienza di uomini di fede impegnati nel mondo operaio, si rivolgono anche a tutti coloro che vogliono vivere intensamente la loro fede, quale che sia il contesto in cui vivono: “Sì, noi crediamo che non ci sia altro luogo per incontrare Dio che l’umanità”. “Il cristianesimo, è la religione dell’uscita dalla religione”, scrive con umorismo ma seriamente Marcel Gauchet. (3)
È un libro molto facile da leggere, che invita ciascuno ad interrogarsi sulla propria fede: “Credo in te, Dio in divenire, Dio in movimento, Dio presente ma allo stesso tempo futuro, Dio che rendi liberi e che ci aiuti a scrollarci di dosso la polvere delle nostre certezze” (Claude Simon).
(1) Joseph Moingt, Dieu qui vient à l’homme, Le Cerf, 2002
(2) Dietrich Bonhoeffer, Résistance et soumission, Lettres et notes de captivité, Les Editions
Labor et fides
(3) La condition historique, Stock 2003
La sortie de religion, est-ce une chance? (L’Harmattan), di Michel Gigand, Michel Lefort,
Jean-Marie Peynard, José Reis, Claude Simon, pp. 193, € 18.
Una croce fondata sulla P2
Nasce un movimento per la difesa del crocifisso: ispirato dal Venerabile
di Carlo Tecce e Giampiero Calapà (il Fatto, 03.07.2010)
Il crocifisso di legno cade tre volte dal trespolo di una lavagna. Le braccia dell’emozionato Roberto Mezzaroma che l’agitava, in quel momento mistico e (un po’) pacchiano, erano le protesi di Licio Gelli, il gran maestro della P2.
Il cosiddetto Venerabile ha ispirato il Movimento etico per la difesa internazionale del crocifisso (Medic), presentato nella sala congressi del Michelangelo di Roma, un albergo a pochi passi dal Vaticano. La politica è corsa a sostenere l’iniziativa: c’era Olimpia Tarzia, consigliere regionale Pdl, l’ex direttore del Tg1 Nuccio Fava, atteso invano l’ex mezzobusto del Tg1 Francesco Pionati (Adc) e sono stati annunciati telegrammi ricevuti (ma non letti) dal presidente della Camera, Gianfranco Fini, dal presidente emerito Francesco Cossiga e dal “divo” Giulio Andreotti.
Il disegno dell’uomo P2
Per la Chiesa è un appuntamento imperdibile: don Walter Trovato, cappellano della polizia di Stato, è il primo a sedersi al tavolo degli oratori; l’anziano monsignore Antonio Silvestrelli è l’ultimo. Non è facile contare i collarini bianchi dei preti. Gelli ha scritto il codice etico e addirittura disegnato il simbolo dell’associazione: una sfera tagliata da cerchi concentrici su sfondo azzurro, una croce nera avvolta in una stretta di mano, quattro frecce ai bordi. Il Venerabile è nella sua Villa Wanda sulle colline di Arezzo: “Questa è la mia nuova battaglia - spiega al Fatto Quotidiano - e il colore scelto per il simbolo rimanda al mare, al cielo e al grembiule della Madonna, il resto a San Francesco e le frecce rappresentano i punti cardinali”.
L’età avanzata ha impedito a Gelli di officiare la cerimonia in una sala moderna, affollata di uomini e donne vestiti con abiti scuri da sera nel caldo di mezzogiorno. Un amico di Gelli ha rimpianto l’assenza del Venerabile, criticando “la gestione troppo rude della cerimonia del costruttore Mezzaroma”. Accenti che si mescolano, spillette che si confondono. Segni, simboli, messaggi più o meno occulti, più o meno massonici. Il secondo capitolo di uno Statuto suggellato da Gelli, più che a un piano di rinascita nazionale, somiglia a una crociata pop: difendere, coinvolgere, riconoscere.
“Medic vuole far emergere - declama Mezzaroma - le radici giudaico-cristiane del mondo occidentale e promuovere il significato autentico del crocifisso quale simbolo condiviso di amore assoluto; nasce con l’ambizione di essere un movimento trasversale, che raccoglie non solo cattolici ma anche ebrei, musulmani, atei, convinti che la croce abbraccia l’umanità intera”. Quasi un comizio, senza leggere, e un po’ fuori dal protocollo per un evento mondano in pieno giorno.
L’imprenditore Mezzaroma, ex europarlamentare di Forza Italia, è stato nominato segretario generale del Medic in una riunione a Villa Wanda che, diretta come è logico da Gelli, ha indicato presidente onoraria la duchessa d’Aosta, Silvia Paternò, dei marchesi di Regiovanni , dei conti di Prades, dei baroni di Spedalotto, appartenente al Sovrano Militare Ordine di Malta .
Una roba da far impallidire la contessa Serbelloni Mazzanti Viendalmare di fantozziana memoria. Araldica pesante, insomma, tanto che “siamo già in 500: faccio politica per passione, sono iscritto al Pdl; stimo tantissimo Gel-li, ma non mi confido al telefono con nessuno” e attacca la cornetta Mezzaroma, contattato all’ultima forchettata di un banchetto fastoso. Il costruttore romano è un fan della prim’ora dei Circoli del buon governo di quel Marcello dell’Utri appena condannato a 7 anni in appello per concorso esterno in associazione mafiosa.
Ex romanista parente di Lotito
Ex europarlamentare, responsabile del dipartimento “lotta alla povertà” del partito ai tempi di Forza Italia, Mezzaroma è lo zio della moglie di Claudio Lotito. Nel 2005 diventò il secondo azionista della Lazio vantandosi di “aver già salvato la Roma nel 1992 assieme ai miei fratelli, perché bisogna costruire non demolire”. E detto da lui vale un capitale, perché di cemento se ne intende. L’avventura con la Lazio è costata una condanna a un anno e 8 mesi, per un accordo definito “interpositorio” che permise a Mezzaroma di acquistare il 14,61% delle azioni biancocelesti di fatto per conto di Lotito, in modo da nascondere la titolarità del pacchetto completo con cui lo stesso Lotito avrebbe poi lanciato l’Opa. Aggiotaggio e ostacolo all’attività degli organi di vigilanza, per Lotito la condanna è di due anni.
Tra i padrini chiamati a battezzare il Medic, c’era anche monsignor Alberto Silvestrelli: un alto prelato che risponde all’invito di Licio Gelli. Esponente del governo Vaticano con l’incarico di sottosegretario alla Congregazione per il clero, oltre ad essere giudice di appello del Vicariato di Roma (il tribunale dei preti) e commissario della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, si occupa di sociale: alcolismo e disabili. Ai tempi della gestione Ratzinger, monsignor Silvestrelli ha ricoperto incarichi anche nella Congregazione per la dottrina della fede, la moderna Inquisizione.
Il consigliere regionale (Lazio) Olimpia Tarzia, altra commensale, vanta un ampio curriculum tra fede e politica: fondatore (e segretario generale dal ‘97 al 2006) del Movimento per la vita, il cui successo più importante è stato il fallimento del referendum sulla fecondazione assistita nel 2005. “Il crocifisso - ha affermato Tarzia - è simbolo di vita: si invoca lo Stato laico, ma lo Stato laico come democratico difende i diritti umani e il primo di questi diritti è quello alla vita”.Il Medic è pronto a difendere il crocifisso “anche con azioni forti, a promuovere un referendum che rimetta al popolo italiano la decisione di continuare a riconoscersi in quei valori che hanno delineato i confini culturali e spirituali dell’Italia e dell’Europa”. A quei valori che affascinano Licio Gelli
LA CROCE
di don Aldo Antonelli
"Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua".
Su questa affermazione di Gesù è stata costruita, nel tempo, tutta una "spiritualità della sofferenza" che nulla ha a che fare con l’etica evangelica e che sarebbe invece tutta da psicanalizzare: la sofferenza come mortificazione, come scelta di valore primario, come autoflagellazione, e via degradando. Chi non ricorda il cilicio come strumento di automortificazione nella vita di certi "malati" abusivamente chiamati santi?
Per noi cristiani la croce non è un valore a sè da vivere come scelta. E’ l’inverso. Noi facciamo le nostre scelte e vi restiamo fedeli anche a costo della croce. Noi la croce non la amiamo, come non lìha amata Gesù, ma sappiamo abbracciarla, se necessario, per un amore più grande.
Ernesto Balducci, nella sua acuta analisi, in una delle sue ultime omelie, a proposito, diceva: "Per Gesù prendere la croce non vuol dire fare le mortificazioni. La croce è un emblema di supplizio pubblico, non uno strumento di tortura privata. La croce era il destino dei condannati politici. Gesù prese la croce, cioè assunse su di sè l’obbrobrio della condanna pubblica ed andò avanti fino alla sua morte. Prendere la croce vuol dire accettare questo destino, farsene carico. Non vuol dire fare penitenza, non mangiare carne il venerdì, fare fioretti: Vuol dire assumersi, quando fosse necessario, il peso di un’esclusione per amore dell’umanità liberata da tutte le divisioni" (Gli ultimi tempi vol.3 p.285).
Ed Enzo Bianchi, priore di Bose, non molto tempo fa gli faceva eco scrivendo su La Repubblica del 2.12.2008 che "la croce è una necessitas per Gesù e, alla sua sequela, per il cristiano: necessitas umana, perché in un mondo ingiusto il giusto può solo essere osteggiato, perseguitato e, se possibile, ucciso".
Nulla ma che fare, naturalmente, con la prepotenza razzista di quanti ne vogliono fare strumento di potere e di supremazia: ""E’ ambigua e turbante la croceche si associa a un potere pubblico, fra la rivalsa della potenza e la riminiscenza di una iniqua condanna" scrive Adriano Sofri.
Mentre da Cuba Cincio Vitier scrive testualmente: "Quanti simboli sacri equivoci! La spada venne con la croce e la croce molte volte divenne spada.Croce e spada trasformate in bilancia. E non a servizio della giustizia ma dell’ingiustizia e della crudeltà. Non la bilancia dell’angelo ma quella del mercante impuro che commercia con gli esseri umani".
Buona domenica.
Aldo
Ménage à trois
di don Aldo Antonelli
"Quando in un dato Paese o in dato momento della storia, vedo che gli applausi piovono, che la Religione è onorata da tutti e che Dio come la Chiesa hanno un grande successo, ogni spirito prudente e veramente ispirato dalla fede sarà non già tranquillo, come sovente siamo stati, ma inquieto, temendo che sia qualche specie d’idolo che si adora al posto del vero Dio, e che sia qualche deformazione della religione ad avere un tale successo"! Così il card. John H.Newman già negli anni del secondo ottocento (Pensées sur l’eglise). Chissà cosa direbbe oggi...!
Fatto sta che se il dio di Bossi e di Berlusconi è un idolo (e lo è!) allora la chiesa che lo ostenta e che convive con la Lega e il Pdl non è una chiesa ma una setta.
E i cristiani che essa genera benedice e difende più che cittadini del mondo, quali dovrebbero essere i veri figli di Dio, sono semplicemente adepti di una setta, come i massoni o gli iscritti alla P2.
Culto del capo, obbedienza cieca e ritualità fine a se stessa sono i pilastri cardine di questo nuovo modo di essere cristiani e di fare politica. Il tutto abbondantemente annaffiato da pioggia di danaro e propagandado dalle reti uniticate raimediaset.
In questo ménage à trois (chiesa-politica-denaro) Berlusconi ruba, Bagnasco assolve e il bottino viene equamente diviso.
Il popolo bue guarda, ammira e plaude.
Aldo
Da Strasburgo
Accolto il ricorso italiano
sarà la “Corte suprema” europea a decitere sul crocifisso *
La Corte europea dei Diritti dell’Uomo ha accolto la domanda di rinvio alla Grande Camera del caso Lautzi sull’affissione del crocifisso nelle aule scolastiche. La notizia è stata subito accolta con “vivo compiacimento” dal ministro degli Esteri Frattini, mentre il ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini, ha parlato di “riaffermazione dell’identità del paese”. Positivo anche il commento di don Domenico Pompili, portavoce della Cei, che parla di “un passo avanti nella giusta direzione”.
Il presidente della Conferenza Episcopale, il cardinale Angelo Bagnasco ha commentato la decisione definendola “un atto di buon senso auspicato da tutti perché rispetta la tradizione viva del nostro Paese e riconosce un dato storico oggettivo secondo cui alla radice della cultura e della storia europea c’é il Vangelo”. Era stata proprio la Corte dei Diritti dell’Uomo a dare ragione a Soile Lautzi Albertin, cittadina finlandese, e al marito che otto anni fa avevano cominciato il lungo iter giudiziario chiedendo di togliere il crocifisso dalle aule in nome del principio di laicità dello Stato. Strasburgo aveva sovvertito la sentenza del Consiglio di Stato, condannando l’Italia anche ad un risarcimento di 5 mila euro per danni morali.
Il ricorso dello Stato italiano era un atto dovuto, sia per sensibilità diplomatica, sia per la questione del risarcimento. Il rischio è che la Grande Camera (la cui composizione sarà comunicata nei prossimi giorni) si pronunci in linea con la Corte di Strasburgo. In quel caso, lo Stato italiano potrebbe essere costretto a pagare il risarcimento, ma non a rimuovere la causa. La sentenza non porterebbe insomma automaticamente alla rimozione dei crocifissi dalle scuole.
Nei Sacri Palazzi sperano comunque che la Grande Camera si esprima in maniera “equilibrata”, come ha fatto in altri contesti ad esempio nel caso Turchia, o nel caso burqa. “In quei casi - dice un giurista vaticano - è stato fatto valere il principio del margine di apprezzamento, che è uno dei due principi su cui si fonda l’Europa. L’altro è la sussidiarietà”. Mentre in questo caso, sostiene, “non è stata considerata la storia del paese, al di là della statistica”. Ma, nelle stanze vaticane, preferiscono non predicare grande ottimismo: “Era un passo dovuto. Ma se la Grande Camera confermasse la condanna di Strasburgo, creerebbe un precedente importante per tutta l’Europa, e non solo per l’Italia”.
* il Fatto, 03.03.2010
Il Papa il potere e il veleno dei cardinali
di Vito Mancuso (la Repubblica, 4 febbraio 2010)
Sarà vero che il documento calunnioso sul direttore di Avvenire è stato consegnato al direttore del Giornale niente di meno che da Giovanni Maria Vian, direttore dell’Osservatore Romano, dietro esplicito mandato del Segretario di Stato vaticano cardinale Bertone, numero due della gerarchia cattolica a livello mondiale? E che l’insigne porporato si è servito di Vian e di Feltri per colpire il direttore di Avvenire in quanto espressione di una Conferenza Episcopale Italiana a suo avviso troppo indipendente e troppo politicamente equidistante? E che quindi il vero bersaglio del cardinal Bertone era il collega e confratello cardinal Bagnasco? Sarà vera la notizia di questo complotto intraecclesiale degno di papa Borgia e di sua figlia Lucrezia?
Come cattolico spero di no, ma come conoscitore di un po’ di storia e di cronaca della Chiesa temo di sì. Del resto fu l’allora cardinal Ratzinger, poco prima di essere eletto papa, a parlare di "sporcizia" all’interno della Chiesa (25 marzo 2005). Qualcuno in questi cinque anni l’ha visto fare pulizia? Direi di no, e forse non a caso proprio ieri egli ha parlato di «tentazione della carriera, del potere, da cui non sono immuni neppure coloro che hanno un ruolo di governo nella Chiesa». Quindi è lecito pensare che la sporcizia denunciata dal Papa abbia potuto produrre l’abbondante dose di spazzatura morale di cui ora forse veniamo a conoscenza.
Naturalmente come siano andate davvero le cose è dovere morale dei diretti interessati chiarirlo. Con una precisa consapevolezza: che gli storici un giorno indagheranno e ricostruiranno la verità, la quale alla fine emerge sempre, chiara e splendente, perché non c’è nulla di più forte della verità. Le bugie hanno le gambe corte, dice il proverbio, e questo per fortuna vale anche per il foro ecclesiastico. Siamo in un mondo che è preda di una devastante crisi morale. Le anime dei giovani sono aggredite dalla nebbia del nichilismo. Parole come bene, verità, giustizia, amore, fedeltà, appaiono a un numero crescente di persone solo ingenue illusioni.
La missione morale e spirituale della Chiesa è più urgente che mai. E invece che cosa succede? Succede che la gerarchia della Chiesa pensa solo a se stessa come una qualunque altra lobby di potere, e come una qualunque altra lobby è dilaniata da lotte fratricide all’interno. Certo, nulla di nuovo alla luce dei duemila anni di storia e di certo nessun cattolico sta svenendo disilluso. Rimane però il problema principale, e cioè che oggi, molto più di ieri, il criterio decisivo per fare carriera all’interno della Chiesa non è la spiritualità e la nobiltà d’animo ma il servilismo, e che la dote principale richiesta al futuro dirigente ecclesiastico non è lo spirito di profezia e l’ardore della carità, ma l’obbedienza all’autorità sempre e comunque.
Eccoci dunque al tipo umano che emerge dalle cronache di questi giorni: il cosiddetto "uomo di Chiesa". È la presenza sempre più massiccia di persone così ai vertici della Chiesa che mi rende propenso a credere che le accuse alla coppia Bertone-Vian siano fondate. Impossibile però non vedere che nella storia ecclesiastica misfatti di questo genere contro gli elementari principi della morale ne sono avvenuti in quantità. Anzi, che cosa sarà mai un foglietto calunnioso passato al direttore di un giornale laico per far fuori il direttore del giornale cattolico, rispetto alle torture e ai morti dell’Inquisizione? È noto che il potere temporale dei papi si è basato per secoli su un documento falso quale la Donazione di Costantino, attribuito all’imperatore romano e invece redatto qualche secolo dopo dalla cancelleria papale.
Che cosa concludere allora? Che è tutto un imbroglio? No, il messaggio dell’amore universale per il quale Gesù ha dato la vita non è un imbroglio. L’imbroglio e gli imbroglioni sono coloro che lo sfruttano per la loro sete di potere, per la quale hanno costruito una teologia secondo cui credere in Gesù significa obbedire sempre e comunque alla Chiesa. Secondo l’impostazione cattolico-romana venutasi a creare soprattutto a partire dal concilio di Trento la mediazione della struttura ecclesiastica è il criterio decisivo del credere. Lo esemplificano al meglio queste parole di Ignazio di Loyola rivolte a chi «vuole essere un buon figlio della Chiesa»: «Per essere certi in tutto, dobbiamo sempre tenere questo criterio: quello che io vedo bianco lo credo nero, se lo stabilisce la Chiesa gerarchica». Ne viene che il baricentro spirituale dell’uomo di Chiesa non è nella propria coscienza, ma fuori di sé, nella gerarchia. I "principi non negoziabili" non sono dentro di lui ma nel volere dei superiori, e se gli si ordina di scrivere la falsa donazione di Costantino egli lo fa, e se gli si ordina di torturare gli eretici egli lo fa, e se gli si ordina di appiccare il fuoco alle fascine per il rogo egli lo fa, e se gli si ordina di passare un documento falso egli lo fa. Ecco l’uomo di Chiesa voluto e utilizzato da una certa gerarchia.
È questa la sporcizia a cui si riferiva il cardinal Ratzinger nel venerdì santo del 2005? È questo il carrierismo denunciato ieri da Benedetto XVI? Il messaggio di Gesù però è troppo importante per farselo rovinare da qualche personaggio assetato di potere della nomenklatura vaticana. Una fede matura sa distaccarsi dall’obbedienza incondizionata alla gerarchia e se vede bianco dirà sempre che è bianco, anche se è stato stabilito che è nero. Né si presterà mai a intrighi di sorta "per il bene della Chiesa". La vera Chiesa infatti è molto più grande del Vaticano e dei suoi dirigenti, è l’Ecclesia ab Abel, cioè esistente a partire da Abele in quanto comunità dei giusti. In questa Chiesa quello che conta è la purezza del cuore, mentre non serve a nulla portare sulla testa curiosi copricapo tondeggianti, viola, rossi o bianchi che siano.
Proposta del Pdl depositata al Senato. Primo firmatario De Gregorio.
51.646 euro per finanziare i nuovi acquisti
"Chi tocca il crocifisso va in galera
reato levarlo dagli uffici pubblici"
La norma prevede l’obbligo di esporre la croce. I senatori del centrodestra: comprarne 40 mila
di Carmelo Lopapa (la Repubblica, 10.12.2009)
ROMA - Crocifisso in tutti gli uffici pubblici. E poi ospedali, porti, stazioni, aeroporti, carceri. Obbligatorio. Sanzionato di «arresto fino a sei mesi» o ammenda fino a mille euro non solo chi lo rimuove, ma anche il funzionario pubblico che si rifiuterà di esporlo. «C’è uno scontro di civiltà. E ognuno deve dire da che parte sta. Noi stiamo dalla parte della Chiesa, non ce ne vergogniamo». Il primo firmatario Sergio De Gregorio commenta così il disegno di legge depositato in questi giorni da nove senatori ultra-cattolici del Pdl al Senato. «Magari un po’ ruvido, soprattutto nelle sanzioni, ma necessario», sostiene il presidente della fondazione Italiani nel mondo.
A firmare il testo che, assicurano, presto sarà «calendarizzato» per l’esame a Palazzo Madama, anche Juan Esteban Caselli, eletto in Argentina, Gentiluomo del Papa in America latina e delegato presso il sovrano ordine dei Cavalieri Malta. Tra i promotori, anche Raffaele Calabrò, artefice del testo sul testamento biologico passato al Senato. Il disegno di legge - neanche a dirlo - segue la sentenza della Corte di Strasburgo che un mese fa ha giudicato la presenza del Crocifisso un «limite alla libertà religiosa», consta di soli 5 articoli e prevede anche una copertura finanziaria.
Già, perché se passasse il vincolo, occorrerebbe anche dotare tutti gli uffici del simbolo cristiano. Così, il quinto e ultimo articolo stanzia 51.646 euro per il 2010, da recuperare dal «Fondo di riserva» del ministero dell’Economia. E tanto dovrebbe bastare, spiegano i promotori, per acquistare dai 30 ai 40 mila Crocifissi, di quelli semplici, già visibili nelle aule scolastiche. Per il resto, oltre a riconoscere (articolo 1) alla croce il ruolo di «emblema di valore universale della civiltà e della cultura cristiana» e di simbolo perciò «irrinunciabile», si prevede (articolo 2) la sua esposizione «al fine di testimoniare il permanente richiamo della Repubblica italiana al proprio patrimonio storico-culturale radicato nella tradizione cristiana».
Da qui, l’esposizione non solo «in tutte le aule delle scuole, delle università, delle accademie» (articolo 3), ma anche «negli uffici della pubblica amministrazione e degli enti locali territoriali, in tutte le aule dei consigli regionali, provinciali, comunali, circoscrizionali e delle comunità montane, in tutti i seggi elettorali», e ancora nelle carceri, negli ospedali, le stazioni, i porti, gli aeroporti in tutte le sedi diplomatiche. Chi lo rimuove «o lo vilipende, è punito con l’arresto fino a sei mesi o con l’ammenda da 500 a 1.000 euro». E la stessa sanzione è prevista per «il pubblico ufficiale o l’incaricato di pubblico servizio che si rifiuterà di ottemperare all’obbligo».
Dice De Gregorio: «Non è una proposta integralista. Ma rispondiamo con inquietudine all’aggressività che si manifesta contro la nostra identità cristiana». Il governo per ora tace. L’opposizione si prepara a dare battaglia. «Un atto di insopportabile piaggeria servile - attacca Francesco Pardi dell’Idv, tra i primi ad opporsi alla proposta - Esibizionismo strumentale per procacciarsi la benevolenza dei vescovi. Lo fronteggeremo in aula».
La conversione dei Celti
di MICHELE BRAMBILLA (la Stampa, 1/12/2009)
Da qualche tempo a questa parte i più pugnaci difensori della cristianità sono uomini che non hanno fama di baciapile, e neppure di cattolici praticanti. Roberto Castelli, che ieri ha proposto l’inserimento della croce nel tricolore, nel 1998 aveva voluto celebrare il suo secondo matrimonio con un plateale rito celtico a Pontida.
Il ministro Frattini, che s’è detto possibilista sulla proposta di Castelli, non ha nel curriculum matrimoni padani, ma neppure parrocchie e oratori. Né viene dal mondo cattolico Ignazio La Russa, che ieri ha sì stoppato l’idea della croce nella bandiera, ma solo pochi giorni fa aveva rivolto ai giudici della Corte europea - che hanno chiesto la rimozione dei crocifissi dalle aule pubbliche - un colorito «possono morire».
E’ così. La Chiesa tace; o, se parla, lo fa per difendere la libertà religiosa anche dei musulmani, come hanno fatto ieri i vescovi svizzeri. E invece parlano, anzi urlano, soggetti che fino a poco tempo fa non avevano mai dato prova di avere a cuore il futuro della cristianità. Il caso più eclatante è quello della Lega. Castelli, infatti, ha detto di non parlare a titolo personale ma del partito, precisando che al prossimo consiglio dei ministri la richiesta di mettere la croce al centro della nostra bandiera potrebbe e dovrebbe essere formalizzata. E’ un’iniziativa che fa effetto, anche perché in un colpo solo la Lega non solo «riscatta» quel cattolicesimo che aveva spesso un po’ maltrattato (con nozze celtiche appunto, ma anche con altri riti pagani alle foci del Po e con la promessa-minaccia di una nuova Riforma protestante); ma «riscatta» anche, e perfino, quel tricolore che Bossi diceva di utilizzare volentieri come carta igienica.
Queste improvvise conversioni stupiscono sia i laici sia i cattolici. Da che cosa sono provocate? Le risposte possono essere due, non necessariamente l’una alternativa all’altra.
La prima è che anche la storia, oltre che le vie del Signore, è difficilmente prevedibile e riserva spesso molte sorprese. Poniamoci dal punto di vista di un credente. Questi può pensare che è proprio vero che la Provvidenza a volte scrive diritto su righe storte. Nel concreto: l’avanzata dell’Islam in Occidente ha ridestato una cristianità che pareva in sonno, e anche persone che da anni avevano abbandonato la pratica religiosa hanno sentito in pericolo la propria tradizione e reagito con imprevedibile vigore e zelo. Insomma l’Europa secolarizzata avrebbe capito che, dovendo scegliere, il Vangelo è preferibile al Corano.
La seconda risposta è ancora più pragmatica. E vuole che certe conversioni siano dettate solo da motivi politici. Si dimentica spesso, ad esempio, che la Lega deve fare i conti con un elettorato che è fondamentalmente l’ex elettorato della Dc, e che viene in gran parte dalle parrocchie. Più in generale, poi, l’uso della croce sarebbe funzionale alla Battaglia con la maiuscola della Lega: quella contro l’immigrazione.
Quale che sia la risposta giusta - e probabilmente c’è del vero in entrambe le risposte - sia i laici sia i cattolici debbono tenere in grande attenzione l’atteggiamento della Chiesa, che non è affatto da crociata, ma di grande prudenza. Anche qualora fossero animate dalle migliori intenzioni, infatti, certe campagne pro-croce sono quanto meno viziate dall’ingenuità del neofita, il quale non conosce affatto il significato di ciò che crede di difendere. Il cristianesimo è un qualcosa che va proposto; non imposto. Ogni volta che qualcuno ha cercato di imporlo con la legge o con la forza - e nella storia è successo - ha finito solo per farlo detestare. La vera forza del Vangelo è stata, nel corso dei secoli, l’aver cambiato la vita di tante persone, le quali con il loro cambiamento hanno «contagiato» altre persone. E’ stata la carità, più di ogni altra, la virtù che ha convinto gli uomini a diventare cristiani: carità che vuol dire uno sguardo diverso nei confronti del prossimo e della vita.
La Chiesa è prudente e non appoggia certe battaglie proprio perché sa che la croce non può essere impugnata come una clava. E’ un segno sempre «per» tutti e mai «contro» qualcuno. Chi vorrebbe imporre il crocifisso ovunque, ora anche nella bandiera, non si rende conto che la mescolanza tra Dio e Cesare è perfino blasfema. E non si rende conto che così facendo si comporta esattamente come quell’Islam fondamentalista che vuol combattere.
Gherush92
Committee for Human Rights
ECOSOC Organization
GLI AFFAMATI DAL CROCIFISSO
La disutile presenza del pontefice al vertice della FAO, se da una parte evidenzia l’incapacità di questo mastodontico organismo ad affrontare le tematiche della fame, dall’altra ci costringe a delle osservazioni sull’enciclica Caritas in Veritate. Il testo, richiamato più volte nel discorso del papa in plenaria, è l’apogeo di un’ideologia universalista e neo-omologazionista con la quale il cristianesimo vorrebbe costruirsi la patente di risolutore dei problemi della povertà e della fame estrema del mondo, dopo esserne stato uno degli artefici principali in Africa, in America Latina e non solo.
In verità, la Caritas in Veritate non risolve né il problema della povertà, né quello della fame, anzi le aggrava. Il difetto principale sta nel voler gestire il problema con l’assistenzialismo e l’evangelizzazione. Il titolo sintetizza la teoria: la carità nella verità ovvero nell’evangelizzazione; il corollario riepiloga il programma: la croce per un pugno di riso.
Il cristianesimo pratica e prescrive l’evangelizzazione e l’uniformità sotto forma di un unico modello culturale. La diffusione del cristianesimo non è altro che la diffusione di un prototipo universale precostituito, che ostacola la conoscenza e gli scambi fra le specie, fra i popoli e le culture. E’ un processo contro natura perché non accetta la diversità e si adopera per ricondurre le migliaia di opere e culture che incontra all’interno di uno schema precostituito, auto referenziato, ma del tutto inefficace a spiegare e interagire con l’universo, la diversità culturale e i fenomeni naturali. L’evangelizzazione, insieme con altre forme di omologazione, è la causa principale della cancellazione delle diversità, porta alla perdita di conoscenza e ha significato e provocato la scomparsa e l’assimilazione di molti popoli e culture. L’evangelizzazione è una delle principali cause della povertà, della miseria e della fame estrema, perché cancellando la diversità si elimina la conoscenza che è olistica, il bene più prezioso, il motore per la produzione di cibo e di benessere.
L’enciclica Caritas in Veritate, sulla quale si sono espressi in modo servile, ossequioso e incompetente politici e intellettuali e la FAO, è, in realtà, un guazzabuglio tuttologico che affronta i temi della globalizzazione, della cooperazione internazionale, dello sviluppo umano, dell’ambiente, dei cambiamenti climatici, della natalità, della finanza internazionale, del sindacato, usando qua è là parametri di giudizio ereditati, secondo la convenienza, da vulgate terzomondiste e neoglobal da una parte e da analisi economiche di stampo liberale dall’altra.
Tesi e opinioni sostenute con ambiguità, per dare un colpo al cerchio e uno alla botte, fatte per il politicume, per accontentare i benpensanti, i teorici della banalità, i conformisti ad oltranza e, nel caso, qualche cariatide ammuffita degli organismi intergovernativi.
L’enciclica, invece, disboscata e ripulita dalle molte ed inutili incrostazioni, afferma che la salvezza dell’uomo e dei popoli viene solo “dall’unità della carità del Cristo che ci chiama tutti a partecipare in qualità di figli alla vita del Dio vivente, Padre di tutti gli uomini”.
A questo punto vogliamo affermare in maniera chiara che il diritto al cibo non può essere mediato né da Gesù Cristo né da speculazioni finanziarie né da altre presunte verità. Il diritto al cibo deve essere garantito e basta, lasciando la possibilità a ciascuno di riappropriarsi della propria conoscenza per la produzione delle proprie risorse alimentari. Sembrerebbe che il papa voglia fare concorrenza alla FAO nell’agguantare risorse finanziarie da utilizzare nell’assistenzialismo o per lo sviluppo della Caritas in Veritate, dopo averle opportunamente decurtate a proprio uso e consumo. E’ così da sempre.
Il documento parla di carità, ma non propone, come sempre, nessuna regola su come, cosa e quanto dare, su come scambiare, su come creare benessere, sulla soluzione del problema della povertà e della fame. La carità cristiana, infatti, “supera la giustizia e la completa nella logica del dono e del perdono. La “città dell’uomo” non è promossa solo da rapporti di diritti e di doveri, ma ancor più e ancor prima da relazioni di gratuità, di misericordia e di comunione.” Si tratta, viceversa, proprio di un problema di giustizia per sanare le ingiustizie sociali, economiche, ambientali e spirituali commesse nel corso dei secoli da parte del cristianesimo - con la scusa della misericordia che supera la giustizia - per appropriarsi arbitrariamente e avidamente di risorse, uomini, anime, conoscenze e spiritualità. La concezione della carità cristiana ha bisogno di uniformità umana indistinta, “universalizzata”, ridotta all’incapacità di provvedere a se stessa, quale terreno fertile per un disegno di evangelizzazione-omologazione che si perpetua da secoli.
La carità cristiana, così definita, non ha alcuna parentela con il concetto ebraico e islamico rispettivamente di Tzedaka e Sadaqah che vuol dire giustizia e si rifà ai concetti giustizia e diritto sociale e di distribuzione dei beni e che tende a considerare la povertà non uno status perenne da utilizzare per attingere proseliti, ma un incidente di percorso a cui porre rimedio in modo equo ed efficace. Secondo Maimonide esistono otto livelli di carità ma la forma più alta è quella di aiutare qualcuno ad aiutare se stesso cioè a provvedere ai mezzi per la sua riabilitazione.
D’altronde il documento incalza quando sostiene che “le povertà spesso sono generate dal rifiuto dell’amore di Dio e che l’umanità intera è alienata quando si affida a progetti solo umani, a ideologie e a utopie false........Tra evangelizzazione e promozione umana - sviluppo, liberazione - ci sono infatti dei legami profondi ”
Cosa significa tutto ciò? L’enciclica lo spiega in modo chiaro e inequivocabile in questo passaggio chiave dove affonda la lama della evangelizzazione:
“Per questo motivo, se è vero, da un lato, che lo sviluppo ha bisogno delle religioni e delle culture dei diversi popoli, resta pure vero, dall’altro, che è necessario un adeguato discernimento. La libertà religiosa non significa indifferentismo religioso e non comporta che tutte le religioni siano uguali. Il discernimento circa il contributo delle culture e delle religioni si rende necessario per la costruzione della comunità sociale nel rispetto del bene comune soprattutto per chi esercita il potere politico. Tale discernimento dovrà basarsi sul criterio della carità e della verità. Siccome è in gioco lo sviluppo delle persone e dei popoli, esso terrà conto della possibilità di emancipazione e di inclusione nell’ottica di una comunità umana veramente universale. «Tutto l’uomo e tutti gli uomini» è criterio per valutare anche le culture e le religioni. Il Cristianesimo, religione del « Dio dal volto umano », porta in se stesso un simile criterio.”
La carità non è, quindi, semplice atto di donazione ma, addirittura, metro di giudizio del cristianesimo, per stabilire quali culture e quali popoli possono essere inclusi nella “comunità universale” e quindi possono mangiare. Una nuova inquisizione, dunque, dal volto inumano, dove la scelta è: fame o conversione. Qual è il metodo migliore per convertire se non mantenere popoli e comunità in uno stato perenne di indigenza?
L’enciclica è, peraltro, in perfetta continuità con la dichiarazione Dominus Jesus dello stesso Ratzinger dove “La missione ad gentes anche nel dialogo interreligioso conserva in pieno, oggi come sempre, la sua validità e necessità ...e che il dialogo interreligioso deve avere essenzialmente lo scopo di convertire”.
L’evangelizzazione ha praticato il razzismo, lo sfruttamento di risorse ed uomini, fino alla schiavitù.
Ecco cosa significava il rifiuto della conversione nel “Requerimemiento”, il documento letto dai cristiani in spagnolo ai popoli dell’America Latina: “...Ma, se voi non vi convertite (al cristianesimo) e con malizia frapponete ritardi, io vi dichiaro che, con l’aiuto di Dio, noi faremo ingresso con la forza nel vostro paese e vi faremo guerra in tutti i modi e maniere che potremo e vi assoggetteremo al giogo e all’obbedienza della Chiesa, e prenderò le vostre persone e figli e i farò schiavi e come tali li venderò....” .
Ed ecco ancora cosa veniva sancito nel breve Dum Diversitas : “Noi concediamo per il presente atto, con la nostra Autorità apostolica, pieno e libero permesso di invadere catturare e sottomettere i saraceni e i pagani e qualunque altro infedele o nemico di Cristo, in qualunque luogo, come anche nei suoi regni ducati, contee e principati e altre proprietà... e di ridurre queste persone a schiavitù perpetua”. Il testo della bolla del papa Nicola V specifica la concessione di ridurre a schiavitù perpetua gli africani e riguarda gli abitanti di tutti i territori a partire da Capo Bojador a Capo Nun e quindi «tutte le coste meridionali fino al limite estremo». Il papa allora poteva condannare interi continenti, come l’Africa, alla cattività perpetua perché esisteva la teologia della schiavitù. Le conseguenze le conosciamo: decine e decine di milioni di morti ammazzati e di schiavi. Ecco da dove viene la povertà e la fame.
La teologia della schiavitù appare come lo sbocco inevitabile dell’evangelizzazione, la quale, definita come il motore di un processo evolutivo dell’umanità verso valori più elevati, per giustificare la propria esistenza, deve necessariamente schematizzare i rapporti fra i popoli (e fra le diverse culture o società), secondo un sistema gerarchico in cui si degradano gli altri per affermare il ruolo guida del cristianesimo. Se l’evangelizzazione è un’operazione di emancipazione, a cui si è sempre associato il significato di civilizzazione, è implicito che deve essere diretta ad emancipare e a civilizzare chi ne ha bisogno, nel caso specifico, gli Ebrei, i Mori, gli Africani e poi gli Indiani, i Roma. Questi non solo erano considerati una merce ma, secondo la teologia della schiavitù, erano destinati ad un’esistenza di subordinazione e assoggettamento ai cristiani, come metodo per evangelizzare il mondo.
Ora c’è da chiedersi che differenza epistemologica c’è tra i documenti di oggi che reiterano il ricatto dell’evangelizzazione come chiave per accedere alla “carità” e le disposizioni di cinque secoli fa che hanno messo interi popoli, allora pienamente in grado di vivere in armonia con l’ambiente, traendone risorse alimentari e il giusto godimento per la vita, sotto il giogo del crocifisso attraverso: separazioni delle famiglie, battesimi forzati, editti da fè, inculturazione, encomiendas, la tratta degli schiavi fino ad oggi con il costoso assistenzialismo perpetuo?
Si resta quindi scioccati nel vedere il massimo esponente della Chiesa Cattolica - campione dell’impoverimento e della distruzione secolare di popoli - dare lezioni alla FAO su come risolvere il problema della povertà che ha contribuito a creare. Si resta anche scioccati nel vedere la FAO senza programmi diventare succube di queste inconsistenti teorie. Nessun “mea culpa”, nessuna volontà di confrontarsi con la propria storia e di riconoscere che il processo di evangelizzazione, del passato e del presente, sia produttore e mantenitore di povertà in quanto distruttore di quella diversità culturale e ambientale data in principio dal Creatore.
Un’operazione di costante revisione e falsificazione storica in contrasto, peraltro, con la Convenzione sulla Diversità Biologica nella quale si prescrive di “rispettare, conservare e mantenere la conoscenza, le innovazioni e le pratiche delle popolazioni indigene e delle comunità locali, comprendendo gli stili di vita tradizionali come rilevanti per la conservazione e l’uso sostenibile della diversità biologica”.
Questo principio è in netto contrasto con la concezione dell’enciclica dove, invece, è continua l’ipotesi di un’omogeneizzazione del mondo verso lo status entropico del pensiero unico, del cibo unico, della cultura e religione unica.
E’ assolutamente necessario fermare l’opera degli oltre 300.000 missionari che assediano popoli e nazioni nel nome dell’uniformità e interrompere la loro attività distruttiva di cristianizzazione. E’ necessario anche contenere l’opera delle NGO che si ispirano ai principi dell’evangelizzazione e dell’assistenzialismo cristiano.
Secondo Gherush92 è necessario che vengano riaffermati i seguenti principi, senza il ricatto della conversione:
Il principio della solidarietà - aiutare gli altri ad aiutare se stessi;
Il principio della riparazione - ogni danno ad un popolo provocato da razzismo e/o schiavitù deve essere compensato;
Il principio del negoziato - ogni decisione deve essere presa in accordo con ciascun popolo;
Il principio dell’extraterritorialità - ogni cultura deve avere il diritto di gestire la sua identità come un popolo e una nazione;
Il principio della salvaguardia della diversità culturale.
Svelato l’arcano ci sembra chiaro che l’annunciata visita del papa in Sinagoga sia più dannosa che utile. Chiediamo pertanto che non venga. Ad ogni buon conto non porti con se né la Dominus Jesus né la Caritas in Veritate come dono e, nella denegata ipotesi, tale regalia non sia accettata.
NO ALLA VISITA DEL PAPA IN SINAGOGA
Sostieni Gherush92
Committee for Human Rights
UN ECOSOC
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Se i cattolici disobbediscono
di Vito Mancuso (la Repubblica, 21 novembre 2009)
Dieci anni fa Pietro Prini pubblicò un libro che fece scalpore: Lo scisma sommerso (Garzanti). Oggi Riccardo Chiaberge, direttore del supplemento domenicale del Sole 24 Ore, ripropone il medesimo sostantivo ma senza aggettivi: Lo scisma. Cattolici senza papa (Longanesi). In effetti il Codice di diritto canonico qualifica lo scisma proprio così, come «rifiuto della sottomissione al Sommo Pontefice», e lo sanziona con la scomunica latae sententiae. Ma cosa sta succedendo perché uno dei più profondi filosofi cattolici quale fu Prini e uno dei più acuti giornalisti qual è Chiaberge giungano a usare un termine tanto impegnativo? Né sono i soli, si veda anche Piero Cappelli, Lo scisma silenzioso (Gabrielli) e Per un cristianesimo adulto, 28 interviste a cattolici poco obbedienti a cura di Giorgio Pilastro (Abiblio).
Chiaberge racconta cattolici che non fanno dell’obbedienza al papa il carattere distintivo della loro fede, ma che neppure praticano una disobbedienza preconcetta che ancora li definirebbe (seppure in negativo) in funzione del potere papale. La loro fede semplicemente non si definisce in rapporto al papa ma a qualcosa per loro di più importante: l’amore per il mondo. Non coltivano volontà scismatiche, perché l’obiettivo non è la Chiesa con le sue strutture, ma il mondo e la sua giustizia. Il clericalismo è superato, la laicità pienamente affermata: il banco di prova della fede sono le strade e i laboratori del mondo. Ecco perché questi cattolici, continuando a dichiararsi tali, non temono di infrangere la dottrina ecclesiastica quando la vedono come un ostacolo al bene del mondo. Così c’è suor Maria Martinelli, medico e missionaria in Africa, che spiega tutti i metodi di prevenzione dell’Aids, condom compreso, perché si ha «il dovere morale di non trasmettere l’infezione»; c’è Giorgio Lambertenghi Deliliers, presidente dei Medici cattolici di Milano, che sostiene la donazione alla ricerca degli embrioni congelati e apprezza le aperture di Obama al riguardo; c’è Elisa Nicolosi della Mangiagalli di Milano che è orgogliosa dei 250 bambini che con la fecondazione assistita ogni anno nascono nel suo ospedale; c’è don Luigi Verzé, fondatore del San Raffaele, che proclama che «nulla e nessuno può fermare la ricerca»; c’è Elena Cattaneo che lavorando sulle staminali embrionali dice che «più guardo queste cellule più si rafforza la mia fede che il dono della vita vada speso per ridurre le sofferenze». La situazione è riassunta da don Virginio Colmegna, direttore della Casa della Carità di Milano: «Non c’è nessun dogma da consegnare sulle verità morali, c’è una grande ricerca».
Uno scisma vero e proprio quindi? In realtà la categoria "scisma" è inappropriata per questa tensione spirituale, del tutto diversa da quella che portò allo "scisma d’oriente" del 1054 tra Roma e Costantinopoli dividendo cattolici e ortodossi, o da quella che dal 1378 al 1417 produsse il "grande scisma d’occidente" con ben tre papi in contemporanea. Allora l’oggetto del contendere era il potere all’interno della Chiesa, oggi è il corretto rapporto col mondo. Il potere ecclesiastico lo si lascia volentieri a chi lo detiene, e nella vita concreta si fa ciò che indica la luce della coscienza al fine di produrre il massimo di bene e di giustizia, senza per questo cessare di ritenersi cattolici, anzi pensando così di esserlo veramente. Né il potere papale ha la possibilità di impedirlo, come avveniva nel passato con il ricorso alla violenza.
Ulrich Beck, docente di sociologia a Monaco di Baviera e a Londra, nel libro Il Dio personale (Laterza) descrive una ricerca spirituale strettamente individuale che attraversa con vivacità tutta l’Europa. Un Dio "fai da te" quindi, un sincretismo che si crea un credo e una morale a proprio uso e consumo? C’è molto di più. C’è soprattutto, scrive Beck, «una religione nella quale l’uomo è sia credente sia Dio». Non siamo lontani dal dispiegamento dell’idea teologica principale di Gesù: non c’è amore per Dio se non come amore per l’uomo.
Oggi non è più concepibile una mano che si alzi per colpire nel nome di Dio, neppure se il papa, com’è avvenuto in passato, dovesse assicurare che "Dio lo vuole". E diventa sempre meno concepibile una mano che nel nome di Dio si rifiuta di curare i sofferenti con tutti i possibili strumenti, per esempio impedendo la ricerca sulle staminali embrionali o boicottando l’uso del preservativo.
Oggi l’unico Dio accettabile è il Dio che sta totalmente e concretamente dalla parte dell’uomo. E con ciò non siamo lontani dal centro del cristianesimo: l’incarnazione di Dio. Forse sarebbe opportuno che qualcuno nei sacri palazzi iniziasse a leggere con più attenzione e con più amore ciò che Gesù chiamava "segni dei tempi".
Lo scisma sommerso
di Aldo Maria Valli (Europa, 20 novembre 2009)
Uno spettro si aggira per la Chiesa: lo scisma silenzioso. La parafrasi del Manifesto del partito comunista di Marx ed Engels è scherzosa, e chiediamo subito scusa per l’ardire, però il problema è serio.
C’è una porzione di Chiesa, difficilmente quantificabile perché sommersa, che guarda alla Chiesa ufficiale, quella che si esprime attraverso la gerarchia, con crescente sconcerto e avverte un distacco sempre più marcato. I sintomi della divaricazione sono ormai numerosi. Ci sono pastori che appaiono senza gregge e greggi che avvertono con pena di non potersi riconoscere nei pastori. C’è una Chiesa che quando parla, giudica e agisce appare mossa dalla preoccupazione della condanna più che da quella dell’accoglienza, e un popolo di Dio che, avvertendo il bisogno di recuperare la radicalità evangelica, vuole, con Paolo, «farsi tutto a tutti » e soprattutto debole con i deboli. C’è una Chiesa attenta a giudicare il mondo e una che vuole camminare in mezzo al mondo. Una che punta sull’idea di verità e un’altra che privilegia la misericordia.
Una che corregge il Concilio in senso preconciliare e una che chiede di riscoprire il Concilio e possibilmente di viverlo.
Una che si ritrova nei convegni di studio e una che li fugge. Una che produce documenti e una che li rifiuta come vuoti e inutili. Una che si preoccupa dei rapporti col potere temporale e una che sente il bisogno di denunciare la disumanità di ogni potere e inneggia allo spirituale. Una che usa il potere di giurisdizione come strumento a garanzia della vera fede e una che lo considera un ostacolo per la diffusione della buona novella. Una che mette in guardia dalla modernità e una che si mescola con il reale. Una che vive i regimi concordatari come garanzia di libertà e una che li considera una gabbia. Una che nel relativismo vede un nemico e una che nel relativismo vede un’opportunità. Una che è andata strutturandosi producendo apparati di governo e una che vuole essere comunione senza strutture.
I segnali dello scisma arrivano da tante parti. A volte è un gruppo che si riunisce, a volte è una lettera spedita a qualche vescovo, o un appello su un sito internet, o un dibattito in un blog. Però che lo scisma ci sia è ormai innegabile. Bisogna dare dunque il benvenuto a chi ne parla apertamente, contribuendo a mettere le carte in tavola.
È il caso del libro che si intitola appunto Lo scisma silenzioso. Dalla casta clericale alla profezia della fede, di Piero Cappelli (Gabrielli Editori, 256 pagine, 15 euro), con prefazione di Arturo Paoli. Un libro duro, come si evince da quella definizione di “casta clericale” che campeggia provocatoriamente nel sottotitolo ma che forse incomincia ad avere un certo sentore di luogo comune dopo che Claudio Rendina ha pubblicato La santa casta della Chiesa. Un libro, questo di Cappelli, con il quale si può essere d’accordo o meno (per limitarci a un solo esempio, è difficile concordare con il giudizio tranciante nei confronti di Paolo VI), ma che getta luce su un malessere che non può essere ignorato e, soprattutto, chiarisce un punto fondamentale: chi prova il malessere si sente dentro la Chiesa, non fuori, e tutto vuole tranne che uscirne. Non è una porta sbattuta ma, come scrive l’autore, una mano tesa a sollecitare e condividere una tesi. Certo, il linguaggio è, diciamo così, ben poco diplomatico, ma è una durezza evangelica: «Sia il vostro parlare sì sì, no no, il di più viene dal maligno».
Centrale è il Concilio Vaticano II, con la sua idea di Chiesa in quanto assemblea di popolo, di ekklesia all’interno della quale la dignità sacerdotale di tutti i battezzati è qualcosa non solo da riconoscere sulla carta ma da valorizzare nella vita. Di qui la denuncia del clericalismo, virus sempre risorgente, e la richiesta di tenere ben presente che l’unico capo dell’unico corpo mistico chiamato Chiesa è Cristo.
Sono passati dieci anni da quando il professor Pietro Prini denunciò lo “scisma sommerso” determinato dalla frattura fra la dottrina ufficiale e le coscienze dei fedeli su questioni di fede assolutamente centrali come il peccato originale e la dannazione eterna, e ancora di più su questioni come la sessualità e la bioetica. Adesso, parlando di scisma silenzioso, espressione peraltro da lui usata per la prima volta proprio nel 1999, Cappelli torna a mettere il dito nella piaga sottolineando un “dominio clericale” davanti al quale un crescente numero di fedeli risponde dicendo di non riconoscersi in una Chiesa istituzione che provoca disagio e non accoglie le differenze.
L’autore ha parole impietose per i cattolici “formati e inquadrati”, spesso membri di movimenti, sempre pronti a fare da spalla all’autorità, ma improvvisamente critici (anche se in modo curiale, senza clamore) quando il vescovo non concede loro la gestione delle attività ecclesiali.
Sono, questi, i laici-clericali, durissimi nel rimbrottare i laici-laici e sempre pronti nel giudicare automaticamente fuori dalla Chiesa chiunque, attraverso l’uso della ragione, si permetta di pensare con la propria testa. Quando si entra in questo tipo di polemica il rischio della generalizzazione è forte. Utile, al di là delle accuse, è però aprire la discussione sulla ridotta capacità di elaborazione culturale dei cattolici e su quanto poco si faccia per formare cattolici pensanti.
Il diacono Aniello D’Angelo scrive al Papa anunciando di lasciare la Chiesa dopo i tanti torti subiti negli ultimi anni
"NON MI RICONOSCO NELLA VOSTRA OPULENZA"
Il docente di religione denuncia le "ipocrisie" del clero, svela i "veleni" contro di lui.
"La Diocesi di Vallo specula sulle case e non aiuta i poveri"
di Vincenzo Rubano *
VALLO DELLA LUCANIA - Vuole restare con i suoi ragazzi "fino alla morte", ed essere ridotto allo stato di laico perché non si rispecchia più nella Chiesa di oggi. E’ la richiesta di Aniello D’Angelo, docente di religione, residente a Centola, diacono dal 1997. Il docente ha scritto direttamente a Benedetto XVI per spiegare le motivazioni del suo gesto, che hanno già gettato nello sgomento i vertici della diocesi di Vallo della Lucania. “E’ da molto tempo che meditavo una simile scelta che mi è costata tanta riflessione e dolore - precisa D’Angelo - La decisione l’ho presa all’apertura dei lavori della FAO che si è tenuta a Roma nei giorni scorsi, quando, già in disaccordo con questi tipi di eventi, celebrati alle spalle dei poveri e con grande dispendio economico, ho visto la presenza di papa Benedetto XVI, che partecipa ad una tale manifestazione, indossando croce e anello d’oro. Sono stato diacono permanente dal 1997 e mi ero illuso - spiega ancora D’Angelo - di dare un contributo ad una chiesa che brillasse per sincerità, umiltà e povertà; invece ho dovuto constatare che la maggior parte delle azioni ecclesiali sono mirate solo a fini economici e di affermazione di potere”.
Ma il diacono cilentano, che avrebbe preferito non pubblicizzare la sua vicenda, evidenzia numerose perplessità anche all’interno della diocesi di Vallo: “A livello diocesano - spiega il docente - le cose sono sotto gli occhi di tutti: la diocesi di Vallo ha investito la maggior parte delle sue energie nell’edificazione di un regno di Dio fatto di musei spogli, di “fontanelle” come il cinema, il teatro, le rendite dai molteplici immobili di proprietà. Voglio restare fuori dall’avallare questo stato di cose e dire basta alle bugie e falsità di molti esponenti della gerarchia ecclesiale che mi hanno toccato anche personalmente”.
D’Angelo fa riferimento ad abusi subiti in prima persona: “Ho saputo di una lettera segreta e introvabile, vista da alcuni miei colleghi tra le mani del vescovo, spedita dall’ex dirigente scolastico del liceo scientifico di Vallo che chiedeva di non rinnovarmi la nomina in quella scuola, come infatti avvenne dal successivo anno scolastico. Per questo voglio la verità e la condanna di eventuali responsabili. Tale fatto mi ha molto danneggiato a livello fisico ed economico, se si pensa che da allora le sedi scolastiche a me assegnate sono lievitate, fino alle attuali sei, in sei comuni diversi e molto distanti tra loro”. Ora D’angelo aspetta di essere chiamato in Vaticano e chiarire la sua posizione. Nel frattempo ha fondato l’ associazione “Chiesa degli ultimi” per aiutare chi è più debole, chi è vittima dell’incuria umana, chi è emarginato dalla società.
* Julie-news, La Città, Quotidiano di Salerno e Provincia, 19/11/2009, p. 28
L’etica della furbizia
Crocefissi in classe? Almeno non dite di essere liberali
di Francesca Rigotti, università di Lugano (l’Unità, 11.11.2009)
Vorrei intervenire con le parole della filosofia politica sulla questione riguardante la presenza del crocifisso nelle aule della scuola pubblica italiana. Ma prima ancora desidero far notare che la risposta della Corte europea dei diritti dell’uomo alla richiesta della signora Lautsi è assolutamente in linea con la legislazione che abbiamo sottoscritto. La Corte ha infatti risposto con le parole dell’art. 2 del Protocollo addizionale alla Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo del 1952, sottoscritta anche dallo stato italiano, che stabilisce che «Lo Stato nell’esercizio delle funzioni che assume nel campo dell’educazione e dell’insegnamento deve rispettare il diritto dei genitori di assicurare tale educazione e tale insegnamento in modo conforme alle loro convinzioni religiose e filosofiche». Evidentemente nel Bel Paese si è preferito fare orecchie da mercante e ignorare tale diritto genitoriale, oltre a ironizzare sul fatto che la signora sia di origine straniera e quindi non abbia da interferire con le faccende italiane, ignorando probabilmente il fatto che qui si tratta di diritti dell’uomo, che per definizione non hanno confini nazionali né abbisognano di cittadinanze particolari. Oltre a ciò, una precedente sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo (del 1976) prescrive che le conoscenze religiose siano dispensate dalla scuola in modo «oggettivo, critico e pluralistico».
Leggo questi dati e riconosco la lodevole applicazione del principio di «ragionevole neutralità» nell’articolo di Marcello Ostinelli, «Etica pratica e cultura religiosa nella scuola pubblica ticinese» uscito su «Verifiche» (giugno 2007, no. 3, pp. 4-7). L’articolo contiene informazioni interessanti e proposte più che condivisibili. Le istituzioni liberali devono risultare neutrali rispetto alle visioni del mondo e alle concezioni del bene individuali che caratterizzano le società contemporanee. Questo atteggiamento è visibile particolarmente nella posizione che il liberalismo assume nei confronti della religione. Lo stato liberale è agnostico (indifferente) rispetto al problema religioso. Lo stato liberale è neutro rispetto ai valori. Tipica dello stato liberale è quindi la separazione tra stato e chiesa, nel rispetto dell’idea che la religione è qualcosa che interessa gli individui nella sfera privata ma non dovrebbe interessare lo stato. Lo stato liberale non ha una chiesa ufficiale ma rispetta le varie chiese presenti. Lo stato liberale è laico perché ragiona fuori dall’ipotesi di Dio, etsi deus non daretur, come se Dio non esistesse, il che non significa che non esiste - ricorda Ostinelli - ma vuol dire che bisogna sgomberare il campo da asserzioni dogmatiche. Se alcuni settori del paese Italia non si riconoscono in uno stato laico e liberale, che lo facciano, ma abbiano almeno, se non il coraggio, la banale coerenza di dichiararlo e e di rinunciare all’ uso e all’abuso di termini quali libertà e liberalismo.❖
TANTI CROCIFISSI E POCHI CRISTIANI
di don Aldo antonelli *
Sul giornale La Repubblica di ieri è apparso, nella pagina delle lettere, questa bella lettera di Salvatore Resca, viceparroco di San Pietro e Paolo a Catania.
Per fortuna sono siamo né pochi né soli.
C’è poi chi tace per paura di ritorsioni e chi ha il coraggio di esprimere le proprie convinzioni.
C’è chi ama inquinare e volgarizzare il discorso, purché sia "popolare", e chi vuole ricondurlo alla sua originaria schiettezza.
Chi ne vuol fare arma di difesa e di offesa allo stesso tempo per accattonaggio politico e chi ne fa un tesoro da custodire nella propria vita per alta fedeltà.
Noi siamo tra i secondi.
Scrive don Salvatore Resca:
Sono viceparroco a Catania (chiesa dei santi Pietro e Paolo) e al sovrintendente del Teatro Bellini (che vuole esporre il crocifisso sulla facciata) dico: ti prego, togli la croce! Non so cosa ne pensano preti e vescovi ma credo che anche Cristo, dall’alto dei cieli, vedendosi appeso fra Violetta e Norma stia sussurrando: “Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno”. La croce non si appende; i cristiani sanno che si carica sulle proprie spalle per incamminarsi con essa dietro Gesù Cristo. Il Vangelo è una cosa seria. Un luogo come un teatro, a prescindere da ciò che accade all’interno delle sue mura, non è il più adatto per metterne in evidenza le esigenze. Il crocifisso è il simbolo della Fede. Non è un simbolo culturale o un collante di identità etniche e nazionali: abbiamo aule scolastiche piene di crocifissi appesi e vuote di cristiani, veri.
Come non dargli ragione?
Aldo [don Antonelli]
Cei, i vescovi in assemblea ad Assisi
Bagnasco: "Basta odio, serve disarmo"
ASSISI - Basta con un clima di odio "pericoloso" per l’Italia, basta con una "conflittualità sistematica" che abbandona i cittadini a se stessi e li porta a disaffezionarsi verso la loro nazione: con un forte appello al "disarmo" nella vita pubblica il presidente dei vescovi italiani, cardinal Angelo Bagnasco, ha aperto stasera ad Assisi la sessantesima assemblea generale della Cei. A tutti gli schieramenti ha chiesto "onestà intellettuale", "buona volonta" e il superamento di "matrici ideologiche" che sembrano "rigurgitare da un passato che non vuole realmente passare".
Clima politico. "E’ necessario e urgente svelenire il clima generale, perché da una conflittualità sistematica, perseguita con ogni mezzo e a qualunque costo, si passi subito ad un confronto leale per il bene dei cittadini e del Paese intero", dice il presidente Cei. "Ci piacerebbe - spiega il presidente dei vescovi italiani - che, nel riconoscimento di una sana, per quanto vivace, dialettica, inseparabile dal costume democratico, si arrivasse ad una sorta di disarmo rispetto alla prassi più bellicosa, che è anche la più inconcludente".
Scuole cattoliche. L’auspicio che i fondi destinati al sistema dell’istruzione non statale, cioè alla scuola libera non siano tagliati nella prossima Finanziaria è stato formulato dal cardinal Bagnasco. "Ci si augura - ha detto il presidente della Cei - che le cifre inizialmente previste con decurtazioni consistenti, possano essere prontamente reintegrate in modo da consentire agli enti erogatori dei servizi di mantenere gli impegni già assunti".
Crisi economica. L’Italia "oggi come non mai" dovrebbe rivelarsi "scattante" per "cogliere al balzo i cenni di uscita dalla crisi e potenziarli, così da accorciare le sofferenze che la situazione dell’economia mondiale ha finito per scaricare sulle categorie più deboli, specialmente sul fronte del posto del lavoro", sottolinea Bagnasco. "Il Paese - osserva il porporato - deve tornare a crescere, perché questa è la condizione fondamentale per una giustizia sociale che migliori le condizioni del nostro Meridione, dei giovani senza garanzie, delle famiglie monoreddito".
Imprenditori. Nella sua prolusione, Bagnasco incoraggia poi l’imprenditoria italiana a farsi onore anche all’estero. "Una creatività operosa, una collaudata professionalità, una generosità solidale qualificano solitamente - rileva il presidente della Cei - l’apporto italiano ovunque si esplichi nel mondo, ben oltre gli stereotipi ingenerosi".
Immigrati. "Il nostro Paese, con la sua esposizione geografica, quasi a ponte tra Nord e Sud del mondo, è chiamato a rinvigorire la propria tradizionale apertura ai popoli africani, aiutandoli anzitutto a promuovere il loro sviluppo interno", afferma il presidente della Cei. Bagnasco esorta a trovare "le formule più adeguate per un partenariato in grado di onorare la nostra e altrui dignità".
Africa. Dopo aver fortemente rimproverato in più occasioni le manipolazioni delle parole del Papa riguardo all’Aids e i preservativi, Bagnasco, torna a lamentare che nuovi interventi di Benedetto XVI sull’Africa, in particolare in occasione del Sinodo, "hanno avuto un ascolto debole, anche per il rilancio troppo flebile che i media internazionali hanno riservato a questo appuntamento". L’Italia, auspica il presidente della Cei, è chiamata a "rinvigorire la propria tradizionale apertura ai paesi africani" in un partenariato "in grado di onorare la nostra e altrui dignità":
Sudan. "Anche il nostro è tempo di martiri, per quanto ai popoli della libertà talora sprecata possa sembrare incredibile, e quasi impossibile", afferma Bagnasco. Il presidente della Cei rileva la "risonanza" che ha avuto nelle settimane scorse, "ma assai di più ne avrebbe meritato", l’annuncio "choccante" che sette cristiani sono stati orribilmente uccisi nel Sudan meridionale "in una macabra parodia della crocifissione".
L’Aquila e Messina. Le tragedie per cause naturali che "ciclicamente colpiscono il territorio nazionale", come quelle verificatesi all’Abruzzo e a Messina, dice Bagnasco, "invocano una disponibilità da parte di tutte le forze politiche a scelte risolutive sulle annose questioni che rendono debole il sistema-Italia".
Media. Nel rapporto tra la Chiesa e i media "si annidano alcuni motivi di sofferenza". "Non di rado - denuncia il presidente della Cei - c’è, da una parte, una sottovalutazione del concreto-essenziale nella vita della Chiesa, di ciò che le consente di essere nonostante tutte le resistenze e le avversità, e - dall’altra - la tendenza a far figurare preponderante ciò che non lo è". Secondo Bagansco, "quando si trascura o si ignora il quadro delle priorità nel quale si collocano i singoli eventi o pronunciamenti del Pontefice e dell’Episcopato diventa difficile evitare rappresentazioni parziali o fuorvianti, critiche ideologiche e finanche preconcette, letture volte ad attribuire intenzioni o parole che non hanno motivo di esserci in quei termini".
"In ogni singola circostanza - spiega con le parole del Papa - alla Chiesa preme, in nome del Vangelo, partecipare alla vita del Paese, e portare il proprio contributo nel libero dibattito culturale e sociale lieta e grata di essere raccontata dai media per gli argomenti che ella attinge dalla fede come dalla ragione". Bagnasco sottolinea che "nel corso dei lavori assembleari" i vescovi parleranno dell’immagine della Chiesa "nella sua proiezione mediatica", ma nella prolusione si astiene dal "fare anticipazioni". E così i nomi dei successori di Dino Boffo alla guida di Avvenire, Sat 2000e Radio In Blu restano ancora sconosciuti.
Crocifisso. Di fronte alla ’’surreale’’ sentenza emessa dalla Corte europea di Strasburgo a proposito della presenza dei crocifissi nelle aule scolastiche italiane, ’’bene ha fatto il Governo ad annunciare ricorso’’. Dice Bagnasco che parla di una sentenza ’’sorprendente’’ e ’’alquanto surreale’’. "Un’impostura" di minoranze esigue che rischiano di far allontanare l’Europa dalla gente.
Il Muro di Berlino. A vent’anni dalla caduta del muro di Berlino, l’Europa, afferma il presidente della Cei "ha ripreso a respirare con entrambi i suoi polmoni". Ma mentre "cambiamenti vorticosi si sono succeduti" purtroppo "difficoltà inedite sono affiorate ad Ovest come ad Est, dove l’elemento della secolarizzazione ha finito con l’imporsi quale denominatore comune più rapidamente di quanto si sia radicato il costume democratico". "Sappiamo - spiega - che alla base del cammino europeo non vi possono essere solo strategie politiche o strutture burocratiche, perchè le une e le altre, pur necessarie, non sono sufficienti per scaldare i cuori dei singoli e dei popoli in ordine a quel senso di cordiale appartenenza che è indispensabile per sentirsi comunità"
Islam e ora di religione. La Cei ribadisce le proprie riserve sull’ora di religione islamica. "Non è in discussione - ha spiegato Bagnasco - la libertà religiosa di chicchessia, ma la peculiarità della scuola e le sue specifiche finalità che, in uno stato positivamente laico, sono di ordine culturale ed educativo". Il porporato, aprendo stasera ad Assisi l’assemblea generale della Cei, ha ribadito che l’insegnamento della religione cattolica "non è un’ora di catechismo" ma una occasione di conoscenza di una fede che fa parte del "patrimonio storico del popolo italiano".
Ru 486. Dopo la registrazione della Ru 486 da parte dell’Aifa "non si potrà non riconoscere, come già fa la legge 194, la possibilità dell’obiezione di coscienza agli operatori sanitari, compresi i farmacisti e i farmacisti ospedalieri, che non intendono collaborare direttamente o indirettamente ad un atto grave", afferma il cardinale.
Cattolicesimo. "La nostra Chiesa - afferma Bagnasco - non si riconosce in una ’religione civile’ a servizio di qualche potere, ma si identifica nella missione che le è stata affidata, quella di annunciare a tutti il mistero di Cristo con le implicazioni che ne conseguono sul piano antropologico, etico, cosmologico e sociale".
Il nuovo rito delle esequie. La nuova edizione italiana del rito delle esequie, dice il presule, sarà pubblicata dai vescovi italiani "con l’intendimento di volerne esplicitare le virtualità di annuncio rispetto alla novità portata da Cristo Gesù dinanzi al mistero della morte".
Morte, giudizio, Inferno. "Morte, giudizio, inferno e paradiso sono termini non ignoti, non silenziati, non spiegati secondo categorie falsamente buoniste o erroneamente crudeli. Rappresentano invece il traguardo da lumeggiare con la Parola risanatrice di Dio, senza fatalismi o sotterfugi scaramantici", dice Bagnasco. Il cardinale ha poi proseguito spiegando che morte, giudizio, inferno e paradiso, "sono tappe di una vita che va oltre la morte e sfocia nella vita eterna. Ciò che saremo non sappiamo descriverlo, ma esiste".
Anglicani. Il cardinale Bagnasco plaude alla decisione del Papa di aprire le porte a quegli anglicani che ne hanno fatto richiesta in quanto non si sentivano più in comunione con la loro Chiesa: è questo un gesto che non indebolisce l’ecumenismo ma anzi lo rafforza in quanto il vero problema odierno è la scomparsa di Dio dall’orizzonte degli uomini, ha spiegato.
* la Repubblica, 9 novembre 2009
I carcerieri di Dürrenmatt
di Beppe Sebaste (l’Unità, 01.12.2009)
Claustrofobia è un concetto che si usa poco in politica, eppure è proprio questo che provocano i regimi chiusi e totalitari, a diversi gradi del loro insediamento. Gli ingredienti sono sempre gli stessi: chiusura, appunto, omogeneizzazione, ripiegamento sulla propria identità; identità che, a diversi livelli di fascistizzazione, si basa sulla comunanza del suolo oppure del sangue. L’appartenenza religiosa ha pure un ruolo importante in questa marca di identità.
In Svizzera, storicamente terra d’asilo e di rifugiati politici e religiosi, dove un referendum populista ha proibito l’edificazione di minareti, nel 1990 il grande Friedrich Dürrenmatt pronunciò un discorso d’indimenticabile e feroce ironia contro la politica claustrofobizzante del suo Paese. Descrisse la Svizzera come una paradossale prigione nella quale gli svizzeri sono carcerati e al tempo stesso carcerieri di se stessi, «per dimostrare la propria libertà». In tale prigione, disse, «gli Svizzeri si sono rifugiati (...) perché soltanto lì essi sono sicuri di non essere aggrediti».
Vale la pena di ricordare alla lettera un passo del discorso di Dürrenmatt: «C’è un solo problema in questa prigione, quello di provare che non è una prigione ma il rifugio della libertà, poiché, dall’esterno, una prigione è una prigione e quelli che sono dentro sono carcerati, e chi è carcerato non è libero: agli occhi del mondo esterno, solo i carcerieri sono liberi, poiché se non fossero liberi sarebbero carcerati. Per risolvere questa contraddizione i carcerati hanno introdotto l’obbligo generale di essere guardiani: ogni carcerato dimostra di essere libero facendo lui stesso il proprio carceriere. Ciò che dà agli svizzeri il vantaggio dialettico di essere al tempo stesso liberi, carcerati e carcerieri».
Le sue parole valgono oggi più che mai per l’Italia, da quando a fare le leggi c’è un paradossale «Popolo delle libertà», guidato dai carcerati-carcerieri della Lega. Non so voi, ma la mia claustrofobia sta superando il livello di guardia.❖
ALLA CORTESE ATTENZIONE DELLA REDAZIONE con preghiera di pubblicazione
COMUNITA’ PARROCCHIALE “SANTI PIETRO E PAOLO” VIA SIENA, 1, 95128 CATANIA. Tel: 095431949
Con gioia e commozione abbiamo saputo della decisione approvata lunedì 30 novembre, quasi all’unanimità, dal Consiglio comunale di Catania, con ben tre ordini del giorno, di “esporre la croce nell’aula consiliare e in tutti i locali della municipalità aperti al pubblico”. Non solo appoggiamo entusiasticamente l’iniziativa ma suggeriamo qualcosa di più: mettiamo nell’aula comunale e in tutti gli uffici pubblici accanto al Crocifisso, da un lato un bel ritratto di Sant’Agata, dall’altro un’immagine del papa! Sarà così pienamente assicurata la nostra identità catanese e cattolica, nonché la piena ortodossia della fede. Spero vogliate permetterci di desiderare anche di andare oltre. Perché non nominare un cappellano stabile per la Giunta e il Consiglio comunale che benedica l’inizio delle sedute? E perché non iniziare le sedute con una preghiera comune? L’intervento dall’alto sarebbe assicurato! Perché solo un intervento dall’alto può risollevare la classe politica che ci governa e le deplorevoli condizioni di questa nostra sventurata città!
Catania, 1 dicembre 2009
Sac. Salvatore Resca Vice parroco della chiesa dei santi Pietro e Paolo Insieme ad un gruppo di parrocchiani 095/502230; 3683387539; sresca@tiscali.it
P.S.: Nei locali della parrocchia si raccolgono firme per appoggiare l’iniziativa.