LA FILOSOFIA "MODERNA" E LA "SCIENZA NUOVA". "La strada di Vico gira e rigira per congiungersi là dove i termini hanno inizio... Prima che vi fosse un uomo in Irlanda c’era un Lord in Lucania" (James Joyce, "Finnegans Wake")

PAROLA DI VICO. SULLA MODERNITÀ DI CARTESIO, RICREDIAMOCI. Una nota di - Federico La Sala

Cartesio va avanti mascherato, senza verità e senza grazia (“charis”): "Renato, ambiziosissimo di gloria", è un cattivo storico dell’“altro”, di “se medesimo” e, come cattivo storico, anche un cattivo filosofo! E’ un filosofo narcisista (...)
domenica 28 aprile 2013.
 

QUI PROSEGUE IL DISCORSO GIA’ AVVIATO IN


LA STORIA DI SE STESSO. Al di là delle ragioni estrinseche e occasionali, che pure lo hanno condizionato, credo che sia opportuno e necessario riflettere sul fatto che Vico, nell’affrontare il lavoro della sua autobiografia, lo fa in terza persona: “se stesso come un altro”! La “Vita di Giambattista Vico scritta da se medesimo (1725-28)” così inizia: ”Il signor Giambattista Vico è nato in Napoli l’anno 1670 [in verità, 1668], da onesti parenti, i quali lasciarono assai buona fama di sé” (p. 5).

Per chi è stato “un fanciullo maestro di se medesimo” (p. 5) e ha fatto proprio l’appellativo, datogli “dal signor Gregorio Calopreso”, di “autodidascalo” (p. 19), ed è stato già da venticinque anni docente di retorica all’Università di Napoli e, al contempo, ha polemizzato a lungo e duramente con la filosofia e la pedagogia cartesiana e ha scritto la “Scienza Nuova”, la cosa ha un significato nient’affatto casuale - è carico di teoria.

COGITO, ERGO EST! Tra il 1723 e il 1725, Vico scrive la sua autobiografia (pubblicata nel 1728) e la “Scienza Nuova” (nel 1725 viene pubblicata la prima, dopo seguirà quella del 1730 e quella postuma del 1744). La contemporaneità della scrittura delle due opere è un nodo da pensare, non una banale coincidenza! Le due opere sono legate profondamente, più di quanto non si pensi (e non si è pensato). Sono le due facce dello stesso problema e dello stesso lavoro.

Per Vico, per il quale costante è la sottolineatura del rapporto dell’ontogenesi con la filogenesi, il compito delfico del “conosci te stesso” è un compito sia dell’individuo sia dell’intera umanità e, per l’uno come per l’altra, il problema è da impostarsi nei termini in cui egli lo fa, sia sul piano autobiografico e sul piano filosofico e antropologico - con “corpo e mente uniti”, nel completo rispetto dell’altro come se medesimo.

A partire dal suo presente storico, egli scrive con la persuasione di essere arrivato al traguardo del suo cammino di uomo e studioso: con la prima opera risponde alla domanda di come “Giambattista Vico” sia giunto a essere “se medesimo” e, insieme, lo scopritore dei “Principi della Scienza Nuova”; con la seconda, egli espone in modo “geometrico” i risultati della sua stessa lunga e faticosa ricerca.

La narrazione del come Vico è diventato Vico risuona della narrazione del come l’umanità è diventata umanità, e l’una e l’altra di una consapevolezza metodologica analoga a quella di Marx (Introduzione ’57): “l’anatomia dell’uomo è una chiave per l’anatomia della scimmia” (sia dei “bestioni”, dei “fanciulli del nascente genere umano”, sia dei fanciulli in generale, e dello stesso “signor Giambattista Vico”).

Per l’intero percorso del Vico, “fanciullo, egli fu spiritosissimo e impaziente di riposo”, decisiva è non solo la caduta (“in età di sette anni”) e le sue conseguenze (“indi in poi e’ crescesse di una natura malinconica ed acre, qual dee essere degli uomini ingegnosi e profondi”), ma anche la “solitudine” di “ben nove anni” (p. 14) trascorsi in Lucania, a Vatolla: “il Vico benedisse - così egli scrive (p. 17) - non aver lui avuto maestro nelle cui parole avesse egli giurato, e ringraziò quelle selve, fralle quali, dal suo buon genio guidato, aveva fatto il maggior corso dei suoi studi senza niuno affetto di setta, e non nella città, nella quale, come moda di vesti, si cangiava ogni due o tre anni gusto di lettere”; e infine, in posizione assolutamente rilevante, la “ischiettezza” e “l’ingenuità dovuta da istorico” verso “il signor Giambattista Vico”.

Vico non trucca le carte con “se stesso”, e non azzera la distanza tra il “se medesimo” che narra e l’altro, “il Vico” di cui parla (per lui, le radici dell’io sono nell’altro, non in “se medesimo” - il suo non è un “cogito, ergo sum”, ma un “cogito, ergo est”!): “Non fingerassi qui - scrive Vico - ciò che astutamente finse Renato Delle Carte d’intorno al metodo de’ suoi studi, per porre solamente su la sua filosofia e matematica ed atterrare tutti gli altri studi che compiono la divina ed umana erudizione” (p. 6).

INDIVIDUO E SOCIETA’: LINGUA E IDEE. Con alle spalle gli studi di giurisprudenza e, al contempo, una profonda conoscenza della retorica (alla sua cattedra, tra l’altro, il compito di tenere le prolusioni inaugurali agli anni accademici, di “indirizzare gli ingegni e fargli universali”), egli è fortemente critico nei confronti della moda cartesiana e insieme strenuo difensore della dimensione retorica (sociale e linguistica) dell’essere umano.

Critico non solo di Cartesio, ma anche di Platone, egli guarda alla lezione di Protagora e alla Retorica di Aristotele, come a un’acquisizione fondamentale e inoltrepassabile e la ricolloca sulla “roccia” della socievolezza umana e della carità evangelica (“Deus charitas est”: 1 Gv., 4.8). Vico, detto in altro modo, dà alla lezione aristotelica (con tutta la sua chiarezza relativa alla struttura dell’atto-circolo comunicativo: emittente/oratore, ricevente/pubblico, e messaggio) un valore teologico-politico e filosofico nuovo - decisivo e fondamentale per tutti i discorsi e per l’intero sapere.

Vico muove dal fatto che, al centro del soggetto, non ci sono solo “corpo e mente uniti”, ma ci sono due “persone”, in dialogo continuo - non una (e non un padrone e il suo automa o il suo servo)! E’ da questo orizzonte e da questa consapevolezza, che nasce la forte e costante critica di Vico nei confronti della filosofia di Cartesio e dell’assunzione dogmatica del “metodo geometrico” per “gli studi del nostro tempo”.

Cartesio va avanti mascherato, senza verità e senza grazia (“charis”): "Renato, ambiziosissimo di gloria" (p. 15), è un cattivo storico dell’“altro”, di “se medesimo” e, come cattivo storico, anche un cattivo filosofo! E’ un filosofo narcisista: cancella le tracce del cammino che lo hanno portato dai primi passi dell’indagine al punto di arrivo (il suo “cogito”), fa del risultato l’inizio di ogni ricerca, e contrabbanda la sua “mezza” verità come il fondamento della intera realtà - dell’uomo, del mondo, e di Dio! Per Vico, il pericolo è gravissimo: la via di Cartesio mette a repentaglio la stessa possibilità per ogni essere umano di “seguire il proprio giudizio”.

RICREDIAMCI” (p. 165)! Contro il diffuso sonno dogmatico nei confronti della pedagogia cartesiana, Vico è durissimo. Già nel 1712, nella "Risposta all’articolo del Giornale de’ letterati italiani", sulle critiche rivolte al suo “De antiquissima italorum sapientia”, così scrive rivolgendosi ai suoi stessi amici cartesiani:

-  “(...) Renato egli ha fatto quel che sempre han soluto coloro che si son fatti tiranni, i quali son cresciuti in credito col parteggiare la libertà; ma, poiché si sono assicurati nella potenza, sono divenuti tiranni piú gravi di quei che oppressero. Imperocché egli ha fatto trascurare la lezione degli altri filosofi, col professare che con la forza del lume naturale uom possa sapere quanto altri seppero.
-  E i giovani semplicetti volentieri cadono nell’inganno, perché la lunga fatica di moltissima lezione è molesta, ed è grande il piacer della mente d’apparar molto in brieve.
-  Ma esso infatti, benché ’l dissimuli con grandissima arte in parole, fu versatissimo in ogni sorta di filosofie, matematico al mondo celebratissimo, nascosto in una ritiratissima vita, e, quel che piú importa, di mente che non ogni secolo suol darne una simigliante. Co’ quali requisiti, che uom voglia seguire il proprio giudizio, il può, né altro ha ragion di poterlo.
-  Leggano quanto Cartesio lesse Platone, Aristotile, Epicuro, santo Agostino, Bacone da Verulamio, Galileo; meditino quanto Cartesio in quelle sue lunghissime ritirate; e ’l mondo avrà filosofi di ugual valore a Cartesio.
-  Ma, col Cartesio e con la forza del natural lume, sempre saranno di lui minori; e Renato avrassi stabilito tra loro il regno, e preso il frutto di quel consiglio di rea politica, che è di spegnere affatto coloro per li quali si è giunto al sommo della potenza” (p. 167).

CON L’UMANITA’ IN CAMMINO, SEMPRE IN DIALOGO. Nella “Scienza Nuova” del 1730, nella parte conclusiva della “spiegazione della dipintura proposta al frontespizio”, rivolgendosi al “benigno Leggitore”, così Vico spiega le ragioni e i modi del suo scrivere, del suo comunicare il proprio pensiero agli altri:
-  “La prima pratica è stata; come riceverebbero queste cose, ch’io medito, un Platone, un Varrone, un Quinto Muzio Scevola? La seconda pratica è stata quella, come riceverà queste cose, ch’io scrivo, la Posterità. Ancora per la stima, ch’io debbo fare di te, m’ho prefisso per Giudici tali huomini; i quali per tanto cangiar di età, di nazioni, di lingue, di costumi, e mode, e gusti di sapere, non sono punto scemati dal credito, il primo di divino Filosofo, il secondo del più dotto Filologo de’ Romani, il terzo di sapientissimo Giureconsulto” ( G. Vico, La Scienza Nuova. Le tre edizioni del 1725, 1730 e 1744, a cura di Manuela Sanna e Vincenzo Vitiello, Bompiani, Milano 2012, p. 397). [continua]

Federico La Sala


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