TEORIA E STORIA DELLA STORIOGRAFIA. IL PROBLEMA GIAMBATTISTA VICO E IL PROBLEMA DELLA COSTITUZIONE

CROCE “CRISTIANO” , VICO “ATEO”, E L’UOMO DELLA PROVVIDENZA. Una nota - di Federico La Sala

Come con Dante, l’abbaglio e la cecità di Croce è grande: incapace di essere pio, mostra di non essere affatto saggio e, al contempo, di non essere affatto giusto nei confronti né del cristiano né del filosofo Giambattista Vico (...)
martedì 11 marzo 2014.
 

Il testo, qui ripreso, senza le note, è il proseguimento di un lavoro su Vico: vedi (nel sito) IL PROBLEMA GIAMBATTISTA VICO. CROCE IN INGHILTERRA E SHAFTESBURY IN ITALIA. La punta di un iceberg.


PREMESSA. Il 14 febbraio 1929, Pio XI, per ringraziare pubblicamente Mussolini dopo la firma del Concordato e dei Patti Lateranensi, così pontifica felicemente: «E forse ci voleva anche un uomo che la Provvidenza ci ha fatto incontrare: un uomo che non avesse le preoccupazioni della scuola liberale, per gli uomini della quale tutte quelle leggi, diciamo, e tutti quei regolamenti erano altrettanti feticci e, proprio come i feticci, tanto più intangibili e venerandi quanto più brutti e deformi».
-  "La Conciliazione fu difesa da Mussolini alla Camera il 5 maggio 1929 con un discorso che durò più di due ore. Ma la seduta più interessante fu quella del Senato dove Benedetto Croce dette voto contrario insieme a Luigi Albertini, Alberto Bergamini, Emanuele Paternò, Francesco Ruffini, Tito Sinibaldi. Irritato, Mussolini replicò collocando Croce fra gli «imboscati della storia», uomini incapaci di fare la storia e gelosi degli altrui successi. Ma a queste critiche Croce aveva già risposto dicendo in Senato che accanto agli uomini per cui Parigi vale bene una messa, vi sono quelli «pei quali l’ ascoltare o no una messa è cosa che vale infinitamente più di Parigi perché è affare di coscienza»" (1).

TRONO E ALTARE. Nel 1911, nella prima appendice (un testo del 1909) al lavoro su “La filosofia di G. B. Vico”, Croce così scrive: “Alla trasfigurazione rettorico-leggendaria, che negli inizi e nel fervore del Risorgimento nazionale si compì dei poeti, dei filosofi, di quasi tutti gli uomini più o meno rappresentativi della storia italiana, atteggiandoli come patrioti, liberali, ribelli, o almeno frementi, contro il trono e l’altare, si tentò per un momento di sottomettere anche, con lieve tocco di bacchetta magica, Giambattista Vico. (...) questa leggenda, che corse soprattutto tra i patrioti napoletani dei primi dell’Ottocento, non poté reggere a lungo, nonché alla critica, al lume del buon senso ”( 2).

Nel 1946, nella postilla aggiunta alla quarta edizione, egli ritorna sul tema e così precisa: “dapprima anch’io (...) definii cotesta una “leggenda”, senza tener conto che quella tradizione, trasmessa oralmente agli studiosi napoletani del settecento, risaliva a uno scolaro del Vico, che non era uomo di poca autorità, Antonio Genovesi, e, inesatta che fosse, nei particolari, doveva pur contenere un nòcciolo di verità. Di quel che accadesse al Vico nelle sue lunghe pratiche con la censura e col canonico Torno, - feci osservare poi, ritornando sul primo detto, - noi non siamo informati.
-  Cioè, «non eravamo», perché qualche piccola cosa se n’è poi saputa per la recente scoperta fatta dal Nicolini di un esemplare della seconda Scienza nuova nell’edizione del 1730, che un lettore, discepolo o frequentatore della casa del filosofo (...) ha cosparso nei margini di postille, somministrategli dallo stesso Vico, tra le quali quattro ve ne sono in cui si vedono sottolineate alcune frasi e proposizioni, con l’avvertenza: «Aggiunta di Torno», «Sapit Julium Tormun», «Don Giulio Torno».(...) La qual cosa induce a pensare che il Vico aveva reso a sé molto arrendevole il suo censore ecclesistico, e che egli stesso accettava accomodamenti che salvassero il suo pensiero, ancorché a prezzo di qualche aggiunta contraddittoria o ridicola, che, in effetto, egli stesso si dé cura di far sparire, quando nessuno vi faceva attenzione, nell’ultima edizione da lui preparata per la stampa” (3).

Per Croce non ci sono dubbi: Vico è sì un “eroe della vita filosofica” (vale a dire: un “ateo”, uno “storicista”, un metafisico immanentistico moderno) ma è anche un cattolico tradizionalissimo “nella vita religiosa, sociale e politica”(4).

Come con Dante, l’abbaglio e la cecità di Croce è grande: incapace di essere pio, mostra di non essere affatto saggio (5) e, al contempo, di non essere affatto giusto nei confronti né del cristiano né del filosofo Giambattista Vico:

(...) propendo sempre più a pensare che il Vico fosse consapevole di quel che portavano nel loro grembo le sue teorie filosofiche, ma procurasse di lasciarle passare come affatto conformi ai concetti cattolici, e perfino tali da offrire un nuovo sistema di diritto naturale, adatto a quella Chiesa (...) Questa politica di autore che deve mettere in luce l’opera sua e cercare di farle largo nel mondo, egli attuò col coltivare, con ogni cura, in ispecie nei momenti culminanti della sua vita, l’amicizia di frati e preti e cardinali, e soprattutto del revisore ecclesiastico napoletano, che era il canonico Torno, il quale, legatosi a lui, gli fu consigliere e protettore” (...). Ciò facendo, egli difendeva non solo la sua povera vita di maestro di scuola, carico di famiglia, ma, soprattutto, le grandi verità che la Provvidenza aveva voluto che egli scoprisse e che gli spettava di far penetrare tra gli uomini e, se non tra i contemporanei, di trasmettere ai posteri, perché a lui non venne mai meno la sicurezza che nell’avvenire i suoi libri sarebbero oggetto d’innumeri commenti, quanto e più di quelli di san Tommaso (6).

La TEORIA DELLA SCIENZA NUOVA. In una stringata sintesi, al di là di ogni decenza storiografica, questo è il “nòcciolo della verità” della filosofia di Giambattista Vico, secondo Benedetto Croce (postilla, 1946):

Nella sua città, quando egli non era molto in vista e non aveva ancora composta la sua opera maggiore, non pare che fosse tenuto uomo di sicura e incontaminata fede religiosa, cosicché al comparire del primo abbozzo di quella, il Diritto universale, in cui si toccava delle origini delle religioni, le voce avverse che subito sentì levarsi contro “erano (come egli stesso dice in una lettera) tinte da una simulata pietà”, e in quell’occasione (dice altresì) “si ricordavano fin dalla sua prima giovinezza e debolezze ed errori”.

Gli studi, particolarmente del Nicolini, hanno confermato il richiamo che io, per queste allusioni, feci agli incarceramenti e al processo innanzi al Sant’Ufficio dei giovani letterati e scienziati napoletani, accusati di epicureismo o “ateismo”, nel 1693, e sebbene gli atti del processo non siano fin oggi venuti fuori interi, qualche brano che se ne conosce si riferisce proprio ad amici del Vico, il matematico De Cristofaro, il letterato Giannelli, il giurista Galizia.

E’ da notare che dalle testimonianze risulta, tra l’altro, che quegli imputati, ponevano a capo della storia dell’umanità uomini, più di altri, intelligenti e furbi, che fondarono le prime famiglie e città e davano a credere a famuli o plebei di essere filii Iovis o filii deorum o addirittura dei: che è poi la teoria della Scienza nuova.

Gli accusatori aggiungevano che quelli dalle stesse teorie ricavavano che similmente si era comportato Cristo, dichiarandosi figlio di Dio, onde gli ebrei, conosciuto l’inganno, lo fecero morire. La teoria veniva integrata dalla ipotesi dei “preadamiti”, attinta al libro del La Peyrère, che anche fu poi ricordata nella Scienza nuova, riferendosene il giudizio universale allagò solo la terra degli ebrei.

Come quei suoi amici, il Vico (che non sappiamo se fosse tra i processati o interrogati), era lucreziano e la sua prima canzone, Affetti di un disperato, è informata al pessimismo del poeta romano (7).

GLI “ATEISTI” NAPOLETANI. Fausto Nicolini, l’anno dopo - nel 1947, nel recensire il libro di Carlo Cappello, G. B. Vico e il processo contro gli «ateisti» napoletani (1688-92), porta a sostegno ulteriori elementi:

Che, sotto l’efficacia del Caravita, il Vico giovane assumesse, verso l’anticurialismo, un atteggiamento di adesione o, quanto meno, di simpatia, credei, nella mia Giovinezza di G. B. Vico (pp. 174-75) di potere, se non proprio asserire, se non altro dichiarare assai probabile. Senonché a convertire la probabilità in certezza m’inducono ora quattro passi della Principium neapolitanorum coniuratio, scritta nel 1703, cioè appunto nel tempo nel quale l’autore frequentava assiduamente casa Caravita (cfr. Vico, Opere, ediz. Nicolini, VI, pp. 313, 314, 359, 361).
-  Nel primo passo il Vico non esita a porre tra gli «homines quibus et stare et ruere respublicas iuxta est» i moltissimi monaci («quam plurimi coenobitae») «qui in urbe (a Napoli) frequentissimi opibus affluunt». Perché mai costoro avversavano con tanta acrimonia casa di Borbone, cioè una efficacia francese sul Regno di Napoli? Perché conoscevano bene che i monaci francesi, «in literas prorsus alias intenti», conducevano, a differenza degl’infingardi frati napoletani, «contracte et dure vitam» e veneravano i «templa castitate magis quam sumptuoso artis et auri cultu»: ragion per cui temevano d’essere costretti anch’essi a una così rigorosa osservanza delle regole monastiche. Pertanto, divenuti sediziosi, «imam plebem pertentant quod novo Philippi regno, nihilo vectigalia relaxata, annona nihilo vilior prostet»; «reos eorumque necessarios incitant, eorum dolendo vices quod novum regem iustum, non item clementem senserint»); e, come se non bastasse sommuovere il popolino con codeste prospettive del nessuno alleggerimento di gabelle, della nessuna diminuzione ne! prezzo del pane e del nessun indulto ai condannati, «emeritos stimulant ac veteranos tristibus coniecturis».
-  Nel secondo passo si deplora con parole quanto mai acri la campagna disfattistica intrapresa dai «seditiosa ingenia, et ut plurimum coenobitarum», non appena il principe Eugenio di Savoia scese in Italia alla testa d’un esercito cesareo. In terzo luogo, dopo avere riferito che, domata l’insurrezione, il vicerè Medinaceli sfrattò circa duecento tra i frati che la avevano fomentata, il filosofo napoletano manifesta implicitamente il desiderio anticurialistico che se ne fossero cacciati molti di più («modestus prae copia numerus»).
-  E, per ultimo, nell’accennare ai libelli famosi diffusi per tutta Napoli contro l’anzidetto, Medinaceli, il futuro autore della Scienza nuova soggiunge non solo che «omnium stylus coenobitarum indicabat manum», ma altresì che l’essere riuscito inviso a gente simile ridcndo, in ultima analisi a gloria di quel viceré («unde gloria viro parta in eo rerum statu eius modi hominurn generi gravem esse»).
-  Nella letteratura anticurialistica napoletana del tempo parole così gravi contro i frati non s’incontreranno se non, vent’anni dopo, nell’Istoria civile del Regno di Napoli di Pietro Giannone di quel Giannone pel quale, secondo una testiinonianza del padre Gerardo de Angelis, il Vjco giovane (a differenza, forse, del Vico vecchio) nutriva ammirazione non inferiore a quella destata in lui dal Caravita. (8).

VICO E DANTE. Che al di là di Lucrezio, Vico abbia potuto leggere e far tesoro della lezione di Virgilio e di Dante (9), per Croce, è impensabile; e che Vico, come Dante, potesse portare avanti da cristiano una feroce battaglia anticurialistica è assolutamente inimmaginabile! La denuncia da parte di Vico del “puttanesismo” dello spirito non è senza legame con la denuncia del “puttaneggiar” della Chiesa da parte di Dante (“Di voi pastor s’accorse il Vangelista, /quando colei che siede sopra l’acque /puttaneggiar coi regi a lui fu vista”: Inf. XIX, vv. 106-108)(10)! Per entrambi, senza la bussola "della carità [charitas]” non c’è né società né storia.

IL PROGRAMMA DI VICO: LA "BIBBIA CIVILE" RAGIONATA. Come sia nata l’idea e quale sia il “principio dello scrivere” della “scienza nuova”, Vico lo scrive con molta chiarezza nel “Proloquio” del “De universi iuris principio et fine uno” (1720):

“Finalmente leggendo un giorno il libro De civitate Dei di S. Agostino, mi occorse un luogo di Varrone (uomo, che per filosofia ed erudizione meritò il nome di dottissimo, e del più dotto de’ Romani) dov’egli dice, che se avesse avuto l’autorità di proporre al popolo romano gl’iddii da adorarsi, lo avrebbe fatto seguitando “la formula della natura”, cioè proponendo un Dio unico, incorporeo, infinito, e non innumerevoli deità figurate sotto forma di idoli.
-  Illuminata la mia mente da quella lettura, si portò di sbalzo alle seguenti conclusioni: dunque il diritto naturale è la formola, è l’idea del vero, la quale ci dimostra il vero Iddio. Dunque il vero Iddio, principio della vera religione, è ugualmente principio del vero diritto, e della vera giurisprudenza. E non perciò incomincia, nel primo suo titolo, il Codex constitutionum imperialium, dove la giurisprudenza cristiana ebbe il suo perfetto e solenne compimento, a porsi sotto la consacrazione del De summa Trinitate et fide catholica?
-  Dunque la vera giurisprudenza è la vera cognizione delle cose divine e umane. La metafisica è quella dottrina che insegna la critica del vero, perché essa insegna la vera cognizione d’Iddio e dell’uomo. Conchiusi, alla per fine, che non dagli scritti o dai detti dei pagani filosofi debbansi dedurre i principii della giurisdizione, ma della vera e diretta cognizione della natura umana, la quale è originata dal vero Iddio” (11). “Nova scientia tentatur”: questo è l’orizzonte da cui nasce e da “dove si tenta la nuova scienza” (12), non altro!

FEDERICO LA SALA


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