Europa. Letteratura medioevale ...

L’AMORE E LA PAROLA. Che cos’è l’amore, chi può amare, chi è massimamente degno di amore, come amare? Del "Gualtieri" di Andrea Cappellano (XII sec.), una recensione del prof. Federico La Sala

martedì 25 marzo 2008.
 


ANDREA CAPPELLANO, De Amore *

All’interno del rinnovato interesse per il Medio Evo, giunge più che gradita la ripresentazione del De amore di Andrea Cappellano. Questo trattato in prosa latina, che ebbe grande diffusione in tutta Europa, trovò in Italia nel Trecento due traduttori, rimasti anonimi. Delle due versioni, entrambe toscane, Salvatore Battaglia nella sua edizione del De Amore (1947) utilizzò la più antica, che è anche la più valida, per l’efficace resa dei valori originali e per l’autonoma dignità dello stile. Ruffini propone invece, a fronte del testo latino che è quello stabilito dal Trojel nel 1892 (ristampa Monaco 1972), l’altra versione, “un volgarizzamento fiorentino (che si chiama traduzione romana solo perché il codice è alla Vaticana)”, il quale “impoverisce, confonde e pasticcia la sottigliezza dello stile di Andrea” (così Cesare Segre su “Alfabeta”, n. 22, 1981). Al Ruffini, cui si potrebbe rimproverare di non aver tentato una nuova traduzione (ma l’operazione interlinguistica, sempre difficile, sarebbe stata in questo caso difficilissima), è tuttavia da riconoscere il merito di aver richiamato l’attenzione su un trattato di notevole interesse letterario e culturale.

Che cos’è l’amore, chi può amare, chi è massimamente degno di amore, come amare, sono questi i nodi che Andrea Cappellano, “intellettuale” della seconda metà del XII secolo legato alla corte di Maria di Champagne (o, forse, del re Filippo Augusto di Francia), cerca di sciogliere a se stesso e alla società aristocratica del suo tempo. Definire i soggetti, i mezzi e i fini dell’amore è il tentativo e il programma del suo trattato.

L’opera, scritta su richiesta del nuovo cavaliere in amore, l’amico Gualtieri, che non sa “aconciamente direggiere li freni di quel cavallo” (p.5), è insieme, in due parti distinte (benché in tre libri), un vero e proprio trattato de amore e un trattato de reprobatione amoris. Nella prima parte si affronta da un punto di vista aristocratico-laico e naturalistico l’intero arco dei problemi amorosi; partendo da cosa sia l’amore fino alle regole d’amore; e nella seconda, aggiunta di spontanea volontà dall’Autore - per la “salute” del suo lettore Gualtieri - si sostiene “per aperta ragione che niuno dee ispendere male i suoi dì nell’amore” e che voler realizzare tutti i desideri del corpo porta “fuori della grazia di Dio e della compagnia e dell’amistà de’ buoni uomini per giusta ragione” (p.331). Nell’una c’è la riorganizzazione e sistematizzazione della tradizione classica e cortese, ove la donna gentile è punto di partenza e di arrivo della passione amorosa. Nell’altra c’è la ripresa e l’esposizione della maggior parte dei luoghi delle Sacre Scritture contro la donna: qui l’amore è concepito tout court come lussuria, forza e strumento del diavolo; il vero re d’Amore è Dio, l’unico e solo nostro Signore. Tra le due parti il contrasto non poteva essere più forte: quali le ragioni di questa “enorme contraddizione”, come la definisce anche Ruffini? “Si tratta - secondo quanto sostiene lo Zumthor - di una ritrattazione dopo che Andrea si era accorto del rischio che poteva correre con la sua teoria, cioè di essere condannato come eretico, condanna nella quale, nonostante tutto, incorrerà” (p. xix)?; o, secondo quanto sostiene lo stesso Ruffini, “dovremo invece, in tutta onestà, ammettere che queste contraddizioni furono dall’autore consapevolmente inserite nel trattato” per il fatto che la verità che Andrea desiderava trasmettere a Gualtieri andava protetta da sguardi indiscreti (p. xx)?

Di queste ipotesi né una né l’altra mostrano di cogliere il nodo cruciale della questione. Nel De Amore è in gioco un tentativo di separazione e di autonomizzazione del profano dal sacro (cfr. il cap. xix e il cap. xx, rispettivamente dedicati all’amore dei chierici e all’amore delle monache) e di fondazione della stessa attività intellettuale (si tenga presente che Andrea, oltre a voler “amaestrare con iscrittura” che non è Scrittura, pone il saver bene parlare come uno dei modi più importanti - insieme alla bellezza a ai belli costumi - per acquistare l’amore, tanto è vero che dedica al come parlare ben otto capitoli, dal xi al xviii)

Quando, nel 1277, “il vescovo di Parigi Stefano Tempier, facendo seguito a una bolla di papa Giovanni XXI, pronuncia contro il libro di Andrea Cappellano una solenne condanna, che ne accomuna le dottrine ad altre tesi naturalistiche e razionalistiche nonché, significativamente, alla dottrina della doppia verità” (A. Roncaglia, Il mondo cortese, in La poesia dell’età cortese, Milano, Nuova Accademia,.1961, p. xiii), la Chiesa si rende ben conto di quale sia la portata del De Amore. E lo stesso Dante, allorquando l’Amore divino gli avrà dato “intelligenza nova” (Vita Nuova, xli), non giudicherà diversamente chi del trattato ha sostenuto le teorie. In Dante, infatti, è la sintesi mistico - razionale incarnata da Beatrice a rendere possibile l’uscita “de la volgare schiera”, il grande Viaggio e il superamento delle “vecchie” teorie. Non a caso Guido Guinizelli e Arnault Daniel si trovano nel Purgatorio tra i lussuriosi a far penitenza per il loro peccato ermafrodito, cioè per non aver osservato “umana legge, / seguendo come bestie l’appetito”: questo non vuol forse dire che essi non solo non hanno saputo trarre dal De Amore il novo intendimento, ma neppure il vero, come invece hanno saputo fare Cino (“e studio sol nel libro di Gualtieri / per trarne vero e novo intendimento”) e, implicitamente, Dante stesso?

La contraddizione, quasi schizoide, del trattato di Andrea Cappellano è ancora più profonda di quanto non sembri; svela “le inquietudini di una cultura che era, insieme laica e clericale, spregiudicata e rispettosa dell’ordine sociale” (cfr. Storia e antologia della letteratura italiana, vol. I, Le origini, a cura di R. Antonelli, Firenze. La Nuova Italia, 1973, p.188) e la lacerazione che percorre la conoscenza dell’intellettuale europeo nel momento decisivo del suo formarsi. Nel trattato, cioè, resiste, latente non sciolto e alla fine vincente, lo stesso dilemma (labirinto morale) - con meno drammaticità ma non per questo di minor peso per la storia della coscienza intellettuale europea - di Abelardo (morto nel 1142) e di Eloisa (morta nel 1163), che la saggezza e la conoscenza presuppongono la continenza, che “la grandezza di un filosofo e di un chierico è legata alla sua continenza” (cfr. il suggestivo lavoro di E. Gilson, Eloisa e Abelardo, Torino, Einaudi, 1950, p.64).

È da tener presente, inoltre, che il De Amore, proprio per l’essere sforzo e luogo di codificazione di rapporti non solo amorosi ma etici e sociali da parte di una società aristocratica “progressista” quale quella francese, avrà un peso notevole sulla formazione ideologica della nascente borghesia: “La cortesia cavalleresca era l’ambizione della cortesia cittadina, e fino dalle più sue antiche formulazioni l’ideale presentato alla società comunale, da vari precettori, da Dante fino all’anonimo autore-fiorentino, popolano, mercante - del Novellino, era il “parlare” e l’ “operare” dei “nobili e i gentili”.(cfr. Ph. Jones, Economia e società nell’Italia medievale: la leggenda della borghesia, in Storia d’Italia,Annali I, Torino, Einaudi,1978, p. 268). Il dualistico groviglio di componenti aristocratico-laiche e mistico-ascetiche resterà nodo non sciolto al fondo della futura classe dominante ("Laica e mistica insieme, la borghesia del Medioevo [...]": H . Pirenne, La città del Medioevo, Bari, Laterza,1971, p.155); e sia quando il mistico riuscirà a funzionalizzare a sé il laico, sia quando il laico riuscirà a “separare” da sé il mistico, l’uno diverrà sempre il perturbante doppio dell’altro, pur nell’apparente vittoria.

Nel tentativo non riuscito di Andrea Cappellano di venir fuori da tale groviglio e, quindi, di dar vita a una gaia scienza (nello specifico a una vera ars erotica: “Nell’arte erotica la verità è estratta dal piacere stesso, considerato come pratica e raccolto come esperienza”) è da vedersi il sintomo e l’avvio di quel processo che porterà la nostra civiltà a essere - come rileva Foucault (La volontà di sapere, Feltrinelli, Milano 1978, pp.53-54) - la sola, probabilmente, a praticare una scientia sexualis, “o piuttosto ad aver sviluppato, nel corso dei secoli, per dire la verità sul sesso, procedure finalizzate nell’essenziale ad una forma di potere-sapere rigorosamente opposta all’arte dell’iniziazione e al segreto magistrale: la confessione”.

Non è semplice coincidenza che, ancor prima della condanna del De Amore, la Chiesa proceda con il IV Concilio lateranense, nel 1215, a regolamentare il sacramento della penitenza e a rendere obbligatoria per tutti i cristiani, cioè per tutti gli occidentali, la confessione annuale. Facendo della confessione uno dei “riti più importanti da cui si attende la produzione della verità” e, al contempo, facendo del sesso la “materia privilegiata di confessione”, la Chiesa poneva implicitamente le basi di quella nuova e diversa scientia sexualis che, sviluppatasi a partire dal XIX secolo, avrebbe avuto di nuovo come nucleo centrale, paradossalmente, il singolare rito della “confessione” obbligatoria ed esaustiva.

Federico La Sala

*

-  Si riprende, qui, la recensione
-  di Federico La Sala del testo di
-  Andrea Cappellano,
-  De amore,
-  a cura di Graziano Ruffini,
-  Milano, Guanda, 1980, pp xxxv-359,
-  apparsa nella rivista “Filologia e critica” (maggio- giugno 1981, pp. 311-313, Salerno Editrice, Roma).


Sul tema, nel sito, si cfr.:

-  LA GRECIA, LA MEDIAZIONE DELLA CALABRIA, E IL RINASCIMENTO ITALIANO ED EUROPEO. In memoria di Barlaam (Bernardo) e di Leonzio Pilato ... PER BOCCACCIO, NEL 2013, UNA GRANDE FESTA IN TUTTA -L’ITALIA E L’EUROPA!!! Dopo 700 anni (dalla nascita), tutta viva la sua sacrosanta indignazione e tutto libero il suo spirito critico. Materiali sul tema

IL CATTOLICESIMO, L’INCARNAZIONE, E LA POLITICA DELLA CARNE (dell’ "Unto del Signore" o di Gesù Cristo - il Figlio di Dio?). Il filosofo Fabrice Hadjadj, convertito al cattolicesimo, propone una riflessione sulla "profondità dei sessi".

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