STORIA D’ITALIA. INTELLETTUALI E SOCIETA’....

VICO, LA «SCUOLA» DEL GENOVESI, E IL FILO SPEZZATO DEL SETTECENTO RIFORMATORE. Una ’Introduzione’ di Franco Venturi, tutta da rileggere - a c. di Federico La Sala

Riformatori Napoletani. Giambattista Vico (...) con Hume, Robertson, Boulanger, Chastellux e Voltaire, fu il loro grande maestro (...)
martedì 25 marzo 2014.
 


Illuministi Italiani: Riformatori Napoletani. Introduzione

di Franco Venturi *

Il moto riformatore ispirato alle idee illuministiche ha inizio nel Mezzogiorno dell’Italia quando ormai stanno esaurendosi le due grandi correnti di pensiero che dominano la cultura napoletana nella prima metà del Settecento, il cartesianesimo cioè e il rinato platonismo. Le personalità che avevano saputo interpretare queste correnti ideali e farle rivivere originalmente, come Pietro Giannone, Giambattista Vico, Paolo Mattia Doria, morivano tutti e tre negli anni che precedettero immediatamente la metà del secolo.

Attorno al 1750 la via era aperta ai giovani, alla generazione che era venuta sviluppandosi nella nuova atmosfera politica del regno meridionale da quando, nel 1734, Carlo di Borbone l’aveva conquistato agli austriaci e l’aveva costituito in stato autonomo.

La ritrovata indipendenza - sia pur relativa ed alquanto formale - influirà non poco sulle coscienze della nuova generazione e lascerà tracce importanti in tutto il mondo riformatore ch’essa avrebbe ben presto messo in movimento.

Quanti erano gli stati italiani in grado, se non di fare, almeno d’illudersi di poter fare una politica indipendente? Non molti in verità, e certo uno di essi era proprio il Napoletano. I sogni, le ambizioni d’una politica autonoma, fondata sull’esempio francese e spagnolo, una volontà d’autosufficienza economica, di affermazione sul mare e di sviluppo commerciale si radicheranno profondamente nella mentalità degli uomini che stavano svegliandosi, alla metà del secolo, all’osservazione della realtà sociale che li attorniava.

Un vecchio sopravvissuto dell’epoca che stava tramontando, il toscano Bartolomeo Intieri, diventerà allora il centro di coloro che rapidamente stavano assorbendo le idee provenienti d’oltr’Alpe e d’oltre mare per confrontarle con i problemi del loro proprio paese.

Amministratore e inventore, ammiratore della tradizione galileiana ed ottimo conoscitore della vita campagnola dello stato meridionale, Intieri possedeva due grandi qualità che ne faranno l’ispiratore del nascente moto riformatore: era un tecnico ed era un ottimista. Forniva cioè i mezzi d’azione ed ispirava una illimitata fiducia.

Sarà lui a discutere le prime idee finanziarie e monetarie di Ferdinando Galiani, a stabilire una prima rete di contatti, che poi i suoi giovani amici allargheranno, nelle più diverse parti della penisola ed anche in alcuni centri dell’Europa.

Sarà lui a permettere ad Antonio Genovesi di salire sulla prima cattedra di economia politica creata in Italia e battezzata col titolo caratteristico di cattedra di meccanica e di commercio.

Quando Intieri incontrò Genovesi, questi usciva da una crisi profonda, la crisi stessa della cultura tradizionale, metafisica e teologica, disputatrice ed accademica, alla ricerca di qualche cosa di nuovo e di diverso. Una vera e propria conversione sarà la sua, che lo porterà dalla morale allo studio della società, dalla filosofia all’economia. Ebbe tale importanza da potersi dire, senza esagerazione, che da quel momento aveva inizio una nuova storia. L’animus del riformatore illuminista era apparso ed aveva cominciato ad affermarsi.

La cultura di cui si venne colorando questa profonda volontà di rinnovamento era aggiornata, fresca e viva. Erano le idee che avevano accompagnato in Francia la crisi di Machault, che s’affermavano nei primi volumi dell’Enciclopedia, che la Spagna ambiva di poter applicare, che l’Inghilterra ispirava colla sua ricca esperienza e l’Olanda diffondeva in Europa. Le idee economiche cioè del liberismo anteriore alla fisiocrazia, del neomercantilismo manifatturiero e commerciale che s’accompagnava a una libertà sempre più ampia in materia di prodotti agricoli, e alla crescente volontà di spezzare all’interno d’ogni paese i vecchi vincoli di casta, gli antichi privilegi e pedaggi, tanto nobiliari che ecclesiastici. Era la mentalità del laissez-faire di Gournay, erano le idee di Forbonnais e di Plumard de Dangeul.

Il regno napoletano, tra le prime terre italiane, si aprì non soltanto alla conoscenza di queste idee - ché esse furono ovunque largamente diffuse- ma ad un vivo dibattito su di esse e soprattutto alla volontà di tradurle in realtà. Il meridione ebbe così il peso ed il privilegio di chi comincia a camminare dinanzi agli altri. Quando, uno o due decenni più tardi, vennero a diffondersi le idee fisiocratiche, il Napoletano era già fisso su alcune sue concezioni, che possiamo chiamare genovesiane e che venivano a costituire un argine, un ostacolo di fronte alle idee ormai diverse o contrarie che giungevano dalla Francia.

L’epoca di Carlo di Borbone e di Tanucci lasciò così una profonda impronta sugli spiriti. Indubbiamente ciò poteva avvenire perché le idee che vennero allora diffuse erano effettivamente corrispondenti alla realtà delle cose e soprattutto alle esigenze degli uomini che, sia pure empiricamente e con non poche incertezze, cercavano di portare qualche riforma alla base dello stato e della società ereditati dagli spagnoli e dagli austriaci.

Una ripresa commerciale pareva esser l’elemento motore d’un paese tanto ricco di coste, di porti, di secolari contatti con il mondo mediterraneo. I legami con la Francia si sarebbero approfonditi con l’immissione del Napoletano nell’orbita borbonica. La monarchia avrebbe potuto riprendere una funzione di guida, di incoraggiamento economico, tradizionale nel Mezzogiorno, ricercando un modello nella Francia di Colbert e nella Spagna che stava risvegliandosi a nuova vita.

Man mano che si procedeva ad osservare la situazione con occhi freschi e spregiudicati, non si venivano forse scorgendo altri elementi che spingevano nel medesimo senso? Certo sviluppare davvero l’agricoltura era risalire una china molto, molto scoscesa. I privilegi del clero e della nobiltà, l’ignoranza profonda delle classi contadine, la mancanza d’ogni scuola elementare, la tragica inefficienza delle amministrazioni locali, il regime al quale era sottoposta tutta la produzione, dal grano alla lana, dalla seta all’olio, le differenze profonde esistenti fra provincia e provincia, la mancanza di strade, di comunicazioni, l’assenza perfino di carte geografiche utilizzabili, tutto rendeva difficile il compito del riformatore. Ben se ne accorse lo stesso Carlo di Borbone quando cercò di stabilire un catasto degno di questo nome.

Eppure spinte profonde portavano all’azione, al miglioramento. La popolazione cresceva, i prezzi delle derrate e delle terre pure. Un senso generale di espansione pervadeva anche le contrade più lontane del regno, spinte magari a riprendere vecchie, antiche lotte con i baroni, a rivendicare i terreni comuni, e a suddividere tra i contadini, ad estendere le aree coltivabili. Lasciar le cose come stavano non era davvero più possibile.

Un primo dramma si ebbe quando si poté constatare come la formazione giuridica, e punto economica, l’intelligenza viva, ma arida, di Tanucci gli impedivano di toccare proprio quegli strati della vita nazionale verso i quali si dirigeva sempre più l’attenzione di coloro che Genovesi andava indirizzando e preparando.

Il momento culminante del dramma venne presto, nel 1764 - una delle date più importanti della storia dell’antico regime in Italia, quando fu evidente che Tanucci non era in grado di dominare la gravissima carestia scatenatasi quell’anno, e quando migliaia e migliaia di persone vennero dalla campagna verso la capitale, per morirvi di fame e di malattie.

La tragedia ebbe tale ampiezza che tutta la generazione settecentesca ricordò con sdegno e con dolore questo memorabile momento: «l’anno 1764 è ancora con orrore impresso ne’ nostri cuori», scriveva Niccola Fiorentino nelle sue Riflessioni, pubblicate nel 1794.

Tutte le opere principali di Genovesi economista saranno pubblicate subito dopo questa esperienza. Il problema della coltivazione, della conservazione e del commercio dei grani sarà al centro della sua attenzione. Il suo neo-mercantilismo diveniva sempre più apertamente liberistico e la sua polemica contro le vecchie strutture dell’amministrazione annonaria si facevano sempre più energiche e decise.

Allora, negli anni ’60, si verrà formando in ogni città e provincia del regno quello che possiamo chiamare il «partito» genovesiano. Già da due decenni ormai tornavano dalla capitale, dopo aver ascoltato le sue lezioni di metafisica, di etica e di economia, i giovani che erano venuti dal Molise come dalle Calabrie, dalla Puglia come dagli Abruzzi.

Una nuova fede stava spesso nei loro animi, un nuovo atteggiamento verso i contadini, verso la terra, verso la tecnica e la cultura. Ed ora, dopo il 1764, essi cominciavano, come il loro maestro indicava, ad organizzarsi, a formare delle Società agrarie, che erano sovente chiamate patriottiche, o tentavano addirittura di operare sul posto riforme e miglioramenti. Magari cominciavano a scrivere e pubblicare opere sull’economia locale, partecipando così attivamente alla diffusione dei lumi.

Erano pochi, ma spesso molto attivi, e due di loro il lettore verrà a meglio conoscere nelle pagine che seguono, un figlio di poveri contadini molisani, diventato prete, Francesco Longano, e il discendente d’una nobile famiglia genovese da secoli trapiantata in Calabria, Domenico Grimaldi. Sono stati scelti anche perché così profondamente diversi, accomunati tuttavia da un ideale di riforma economica che ne fa due esponenti caratteristici del «partito» o, come forse sarebbe meglio dire, della scuola genovesiana.

Genovesi aveva loro insegnato molte cose: a sentire l’immensa distanza che separava gli uomini colti dalla massa contadina, da coloro che egli paragonava agli Ottentotti africani, a riflettere non soltanto sull’ingiustizia ma sul pericolo d’una simile situazione, sul rischio di portare ad una vera e propria dissoluzione della società operando riforme senza avere la forza per imporle e senza aver dapprima diffuso la cultura, l’istruzione, nei villaggi del meridione.

Aveva loro detto quale fosse la radice profonda di questo pericolo, la sproporzione enorme esistente fra le grandi proprietà ed i poveri affittuari senza terra ed aveva proposto una forma di ridistribuzione delle proprietà.

Aveva detto che il pernio di tutta questa trasformazione era la classe media e soprattutto quel ceto di uomini colti che vedeva ogni giorno di fronte a sé, quando saliva sulla cattedra. Toccava a loro cambiare ordinamenti e strutture del proprio paese.

Faceva leva su di loro perché ben intuiva che in un paese in sviluppo demografico solo il progresso tecnico e la creazione d’un comune linguaggio tra città e campagna, tra signori e contadini, avrebbe potuto evitare un aggravarsi, magari catastrofico, della situazione.

Nulla di più concreto e indispensabile che i lumi: proprio spargere l’istruzione era lo strumento tecnicamente adatto per la trasformazione della società napoletana del Settecento.

Genovesi aveva pure cominciato a indicare quale avrebbe dovuto essere l’atteggiamento di questi uomini colti di fronte allo stato. Coscienti della propria importanza e funzione, avrebbero dovuto essere autonomi, magari fieri e indipendenti, ma animati sempre dalla precisa volontà di premere, di modificare lo stato stesso, sospingendolo sulla via delle riforme. Persuadere Tanucci, ma soprattutto educare coloro che avrebbero potuto operare le necessarie trasformazioni, questo fu il suo programma.

L’esempio spagnolo, francese e inglese, l’esempio soprattutto degli altri stati italiani, della Toscana e della Lombardia, gli fu sempre presente: l’illuminismo meridionale inizia il confronto tra le varie terre italiane e crea una prima coscienza - più approfondita di quanto spesso non si creda- dei problemi specifici del Mezzogiorno e delle particolari esigenze del regno napoletano.

Quando Genovesi morì, nel 1769, era evidente ormai quale fosse l’ostacolo più grave all’applicazione d’un simile programma. Lo stato, dal re alle amministrazioni locali, era molto più inefficiente e corrotto, più disadatto ed inerte di quanto non temessero o magari credessero i riformatori. Cominciava la tortuosa, affannosa, patetica ricerca delle vie per superare questo ostacolo.

Appoggiarsi all’anticurialismo e giurisdizionalismo di Tanucci e dei suoi successori per allargare i conflitti di carattere ecclesiastico e portarli sul piano economico, che era quello dei riformatori? Il tentativo venne ripetutamente compiuto e ebbe un risultato importante, l’avvicinamento cioè del clero giansenistizzante agli illuministi. Non che le due correnti si fondessero mai completamente, distanti e diversi come erano i loro punti di partenza, ma basta pensare a figure come quella di Andrea Serrao per vedere fino a che punto fosse profondo e fecondo questo incontro. Anche il clero si divise così, secondo la linea sulla quale si era già divisa la classe dirigente, separando gli elementi colti dagli altri e rendendo i primi solidali con coloro che in nome della cultura e dei lumi intendevano operare la trasformazione del paese.

Appoggiare i tentativi di riforma legale di Tanucci, cercare cioè di sviluppare gli elementi attivi che pur stavano nella tradizione legale del paese? Cercare insomma di continuare la via che Giannone e i giannoniani avevano aperta all’inizio del secolo?

I tentativi furono molti - da quello di Filangieri a quello di Galanti. L’avvocatura, il foro erano troppo normalmente il mestiere d’una gran parte della classe dirigente napoletana perché questa strada non fosse battuta con insistenza e con rinnovata speranza.

Il risultato fu uno dei conflitti più gravi che si producessero nel seno degli uomini colti meridionali. Questi avvocati illuministi si ribellarono contro la tradizione dei «paglietta», questi riformatori finirono per capire che proprio la tradizione di Giannone e di Tanucci costituiva uno degli ostacoli più gravi alla realizzazione del loro programma. Era proprio la mentalità giuridica a formare una barriera invalicabile verso una riforma tecnica, economica della realtà meridionale.

Si accorsero che proprio il ceto degli avvocati costituiva la saldatura tra l’assolutismo tradizionale del potere monarchico e le innumeri potenze, gli infiniti abusi ovunque esercitati dai poteri locali, in ogni angolo del regno. La lotta contro il legalismo, contro la mentalità avvocatesca costituirà uno degli elementi essenziali della seconda generazione dei riformatori napoletani. Galanti e Delfico ne saranno gli uomini più rappresentativi.

E allora? Clero ed avvocati messi da parte, quale poteva essere l’obiettivo essenziale della polemica riformatrice? Se dovessimo ragionare secondo i vecchi schemi della storiografia filosofica dovremmo dire che di fronte a simile problema la «scuola» di Genovesi si divise, si scisse, e diede luogo ad una sinistra e a una destra.

Potremmo facilmente dimostrare come l’insegnamento del maestro fosse raccolto in due diverse correnti, nello stesso tempo unite e discordi.

Da una parte la corrente più utopistica e feconda insieme, composta da Francescantonio Grimaldi, Gaetano Filangieri, Francesco Mario Pagano, e tanti altri, che costituirono il più bel frutto del Settecento meridionale, il momento di fulgore e di gloria della cultura napoletana e che crearono tutta un’ideologia diretta contro il feudalesimo, sospinti da una vigorosa volontà di libertà e d’eguaglianza, nutriti da tutta la cultura del tardo illuminismo francese, così come dalle nuove speranze che cominciavano ad albeggiare oltre oceano, in America.

Saranno loro a porre in termini filosofici, politici ed economici i problemi dell’eguaglianza in un mondo così diseguale come quello del meridione italiano, i problemi della fisiocrazia europea in una società in cui i nobili erano così disadatti, almeno in genere, a compiere quella funzione che altrove era affidata ai proprietari terrieri, francesi, inglesi ed americani, i problemi infine d’uno stato riformatore ed amministratore, come quello che sapevano contemporaneamente realizzare Leopoldo in Toscana e Giuseppe II in Lombardia. Tutto ciò in una terra come il Napoletano, dove lo stato era particolarmente degradato ed avvilito.

Furono questi uomini a indirizzare l’aculeo della loro polemica contro il feudalesimo, a fare dei feudi il problema essenziale della loro lotta.

Furon loro a volgersi verso il passato, a riscoprire le origini del mondo barbarico e medioevale, a cercare le radici profonde e storiche dei mali essenziali della società meridionale.

Alla ricerca delle origini, finirono per scoprire Giambattista Vico, che, con Hume, Robertson, Boulanger, Chastellux e Voltaire fu il loro grande maestro.

Vico parve loro, attraverso il mistero delle sue formule, colui che solo era riuscito a penetrare in un mondo mentale che essi volevano distruggere, il solo che aveva inteso le menti dei padri, dei nobili ed aveva sperato in «governi umani».

Furon loro a cercare una nuova forma organizzativa, non più nelle Società agrarie ormai, ma nella massoneria, con tutti i suoi conflitti interni, le sue diverse correnti, il suo inappagabile desiderio di perfezione e di purezza. Il mondo di Filangieri, Grimaldi e Pagano, cominciato a crescere in un ambiente letterario, attorno ai duchi di Belforte, finì per trasformarsi in una setta, già a contatto, attraverso Friedrich Münter, lo strano propagandista danese, con uno dei più avanzati raggruppamenti latomistici dell’Europa d’allora, quello cioè degli Illuminati di Baviera.

L’altra ala della «scuola» genovesiana, se così vogliamo esprimerci, fu più provinciale, più legata a problemi concreti ed immediati. Altrettanto antifeudale, essa cercò maggiormente i mezzi specifici per abbattere le giurisdizioni dei baroni, tentò con maggior costanza d’aggrapparsi ai precedenti e ai pretesti giuridici. Si occupò pure di problemi finanziari e vide tutta l’importanza del credito. Fu meno organizzata, meno unita nella sua attività, efficace tuttavia nella sua permanente e persistente funzione riformistica. Tre uomini la rappresentarono soprattutto: Galanti, Palmieri e Delfico.

E, nelle pagine che seguono, si vedrà quale acutezza stesse nelle loro parole e come essi sapessero creare la solida e duratura immagine d’un «buon governo», d’una attiva, solerte ed onesta amministrazione che sapesse sovrapporsi alle piaghe e alle brutture del sud. Saranno loro ad affermarsi, nel decennio murattiano, in quegli anni napoleonici che videro tradursi in realtà tante riforme proposte nel Settecento e, prima di tutte, l’eversione della feudalità.

Gli altri, i Filangieri, i Grimaldi, i Pagano, ebbero ben diversa e drammatica sorte. Le loro idee sboccarono nel giacobinismo meridionale. Anche quelli già morti quando la rivoluzione del 1799 toccò il suo apice, spiritualmente erano presenti con i Pagano, con i Cirillo e con tanti che caddero nella catastrofe da Genovesi intravista lontana e che, come un incubo, era sembrata sovrastare gli ultimi decenni del secolo: il disfacimento sociale cioè che avrebbe fatalmente accompagnato il fallimento della politica delle riforme. Uno dei drammi più alti della classe intellettuale italiana si chiudeva così, con i massacri della Santa Fede.

Sola ambizione delle pagine che seguono è di farlo rivivere, nell’unico modo in cui esso può tornare presente a noi, cioè attraverso le vicende personali, i dubbi, i pensieri e i tentativi dei singoli individui che lo vissero nei suoi diversi atti e momenti, da quando Genovesi salì sulla cattedra napoletana fino a quando Pagano salì sul patibolo in Piazza del Mercato a Napoli o, se si preferisce, a quando Melchiorre Delfico finì per compiere il suo melanconico tramonto nel mondo del liberalismo e del conformismo del primo Ottocento.

Il lettore troverà dunque, nelle pagine che seguono, i testi, le bibliografie ed i profili di nove illuministi riformatori, che ci sono sembrati particolarmente caratteristici ed importanti. Per ognuno di essi si è cercato di compiere ricerche tra le loro carte, le loro lettere e, naturalmente, nel gran numero di stampati che conservano l’impronta o l’eco del loro pensiero. Per tutto questo lavoro un incitamento altrettanto acuto e lucido quanto affettuoso ci è venuto da Walter Maturi, alla cui memoria questo volume è dedicato.

* Cfr. Franco Venturi, "Introduzione", Illuministi Italiani: Riformatori Napoletani, "La Letteratura Italiana. Storia e Testi", a c. di Franco Venturi, Ricciardi, Milano-Napoli, 1962, vol. 46, Tomo V, pp. IX-XVII (Le evidenziazioni nel testo sono mie, fls).



Lezioni di economia civile

-  Recensione di Nanni Salio (Sereno Regis, giovedì 29 agosto 2013)

Perché ripubblicare, e segnalare, un libro scritto nella metà del Settecento? Ce lo spiegano bene Luigino Bruni e Stefano Zamagni nella loro ampia Introduzione, facendo anche osservare che questa pubblicazione avviene nel trecentesimo anniversario della nascita dell’autore, nato a Castiglione il 1° novembre 1713 (oggi Castiglione dei Genovesi, in provincia di Salerno).

Diventato sacerdote nel 1737, Antonio Genovesi è il fondatore della Scuola Napoletana di Economia civile e primo cattedratico di Economia in Europa, nel 1754, a Napoli.

L’attualità del suo pensiero, come fanno notare i due noti studiosi nella Introduzione, è la riscoperta del “mercato come mutua assistenza”, in questo momento di grave crisi sistemica globale. Dice Genovesi: “Il gran fonte delle guerre è il commercio”. Ma subito dopo fa una precisazione degna dei migliori studi di “ricerca per la pace” (Galtung): “Se due nazioni trafficano insieme per reciproci bisogni, sono questi bisogni che si oppongono alla guerra, non già lo spirito del commercio” (p. XV). Quanto suonano sagge queste parole in questi tempi di continue guerre nella martoriata area del Medio Oriente! Ma chi le farà proprie tra i nostri governanti, ciechi e sordi, oltre che ignoranti?

Altre ancora sono le ragioni della straordinaria attualità del pensiero di Genovesi. Egli sostiene che esiste un rapporto profondo tra economia e felicità. “L’economia moderna nasce nei diversi Stati italiani come scienza della ‘pubblica felicità’.” (p. XVII) “E’ legge dell’universo che non si può far la nostra felicità senza far quella degli altri.” (p. XIX)

Sono le stesse riflessioni che Helena Norberg-Hodge sviluppa nel film “L’economia della felicità”, che trae spunto dalla sua lunga esperienza tra le popolazioni del Ladakh. E’ una tradizione che è stata ignorata dalle scuole prevalenti di economia, sia in Italia che altrove, ma che ora si sta riproponendo con forza “nella cooperazione sociale, nel commercio equo e solidale, nell’economia di comunione, nella banca etica, e in tutte quelle forme che fanno della reciprocità e delle virtù civili interiorizzate il loro principale motivo d’azione.” (p. XX).

Infine, osservano ancora Bruni e Zamagni: “l’essere umano per realizzarsi ha bisogno di reciprocità, ma per averla deve fare il salto della gratuità... Senza la gratuità... la reciprocità genuina... non si sviluppa.” (p. XIX). E’ quella che molti oggi chiamano “economia del dono” e anche “economia dei beni comuni”. Sono le radici profonde del pensiero cristiano, e non solo, che riecheggiano nella lunga schiera di coloro che da John Ruskin al Mahatma Gandhi, da Ivan Illich a Ernst Fritz Schumacher hanno gettato le basi di un’economia nonviolenta, alla quale l’opera di Antonio Genovesi dà un contributo teorico fondativo.


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Maria Sirago, Scuole per il lavoro. La nascita degli istituti ’professionali’ meridionali nel dibattito culturale tra fine ’700 e inizi ’800"*:

Il nuovo programma pedagogico espresso da Antonio Genovesi a metà anni ‘50 nel suo Discorso sopra il vero fine delle lettere e delle scienze, definito dalla Formigari il de ratione studiorum dei tempi suoi, prevedeva un’istruzione generalizzata, un "catechismo" civile, accademie congiunte di contadini, matematici e fisici, tramite la "volgar lingua", cioè un linguaggio comune, la condizione per la costituzione di un senso comune, necessario ad ogni progetto di edificazione ‘borghese’2. In Genovesi per la prima volta venivano in luce l’intersezione fra i problemi teorici del linguaggio e i problemi della prassi pedagogico-linguistica3, soprattutto nell’ambito della creazione di una scuola pubblica, statale, gratuita e diffusa in tutti i ceti sociali. Nel secondo ‘700 l’abate salernitano ebbe un ruolo di rilievo nel dibattito culturale napoletano arrivando a teorizzare, dopo lunghi anni di discussioni e lezioni universitarie, un nuovo pensiero pedagogico applicato alla riforma del sistema scolastico del 1767, quando fu creata la scuola pubblica, statale e gratuita in cui si doveva dare ampio spazio alla lingua italiana, da lui usata fin dagli anni ‘50 nelle sue lezioni universitarie4. [...]*

*Cfr. "Rassegna Storica Salernitana", 1999, pp. 109-172 (una parte è stata pubblicata sulla rivista on - line “Disciplinae”, 2, 2004).


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