LA GRECIA, LA MEDIAZIONE DELLA CALABRIA, E IL RINASCIMENTO ITALIANO ED EUROPEO. In memoria di Barlaam (Bernardo) e di Leonzio Pilato ...

PER BOCCACCIO, NEL 2013, UNA GRANDE FESTA IN TUTTA L’ITALIA E L’EUROPA!!! Dopo 700 anni (dalla nascita), tutta viva la sua sacrosanta indignazione e tutto libero il suo spirito critico. Materiali sul tema - di Federico La Sala

giovedì 2 maggio 2013.
 

BOCCACCIO, POETA TEOLOGO E FILOSOFO CRITICO.

Breve nota introduttiva ad alcune pagine, riprese dalla "De Genealogiis deorum gentilium" e dalla "Vita di Dante" *

Di Giovanni Boccaccio (1313-1375), a 699 anni dalla nascita, l’indignazione contro gli oltraggiatori dell’amore della verità (del "Sapere aude!" del suo tempo), che lo accusavano di riaprire e riallacciare i rapporti con la cultura e la lingua dell’antica Grecia, è tutta integra e fortissima - e quanto mai attuale!

Quanto sia decisivo il contributo di Boccaccio per tutto l’umanesimo e il rinascimento fiorentino e (con esso) per tutta la cultura europea, è ancora (al di là delle cerchie degli specialismi) per lo più sconosciuto. E anche da rivedere e ristudiare, più attentamente!

Proprio nei nostri giorni, un papa teologo - in verità, un papa teologo di Mammona - ha rimesso in circolo e in evidenza quanto la furia di Boccaccio fosse giustificata non solo contro gli intellettuali atei e devoti del suo tempo! Anzi, mai come oggi, contro chi (come il ratzingeriano Benedetto XVI) ha mostrato e mostra di riprendere - negando tutta la volontà ecumenica dantesca di Papa Roncalli (Giovanni XXIII, "Pacem in terris") e tutto il lavoro del Concilio Vaticano II - e insistere a portare avanti ossessivamente e perversamente il folle e fondamentalistico programma di Giovanni XXII e del suo cardinale Del Poggetto di distruggere (con il messaggio evangelico anche) la "Monarchia" e le stesse ossa di Dante (1329), brilla in tutta la sua magnificenza la consapevole scelta di Boccaccio di schierarsi a fianco di Dante e di porsi dentro la sua via filosofica e teologico-politica.

Gerusalemme, Atene, e Firenze. Nel "Decameron", Boccaccio aveva già posto il suo cammino sotto la guida di "Filomena", sotto il segno della Legge, della Giustizia e della Pace - di Melchisedech e di Solone (Trattatello in laude di Dante).

Certamente, oggi, senza l’eredità degli sviluppi della sua sollecitazione a riprendere e a riallacciare i legami con la cultura e la lingua greca, non apparirebbe (come appare!) del tutto ridicola la proposta del papa teologo di restaurare e modificare (sulle basi di una monca e interessata cognizione filologica) l’evangelica espressione «Questo è il mio sangue... versato per voi e per tutti in remissione dei peccati», con un "per voi e per molti" e spingere l’umanità nella palude dell’ignoranza di , del mondo, e di Dio!

Boccaccio già sapeva che Zeus (ne parla come del dio "che aiuta") era ed è un dio più cristiano del dio cattolico-romano del ratzingeriano Benedetto XVI ... e sicuramente avrebbe apprezzato e condiviso non solo il "rap" del contadino che da avvocato si conquistò il paradiso, ma anche il "fabliau" di Gianni Rodari.

Federico La Sala (24.05.2012)


Intorno al tema, nel sito E IN RETE, si cfr.:


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TESTI:

A) Da: "De Genealogiis deorum gentilium" (Libro XV, cap. VII) *

Che molti versi si sono posti in molti luoghi dell’opera non senza cagione.

Non dubito che o questi o altri diranno per qual ragione d’auttorità habbia posto nella mia opra molti versi greci. Il che veramente veggio che non procederà da fonte di carità, anzi da origine di malignità et nequitia. Ma non però, con l’aiuto d’Iddio, mi moverò a sdegno, anzi secondo usanza con humil passo andrò per la risposta.

Dico adunque a questi tali, se no’l sanno, che egli è pazzia cercar dai ruscelli quello che si può havere dai fonti.

Io havea i libri d’Homero, et ancho gli ho, da’ quali si sono tolte molte cose accommodate all’opra nostra, et da questi si può comprendere molte cose dagli antichi essere state raccolte. Da’ quali sì come da ruscelli non è dubbio che havrei potuto pigliarle, et spessissime fiate ne ho tolto; ma alle volte mi ha paruto meglio servirmi del fonte che del ruscello, né una sola volta mi è avenuto che nel ruscello non ho trovato quello di che era abondantissimo il fonte. Onde in tal modo hora la dilettatione et hora la necessità mi hanno nel fonte cacciato.

Oltre ciò, tal’hora gli scrittori si dilettano mischiare delle cose negli scritti che in qualche modo habbiano a fermare il lettore et guidarlo in dilettatione overo riposo, accioché con la troppa continuatione eguale della lettione venendoli noia non cessi dalla lettione et la tralasci. Il che forse talhora hanno potuto fare i versi in quella compartiti. Indi, quello che in propria forma è posto ha possa di rendere più stabili le forze del testimonio, se forse l’oppositore vi repugna.

Là onde adunque quelli che non daranno a me credenza sopra i versi notati di Homero, pigliando la Iliade overo l’Odissea potranno da sé stessi farne paragone, et così si chiariranno s’io havrò scritto cose vere o false. Et se saranno poi vere, mi concederanno miglior fede. Né, oltre questo, io son solo che habbia traposto le cose greche con le latine; l’usanza antica fu tale.

Veggano se gli piace i volumi di Cicerone, leggano gli scritti di Macrobio, riguardino i libri d’Apuleio, et per più non produrne, rivolgano le operette di Massimo Ausonio; che spessissime fiate ritroveranno questi havere fraposto i versi grechi nelle latine scritture.

In questo ho io seguito i loro vestigi. Ma m’imagino che subito diranno, se già questo fu lodevole, hoggi è fatica frivola; attento che non v’essendo nessuno che habbia cognitione delle lettere greche, l’antica usanza si è dimessa.

Ma io in ciò ho compassione della latinità. La quale se in tutto ha tralasciato gli studi greci, di maniera che non conosciamo i caratteri delle lettere, egli va male per lei; percioché, se bene tutto l’Occidente si rivolge ad apprendere la latina lingua, et che paia ch’ella da sé stessa negli studi sia sofficiente, nondimeno se fosse accompagnata con la greca molto più della sola greca sarebbe illustre, attento che non ancho gli antichi Latini hanno cavato tutto il buono dalla Grecia ma molte cose vi restano, et spetialmente da noi non conosciute, le quali sapendole potressimo diventare più dotti. Ma di questo, un’altra fiata.

Questi poi non hanno riguardo a cui dirizzi questa fatica, perché vederebbono ch’io la ho fatta a petitione di un re a cui non meno sono famigliari le lettere greche che le latine, et appresso il quale continuamente dimorano molti huomini greci et dotti, a’ quai non parranno superflui questi versi greci sì come paiono a- i Latini ignoranti.

Ma che tante cose? Acconsentiamo un poco a questi oltraggiatori. Per causa di dimostratione ho scritto et notato dei versi greci. Che sarà poi? Gli prego dirmi, debbo io per ciò essere morso? A cui faccio ingiuria io, se uso delle ragioni mie?

Se no’l sanno, questo è honore mio et gloria mia, cioè tra Thoscani usare versi greci. Non sono stato io quello che nella patria mia da Vinegia condussi Leontio Pilato, il quale venendo da lunghi viaggi voleva andare all’Occidentale Babilonia? No’l raccolsi nella mia propria casa, et lungamente ve’l tenni? Non procurai con grandissima fatica che fosse accettato tra i dottori dello studio Fiorentino, et fosse condotto a leggere con publico stipendio?

Fui veramente io, io sono stato il primo ch’a mie spese ho fatto ricondurre i libri d’Homero et alcuni altri greci in Thoscani, dalla cui si erano partiti molti secoli innanzi senza mai più ritornarvi; né solamente gli ho condotti in Thoscana, ma nella patria.

Io sono stato il primo tra Latini che da Leontio Pilato privatamente ho udito la Iliade. Io appresso sono stato quello che ho operato che i libri d’Homero fossero letti in publico; et se bene a pieno non ho compreso la lingua greca, almeno ho oprato et mi sono affaticato quanto ho potuto. Et non v’è dubbio che, se lungamente fosse dimorato appresso noi quel huomo vagabondo, che meglio l’havrei compresa.

Ma come che molti auttori greci habbia veduto, nondimeno per dimostratione del mio precettore ne ho compreso alcuni de’ quali secondo il bisogno nella presente opra mi sono servito.

Che male è questo l’havere scritto le favole de’ Greci, de’ quali questo libro n’è pienissimo; dal nome, per causa di dimostratione, si dice esser fatto, ma l’ha- vervi trapposto alcuni versi cavati dalle lettere greche si biasima. Puotè Mario d’Arpino, vinti gli Africani, i Cimbri et i Thedeschi, a guisa del padre Bacco usare del suo licore un beveraggio. Così ancho C. Duellio, che fu il primo che in battaglia di mare vinse i Cartaginesi, dalla cena ritornando a casa puotè sempre usare i lumi di cera, come che queste cose fossero contra il costume dei Romani. Et eglino il sopportarono patientemente; ma meco si corucciano alcuni, se oltre il solito dell’età nostra mescolo qualche verso greco con le scritture latine, et della fatica mia mi piglio un poco di gloria.

Veramente io istimava apportar qualche splendore alla latinità, là dove veggio contra di me haver mosso una nebbia di sdegno. Certamente mi doglio; ma che penso che faranno i dotti, conciosia che questi tali sono ancho per dir l’istesso degli altri. Nondimeno, se bene egli è da curarsene, tuttavia si può sopportare con patientia.

Finalmente prego tutti che sopportino ciò con animo quieto, ricordandosi (Testimonio Valerio) che non è sì humil vita che non sia toccata dalla dolcezza della gloria.

* Boccaccio, Giovanni Geneologia degli Dei. I quindeci libri di M. Giovanni Boccaccio ... tradotti et adornati per Messer Giuseppe Betussi da Bassano


B) da: "VITA DI DANTE" *

1 - Proposizione

Solone, il cui petto uno umano tempio di divina sapienzia fu reputato, e le cui sacratissime leggi sono ancora alli presenti uomini chiara testimonianza dell’antica giustizia, era, secondo che dicono alcuni, spesse volte usato di dire ogni republica, sì come noi, andare e stare sopra due piedi; de’ quali, con matura gravità, affermava essere il destro il non lasciare alcuno difetto commesso impunito, e il sinistro ogni ben fatto remunerare; aggiugnendo che, qualunque delle due cose già dette per vizio o per nigligenzia si sottraeva, o meno che bene si servava, senza niuno dubbio quella republica, che ’l faceva, convenire andare sciancata: e se per isciagura si peccasse in amendue, quasi certissimo avea, quella non potere stare in alcun modo.

Mossi adunque più così egregii come antichi popoli da questa laudevole sentenzia e apertissimamente vera, alcuna volta di deità, altra di marmorea statua, e sovente di celebre sepultura, e tal fiata di triunfale arco, e quando di laurea corona secondo i meriti precedenti onoravano i valorosi; le pene, per opposito, a’ colpevoli date non curo di raccontare. Per li quali onori e purgazioni la assiria, la macedonica, la greca e ultimamente la romana republica aumentate, con l’opere le fini della terra, e con la fama toccaron le stelle.

Le vestigie de’ quali in così alti esempli, non solamente da’ successori presenti, e massimamente da’ miei Fiorentini, sono male seguite, ma intanto s’è disviato da esse, che ogni premio di virtù possiede l’ambizione; per che, sì come e io e ciascun altro che a ciò con occhio ragionevole vuole guardare, non senza grandissima afflizione d’animo possiamo vedere li malvagi e perversi uomini a’ luoghi eccelsi e a’ sommi oficii e guiderdoni elevare, e li buoni scacciare, deprimere e abbassare. Alle quali cose qual fine serbi il giudicio di Dio, coloro il veggiano che il timone governano di questa nave: perciò che noi, più bassa turba, siamo trasportati dal fiotto, della Fortuna, ma non della colpa partecipi. E, come che con infinite ingratitudini e dissolute perdonanze apparenti si potessero le predette cose verificare, per meno scoprire li nostri difetti e per pervenire al mio principale intento, una sola mi fia assai avere raccontata (né questa fia poco o picciola), ricordando l’esilio del chiarissimo uomo Dante Alighieri.

Il quale, antico cittadino né d’oscuri parenti nato, quanto per vertù e per scienzia e per buone operazioni meritasse, assai il mostrano e mostreranno le cose che da lui fatte appaiono: le quali, se in una republica giusta fossero state operate, niuno dubbio ci è che esse non gli avessero altissimi meriti apparecchiati.

Oh scellerato pensiero, oh disonesta opera, oh miserabile esemplo e di futura ruina manifesto argomento! In luogo di quegli, ingiusta e furiosa dannazione, perpetuo sbandimento, alienazione de’ paterni beni, e, se fare si fosse potuto, maculazione della gloriosissima fama, con false colpe gli fur donate. Delle quali cose le recenti orme della sua fuga e l’ossa nelle altrui terre sepulte e la sparta prole per l’altrui case, alquanto ancora ne fanno chiare. Se a tutte l’altre iniquità fiorentine fosse possibile il nascondersi agli occhl di Dio, che veggono tutto, non dovrebbe questa una bastare a provocare sopra sé la sua ira? Certo sì. Chi in contrario sia esaltato, giudico che sia onesto il tacere.

Sì che, bene ragguardando, non solamente è il presente mondo del sentiero uscito del primo, del quale di sopra toccai, ma ha del tutto nel contrario vòlti i piedi. Per che assai manifesto appare che, se noi e gli altri che in simile modo vivono, contro la sopra toccata sentenzia di Solone, sanza cadere stiamo in piede, niuna altra cosa essere di ciò cagione, se non che o per lunga usanza la natura delle cose è mutata, come sovente veggiamo avvenire, o è speziale miracolo, nel quale, per li meriti d’alcuno nostro passato, Dio contra ogni umano avvedimento ne sostiene, o è la sua pazienzia, la quale forse il nostro riconoscimento attende; il quale se a lungo andare non seguirà, niuno dubiti che la sua ira, la quale con lento passo procede alla vendetta, non ci serbi tanto più grave tormento, che appieno supplisca la sua tardità.

Ma, perciò che, come che impunite ci paiono le mal fatte cose, quelle non solamente dobbiamo fuggire, ma ancora, bene operando, d’ammendarle ingegnarci; conoscendo io me essere di quella medesima città, avvegna che picciola parte, della quale, considerati li meriti, la nobiltà e la vertù, Dante Alighieri fu grandissima, e per questo, sì come ciascun altro cittadino, a’ suoi onori sia in solido obbligato come che io a tanta cosa non sia sofficiente, nondimeno secondo la mia picciola facultà, quello che essa dovea verso lui magnificamente fare, non avendolo fatto, m’ingegnerò di far io; non con istatua o con egregia sepoltura, delle quali è oggi appo noi spenta l’usanza, né basterebbono a ciò le mie forze, ma con lettere povere a tanta impresa. Di queste ho, e di queste darò, acciò che igualmente, e in tutto e in parte, non si possa dire fra le nazioni strane, verso cotanto poeta la sua patria essere stata ingrata. [...]

[...] Similemente questo egregio autore nella venuta d’Arrigo VII imperadore fece un libro in latina prosa, il cui titolo è Monarchia, il quale, secondo tre quistioni le quali in esso ditermina, in tre libri divise. Nel primo loicalmente disputando, pruova che a ben essere del mondo sia di necessità essere imperio: la quale è la prima quistione. Nel secondo, per argomenti istoriografi procedendo, mostra Roma di ragione ottenere il titolo dello imperio: ch’è la seconda quistione. Nel terzo, per argomenti teologi pruova l’autorità dello ’mperio immediatamente procedere da Dio, e non mediante alcuno suo vicario, come li chierici pare che vogliano; ch’è la terza quistione.

Questo libro più anni dopo la morte dell’auttore fu dannato da messer Beltrando cardinale del Poggetto e legato di papa nelle parti di Lombardia, sedente Giovanni papa XXII. E la cagione fu perciò che Lodovico, duca di Baviera, dagli elettori della Magna eletto in re de’ Romani, e venendo per la sua coronazione a Roma, contra il piacere del detto Giovanni papa essendo in Roma, fece, contra gli ordinamenti ecclesiastici, uno frate minore, chiamato frate Pietro della Corvara, papa, e molti cardinali e vescovi; e quivi a questo papa si fece coronare. E, nata poi in molti casi della sua auttorità quistione, egli e’ suoi seguaci, trovato questo libro, a difensione di quella e di sé molti degli argomenti in esso posti cominciarono a usare; per la qual cosa il libro, il quale infino allora appena era saputo, divenne molto famoso.

Ma poi, tornatosi il detto Lodovico nella Magna, e li suoi seguaci, e massimamente i cherici, venuti al dichino e dispersi, il detto cardinale, non essendo chi a ciò s’opponesse, avuto il soprascritto libro, quello in publico, sì come cose eretiche contenente, dannò al fuoco.

E il simigliante si sforzava di fare dell’ossa dell’auttore a etterna infamia e confusione della sua memoria, se a ciò non si fosse opposto un valoroso e nobile cavaliere fiorentino, il cui nome fu Pino della Tosa, il quale allora a Bologna, dove ciò si trattava, si trovò, e con lui messer Ostagio da Polenta, potente ciascuno assai nel cospetto del cardinale di sopra detto. [...]

* DE ORIGINE VITA, STUDIIS ET MORIBUS VIRI CLARISSIMI DANTIS ALIGERII FLORENTINI, POETE ILLUSTRIS, ET DE OPERIBUS COMPOSITIS AB EODEM, INCIPIT FELICITER.


NOTA:

DANTE (Paradiso, Canto XXI):

La polemica anti-ecclesiastica attraversa tutto il poema dantesco ed assume particolare importanza soprattutto nella III Cantica, tuttavia Dante non è l’unico autore del Trecento a rivolgere le sue critiche alla corruzione della Chiesa e al lusso dei prelati: diversi sonetti del Canzoniere di F. Petrarca sono diretti contro la Curia papale di Avignone, descritta come empia Babilonia in cui alligna ogni vizio, e G. Boccaccio in molte novelle del Decameron critica vari aspetti della vita religiosa, in particolare l’ipocrisia dei chierici che si dimostrano avidi di ricchezze e dediti ai piaceri carnali.
-  Interessante sotto questo punto di vista è la novella che vede protagonista l’abate di Cluny (X, 2), un ricchissimo prelato che si reca a Roma a rendere visita a papa Bonifacio VIII con tutto il suo seguito di servi e bagagli, ottenendo poi dal pontefice il permesso di recarsi ai bagni di Siena per curare il mal di stomaco di cui soffre, probabilmente per gli eccessi di gola a cui solitamente si abbandona. Il prelato si mette in viaggio con tutto il suo corteo di portatori e paggi, montando a cavallo come un nobile signore feudale, ma quando attraversa il territorio controllato dal famoso masnadiero Ghino di Tacco viene fatto prigioniero con tutto il seguito: Ghino era un nobile senese cacciato dalla sua città, che indusse la città di Radicofani a ribellarsi alla Chiesa di Roma e si diede al brigantaggio, citato anche dallo stesso Dante in Purg., VI, 13 come l’assassino del giudice Benincasa da Laterina posto fra i morti per forza dell’Antipurgatorio.
-  All’inizio l’abate si mostra insofferente alla prigionia e minaccia severi castighi a Ghino, il quale gli si presenta senza rivelare la sua identità e, appresi i problemi di salute del prelato, lo aiuta a guarire facendogli mangiare pane arrostito e vernaccia: la dieta forzata ha il suo benefico effetto, tanto che le condizioni dell’abate migliorano e alla fine Ghino di Tacco si svela finalmente per quello che è, ospitando fra l’altro il prelato e tutto il suo seguito in un raffinato banchetto in cui fa sfoggio di magnificenza e liberalità (è questo il tema della Giornata conclusiva del Decameron).
-  La vicenda dell’abate è una sorta di edificante apologo, poiché egli guarisce il suo stomaco astenendosi dai suoi stravizi culinari (il riferimento evangelico al pane e al vino ha un evidente significato religioso) e moderando anche il suo orgoglio nobiliare, al punto che non solo rinuncia ai suoi propositi vendicativi contro Ghino ma addirittura intercederà presso il papa Bonifacio VIII perché i due possano riconciliarsi, così che il papa nominerà il brigante frate dell’Ordine degli Spedalieri di San Giovanni di Gerusalemme, in virtù delle buone cure prestate all’abate di Cluny.
-  Quanto meno curioso è poi il giudizio benevolo che Boccaccio dà non solo di Ghino, descritto come un nobile e magnificente signore e non come assassino e predone, ma dello stesso Bonifacio VIII, definito colui che di grande animo fu, e vago (compiaciuto) de’ valenti uomini, il che contrasta con la condanna terribilmente severa che contro questo pontefice Dante pronunciò a più riprese nella Commedia: segno che i tempi in cui visse l’autore del Decameron erano decisamente cambiati e lo scrittore del tardo Trecento poteva guardare certi personaggi e episodi storici con occhio meno critico, nonostante il culto che Boccaccio nutrì verso Dante e la sua opera (ben diversa, del resto, era la natura della polemica anticlericale di Boccaccio, rivolta non tanto alla simonia e alla corruzione ma all’ipocrisia dei comportamenti dei religiosi, specie in materia sessuale).
-  (per ulteriori informazioni è possibile visitare il sito www.decameron.weebly.com)


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