"[...] L’importanza storica del poema nel quadro della letteratura cavalleresca italiana, già rilevata da Antoine Thomas, suo eccellente editore nel 1913, è emersa sempre meglio nel corso degli studi: l’Entrée, ispirandosi in minima parte alla Cronaca dello pseudo-Turpino per i fatti di Spagna precedenti la Rotta di Roncisvalle e inventando il lungo capitolo delle avventure in Oriente, mette in scena un Rolando, suo protagonista assoluto, nutrito dei fermenti culturali e degli ideali dei decenni in cui si formano le signorie italiane del Trecento. La finezza psicologica del Patavian, la sottile ironia, l’ampiezza dell’esperienza umana, se restano trascurate nelle opere che derivano dal suo poema - i Fatti di Spagna, la Spagna in rima e la Spagna in prosa -, sembrano anticipare quelle dei sommi autori delle avventure di Orlando. [...]" (cit.).APPUNTI E SEGNAVIA PER UNA POSSIBILE "LETTURA" DEL POEMA:
![]() DUELLO FERAGU E ROLANDO (AFFRESCO seconda metà del 1400, ai confini con la Svizzera) |
A)"L’«ENTRÉE D’ESPAGNE», UN "BRACCIO DI FERRO" (FILOSOFICO-SCIENTIFICO E RELIGIOSO) EPOCALE, TRA DUE CAVALIERI (ROLANDO E FERAGU), SUL COME NASCE UN "BAMBINO", SUL COME NASCE "IL FIGLIO DI DIO"...
"SÀPERE AUDE!" (ORAZIO - KANT). SE L’ESSERE UMANO È "CIO’ CHE MANGIA" (A PARTIRE DAL LATTE MATERNO), COME MAI È COSì DIFFICILE USCIRE DALLO STATO DI MINORITÀ, DALL’AVIDITÀ DEL CUPIDO (EROS) SOCRATICO-PLATONICO, ED ENTRARE NELLA MAGGIORE ETÀ, ANCORA "OGGI", IN UNO STATO DI GRAZIA ("CHARIS") E AMORE ("CHARITAS") EVANGELICO E COSTITUZIONALE (ART. 3)?!
QUAL E’ LA QUESTIONE (SHAKESPEARE)?! NON È FORSE QUELLA AMLETICA (DELLA COSIDDETTA "PATERNA CARITÀ"), QUELLA ANTROPOLOGICA (CRISTOLOGICA), QUELLA DELL’ESSERE "FIGLI E FIGLIE DEL RE E DELLA REGINA"?! NON E’ PER CASO UN PROBLEMA DI "INCARNAZIONE", DI "COME NASCONO I BAMBINI" (DI "NICODEMO" E DEL FILOSOFO ENZO PACI)?!
DISAGIO DELLA CIVILTÀ E COSMOTEANDRIA. SE C’È ANCORA CHI SOGNA DI ESSERE UN "BIBLICO" GOLIA, UN "MITOLOGICO" TITANO, UN "TECNOLOGICO" SUPERMAN, sia sul piano ateo sia sul piano devoto, rifletta per un secondo su cosa gli è stato dato da mangiare, e su questi temi (a partire dal proprio "ombelico"), facendo un uso critico della propria facoltà di giudizio, faccia coraggiosamente le sue considerazioni sul duello teologico-politico e militare tra Rolando e Ferragu (cfr. Marco Infurna, «L’episodio di Feragu nell’Entrée d’Espagne», Medioevo romanzo, 33, 2009, p. 73-92) nello "sconosciuto" e "ignorato" capolavoro dell’Anonimo Padovano, "Entrée d’Espagne", realizzato all’incirca una decina di anni dopo la morte di Dante Alighieri(1321)!
"LASCIATE OGNI SPERANZA" (V. HUGO, "Notre-Dame de Paris 1482"). Dante si salverà per miracolo, così come le sue stesse ossa e le sue opere (soprattutto la "Monarchia" con i suoi famosi "Due Soli"), e l’Italia e l’Europa non troveranno più pace. Già dopo la morte di Dante (1321) e di Giotto (1337), a partire dal 1346, la peste nera segnerà la fine dell’«autunno del Medioevo» (come scrive Huizinga agli inizi del XX secolo) e darà il via alla stagione "rinascimentale" (invernale e infernale) dell’Europa moderna, promuovendo l’imbozzolamento del messaggio evangelico nella cultura della "dotta ignoranza" (Cusano, 1440) e di una "pace della fede" (Cusano, 1453) molto paolina e costantiniana e nient’affatto francescana. La caduta di Costantinopoli (1453) e il via libera alla cacciata dei mori e degli ebrei dalla Spagna e dall’Europa darà la linea teologico-politica del cosiddetto "Rinascimento", a tutti i livelli (Nicea, 325-2025).
RIVOLUZIONE SCIENTIFICA IN MEDICINA. SUL TEMA, MI SIA LECITO, SI CFR."ANATOMIA" (GIOVANNI VALVERDE, 1560) E PSICANALISI (2005): ["Parlare dell’embrione per dimenticare il mondo". Una risposta-commento di Luigi Cancrini (l’Unità, 28.02.2005, p. 27).
In memoria della "prima rinascita", dell’ «O» di Giotto e del "Tondo Doni" di #Michelangelo....
UNA "RIPRESA" DI UNA "RIFLESSIONE" (2012) A MARGINE DI UNA INTERVISTA SUL "FATO" E SUL "FATTO" DEL CONCILIO VATICANO II: IL MESSAGGIO EVANGELICO E LA COSTITUZIONE CONCILIARE "SACROSANTUM CONCILIUM" NON HANNO NULLA A CHE FARE CON IL "MAGISTERO" della gerarchia cattolico-costantiniana di "Gesù" come "Dominus Iesus" e di Dio come "ricchezza" (Benedetto XVI, Deus caritas est, 2006)!
"Bisogna intendersi sul termine sacro: anche l’adorazione del vitello d’oro era sacra!" (Iginio Rogger): Riscoprire l’essenza della Chiesa, intervista a mons. #
Iginio Rogger, a c. di Maria Teresa Pontara Pederiva (“Vita Trentina”, 8 gennaio 2012).
Sempre più manipolati e manipolate dai Signori e dal “Signore” della guerra, sappiamo solo pensare al nostro “io” e al nostro “Dio”! E, sempre più incapaci di guardare e vedere dalla Terra il Sole e dal Sole la Terra, non sappiamo più né ringraziare l’una e l’altro né innalzare nessun “cantico” a tutte le “creature”! Fermiamoci e fermiamoli!!! Tentiamo, tentiamo, tentiamo ancora! Non possiamo non farlo - ne va di noi stessi e di noi stesse, della Terra e dell’intero genere umano!!!
Deponiamo le armi e ... usciamo all’aperto, fuori dalla nostra e di tutti speculare follia!!! Apriamo gli occhi alla luce del Sole, guardiamoci in faccia, e ricominciamo a camminare insieme in pace. Pace, Pace, Pace..... (Federico La Sala, 1 marzo 2006: "Breve messaggio di adesione - appello straordinario per il dialogo cristianoislamico").
In qualche modo, il poema dell’Anonimo Padovano appare prossimo allo spirito della volontà di liberarsi dal giogo e doppiogioco del famoso "elogio della follia" e, così, portarsi creativamente e vittoriosamente oltre la "questione" amletica dell’essere o del non-essere.
Storiograficamente emerge un filo da "commedia", che porta a Shakespeare e apre a una strada che vuole uscire dalla guerra degli "opposti estremismi", oltre Erasmo e oltre Lutero, e, oltre il cattolicesimo costantiniano della "madre del buon consiglio" (1467) e, "cristologicamente" (antropologicamente), insegna a ritrovare la lezione evangelica francescana e l’amore del proprio padre e del proprio re, "Giuseppe", e della propria madre e della propria regina, "Maria". Amleto va oltre la "astuzia della ragione" di Rolando contro Ferraù e non finisce travolto dal "marcio" del "non-essere", e, infine, a restare fedele al patto "cavalleresco": "il mio voto morente va a lui", a Fortebraccio (V.2).
Nella scia di Dante Alighieri e Giordano Bruno, credo che Frances A. Yates abbia "letto" meglio il senso teologico-politico e antropologico del lavoro complessivo di Shakespeare. Per dirla in breve, la stella che orienta il suo cammino è il metastorico "In principio era il Logos" (parola già di Eraclito di Efeso), non il "logo" del platonismo e paolinismo costantiniano cattolico-spagnolo (Lepanto, 1571), e, insieme, la "divina" convinzione che "l’amore non è lo zimbello del Tempo" (W. Shakespeare, "Sonetto 116").Federico La Sala (08 GIUGNO 2025)
SUL TEMA, NEL SITO E IN RETE, SI CFR.:
NATALE: L’INCARNAZIONE DI GESU’ SECONDO L’IMMAGINAZIONE "TEANDRICA" COSTANTINIANA. Il neo-cardinale cattolico Gianfranco Ravasi la presenta come "il realismo del nascere nella storia"!!! Il suo articolo ("Il Sole-24 Ore", 21.12.2010), con note: (...) L’«incarnazione» è incisa nella memoria di tutti, anche di chi è agnostico, con una frase lapidaria del celebre prologo del Vangelo di Giovanni, un testo che è stato definito «una parabola teandrica» (...)
fls
LA NASCITA DELL’AGRICOLTURA (QUELLA DELL’ARATRO), LA #FITOLOGIA, LA #FILOLOGIA, E IL #SOGNO DEL #VISIONARIO "#FITURGO" (IL DEMIURGICO "#PIANTATORE") DELL’#OCCIDENTE, #PLATONE: "FITOPOLIS, LA #CITTA’ VIVENTE" (*).
*
"FITOPOLIS, LA CITTA’ VIVENTE. Nel volgere di pochi decenni, l’umanità è andata incontro a una rivoluzione nelle sue abitudini ancestrali. Senza che ce ne accorgessimo, la nostra specie, che fino a poco tempo fa viveva immersa nella natura abitando ogni angolo della Terra, ha finito per abitare una parte davvero irrisoria delle terre emerse del pianeta.
Cosa è accaduto? Da specie generalista in grado di vivere dovunque, ci siamo trasformati, in poche generazioni, in una specie in grado di vivere in una sola e specifica nicchia ecologica: la città.
Una rivoluzione paragonabile soltanto alla transizione da cacciatori-raccoglitori ad agricoltori avvenuta 12.000 anni fa.
È certo che in termini di accesso alle risorse, efficienza, difesa e diffusione della specie questa trasformazione è vantaggiosa. Ma è altrettanto certo che ci espone a un rischio terribile: la specializzazione di una specie è efficace soltanto in un ambiente stabile.
In condizioni ambientali mutevoli diventa pericolosa. Il nostro successo urbano richiede, infatti, un flusso continuo ed esponenzialmente crescente di risorse e di energia, che però non sono illimitate.
Inoltre, fatto decisivo, il riscaldamento globale può cambiare in maniera definitiva l’ambiente delle nostre città e costituire proprio quella fatale mutazione delle condizioni da cui dipende la nostra sopravvivenza.
Ecco perché è diventato vitale riportare la natura all’interno del nostro habitat.
Le città del futuro, siano esse costruite ex novo o rinnovate, devono trasformarsi in fitopolis, luoghi in cui il rapporto fra piante e animali si riavvicini al rapporto armonico che troviamo in natura.
Non c’è nulla che abbia una maggiore importanza di questo per il futuro dell’umanità.
Da troppo tempo ci siamo posti al di fuori della natura, dimenticandoci che rispondiamo agli stessi fondamentali fattori che controllano l’espansione delle altre specie. Abbiamo concepito il luogo dove viviamo come qualcosa di separato dal resto della natura, contro la natura. Ecco perché da come immagineremo le nostre città nei prossimi anni dipenderà una parte consistente delle nostre possibilità di sopravvivenza. " (Stefano Mancuso, op. cit.).
PIANETA TERRA: #ECONOMIA, #ECOLOGIA, E "#PARTO #MASCHIO DEL #TEMPO". Parola di #Eschilo (e di #Platone, e... Francesco #Bacone!): «non è la madre la generatrice di quello che è chiamato suo figlio; ella è la nutrice del germe in lei inseminato. Il generatore è colui che la feconda...» ("#Eumenidi", 657-659).
APRIRE GLI OCCHI, NASCERE, RINASCERE, #APRIREGLIOCCHI: "#COMENASCONOIBAMBINI" (#ENZOPACI). La "#question", hamleticamente, e, a ben riflettere, è antropologica e politica: riguarda proprio l’#essere (e il non essere)- e, non solo delle #piante, della "#fisica" (della "fitologia"), ma anche e soprattutto della "#metafisica" ("#antropologia" e "#teologia").
Per molti le piante rimangono tutt’ora esseri passivi e inerti, più simili a cose che a viventi degni di cura e considerazione. Il paradigma platonico della distanza non sembra dunque superato.
Eppure, l’indagine scientifica più recente mostra che le piante hanno forme di attività, intelligenza, percezione, comunicazione. Che la loro evoluzione è stata altrettanto, se non più complessa, di quella degli umani e che per prime hanno colonizzato la Terra, creando le condizioni della nostra stessa vita. Per questa ragione, come già accaduto per gli animali, non le si può più escludere dall’ambito etico e politico, che proprio un nuovo sguardo sulla vita vegetale consente di ampliare.
Il libro è una sintesi dell’estesa discussione che ha portato a ripensare la filosofia politica a partire da una riconsiderazion e della vita delle piante rispetto ad animali e umani. Per questo, non è tanto questione di dare alle piante uno statuto giuridico e una posizione morale, ma di ridefinire un’etica e una politica in continuità con l’insieme del vivente del quale siamo parte.Federico La Sala (Fbook, 1 marzo 2026)
USCIRE DAL LABIRINTO, SENZA UCCIDERE NESSUNO! #POESIA #FILOSOFIA #FILOLOGIA #RIVELAZIONE E #COSTITUZIONE: OLTRE LA #TRAGEDIA, LA #DIVINACOMMEDIA (#DANTEALIGHIERI).
#STORIAELETTERATURA. Dopo la lezione sul #Presepe (Greccio, 1223) di #FrancescodiAssisi, e, al contempo, la ricomprensione del messaggio evangelico e del significato della #nascita dai suoi genitori, #MariaeGiuseppe, del #bambino #Gesù, per Dante inizia la "#VitaNuova"e la ripresa stessa del suo cammino sulla #dirittavia.
"SÀPERE AUDE! (ORAZIO E KANT): CON #ULISSE (OMERO) E CON #GIASONE (OVIDIO), UN PASSO ANTROPOLOGICO OLTRE IL #CIELO DELLA ANTICA #METAFISICA E DELLA MITICA "CADUTA". Con l’intervento in suo aiuto di Beatrice, (#Bella, la sua "#Maria"), e di "#Vir_gilio" (#Alighiero, il suo "#Giuseppe"), cittadino di Firenze (la città del "Fiore"), Dante racconta "per tutti e per nessuno" come ogni essere umano può rinascere seguendo il filo (che egli stesso ha seguito) di quell’ #amore "che muove il Sole e le altre stelle", attraversare l’inferno e il purgatorio, uscire dal minoico labirinto, e diventare un altro "Cristo" (un cittadino dei "due mondi", sia della terrestre "città futura" (del "paradiso terrestre) sia dello stesso "paradiso", della città celeste. L’indicazione dell’Ulisse "fiorentino" non è forse "considerate la vostra #semenza"?!
PER ORIENTARSI NEL PENSIERO, SUL TEMA, MI SIA LECITO, SI CFR. "LA FENOMENOLOGIA DELLO SPIRITO DEI "DUE SOLI".
DISAGIO DELLA CIVILTA’ E NELLA CIVILTA’: DOPO TREMILA ANNI, TUTTA LA #STORIA DELLA #ANTROPOLOGIA E DELLA #FILOSOFIA E DELLA #TEOLOGIA CONTINUA A CELEBRARE LA "LEGGE" DEL TRAGICO #COMPROMESSO "OLIMPICO", QUELLA DEL "PARTO MASCHIO DEL TEMPO", SOTTOSCRITTO DA TUTTA LA "#SCUOLA DI #ATENE", COME DAL "#SAPIENTE" (1510) DI #BOVILLUS, ECC.
QUESTO IL "#MARCHIO", il "#Logo" della #famiglia del cronide #Zeus e questa la parola "eterna" del figlio #Apollo:
#COSMOTEANDRIA. "Il parto maschio del tempo, ovvero La grande instaurazione del dominio dell’uomo sull’universo" non è il "sogno" solo di Socrate e Platone e di Francesco Bacone, ma è la "Legge" stessa dell’intera cultura occidentale (e planetaria).
#PLATONISMO E #PAOLINISMO. Una straordinaria "bellica" testimonianza (per i "posteri" già "presenti", del 2026 d. C.) è nella prima pagina del breve testo premesso proprio al libro, pubblicato da "Il Sole - 24 Ore", e, dedicato a "Francesco Bacone. Vita, Pensiero, Opere scelte", a cura di #Armando #Massarenti, vent’anni fa, nel 2006 (v. foto allegata).
UNA "PREISTORIA" DI LUNGA DURATA. #FREUD, IN UNA NOTA A MARGINE DEL CASO «L’ #UOMO DEI #TOPI», COSI’ SCRIVE: "Come dice Lichtenberg: «L’astronomo sa se la luna sia abitata o no, all’incirca con la stessa sicurezza con cui sa chi sia stato suo padre, ma con ben altra sicurezza sa invece chi è sua madre». Un gran progresso della civiltà si compì il giorno in cui l’uomo decise di avvalersi, accanto alla testimonianza dei sensi, della deduzione logica e di passare dal matriarcato al patriarcato. Le figure preistoriche in cui si vede una piccola forma umana seduta sul capo di un’altra più grande rappresentano appunto la discendenza dal padre, Atena senza madre scaturisce dal capo di Giove. Ancor oggi, in tedesco, il testimone che attesta qualcosa davanti a una corte giudicante si chiama Zeuge [letteralmente "generatore"], per la parte che ha il maschio nell’atto di procreazione; già nei geroglifici troviamo rappresentato il testimone con l’immagine dei genitali maschili." (S. FREUD, "Casi clinici 5. L’uomo dei topi", 1909).MEMORIA STORIA E CRISI DELLA COSCIENZA EUROPEA: "DANTE AL TEMPO DI BISANZIO" (Istituto Italiano di Cultura di Atene, 2015):
Eleni Glykatzi Ahrweiler. La memoria di Bisanzio e la coscienza dell’Europa
di Giorgia Karvunaki ("Insula Europea", 18 Febbraio 2026)
Con la scomparsa di Eleni Glykatzi Ahrweiler, l’Europa perde non soltanto una delle più grandi bizantiniste del nostro tempo, ma una delle sue coscienze più profonde. Vi sono figure che appartengono alla storia per ciò che hanno studiato, e figure che vi appartengono per ciò che hanno incarnato. Ahrweiler appartiene a entrambe.
Nata a Smirne nel 1926, in quella area geografica persa che segna in modo indelebile la memoria greca del Novecento, la sua vita si iscrive sin dall’inizio nel segno della frattura e della sopravvivenza. Lo sradicamento non fu per lei soltanto un evento biografico, ma una forma di consapevolezza. È forse in questa esperienza originaria che va cercata la radice del suo sguardo sul mondo bizantino. Non come semplice oggetto di indagine, ma come paradigma della continuità storica, come testimonianza della capacità di una civiltà di sopravvivere alla propria fine.
La sua traiettoria intellettuale trovò compimento in Francia, alla Sorbona, dove raggiunse i vertici della vita accademica fino a diventarne, nel 1976, la prima donna rettore. Questo dato, spesso ricordato come un primato, possiede in realtà una risonanza più ampia. Nel cuore dell’università che più di ogni altra incarna la tradizione europea, una studiosa greca, nata ai margini della catastrofe, assumeva la responsabilità di custodire e trasmettere il sapere. Era, in qualche modo, il ritorno simbolico di Bisanzio in Europa.
Il contributo scientifico di Ahrweiler ha trasformato radicalmente il modo in cui comprendiamo l’Impero bizantino. In un contesto storiografico che lo aveva a lungo relegato a epilogo decadente della romanità, ella ne restituì la complessità politica e la centralità culturale. Le sue ricerche sullo Stato bizantino, sulla sua organizzazione amministrativa e sulla sua dimensione marittima mostrarono che Bisanzio non fu una sopravvivenza, ma una forma. Non un residuo, ma una presenza attiva nella costruzione dell’Europa.
E tuttavia, in quella fine, sopravviveva un’idea.
Il simbolo dell’aquila bicipite, rivolta a Oriente e a Occidente, evocata da Ahrweiler in quella conferenza, non era soltanto un emblema araldico. Era la rappresentazione di una vocazione, quella di unire ciò che la storia separa.
La sua voce, in quella sala dell’Istituto Italiano di Cultura, restituiva alla storia la sua dimensione vivente. Bisanzio non appariva più come un passato remoto, ma come un interlocutore del presente europeo.
Questo è forse il tratto più profondo della sua eredità: aver mostrato che l’Europa non è un’origine, ma una memoria. Non una identità data, ma una costruzione fragile, che esige coscienza.
Coloro che l’hanno ascoltata ricordano la sobrietà del suo stile, la precisione delle sue parole, l’assenza di ogni retorica. Non vi era in lei alcun compiacimento per il passato. La storia, per Ahrweiler, non era nostalgia, ma responsabilità.
Oggi, con la sua scomparsa, comprendiamo più chiaramente la natura della sua presenza. Ella non è stata soltanto una studiosa di Bisanzio. È stata una delle figure attraverso cui Bisanzio ha continuato a parlare all’Europa.
E ora che la sua voce si è spenta, resta il silenzio fecondo delle opere che ci ha lasciato.
Un silenzio che non appartiene alla fine, ma alla durata.
TEATRO (#MONDO) E METATEATRO (#RAPPRESENTAZIONE):
"AMLETO", LA MEMORIA DELLA "CANZONE DI #ROLANDO", E IL NODO TEOLOGICO-POLITICO DEL "TERMAGANT" (E DELLA "CATTIVA #TRINITÀ").
Con il richiamo alla figura del Termagante, del "Ter_magant" (e, con le sue risonanze onomatopeiche, ai "Tre_giganti", ai "Tre_magi", a Ermete "Trismegisto", insieme alla lotta di Rolando contro i Saraceni, al tempo di Carlo Magno) e a quella di #Erode, Shakespeare sembra voler sollecitare a riprendere la riflessione sul problema della "favola dei tre #anelli", e, con esso, della lotta che gli "Interpreti" delle "tre religioni" (ebraismo, islamismo, e cattolicesimo) portano avanti da secoli per l’#eredità e il possesso del "vero" anello, quello del "#Padre" loro ("nostro").
Sulla scena del "#Globe Theatre", infatti, con parole che rievocano la critica dell’#antropomorfismo (e androcentrismo) teologico del filosofo Senofane di Colofone, Amleto così commenta, chiarisce (e condanna):
"Oh, ci sono attori che ho visto recitare - e che ho udito altri lodare e molto - che Dio mi perdoni non avevano accento di cristiani né portamento di cristiani e neanche di pagani o di uomini; parevano #pavoni e #buoi, a tal punto che ho pensato: forse la natura li ha dati da fare a qualche suo manovale e non gli son venuti bene, tanto abominevole era la loro imitazione dell’umano" ("Amleto", III, 2. 30-37).
L’EUROPA DI SHAKESPEARE E LA "NOSTRA_ETÀ" (NON SOLO QUELLA DEL TEMPO DELLA REGINA ELISABETTA I E ... DELLA ELISABETTA II D’INGHILTERRA). A mio parere, è da ricordare che Amleto, nel consigliare gli attori sul come "agire", sta dando indicazioni per la rappresentazione della "trappola del #topo" ("The #Mousetrap"), che, nella "storia" dell’assassinio del Padre e del Re e della devastazione del "#giardino-regno" della "Danimarca", è un "mitico" #Serpente!
Shakespeare, con gran sapienza, mostra di essere ben consapevole di quanto sta dicendo e facendo: mette sotto la lente della sua mente tutta la tradizione dell’#immaginario culturale europeo e cerca di venir fuori dall’orizzonte della sua "caduta", della sua "tragedia", e dal suo inferno (#DanteAlighieri).
Giordano Bruno (Nola, 1548 - Roma, 17 febbraio 1600) non è stato invano né a Londra, a Oxford, a Praga, a Ginevra, a Parigi, a Venezia, e né a Roma! Forse è bene tenerne conto: #Nietzsche, più di #Marx e #Freud, ha imparato molto dalla "lezione" dello "#Hamlet" di Shakespeare (cfr. "Così parlò #Zarathustra", p. IV).
ANTROPOLOGIA (CRISTOLOGIA), ECONOMIA-POLITICA, FILOLOGIA, E TEOLOGIA ("#CHARITAS"):
UN INVITO A #GUARDARE CON #SPIRITO CRITICO E #AMORE CONOSCITIVO IL PROPRIO OMBELICO*
Il #nodogordiano del #messaggioevangelico sta proprio nel rapporto con le nuove generazioni , nel pensare bene la #generazione. A mio parere, e, al contempo, a ben riflettere storiograficamente, la "sollecitazione" a chiarire "i sogni di un visionario" con "i sogni della metafisica" di #Kant (#Koenigsberg) riprende il #filo antropologico (il #cordoneombelicale) del "#Sàpere aude" di #Orazio (#Venosa) e, al contempo, il cammino sulla #dirittavia di #DanteAlighieri.
Ora, se non si sa ancora #comenasconoibambini (e si predica "ciecamente" contro l’#aborto), e, se già nelle domestiche interazioni quotidiane tra gli esseri umani, al fondo e alla #fonte stessa del #rapportosociale di #produzione "d’un fante / che bagni ancor la lingua a la mammella" (#Dante, Par. XXXIII, vv. 107-108), c’è il #latte con il "veleno" e il #pane di "plastica", com è possibile uscire dall’orizzonte della #tragedia, e, dell’#inferno?!
*
Della Terra, il brillante colore
2013, nov 27*
Della Terra, il brillante colore
Il libro di Federico La Sala offre un punto di vista raro. Quello di un pensiero maschile che osserva e riflette e su alcuni pilastri del pensero filosofico occidentale in modo non neutro ma a partire dal riconoscimento della propria parzialità - di individuo e di genere.
Il libro si compone di più saggi che affondano nel profondo delle nostre radici culturali come “carotaggi” a campione. La sensazione all’inizio spaesante di saltare da un frammento all’altro in campi diversi del sapere e in momenti diversi della storia è ricomposta nel filo conduttore che pian piano si manifesta. Più che un filo conduttore teorico, la tensione etica, intellettuale, di cuore, di un essere umano in ricerca.
Nella prima parte del testo l’autore si spinge in regioni dove la religione cattolica si intreccia con la tradizione ermetica. Incontriamo Ermete Trismegisto e la grande stagione Rinascimentale poi affogata nel rigore censorio della Controriforma. Incontriamo diverse manifestazioni delle Sibille, qui visibili nella riproduzione di xilografie di Filippo Barberi (1481) - una versione inedita. Percorsi incrociati tra Kabbalah, carmelitani e profeti islamici.
Sembra di navigare su un fiume sotterraneo che congiunge Oriente e Occidente. Così arriviamo alle note su Parmenide, Freud, Kant, Rousseau - tra gli altri. L’autore offre spunti e visioni prendendoli da un bagaglio di conoscenze che spazia dalla storia della religione alla filosofia alla psicoanalisi. Si alternano luce solare e lunare. Tra le tante le citazioni, il ritmo conciso e il gesto schietto, senza pose accademiche, rendono la lettura scorrevole. Nella pennellata di Fulvio Papi nell’introduzione, sulla spinta della lettura di questo “testo in piena”:
La Sala, con una mossa certamente ad effetto e piena di provocazione, dice: “guardiamo il nostro ombelico”, riconosciamoci come figli di una maternità e di una paternità che siano la terra del nostro fiorire e non i luoghi delle nostre scissioni.
Della Terra, il brillante colore. Parmenide, una “Cappella Sistina” carmelitana con 12 Sibille (1608), le xilografie di Filippo Barberi (1481) e la domanda antropologica di Federico La Sala, Edizioni Nuove Scritture, Milano, 2013, 156 p.,15€.
ANTROPOLOGIA (CRISTOLOGIA), "PRESEPE" ("SACRA FAMIGLIA"), E PAOLINISMO (E "COSTANTINISMO"): NICEA (325-2025), UN NODO (ANCORA) DA SCIOGLIERE...
IL "VANGELO" SECONDO LA LEZIONE DI PAOLO DI TARSO: "Diventate miei imitatori [gr.: mimetaí mou gínesthe], come io lo sono di Cristo. Vi lodo perché in ogni cosa vi ricordate di me e conservate le tradizioni così come ve le ho trasmesse. Voglio però che sappiate che di ogni uomo il capo è Cristo, e capo della donna è l’uomo [gr. ἀνήρ, ἀνδρός «uomo»], e capo di Cristo è Dio" (1 Cor. 11, 1-3).
Afferrate sempre lo scudo della fede, con il quale potrete spegnere tutte le frecce infuocate del Maligno; prendete anche l’elmo della salvezza e la spada dello Spirito, che è la parola di Dio. In ogni occasione, pregate con ogni sorta di preghiere e di suppliche nello Spirito, e a questo scopo vegliate con ogni perseveranza e supplica per tutti i santi» (Ef 6, 10-18).«È significativo che l’espressione di Tertulliano: "Il cristiano è un altro Cristo", sia diventata: "Il prete è un altro Cristo"» (Albert Rouet, arcivescovo di Poitiers, 2010).
Federico La Sala
ANTROPOLOGIA FILOSOFICA E FILOLOGIA CRITICA (“CHARITAS”): ELVIO FACHINELLI E UN CORAGGIOSO PASSO SUL “COME NASCONO I BAMBINI”, AL DI LA’ DELL’EDIPO.
“LA PSICOANALISI, DICE LACAN, FA QUALCOSA”. MA COSA E’ QUESTO “QUALCOSA”?! E’, FORSE, COME FA FACHINELLI, NEL SOLLECITARE A “RIPENSARE UNITARIAMENTE TUTTA LA ANALISI” (1973), LA FIGURA DELL’ ANALISTA E IL SUO SAPER DARE “LA CHIAVE” AL “SÀPERE AUDE” (KANT, 1784) DELLA PAZIENTE, DEL PAZIENTE?!
***
Che l’Essere sia o non sia, non è un problema ontologico - come sempre si è creduto, ma un problema morale ed etico! La Verità esiste, e infinite sono le sue versioni. Ma come si chiamano quelle che negano (in senso freudiano) la realtà e pretendono di dire tutta la verità nient’altro che la verità?! Che cosa sono, se non altro che per-versioni!? Questa la radice del problema.
Benvenuto lo sa e cerca di mettere a soqquadro tutto, per uscire dal labirinto e dal regime della ‘Normalità’, della Per-versione ‘Vera’! La questione è antropologica, edipica ... e riguarda tutta la Città (Tebe, come Tokyo, Roma come New York, Madrid com Pechino, ecc.) e tutto il nostro sapere. Edipo ha saputo sciogliere l’enigma della Sfinge... ma la peste continua a mietere vittime! La questione non è risolta... e se è un problema di “gelosia” (come già Freud, e come ripete ancora lo stesso Benvenuto: “che è il cuore dell’Edipo”, pp. 41-42), bisogna capire che la gelosia di Edipo non è originaria né originale, è una ‘risposta’ alla gelosia già presente nella camera del re e della regina, del padre e della madre - di quell’uomo e di quella donna che sono i suoi genitori!
Se per il passato la relazione Madre-Figlio diede luogo alla tragedia, non possiamo dire che la relazione Padre-Figlia (il cattolicesimo-romano) ci abbia portato alla “commedia” - come voleva Dante! Il Figlio - l’uomo e la Figlia - la donna devono riprendere il cammino e cercare ancora.... il loro ‘Padre’!
Tre metri sopra il cielo - Benvenuto rompe gli indugi e sollecita a ‘saltare’: omnia munda mundis o meglio, nell’ottica della pratica zen, prima dell’illuminazione le perversioni sono perversioni, dopo l’illuminazione le perversioni sono perversioni. Cosa si vuol dire? Semplicemente, che Benvenuto, sia pure con ambiguità ed esitazioni, si getta al di là di là del narcisismo (il personale è politico, e viceversa!) e ci presenta il risultato di un lavoro (nonostante tutto) eccellente, segnato proprio dall’illuminazione, vale a dire, da una (auto)coscienza ‘adulta’ (in senso forte), aperta all’altro e alla luce del Sole.
Per chiarire e far capire meglio, citiamo:
Insomma, l’atto sessuale - sottolinea l’autore - non perverso è quello in cui si mostra carità per l’altro. Caritas nel Medioevo non significava fare opere di beneficenza, bensì ‘amore’ in quanto distinto da amor, il trasporto sessuale. [...] Per avere un coito decente ci vogliono sia amor che caritas. E questa carità è provare com-passione per il desiderio dell’altro, è sentirsi chiamati a rispondere all’attrazione e al bisogno che l’altro ha di noi, e quindi andargli in soccorso. Il coito, come carità compassionevole, è atto etico per eccellenza (non a caso la Chiesa cattolica ha elevato il coito a sacramento: se fatto nelle dovute forme è il matrimonio).
Dire che il coito è un atto di carità compassionevole rischia di muovere al riso [...] Ma ci rendiamo presto conto che senza carità compassionevole - anche il più ligio alla norma eterosessuale - prende una coloritura perversa, cioè appare come uso dell’altro in quanto soggetto che non è fine ma mezzo di piacere.
La premessa eminentemente intersoggettiva del rapporto sessuale è del resto evidente: è nella misura in cui l’altro (uomo o donna) mi desidera o trae piacere da me che io sono disposto/a a desiderarlo/a e a trarne piacere. Ciò che eccita eroticamente è il riflesso del proprio desiderio nell’altro; ma questo riflesso implica il riconoscimento ipso facto della soggettività dell’altro”(p.36).Al di là della logica dello specchio e dell’opposizione (con o senza dialettica), il lavoro mette in evidenza l’esercizio di una ragione aperta (ma non popperiana) e critica, potremmo dire - chiasmatica, che riprende e porta avanti alla grande la lezione avviata da Freud (e ripresa anche da Elvio Fachinelli - mi riferisco in particolare e soprattutto al suo ultimo lavoro, La mente estatica del 1989). L’intera psicoanalisi ne esce semplicemente ‘terremotata’, e l’antropologia e l’etica anche. Aria pura in ‘Danimarca’, e non solo!
Benvenuto, in cammino e in dialogo con Freud e soprattutto con “Masud Khan, Jacques Lacan e Robert Stoller”, ma (se vogliamo, pur non essendo espressamente ricordato, e ripeto) anche con Fachinelli (si cfr., a riguardo, la sua importantissima indicazione - un vero e proprio punto di svolta antropologico e non solo psicoanalitico - ‘segnata’ Sulla spiaggia, in La mente estatica), con il coraggio delle origini (di Freud, come degli altri), “non chiudendosi nel narcisismo della prassi e della teoria” proprio della psicoanalisi ‘normalizzata’, “ma investendo direttamente forme di sapere e di discorso limitrofe”, supera fossati e barriere, mette in connessione “accordi slegati”, trova “il filo rosso tra i suoi vicoli di Napoli e la Berggasse viennese” di Freud, riesce a comporre il tutto in “una sinfonia”, e giunge (finalmente) a dirci e “a dire ancora qualcosa di fresco e convincente” - dentro e al di là del paludoso e mefitico orizzonte del nostro presente storico... e a fare un coraggioso passo al di là dell’edipo, al di là della tradizione cartesiana ed hegeliana e marxista, e al di là della tradizione ‘cattolico’- romana!!!
SUL #CONCEPIMENTO E SULLA #CONCEZIONE DEL #COMENASCONOIBAMBINI (IL #TONDODONI DI #MICHELANGELO BUONARROTI) E IL #NATALE (IL #PRESEPE DI #FRANCESCO DI ASSISI)
NELLA RICORRENZA DELLA FESTA DELLA "#IMMACOLATACONCEZIONE" (OGGI, #8DICEMBRE 2025), E’ BENE "PENSARE" ALLE #DONNE E ALLE #MADRI (E, OVVIAMENTE, AGLI UOMINI E AI PADRI) E, ANCHE, CHE NELLA CITTA’ DI #CONTURSITERME RIAFFIORI E SI RIATTIVI LA #MEMORIA DELLA "#MADONNA DELLE #SORELLE", E CON LORO, ANCHE DELLE 12 #SIBILLE "CARMELITANE" (RITROVATE DOPO IL #TERREMOTO DEL 1980).
ALLA LUCE DEL FATTO CHE PER TUTTA LA META’ DEL CINQUECENTO E FINO AL 1652, C’E’ LA PRESENZA DEI #CARMELITANISCALZI (E C’E’ L’ACCOGLIENZA DELLA LEZIONE SPIRITUALE DI #TERESADAVILA), chiarissimo e carissimo Valerio Luongo, innanzitutto i miei più vivi complimenti per la condivisione dei frutti della tua "passione archeologica"), e poi, se permetti, una piccola sollecitazione: per capire un po’ di più la storia della pietà popolare e della tradizione culturale del tuo e mio paese, forse, non è il "caso" di tentare di approfondire di più l’eventuale legame tra la "Congregazione della Santisima Concezione di Maria" dei primi anni dell’Ottocento, la Congrega della «Immacolata, popolarmente detta “Madonna delle Sorelle”, sec. XVIII, Chiesa Madre di Contursi», e, la più antica tradizione legata alla devozione per la #MadonnadelCarmine, del #MonteCarmelo, del #profetaElia, e, con le stesse 12 Sibille (un evidente richiamo alle 12 "Sorelle" dei 12 Profeti, come si pensava in epoca tardo rinascimentale, e nella Contursi dei primi anni del 1600 - v. il mio libretto: "Della #Terra, il #brillantecolore", 1996/2013), affrescate nella stessa Chiesa del Carmine, proprio per dire del tempo in cui "ritorna la Vergine", come è scritto in latino ("iam redit et Virgo") nell’immagine della #SibillaCumana, e, concepirà e darà alla luce un Bambino? #Grazie! Buon lavoro e moltissimi auguri! Buon #Natale2025!🙏
Nota: "TONDO DONI" (O "LA SACRA FAMIGLIA"). ATTENZIONE: nella "lettura" della cornice lignea (per la "Galleria degli Uffizi", in essa, sono "raffigurate la testa di Cristo e quelle di quattro profeti"), ma, per Michelangelo, come puoi ben osservare ), non sono raffigurate sì le testoline" di #quattro "figure", ma - a ben vedere - non sono le teste di due profeti e #due sibille?!
#ANTROPOLOGIA E #FILOLOGIA: #NATALE2025. UNA DOMANDA #HAMLETICA (#SHAKESPEARE): A CHE #GIOGO SI VUOLE CONTINUARE AD #AGGIOGARE?! NON E’ ANCORA L’#ORA DI USCIRE DAL #LETARGO E RICOSTRUIRE UN BUON "#PRESEPE"?!
NON E’ ORA DI PORTAR-SI AL DI LÀ DELLA "LEZIONE" TEOLOGICO-POLITICA DI #PAOLODITARSO (DELLA SUA "#CRISTOLOGIA" E DELLA SUA #COSMOTEANDRIA)?!
Continuare a seguire ancora questa "Scuola" (oggi, #7dicembre 2025).: "Diventate miei imitatori [gr.: mimetaí mou gínesthe], come io lo sono di Cristo. Vi lodo perché in ogni cosa vi ricordate di me e conservate le tradizioni così come ve le ho trasmesse. Voglio però che sappiate che di ogni uomo il capo è Cristo, e capo della donna è l’uomo [gr. ἀνήρ, ἀνδρός «uomo»], e capo di Cristo è Dio" (1 Cor. 11, 1-3)?!
#TEATRO #METATEATRO #STORIA #FILOSOFIA #PEDAGOGIA #LINGUISTICA #LESSICOGRAFIA #PSICOANALISI #ARCHEOLOGIA #STORIOGRAFIA #CATTOLICESIMO #CRISTIANESIMO ...
ANTROPOLOGIA DELLA CONOSCENZA, LINGUAGGIO "TEOLOGICO" E FILOSOFIA DELLA MATEMATICA:
"ESSERE, O NON ESSERE" (SHAKESPEARE), UNA HAMLETICA DOMANDA ("QUESTION") PARMENIDEA:
SE MICHAEL DUMMET NON HA SAPUTO SCIOGLIERE IL NODO GORDIANO DELLA "EUCHARISTIA", E DEL "COME NASCONO I BAMBINI" (SIA DAL PUNTO DI VISTA DELLA SCIENZA SIA DAL PUNTO DI VISTA DELLA FEDE), COME EMERGE DALLA SUA
When adoptive parents deem an adopted child to be their son, there remains a sense in which he is not their son, namely the biological sense. We may say that he is not really their son. This is to give the biological sense the priority, which it need not have; the parents may legitimately say, “He is truly our son.” It nevertheless remains that there is a sense in which he is not. In the case of the Eucharist, the fact that no physical change has occurred gives a sense to saying that what is there after the consecration is still bread and wine, which is why we need the notion of deeming; perhaps Luther’s notion of consubstantiation, properly understood, is not heretical. But the sense in which the elements are still bread and wine cannot have the priority, which is the truth in the scholastic doctrine that only the accidents of bread and wine remain. If God deems them to be the Body and Blood of Christ, the sense in which they are so must have the priority. That must be what they really are: “Truth Himself speaks truly, or there’s nothing true.” Just to say that God knows the consecrated elements to be the Body and Blood of Christ suggests that, in perceiving them as bread and wine we are the victims of an illusion, which is not an acceptable account. The notion of deeming is essential to my understanding of the matter. »(cfr. Auxier and Hahn,"The Philosophy of Michael Dummett", 1994),MATEMATICAMENTE (ARITMETICAMENTE), COME AVREBBE POTUTO FARE CHIAREZZA SUL "PARADOSSO DI WANG" (M. Dummet, "La verità e altri enigmi", 1986)?! Il "Galileo" (Galileo Galilei) era un "cristiano", ma non un "cattolico" costantiniano (Nicea, 325-2025): Michael #Dummet, purtroppo, era un "cattolico", ma non un "galileiano" ... e non riuscì a capire la differenza tra il significato della "charity" - il dono dell’ amore", e, il significato della "caritas" - il "dono" in "denaro", il "caro" del (prezzo l’elemosina - la "carità" di "Mammona". In fondo, sul "principio di carità" ha ragione #Robert #Nozick , sul piano epistemologico (sia dal punto di vista scientifico sia dal punto di vista religioso).
NON E’ IL CASO E IL TEMPO, FORSE, DI RIPENSARE E RICONSIDERARE "il come e il perché" il filosofo della scienza Robert Nozick abbia contestato il "principio di carità ["charity"]" e ne abbia denunciato il carattere «imperialistico», in quanto tale principio ha conferito e conferisce, nei modi in cui è concepito (nella forma del un "latinorum" di teologia economico-mercantile, come "caritas"), «un peso indebito alla posizione che accade di occupare a noi, alle nostre credenze e alle nostre preferenze» (cfr. R. Nozick, "La natura della razionalità", Feltrinelli, Milano 1995)?!
Federico La Sala
STORIA E LETTERATURA #GEOGRAFIA #PEDAGOGIA #FILOLOGIA E #CRITICA:
IL"SÀPERE AUDE!" (ORAZIO) E LA "RAGIONE PRATICA" AL CAPOLINEA.
Avendo "buttato via" Kant, ormai è sempre più difficile sia svegliarsi dal "sonno dogmatico" epocale (#Nicea, 325-2025), sia capire #Omero, #Platone, #Marx, e, la stessa importanza antropologica della fiaba (J. A. Propp) e, del "racconto" della "#casa nel #bosco".
Che cosa significa "#orientarsi nel pensiero" e nella realtà, e comprendere il senso stesso della #indicazione ( parola che richiama "#Dike", la Giustizia) della #dirittavia del "Vian-Dante" della divina "#Commedia" di #DanteAlighieri ormai è solo un "motto di spirito"!
"ESSERE, O NON ESSERE" (SHAKESPEARE): CONTRARIAMENTE A QUANTO SI PENSA, LA QUESTIONE DI #AMLETO INVITA A RILEGGERE L’ANTICO "POEMA" DI #PARMENIDE: IN UN TEMPO "FUORI DAI CARDINI" ("THE TIME IS OUT OF JOINT"), LA SUA "DOMANDA" PONE UN PROBLEMA DI VERITÀ E DI DIRITTO, SOLLECITA A UN BUON USO DELLA PROPRIA CAPACITÀ DI GIUDIZIO, E, POSSIBILMENTE, A FARE ATTENZIONE E A NON PERDERE "LO BEN DE L’INTELLETTO".
AGRICOLTURA SPECULATIVA, ANTROPOLOGIA, ECONOMIA TERRESTRE, E FILOLOGIA AL SERVIZIO DEL DEMIURGO ("FITURGO"): "ANDARE A ZAPPARE L’ ORTO".
UNA NOTA CRITICA SUL COME "COLTIVARE IL GIARDINO" SECONDO LA TRADIZIONE PLATONICO-PAOLINA ED HEGELIANA:
"LA #SOSTANZA DIVENTA #SOGGETTO" E DA’ IL VIA AL #CONCEPIMENTO SPECULATIVO, A UN BEL "#CONCETTO", UN NUOVO "#CONCEPITO"
ECCO COME NASCONO LE #IDEE, LE #MELE, LE #PERE, E, ANCHE I #BAMBINI. Una citazione da "La #sacra famiglia":
"[...] L’#uomo ordinario crede di non dire nulla di straordinario se dice che esistono mele e pere. Ma il #filosofo, quando esprime queste esistenze in forma speculativa, ha detto qualcosa di straordinario. Egli ha compiuto un #miracolo: egli ha da un’essenza intellettuale irreale, il frutto, generato esistenze naturali effettive, la mela, la pera, ecc., ossia egli dalla sua propria ragione astratta, che egli concepisce fuori di sè come un soggetto assoluto - nel caso nostro il frutto - ha creato questi frutti, e in ogni esistenza, ch’egli esprime, compie un atto creatore. [...]
Questa operazione si chiama nel modo di dire speculativo: concepire la sostanza come subbietto, come processo interno, come persona assoluta, e questo concepimento forma il carattere sostanziale del metodo hegeliano." (K. Marx - F. Engels, "La sacra famiglia").
I "RAGGI" DI EUCLIDE, IL "SOLE" DI FRANCESCO DI ASSISI, E LE "CANTICHE" DELLA "DIVINA COMMEDIA".
Appunti sul tema *
IL #PUNTO (DELLA #GEOMETRIA PLATONICO-EUCLIDEA). DanteAlighieri, per dire della sua visione di Dio, in "Paradiso", usa l’immagine geometrica del Punto, di "un punto [...] che raggiava lume /acuto sì, che ’l viso ch ’elli affoca / chiuder conviensi per lo forte acume" (Par XXVIII, 16-18) e precisa, con le parole di Beatrice, che «Da quel punto / depende il cielo e tutta la natura» (Par XXVIII, 41-42).
I "#RAGGI" DELL’#OTTICA EUCLIDEA.Su questo "Punto", che emette una luce tanto intensa che costringe a chiudere gli occhi per l’insostenibile luminosità dei suoi raggi, a ben ricordare, già all’inizio del primo canto, del "Paradiso", Dante ha detto con chiarezza:
L’#UNO DELLA #ARITMETICA EUCLIDEA E LA #TRE-#UNITA’ DI #CACCIAGUIDA (E #DANTE). Ora, se si fa ben attenzione al "punto" che "raggiava", si può ben comprendere a cosa allude Dante con le parole a lui dette dal suo avo Cacciaguida, con "quel ch’è primo, così come raia":
"IL #CANTICODIFRATESOLE"Il "Punto Geometrico" e l’ "Uno Aritmetico", per Dante, dicono dello stesso "Dio" e, per illustrare la sua cosmologia e la sua teologia e la sua antropologia, egli utilizza magistralmente (al di là della tradizione storiografica del suo tempo) nozioni fondamentali non solo della geometria e dell’aritmetica degli "Elementi", ma anche della "Ottica" di Euclide, e, in un modo assolutamente "inedito" ed "eretico", come mostra di saper fare portandosi con l’aiuto di "Beatrice" e di "Virgilio", oltre l’orizzonte di "Enea" e di "Paolo", oltre "il platonismo per il popolo", e, sulla strada di Francesco di Assisi e del suo "Cantico delle creature (Canticum o Laudes Creaturarum), anche noto come Cantico di Frate Sole".
ANTROPOLOGIA (CRISTOLOGIA), COSMOTEANDRIA, OTTICA #BINOCULARE, FILOLOGIA, E MATEMATICA:
IL 25 NOVEMBRE, IL 25 DICEMBRE, E IL "COME NASCONO I BAMBINI", IL "NODO DI GORDIO" EUROPEO DELL’ANNO 2025 (DOPO LA NASCITA DI CRISTO).
Come si suol dire, alla fine i nodi vengono al pettine: oggi fare luce - come si cerca di fare - sul tema di "Maria", la "Vergine Madre, Figlia del tuo Figlio" (cfr. Giacomo Gambassi, "La Madonna? È madre di tutti noi, non chiamatela “#corredentrice”, Avvenire, 4 novembre 2025), significherebbe portarsi oltre la visione e la interpretazione di secoli di storia costantiniana (a partire dal primo concilio di #Nicea, 325-2025) e riprendere il filo del #presepe (#FrancescodiAssisi: Greccio 1223).
La lezione di #Dante Alighieri e di #Michelangelo Buonarroti (con le sue #Sibille e i suoi #Profeti), a mio parere, è ancora tutta da chiarire evangelicamente e comporterebbe, come già accennava a fare #papaFrancesco, restituire a Gesù (il Cristo), il pieno riconoscimento (secondo la Legge e secondo la Fede) di essere il #Figlio di quell’#Amore di cui è Figlia e Figlio, quella stessa donna #Maria, la Madre, e quello stesso uomo, #Giuseppe, il Padre. Rileggere la "divina commedia", forse, può essere ancora utile per sciogliere i nodi della comprensione antropologica del #messaggioevangelico e uscire dall’orizzonte storico della #tragedia. Se non ora, quando?
Un omaggio alla #memoria di #DanteAlighieri e di #PapaFrancesco... ).STORIA E STORIOGRAFIA D’EUROPA:
A RICORDO DI LORENZO VALLA (1440),
GALILEO GALILEI (1632)
E
GIAMBATTISTA VICO ("PRINCIPI DI UNA SCIENZA NUOVA, 1725).
Nicea (325 -2025) e memoria della "Dedicazione delle basiliche dei Santi Pietro e Paolo" (18novembre 2025).
fls
"CONTURSI1350": MEMORIE DELLA STORIA DEL REGNO DI NAPOLI DAL "CHRONICON DE REBUS IN APULIA GESTIS" DEL NOTAIO DOMENICO DI GRAVINA.
ALCUNI MATERIALI PER RICORDARE (E CONTESTUALIZZARE), A MARGINE DI UNA RIEVOCAZIONE STORICA:
_***CONTURSI 1350
Comune di Contursi Terme
Durata: 5 h 15 min
Pubblico · Chiunque su Facebook o fuori Facebook
🛑 UNICA DATA | DOMENICA 16 NOVEMBRE 2025 🛑
A Conza, i feudatari si piegano e giurano fedeltà.
Non tutti, però.
Contursi rifiuta la resa.
Il re assedia il castello. Le cronache parlano di saccheggio e distruzione.
Eppure la verità potrebbe essere un’altra: le mura non caddero, Contursi non fu rasa al suolo.
Perché Luigi, spietato con tanti altri, scelse la clemenza?
Per errore? Per calcolo?
O per un segreto che la storia non ha mai svelato?
> Vieni a scoprirlo a Contursi Terme, domenica 16 novembre 2025. Un emozionante viaggio nel tempo.
CONTURSI 1350
L’assedio e l’orgoglio***
CHRONICON DE REBUS IN APULIA GESTIS
PRAEMITTITUR PRAEFATIO LUDOVICI ANTONII MURATORI
PRIMA TRADUZIONE ITALIANA CON TESTO LATINO A FRONTE
per F. d’A. s. n. PROFESSOBE DI LETTERE LATINE ED ITALIANE
NAPOLI - ERNESTO ANFOSSI EDITORE Vico Campane Donnalbina, 12, di fianco alla Posta - 1890
SOMMARIO: "[....]. 121. Il Re si porta verso Conza; ricevesi omaggi di varie terre; s’impadronisce di Contursi, ch’è interamente saccheggiata; salva con le sue mani un giovane, annegatosi nel fiume per sua cagione" (pp. 268-271).
***
«[...] Poscia va innanzi il medesimo Re, e tolto di là l’esercito, giugne presso Contursi, che terra s’era del Signor Roberto da San Severino. Accostandovisi l’esercito, gli uomini dell’ istessa terra, più forti credendosi, da sopra le sue mura si mostrano al regio esercito ribelli. Or que’ dell’esercito, che alla Regia Maestà precedevano , con violenza i ribelli cittadini di Contursi assalirono, e con assaissima prontezza contro loro ferendo, vincono con la forza i difensori di Contursi. Giugnendo pertanto il detto Re a Contursi, la terra gli era stata già vinta dagli assalitori, che precedevano, del suo esercito.
Come il Re la presuntuosa insania del popolo della detta terra ebbe udito, di aver voluto cioè piuttosto contro il suo esercito combattere, che con umili parole al suo potere somraettersi, al totale suo sperpero acconsenti, tanto maggiormente che seppe, che quella terra erasi del Signor Roberto di San Severino, suo ribelle. E passandovi il medesimo Re, non volle nella terra entrare; ma al fiume che scorrea di sotto s’accostò per alloggiarvi; e tutt’i nobili del suo esercito, seguendolo, intorno ad esso posero le tende.
Ora infiniti Ungheresi, volendosi la preda dell’ istessa terra avere, con coltelli a mano e con furore cacciano dall’ istessa terra tutt’ i Teutonici del medesimo esercito, i quali alla preda concorrono delle ricchezze di detta terra, i Latini, ossia briganti, i Tusci, i pedoni, ed i Lombardi. Ora nel detto esercito eran venuti dalla vicina terra di Oliveto, sotto la bandiera del ricordato Signor Roberto di San Severino, suo ribelle. E passandovi il medesimo Re, non volle nella terra entrare ; ma al fiume che scorrea di sotto s’accostò per alloggiarvi; e tutt’i nobili del suo esercito, seguendolo, intorno ad esso posero le tende.
Ora infiniti Ungheresi, volendosi la preda dell’ istessa terra avere, con coltelli a mano e con furore cacciano dall’ istessa terra tutt’ i Teutonici del medesimo esercito, i quali alla preda concorrono delle ricchezze di detta terra, i Latini, ossia briganti, i Tusci, i pedoni, ed i Lombardi. Ora nel detto esercito eran venuti dalla vicina terra di Oliveto, sotto la bandiera del ricordato Signor Rugiero, armati uomini a piedi, quasi dugento, i quali nell’attacco contro gli uomini di detta terra i primi si furono; dacché s’ eran convicini, ed inimici con alcuni di loro, ed i quali nella violenta presa dell’ istessa terra s’erano stati i più duri, e nel primo ostile loro ingresso entrarono i primi neir istessa terra. I quali uomini, mentre stanno tra gli Ungheresi dentro l’ istessa terra a far preda insieme, gl’istessi Ungheresi, fuggendo, quasi non li conoscessero, sopra que’ si scagliano con ispade per cacciarli fuori della terra; perchè tutta la preda di quella terra a loro lucro restasse.
Quegli poi, dicendo d’essere fedeli al Re, ed in loro aiuto, non volevano dalla terra uscire, ma predare con loro; non conoscevano essi, che que’ volevano per sè soltanto la roba della terra. Ed allora sii Ungheresi, contro di essi infierendo, cominciarono con furore a ferirli di spade; per il che, spaventati e feriti moltissimi di loro, cadono per quelle rupi, fuggendo, ed alla presenza del Re vengono a lamentarsi. Ma miseri si furon questi, che nella persona riportarono ferite e danni: il medesimo Re, mettendolisi avanti, quasi pare di compatirli, e presente il preaccennato Raglerò, cosi dice:
Or moltissimi Ungheresi sono entrati con forza neir istessa terra, e con gran furore la corrono , totalmente predandola. Oh ! quanto grande s’era lo stridor del popolo, delle donne e de’ fanciulli, di que’ che piangono , de’ feriti , de’ ligati , de’ carcerati , dei torturati, perchè il lor danaro confessino. Erasi certamente una qualche cosa d’ inesaudibile ed abbastanza crudele ; nè pel popolo di detta terra v’ era negl’ invasori compassione alcuna. Ed ecco in poca d’ ora tutta ristessa terra viene agli Ungheresi sottomessa, e tutti gli uomini ligati, e quasi tutta la grascia, di pane, di vino e di altre cose commestibili , è portata senza danaro o prezzo all’esercito, che se ne sta nelle parti di basso. Ed ivi tutto l’esercito per due dì riposò, ne’ quali fu fatta una strage grandissima e sperpero di cose, e riscatto di prigionieri.
Or mentre il medesimo Re per sollazzo cavalcava allora intorno al fiume, con alcuni suoi nobili, ecco venire un ragazzino, che cavalcava un buon cavallo, per bagnarlo nel fiume; e mentre al fiume s’accostava, colà pure giunse il Re. Or v’era ivi presso un profondo gorgo di acque, in dove, per la profondità, l’acqua era assai vorticosa.
Gli disse il Re: "Entra, o giovane, col cavallo in quest’acqua; acciochè veggiamo la sua profondità".
E quegli: "Temo, o Signore, che io non resti sommerso da questi flutti".
Ed il Re: "Entra sicuramente, e non temere".
Se non che quel giovane, vergognando di non eseguire un ordine di tanto Signore, premendo con gli sproni il cavallo, entrò in quell’acqua, e nel primo entrarvi l’acqua inghiotti lui ed il cavallo. E dalle acque levandosi, il cavallo vien separato dal giovane, ed il cavallo n’esce fuora, restando il giovane nelle acque. Levandosi per ben tre volte dall’acqua, e standosi quasi vicino a morte quel giovane, il Re, da pietà preso, spingendo con gli sproni il suo cavallo, entra in quell’acqua, ma l’acqua gittandolo di cavallo, il cavallo esce di quell’acqua, restando in essa il Re.
Il medesimo Re vestiva un mantello di scarlatto finissimo, variamente foderato, il quale l’onda intorno ad esso spandendo, pareva quasi una ritonda tavola starsi fermo su le acque, ed il Re sino in gola stavasi nelle acque. E pigliando pe’ capegli quel giovane, lo trasse salvo dalle acque.
Fu certamente grandissima maraviglia, che il Re nuotasse vestito sopra l’acqua, aiutandolo la clamide; e tratto quel giovane dalle acque, donde uscito era quasi semivivo, il Re comandò, che alla sua tenda si conducesse. Allora il Re comandò, che il giovane si spogliasse le inzuppate vesti , e si vestisse de’ regali suoi vestimenti , e con la sua parola confortandolo, comandò, che, indottolo, si sospendesse pe’ piedi; acciocché le acque, che inghiottite avea, vomitasse, e quinci più prestamente ritornasse alla pristina sanità. E così ristesse Re salvò da morte quel giovane, non dubitando di morir lui stesso; acciochè di propria persona liberasse, perche non perisse, quello, che comandato avea di entrare nelle acque. 0 grande audacia del Re! il quale, perchè non venisse da’ suoi biasimato, che per suo ordine fosse quell’uomo perito, non si peritò d’incorrere pericolo di morte.» (pp. 268-271).
ALLA MEMORIA DEL "NOTAR DOMENICO",
L’AUTORE DEL "Chronicon de rebus in Apulia gestis",
L’OMAGGIO DELLA CITTA’ DI GRAVINA (PUGLIA):
"Nacque a Gravina intorno al 1310. Di lui ci resta un’importante cronaca del suo periodo (1333-1350), con episodi relativi alla città di Gravina e di Napoli. In gioventù seguì gli studi giuridici e del notariato a Napoli; ritornato a Gravina vi esercitò la professione, anche se non sono arrivati a noi, atti da lui rogati. Nel 1345, a Gravina fu tra i capi della fazione ungherese che vendicava l’uccisione di re Andre da Ungheria. L’arrivo del conte Roberto Sanseverino di Corigliano indusse i partigiani ungheresi a fuggire ed anche lui abbandonò la città. Visse in esilio a Bitonto dove ricevette dal re d’Ungheria alcuni beni in cambio dei beni perduti a Gravina.
(...) La cronaca si ferma nel momento in cui, dopo la conquista di castelli in Puglia e di Bari e la sottomissione di città in Lucania, il re d’Ungheria giunse a Salerno per preparare l’ultimo e definitivo attacco alla città di Aversa. (RIPRESA PARZIALE - SENZA IMMAGINE).
FILOLOGIA STORIA ANTROPOLOGIA E TEOLOGIA: UN "LAPSUS" DI LUNGA DURATA.
"CHARITAS DEUS EST" (I Joan. 4,8).
COSI’ PER SANT’AMBROGIO (AMBROSIUS, , "In Epistolam Beati Pauli Ad Corinthios Primam, Caput XIII, Vers. 4-8.).
COME MAI, ALMENO DAL TEMPO DI GIAMBATTISTA VICO E DI LUDOVICO ANTONIO MURATORI,
LA "CHARITAS" HA PERSO LA "H" E IL "CHARITAS DEUS EST" E’ DIVENTATO IL "DEUS CARITAS EST"?!
P. S. 9 - CAMBIARE ROTTA E PARADIGMA: DOPO INTERI MILLENNI DI LABIRINTO, E, DOPO DANTE E DOPO VICO, GLI “ESSERI UMANI” ANCORA A “VIVER COME BRUTI”, A MUOVERSI MECCANICAMENTE, COME MOSSI DA UNA “MACCHINA”, INCAPACI DI GIUNGERE A UN MINIMO DELLA “CLASSICA” CONOSCENZA DI SE’ E DELLA STESSA “CASA-TERRA” CHE ABITANO. *
OVVIAMENTE, PRIMA DI TUTTO, PARTIRE DA SE’, RIMEMORARE LA DANTESCA SOLLECITAZIONE DELL’OMERICO #ULISSE, sintetizzata nel “Considerate la vostra semenza: / fatti non foste a viver come bruti,/ ma per seguir virtute e canoscenza” (Inf. XXVI, 118-120), E, RIPRENDERE LA RIFLESSIONE SUL NODO “FISICO E METAFISICO” DELLA SCOPERTA DELLA AGRICOLTURA E DELL’ORIGINE DELLA STESSA CULTURA.
OGGI, FORSE, E’ PROPRIO OPPORTUNO RI-COMINCIARE A PENSARE DALL’ INIZIO DELLA VITA SUL PIANETA TERRA, E DAL COME “L’UOMO” E’ DIVENTATO UN “EXTRATERRESTRE” CHE SI PREPARA A DISTRUGGERE LA SUA STESSA “TERRA”.
CHE COSA VUOL DIRE “VIVER COME BRUTI”? VICHIANAMENTE, E COERENTEMENTE CON LA NUOVA FISICA DEL #GALILEO, VIVERE “BRUTALMENTE” SIGNIFICA VIVERE SOLO COME UN “#IMMOBILE”, ESSERE INCAPACE DI AUTONOMO MOVIMENTO ED ESSERE MOSSO DA UNA “MACCHINA, E, ARISTOTELICAMENTE (TOLEMAICAMENTE), ALLA FINE DELLA “CATENA”, DAL “MOTORE IMMOBILE”.
“SEGUIR VIRTUTE E CANOSCENZA”: “CONOSCI TE STESSO”. NEL 1699, NELLA SUA PRIMA “ORAZIONE INAUGURALE” (18 OTTOBRE 1699), VICO MOSTRA DI AVERE GIA’ IDEE BEN CHIARE SULL’ INSEGNARE A BEN RIFLETTERE SULLA VITA E “L’ANIMA DEI “BRUTI”, E, A DARE INDICAZIONI PER RITROVARE “LA DIRITTA VIA” E GIUNGERE ALLA CONOSCENZA DI «SE’», E DEL «MONDO» E «DIO».
ORIENTARSI NEL PENSIERO E NELLA REALTA’, A PARTIRE DA SE’, ANCORA E DI NUOVO, DALLA PROPRIA NASCITA (“SEMENZA”), DA COLORO CHE HANNO COLTIVATO E PREPARATO IL “CAMPO”, E FATTA LA “SEMINAGIONE” (I “GENITORI”), E, IMPARARE DALLA VITA SIA DEI “BRUTI” SIA DEI “GIGLI DI CAMPO”.
A QUANTO PARE, OGGI, E’ PROPRIO URGENTE E VITALE: CON GIAMBATTISTA VICO, ANDARE AVANTI CON “GrAZiA” (con CHARIS), GALILEANAMENTE...
* Una nota di commento al lavoro di Jesper Svenbro ("Phrasikleia. Antropologia della lettura nella Grecia antica", 2024 - "Le parole e le cose", 4 settembre 2025).
Federico La Sala
Psicoanalisi, #Istituzioni, e "#Strumenti del #comunicare" (#Musica, #Cinema e #Televisione):
"Arrapaho" (un film dell’anno 1984).
A voler riflettere sul piano storico-sociologico e antropologico, il film "Arrapaho" mostra di essere (risalendo agli anni #Ottanta del #Novecento) una "mitica" lezione #critica, per indurre non ad addormentarsi nella ormai dominante "#societàdellospettacolo" (#GuyDebord, 1967) ma, al contrario, a svegliar-si e a cercare (napoletanamente) di "re-shakespeare" meglio.
Nel film (cit.), nel "#Dialogo tra Palla Pesante e Capo di Bomba" («- Dimmi, Capo di Bomba, a chi vuoi più bene, a papà o a mammà? - A Pippo Baudo! -Vaffangul!»), è ben "leggibile" una decisiva #analisi della struttura fondamentale della #concezione teologico-politica della stessa tradizione occidentale (dell’#Occidente, e dell’#Oriente - un "#nodogordiano"), quella del #corpomistico del "#Re" della "#Società". Volendo, per meglio orientarsi, è anche un brillante invito a rileggere (proprio sul tema del "#mamma"e del "#papà") l’ "#Amleto" di #Shakespeare e porgere maggiore attenzione al problema del "marcio" presente nello "stato di Danimarca".
Ricordate certamente il racconto del peccato del primo uomo; il serpente non osò rivolgersi all’uomo, ma per ingannarlo si servì della donna. Passando attraverso la creatura più debole conquistò anche la più forte, penetrando nel cuore della donna riportò vittoria su ambedue. [...] in nessuno dei due sessi dobbiamo fare ingiuria al Creatore: la natività del Signore è garanzia per ambedue a sperare nella salvezza. Il sesso maschile è stato onorato nel corpo di Cristo, il sesso femminile è stato onorato nella madre di Cristo. La grazia di Gesù Cristo ha vinto l’astuzia del serpente. [...]" (cfr. Agostino, "Discorso 190").FILOLOGIA (#TEATRO) E #ANTROPOLOGIA CULTURALE (#METATEATRO): "ESSERE PRONTI A TUTTO" ("#AMLETO", II. 218).
NONOSTANTE LE PREMURE E LE SOLLECITAZIONI DI #SHAKESPEARE, OGGI, NON LO SIAMO ANCORA E AFFATTO: DELLA SUA #HAMLETICA "#TRAPPOLA DEL #TOPO" ("THE #MOUSETRAP") E DEL TENTATIVO DI PORTARE ALLA LUCE L’#INGANNO NARCISISTICO DEL "#SERPENTE" (DEL #MENTITORE) E RICOSTRUIRE IL "#PRESEPE", IL "#CORPO MISTICO DELLA "#SACRA FAMIGLIA" IN "DANIMARCA", IL #LETARGO DELLA EMENEUTICA "BIBLICA" E’ ANCORA PROFONDO.
A RISOLVERE L’ENIGMA DELLA #SFINGE E A CAPIRE IL "SEGRETO" DELLA #PIRAMIDE, NON SI PUO’ NON GIUNGERE SVEGLI. Dopo 1700 anni dal primo concilio di #Nicea (325 -2025), ancora, non si è affatto compreso il legame inscindibile tra #cristologia e #antropologia.
PER COMPRENDERE LA "METAFORA" DELLA "MOUSETRAP" E RISALIRE AL TRADIMENTO STRUTTURALE DELLA #FIDUCIA (sia sul piano delle relazioni familiari e private sia sul piano delle realzioni pubbliche e politiche), è bene "ripensare" al collegamento tra i "due fratelli"(il Re Amleto e il fratello - "serpente" e "golpista" Claudio), e, "rileggere" il contesto e la svolta decisiva nell’opera (Amleto, III. 2. 110 e ss.), quella della "trappola del topo" ("The Mousetrap").
PSICOANALISI E DISAGIO DELLA CIVILTA’. A riflettere antropo-logica-mente sulla "storia" e sulla "metafora" (con George #Lakoff, e oltre) del "topo" (e della "#topa"), e, con i chiarimenti anche di #Freud sul "Caso dell’Uomo dei Topi" ("Rattenmann"), non c’è che da accogliere il "sàpere aude" di Orazio e Kant e rimeditare insieme, al di là della dialettica atea e devota, il "#canticodeicantici" e il "cantico delle creature". Se non ora, quando?
USCIRE DALL’#INFERNO: UNA "ASCENSIONE VITTORIOSA". Solo così, forse, si può ricomprendere che il lavoro di Shakespeare, con il suo Amleto, non dice affatto di una "rinuncia fallimentare all’ascesa" (E. Krippendorff, 1992), ma di un essere svegli e di un "essere pronti", e, non ad una eterna permanenza nella "palude" dello "stato della Danimarca", ma ad un’ascesa, ad un’#ascensione vittoriosa (sul tema, mi sia lecito, si cfr. le note di commento all’articolo "Quando finirà la notte?" di Francesco Forlani, "Nazione Indiana", 17 maggio 2005), a formare una sola #UmaNita’.
QUESTIONE ANTROPOLOGICA, COSMOTEANDRIA, LETTERATURA E STORIOGRAFIA *
ALLA "NOSTRA ETÀ" ("NOSTRA AETATE"), I "TRE ANELLI" DI MELCHISEDEK ANCORA NEL "BOCCACCIO"!
Il nodo gordiano sta proprio ancora "qui ed ora", nella domanda posta nel "duello" teologico-politico sul "come nascono i bambini" (su come nasce il bambino Gesù - il Cristo, il figlio dell’amore del "Dio" cattolico-romano, affrontato all’epoca di Dante dall’Anonimo Padovano nell’ Entree d’#Espagne ), e, ancora non è stato sciolto (non tagliato)! Ovviamente, da sciogliere, non tagliare: se si taglia il nodo (alessandrino e costantiniano), come si può prendere l’acqua viva nel "pozzo di Giacobbe"?!
Se è vero che "La Riforma protestante rappresenta un momento di svolta per il rapporto delle donne con la Bibbia" (come si scrive nella presentazione di un lavoro di riflessione su "Le donne e i movimenti di Riforma nel XVI e XVII secolo", non è altrettanto vero che è "La struttura patriarcale della società che impedisce alle donne il diritto di partecipazione" sia rimasta "sostanzialmente invariata" (Adriana Valerio, Fb).
A voler scendere più giù nel "pozzo" della ricerca storiografica, è la tradizione tragica della codificazione socratico-platonico e paolina, la famosa #dottaignoranza (#Cusano, 1440), a negare ascolto e attenzione alla ripresa e alla "prima rinascita" del messaggio evangelico. Che alla lezione del "#presepe" di #Francesco di #Assisi e della indicazione di #DanteAlighieri si preferisce ancora come modello il "#fumetto" di "Lancillotto e Ginevra", e, restare in un #letargo millenario, non c’è proprio nulla da dire!
Che si continui a confondere dopo 1700 anni (dal primo Concilio di #Nicea, del 325) ancora l’#UNO, l’Amore ("#CHARITAS") della madre e del padre di #Gesù ("#CHRISTOS"), con la "Carità" di "#Mammona" (del "Deus #CARITAS est"), quella della madre e del padre del costantiniano #Imperatore dell’#Universo, è proprio un provvidenziale segno del "#neofinalismo" della teologia mammonica dei "tempi moderni"!
A chi importa più, oggi, rileggere la "#divinacommedia" e l’opera di #Shakespeare (in particolare, "#Amleto"), per "orientarsi nel pensiero" con il "vecchio"Kant, e, nella realtà, con il "vecchio" Marx (che ai suoi tempi "seguiva" ancora Dante nel suo critico e "#capitale" cammino)?!
*
STORIA E LETTERATURA, FILOLOGIA, STORIOGRAFIA, E "DANTE BEYOND DANTE", DENTRO UN "BOCCACCIO":
UN LETARGO INFINITO PER LA "DIVINA #COMMEDIA" E IL "#GIARDINO" DI UNA TERRA DEVASTATA (FESTA LITURGICA DELLA "MADONNA DEL MONTE #CARMELO", a ricordo del #16LUGLIO 1251). La "guerra" contro la #Commedia e la "#Monarchia" (dei "#DueSoli") di Dante, comincia subito, già alla sua morte, con il papa #GiovanniXXII (1316):
Dante e Giovanni della Croce: la salita del monte
di F. Francesco Conte ocd ("Carmelo Veneto", 01 Aprile 2016)
Una delle opere più famose che la letteratura italiana ci ha lasciato è senza dubbio la «Divina Commedia», in cui Dante Alighieri, autore e nello stesso tempo personaggio, percorre un viaggio tutto particolare attraverso Inferno, Purgatorio e Paradiso.
Lo scenario iniziale della Commedia (siamo nel primo Canto dell’Inferno) vede Dante nella «selva oscura», ai piedi di un «colle», tre bestie feroci che gli bloccano la salita e un’ombra, quella del poeta latino Virgilio, mandato dal cielo per guidare il sommo poeta nel viaggio fino al Paradiso: lì Dante troverà la sua Beatrice, che gode la beatitudine eterna. L’incontro con Virgilio è in questo momento decisivo, perché è funzionale non solo a definire il poeta come «guida, autore e maestro» dell’autore-personaggio, ma anche a sciogliere l’impasse dei dubbi e ancora di più delle paure che Dante nutre, smarrito in una selva di vizi o passioni e affrontato dalle «fiere», figure simboliche della lussuria (la lonza), della superbia (il leone) e dell’avarizia (la lupa).
Dopo le prime presentazioni1 Virgilio si rivolge a Dante con queste parole:
perché non sali il dilettoso monte
ch’è principio e cagion di tutta gioia?» (Inferno I, 76-78).Questa terzina costituisce il primo richiamo, in tutta la Commedia, diretto a Dante da parte delle sue guide: Virgilio sollecita il viaggiatore a non rimanere oltre in quella «selva oscura», popolata dalle «fiere», a vincere l’angoscia e la paura del momento e soprattutto a «salire il dilettoso monte». Questo è il punto centrale e l’obiettivo essenziale di tutto il viaggio dantesco, che vuole essere, nei suoi propositi più alti, un «itinerario della mente verso Dio».
Il monte (lo stesso del v. 13, «ma poi ch’i’ fui al pié d’un colle giunto»)2, è «dilettoso» perché rappresenta per l’anima smarrita la via della speranza e della liberazione, l’uscita dalla notte e dalle tenebre per giungere alla luce del sole: Dante comprende che il vero «sole che sorge» è Dio stesso, che illumina la notte del peccato e riporta l’anima sulla «diritta via»3.
Questo è nella sostanza la salita del monte: mettersi sulla «diritta via», compiere un vero e proprio cammino di perfezione, in cui l’anima si lascia plasmare dalla grazia divina fino a giungere alla felicità piena in Dio, «principio e cagion di tutta gioia» (Inferno I, 78).
L’invito a salire il «dilettoso monte», che troviamo nella Commedia, è la stessa esortazione che leggiamo anche nel libro del profeta Isaia 2, 3, «Venite, saliamo sul monte del Signore, / al tempio del Dio di Giacobbe, / perché ci indichi le sue vie / e possiamo camminare nei suoi sentieri» (e con poca differenza, anche in Michea 4, 2).
Ma quando pensiamo al «dilettoso monte» non può non venirci in mente, nel particolare, proprio il monte Carmelo, che anche nella Scrittura ci viene presentato di per sé come luogo di bellezza, quasi un giardino paradisiaco, pieno di delizie, e ancora come il luogo di una possibile e rinnovata creazione. Leggiamo a questo proposito un altro passo di Isaia:
«Si rallegrino il deserto e la terra arida, / esulti e fiorisca la steppa. / (...) Le è data la gloria del Libano / lo splendore del Carmelo e del Saron. / Essi vedranno la gloria del Signore, / lo splendore del nostro Dio. / (...) Allora si schiuderanno gli occhi dei ciechi / e gli orecchi dei sordi si apriranno. / Allora lo zoppo salterà come un cervo / e la lingua del muto griderà di gioia, / perché scaturiranno acque nel deserto, / scorreranno torrenti nella steppa. / La terra bruciata diventerà una palude, / il suolo riarso si muterà in sorgenti d’acqua.» (Isaia 35, 1-2; 5-7).
Per il senso biblico «Carmelo-giardino» possiamo citare anche il passo di Geremia 2, 7 «io vi ho condotti in una terra da giardino, perché ne mangiaste i frutti e i prodotti»; nella Vulgata, la versione latina della Bibbia, il testo riporta invece proprio il riferimento al Carmelo, «introduxi vos in terra Carmeli, ut comederétis fructum eius et óptima illíus», rendendo così più esplicito il legame tra la terra del Carmelo e il giardino ricco di frutti meravigliosi e dei prodotti più buoni che ci siano4. Tutto questo per dire in sostanza che anche il monte Carmelo può essere di per sé il «dilettoso monte» sul quale Dante deve incamminarsi, essendo anch’esso monte di Dio.
La conferma a questa suggestione sembrerebbe venirci proprio dal nostro santo padre Giovanni della Croce, nella sua opera Salita del Monte Carmelo. Il santo ci propone un vero e proprio cammino di perfezione, in cui l’anima, modellata dalla grazia, giunge alla piena unione con Dio. Ecco cosa leggiamo all’inizio dell’opera:
Anche in quest’opera, come nella Commedia, siamo di fronte ad un cammino verso Dio, che vuole coinvolgere tutta la persona. L’accostamento di Dante e san Giovanni appare senza dubbio insolito e forse, per certi versi, anomalo; ma resta il fatto che sia nella Commedia sia nella Salita, la meta ultima proposta all’anima è la vetta di un «monte dilettoso», ovvero la piena unione con Dio per poter godere di lui e delle sue delizie. Per giungere la «cima del monte» l’anima deve seguire la retta ragione e la grazia divina, un altro elemento in comune tra la salita del «dilettoso monte» dantesco e il Carmelo: anche Dante nel suo viaggio deve lasciarsi guidare da due guide d’eccezione, Virgilio e Beatrice, che nella Commedia rappresentano proprio la ragione l’uno e la grazia divina l’altra.
Possiamo dire quindi che i due autori, Dante e Giovanni della Croce, possono essere accomunati senza dubbio per la coscienza del viaggio, che ha in sé qualcosa di soprannaturale, e ancora di più per la certezza della meta, la vetta del «dilettoso monte», espressione così opportuna anche per il monte Carmelo, proprio perché è monte di Dio.
Tuttavia bisogna sottolineare anche qualche differenza. Le strofe che san Giovanni della Croce intende spiegare nella Salita del monte Carmelo, corrispondono ad una delle opere, che Giovanni compone nel periodo in cui è tenuto in carcere a Toledo (nove mesi, tra il 1577-78). Si tratta della Notte oscura, che inizia con questi versi: «in una notte oscura, / con ansie, in amori infiammata, - o felice ventura! - / uscii, né fui notata, / stando già la mia casa addormentata. // Al buio uscii e sicura...». Anche il tema della «notte» sembra avvicinare il Dante del primo Canto dell’Inferno e san Giovanni, ma è una prossimità solo apparente, cioè solo dell’espressione e non nel senso che l’uno e l’altro gli attribuiscono. Da una parte troviamo la notte della «selva oscura», quella penosa e paralizzante di Dante di fronte alle «bestie feroci» dei peccati: una notte che fa paura al viaggiatore («la notte ch’io passai in tanta piéta», Inferno I, 21). Dall’altra, invece, San Giovanni della Croce definisce la notte oscura «felice ventura», ovvero sorte felice, favorevole, proprio perché diventa l’occasione in cui l’anima si lascia guidare e plasmare da Dio nel cammino di purificazione dell’anima.
Nell’orizzonte della salita del «dilettoso monte« del Carmelo, quindi, la notte non è solo necessaria, ma anche desiderabile, perché è luogo della grazia; l’anima deve entrare nella notte, lasciarsi educare e rieducare nei sensi a non assecondare i propri appetiti e a praticare la virtù. In secondo luogo deve lasciarsi guidare nella notte, ancora più oscura, della fede, in cui l’anima - per citare direttamente san Giovanni - «resta all’oscuro completamente, abbandonando ogni lume della natura e della ragione perché vuole salire per questa divina scala della fede che ascende e penetra fino alla profondità di Dio» (Salita, libro 2, cap. 2): questa oscurità della ragione è tale affinché l’anima si lasci illuminare, quasi abbagliare, da quella luce in cui Dio si vuole rivelare e far conoscere unicamente per il dono gratuito della fede.
Prima di concludere, possiamo trovare anche un’altra differenza non trascurabile tra la Divina Commedia e la Salita del Monte Carmelo, differenza iscritta nelle diverse intenzioni degli autori. Nella prima opera possiamo essere anche persuasi che Dante abbia ricevuto in qualche modo un’illuminazione dall’alto, un’intuizione particolare, frutto della grazia divina: è possibile, non lo si può negare in assoluto, ma non dobbiamo dimenticarci che l’orizzonte dell’autore-personaggio resta quello letterario, a sua volta inserito in un contesto culturale (teologico e filosofico) particolare; tutto è descritto a partire da un piano simbolico e il lettore accorto deve in qualche modo svelare ciò che sta sotto il velo dell’allegoria 5. Il cammino ascendente della Salita del Monte Carmelo, al contrario, non vuole essere simbolico, se ne può ricavare accidentalmente una teologia, una filosofia, una sapienza. Ma la salita del «dilettoso monte», proposta da san Giovanni della Croce, è concretissima: tratteggia la mappa di una vera via verso la perfezione, di un vero cammino da percorrere, è una vera e propria pratica di vita per giungere alla piena unione con Dio.
[1] «Non omo, omo già fui, / e li parenti miei furon lombardi, / mantovani per patria ambedui. / Nacqui sub Julio, ancor che fosse tardi, / e vissi a Roma sotto il buon Augusto, / al tempo degli dei falsi e bugiardi. / Poeta fui, e cantai di quel giusto / figliuol d’Anchise che venne da Troia, / poi che il superbo Ilión fu combusto» (Inferno I, 67-75).
[2] Il monte in questione che Dante si trova di fronte non ha niente a che fare con un’altra nota montagna della Divina Commedia, ovvero quella del Purgatorio. L’orizzonte che Dante si trova a sperimentare in questa fase è assolutamente terreno, quindi slegato in tutto dalla possibilità, concessa per grazia, del viaggio ultraterreno, che sta per iniziare. Dante si trova da vivo nella selva oscura e vede nel «dilettoso monte» l’uscita dalle tenebre del peccato alla luce di Dio.
[3] Riprendiamo ancora le parole di Dante dal famoso incipit dell’Inferno, «nel mezzo del cammin di nostra vita / mi ritrovai per una selva oscura, / ché la diritta via era smarrita» (vv. 1-3), e più avanti, «allora fu la paura un poco queta / che nel lago del cor m’era durata / la notte che ch’io passai in tanta piéta» (vv. 19-21).
[4] Su questo argomento e sulla definizione biblica del monte Carmelo cfr. Antonio Maria Sicari ocd, Storia poetica e spirituale dei Carmelitani (in Quaderni Carmelitani 24, 2009, 13-77), da cui ho tratto alcuni spunti interessanti.
[5] Lo stesso Dante, nel primo richiamo della Commedia ai lettori, scrive: «O voi ch’avete li intelletti sani, / mirate la dottrina che s’asconde / sotto il velame de li versi strani» (Inferno, IX, 61-63).
*
ANTROPOLOGIA, ARCHEOLOGIA, E UN SORPRENDENTE "GRADINO ONTOLOGICO": LA VIA DELLA PROPRIA UMANA E CRITICA "TRASCENDENZA" (IMMANUEL #KANT) E LA "SCOPERTA" DELLA COSIDDETTA "FUSIONE FREDDA" E DELLA "ACQUA CALDA"!
Una "vecchia" recensione del prof. #Riccardo #Pozzo di "L’enigma della sfinge e il segreto della piramide. Considerazioni attuali sulla fine della preistoria in forma di lettera aperta", Ripostes, Roma-Salerno, 2001, pp. 64 (Cfr. "Magazzino di Filosofia, n. 9, 2002, pp. 61-62, Franco Angeli editore, Milano 2003). *
*
"SÀPERE AUDE" (KANT, 1784): "[...] La Sala propone con questo volumetto un manifesto “sul coraggio di servirsi della propria intelligenza, oggi - per diventare uomini liberi e donne libere, cittadini sovrani e cittadine sovrane, non imprenditori e imprenditrici, sfruttatori o sfruttatrici, della propria o dell’altrui forza lavoro” (p. 7).
Con esso, La Sala chiude la trilogia iniziata con La mente accogliente e proseguita in Della terra il brillante colore, nella quale viene compiutamente elaborata un’ontologia chiasmatica, un’ontologia “segnata da una relazione illuminata dal sapere-potere dell’amore, umano e politico, di sé, dell’altro e dell’altra” (p. 7), e dunque “una via chiasmatica alla conoscenza” che prenda le vesti di un materialismo storico, “liberato dalla sua cecità e capace non solo di realizzare un’anamnesi della genesi e risolvere il miracolo greco passando attraverso il denaro”, ma anche, e specialmente, “di sognare meglio quello che hanno sognato tante generazioni e anche noi ancora sogniamo” (p. 12).
Sopratutto, La Sala invita a considerare il #gradino ontologico presente nell’inizio dell’avventura della vita umana, nella #nascita di un #bambino, nella quale “si passa dal dentro al fuori e dal sensibile (materiale-materno) all’intelligibile (altrettanto fisico, materiale-paterno)” (p. 16).
La Sala nota la confusione e la guerra che da sempre si stagliano nell’orizzonte antropologico occidentale, che non è mai andato al di là del cosmo pensato dai Greci, nel quale “tanto la donna e la femminilità quanto il bambino e l’infanzia non hanno mai avuto diritto di cittadinanza e sono sempre stati domesticati e confinati nel recinto della debolezza e della minorità” (p. 18).
Ma proprio l’esclusione della femminilità e dell’infanzia dal linguaggio della filosofia e della politica è ciò che ha fatto dimenticare che “fuori dal tutto non c’è il nulla (al piú, la volontà di negare l’essere), ma la vita e la via della vita: si viene dalla vita, si nasce alla vita e si muore nella vita. E’ la vita a comprendere e illuminare il mondo, non il contrario. E, ancor piú precisando, è la vita che determina la coscienza, non viceversa” (p. 22).
La Sala pone il seguente aut aut che non ammette altre soluzioni: o si resta all’interno del progetto antico della moderazione e di quello moderno della libertà o si prosegue si prosegue con occhi aperti e piedi per terra sulla strada della ricerca aperta da Rousseau di un contratto sociale che sappia dire “agisci in modo che il tuo desiderio non si trovi a essere antagonistico rispetto a quello di un altro, affinché non finisca col ritorcersi contro di te” [...]" (cit.).
STORIA E #FILOLOGIA: AL TEMPO DI #DANTE (E DI "#AMLETO"), «L’«ENTRÉE D’ESPAGNE», UNA "#CHANSON DE #ROLAND ", CON AL CENTRO UN "#DUELLO" TEOLOGICO-POLITICO CON #FERAGU (CHE "CONTINUA" ANCORA) ...
FILOLOGIA E #COSMOTEANDRIA (#NICEA, 325-2025): IN #PRINCIPIO ERA IL #LOGOS (NON IL #LOGO DI UN DEMIURGICO #PANTOCRATORE). Una "memoria" per "orientarsi nel #pensiero" e nella #realtà e portarsi oltre la tradizione di un #platonismo e #paolinismo tragico ...
A #Piero #Bianucci (La Stampa /"Il Cielo", 12/2/2007), in una intervista su "Darwin, E.T. e Benedetto XVI", alla domanda "Come è cambiata la posizione della #Chiesa su #Darwin passando da #GiovanniPaoloII a #BenedettoXVI?", #Pievani così risponde: «Papa #Woytila nel 1996 riconobbe il #darwinismo come una “teoria corroborata da prove convergenti e provenienti da discipline diverse”, non in contrasto con un “#salto #ontologico” riguardante la #natura umana. Papa #Ratzinger nella Conferenza di #Ratisbona ha ripreso la distinzione tra una “ragione #ristretta” tipica della #scienza e una “ragione #estesa” che coincide con la #fede e comprende in sé la prima. Alla luce della ragione estesa, il darwinismo diventa irrazionale, o almeno dotato di una razionalità inferiore. Si apre così un #conflitto non tra scienza e fede ma tra due #razionalità di rango diverso» (cit.).ANTROPOLOGIA E CIVILTA’: A SCUOLA DI DANTE E DI NIETZSCHE, ASPETTANDO LA FINE DELLA NOTTE E "IL SORGERE DELLA TERRA" ("EARTHRISE).
Formidabile movimento "personale" di #fusione "fredda" e #trasmutazione "alchemica". Una "testimonianza" di viva e altra antropologia possibile: "[...] E ho concluso dicendogli semplicemente che da non credente preferivo di gran lunga la trasfigurazione alla resurrezione, perché parlava di un risorgere da vivi e non da morti. Un’ esperienza che conosce bene chi sia stato, anche per un solo istante, veramente felice" (cit.).
Con-cordo, pienamente, è una questione di "Corpo Mente Cuore" (altrimenti il "Cardillo" non può né aiutare a far guarire e a far volare, e, nemmeno a volare e accedere a "estasi ortesiane"). Come scrivono e si chiedono #CesareBarrioli e #MarcelloBernardi, nel loro lavoro pubblicato dalla Luni editrice nel 1998, il cui sottotitolo dice appunto di un "Manifesto di una nuova #educazione", "Perché l’#Imitazione di #Cristo non spinge a rovesciare a colpi di karate i banchetti degli usurai che insozzano il mondo?".
Come ben sapeva Nietzsche (e, ovviamente, anche Dante), per questo, occorre quella "#esperienza che conosce bene chi sia stato, anche per un solo istante, veramente felice" (cit.), e, permette di riprendere "la diritta via" e riacquistare "la grande salute" (sul tema, sia lecito, si cfr. NUOVO "REALISMO" E "GAIA SCIENZA": LA LEZIONE DI DANTE (E NIETZSCHE), OGGI. CONOSCER-SI E CHIARIR-SI LE IDEE, PER CARITÀ!).
E anche la #differenza filologica tra il "principio di carità"secondo la "logica" della "caritas"), quella di "#Mammona", e secondo il #Logos della greca "charitas", quella dell’#amore del #messaggioevangelico del "#Figlio" di "#Giuseppe e #Maria". Nota al cuore
di Francesco Forlani *
“Sei giorni dopo, Gesù prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. E fu trasfigurato davanti a loro; il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce.” Così Matteo racconta della metamorfosi del Cristo (trasfigurazione) che si raccomanda con i tre apostoli di non dire nulla di quanto appena successo e a cui loro avevano assistito.
Nei passati giorni di passioni, processioni, ceneri, costati aperti e crocifissioni, e convivi, incontri del passato, del non più presente, turbamenti dell’inimicizia, di passeggiare come andare a zonzo per le strade della tua città, delle tue strade, dove insieme ai ricordi appare il male di vivere dalla parola imbronciata di sottobosco, sottopopolo, facciate inermi di palazzi abbandonati- questa è Caserta, e altro che consiglio comunale sciolto per camorra, qui tutta la città dovrebbe sciogliersi, fondersi, sparire e trasfigurata riapparire- ho ripensato al Raffaello Sanzio e al suo dipinto.
Nietzsche ne era appassionato al punto di scriverne:
“La metà inferiore, con il ragazzo ossesso, gli uomini in preda alla disperazione che lo sostengono, gli smarriti e angosciati discepoli, ci mostra il rispecchiarsi dell’eterno dolore originario, dell’unico fondamento del mondo: l’illusione è qui un riflesso dell’eterno contrasto, del padre delle cose. Da quest’illusione si leva poi, come un vapore d’ambrosia, un nuovo mondo illusorio, simile a una visione in cui quelli dominati dalla prima illusione non vedono niente. Un luminoso fluttuare in purissima delizia e in un’intuizione priva di dolore, raggiante da occhi lontani. Qui abbiamo davanti ai nostri occhi, per un altissimo simbolismo artistico, quel mondo di bellezza apollinea e il suo sfondo, la terribile saggezza del Sileno e comprendiamo per intuizione la loro reciproca necessità. Con gesti sublimi [Apollo] ci mostra come tutto il mondo dell’affanno, [la metà inferiore del dipinto con l’ossesso], sia necessario, perché da esso l’individuo possa venir spinto alla creazione della visione liberatrice e poi, sprofondando nella contemplazione di essa, possa sedersi tranquillo nella sua barca oscillante, in mezzo al mare”. Poi nel mio pellegrinare in solitaria ho incrociato sulla strada del rientro da mia sorella, la persona più mite del mondo che è anche il nostro cardiologo di famiglia. Ha nel nome, Cardillo, la parola cuore, però anche volo d’uccello, estasi ortesiana.
Sorpreso dall’inatteso incontro nell’ora d’aria e di crepuscolo mi diceva del bene che fa camminare da soli. Io della visita medica annuale appena fatta a Saragozza con il responso che pareva un avviso di garanzia per gli alti valori alcolici. E ho condiviso con lui questa storia che stava facendosi racconto nella mente, questa nota che tu lettore hai appena sfogliato, della trasfigurazione, del pensiero a voce alta che mi aveva fatto compagnia lungo il lungo tratto dello stradone che costeggia tutto il parco della Reggia e la sua natura, viva, forestale oltre le sbarre delle inferriate.
E ho concluso dicendogli semplicemente che da non credente preferivo di gran lunga la trasfigurazione alla resurrezione, perché parlava di un risorgere da vivi e non da morti. Un’ esperienza che conosce bene chi sia stato, anche per un solo istante, veramente felice.
* ("Nazione Indiana", 17 maggio 2025 - ripresa parziale, senza immagini).
+ BARTOLOMEO *
Per misericordia di Dio, Arcivescovo di Costantinopoli-Nuova Roma
e Patriarca Ecumenico
Alla pienezza della Chiesa: la grazia e la pace di Dio siano con voi!
Innalziamo un inno di ringraziamento al Dio onnipotente, onniveggente e benevolo nella Trinità, che ha garantito che il suo popolo raggiungesse il 1700 ° anniversario del primo Concilio ecumenico di Nicea, che ha reso testimonianza spirituale alla fede autentica nel Verbo divino nato senza inizio e realmente consustanziale al Padre, "che per noi e per la nostra salvezza è disceso, si è incarnato e si è fatto uomo, ha sofferto ed è risorto il terzo giorno, ed è asceso al cielo, che verrà di nuovo a giudicare i vivi e i morti".
Il Concilio di Nicea costituisce un’espressione della natura sinodale della Chiesa, il culmine della sua "prima conciliarità", indissolubilmente legata alla realizzazione eucaristica della vita ecclesiale e alla pratica di riunirsi insieme per decidere "di comune accordo" (At 2,1) su questioni correnti. Il Concilio di Nicea segna anche l’emergere di una nuova struttura conciliare, vale a dire quella dei Concili Ecumenici, che si sarebbero rivelati decisivi per lo sviluppo delle questioni ecclesiastiche. È interessante notare che un Concilio Ecumenico non costituisce un’"istituzione permanente" nella vita della Chiesa, ma un "evento straordinario" in risposta a una specifica minaccia alla fede, volto a ristabilire l’unità e la comunione eucaristica infrante.
Il fatto che il Concilio di Nicea sia stato convocato dall’imperatore, che Costantino il Grande abbia partecipato alle sue deliberazioni e abbia accolto le sue decisioni con lo status di legge imperiale, non lo rende "un sinodo imperiale".[1] Si è trattato indubbiamente di un "evento ecclesiastico" in cui la Chiesa, guidata dallo Spirito Santo, decideva sui suoi affari interni, mentre l’imperatore attuava il principio "Rendete a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio" (Mt 22,21).
Di fronte all’eresia ariana, la Chiesa, in concilio, ha formulato l’essenza della sua fede, che è vissuta ininterrottamente. Il Figlio e Verbo di Dio preeterno, «consustanziale al Padre... Dio vero da Dio vero», attraverso la sua incarnazione, salva l’umanità dalla schiavitù del nemico e ci apre la via della deificazione mediante la grazia. «Si è fatto uomo affinché noi diventassimo divini».[2] Il Simbolo di Nicea proclama la ferma convinzione che la deviazione ereticale in atto costituisce una negazione della possibilità di salvezza umana. In questo senso, non si tratta semplicemente di una dichiarazione teorica, ma di una confessione di fede, come tutti i testi dogmatici della Chiesa, di una genuina articolazione della verità vivente in esso e attraverso di esso.
Di particolare importanza teologica è il fatto che il fondamento del Simbolo Sacro "Noi crediamo..." comprende un Simbolo battesimale locale o un gruppo di tali Simboli. In quanto autentico portatore della perenne autocoscienza della Chiesa, il Concilio ricapitola e riafferma il deposito apostolico custodito dalle Chiese locali. Atanasio il Grande afferma che i Padri sinodali "in materia di fede, non scrivono: "Ci è sembrato...", ma piuttosto: "Questo è ciò che crede la Chiesa cattolica?". e subito confessarono ciò in cui credono, per dimostrare che non era stato scoperto nulla di nuovo in ciò che avevano scritto, ma che la loro mentalità era apostolica, in altre parole esattamente come gli Apostoli avevano insegnato».[3] La convinzione dei Padri divinamente istruiti era che nulla fosse stato aggiunto alla fede degli Apostoli e che il Simbolo veramente ecumenico di Nicea comprendesse una proclamazione della tradizione comune della Chiesa cattolica. I Padri conciliari, che la Chiesa ortodossa onora degnamente e celebra come «precisi protettori delle tradizioni apostoliche», adottarono il termine filosofico «essenza» (e il suo derivato «di una sola essenza») per esprimere la fede ortodossa sulla divinità del Verbo, che Ario negava, e insieme a ciò negarono l’intero mistero dell’Economia Divina incarnata universalmente salvifica, invischiandosi in concetti ellenistici, rifiutando così il «Dio dei nostri Padri» in nome del «Dio dei filosofi».
Un’altra questione di vitale importanza, che il Concilio di Nicea fu chiamato a risolvere per il bene del rafforzamento dell’unità ecclesiastica nella pratica liturgica, era "quando e come dovremmo celebrare la festa della Pasqua". Il 1700 ° anniversario della convocazione di questo Concilio ha riportato all’attualità la questione di una celebrazione comune della Risurrezione del Signore. La Santa Grande Chiesa di Cristo prega affinché i cristiani di tutto il mondo tornino, in conformità con i decreti del Concilio di Nicea, a celebrare la Pasqua in un giorno comune, come per una felice coincidenza in questo anno. Tale decisione servirebbe come prova e come simbolo di un autentico progresso nella lotta per la nostra convivenza ecumenica e la nostra comprensione reciproca attraverso il dialogo teologico e il "dialogo della vita", come testimonianza tangibile del nostro rispetto concreto per ciò che abbiamo ricevuto dalla Chiesa indivisa. Il raggiungimento di tale obiettivo, nel contesto dell’anniversario di quest’anno, è stata la visione congiunta del defunto Papa Francesco di Roma e della nostra Modestia. La sua scomparsa, avvenuta subito dopo che tutta la cristianità aveva celebrato la Pasqua, sottolinea la nostra responsabilità di proseguire in questa direzione senza tentennamenti.
Inoltre, anche l’opera canonica del Concilio di Nicea fu significativa, formulando e affermando sinodalmente la perenne coscienza canonica della Chiesa, stabilendo l’inizio e rafforzando lo status del sistema metropolitano, nonché la posizione preminente e l’accresciuta responsabilità di alcuni Troni, dai quali emerse gradualmente il sistema della Pentarchia. Poiché l’eredità canonica di Nicea è un’eredità comune a tutto il mondo cristiano, l’anniversario di quest’anno è chiamato a fungere da invito a tornare alle fonti, ovvero alle originarie norme canoniche della Chiesa indivisa.
Il Trono Ecumenico di Costantinopoli è stato perennemente garante delle decisioni di Nicea. Questo spirito della Grande Chiesa è stato descritto anche attraverso l’Enciclica Patriarcale e Sinodale nel 1600 ° anniversario del Concilio "come il primo Concilio Ecumenico e veramente il più grande della Chiesa". [4] La decisione di celebrare l’anniversario con "un evento festoso e, anzi, congiunto, se possibile, di tutte le Chiese ortodosse autocefale, al fine di manifestare insieme la fede e la perseveranza fino ad oggi della nostra Santa Chiesa Ortodossa nell’insegnamento e nello spirito di quel Concilio, la cui ispirata decisione da un lato ha stabilito e suggellato l’unica fede della Chiesa, mentre dall’altro ha anche presentato splendidamente l’unità della struttura della Chiesa attraverso la presenza di delegati provenienti da ogni parte del mondo". Purtroppo, tuttavia, questo evento non si è rivelato fattibile a causa di circostanze eccezionali e della vacanza del Trono Ecumenico. Il 19 luglio 1925, la prima domenica dopo l’intronizzazione del Patriarca Basilio III, l’"impegno differito" fu adempiuto con la celebrazione di "una speciale Liturgia Patriarcale e Sinodale" nella venerabile Chiesa Patriarcale. Di particolare importanza ecclesiologica è che l’Enciclica sottolinei il valore dell’assunzione dell’obbligo della Chiesa di Costantinopoli - "in quanto più direttamente associata e responsabile della festa" - di celebrare questo anniversario "immenso per tutta la cristianità...".
Il Concilio di Nicea costituisce una pietra miliare nella formazione dell’identità dottrinale e della struttura canonica della Chiesa. È rimasto il modello per affrontare i problemi di fede e di ordine canonico a livello ecumenico. Il 1700 ° anniversario della sua convocazione ricorda al cristianesimo le tradizioni della Chiesa antica, il valore della lotta reciproca contro le concezioni errate della fede cristiana e la missione dei fedeli di contribuire alla moltiplicazione dei "buoni frutti" della vita in Cristo, secondo Cristo e orientata a Cristo nel mondo.
Il nostro Signore e Salvatore, Gesù Cristo, è la piena e perfetta rivelazione della verità su Dio e sull’uomo. «Chi ha visto me, ha visto il Padre mio» (Gv 14,9). Il Verbo di Dio incarnato ha mostrato «per primo e solo», come scrive San Nicola Cabasilas, «l’uomo vero e perfetto, esemplare nella condotta, nel modo di vivere e in ogni altro aspetto»[5]. Questa Verità è rappresentata nel mondo dalla Chiesa, una, santa, cattolica e apostolica; è la stessa Verità che la nutre, la stessa Verità che essa amministra. La Chiesa indossa la veste della Verità, «tessuta dalla teologia dall’alto», esponendo e glorificando sempre correttamente «il grande mistero della pietà», evangelizzando la parola della fede, della speranza e dell’amore, mentre anticipa il «giorno senza fine che non conosce tramonto né successione»[6], il regno che viene del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.
In memoria, dunque, dei doni ineffabili che Egli ha fatto e fa nel mondo, glorifichiamo incessantemente il nome santissimo e splendente del Signore di tutti e Dio d’amore, per mezzo del quale abbiamo conosciuto il Padre e per mezzo del quale lo Spirito Santo è venuto nel mondo. Amen!
Il 1° giugno dell’anno del Signore 2025.
1. Metropolita Giovanni di Pergamo, Opere, Vol. 1: Studi ecclesiologici (Atene: Domos Books, 2016), 675-6.
2. Atanasio il Grande, Sull’incarnazione divina , PG 25.192.
3, Atanasio il Grande, Lettera sui concili di Rimini in Italia e di Seleucia in Isauria , PG 26.688.
4. Nicholas Cabasilas, Sulla vita in Cristo , PG 150.680.
5. Nicholas Cabasilas, Sulla vita in Cristo , PG 150.680.
6. Basilio il Grande, Sull’Esamerone , PG 29.52.
*
Fonte: Pubblicato il 29/05/2025
DANTE ALIGHIERI E IL "GRAN COMMENTO" AL MESSAGGIO EVANGELICO. Una nota a margine di una lezione di Fjodor Montemurro su "Dante e il sogno: poesia in forma di visione" *
Dante e il sogno: poesia in forma di visione
di Fjodor Montemurro
(Professore e Presidente della Società “Dante Alighieri” di Matera) *
Sognare è un’attività prevalentemente umana, ma che permette all’uomo di trascendere in una dimensione che supera i confini della vita quotidiana. Il sogno si manifesta attraverso visioni oniriche, si carica di simboli e si pone ad un livello medio tra il reale e il divino: ad ogni modo, sognando si ha la sensazione di vivere in una dimensione diversa. Tuttavia, ogni sogno non potrebbe esistere senza la realtà, perché solo se esiste il reale allora può esserci l’immaginazione, la fantasia, lo spirito. Dante ne è pienamente consapevole, e non è un caso che la cantica dove il poeta sogna più spesso (all’interno del suo immaginifico e visionario viaggio nell’Oltretomba, anch’esso un grande sogno mistico e letterario) sia proprio il Purgatorio, il regno dell’umano, dove il giorno si alterna alla notte, dove non vige né il buio eterno dell’Inferno né la luce perpetua delle anime sfolgoranti del Paradiso.
Conforme al gusto medievale della numerologia, Dante colloca nel secondo regno tre diversi sogni, ciascuno dei quali occupa la mente del poeta viator quando egli si addormenta al calar della luce: il primo nel canto IX, il secondo nel canto XVIII (lo descrive nel XIX) e il terzo nel canto XXVII. Non si tratta solo di un parallelismo narrativo ben calibrato, poiché i sogni sono situati nei canti che contengono il numero 9 e i suoi multipli, e come sappiamo il 9 è il quadrato della Trinità. Si tratta infatti di visioni che descrivono situazioni fortemente connotate di valori simbolici, recanti profondi significati morali, spesso con la presenza di figure religiose o allegoriche, tutti accomunati dall’apparire di una immagine che idealmente si collega ad elementi divini o celesti. Il sogno dantesco è lontano dai sogni freudiani poiché non esprime desideri repressi o disagi interiori, ma al contrario è prefigurazione di un cambiamento che il pellegrino può cogliere con la ragione se opportunamente guidato nella comprensione dalla sua guida Virgilio.
Il primo dei tre sogni è narrato dal poeta all’inizio del canto IX, e accompagna il trapasso dalla Valletta dei Principi Negligenti, ultima sezione dell’Antipurgatorio dove Dante sta passeggiando scortato da Virgilio e Sordello, all’ingresso del Purgatorio vero e proprio. Mentre è ormai l’alba, evocata dalla preziosa immagine di Aurora, compagna del vecchio Titone, che “già s’imbiancava al balco d’Oriente” (IX, 3), Dante ci fa capire che sta sognando attraverso la formula “in sogno mi parea” (Purg. IX 19 e XXVII 97). L’ora in cui gli si presenta il sogno sembra assicurare al pellegrino che si tratta di una visione attendibile e molto realistica: è noto infatti che i sogni elaborati dalla nostra mente nella parte finale della notte, ossia all’alba, fossero creduti sin dall’antichità molto veritieri e degni di maggior rispondenza con il mondo reale.
Dante confessa di aver visto apparire un’aquila che piombava su di lui per rapirlo e trasportarlo sul monte Ida presso l’antica città di Troia (da non confondere con il monte Ida dell’isola di Creta), luogo da cui prese le mosse la progenie degli antichi Romani. Precisa poi di sentire un forte calore, tanto che è costretto a ridestarsi immediatamente. Virgilio poco dopo (vv. 55-60) gli chiarisce che in realtà, durante il suo sonno, è sopraggiunta Santa Lucia che lo ha afferrato per condurlo in volo in un punto dove la montagna rocciosa ha una fessura, ossia proprio all’ingresso del Purgatorio (Purg. IX, 13-33):
Ne l’ora che comincia i tristi lai
la rondinella presso a la mattina,
forse a memoria de’ suo’ primi guai,
e che la mente nostra, peregrina
più da la carne e men da’ pensier presa,
a le sue visïon quasi è divina,
in sogno mi parea veder sospesa
un’aguglia nel ciel con penne d’oro,
con l’ali aperte e a calare intesa;
ed esser mi parea là dove fuoro
abbandonati i suoi da Ganimede,
quando fu ratto al sommo consistoro.
Fra me pensava: ‘Forse questa fiede
pur qui per uso, e forse d’altro loco
disdegna di portarne suso in piede’.
Poi mi parea che, poi rotata un poco,
terribil come folgor discendesse,
e me rapisse suso infino al foco.
Ivi parea che ella e io ardesse;
e sì lo ’ncendio imaginato cosse,
che convenne che ’l sonno si rompesse.
È evidente che il sogno unisce in maniera mirabile sensazioni irreali, ma fortemente simboliche (il volo, che rappresenta l’innalzamento verso una dimensione altra del suo viaggio; l’aquila, che è interpretabile come una allusione politica all’istituto imperiale, elemento imprescindibile nella concezione universalistica e anti-regionale di Dante), a sensazioni vere che vengono rielaborate nella visione onirica (il prendere fuoco della sua pelle e dell’aquila che lo trasporta, evidente trasfigurazione del calore del sole che già era alto nel Purgatorio al suo risveglio: “e ‘l sole er’alto già più che due ore”, IX, 44). Non c’è alcuna frammentazione irrazionale, nessuna scomposizione da rielaborare per ricomporre un quadro coerente, tutto avviene in una successione temporale chiara e univoca. Il sogno dantesco non è ineffabile e indecifrabile, come siamo abituati a concepirli noi contemporanei persuasi dall’impostazione freudiana.
Alla fine del canto XVIII Dante si addormenta nuovamente. Siamo giunti al secondo momento topico della sua salita, ossia l’ingresso nella quinta cornice che segna l’inizio dell’alto Purgatorio; Dante sogna una donna di aspetto deforme la cui bruttezza simboleggia i vizi morali e i peccati in cui la nostra anima inciampa: essa è infatti balbuziente (“femmina balba”, Purg. XIX 7), con evidente richiamo ai vizi della gola, ha gli occhi strabici (“ne li occhi guercia”, Purg. XIX 8), segno di lussuria, e le braccia e le gambe storte (“e sovra i piè distorta, / con le man monche” XIX 8-9), a ricordare l’avarizia. È definita femmina con evidente disprezzo per alludere alla sua ferinità, proprio perché riassume in sé quanto vi è di moralmente indegno e repellente. Nonostante il suo aspetto ripugnante, la donna sembra affascinare il pellegrino, che rimane inebetito e non riesce a distogliere da lei lo sguardo: coerente alla tradizione classica e biblica, che rappresentava il male travestito da seduzione e ingannevole falsificazione, Dante si sente un novello Ulisse ammaliato da una sirena, che con accenti suadenti e sottilmente erotici
«Io son», cantava, «io son dolce serena,
che’ marinari in mezzo mar dismago;
tanto son di piacere a sentir piena! (21)
Io volsi Ulisse del suo cammin vago
al canto mio; e qual meco s’ausa,
rado sen parte; sì tutto l’appago!».
A salvare il pellegrino interviene, sempre nel sogno, un’altra donna, simbolo della Ragione, o della Grazia, o della Temperanza: ella intima a Virgilio di afferrare la femmina per squarciarne le vesti e palesarne la vera sembianza, e il fetore emesso dal suo ventre provoca l’improvviso risveglio del poeta.
Il sogno ha turbato Dante, il quale procede meditabondo interrogandosi sul significato della visione (vv. 55-57); per rassicurarlo, Virgilio gli fornisce la corretta interpretazione di quanto ha sognato, spiegandogli che la femmina balba rappresenta i peccati che vengono espiati nelle ultime tre cornici del Purgatorio, per combattere i quali l’uomo deve operare con sollecitudine e solerzia respingendo le seduzioni dei beni materiali.
Il terzo sogno del Purgatorio si svolge in una atmosfera pastorale, ma che solo apparentemente ha sapore bucolico perché è tutta intrisa di quella solennità che caratterizza i momenti di contemplazione mistica; Dante, alle soglie del Paradiso Terrestre che è in cima al monte del Purgatorio, si addormenta insieme a Virgilio e Stazio: è calata la notte e il loro viaggio non può proseguire. Dante osserva le stelle, e mentre le guarda, gli sopraggiunge il sonno e sogna nuovamente (Purg. XXVII, 94-108):
Sì ruminando e sì mirando in quelle,
mi prese il sonno; il sonno che sovente,
anzi che ‘l fatto sia, sa le novelle.
Ne l’ora, credo, che de l’oriente,
prima raggiò nel monte Citerea,
che di foco d’amor par sempre ardente, (96)
giovane e bella in sogno mi parea
donna vedere andar per una landa
cogliendo fiori; e cantando dicea: (99)
«Sappia qualunque il mio nome dimanda
ch’i’ mi son Lia, e vo movendo intorno
le belle mani a farmi una ghirlanda. (102)
Per piacermi a lo specchio, qui m’addorno;
ma mia suora Rachel mai non si smaga
dal suo miraglio, e siede tutto giorno. (105)
Ell’è d’i suoi belli occhi veder vaga
com’io de l’addornarmi con le mani;
lei lo vedere, e me l’ovrare appaga». (108)
La donna che appare a Dante è molto diversa da quella del canto XIX: è una donna virtuosa, Lia, la seconda moglie di Giacobbe, che rappresenta la vita attiva, come è testimoniato dalla sua attività manuale, dedita all’intreccio di ghirlande, e del compiacimento nel sapere di operare bene, come è provato dall’immagine dello specchio.
A differenza di Lia, la sorella Rachele è simbolo della vita contemplativa, dato che si specchia tutto il giorno e mai si allontana “dal suo miraglio” (105). Dante ribadisce che il sonno prefigura qualcosa che sta per accadere, e infatti Lia e Rachele da un lato richiamano le figure di Virgilio e Stazio, rispettivamente incarnanti lo spirito cristiano attivo e la visione contemplativa della potenza divina, dall’altro preannunciano l’apparizione di Matelda nel canto XXVIII, collocata in una natura statica e accogliente, intenta a intrecciare fiori come Lia nel sogno.
I sogni della Divina Commedia richiedono una identificazione trasfigurale tra le persone e le cose che appaiono nella visione e ciò che esse rappresentano; nella Vita Nova, invece, Dante fa un sogno diverso, che si connota come premonizione della morte della donna amata. Nel capitolo III, dopo la seconda apparizione della “gentilissima”, Dante confessa di aver sognato che Amore faceva mangiare a Beatrice il cuore del poeta; la visione lo sconvolge a tal punto che decide di comporre il sonetto “A ciascun’alma presa e gentil core” per renderla nota a “tutti li fedeli d’Amore, e pregandoli che giudicassero” quanto vi riferiva.
Facendo propria la lezione di Macrobio, che nel Commentario al ciceroniano Somnium Scipionis, appuntava che ogni sogno copre con figurazioni e vela di difficoltà i significati che necessitano di uno sforzo ermeneutico per essere correttamente decifrati (“somnium proprie vocatur quod tegit figuris et velat ambagibus non nisi interpretatione intellegendam significationem rei quae demonstratur”), Dante presenta il suo sogno come una profezia il cui senso è ormai chiaro a tutti, poiché, quando compone la Vita Nova, Beatrice è ormai morta per davvero: “lo verace giudicio del detto sogno non fue veduto allora per alcuno, ma ora è manifestissimo a li più semplici”.
Dante, pertanto, ci testimonia come il sogno sia interpretabile come un momento figurale: diversamente dalla psicologia moderna, quello che si sogna non è tanto un rimescolamento della coscienza, un coacervo informe di frammenti di realtà, ma è un momento di annuncio di qualcosa che sta per avvenire e che all’inizio trascende i limitati orizzonti della nostra umana comprensione. Il sogno ha una sua logica interna per Dante, vicino in questo alla sensibilità moderna che mette in campo ogni sforzo per cogliere nella realtà una manifestazione concreta e tangibile di quanto abbiamo sognato. Per questo noi proviamo a tradurre segni e simboli dei sogni: giochiamo numeri, interpretiamo situazioni e fatti irrazionali cercando di calarli nel vissuto quotidiano o rispolverando eventi lontani nel tempo, ricerchiamo corrispondenze pragmatiche alle immagini inspiegabili o evanescenti che occupano la nostra mente durante il cosiddetto lavoro onirico.
Dante, tuttavia, ci esorta a ripensare il sogno come un momento di elevazione spirituale, una fase della nostra coscienza che si distacca dalla realtà e che ci mette in comunicazione con una dimensione spirituale, non necessariamente mistica, che ci parla in maniera diretta, cifrata ma sincera, per scandire i momenti in cui dobbiamo assurgere ad un modo di vivere e di essere più alto e meditato, nella consapevolezza che il sogno “anzi che ‘l fatto sia, sa le novelle” (Purg. XXVII, 93).
*
Fjodor Montemurro
(Professore e Presidente della Società “Dante Alighieri” di Matera)
FONTE: I QUADERNI DELLA SCALETTA
* DANTE ALIGHIERI E IL "GRAN COMMENTO" AL MESSAGGIO EVANGELICO. Una nota a margine di una analisi e di una riflessione di Fjodor Montemurro su "Dante e il sogno: poesia in forma di visione":
SE NELL’ENIGMATICO SOGNO DELLA "VITA NUOVA", DANTE NARRA IL "MISTERO" DELLA FECONDAZIONE ("INCARNAZIONE") DELLA "BELLA" MADRE ("MARIA" BEATRICE); NELLA "DIVINA COMMEDIA", E, IN PARTICOLARE, NEL "PURGATORIO" (NEI CANTI IX, XVIII, E XXVII), CON ALTRI TRE SOGNI, SEGNATI RISPETTIVAMENTE DALLA PRESENZA DELLA FIGURA DI "LUCIA", DI "MARIA" BEATRICE, E DI "LIA", EGLI CHIARISCE MEGLIO IL SENSO DEL "SUO" PRIMO SOGNO (QUELLO DELLA "VITA NUOVA"), E, AL CONTEMPO, E, DELL’ ESSERE UN "ALTRO CRISTO", E, ANCORA, DEL SUO STRAORDINARIO ITINERARIO DI VITA E DI PENSATORE (CON LA "COMMEDIA" E LA "MONARCHIA"), E, INFINE, DELLA SUA STESSA INTERPRETAZIONE DEL MESSAGGIO EVANGELICO, RIPROPOSTO DA GIOACCHINO DA FIORE E DA FRANCESCO DI ASSISI (COME HA BEN CAPITO ERNESTO BUONAIUTI CON IL SUO LAVORO "La prima Rinascita: il profeta, Gioacchino da Fiore, il missionario, Francesco di Assisi, il cantore, Dante Alighieri", 1952).
Federico La Sala
IL TEMA DELL’AMORE ("CHARITAS") E DEL "CUORE" NELL’ENIGMATICO SOGNO DELLA "VITA NUOVA": DANTE NARRA IL "MISTERO" DELLA FECONDAZIONE ("INCARNAZIONE") DELLA "BELLA" MADRE ("MARIA" BEATRICE), MA LA FILOLOGIA "ROMANZA" ANCORA DOPO 700 ANNI E PIU’ MOSTRA DIFFICOLTA’ A PRENDERNE ATTO. Una brillante recensione del lavoro di Donato Pirovano, "La nudità di Beatrice" (Donzelli, 2023), offre una buona sintesi per cominciare ad aprire gli occhi sulla "mirabile visione" di Dante e a rileggere in altro e nuovo modo la stessa "Divina Commedia" *
Beatrice e la Carità
Libri: Pirovano tra Dante e l’iconografia della suprema virtù teologale
di Roberto Falconi ("Azione. settimanale d’informazione", 01/01/2024).
«La Vita nuova è un grandissimo libro. Non bisogna stancarsi di ripeterlo». Così disse Michelangelo Picone durante una lezione del 2008 su modelli e antimodelli della Commedia (il testo si trova nel secondo volume delle Lezioni bellinzonesi, uscite presso Casagrande). Credo che di quell’appassionata dichiarazione, buttata lì come un inciso nel discorso, andrebbe fatto tesoro anche e soprattutto nel mondo della scuola (Picone stava pur sempre parlando in un liceo). [...] A ricordarci il valore della Vita nuova, [...] è l’ultimo lavoro di Donato Pirovano, La nudità di Beatrice. Lo schema seguito (oltre alla capacità di conciliare rigore filologico e limpidezza di dettato) non mi pare dissimile da quello su cui è costruito Amore e colpa. Dante e Francesca (sempre per Donzelli) [...] qui il sonetto A ciascun’alma presa e gentil core) dal quale muovere e al quale tornare attraverso riferimenti ad altre zone dantesche e ad altri testi di varia natura (letterari, medici, filosofici, scritturali).
Il sonetto che apre la Vita nuova è noto. Dante chiede agli innamorati di nobile sentimento di interpretare un sogno: mentre dorme, all’improvviso appare davanti ai suoi occhi Amore. Inizialmente, questi sembra lieto: tiene in mano il cuore ardente del poeta e tra le braccia la sua donna addormentata, avvolta in una stoffa preziosa. Subito dopo, però, Amore sveglia la donna, la nutre con quel cuore e se ne va, in lacrime. [...].
[...] Nessuno, dice Dante, ha saputo interpretare correttamente un enigma che «ora è manifestissimo a li più semplici», e che Pirovano - grazie al cruciale dettaglio dell’ascesa «verso lo Cielo» di Amore e di Beatrice (assente nella rima estravagante, presente nel racconto vitanovistico) - propone di leggere come transustanziazione della passione; come eternalizzazione di un amore che da ereos si fa agápe e che è possibile comprendere solo nella rielaborazione, attraverso il «libro della memoria», di tutta l’esperienza beatriciana.
Dante indica del resto sin dall’inizio che si tratta di un amore salvifico: passione e salvezza si saldano, e non poteva essere altrimenti, nella figura di «colei che dà beatitudine». Se la Vita nuova è costruita su questa linea teleologicamente orientata, mi permetto di aggiungere alle considerazioni di Pirovano, e seguendone la prospettiva, l’opportunità di insistere sui rapporti tra A ciascun’alma presa e gentil core - sonetto incipitario e vera e propria mise en abyme dell’intero libello (come già notato da Furio Brugnolo) - e Oltre la spera che più larga gira, rima di chiusa. Testi liminari che, con i loro punti di contatto, fissano - in modo icastico e circolare - gli estremi del percorso provvisoriamente definitivo di Dante all’interno del libro. L’agens si trova infatti in entrambe le situazioni nell’impossibilità di comprendere appieno le parole di un ente caratterizzato dal movimento verticale, con la cruciale differenza che a quello di Amore verso il Cielo corrisponde il percorso di ascesa e ritorno del «peregrino spirito», in analogia quindi con l’amore agápe, che da Dio viene e a Dio ritorna.
Beatrice diventa pertanto icona della Carità, e proprio nel periodo in cui le rappresentazioni italiane della suprema virtù teologale aggiungono a quella dell’amor proximi, tradizionalmente reso con la cornucopia, la componente dell’amor Dei. Pirovano segue questa evoluzione iconografica, cautamente ipotizzandone la scintilla originaria proprio nel sonetto dantesco, come peraltro già annuncia la seconda parte del titolo del libro: Dante, Giotto, Ambrogio Lorenzetti e l’iconografia della Carità. Assistiti da un ricchissimo e meritorio apparato di immagini, ci si muove tra rappresentazioni che offrono a Cristo un cuore ardente (Cappella degli Scrovegni), da cui può addirittura scaturire un nutrimento igneo (tabernacolo della Madonna di Orsanmichele), e icone dalle nudità coperte solo da un velo leggerissimo (Maestà di Massa Marittima). Insomma, proprio i tratti che caratterizzano la visione di Dante.
Ciò che però maggiormente conta è che a una (rettamente orientata) vita nuova deve corrispondere una poesia nuova, che nasce nel momento della negazione del saluto da parte di Beatrice e che alla morte dell’amata, quando tradizionalmente si spengono il sentimento e il canto, sappia resistere. La formalizzazione cioè di quell’amore disinteressato che a Dante - amico vero, «e non de la ventura» - ritornerà nel secondo canto dell’Inferno, quando Beatrice soccorrerà il pellegrino chiedendo l’intervento di Virgilio: «amor mi mosse, che mi fa parlare». Non appare quindi casuale, in questa prospettiva, che Dante chiuda la Vita nuova annunciando un’altra opera, in cui «più degnamente» dire e trattare dell’amata: due verbi tecnici del codice retorico e poetico che torneranno, insieme, proprio nei primissimi versi della Commedia (Battistini). Ma questa è davvero un’altra storia.
*
SUL TEMA, MI SIA LECITO, SI CFR. DANTE ALIGHIERI (1265-1321)!!! LA LINGUA D’AMORE: UNA NUOVA FENOMENOLOGIA DELLO SPIRITO. CON MARX E FREUD. Una "ipotesi di rilettura della DIVINA COMMEDIA" di Federico La Sala (in un "quaderno" della Rivista "Il dialogo"), con prefazione di Riccardo Pozzo..
Federico La Sala
"A EUCHARISTIC ANALOGY" ("UNA EUCHARISTICA ANALOGIA"): UNA INDICAZIONE DI RILETTURA DELL’ #AMLETO DI #SHAKESPEARE E DI RIFLESSIONE SULLA #ANTROPOLOGIA (#CRISTOLOGIA) CONTEMPORANEA (NEL 1700° ANNIVERSARIO DEL PRIMO CONCILIO DI #NICEA, 325).
METTERE IL #DITO NELLA PIAGA è proprio una salutare e salutifera decisione per cominciare a vedere meglio e possibilmente a svegliarsi dal #sonno dogmatico, sulla questione del "#marcio" presente nello "stato di #Danimarca" in cui pericolosamente si "naviga"...
Se si vuole, il richiamo al "#polonio" rimanda al tema "#radioattivo" (su cui è bene riflettere ancora oggi) sulla "essenza" dell’Uomo ("Ecce #Homo") e su quello del suo mangiare, del mangiare l’ #Eucharistia del #CorpusDomini (del "Corpo del Re") e, anche, i pani e dei pesci dell’umana e divina "cucina" (Lc. 9, 11-17); e, anche e fondamentalmente, sollecita a mettere bene in evidenza il legame stretto tra la #sapienza, la #saggezza, e l’essenza stessa del "cristianesimo", la #grazia ("charis") e l’amore stesso ("#charitas") del messaggio evangelico: "l’amor che move il sole e le altre stelle" (Par. XXXIII, 145).
DIVINA COMMEDIA E TEATRO DEL MONDO: "SÀPERE AUDE!". Quando #Kant (1784) riprese le due parole di #Orazio ("sàpere aude"), e, ne fece il motto dell’#illuminismo, di cosa parlava, di quale #coraggio? Come già Shakespeare, forse, non sollecitava cristianamente, a far un buon uso della propria capacità fisica e metafisica di #giudizio?!
IMMAGINAZIONE RELIGIOSA E COSMOTEANDRIA "UMANA, TROPPO UMANA".
ALCUNE NOTE PER UN CONTRIBUTO AL CHIARIMENTO DEL "RITORNO" DELLA PAROLA "GEDEONE" NELL’ORIZZONTE DELL’ATTUALE PRESENTE STORICO EUROPEO: *
*
STORIA E MITO. DANTE, ERNST R. CURTIUS E LA CRISI DELL’EUROPA. Note per una riflessione storiografica
L’EUROPA IN CAMMINO. GIASONE, "L’OMBRA D’ARGO", E “VENTICINQUE SECOLI” DI LETARGO...
STORIA E LETTERATURA, #IMMAGINAZIONE #CRITICA, E #SAPEREAUDE! (#KANT, 1784): USCIRE DALL’ #INFERNO, CON #VIRGILIO E #BEATRICE E "#SHAKESPEARE". Una nota sul #vicolocieco del corrente "presente storico" e un omaggio alla #hamletica "#vecchia talpa" (#Hamlet, I.5).
RICORDANDO CHE Shakespeare, quando scrive del #GiulioCesare, parla del Cesare che è all’inizio della #nascita dell’#ImperoRomano, e, se ben si riflette, sulla desiderata vittoria di "#Fortebraccio" (#Ottaviano, #Augusto), è da dire a chi oggi sogna di attraversare la linea del famoso #Rubicone (in Europa, nelle Americhe, come in Asia, in Africa, e in Oceania) e vorrebbe essere il nuovo Cesare (il nuovo "Czar"), che appare essere storicamente e storiograficamente nient’altro che un #Romolo #Augustolo al tramonto, l’ultimo #imperatore della #caduta di ogni impero della tragica #cosmoteandria teologico-politica dell’Oriente come dell’Occidente, del Nord come del Sud del #PianetaTerra.
SE E’ VERO, COME SHAKESPEARE FA DIRE A"MARCO ANTONIO", CHE "Il male che gli uomini fanno vive dopo di loro, e spesso il bene viene sotterrato con le loro ossa", E, CHE "Così sia per Cesare." ("Antonio": atto III, scena II ), FORSE, è ALTRETTANTO DA RIFLETTERE SUL FATTO CHE "Ciò che è morto, non è morto nella storia. Una funzione del dramma è l’evocazione dei morti - il dialogo con i morti non deve interrompersi fino a che non ci consegnano la parte di futuro che è stato sepolto con loro" (#Heiner Müller, 1986).
METASTORIA E METALETTERATURA. #DanteAlighieri e Shakespeare hanno saputo vedere ben oltre e hanno ben scavato la via per portarsi oltre il tempo "fuori dai cardini": oltre "La Storia. Uno scandalo che dura da diecimila anni" (ElsaMorante).
"LA DODICESIMA NOTTE" E LA "RIAPPARIZIONE", NELLA RICORRENZA DEL 1700° ANNIVERSARIO DEL PRIMO CONCILIO DI NICEA (325-2025), SULLA SCENA DEL "MONDO" ("#GLOBE") DELL’#EUROPA, SEGNATA ANCORA OGGI DALLO SCONTRO CON L’#ISLAM (#COSTANTINOPOLI, 1453 - #LEPANTO 1571), IL RICORDO DELLA "MADONNA DEL #BUONCONSIGLIO" ( UN QUADRO ARRIVATO DALL’ILLIRICA #ALBANIA, DA #SCUTARI, IN ITALIA, A #GENAZZANO NEL 1467) E LA ELEZIONE A PAPA, L’ #8MAGGIO 2025, del cardinale Robert Francis #Prevost, nato a Chigago nel 1955, ed entrato Il 1º settembre 1977 nel "noviziato di Saint Louis della provincia di Nostra Signora del Buon Consiglio dell’Ordine di Sant’Agostino", con il nome di LeoneXIV.MEMORIA, FILOLOGIA, SPIRITO SANTO, E COSTITUZIONE DELLA REPUBBLICA ITALIANA: "ECCO DA DOVE COMINCIA L’ AMORE ("ECCE UNDE INCIPIT #CHARITAS": SANT’#AGOSTINO).
"Questi referendum sono serviti a contarci. Da questo momento, per quanto mi riguarda, considererò il referendum uno strumento politico importante (com’è stato in passato). Bisogna creare comitati. Fare politica spiegando con grande concretezza cosa in questo paese deve sparire.
Di roba da abrogare ce n’è ogni giorno di più.
E verificare numericamente chi in questo paese sia realmente di sinistra è ormai essenziale.
Perché siamo in una situazione politica immonda, e non mi sembra più il caso di zampettare allegramente dietro il pifferaio magico. (Francesca Tuscano, cit.)
CONCORDO: OTTIMA SOLLECITAZIONE AD APRIRE LE PORTE E LE FINESTRE, USCIRE DAL #LETARGO (#DANTE), E RINGRAZIARE FRANCESCANAMENTE IL "FRATE SOLE". DI QUESTO SI HA PROPRIO BISOGNO, DI UN FORMIDABILE #SATORI, CHE IL SOLE SI LEVI E RENDA POSSIBILE IL #SORGERE DELLA TERRA (#EARTHRISE)!
La #question è quantomeno amletica ("essere, o non essere") e parmenidea: lo "zampettare allegramente dietro il pifferaio magico" è dovuta alla generale e diffusa capacità di #giudizio (#Kant, 1784) che ancora non riesce a distinguere tra #Italia e "Italia", #famiglia e "famiglia", e, #Dio e "Dio"! E, addirittura, tra il "panto-cratore" So-crate di #Platone, e, l’imperatore cosmoteandrico di #Costantino: "Quali pregiudizi, quale cecità (quale malafede) non bisogna avere per osar paragonare il figlio di Sofronisco col figlio di Maria!" (J.-J. #Rousseau, "Emilio").
Chiarissima Francesca Tuscano, proprio ieri, così scrivevo a un mio giovane amico, con fraterna "carità" ("charitas"): «Affinché la gioia sia piena e la festa sia grande, è bene "ri-cordare" (ri-portare al "#cuore" e alla "#mente") la parola che dice appunto dello spirito "cardiaco" (infuocato) dell’amore ("charitas") e non "confonderla" con "#mammona" ("#caritas") e altri interessati motivi. Grazie della tua sollecitazione a ricordare e a riflettere».
CATTOLICESIMO (PAOLINISMO E COSTANTINISMO) E CRISTIANESIMO:
"LA PRIMA RINASCITA".
Storiograficamente, forse, è ora di #capovolgere, il "tempo" proprio dell’ #Umanesimo e del #Rinascimento: per la società e la cultura del cosiddetto "#MedioEvo" (così denominato dagli "umanisti"), l’epoca (al contrario) "fu sentita - scrive E. Gilson - come un’età di innovazione in tutti i sensi della cultura, una modernità in progresso".
A mio parere, a ben vedere, Ernesto Buonaiuti aveva ragione: il formidabile processo della "prima #rinascita" cominciò proprio con #GioacchinodaFiore, #FrancescodiAssisi, e #DanteAlighieri (e, paradossalmente, cominciò a finire con la caduta di #Costantinopoli nelle mani di Maometto II e la vecchia proposta paolina - nient’affatto francescana - della "pace della fede" del cardinale #Cusano nel 1453).
doc.
DISCORSO DEL SANTO PADRE LEONE XIV
AI PARTECIPANTI AL SIMPOSIO
“NICEA E LA CHIESA DEL TERZO MILLENNIO:
VERSO L’UNITÀ CATTOLICA-ORTODOSSA”,
TENUTOSI PRESSO L’UNIVERSITÀ PONTIFICIA SAN TOMMASO D’AQUINO
[4-7 GIUGNO 2025]
Sala Clementina
Sabato, 7 giugno 2025
Eminenze, Eccellenze,
Chiarissimi Professori,
Cari fratelli e sorelle in Cristo!
Porgo un caloroso benvenuto a tutti voi, che partecipate al Simposio Nicea e la Chiesa del terzo millennio: verso l’unità cattolico-ortodossa, organizzato congiuntamente da Œcumenicum - l’Istituto di Studi Ecumenici dell’Angelicum - e dall’Associazione Teologica Ortodossa Internazionale. In modo speciale saluto i rappresentanti delle Chiese Ortodosse e Ortodosse Orientali, molti dei quali mi hanno onorato con la loro presenza alla Messa di inaugurazione del mio Pontificato.
Prima di continuare le osservazioni formali, vorrei scusarmi per il ritardo e chiedervi di avere pazienza con me. Non è ancora un mese da che sono entrato nel nuovo lavoro e quindi c’è ancora molto da imparare! Ma sono molto felice di essere con voi questa mattina.
Sono lieto di vedere che il Simposio è risolutamente orientato verso il futuro. Il Concilio di Nicea non è solo un evento del passato, ma una bussola che deve continuare a guidarci verso la piena unità visibile dei cristiani. Il Primo Concilio Ecumenico è fondamentale per il cammino comune che cattolici e ortodossi hanno intrapreso insieme dal Secondo Concilio Vaticano. Per le Chiese orientali, che commemorano la sua celebrazione nel loro calendario liturgico, il Concilio di Nicea non è semplicemente un Concilio tra gli altri o il primo di una serie, ma il Concilio per eccellenza, che ha promulgato la norma della fede cristiana, la confessione di fede dei “318 Padri”.
I tre temi del vostro Simposio sono particolarmente rilevanti per il nostro cammino ecumenico. Innanzitutto, la fede di Nicea. Come ha osservato la Commissione Teologica Internazionale nel suo recente Documento per il 1700° anniversario di Nicea, l’anno 2025 rappresenta
Sono convinto che ritornando al Concilio di Nicea e attingendo insieme a questa sorgente comune, saremo in grado di vedere in una luce diversa i punti che ancora ci separano. Attraverso il dialogo teologico e con l’aiuto di Dio, otterremo una migliore comprensione del mistero che ci unisce. Celebrando insieme questa fede nicena e proclamandola insieme, avanzeremo anche verso il ripristino della piena comunione tra noi.
Il secondo tema del vostro Simposio è la sinodalità. Il Concilio di Nicea ha inaugurato un cammino sinodale per la Chiesa da seguire nella gestione delle questioni teologiche e canoniche a livello universale. Il contributo dei delegati fraterni delle Chiese e delle comunità ecclesiali dell’Oriente e dell’Occidente al recente Sinodo sulla sinodalità, tenutosi qui in Vaticano, è stato uno stimolo prezioso per una maggiore riflessione sulla natura e sulla pratica della sinodalità. Il Documento Finale del Sinodo ha evidenziato che «il dialogo ecumenico è fondamentale per sviluppare la comprensione della sinodalità e dell’unità della Chiesa» e ha incoraggiato lo sviluppo di «pratiche sinodali ecumeniche, fino a forme di consultazione e discernimento su questioni di interesse condiviso e urgente» (Per una Chiesa Sinodale: Comunione, Partecipazione, Missione, 138). Spero che la preparazione e la commemorazione congiunta del 1700° anniversario del Concilio di Nicea saranno un’occasione provvidenziale «per approfondire e confessare insieme la fede cristologica e per mettere in pratica forme di sinodalità tra i Cristiani di tutte le tradizioni» (ivi, 139).
Il Simposio ha avuto come terzo tema la data della Pasqua. Come sappiamo, uno degli obiettivi del Concilio di Nicea era quello di stabilire una data comune per Pasqua al fine di esprimere l’unità della Chiesa in tutta l’oikoumene. Purtroppo, le differenze nei rispettivi calendari non permettono più ai cristiani di celebrare insieme la festa più importante dell’anno liturgico, causando problemi pastorali all’interno delle comunità, dividendo le famiglie e indebolendo la credibilità della nostra testimonianza del Vangelo. Sono state proposte diverse soluzioni che consentirebbero ai cristiani, rispettando il principio di Nicea, di celebrare insieme la “Festa delle Feste”. In quest’anno, quando tutti i cristiani hanno celebrato la Pasqua nello stesso giorno, vorrei riaffermare la disponibilità della Chiesa Cattolica alla ricerca di una soluzione ecumenica che favorisca una celebrazione comune della resurrezione del Signore e, di conseguenza, dia maggiore forza missionaria alla nostra predicazione del «nome di Gesù e della salvezza che nasce dalla fede nella verità salvifica del Vangelo» (Discorso alle Pontificie Opere Missionarie, 22 maggio 2025).
Fratelli e sorelle, in questa vigilia di Pentecoste, ricordiamo che l’unità cui i cristiani aspirano non sarà principalmente il frutto dei nostri sforzi, né sarà realizzata attraverso modelli o schemi prestabiliti. Piuttosto, l’unità sarà un dono ricevuto «come Cristo vuole e con i mezzi che Egli vuole» (Preghiera per l’unità di p. Paul Couturier), attraverso l’azione dello Spirito Santo. Perciò in questo momento vorrei invitarvi ad alzarvi tutti e insieme possiamo pregare implorando dallo Spirito il dono dell’unità. La preghiera che reciterò invoca l’unità dello Spirito ed è tratta dalla tradizione orientale:
O Re Celeste, Consolatore, Spirito di Verità che sei ovunque e riempi ogni cosa; Tesoro di Benedizioni e Datore di vita, vieni e dimora in noi, purificaci da ogni impurità e salva, Benigno, le nostre anime.
Il Signore sia con voi. La benedizione di Dio onnipotente, Padre, Figlio e Spirito Santo, discenda su di voi e rimanga con voi per sempre. Amen. Grazie di cuore.
*
Fonte: Vatican.va (ripresa parziale, senza allegati).