[...] credo che affermare “ io, dall’Amore di D(ue)IO ... e non li dimentico” sia più rispondente all’antropologia (biblica e umana, in generale), alla tradizione dei nostri padri e delle nostre madri, alla Lingua d’Amore.... e alla nostra stessa Costituzione Italiana (non di quella della edipica-dogmatica della chiesa cattolico-romana!!!). Voi siete dei: io divento e sono un “dio”, che solo nell’incontro, nel riconoscimento, e nel dialogo con un altro “dio” o un’altra “dio”, diventiamo e divento, siamo e sono, Uno con l’Amore, lo Spirito Santo, il Padre Mio - e Nostro! Questa è la Legge, e questo il grande comandamento di Gesù (non del papa del IV sec. d. C. - papa Benedetto XVI): “ "Che cosa sta scritto nella Legge? Che cosa vi leggi?". Costui rispose: "Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente e il prossimo tuo come te stesso". E Gesù: "Hai risposto bene; fa questo e vivrai"“(Luca: 10, 26-28) - invitando così (come si può notare) a non cancellare né "Dio", né "il prossimo", e né "te stesso"!!! [...]
PER UN’EUROPA.... talebanica, fondamentalista, e nazistoide!!!
Una nota sulla "poesia della persona umana" e sulla cecità della Chiesa cattolico-romana
di Federico La Sala*
A) "METTI LA FAMIGLIA NEL CUORE DELL’EUROPA" ... e al bando le tautologie sessuali (omossesualità e lesbismo)!: "Le tautologie sessuali - ha aggiunto il filosofo [Stanislw Grygiel del Pontificio Istituto Giovanni Paolo II, all’interno del Simposio europeo di docenti universitari sul tema "La famiglia in Europa"] distorcono la poesia della persona umana e, provocano il caos nel suo amore e lavoro. In questo caos, il matrimonio, la famiglia e la società si corrompono. Di conseguenza si disgrega anche la cultura, poiché la cultura si basa sulla relazione uomo-donna"(Avvenire, 25.06.2004, p. 11).
B) EUROPA: RADICI CRISTIANE!? MA DOV’E’ GIUSEPPE?!!!
Intervento inviato al Forum dell’ "Avvenire": EUROPA, CHE FARE? (28.06.2004).
Per un’EUROPA NUOVA, ci vuole una NUOVA "Sacra Famiglia": il modello ’cattolico-romano’ è ancora pre-cristiano. E’ edipico (per dirla con FREUD: c’è Maria e Gesù, MA DOV’E’ GIUSEPPE)?!!! Io, da cristiano ed eu-ropeo (come eu-angelico!!!), sono figlio dell’Amore (= DIO) di ’Giuseppe’ e ’Maria’ e non solo di ’Maria’. Queste sono le mie "radici": bisogna RICONOSCERE GIUSEPPE (A PIENO TITOLO, INSIEME A MARIA: "io accolgo te" - "io accolgo te")!!! Basta con i riduzionismi biologici e antropologici e i deliri teologici!!! Cerchiamo di essere all’altezza della nostra piccola fragile umanità - figli e figlie di Dio, tutti e tutte, senza cecità e zoppicamenti. Siamo s-inc-eri, siamo nel terzo millennio dopo Cristo!!! Non è mai troppo tardi: SVEGLIA. Apriamoli tutti e due, GLI OCCHI!!!
* www.ildialogo.org, Mercoledì, 30 giugno 2004
Fox non è Lutero e Ratzinger ... non ha sbagliato!!!
95 TESI? FORSE NE BASTA UNA SOLA!
Una breve considerazione di Federico La Sala*
Caro Direttore
A proposito delle 95 TESI ( Matthew Fox, “95 tesi sulla porta della cattedrale di Wittenberg. Di nuovo!”, Adista, n. 46 del 18 giugno 2005) ..... devo dire che il sogno-desiderio di Fox di ottenere lo stesso effetto di Lutero è totalmente campato in aria!!! Proprio il primo punto non quadra: denuncia una cecità politica e teologica, che non ha niente a che fare (a mio parere) né con Lutero .... e nemmeno con la stessa Chiesa Cattolica(al di là delle critiche) dello stesso Papa “Ratzinger”. Eccolo: "1. Dio è Madre e Padre". Fox, Chi ha “dimenticato” o addirittura ha “ucciso”? Fox, fin dal principio, ha tolto di mezzo ... il Principio, proprio Dio - lo Spirito Santo!!! Attenzione: Dio non solo è Madre e Padre, ma è anche e soprattutto Dio stesso! N on c’è alcun Dio, se non Dio!!! Con i Due, manca il Terzo, che - in verità - è il Primo. Questo ci ha detto Gesù, il Figlio: il Padre è lo Spirito Santo, l’Amore che unisce i Due, li eleva e li costituisce in Madre e Padre, che danno vita al Figlio, che è il quarto.... E ogni cristiano e cristiana su di sé, nel farsi il segno della croce (che noi stessi e noi stesse siamo: prendi la tua croce e seguimi... sulla strada del Padre Nostro, Amore) dovrebbe saperlo. A partire da se stesso e da se stessa, chi lo fa - il segno di “croce”!- ricorda e dice a se stesso e a se stessa che è rinato e rinata nello spirito dell’Amore (non del Cristo di Bush, né di papa Benedetto XVI, ... né di nessun altro!!!): In Nome del Padre, in nome del Figlio (che è qui e ora testimonia la realtà, la vita e la verità, dell’unione del padre e della madre - dx e sx del proprio corpo), lo Spirito Santo - Amore...è! Così sia ... e così è!
A mio modesto parere, credo che affermare “ io, dall’Amore di D(ue)IO ... e non li dimentico” sia più rispondente all’antropologia (biblica e umana, in generale), alla tradizione dei nostri padri e delle nostre madri, alla Lingua d’Amore.... e alla nostra stessa Costituzione Italiana (non di quella della edipica-dogmatica della chiesa cattolico-romana!!!). Voi siete dei: io divento e sono un “dio”, che solo nell’incontro, nel riconoscimento, e nel dialogo con un altro “dio” o un’altra “dio”, diventiamo e divento, siamo e sono, Uno con l’Amore, lo Spirito Santo, il Padre Mio - e Nostro! Questa è la Legge, e questo il grande comandamento di Gesù (non del papa del IV sec. d. C. - papa Benedetto XVI): “ "Che cosa sta scritto nella Legge? Che cosa vi leggi?". Costui rispose: "Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente e il prossimo tuo come te stesso". E Gesù: "Hai risposto bene; fa questo e vivrai"“(Luca: 10, 26-28) - invitando così (come si può notare) a non cancellare né "Dio", né "il prossimo", e né "te stesso"!!!
L’Amore non separa né alza ponti levatoi o steccati. Né il Padre, né la Madre, e neppure il Figlio o la Figlia, o, che è lo stesso e come vuole Fox, “Madre e Padre” è Dio. Michele, l’arcangelo Michele, sta lì a ricordarcelo da sempre!!! Il suo Nome è un Urlo che risuona dall’inizio e per tutta la storia e giunge fino al cuore del nostro stesso presente: Chi è come Dio?! (questo significa il suo Nome!). Chi pretende di esserlo, fosse pure il Santo Padre, ... la Santa Madre, o la Santa Figlia o il Santo Figlio, è solo un povero Lucifero - o, se “madre e padre”, ... due poveri diavoli. L’Amore, questo vuol dire Amore, significa che il ’cerchio’ non si chiude né può chiudersi mai - ad opera di nessuno e intorno a nessuno (fosse uno, fossero due, o fossero diecimila - la ’società’ in cui regna Amore è ‘aperta’ - questo né Popper né tantomeno Pera lo sa!!!), diversamente è la ricaduta nell’orizzonte pre-evangelico, greco-romano o ... new age, e sempre fuori dalla grazia di Dio, dell’Unico Sole, dall’Amore stesso!
Lutero lo sapeva: solo Dio salva! E, del resto, non è questo anche il senso di tutta la buona novella? Preceduto da Socrate, Gesù l’aveva ripetuto, chiarito e detto senza mezzi termini - contro ogni tentazione: solo Dio è buono!!! L’evangelista Giovanni cosa scrive? La Luce, l’Amore .... accoglierLa, accoglierLo! Di questo esser capaci, tutti e tutte - al di là di ogni “platonismo per il popolo” e di ogni ‘cattolicesimo’ di parte!!! Questo è il problema: avere il coraggio di aprire gli occhi, di vedere, di assaggiare - sì, anche di assaggiare! "Sapere aude!": a questo invitava il vecchio “cinese” di Koenigsberg! Egli la sapeva lunga e non cedette mai alle lusinghe né del materialismo né dell’idealismo né del relativismo né dello scetticismo .....né ai sogni di un visionario dell’epoca. Egli sapeva della "grande luce": l’aveva vista e aveva capito! Perciò esortava: abbi il coraggio di sapere (di servirsi della propria intelligenza, per conoscere e ...assaggiare!) - abbiate il coraggio, non abbiate paura!!! Altro che astenersi! Ma da che?! Dal dialogo, dall’amore, e dalla conoscenza?! Mah !!! L’unica cosa da fare è proprio quella di aprire di più e meglio gli occhi, tutti e due! - e deciderci ad accogliere la luce che viene da fuori e da dentro di noi stessi..... dall’altro e dall’altra, da noi stessi - tutti e tutte, non da Mammona[caritas] o da Baal-lone. L’Unico nostro "Padre" - l’unico Solo, l’Amore di D(ue)IO... indica e mostra chi siamo e chi possiamo diventare: figli e figlie di “Dio”, figli e figlie della “Relazione” di cittadini-sovrani e cittadine sovrane di una società fondata su una nuova, salda, e robusta Alleanza, Costituzione. O, se no, che cosa?!!! Chiarito questo unico, personale- di ognuno e di tutti e di tutte, e fondamentale primo punto, possiamo aprire il dialogo ... e, se si vuole, cominciare a discutere le 94 Tesi. O no?!
Federico La Sala
* www.ildialogo.org/filosofia, Venerdì, 17 giugno 2005.
SUL TEMA, IN RETE E NEL SITO, SI CFR::
I SOGNI DEL CARDINALE MARTINI (iNTERVISTE E ARTICOLI)
L’APOSTOLO ASTUTO MENTITORE, SENZA GRAZIA ("CHARIS") E SENZA AMORE ("CHARITAS")! UNA NOTA SULL’OPERAZIONE DI SAN PAOLO:
(Si cfr.: Federico La Sala, L’enigma della Sfinge e il segreto della Piramide, Ripostes, Roma-Salerno 2001, pp.24-25).
L’ANNUNCIO A GIUSEPPE E MARIA - DIO E’ AMORE ("DEUS CHARITAS EST": 1 GV., 4.8): LA NUOVA ALLEANZA E LA NUOVA LEGGE. COME IN CIELO COSI’ IN TERRA: RESTITUIRE A GIUSEPPE L’ANELLO DEL PESCATORE - come già Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II - ... E L’ONORE E LA GLORIA DOVUTA. PACEM IN TERRIS ...
LE RELIGIONI SI PREPARANO AL FUTURO?
di SABINO ACQUAVIVA (Avvenire, 03.03.2010)
Il futuro? Un nuovo mondo, molto diverso dal precedente, in cui ancora abitiamo. Ma si tratta di un futuro che ci affascina e ci fa paura. Il grattacielo di Dubai, con i suoi 818 metri e 162 piani, annuncia una società dominata da una selva di città verticali, capaci di ospitare 100.000 abitanti ciascuno e che si espanderà nello spazio di megalopoli di 20 o 30 milioni di abitanti. Nel 1950 soltanto New York era sopra i dieci milioni; nel 2001 le città che li superavano erano già 17, e il loro numero cresce continuamente. Ma se l’immagine del mondo di domani è differente da quella che ci offrivano ed offrono Venezia e Firenze, o le case dei contadini che un tempo abitavano le pianure europee, anche la figura umana cambia radicalmente nello spazio di un post-umanesimo fino a ieri imprevedibile.
Nanoscienze, informatica, biotecnologie, scienze cognitive e via dicendo, non cambiano soltanto gli spazi intellettivi e fisici in cui si muove la figura umana, forse rendono più attuale il sogno di Prometeo di dominare la natura. La vita continua ad allungarsi e la morte diventa qualcosa di molto diverso, anche perché la capacità di modificare geneticamente gli embrioni è destinata a mescolarsi a una trasformazione radicale della frontiera fra l’uomo e le macchine, che amplieranno nel nostro cervello i confini della memoria e dell’elaborazione cognitiva.
Per il corpo sono annunciati pezzi di ricambio e quindi la possibilità di rendere quasi senza confini la durata della vita. Culturalmente si finisce per mescolare fantascienza e realtà di un mondo futuro di cui molti finiscono per avere insieme paura e nostalgia. Paura perché ci si rende conto che molta parte del nostro passato sarà cancellato; nostalgia perché, figli di un’altra civiltà, non vedremo quasi nulla di questo futuro. Ma tali mutamenti finiscono per trasformare anche alcune sicurezze della nostra esistenza.
Ad esempio: l’universo di oggi, per il quale si parla di miliardi di stelle e nebulose, non è certamente quello di cui si occupava Galileo quando studiava i pianeti. E quindi si trasforma anche il suo significato. La natura? Cos’è la natura? Qualche filosofo sostiene che ne fa parte anche l’universo tecnologico di oggi, che invade ogni aspetto della vita. E Dio? È il Dio di sempre? O questo nuovo mondo richiede anche una maniera nuova e diversa di essere religiosi? Di credere nei simboli e nelle verità di sempre?
Come pensare religiosamente un universo milioni di volte più grande? Da questi interrogativi ne derivano altri. Ad esempio: le religioni e le Chiese come si possono adeguare al cambiamento? Fino a ieri parlare del passato e della sua cultura era soddisfacente, rasserenante; ad esempio era logico che si discutesse e scrivesse, anche polemicamente, di marxismo, di ateismo, eventualmente ricordando che Kierkegard pensava a due uniche certezze, l’infinito e l’eterno. Oggi l’orizzonte culturale sta cambiando.
Eppure il mondo delle megalopoli, di una quasi eternità fisica degli esseri umani, dello sconcertante postumanesimo che sembra voler modificare l’identità dell’uomo, non è quasi mai oggetto di dibattito religioso.
Eppure un tentativo di interpretare religiosamente la realtà è urgente e necessario, e dovrebbe affrontare il futuro così come la storia: perché un presepio in un paesino di campagna delle pianure europee non è uguale allo stesso presepio in un grattacielo alto un chilometro e abitato da centomila individui.
Ebrei e cristiani, una disputa (e un mistero) in famiglia
di Vittorio Messori (Corriere della Sera, 19 gennaio 2010)
In questi giorni, torrenti di parole per la visita di Benedetto XVI alla Sinagoga romana, eretta là dove sorgeva il ghetto e orientata in modo da fronteggiare, quasi a sfida, la basilica, la più grande del mondo, che copre il sepolcro di un tal Simone. Un pio giudeo, costui, un oscuro pescatore sul lago di Tiberiade, rinominato Kefas, Pietro, da un certo Gesù, colui che, storicamente, altro non è se non un predicatore ambulante ebraico dell’epoca del Secondo Tempio, uno dei tanti che si dissero il Messia atteso da Israele.
Il solito esaltato, all’apparenza (e tale apparve a un burocrate di Benevento, della famiglia dei Ponzi, chiamato controvoglia a giudicarlo), un visionario. Punita con la più vergognosa delle morti, quella riservata agli schiavi. Un illuso di cui si sarebbe perso il ricordo se i suoi discepoli- tutti circoncisi e fedeli alla Torah- non avessero cominciato a proclamare, con una testardaggine intrepida, che quel rabbì finito in malo modo era risorto ed era davvero l’Unto annunciato dai profeti.
Quel gruppetto di ebrei riuscì a convincere altri ebrei, prima a Gerusalemme e poi nelle sinagoghe dell’emigrazione, dove si recarono ad annunciare che l’attesa millenaria di Israele aveva avuto compimento. La messe maggiore tra i correligionari la fece un credente entusiasta, un altro figlio di Abramo, un Saulo detto Paolo che, perché le cose fossero chiare, precisava subito ai correligionari di essere «circonciso l’ottavo giorno, della stirpe di Israele, della tribù di Beniamino, ebreo, figlio di ebrei». Anch’egli, come Pietro, finì ucciso dai pagani a Roma e anche sul suo sepolcro fu costruita una gigantesca basilica. Se da tutta l’Europa, per tutto il Medio Evo, folle di pellegrini convennero salmodianti e penitenti sul Tevere, è proprio per venerare la sepoltura di quelle due «colonne della fede»: entrambe, costituite da giudei sino al midollo.
A lungo, i pagani non si preoccuparono di distinguere, dividendo sbrigativamente gli ebrei in due gruppi, quelli che alla loro fede aggiungevano questo esotico Cristo e quelli che lo rifiutavano: noiose dispute, querelles teologiche viste tante volte all’interno di ogni religione.
Benedetto XVI, leggo in una cronaca, aveva con sé una piccola Bibbia che ha posato sul sedile dell’auto, scendendo davanti alla sinagoga. Ebbene, tra i 73 libri che compongono quel Testo su cui si fonda la fede della Chiesa solo Luca e, forse, Marco non sono figli di Israele. Tanto che si preferisce oggi sostituire l’indicazione di «Antico» e «Nuovo» Testamento con quella di «Primo» e «Secondo» Testamento, per sottolineare la continuità e l’omogeneità del messaggio. Perché ricordiamo tutto questo, e molto altro ancora che potremmo allegare? Ma perché numerosi commentatori, anche in questi giorni, sembrano dimenticare che, qui, vi è una storia in famiglia e, al contempo, un mistero religioso.
È una storia di fede, e di fede soltanto: il «laico» può soltanto intravederne, e spesso in modo fuorviante, i contorni esterni. È un confronto tra figli di Abramo, sia per nascita che per adozione. E anche questo aspetto familiare ne spiega le asprezze, non unicamente da una parte: gli Atti degli Apostoli e le lettere di Paolo mostrano quanto dura sia stata la reazione del giudaismo ufficiale nei confronti degli «eretici». Ma chi ignora che i contrasti più aspri sono proprio quelli tra parenti stretti, che le guerre più temibili sono quelle civili? Fratelli, coltelli. Il cristianesimo è da duemila anni la fede in un Messia di Israele annunciato e atteso nei duemila anni precedenti da quello stesso Israele che poi in parte- ma solo in parte- non lo ha riconosciuto.
Per l’ennesima volta, molte delle analisi e opinioni di questi giorni non sembrano consapevoli che qui siamo al di là delle categorie della storia, della politica, della cultura. I rapporti interni al giudeo-cristianesimo non sono un «problema» affrontabile con le consuete categorie: sono, lo dicevamo, un Mistero. Parola di Saulo-Paolo, e proprio ai Romani: «Non voglio, infatti, che ignoriate questo Mistero, perché non siate presuntuosi: l’indurimento di una parte d’Israele è in atto fino a quando saranno entrate tutte le genti. Allora, tutto Israele sarà salvato, come sta scritto». In ogni caso, anche gli «induriti», sono «amati a causa dei padri, perché i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili».
Del tutto insufficienti, qui, le sapienze di politologi e intellettuali che non siano consapevoli che il confronto tra ebrei e cristiani appartiene non alla storia, ma alla teologia della storia. Solvitur in Excelsis: qui vi è un enigma, troppo spesso doloroso, che trova spiegazione solo nei Cieli, per dirla con quel grande filosofo e insieme grande cristiano che fu Jean Guitton.
CATTOLICI, PENSIAMO A UN CONCILIO VATICANO III
di Vito Mancuso (la Repubblica, 25.02.2009)
Sono passati cinquant’anni dal primo annuncio del Vaticano II da parte di papa Giovanni e nella Chiesa si discute ancora sul significato di quell’evento. Io ritengo che il problema oggi in realtà non sia tanto il Vaticano II quanto piuttosto il Vaticano III, e per illustrare la mia tesi inizio con un riferimento alla politica italiana. In essa una serie di circostanze ha fatto sì che coloro che amano definirsi progressisti si ritrovino ad avere come principale bandiera la difesa del passato, nella fattispecie la Costituzione del 1947. Io sono fermamente convinto della necessità di essere fedeli ai valori della Costituzione e ho qualche sospetto su certe dichiarazioni in suo sfavore (poi quasi sempre ritrattate), ma non posso fare a meno di notare che il messaggio complessivo dei progressisti che giunge al Paese sia perlopiù rivolto al passato, mentre quello dei non progressisti sia paradossalmente più carico di progresso, di desiderio di innovare e di cambiare (che, vista la diffusa insoddisfazione rispetto al presente, è quanto tutti desiderano).
Per evitare che la stessa cosa avvenga nella Chiesa trasformando i progressisti in antiquati lodatori di un tempo che fu e in risentiti critici del presente (pericolo più che concreto), a mio awiso è necessario iniziare a coltivare nella mente l’idea di un Vaticano III, applicando lo spirito del Vaticano II a ciò che di più urgente c’è nel nostro tempo, cioè la comprensione della natura e della vita umana in essa. La svolta positiva che il Vaticano II ha introdotto nel rapporto tra cattolici e storia deve essere estesa al rapporto con la natura. Una volta fatto ciò, avverrà che, come oggi i cattolici sono tra i piu equilibrati nell’interpretare le questioni economiche e sociali, e tra i pochi ad avere una coscienza profetica di fronte alla forza militare, lo stesso equilibrio apparirà sulle questioni bioetiche.
Si tratta solo di estendere alla natura il medesimo principio di laicità applicato alla storia dal Vaticano II. Il criterio è quello indicato dal Concilio nel punto 7 della dichiarazione "Dignitatis humanae": "Nella società va rispettata la consuetudine di una completa libertà, secondo la quale all’uomo va riconosciuta la libertà più ampia possibile, e non dev’essere limitata se non quando e in quanto e necessario". Se questa libertà, come insegna il Concilio, deve essere garantita agli uomini nel rapporto con Dio (che è il bene più prezioso che c’è), è evidente che una sana teologia non puo non estenderla anche alla deliberazione degli uomini sulla propria vita naturale mediante il principio di autodeterminazione. E’ questo passaggio che la dottrina della Chiesa, in fedeltà a sé stessa, è chiamata a esplicitare.
Tra gli storici cattolici (eminenti prelati compresi) fervono in verita le discussioni sul Vaticano II, se abbia costituito davvero una svolta rispetto al magistero precedente (un po’ come la Costituzione repubblicana rispetto allo Statuto albertino) oppure se sia stato una semplice e naturale opera di riforma come altre. C’è più discontinuità, o c’è più continuità tra il Vaticano II e i pontefici preconciliari? A mio avviso non ci possono essere dubbi che il Vaticano II abbia costituito una svolta, anche abbastanza radicale, rispetto al magistero precedente. Riporto due episodi emblematici.
Nel 1832 Gregorio XVI scomunica Lamennais per aver sostenuto la libertà di coscienza in materia religiosa, definita dal pontefice "delirio"; nel 1965 il Vaticano II approva quel delirio con la dichiarazione "Dignitatis humanae". Nel 1950 Pio XII condanna la theologie nouvelle allontanandone dalla cattedra i principali esponenti tra cui il gesuita Henri de Lubac, il quale, una volta eletto papa Giovanni, torna in cattedra, partecipa al Vaticano II, riceve lettere autografe da Paolo VI e nel 1983 viene nominato cardinale da Giovanni Paolo II.
Se già da questi due fatti è difficile negare in buona fede che qualcosa sia radicalmente mutato ante e post Vaticano II, la discontinuità appare in tutta la sua limpida chiarezza quando si passa ai seguenti elementi contenutistici: 1) la lettura della Bibbia, prima scoraggiata, viene promossa a tutti i livelli, e scompare ogni diffidenza nell’utilizzo del metodo storico-critico negli studi biblici; 2) in liturgia si passa dal latino alle lingue nazionali, si sposta l’altare verso l’assemblea, si restaura l’anno liturgico; 3) da una concezione clericale della Chiesa si passa a una valorizzazione del sacerdozio universale dei fedeli; 4) i cristiani delle confessioni non cattoliche passano da scismatici ed eretici a "fratelli separati", mentre Paolo VI e Atenagora patriarca di Costantinopoli si tolgono le reciproche scomuniche; 5) si rivede il rapporto con gli ebrei, togliendo il "perfidi giudei" dalle preghiere del venerdì santo e non considerandoli piu popolo "deicida"; 6) le altre religioni non sono più pensate come idolatrie ma come vie di avvicinamento al mistero divino e portatrici di salvezza; 7) il mondo moderno non viene più condannato in blocco per ciò che di nuovo produce, in particolare le libertà democratiche, ma si passa a un atteggiamento di ascolto e cordialità.
Per quest’ultimo punto è sufficiente mettere a confronto anche solo due righe del celebre Syllabus di Pio IX del 1864 con il documento conclusivo del Vaticano II "Gaudium et spes" per rendersi conto che c’è una differenza molto maggiore dei 101 anni che li separano nel tempo. Pio IX parla di "scellerate trame degli empi, che, come flutti di mare tempestoso, spumano le proprie turpitudini", il Vaticano II invece di "scrutare i segni dei tempi per conoscere e comprendere il mondo in cui viviamo". A che cosa è dovuta la notevole differenza? Al mondo, alla diversa idea del rapporto tra cristiani e mondo.
Col Vaticano II il mondo, da avversario con cui lottare, è entrato a far parte della coscienza che il cristiano ha di sé e della propria fede. Il che ha comportato che alcuni concetti, prima condannati, siano poi diventati positivo insegnamento dei papi. Oltre alla libertà religiosa si possono ricordare le libertà democratiche, la salvezza universale, la separazione Chiesa-Stato, la libertà di stampa. Con il Vaticano II finisce l’epoca della Controriforma, cioè della Chiesa che è contro: contro le altre chiese cristiane, contro le altre religioni, contro il mondo civile.
In questo senso io concordo pienamente con coloro che colgono la principale novità del Vaticano II non tanto in un insegnamento positivo quanto in un atteggiamento spirituale e parlano di "spirito del Vaticano II". Tale spirito consiste in un rinnovato rapporto della Chiesa col mondo, nel senso che nel leggere la storia del mondo è subentrata la categoria di laicità, giungendo così a riconoscere l’autonomia della storia, della politica, della ricerca scientifica, dellasocietà civile. La mano di Dio non è più pensata come direttamente coinvolta nella storia, la quale ha una sua autonomia e deve essere lasciata libera di autodeterminarsi: è da questa nuova teologia che è scaturita una relazione più serena e più amichevole col mondo.
Se ai nostri giorni la Chiesa sembra talora tornata quella della Controriforma (non a torto Marco Politi intitola il suo nuovo libro "La Chiesa del no"), questo lo si deve in gran parte a un’antiquata teologia della natura che ancora governa la dottrina, incapace di assumere il principio di laicità introdotto dal Vaticano II a proposito della storia. Come il Syllabus di Pio IX non coglieva la necssità di una nuova teologia della storia, così i documenti del magistero odierno non colgono la necessità di una nuova teologia della natura, e conseguentemente della vita e della morte degli uomini. Questo sarà il compito del Vaticano III, che ogni cattolico responsabile deve iniziare a preparare dentro di sé, nella preghiera e nell’esercizio vigile dell’intelligenza. Lo Spirito è sempre al lavoro.
CONCILIO VATICANO III
di don Aldo Antonelli
Vito Mancuso, in un articolo apparso su La Repubblica del 25 Febbraio scorso dal titolo “Cattolici, pensiamo a un Concilio Vaticano III”, accarezza l’idea di un Vaticano III «applicando lo spirito del Vaticano II a ciò che di più urgente c’è nel nostro tempo, cioè la comprensione della natura e della vita umana in essa”. E precisa: La svolta positiva che il Vaticano II ha introdotto nel rapporto tra cattolici e storia, deve essere estesa al rapporto con la natura.(...) Si tratta solo di estendere alla natura il medesimo principio di laicità applicato alla storia dal Vaticano II. Il criterio è quello indicato dal Concilio nel punto 7 della dichiarazione Dignitatis Humanae: “Nella società va rispettata la consuetudine di una completa libertà, secondo la quale all’uomo va riconosciuta la libertà più ampia possibile, e non deve essere limitata se non quando e in quanto necessario”». E precisa: «Se questa libertà, come insegna il Concilio, deve essere garantita agli uomini nel rapporto con Dio (che è il bene più prezioso che c’è), è evidente che una sana teologia non può non estenderla anche alla deliberazione degli uomini sulla propria vita naturale mediante il principio di autodeterminazione. E’ questo il passaggio che la dottrina della Chiesa, in fedeltà a se stessa, è chiamata a esplicitare».
Il riferimento al problema suscitato dal caso Eluana e al testamento biologico è chiaro e non lo si può non condividere. Se siamo liberi di accettare o no Dio, l’Oggetto/Soggetto Immenso della Fede, il Totalmente Altro che non sarà mai “nostro” (a dispetto del nazifascista “Gott mit uns”), figurarsi se non abbiamo la libertà di accettare o meno la vita che ci è stata data e che è nostra!
Il problema, quindi, non è l’estensione di questa rivoluzione copernicana dal mondo antropologico a quello della natura. No! Il problema è l’idea del Concilio...!
Chi lo farebbe questo Concilio? Questo papa? Con questi Cardinali e con questi Vescovi?
Dio ce ne scampi e liberi!
Da un papa “idiota”, nel senso letterale del termine, che confonde il “suo” mondo per il mondo di Dio, figlio di una specie di partenogenesi, frutto dei giochi di palazzo, Dio ci scampi e liberi.
Ed anche da una gerarchia clonata su un modello unico di “autorità”, autoreferenziale e supponente, mondana ed antievangelica, sumoniacamente mercantile e licenziosamente disponibile ad ogni tipo di connubio pur di restare sulla cresta dell’onda; da questa gerarchia libera nos Domine!
Non c’è da aspettarsi nulla di buono e lo stesso Spirito Santo si sentirà imbavagliato da questi gerarchi che “hanno sempre più bisogno di esecutori che di collaboratori, di formale ortodossia che di luminosa ortoprassi, di ossequio che di creatività, di obbedienza che di fede"(Aldo Bergamaschi: Diario di Mazzolari p.14)
Che senso avrebbe, in ultimo, ipotizzare un Vaticano III quando il Vaticano II è tutto ancora di attuare?
Aldo
Una riflessione sulla Chiesa Cattolica del più grande teologo vivente
Un intervento del teologo Hans Küng
di Hans Küng
in "la Repubblica" del 7 febbraio 2009*
In brevissimo tempo, il neo-eletto presidente Barack Obama è riuscito a far riemergere gli Stati Uniti da un clima depresso da Controriforma. La sua è una visione di speranza, resa credibile dal cambiamento di rotta della politica interna ed estera degli Stati Uniti. Nella Chiesa cattolica le cose stanno diversamente. L’atmosfera è opprimente, il blocco di ogni riforma paralizzante. A quasi quattro anni dall’elezione di Benedetto XVI, molti lo vedono come un altro George W. Bush. E il fatto che abbia voluto celebrare il suo 81° compleanno alla Casa Bianca non è una coincidenza.
Sia Bush che il papa sono irriducibili in materia di controllo delle nascite e di interruzione della gravidanza, autocratici, avversi a qualunque seria riforma. Hanno esercitato le rispettive cariche senza alcuna trasparenza, imponendo restrizioni alle libertà e ai diritti umani. Al pari di Bush durante il suo periodo di governo, anche Benedetto XVI ha subito un crescente calo di consensi, tanto che molti cattolici non si aspettano ormai più nulla da lui.
Il peggio è arrivato con la recente revoca della scomunica di quattro vescovi tradizionalisti, a suo tempo consacrati illegalmente, al di fuori dell’autorità pontificia: una decisione che ha confermato tutti i timori sorti al momento dell’elezione di Benedetto XVI. Il 4 febbraio, dopo la levata di scudi globale suscitata da quella decisione, il Vaticano ha annunciato di aver chiesto al più contestato dei quattro vescovi, il britannico Williamson, di prendere le distanze dalla sua notoria negazione dell’Olocausto, come condizione per poter essere reintegrato a pieno titolo come vescovo della Chiesa Cattolica Romana. Ma al di là di questa mossa conciliatoria, sembra evidente che il papa tenda a favorire chi continua a respingere la libertà di religione affermata dal secondo Concilio ecumenico del Vaticano (noto come Vaticano II), e a rifiutare il dialogo con le altre Chiese, la riconciliazione col giudaismo, la stima e il rispetto verso l’Islam e le altre religioni mondiali, la riforma della liturgia.
In nome della «riconciliazione» con un ristrettissimo gruppo di tradizionalisti reazionari, questo papa rischia di perdere la fiducia di milioni di cattolici del mondo intero rimasti fedeli al Concilio Vaticano II. E il fatto che a farlo sia un papa tedesco peggiora ulteriormente le cose. Le scuse tardive non risolvono nulla.
Eppure, per Benedetto XVI un cambiamento di rotta comporterebbe difficoltà assai minori di quelle che deve affrontare il presidente degli Stati Uniti. Il papa non ha bisogno di fare i conti con il potere legislativo di un Congresso, né con quello giudiziario di una Suprema corte. È il capo assoluto di un governo, legislatore e giudice supremo della Chiesa. Se lo volesse, potrebbe autorizzare da un giorno all’altro la contraccezione, il matrimonio dei sacerdoti, l’ordinazione delle donne e la condivisione dell’Eucaristia con le Chiese protestanti.
Cosa farebbe un papa che decida di agire nello stesso spirito di Barack Obama?
Ammetterebbe senza mezzi termini la crisi profonda in cui versa la Chiesa cattolica, e identificherebbe i nodi centrali del problema: la mancanza di sacerdoti in molte congregazioni; la crisi delle vocazioni al sacerdozio; il latente collasso di antiche strutture pastorali in seguito a impopolari fusioni di parrocchie.
Proclamerebbe una visione di speranza: quella di una Chiesa rinnovata, di una ritrovata vitalità dell’ecumenismo e di un’intesa con gli Ebrei, i Musulmani e le altre religioni mondiali, di un atteggiamento positivo nei confronti della scienza moderna.
Si circonderebbe di personalità capaci, non di «yesman» ma di spiriti indipendenti, coadiuvati da esperti competenti e impavidi.
Avvierebbe immediatamente, per decreto, le misure per l’attuazione delle più importanti riforme.
Convocherebbe un Concilio ecumenico per promuovere un nuovo corso.
Ma nella realtà dei fatti, il contrasto tra i due è deprimente. Mentre il presidente Barack Obama, col sostegno del mondo intero, si mostra aperto alla gente e al futuro e guarda in avanti, questo papa rivolge gli occhi al passato, si ispira agli ideali della Chiesa medievale, vede la Riforma con scetticismo e mantiene un atteggiamento ambiguo nei confronti dei diritti e delle libertà moderne.
Mentre il Presidente Obama si adopera per una nuova collaborazione con i partner e gli alleati, il papa Benedetto XVI è ingabbiato, non diversamente da George W. Bush, in una concezione che lo porta a dividere il mondo in amici e nemici. E mortifica i fratelli cristiani delle Chiese protestanti rifiutando di riconoscere come Chiese le loro comunità. I rapporti con i musulmani non sono andati al di là di una confessione di «dialogo»; e quelli con gli ebrei sono profondamente incrinati.
Il presidente Obama irradia speranza, promuove attività civiche e fa appello a una nuova «era della responsabilità»; mentre il papa Benedetto XVI rimane prigioniero dei suoi timori, e vorrebbe stabilire un’«era della restaurazione», limitando quanto più possibile le libertà delle persone.
A differenza di Obama, che si lancia all’offensiva con audaci iniziative di riforma fondate sulla costituzione e sulla grande tradizione del suo Paese, il papa Benedetto XVI interpreta i decreti del Concilio riformista del 1962- ’65 nel senso più retrogado, con lo sguardo rivolto al Concilio conservatore del 1870.
Ma dato che Benedetto XVI non è Obama, per l’immediato futuro dobbiamo poter contare su un episcopato che non passi sotto silenzio gli evidenti problemi della Chiesa, ma ne parli apertamente e li affronti con energia a livello diocesano; e inoltre abbiamo bisogno di teologi pronti a collaborare attivamente a una visione della nostra Chiesa per il futuro, senza timore di dire e di scrivere la verità; di pastori capaci di assumersi arditamente le loro responsabilità, protestando al tempo stesso contro gli eccessivi oneri derivanti dalle fusioni di molte parrocchie; e infine di donne capaci di usare con fiducia ogni possibilità di esercitare la propria influenza.
Ma tutto questo è davvero possibile? La risposta è sì. «Yes, we can».
Traduzione di Elisabetta Horvat
dalla rassegna stampa di Incontri di Fine Settimana
http://www.finesettimana.org/pmwiki/uploads/Stampa/090207kung.pdf
copyright 2009 Distribuito da The New York Times Syndicate
Ansa» 2008-06-29 15:13
PAPA: CHIESA NON SIA DI UN SOLO STATO MA DI TUTTI
CITTA’ DEL VATICANO - La "missione permanente di Pietro" capo della Chiesa è "far sì che la Chiesa non si identifichi mai con una sola nazione, con una sola cultura, con un solo Stato. Che sia sempre la Chiesa di tutti. Che riunisca l’umanità al di là di ogni frontiera e, in mezzo alle divisioni di questo mondo, renda presente la pace di Dio, la forza riconciliatrice del suo amore". Lo ha affermato il Papa nella omelia per la messa di san Pietro e Paolo, celebrata nella basilica vaticana con il patriarca di Costantinopoli Bartolomeo I e con gli arcivescovi metropoliti ai quali imporrà il pallio.
MONDO UNITO SU COSE MATERIALI CONFLIGGE.SERVE PACE DIO
Il mondo globalizzato, unito "sulle cose materiali" che fanno spesso "esplodere nuovi contrasti" ha sempre più "bisogno di unità interiore, che proviene dalla pace di Dio". E "missione permanente" del Papa e "compito particolare affidato alla Chiesa" è ricondurre a questa unità l’umanità. Lo ha affermato il Papa, nella omelia per la messa di san Pietro e Paolo che celebra nella basilica vaticana. "Grazie alla tecnica dappertutto uguale, grazie alla rete mondiale di informazioni, come anche grazie al collegamento di interessi comuni, - ha detto - esistono oggi nel mondo nuovi modi di unità, che però fanno esplodere anche nuovi contrasti e danno nuovo impeto a quelli vecchi". "In mezzo a questa unità esterna, basata sulle cose materiali, - ha sottolineato papa Ratzinger - abbiamo tanto più bisogno dell’unità interiore, che proviene dalla pace di Dio, unità di tutti coloro che mediante Gesù Cristo sono diventati fratelli e sorelle. E’ questa - ha rimarcato - la missione permanente di Pietro e anche il compito particolare affidato alla Chiesa di Roma".
PAPA CON BARTOLOMEO CELEBRA MESSA PER IMPOSIZIONE PALLIO
CITTA’ DEL VATICANO - Con a fianco il patriarca di Costantinopoli Bartolomeo I il Papa, nella basilica vaticana, ha dato inizio alla celebrazione per la festa di San Pietro e Paolo, durante la quale distribuirà il pallio - una stola simbolo della dignità arcivescovile e della unione con il Papa - a 40 arcivescovi metropoliti. Concelebrano con Benedetto XVI i 40 nuovi arcivescovi metropoliti nominati nell’ultimo anno. Ad altri 2 arcivescovi (William D’Souza, S.I., di Patna, India, e Edward Tamba Charles, di Freetown and Bo, Sierra Leone), il pallio verrà consegnato nelle loro sedi metropolitane.
Gli arcivescovi che riceveranno l’insegna, per l’Europa sono: Francisco Pérez Gonzàlez, di Pamplona y Tudela (Spagna); Paolo Pezzi, della Madre de Dio a Mosca (Federazione Russa); Tadeusz Kondrusiewicz, di Minsk-Mohilev (Bielorussia); Giancarlo Maria Bregantini, di Campobasso-Boiano (Italia); Reinhard Marx, di Munchen und Freising (Repubblica Federale di Germania); Willem Jacobus Eijk, di Utrecht (Paesi Bassi); José Francisco Sanches Alves, di E’vora (Portogallo); Giovanni Paolo Benotto, di Pisa (Italia); Stanislav Zvolensky, di Bratislava (Slovacchia); Francesco Montenegro, di Agrigento (Italia); Laurent Ulrich, di Lille (Francia);S?awoj Leszek G?odz, di Gdansk (Polonia); Marin Sraki, di Djakovo-Osijek (Croazia). Per l’Africa invece saranno: il card. John Njue, Arcivescovo di Nairobi (Kenya); Michel Christian Cartatéguy, di Niamey (Nìger); Matthew Man-Oso Ndagoso, di Kaduna (Nigeria); Laurent Monsengwo Pasinya, di Kinshasa (Repubblica Democratica del Congo); Richard Anthony Burke, di Benin City (Nigeria); Thomas Kwaku Mensah, di Kumasi (Ghana); Peter J. Kairo, di Nyeri (Kenya). Ancora per l’Asia: Sua beatitudine Fouad Twal, Patriarca di Gerusalemme dei Latini; John Hung Shan-Chuan, di Taipei (Taiwan); John Lee Hiong Fun-Yit Yaw, di Kota Kinabalu (Malesia).
Gli arcivescovi metropoliti americani che avranno il pallio sono: Edwin Frederick O’Brien, di Baltimore (Stati Uniti d’America); Lorenzo Voltolini Esti, di Portoviejo (Ecuador); Andrés Stanovnik, di Corrientes (Argentina); Anthony Mancini, di Halifax (Canada); Martin William Currie, di Saint John’s, Newfoundland (Canada); Mauro Aparecido dos Santos, di Cascavel (Brasile); O’scar Urbina Ortega, di Villavicencio (Colombia); Antonio José Lòpez Castillo, di Barquisimeto (Venezuela); Agustìn Roberto Radrizzani, di Mercedes-Lujàn (Argentina); Robert Rivas, di Castries (Santa Lucia); Louis Kébreau, di Cap Haitien (Haiti); Joseph Serge Miot, di Port-au-Prìnce (Haiti); Thomas John Rodi, di Mobile (Stati Uniti d’America); Donald James Reece, di Kingston in Jamaica (Giamaica); John Clayton Nienstedt, di Saint Paul and Minneapolis (Stati Uniti d’America). Luìs Gonzaga Silva Pepeu, O.F.M. Cap., di Vitòria da Conquista (Brasile). Infine per l’Oceania c’é l’arcivescovo John Ribat, M.S.C., di Port Moresby (Papua Nuova Guinea). Il pallio è una larga striscia di lana bianca a forma circolare chiusa, con i due capi che pendono nel mezzo del petto e del dorso, con ricamate delle piccole croci, che gli arcivescovi metropoliti indossano sopra la casula. E’ simbolo del vescovo buon pastore e insieme dell’Agnello crocifisso per la salvezza dell’umanità.
"BRUCEREM IL VATICAN...."
di Angela Azzarro *
COME FAR ARRIVARE LA VOCE DEL GAY PRIDE AI MEDIA? COSA PENSA IL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO DI CIÒ CHE I SUOI ELETTORI, NON QUELLI DELLA DESTRA, GLI HANNO CHIESTO? FARÀ LA LEGGE SULLE UNIONI CIVILI E QUELLA CONTRO LE DISCRIMINAZIONI OMOFOBICHE? DIRÀ CHE LE OFFESE DA PARTE DEL VATICANO CONTRO GAY, LESBICHE, TRANS NON SONO PIÙ ACCETTABILI IN UNO STATO LAICO? *
Ventiquattro ore dopo il Family day i più grandi giornali e telegiornali italiani non avevano avuto dubbi: il titolo di apertura era stato dedicato - nella stampa scritta, a caratteri cubitali - al presunto milione che aveva occupato piazza San Giovanni in difesa dei valori tradizionali. I giorni successivi la litania non era cambiata: tutto un susseguirsi di dichiarazioni e servizi per dire che quella manifestazione chiedeva, pretendeva una risposta da parte della politica.
Il giorno dopo il Pride, con un milione di donne e uomini in piazza per chiedere l’estensione dei diritti a tutte e tutti, la stampa e i tg non hanno avuto lo stesso riguardo. Portare tante persone, gay, lesbiche, trans, non è bastato per conquistare i titoli di apertura, né per sperare che il lunedì fosse dedicato alle reazioni della politica. Che cosa farà da oggi il governo Prodi? Cosa pensa il presidente del Consiglio di ciò che i suoi elettori, non quelli della destra, gli hanno chiesto? Farà la legge sulle unioni civili e quella contro le discriminazioni omofobiche? Dirà che le offese da parte del Vaticano contro gay, lesbiche, trans non sono più accettabili in uno Stato laico?
Silenzio. Un assordante silenzio, con Prodi che preferisce denunciare «la brutta aria» che c’è nel Paese, riferendosi alla destra che blocca le decisioni. Insomma, per parafrasare la sua dichiarazione: aria fritta. La distanza tra i cittadini, le cittadine e la politica, anche e soprattutto quella fatta dai media, non era mai stata così ampia. Drammatica. La crisi della politica e della rappresentanza così pesante e disarmante. Se il Papa parla e offende gay, lesbiche o trans accusandoli di essere pedofili e perversi le prime pagine sono assicurate, blindate. Si riempiono subito di titoli cubitali. Poche le proteste. Poche le voci di editorialisti che si sollevano per dire che così cresce l’odio, la violenza contro gli omosessuali. Poche voci si sollevano dal pulpito dei grandi quotidiani per dire che non approvare una legge sulle unioni civili è un fatto grave, che lede l’uguaglianza sancita dalla Costituzione.
A questo punto resta la domanda: che cosa fare per conquistare spazio, visibilità alle ragioni della civiltà e della laicità? Non è bastato, nel silenzio degli organi di informazione, portare un milione di persone in piazza. Non è bastato riempire piazza San Giovanni con una manifestazione rabbiosa, ma pacifica, dura ma anche orgogliosa. No, non è bastato. Bisogna forse arrivare a gesti eclatanti davanti al Vaticano o al Parlamento, bruciarsi come gesto disperato, come un ultimo tentativo di vedersi riconosciuto un diritto? Certo è che così non si può andare avanti. La totale impermeabilità tra media e politica da una parte e società civile dall’altra è talmente alta che non si può stare più indifferenti.
Fa bene Aurelio Mancuso, presidente dell’Arcigay, a lanciare lo sciopero fiscale e a invitare lesbiche, gay, trans a restituire le tessere elettorali. In Italia le persone non eterosessuali sono considerate cittadine di serie B, non godono degli stessi diritti. Tanto vale allora non assumersi neanche i doveri oppure esasperare lo scollamento privandosi della possibilità di decidere chi votare e chi no. Forse così i politici capirebbero, forse così capirebbe anche la Chiesa che dei contributi Irpef vive. Lo capirebbero anche le cosiddette famiglie tradizionali al cui welfare contribuiscono quegli uomini e quelle donne che, oggi, non possono avere una relazione riconosciuta e tutelata, oppure come single non possono sperare in nessuna facilitazione.
Il Pride di sabato è riuscito perché ha parlato un linguaggio che coinvolge tutte e tutti. Non riguarda solo gay, lesbiche e trans. Lo ha dimostrato l’ampia partecipazione in maniera organizzata del movimento femminista e l’ampia presenza di eterosessuali. E’ importante che quel coinvolgimento continui e che le associazioni omosessuali non siamo lasciate sole in questo momento, forse il più delicato, quello più duro da digerire. Non si aspetti l’ennesima esternazione del Papa per risollevare la richiesta delle unioni civili. Deve essere un sentire comune, una richiesta continua, condivisa, in ogni sede, in ogni occasione. Ma prima di tutto bisogna affrontare il rapporto con l’informazione, metterlo al centro dell’azione politica. Oggi sicuramente i giornali daranno molto più spazio alle polemiche sullo spettacolo annullato a Bologna "La Madonna piange sperma", perché considerato blasfemo, che alle richieste di un milione di persone.
Deporre i poveri dalla croce: cristologia della liberazione
di ADISTA *
Importante iniziativa di Adista che ha tradotto e messo a disposizione gratuitamente il libro "Deporre i poveri dalla croce: cristologia della liberazione" edito dalla Commissione Teologica Internazionale della ASETT, Associazione Ecumenica dei Teologi/ghe del Terzo Mondo, in risposta alla notificazione vaticana sulle opere di Jon Sobrino.
Care lettrici, cari lettori,
segnaliamo un’importante novità sul nostro sito. Si può leggere finalmente anche in italiano, scaricandolo gratuitamente dalla home page di www.adista.it, il libro digitale "Bajar de la cruz a los pobres: cristología de la liberación" ("Deporre i poveri dalla croce: cristologia della liberazione") della Commissione Teologica Internazionale della ASETT, Associazione Ecumenica dei Teologi/ghe del Terzo Mondo.
La traduzione italiana, curata da Adista, dell’originale spagnolo (che, insieme alla traduzione in inglese, è disponibile agli indirizzi www.eatwot.org/TheologicalCommission e http://www.servicioskoinonia.org/LibrosDigitales) è presentata dal teologo Carlo Molari e presenta due contributi in più: di Aloysius Pieris e dello stesso Molari (è possibile leggere l’originale )
Il libro della Asett è la risposta di circa 40 teologi della liberazione alla Notificazione vaticana sulle opere di Jon Sobrino (autore dell’epilogo del libro), ma non solo: è una difesa, appassionata e potente, della cristologia della liberazione, quella che Leonardo Boff, nel prologo, definisce "una teologia militante che lotta per ’far scendere dalla croce i poveri’".
È questa voce potente quella che è oggi offerta anche al pubblico italiano, attraverso un nuovo metodo che l’Asett ha voluto sperimentare: quello di un libro digitale, libero e gratuito, che, scrive José María Vigil, coordinatore della Commissione Teologica Internazionale della Asett/Eatwot, "può essere regalato e inviato da chiunque per posta elettronica e che potrà anche essere stampato su carta mediante il procedimento della "stampa digitale", un metodo che permette di stampare su carta quantità minime di esemplari (5, 10, 20...), a un prezzo praticamente uguale a quello di un libro normale".
Per scaricare il libro, clicca qui
* IL DIALOGO, Mercoledì, 06 giugno 2007
Se Bush fa la bella statuina
di Barbara Spinelli (La Stampa, 3/6/2007)
Nell’intervista a La Stampa di venerdì, George Bush ha illustrato a Maurizio Molinari e ad altri giornalisti europei la sua visione del mondo. Non è molto cambiata da quando scatenò una guerra contro Afghanistan e Iraq, subito dopo l’attentato dell’11 settembre. Quasi sei anni sono passati e l’amministrazione sembra incontaminata dalle azioni che nel frattempo ha commesso. Una storia di stasi in Afghanistan, un’operazione precipitata in conflitto fra sette musulmane in Iraq, una frattura con l’Iran che s’inasprisce senza indebolire Ahmadinejad: il bilancio della strategia Usa è rovinoso, ma Bush quasi pare non rendersene conto. Nelle sue risposte a Molinari si comporta come quelle belle statuine che vincono a condizione di mostrarsi assolutamente immobili, in posa, al momento in cui l’esaminatore si gira e riapre gli occhi.
E cos’altro è Bush quando ripete che «compito degli Stati Uniti è di promuovere la democrazia nel mondo, anche in luoghi che non sembrano troppo ospitali »; che l’America resta minacciata; che «la migliore maniera di difenderla è andare all’attacco (preventivo, ndr) prima che la minaccia si materializzi »; che, di conseguenza, «le decisioni prese in Iraq e Afghanistan sono state giuste». I rovesci vengono occultati, quindi non servono a correggersi. Come diceva il politologo Raymond Aron: «Gli uomini fanno la storia, ma non sanno la storia che fanno». Perfino sul clima la posizione di Bush è nella sostanza impietrita: la Casa Bianca ammette d’un tratto che il male esiste, ma oltre non va. Ogni Stato deve disciplinarsi come crede, ogni cifra vincolante è sgradita, l’Onu non deve interferire. All’ombra di questa immobilità si svolgerà il vertice degli otto industrializzati a Heiligendamm in Germania, dal 6 all’8 giugno.
Un vertice cruciale, perché il clima sarà al suo centro e il clima è oggi il tema che determina la possibilità o non possibilità d’un governo della globalizzazione. Un tema-test, secondo il settimanale Die Zeit: perché per frenare la degenerazione climatica occorre la partecipazione di tutti, specie degli Stati Uniti che assieme a Cina sono i principali produttori di effetto serra: «Il clima conferma la necessità di una parità mondiale di diritti e doveri». Una parità assente, se è vero che il rapporto di forze si riassume oggi nella formula: 20-10-4-1 (ogni americano può produrre annualmente 20 tonnellate di anidride carbonica, ogni europeo 10, ogni cinese 4, ogni africano 1).Le diplomazie d’Europa e America lavorano per restaurare fra loro l’armonia, dopo il cambio politico in Francia e Inghilterra. Ma la Zeit giustamente commenta, incitando Angela Merkel a tener duro sul clima: «L’ armonia transatlantica è importante,manon è più la misuradi tutte le cose». In altre parole: il mondo è cambiato dal 2001. E non è cambiato a causa del dissidio tra America e alcuni europei,madel drastico vanificarsi dell’egemonia globale Usa.
Due guerre potenzialmente fallimentari non sono passate senza incidere radicalmente su tale supremazia, e l’ascesa dell’ Iran di Ahmadinejad è conseguenza di questo. A ciò si aggiungano altri sviluppi. L’Africa sta ritrovando forze e crescita, ma i motori della rinascita non sono gli americani bensì Cina, India, Russia, Brasile: lo scrive sull’International Herald Tribune del 2 giugno Nicky Oppenheimer, presidente dell’azienda sudafricana De Beers. Intanto, a Teheran, i democratici implorano Washington di non intervenire. Se vuol proteggere i democratici e non screditarli l’America stia lontana, scrivono sull’Herald Tribune del 31 maggio il premio Nobel Shirin Ebadi e Muhammad Sahimi («I riformisti non credono che la democrazia possa esser esportata: la sola cosa che Washington possa fare per la democrazia è lasciarli in pace»). Con ciò mettono in causa non solo il potere militare (hard power) ma perfino il soft power ovvero il potere culturale della grande superpotenza unica.
Il disastro non potrebbe esser maggiore, nonostante la bella imperturbabile statuina, e il multipolarismo non è più un’opzione: è una necessità. Lo stesso avviene per il clima. L’avanguardia nella lotta per preservare il pianeta è l’Unione Europea - con i suoi piani obbligatori di riduzione del biossido di carbonio - e gli americani le corrono dietro.
Quando Bush esige che le nazioni libere si raggruppino attorno all’agenda Usa delle libertà dice un anacronismo. Scrive ancora Die Zeit che c’è una singolare coincidenza di opinioni, tra Bush e no-global pronti a manifestare a Heiligendamm e Roma: «Ambedue credono alla leggenda secondo cui la globalizzazione è una gigantesca marcia vittoriosa del capitalismo americano».
In realtà non lo è affatto, sempre che anche l’Europa smetta il gioco delle belle statuine e sia intransigente sul clima. Se l’Europa smette il gioco e medita i fallimenti Usa potrà anche influenzare Medio Oriente, Cina e India, Iran. L’immobilitàUsaimpregna i rapporti del mondo con Washington: su Medio Oriente, energia, clima, terrorismo. Questo significa che su peripezie e scacchi della politicaamericana converrà pensare e discutere, con fredda solidarietà e memoria viva del passato recente. Certo la memoria può intralciare l’agire, ma serve a capire qualcosa di non irrilevante: che certi errori tendono tragicamente a ripetersi, se non riconosciuti come tali.
Il più grande consistette nell’appoggiare Bin Laden, durante l’occupazione sovietica dell’Afghanistan. Il falso alleato si rivolta appena passata l’emergenza, e questa è la lezionenonappresa a Washington. È quel che rischia d’accadere alle statuine: per piegare e provocare l’Iran, Bush tende a gettare se stesso e l’Occidente nella nuova guerra settaria tra sciiti e sunniti, fiancheggiando questi ultimi dopo aver favorito gli sciiti in Iraq. Secondo le indagini del giornalista Seymour Hersch, Bush giunge sino a finanziare l’estremismo sunnita in Libano, in combutta con il premier Siniora (New Yorker, 5 marzo2007). I movimenti Fatah al- Islam e Asbat al-Ansa (legati a Al Qaeda) avrebbero ricevuto aiuti da Beirut e Washington, salvo poi rivoltarsi contro i finanziatori. Nasrallah capo di Hezbollah e Ahmadinejad in Iran sono il bersaglio, ma sistematicamente, ormai, Bush si allea con Satana per combattere il Satana di turno. L’inquietudine di Nasrallah non va sottovalutata. Il timore, che confida a Hersch, è che l’America favorisca spartizioni ed epurazioni etniche diffuse: in Iraq, Siria, Libano.
L’ex responsabile della sicurezza nazionale Brzezinski dice che questa è l’attuale strategia Usa: blame and run, incolpa gli altri e scappa. IncolpaBaghdad, Teheran o l’Europa, pur di ritirarti senzaammettereerroriche son tuoi. L’Europa ha un’occasione non indifferente per farsi valere: prendendo atto che l’egemonia Usa è in frantumi, assumendo proprie responsabilità non solo sul clima ma in Israele e Gaza, in Libano, Afghanistan, Iraq, Iran.
È un peccato che non abbia ancora una costituzione, che le permetta di decidere a maggioranza e di ignorare il veto dei singoli. Questo dà a chiunque - a Usa, Russia - la possibilità di sfruttare le sue divisioni. Per esser precisi, dà a Bush la possibilità di puntare su chi più avversa un’unione politica europea: in Polonia, Repubblica Ceca o Romania. I negoziati bilaterali sullo scudo missilistico vanno in questa direzione, e nella stessa direzione va l’imminente viaggio di Bush in Europa. Il presidente non va a Parigi, Londra, Madrid. Va nella Repubblica Ceca, in Polonia, Albania, Bulgaria: dunque nell’area dove nevroticamente si condensa oggi la fobia antieuropea. Poi va a Roma, il 9 giugno, per vedere il Papa ma anche per verificare, forse, se i governi italiani restano malleabili, impiegabili.
Tale fu il governo Berlusconi, quando Bush l’usò per separare la vecchia Europa dei fondatori dalla nuova, alla vigilia della guerra in Iraq.Ora c’è Prodi a Palazzo Chigi ma le pressioni non mancheranno, soprattutto sull’Afghanistan. Manca poco all’uscita di scena di Bush: il 20 gennaio 2009 avremo un nuovo presidente. Ma il futuro si prepara già oggi. Non solo quello dell’alleanza e solidarietà euro-americana: l’armonia transatlantica, in effetti, ha smesso di esser la misura di tutte le cose. Ma il futuro dei rapporti mondiali, la natura che potrà avere la globalizzazione. Questo si deciderà, tra oggi e il gennaio2009.
RIFLESSIONE
Nel libro «Gesù di Nazaret» di Benedetto XVI la proposta di una rinnovata amicizia fra ebrei e cristiani in nome dell’unico Dio
L’unica alleanza
Il dialogo a distanza con il rabbino americano Jacob Neusner, che si pone sinceramente la domanda sulla divinità di Cristo
di Elio Guerriero (Avvenire, 29.05.2007)
Le molte religioni e l’unica alleanza, l’uomo alla ricerca del sacro e la rivelazione di Dio, le vie molteplici delle religioni e Dio che si rivela al Sinai, anzi scende dal cielo per porre la sua tenda tra gli uomini. Sto parlando dell’introduzione a Gesù di Nazaret di Joseph Ratzinger-Benedetto XVI che la critica ha finora passato sotto silenzio. In essa il Papa accenna alla via delle religioni che in Mesopotamia, in Egitto o nel mondo indoeuropeo hanno aiutato l’uomo a scoprire la sua dignità, sono state all’origine della formazione della società, della costruzione della polis.
All’apice di questo percorso, Dio si manifesta ad Abramo. Cominciava, allora, il tempo della Rivelazione. Come scrive Julien Ries: «Alla lunga ricerca dell’uomo, Dio risponde con la sua manifestazione». Da questo momento, ha inizio il cammino della promessa che, come la stella dei Magi, sostiene il viaggio delle generazioni: «Il Signore tuo Dio susciterà per te, in mezzo a te... un profeta pari a me, a lui darete ascolto» (18,5). Il Nuovo Testamento, di conseguenza, si apre con l’annuncio che l’antica promessa si è avverata, che sul Nuovo Sinai, la Montagna delle beatitudini, siede ora il nuovo Mosè, che insegna non come un rabbi che arriva all’incarico dopo lunga preparazione, ma come l’inviato di Dio. Più di Mosè che vide Dio solo di spalle, egli può parlare del Padre, perché « Dio nessuno l’ha mai visto: proprio il Figlio Unigenito, che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato» (Gv 1,18).
Questo permette al Papa di affermare che non solo vi è concordia tra Antico e Nuovo Testamento, ma che l’alleanza stretta al Sinai e quella proclamata da Gesù sul monte delle beatitudini è unica. Gesù è venuto per portare a compimento, a pienezza l’alleanza. Così hanno insegnato quei personaggi umili e grandi (il Magnificat) che hanno adempiuto la Legge e segnato il passaggio dall’Antico al Nuovo Testamento. Il Papa pensa anzitutto alla Vergine Maria, ma poi anche a Giuseppe, Zaccaria ed Elisabetta, a Simeone ed Anna e agli apostoli tutti. Pii israeliti, essi non smisero di osservare la Legge e conservarono il cuore puro, che li predispose alla chiamata di Colui che è più grande. Per questo sono immagine tipo di tutti i discepoli di Gesù.
Si inserisce a questo punto il dialogo, che ha suscitato scalpore, tra il Papa e il rabbino ortodosso americano Jacob Neusner. Autore di un volume dal titolo Disputa immaginaria tra un rabbino e Gesù, Neusner pone due importanti quesiti nella sua opera. Egli immagina di essere contemporaneo di Gesù e di recarsi, piacevolmente sorpreso dalla fama che precede il giovane Rabbi della Galilea, a sentire il discorso della Montagna. Non trova, tuttavia, alcunché di nuovo nella Torah di Gesù. Tutto gli era già noto dall’Antico Testamento e dalle tradizioni rabbiniche fissate nella Mishnah e nel Talmud. E’ inevitabile, allora, la domanda: perché è venuto Gesù, quale è il senso della sua Torah rispetto a quella di Mosè? Risponde il Papa: «Israele non esiste semplicemente per se stesso, per vivere nelle "eterne" disposizioni della Legge, esiste per diventare la luce dei popoli». Con il passare dei secoli era divenuto sempre più evidente che il Dio di Israele era Dio di tutti i popoli e di tutti gli uomini. Gesù è venuto per annunciare l’eudochìa di Dio, il suo beneplacito verso gli uomini tutti. Del resto una delle immagini più care alla tradizione cristiana è quella dei Magi, venuti a Gerusalemme per adorare il re dei Giudei (Mt 2,2). «Alla luce messianica della stella di Davide, cercano in Israele colui che sarà il re delle nazioni» (Catechismo della Chiesa Cattolica n. 528) Ricordato nell’epifania, una delle grandi feste cristiane, l’episodio manifesta il senso della venuta di Gesù: la realizzazione della promessa fatta ad Abramo per la quale la grande massa delle genti entra nella famiglia dei patriarchi e ottiene la dignità israelitica.
L’altra domanda sollevata da Neusner riguarda la divinità di Gesù. Egli legge con interesse l’episodio del giovane ricco e come il Maestro di Nazaret guarda a lui con simpatia. Ma perché il Maestro non si accontenta del suo rispetto della Legge, perché gli chiede di vendere tutto e seguirlo? Non si pone, così, allo stesso livello di Dio? San Giovanni e il Concilio di Nicea che hanno proclamato la divinità di Gesù non si sono sbagliati. Gesù chiede veramente di essere riconosciuto come Dio. Per questo il rabbino americano si allontana, mentre: «Con tanta cortesia e gentilezza, egli mi saluta con un cenno del capo e va via, per la sua strada. Senza "se" o "ma"...; proprio da amici». Al distacco, tuttavia, segue un ultimo gesto di comunione, che è particolarmente significativo per il rapporto fra ebrei e cristiani: alla sera nella sinagoga: «Noi offriamo la nostra preghiera serale al Dio vivente. E in alcuni villaggi lungo la valle, così fecero Gesù e i suoi discepoli e tutto l’eterno Israele».
La pubblicazione di Gesù di Nazaret di Benedetto XVI è stata affidata a un editore laico, forse un segnale rivolto agli uomini di cultura perché si rendano conto della portata del dialogo ebreo-cristiano. L’invito, tuttavia, è rivolto soprattutto agli ebrei. Come dicono il Papa e Neusner qui non si tratta affatto di un dibattito per stabilire la superiorità di una religione sull’altra ma di ritrovarsi nella discendenza di Abramo e di Mosè, per coltivare l’amicizia e la fraternità nel riconoscimento dell’unico Dio.
Le debolezze di Benedetto sedicesimo
di Filippo Gentiloni (il manifesto, 18.03.2007)
Giorno dopo giorno si chiarisce sempre meglio la linea del pontificato di Benedetto XVI: la sua strategia, ma anche la sua debolezza. In primo piano una pretesa, quella di restituire al Vaticano la possibilità di un magistero universale, ascoltato da tutto il mondo, anche se non sempre seguito. Un freno a quel relativismo - tutte le posizioni sono egualmente valide, tutte incerte - che è, per il papa, la malattia mortale del mondo moderno.
Per la chiesa cattolica un magistero privilegiato, non una posizione di parità con tutte le altre cattedre. Lo esigerebbe la verità. Una posizione indubbiamente rigida, contraria allo spirito e alla cultura moderni ma in linea con una certa forte tradizione cattolica. Una posizione che trova il suo sostegno non tanto nel Vangelo quanto in una presunta ragione. Il Vangelo, infatti non è di tutti ma soltanto dei credenti cristiani (cattolici), mentre la ragione - quella di Ratzinger - si presume universale. In nome della ragione il papa potrebbe parlare a tutti (sul matrimonio e la famiglia, ad esempio, sulle nascite e le morti).
La debolezza di questa posizione è evidente, nonostante le sue pretese. La ragione, ormai da qualche secolo (dalle scoperte geografiche?) non è più eguale per tutti. Non esiste più - se mai è esistita - una ragione unica e universale, anche in Africa e in Oriente, della quale il Vaticano sarebbe custode.
Perciò il discorso di Ratzinger appare carico di una rigida pretesa ormai fuori tempo, antistorica. La sua base - il rapporto stretto fra fede cattolica e ragione universale - non regge più. Una debolezza che non può non venire alla luce. Perciò hanno buon gioco le contestazioni, sia quelle chiare che provengono dal mondo laico e di altre fedi, sia quelle più velate che hanno origine dallo stesso mondo cattolico. Significative le perplessità estremamente autorevoli dello stesso cardinale Martini. Significativi anche i tentativi vaticani di colpire in qualche modo chi si oppone, come nel caso di Sobrino, esponente di spicco della teologia della liberazione. Proprio quella teologia che, sull’onda del Concilio, aveva cercato di superare l’ancoraggio della fede alla ragione, rafforzando, invece, quello alle pagine bibliche. Ma il concilio Vaticano II dal pontificato di Benedetto XVI sembra ormai lontano, ben più di qualche decennio.
Bisognerà cominciare, come qualcuno ha detto, a pensare a un altro concilio?
Caro Federico, sarei molto curioso di sapere cosa si aspetterebbe un "laico" come te da UN NUOVO CONCILIO .
Ti ringrazio fin d’ora per la tua risposta. Obsequium. Biasi
Identità: UmaNITA’. SEMPLICEMENTE, UN CAMBIO DI ORIZZONTE DEL MONDO LAICO E RELIGIOSO, PER RELAZIONI PIU’ EU-ANGELICHE - a tutti i livelli!!! RESPIRARE DI PACE (non di guerra!). Un’altra ’vecchia’ sollecitazione.
39 SACERDOTI CATTOLICI: IL "CONCILIO" DI UNA NUOVA CHIESA
Una grande testimonianza di umanità e di verità di Federico La Sala*
La “Lettera aperta” dei e ai “carissimi fratelli e carissime sorelle in Cristo” , sulla recente "Istruzione" della Congregazione dell’educazione sulla esclusione delle persone con tendenza omosessuale al seminario e al sacerdozio (cfr. www.ildialogo.org/omoses/,15.12.2005), pone alla Gerarchia della Chiesa (e non solo) ineludibili e radicali domande e denuncia chiaramente che la realtà ha già superato le colonne d’Ercole del ‘vecchio mondo’ della ‘vecchia chiesa’!!!. La questione che viene aperta e che si apre non è più e affatto una questione di statistiche e di sociologia, ma investe direttamente il cuore del sistema e dell’Istituzione: quella che si pone è direttamente e immediatamente una questione insieme antropologica e teologica - vale a dire, quella cristologica!!!
Coloro che parlano non sono persone comuni: “Siamo dei sacerdoti cattolici con tendenza omosessuale, diocesani e religiosi, e il fatto di essere tali non ci ha impedito di essere buoni preti”. E tutti insieme - un vero e proprio inizio dei lavori di un “nuovo concilio” (cosa che si richiedeva e richiede da anni)!!! - hanno osato, scritto, e dichiarato: “Carissimi fratelli e carissime sorelle in Cristo, noi consideriamo la nostra omosessualità come una ricchezza, perché ci aiuta a condividere l’emarginazione e la sofferenza di tanti fratelli e sorelle; per parafrasare San Paolo, possiamo farci tutto a tutti, deboli con i deboli, emarginati con gli emarginati, omosessuali con i gay “; e, ancora: “Carissimi fratelli e carissime sorelle in Cristo, come tutte le persone oneste non possiamo negare la nostra fragilità, condizione della natura umana: portiamo il dono di Dio in vasi di creta, ma la nostra situazione non è un ostacolo ad essere pastori secondo il cuore di Dio”.
Per chi ha orecchie (e intelligenza), per intendere, intenda: al di là delle persone, qui sono nodi epocali che vengono al pettine e questioni cruciali che si pongono all’ordine del giorno!!! E ciò che è in gioco è una vera e propria svolta antropo-teologica!!! L’emergere della questione della omosessualità della e nella Chiesa ‘cattolica’ e in tutto l’Occidente non è affatto una questione biologica!!! E’ una questione culturale e spirituale, che pone in modo radicale il riorientamento e la ristrutturazione della nostra stessa auto-coscienza, di uomini, di bianchi, di occidentali, e di ‘cattolici’!!! Coerentemente con la tradizione critica e, se si vuole, cristica-evangelica, è una sollecitazione non solo a crescere e a conoscere se stessi e l’altro in modo più maturo e adulto (non da minorenni ...e da minorati!) ma anche a prendere atto che tutta la costituzione stessa della Chiesa (come dell’intero Occidente, e non solo - vedi il caso del Sol Levante: www.ildialogo.org/filosofia, 17.11.2005) riposa su un’antropologia naturalistica, greco-romana ed egiziana, altro che cristiana!!!
La testimonianza e la “lettera aperta” dei 39 preti italiani, se ben vi riflettiamo, invita ad aprire le porte e le finestre del nostro presente storico, senza paura!!! E’ una indicazione e una premessa per modificare non solo la vecchia costituzione terrena della Istituzione Chiesa, ma anche la stessa vecchia costituzione celeste ... e aprire davvero a tutti gli esseri umani, nessuno escluso (l’art. 3 della nostra Costituzione, di chiara derivazione evangelica, è ben al di là del ‘talebanismo’ della teocrazia ‘cattolica’!!!) la porta e la strada del regno di Dio, dove tutti e tutte possono diventare cittadini-sovrani, cittadine-sovrane (don Milani!!!).
Che ce ne facciamo di una chiesa e di una teocrazia assoluta, che riposa su una fondamentale omosessualità (psichica e spirituale, non tanto e affatto quella fisica) negata (dei suoi preti, dei suoi vescovi, dei suoi cardinali e dei suoi papa) - vale a dire sulla diabolica menzogna?! Dio, come ha chiarito Gesù, è Amore: e Amore e Verità vanno insieme - non dimentichiamolo!!!
Federico La Sala
*
www.ildialogo.org/filosofia, Lunedì, 19 dicembre 2005.
REPORTAGE - OLANDA * Il vescovo di Breda: serve un Concilio Vaticano III
di Vittoria Prisciandaro (Jesus di luglio 2006)
Nel cuore dell’oasi pedonalizzata di Breda, a pochi passi dalla Grote Kerk, la più bella chiesa gotica d’Olanda, da sei anni abita monsignor Martinus Muskens, il vescovo cattolico. Dalla periferia è passato qui, in occasione del Giubileo, tra gallerie d’arte e caffè, dove «si concentra la vita della città». E così una chiesa moderna è diventata la cattedrale e questa palazzina bianca a due piani l’episcopio. Già la sola presenza, dice il vescovo, è annuncio. D’altra parte Muskens conosce bene le leggi della comunicazione. Per denunciare la condizione dei poveri non ha esitato a trascorrere una notte sotto i ponti, usando toni molto forti contro il liberismo. Eccellenza, è vero che il furto può essere giustificato? «L’ho detto e lo ribadisco: chi non ha nulla, cibo, vestiti e case, può prenderle per sopravvivere. Ma questo lo dice anche il catechismo. Sono contro gli eccessi del capitalismo, in nome della dignità della persona».
Qual è lo stato di salute della Chiesa in Olanda? «Il problema maggiore è la secolarizzazione. Nell’ultima lettera pastorale, Testimoni della speranza che vive in noi, esorto a non aver paura di evangelizzare la cultura e la società. Oggi, inoltre, è necessario il dialogo interreligioso, con i musulmani per mantenere la società in pace e armonia, ma anche con i buddhisti, che sono una grande sfida». Perché i buddhisti sono la sfida? «Il buddhismo esercita un forte fascino ed è vicino a noi per gli interrogativi che si pone sul dolore. In un monastero della diocesi apprendiamo dai buddhisti la tecnica della meditazione zen. Oggi c’è sete di una spiritualità profonda e dobbiamo fare del nostro meglio per rispondere».
Come procede la riorganizzazione della sua diocesi? «Prima avevamo 150 parrocchie, che ora si stanno concentrando, federandosi o fondendosi. In un comune della diocesi, Oosterhout, quattro parrocchie federate hanno adottato profili pastorali diversi, per tentare di rispondere alle domande della comunità: una chiesa ha una pastorale sperimentale, attenta al rapporto arte-fede, espone opere di pittori e scultori, tiene seminari di poesia e letteratura; un’altra è più attenta alla liturgia, in particolare dando spazio ai canti in gregoriano; un’altra cura il settore della carità; un’altra ha una pastorale più "normale"».
Su tanti temi, buona parte dei cattolici olandesi è lontana dai vescovi: la prassi dell’intercomunione con gli altri cristiani, la partecipazione dei laici nella Chiesa, o temi più morali, come l’aborto, l’eutanasia, i matrimoni gay. Che cosa ne pensa? «Con i protestanti abbiamo una visione differente del sacramento dell’Eucaristia... e comunque agire in modo diverso da ciò che dice il Vaticano mina l’unità della Chiesa. Sugli altri temi, molti dicono che vanno affrontati con la catechesi, la predicazione e non con l’imposizione. Sono questioni che richiederebbero una riflessione approfondita. Bisognerebbe fare un terzo Concilio, come ha proposto il cardinale Carlo Maria Martini».
Vittoria Prisciandaro
* WWW.ILDIALOGO.ORG, Venerdì, 30 giugno 2006
Il Papa parla Conferenza degli alti prelati del continente, denunciando i rischi della globalizzazione e rilegittimando "l’opzione preferenziale per i poveri"
Benedetto XVI ai vescovi latinoamericani
"Falliti Marx e capitalismo, serve Gesù" *
APARECIDA - Da più di cinque secoli il cristianesimo, integrandosi con le etnie indigene, ha creato in America latina "una grande sintonia pur nella diversità di culture e lingue". E oggi, anche se "l’identità cattolica" del continente è minacciata, il cristianesimo resta decisivo per la dignità e lo sviluppo integrale di uomini e donne. E questo tanto più davanti al fallimento di marxismo e capitalismo, con la loro promessa di creare strutture sociali "giuste" che avrebbero automaticamente "promosso la moralità comune".
E’ il messaggio di Benedetto XVI ai vescovi latinoamericani, riuniti nel santuario di Aparecida per la loro quinta Conferenza generale. Il Papa dichiara la "continuità" tra questa e le precedenti riunioni, parla di situazione cambiata in questi anni, a causa dei risvolti negativi della globalizzazione, e denuncia il "rischio" che i grandi monopoli trasformino "il lucro in valore supremo". Rilegittima inoltre la "opzione preferenziale per i poveri", cara alla Teologia della liberazione, dichiarandola "implicita nella fede cristologica in quel Dio che si è fatto povero per noi".
Davanti a 266 vescovi - 162 membri effettivi, 81 invitati, 8 osservatori e 15 periti - che da domani e fino al 31 maggio si interrogheranno su come costruire il futuro della Chiesa, insidiata da secolarizzazione e sette, nel più grande continente cattolico del mondo - Benedetto XVI si pone in una prospettiva diversa rispetto a Giovanni Paolo II, che parlò di luci e ombre dell’introduzione del cristianesimo in America latina, riconoscendo che alcuni cristiani portarono la fede, ma anche forme di crudele colonizzazione. Il cristianesimo, sottolinea invece il papa-teologo, si è integrato nelle etnie, ha creato unità e non è estraneo a nessuna cultura e persona.
Non hanno dunque senso certe tendenze indigeniste: "L’utopia di tornare a dare vita alle religioni precolombiane, separandole da Cristo e dalla Chiesa universale, non sarebbe un progresso, bensì un regresso, una involuzione". Il cristianesimo sa invece affermare che "i popoli latinoamericani e dei Caraibi hanno diritto a una vita piena", "con alcune condizioni più umane", senza "fame e ogni forma di violenza".
Benedetto Xvi spiega inoltre che "la Chiesa non fa proselitismo. Si sviluppa per attrazione": probabilmente, un modo per sottolineare in maniera indiretta le differenze, rispetto alle sette pentecostali molto presenti in America Latina.
E con la presenza ad Aparecida, il viaggio in Brasile del Pontefice volge alla fine. Nella notte italiana, è previsto il volo di ritorno, verso il Vaticano.
* la Repubblica, 13 maggio 2007