"PER LA CRITICA DELL’ECONOMIA POLITICA" DELLA RAGIONE ATEA E DEVOTA ...

VICO E MARX CONTRO LA PRASSI (ATEA E DEVOTA) DELLA CARITA’ POMPOSA. Alcune note su un testo del Muratori - di Federico La Sala

IMPERATIVO ASSOLUTO, CATEGORICO (di Kant, non di Eichmann!): "rovesciare tutti i rapporti nei quali l’essere umano è un essere degradato, assoggettato, abbandonato, spregevole" (K. Marx)
mercoledì 15 maggio 2013.
 

STORIA E STORIOGRAFIA. Nel 1723, a Napoli, Giambattista Vico già lavora alacremente alla "Scienza Nuova"; per lui, è più che chiaro: "charus" e "charitas" derivano etimologicamente dai termini greci "charìeis" e "charis", e il significato inequivocabile dell’uno è di "grazioso", "amabile", e dell’altro "grazia", "amore di Dio". Nel 1723, a Modena, Ludovico Antonio Muratori , pubblica il "Trattato della carità cristiana,in quanto essa è l’amore del prossimo": un’opera volta sostenere sul piano teorico la "Compagnia della Carità", un’istituzione di assistenza civile di cui si era fatto iniziatore.

Nell’affrontare il tema ha commesso "uno sproposito majuscolo": ha usato la parola latina "caritas", e non la parola d’origine greca "charitas", e l’ha fatta scrivere a caratteri cubitali nella Chiesa della Pomposa di Modena. Molte le critiche, ovviamente!

Colpito nell’onore, Muratori evidentemente non può non rispondere! Ma, invece di accettare le critiche e correre ai ripari, nella "Prefazione ai lettori" attacca e difende il suo (e di tutta la Chiesa cattolica) diritto all’uso del termine "caritas" (per continuare a significare contemporaneamente ed equivocamente e la "carestia", il "caro-prezzo", e l’ "Amore di Dio"). Così ancora oggi, fino a Benedetto XVI e a tutta la gerarchia e le Accademie Pontificie del mondo cattolico-romano: "Deus caritas est"!

Nel 1735, Muratori pubblicò “La Filosofia morale”: nel 1737, Vico, “scrivendo all’arcivescovo di Bari Muzio Gaeta, mentre paragonava l’opera ai trattati dello Sforza Pallavicino, del Malebranche, del Pascal e del Nicole, soggiungeva non essere il Muratori riuscito a dare quel sistema di morale cristiana dimostrata, che pure si era proposto” (Cfr. Eugenio Garin, Storia della filosofia italiana, Einaudi, Torino 1966, vol. II, pp.804-905).

Sul tema, nel sito, si cfr.:

IL NOME DI DIO, SENZA GRAZIA ("CHARIS")! L’ERRORE FILOLOGICO E TEOLOGICO DI PAPA BENEDETTO XVI, NEL TITOLO DELLA SUA PRIMA ENCICLICA. Nel nome della "Tradizione"

PER RATZINGER, PER IL PAPA E I CARDINALI, UNA LEZIONE DI GIANNI RODARI. L’Acca in fuga

DUE PAPI IN PREGHIERA: MA CHI PREGANO?! Bergoglio incontra Ratzinger: "Siamo fratelli". Ma di quale famiglia?! Un resoconto dell’incontro, con note

GESU’ E IL CATTOLICESIMO-ROMANO. UNA LEZIONE DI JOYCE (da "FINNEGANS WAKE").(Federico La Sala)


-*** «L’Italia è il paese classico dell’ospitalità (...). Ma lo spirito evangelico non ha saputo trasformarsi nella forma moderna della solidarietà e dell’organizzazione disinteressata e civile (...). L’assistenza, che è un diritto, diventa un regalo, una umiliante carità, che si può e non si può fare» (A. Gramsci, Odio gli indifferenti, pp.13 e 14).

TRATTATO SULLA CARITA’ CRISTIANA

PREFAZIONE AI LETTORI

di LUDOVICO A. MURATORI *

[...] Prima nondimeno d’introdurre i Lettori nel Trattato ch’io loro presento intorno alla Carità bisogna anche soddisfare ad alcuni pochi i quali troveran qui uno sproposito majuscolo, e tale al loro intendimento, che invece di badare alla sostanza del libro, si perderanno forse unicamente a parlar di questo mio errore. Cioè troveranno qui scritto costantemente Caritas, e diranno: ve’ come costui non è giunto per anche ad apprendere cosa significhi nel linguaggio latino la parola Caritas? Lo sanno pur anche i novizzi delle scuole che questo vuol dire Carestìa; laddove il santo Amore di Dio si ha da scrivere Charitas. E però si meraviglieranno, e Dio sa se mi useranno molta Carità per un fallo sì grosso. Io potrei assai più maravigliarmi di loro, perchè pascano di siffatte bagatelle i propri elevati ingegni; nè avrei pensato a far parola di questa inezia, se il rumore che ho detto soprastarmi non fosse già succeduto; dappoiché alcuni lessero scritta nella chiesa della Pomposa di Modena, per ordine mio, a lettere cubitali, la parola Caritas senza l’h.

Dico pertanto non vietar io a chicchessia lo scrivere come lor par bene questa parola; ma dover eglino altresì permettere a me di scriverla, come io credo, meglio di loro; cioè secondo l’ortografia degli antichi scrittori della lingua latina, e de’ più accreditati fra i moderni.

Imperocchè egli è vero che ne’ secoli rozzi, caduta già essa lingua latina, venne in pensiero ad alcuni di scrivere Charitas, per timore che comparendo scritta nella stessa maniera la Dilezione di Dio e la Carestìa, non ne avvenissero degli equivoci; e trovato quest’uso, l’approvarono Frate Ambrosio da Calepio, il Nizolio, Roberto Stefano ed altri valentuomini, perchè essi non si posero ad esaminare cotali minuzie: ma altri più attenti, e quegli specialmente, che han preso in questi due ultimi secoli a depurare l’ortografia latina, non si son già creduti obbligati di stare a quest’uso: ecco le ragioni loro.

Primieramente non viene Caritas dal greco Charis, onde le s’abbia da conservare l’h, ma sì bene dal latino Carus, essendo la prima sillaba di Caris, breve; laddove la prima di Carus e Caritas, è lunga. E in fatto, la parola Carus, o significasse cosa amata, o si adoperasse per indicare una cosa rara, e che costì molto soleva scriversi dagli antichi senza l’h, siccome apparisce dai vecchi marmi, dalle medaglie antiche e da tanti manoscritti, e massimamente dalle Pandette Fiorentine, e dal Virgilio della Vaticana, e da altri codici di veneranda antichità, ne’ quali troviamo ancora Karus, e Karissimus; segno evidente, che in questo vocabolo non entrava il Chi dei greci, ma il C latino, corrispondente al greco Kappa.

Secondariamente non sussiste il timore d’equivoco alcuno, facendo la concatenazione dei sentimenti assai intendere, anche oggidì, quando si parli di Carestìa o pure d’Amor di Dio; siccome s’intende il Caro degl’italiani egualmente scritto, benché abbia due significati diversi.

Pertanto Pier Vettori, il Faerno, Fulvio Orsino, Paolo ed Aldo Manuzj, il Dausquio, ed altri valentuomini, amarono meglio di scrivere Carus, o Caritas senza l’h; e fra gli altri il nostro Modenese monsig. Gio: Battista Scanaroli vescovo di Sidonia, dopo aver trattata in un capitolo apposta la questione presente fa menzione anch’egli degli scrittori più accurati che scrivono Caritas, parlando dell’ amore di Dio; alla sentenza de quali, dice egli, come a più vera anch’io mi sottoscrivo, con allegare ancora le edizioni della sacra scrittura, e di vari santi padri fatte dal cardinale Caraffa e dal Bandino, colle stampe Vaticane, non si legge altro che Caritas. Per finirla, quei letterati che a nostri tempi sono stati o sono in maggior credito di sapere e di accuratezza, non altrimenti scrivono.

Basterà a me di nominare i celebratissimi monaci Benedettini della congregazione di S. Mauro cioè i PP. Mabillone, Montfaucon, Ruinart, Martene, e gli altri loro colleghi , e i famosissimi PP. della compagnia di Gesù, che in Anversa continuano la grande opera degli atti de santi cioè i PP. Bollando, Enschenio, Papebrochio, Janningo e i loro colleghi, e il celebre P. Jacopo Sirmondo, d’essa compagnia nella bella raccolta delle sue opere, fatta dal P. Jacopo De-La-Baune; e Gio: Battista Cotelerio, e il Du Cange, e Stefano Baluzio, e Giovanni Fello nell edizione di S. Cipriano, per tacere di tanti altri. E giacché si vuol pure citar qui il dizionario di frate Ambrosio da Calepio, veggasi l’edizione fattane colle correzioni che portano il nome del dottissimo Giovanni Passerazio, e si leggerà ivi Carus e Caritas, tanto per significare l’Amore, quanto la Carestìa; e notate ancora, che: satius erit utrumque sine aspiratone scribere, quum dictiones sint prorsus latinae.

Lasciamo ormai questa frivola contesa, e concludiamo che nulla importa lo scrivere più nell’una maniera, che nell’altra il santo nome della Carità nelle morte carte; ma che sì bene ha da importare assaissimo, anzi sopra tutte le cose, al cristiano, lo scrivere ed imprimere nel suo cuore viva questa mirabil virtù, e il praticarla nelle operazioni sue: del resto io non ho trattato qui, se non di quella parte della Carità, che riguarda al prossimo nostro, perchè ho voluto servire alle idee, e al bisogno della sacra compagnia di questo nome, che si è eretta dalla principale nobiltà di Modena nella chiesa parrocchiale di S. Maria della Pomposa, affinchè la medesima abbia meglio sotto gli occhi le varie vie di dar gusto a Dio nell’ esercizio del santo amore verso il prossimo nostro, e delle opere della misericordia.

Per altro, se Dio volesse concedermi ancora agio, sanità e vita, mio desiderio sarebbe di trattare un giorno dell’altra parte della Carità Cristiana, cioè dell’Amore immediato di Dio; siccome parimente delle altre due celesti virtù, Fede e Speranza; allo studio, possesso e pratica delle quali virtù, più che ad altro, si dovrebbe applicare ogni Fedele. Quando non piaccia all’Altissimo di concedermi tal grazia, il prego ora, che metta questo pensiero in cuore d altre persone più abili che non son io, acciocché sempreppiù sia onorata, glorificata e servita la sua Bontà infinita, col conoscimento e colla pratica di quelle virtù che a lui son più care, e più importanti a chi si professa suo servo e figliuolo.

Finalmente, in trattare la presente materia, ho creduto bene di volgarizzare i passi delle Divine Scritture, dei santi Padri, e d altri autori da me citati; perchè qualora dee istruirsi il popolo, per lo più non intelligente del latino, non è di dovere che si sottragga a lui ciò eh è il nerbo migliore d un libro. Che se in rapportare nel nostro idioma le sacrosante parole dei libri divini, mi sarò talvolta servito di qualche parafrasi, l’ho anche fatto per maggior comodo dei pochi intendenti; ma senza punto scostarmi dall’interpretazione dei sacri espositori.

Così han fatto i migliori in simili casi; e tutto va al fine di far ben capire la verità e la ragione, anche ai men dotti. Più vantaggio ancora che dal mio libro, sarà da sperare se il popolo da qui innanzi udirà da pergami ben trattate simili verità [...]

* Si cfr.: Ludovico A. Muratori, Trattato sulla carità cristiana, in quanto essa è l’amore del prossimo, "Prefazione ai lettori", pp. xi-xvi.



AL DI LA’ DEL MARXISMO VOLGARE E DEL CATTOLICESIMO COSTANTINIANO (ED HEGELIANO)! Imperativo assoluto, categorico (di Kant, non di Eichmann!): rovesciare tutti i rapporti nei quali l’essere umano è un essere degradato, assoggettato, abbandonato, spregevole (fls):

-  La religione "è la realizzazione fantastica dell’essenza umana, poiché l’essenza umana non possiede una realtà vera...
-  La miseria religiosa è insieme l’espressione della miseria reale e la protesta contro la miseria reale. La religione è il sospiro della creatura oppressa, il sentimento di un mondo senza cuore, così come è lo spirito di una condizione senza spirito. Essa è l’oppio del popolo.
-  Eliminare la religione in quanto illusoria felicità del popolo vuol dire esigerne la felicità reale...
-  La critica ha strappato dalla catena i fiori immaginari, non perché l’uomo porti la catena spoglia e sconfortante, ma affinché egli getti via la catena e colga i fiori vivi....
-  La critica della religione finisce con la dottrina per cui l’uomo è per l’uomo l’essere supremo, dunque con l’imperativo categorico di rovesciare tutti i rapporti nei quali l’uomo è un essere degradato, assoggettato, abbandonato, spregevole" (Cfr.: K. Marx, Per la critica della filosofia del diritto di Hegel. Introduzione, 1844)


Sul tema, nel sito, si cfr.:

-  CHI SIAMO NOI?! RELAZIONI CHIASMATICHE E CIVILTA’: UN NUOVO PARADIGMA. MARX, IL "LAVORO - IN GENERALE", E IL "RAPPORTO SOCIALE DI PRODUZIONE - IN GENERALE"

-  FREUD, KANT, E L’IDEOLOGIA DEL SUPERUOMO. ALLA RADICE DEI SOGNI DELLA TEOLOGIA POLITICA EUROPEA ATEA E DEVOTA.


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