Questione antropologica

IL PROGRAMMA DI KANT. DIFFERENZA SESSUALE E BISESSUALITA’ PSICHICA: UN NUOVO SOGGETTO, E LA NECESSITA’ DI "UNA SECONDA RIVOLUZIONE COPERNICANA".

sabato 16 dicembre 2006.
 

COME ALL’INTERNO, COSI’ ALL’ESTERNO: "VERE DUO IN CARNE UNA". NOTE SUL PROGRAMMA DI KANT

di Federico La Sala *

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Pur condividendo l’opinione sulla rivalutazione del corpo, che è divenuta ormai obiettivo «comune [...] a molte aree della cultura del nostro tempo, anche fortemente divergenti tra loro», sulla corporeità intesa come un valore evidente in sé «nella globalità della persona umana», e, inoltre, pur giudicando pregevole e degno di considerazione l’intento di “ritornare alle radici» di questa moderna rivalutazione, ritengo che il tentativo fatto da Casini (1) - senza togliere nessun merito al lavoro, ed è bene ricordare che lo stesso vale per molta letteratura sull’argomento - abbia mancato proprio le radici e, senza di esse, la stessa possibilità di attuare un più ricco e articolato confronto coi pensatori prescelti: Schopenhauer, Feuerbach e Nietzsche.

Impedito da un’ottica storiografica parziale e riduttiva, [Casini] è rimasto in superficie - «nella crisi dell’idealismo tedesco e nelle filosofie che da esso sono scaturite»(2); e gli stessi Schopenhauer, Feuerbach e Nietzsche sono stati confinati tra i «pensatori che, in contrapposizione all’idealismo, hanno messo in rilievo la dimensione corporea dell’uomo»(3). A mio avviso, il luogo delle radici è più in basso; e credo che, una volta conquistato, possa aiutarci a comprendere meglio non solo il contributo di Schopenhauer, Feuerbach e Nietzsche, ma soprattutto la relazione di quei due poli (4) (coscienza e organismo, anima e corpo), che di fatto ci costituiscono e caratterizzano e che - come lo stesso Casini riconosce - «è compito irrinunciabile della riflessione filosofica» pensare fino in fondo «senza di volta in volta emarginare ora l’uno ora l’altro»(5).

Come si sa, del corpo (e, più in generale, della natura) la nostra cultura ha dato sempre (cum grano salis!) un’interpretazione negativa e servile. Succube della grande instaurazione platonica che aveva preteso di avere sciolto l’enigma e di aver trovato nell’anima l’essenza dell’uomo (6), e, con l’anima, l’accesso alla «pianura della verità», essa ha continuamente concepito e ridotto il corpo a una bestia (si ricordino i cavalli della biga platonica...) - strumento animato(... e la concezione aristotelica dello schiavo) o automa (Cartesio) - e, come tale, lo ha trattato, continuamente aggiogato al carro della ragione. E sull’animale della sua classica definizione di uomo non ha mai smesso di mettere una bella croce.

Di «che lagrime grondi e di che sangue» questa visione - profondamente schizogena e, tuttavia, eccellente strumento di domesticazione e di dominio - solo da due secoli si è cominciato a capire. E lo sforzo per lacerare la ragnatela entro cui l’intelligibile ha avvolto e costretto il sensibile, e restituire così al corpo le ragioni che ha e che la Ragione nega, è tuttora in corso.

La storia della metafisica non è stata e non è uno scherzo. Tra le maglie d’acciaio della sua gabbia intere generazioni di uomini hanno patito - letteralmente - le pene dell’inferno, e tutti, infine, hanno dovuto piegarsi alla forza della Ragione come alla ragione della Forza. Chi si è semplicemente opposto o, meglio, ha scoperto il trucco e mostrato le catene sotto i suoi splendidi fiori - Rousseau fu il primo maestro del sospetto (7) - raramente è riuscito a sopravvivere all’ostracismo, al carcere o al rogo. Il Vero, il Bene e il Bello della Ragione hanno finito sempre per vincere e soggiogare il Vero, il Bello e il Bene del corpo, e, pur se nella stessa casa, l’una ha sempre rimosso - rimosso l’animale (8) - e tenuto fuori scena l’altro.

Paradossalmente la fine possibile di questa Storia è cominciata proprio quando la ragione si apprestava a celebrare il suo trionfo e a indossare le vesti di Dea. Non dopo Hegel. Con Rousseau prima, e con Kant poi. Quando Kant - sull’onda dell’effetto copernicano e, nonostante tutto, fiero difensore della sua come della nostra umile terrestrità - ha unito in un saldissimo matrimonio (anche se - per ridotta immaginazione (9) - ancora ’patriarcale’) i due produttori dell’umana conoscenza (10) e, implicitamente, ha stabilito le premesse per un pieno riconoscimento dei due (coscienza sensibile e coscienza intelligibile - io intuisco, io penso) all’interno della stessa casa-soggetto (un vere duo in carne una a cui solo ora stiamo faticosamente pervenendo), e, così facendo, è giunto a mostrare chiaramente che le pretese della Ragione pura erano ingiustificate e che la metafisica non era una scienza né tanto meno la regina delle scienze, allora si è aperto l’orizzonte e si è avviata, insieme con tutto il resto, la stessa riscoperta del corpo (e di tutto ciò che ad esso è legato, compresa la decisiva questione della differenza sessuale, già richiamata da Feuerbach (11) e, attualmente, posta all’ordine del giorno dal movimento delle donne).

Due cose riempiono l’animo di ammirazione e venerazione sempre costante... «si danno due tronchi dell’umana conoscenza» (12) - due poli: Kant imposta bene il problema fin dall’inizio. E se pure fallisce nello sforzo di codificare correttamente la relazione di bipolarità nel cuore stesso del soggetto trascendentale (offrendo cosi opportunità alla svolta idealistica e, al contempo, contributi alla restaurazione di quanto aveva demolito), egli è incrollabile e non torna mai indietro. Con tutti i limiti, difende fermissimamente sia la distinzione sia la complementarità tra le due facoltà (sensibilità e intelletto) e, unitariamente, la connessa concezione positiva della natura (13). E, cosa molto significativa, non smette mai di riflettere sulla duplicità dell’Io: «non si vuole intendere con ciò - scrive Kant nei Progressi della Metafisica - una doppia personalità, perché solo l’io, l’io penso e intuisco, è la persona» (14).

Nella consapevolezza - evidentemente - che il punto dolente del suo lavoro stava proprio nel modo in cui aveva strutturato la relazione delle due facoltà nell’unità trascendentale dell’appercezione e, in particolare, che ancora una volta - contrariamente alla sua stessa convinzione («nessuna delle due facoltà è da anteporre all’altra» (15)) - aveva concesso diritti in più all’intelletto rispetto ai sensi (alla coscienza intelligibile rispetto alla coscienza sensibile, all’io penso rispetto all’io intuisco), egli cerca di trovare la sua strada per rendere paritario il rapporto e, cosi, più dinamica la stessa funzione trascendentale(16).

Contro chi fraintende il suo pensiero e lo vorrebbe trascinare per altre vie (nel 1794 Fichte pubblica Sul concetto della dottrina della scienza e la Fondazione dell’intera dottrina della scienza, e, nel 1800, Schelling il Sistema dell’idealismo trascendentale), il vecchio Kant - è bene ricordarlo - resiste e lavora instancabilmente (nel 1795 appare Per la pace perpetua, nel 1797 la Metafisica dei costumi, nel 1798 l’Antropologia pragmatica, e, nel 1800, per sua volontà e a cura del suo allievo e amico G.B. Jasche, la Logica). E sempre movendosi all’interno dell’orizzonte della Critica della Ragion Pura - oltre al resto, ai fini della presente nota, si tenga presente l’importante «confutazione dell’idealismo» (1787), il costante rifiuto di attribuire all’uomo («un essere che è dipendente, e rispetto alla sua esistenza, e rispetto alla sua intuizione») l’intuizione intellettuale, e, infine, la radicale presa di distanza dalla Dottrina della Scienza di Fichte (17) (del 7.8.1799) - egli sviluppa nuove riflessioni che ampliano e precisano il senso della sua rivoluzione copernicana, e che se non si tengono presenti, non solo non si dà a Kant ciò che è di Kant, ma si rischia - come è accaduto - di non capire molta parte di tutta la ricerca posteriore, e, cosi, di non poter sciogliere quel nodo che non è solo suo: i due in uno.

Nella Logica, in particolare, riprendendo la distinzione (già avanzata nella Critica della Ragion Pura) tra una filosofia intesa scolasticamente e una filosofia intesa cosmicamente, egli chiarisce che la filosofia nel senso cosmico va intesa in senso cosmopolitico (18); e, ancora, precisa che le tre celebri domande (già formulate sempre nella Critica della Ragion Pura (19): «1. Che cosa posso sapere?, 2. Che cosa devo fare?, 3. Che cosa mi è dato sperare?») non sono affatto sufficienti a delimitare il campo della filosofia in questo nuovo significato e, con ciò, ad esaurire gli interessi fondamentali del cittadino del mondo, o, in senso più proprio, del pianeta Terra.

Per Kant, ora, le tre domande non bastano più: ad esse va unita - e unisce - una quarta e più fondamentale domanda: 4. “Che cosa è l’uomo?”. E, dopo aver rifatto l’elenco, aggiunge: «In fondo, si potrebbe ricondurre tutto all’antropologia, perché le prime tre domande [a cui rispondono, rispettivamente, la metafisica, la morale, la religione, fls] fanno riferimento all’ultima»(20). L’affermazione è «d’importanza non esagerabile»(21). Esprime l’intenzione di voler riprendere e ripensare le questioni dal punto da cui aveva iniziato, da quel soggetto intorno a cui ha messo a rotare l’oggetto. Non è affatto una cosa da poco.

Probabilmente, reso più attento dalla messa a fuoco cosmopolitica (del 1784 è L’idea di una storia universale dal punto di vista cosmopolitico) della sua posizione e dalla consapevolezza - già espressa sempre nella Critica della Ragion Pura - che la nostra Terra «è un’isola» (22) e, ancora, che «sulla [Terra, fls], essendo sferica, gli uomini non possono disperdersi all’infinito, ma devono da ultimo rassegnarsi a incontrarsi e a coesistere» (23), oltre che dai continui fraintendimenti del suo lavoro, egli avverte tutta la necessità di reimpostare - in modo più chiaro di quanto abbia fatto e senza cedimenti né materialistici né idealistici - tutte e tre le questioni (metafisica, morale, religione), e, per questo, reinterrogarsi sul soggetto in modo più diretto e determinato: l’uomo, «l’ente sensibile che conosce se stesso» (24).

L’indicazione di Kant non è affatto trascurabile, né sottovalutabile: è carica di teoria, come di futuro. È un’intenzione e un invito a ricominciare da capo, senza tornare al di qua o andare al di là dell’orizzonte critico, e senza abbandonare il corpo e la Terra. Contro la torsione idealistica del suo stesso pensiero e analogamente - ripetiamo - contro ogni riduzione materialistica, Kant guarda di fatto verso quella terza via che la nostra tradizione non ha mai veramente (fallito il tentativo aristotelico) preso in considerazione («Socrate: Cos’è dunque l’uomo? [...] Socr.: Qui c’è una cosa da cui nessuno può dissentire. Alcibiade: Quale? Socr.: Che l’uomo sia almeno una delle tre cose. Alc.: Quali? Socr.: O anima, o corpo, o ambedue insieme, come un tutto unico»(25)) ma che proprio l’impostazione critica del problema della conoscenza lascia intravedere e porta alla luce, in modo nuovo.

Dai «due tronchi dell’umana conoscenza» al «fatto [Factum] indubitabile»(26) che siamo due in uno e all’apertura all’antropologia, come al sapere a cui possono essere ricondotte sia la metafisica sia la morale e la religione, il passo è inevitabile. E Kant lo fa. Per determinare meglio, e senza equivoci, il senso della sua rivoluzione copernicana, bisogna, ripensare quel soggetto che noi siamo, e, quindi, rimettere in campo il rapporto tra quei due Io (io penso, io intuisco) che caratterizzano l’unità dell’essere umano e, con ciò, lo stesso rapporto con l’esperienza.

Ancor prima di Hegel, l’indicazione è già data e la strada già aperta: il segreto della metafisica, il segreto della morale, «il segreto della teologia è l’antropologia»(27). Nonostante i suoi sbandamenti e le sue contraddizioni, il «cinese» di Koenigsberg non confuse mai i «cento talleri immaginari e i cento talleri reali»(28) e rimase sempre fedele alla terra(29); e questo, chi ha camminato nella direzione da lui indicata, bene o male, già sapeva. Per noi, è meglio tenerne conto.

Senza dare o togliere niente a nessuno, anche Kant aveva capito - e prima di tutti gli altri - che «nella coscienza [...] arriviamo a fantasticare di un io contrapposto a tutto il resto, al non-io», che bisognava «smettere di sentirsi come questo fantastico ego!», che bisognava «scoprire gli errori dell’ego» e, finalmente, cominciare a pensare e a «sentire ih modo cosmico!»(30): copernicano, ma sempre terrestre. E se alla fine pone la classica questione, non possiamo e non dobbiamo né equivocare, né sottovalutare.

Non è Socrate o Platone che parla o scrive: è Kant! E, quindi, la sua domanda «che cosa è l’uomo?», o, come dirà Nietzsche, «chi siamo noi in realtà?»(31), deve essere intesa nei suoi termini: come sono possibili quegli esseri che sono due in uno?, come è possibile il soggetto?, come è possibile l’uomo?

Dopo Schopenhauer, dopo Feuerbach, dopo Marx, come dopo Nietzsche e Freud, oggi, forse, siamo finalmente più preparati e pronti per rispondere. Riusciremo a portare a compimento la rivoluzione copernicana(32) e ad abitare la Terra serenamente?


* Riprendo qui, un capitolo di un mio lavoro (cfr. Federico La Sala, Della Terra, il brillante colore, Prefazione di Fulvio Papi, Roma-Salerno, Edizioni Ripostes, 1996, pp. 112-119), in onore e in memoria di Elvio Fachinelli (e della sua ricerca culminata - nell’anno della morte - con La mente estatica, Milano, Adelphi, 1989). Mi auguro che esso possa essere utile a meglio comprendere e apprezzare l’importanza teoretica e la portata antropologica della sua opera di psicoanalista e di filosofo.

-  (1)L. Casini, La riscoperta del corpo. Schopenhauer. Feuerbach. Nietzsche, Roma, Edizioni Studium, 1990, p. 16.
-  (2)Op. cit.. p. 15.
-  (3)Ibidem, p. 16.
-  (4)“[...] due poli. Se da un lato la coscienza e lo spirito umano vengono considerati sempre più nei loro condizionamenti corporei e istintuali, d’altro canto il corpo non è più considerato oggetto di un soggetto, ma come soggetto esso stesso, sorgente di intenzionalità e di valore, realtà non meramente fisica, ma tessuto di emotività e vitalità che si estendono fino al centro coscienziale dell’uomo» (op. cit., p. 15).
-  (5)Ibidem, pp. 20-21.
-  (6)«L’anima è l’uomo» (Platone, Alcibiade primo, 130 c).
-  (7)«Lo spirito ha le sue esigenze come le ha il corpo. Queste ultime costituiscono le basi della società, le prime ne sono l’ornamento. Mentre il governo e le leggi provvedono alla sicurezza e al benessere degli uomini riuniti in società, le scienze, le lettere e le arti, con minor dispotismo e forse con maggiore autorità, stendono ghirlande di fiorì sulle ferree catene di cui gli uomini sono gravati, soffocano in loro il sentimento di quella libertà originaria per la quale parevano essere nati, fanno loro amare la schiavitù cui sono soggetti, formando quelli che si chiamano i popoli civili» (J.J. Rousseau, Discorso sulle Scienze e le Arti).
-  (8) Cfr. G. Galilei, Il Saggiatore, cap. 48.
-  (9) Sull’intricata questione, si cfr. almeno M. Heidegger, Kant e il problema della Metafisica, Bari. Laterza, 1981, pp. 113-174, e si ricordi che Kant resta, in ultima analisi, ancorato alla convinzione che la sensibilità «in sé è plebe, perché non pensa» (Antropologia, pf. 8: «Apologia della sensibilità»).
-  (10) «Queste due facoltà o capacità non possono scambiarsi le loro funzioni. L’intelletto non può intuire nulla, né i sensi nulla pensare. La conoscenza non può scaturire se non dalla loro unione. Ma non perciò si devono confondere le loro parti; ché, anzi, si ha grande ragione di separarle accuratamente e di tenerle distinte» (I. Kant, Critica della Ragion pura, Bari, Laterza. 1966, I, p. 94).
-  (11) Su questo, cfr. L. Casini, La riscoperta del corpo..., cit., p. 149.
-  (12) Kant, op. cit.. p. 61.
-  (13) A riguardo molto hanno insistito, e a ragione, G. Della Volpe prima (cfr. Logica come scienza storica, Roma, Editore Riuniti, 1969, p. 18) e poi L. Colletti (cfr. Il marxismo e Hegel, Bari. Laterza, 1969. pp. 45 ss.).
-  (14) Cfr. L Kant, I progressi della Metafisica. Napoli. Bibliopolis, 1977, p. 77.
-  (15) Cfr. I. Kant, Critica della Ragion Pura, cit., p. 94.
-  (16) Su questo, cfr. anche P. Manganaro, Introduzione a: I. Kant, I progressi..., cit., pp. 42-43.
-  (17) Per la dichiarazione di Kant sulla «Dottrina della scienza» di Fichte (7.8.1799), cfr. C. Cesa, Fichte e il primo Idealismo, Firenze, Sansoni, 1975, pp. 88-90.
-  (18) Cfr. I. Kant, Logica, a cura di L. Amoroso, Bari, Laterza. 1984, p. 18.
-  (19) Cfr. I. Kant, Critica della Ragion Pura, cit., II, p. 612.
-  (20) Cfr. I. Kant, Logica, cit., p. 19.
-  (21) Op. cit., p. XIV. Su questo, cfr. anche M. Heidegger, op. cit., pp. 178 ss.
-  (22) Cfr. I. Kant, Critica della Ragion Pura, cit., I, p. 243.
-  (23) Cfr. I. Kant, Per la pace perpetua. A riguardo, cfr. anche N. Bobbio, Kant e la Rivoluzione Francese, in «Nuova Antologia», luglio-settembre 1990, pp. 53-60.
-  (24) Per questi problemi, cfr. P. Manganaro, op. cit., p. 43. e l’Introduzione di V. Mathieu a: I. Kant, Opus Postumum, Bologna, Zanichelli, 1963, pp. 3-57.
-  (25) Cfr. Platone, Alcibiade primo, 130 a.
-  (26) Cfr. I. Kant, I progressi..., cit., p. 77.
-  (27) Cfr. L. Feuerbach, Tesi provvisorie per una riforma della Filosofia, in: L. Feuerbach,Principi della Filosofia dell’avvenire, Torino, Einaudi. 1971, p. 49.
-  (28) Op. cit., p. 106.
-  (29) F. Nietzsche, Opere, VI, 1. p. 6.
-  (30) F. Nietzsche, Opere, V. 2. pp. 280-281.
-  (31) F. Nietzsche, Opere, VI. 3, p. 213.
-  (32) A riguardo si tenga presente l’indicazione di Th. W. Adorno sulla necessità di «una seconda rivoluzione copernicana », e, in particolare, si cfr. A. Sohn-Rethel, Lavoro intellettuale e lavoro manuale. Per la teoria della sintesi sociale, Milano, Feltrinelli. 1977, pp. 68-70. Sul tema, inoltre, cfr. l’importante inedito di E. Husserl, Rovesciamento della dottrina copernicana nell’interpretazione della corrente visione del mondo, in «aut aut», 245, settembre-ottobre 1991, pp. 3-18; Guido D. Neri, Terra e cielo in un manoscritto del 1934, op, cit., pp. 19-44; e F. La Sala, Per una nuova cultura all’altezza del Pianeta Azzurro, in «La Crìtica Sociologica». 93, 1990, pp. 111-115.



Sul tema generale, nel sito, cfr.:

-  CON KANT E FREUD, OLTRE. Un nuovo paradigma antropologico: la decisiva indicazione di ELVIO FACHINELLI.

-  UOMINI E DONNE. SULL’USCITA DALLO STATO DI MINORITA’, OGGI. AL DI LA’ DELL’ "EDIPO".

-  "LEZIONE SU KANT" A GERUSALEMME: PARLA "PILATO", IL SUDDITO DELL’"IMPERATORE-DIO". Il ’sonnambulismo’ di Hannah Arendt prima e di Emil Fackenheim dopo.

-  DEMOCRAZIA: ABBI IL CORAGGIO DI PRENDERE LA PAROLA E DI PARLARE DA CITTADINO SOVRANO, DA CITTADINA SOVRANA.

-  IL FARISEISMO CATTOLICO-ROMANO E LA NOVITA’ RADICALE DELL’ANTROPOLOGIA CRISTIANA. Pensare in prima persona, in spirito di carità

-  IDENTIFICARSI CON CRISTO PER SUPERARE EDIPO di Sigmund Freud (1931).


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