Per il Logos - e il dialogo, quello vero ... oltre la vecchia "cattolica" alleanza costantiniana (Madre-Figlio)

UN NUOVO UMANESIMO?! Pensare l’ "edipo completo"(Freud), a partire dall’ "infanticidio"!!! La lezione di Melanie Klein rimeditata da Julia Kristeva, in un commento di Manuela Fraire - a c. di pfls

Per andare oltre la vecchia "cattolica" alleanza Madre-Figlio (e portare avanti il programma illuministico kantiano: diventare maggiorenni), è necessario (sia per l’uomo sia per la donna) non solo il "parricidio" ma anche il "matricidio".
mercoledì 8 novembre 2006.
 

Amare al cospetto della madre

«Génie féminin». Dopo Colette e Arendt, «Melanie Klein. La madre, la follia» di Julia Kristeva. Relazione d’oggetto. Il matricidio immaginario nella lettura di Kristeva del pensiero kleiniano

di Manuela Fraire (il manifesto, 29.10.2006)

Julia Kristeva, nel libro tratto da una serie di lezioni tenute all’Università Parigi VII (Melanie Klein. La madre, la follia, Donzelli, pp. 291, E 23,50) traccia un profilo inedito della grande psicoanalista centrato sulla metafora del «matricidio» a cui l’autrice assegna un ruolo fondamentale e generativo nell’instaurarsi dello psichismo umano. In francese il titolo è diverso - «Il genio femminile. La follia. Melanie Klein, o del matricidio come dolore e come creatività» -, mentre in italiano il termine matricidio, forse per il suo suono terribile, è stato eliminato.

Del resto preminente è il ruolo che la madre ha nella teoria kleiniana, ruolo invece perlomeno modesto nella teoria di Freud, cosa che ne costituisce l’essenza sia rivoluzionaria che problematica. Il rischio che Klein stessa sottolinea - forte eco del rapporto con la propria madre Libussa - è il blocco della capacità di simbolizzazione nel caso in cui l’attaccamento alla madre arcaica vinca sulla necessità di separarsene affrontando la perdita del primo oggetto d’amore. E’ la perdita, sottolinea Kristeva, che spinge a simbolizzare la cosa perduta.

Tutto, pensiero e lavoro clinico, per Klein si basano - a differenza dal senso comune dell’epoca secondo cui tra madre e neonato vi sarebbe un idillio che in seguito va perduto - sull’ambivalenza che caratterizza l’assoluta dipendenza del piccolo dalla madre fonte di ogni soddisfazione e ogni frustrazione. L’ambivalenza caratterizza dalla nascita il rapporto che l’essere umano instaura con l’ambiente rimanendo sempre in bilico tra riconoscimento dell’altro e rifiuto dell’alterità, la stessa ambivalenza che ha caratterizzato il rapporto di Melanie con uomini e donne, allievi e allieve, figli e figlie nel corso dell’intera vita.

A partire dai rapporti più intimi, e poi nella sua lunga pratica clinica con i bambini, primi fra tutti i propri figli guardati ancora in fasce con occhio «clinico», Klein osserva che ab initio il neonato è animato da violente passioni verso l’oggetto-madre: invece che chiuso nella bolla narcisistica (lo stato anoggettuale di Freud) il neonato avverte la «presenza» dell’altro/madre e con quella inter-agisce. In termini attuali la psiche del neonato kleiniano nasce da subito dentro la relazione. L’atteggiamento di Klein verso la maternità non è né sereno né gioioso, tuttavia è proprio mediante il transfert materno che la psicoanalista cerca di raggiungere la profondità dell’inconscio.

Angoscia legata alla paura di annientamento, e furioso attaccamento accompagnati da invidia, sono la ineludibile condizione del neonato impotente in presenza/al cospetto della madre onnipotente quanto incontrollabile. La percezione precocissima dell’oggetto materno, mette da subito al lavoro una specie di «respirazione psichica» (Guignard) fatta dell’alternanza tra oggetti e situazioni interni e oggetti e situazioni esterni, tra soddisfazione e frustrazione, tra proiezione e introiezione. E Klein precisa «non è l’organismo, ma l’Io, anche se immaturo» che cerca di far fronte alla paura. Quello umano è dunque uno psichismo che si radica e organizza attorno all’esperienza percettiva dell’altro in senso attivo e passivo.

Da qui nasce anche la necessità per l’Io di compiere incessantemente un «lavoro del negativo», espressione dello sforzo di sfuggire all’angoscia primordiale che si attiva nell’esperienza di presenza-assenza dell’altro-madre, avvertita dapprima come presenza non distinta da sé, condizione che genera l’incessante attività, che caratterizza il farsi della vita psichica anche se con toni meno drammatici, del «mettere dentro/buono o sputare fuori/cattivo» . L’immaginario legato al corpo- il dentro-fuori - assume un posto centrale nella concezione dell’apparato psichico di Klein ed è anche uno degli aspetti del suo pensiero che ha maggiormente fecondato la psicoanalisi dopo di lei.

Segretamente ogni donna non perdona alla propria madre la frustrazione che questa le infligge godendo invece che di lei (del suo corpo) del coito con il padre, e che lo nasconde a se stessa e all’altra/altre donne. «Nel marito cercate la madre!» esclama Kristeva sottintendendo che un uomo non perde mai del tutto la madre poiché la ritrova in un’altra donna. Freud intuì la specificità del rapporto madre/figlia nel caso Dora ma troppo tardi.

Pensiero e vita di Klein sono sempre stati «contro-versi», collocati cioé nel verso contrario al senso comune dell’epoca, e forse proprio per questo Melanie, priva di titoli di studio e con lo spirito indomabile della sperimentatrice, ci teneva a essere riconosciuta e accettata dalla comunità psicoanalitica, soprattutto teneva molto a sottolineare la continuità del suo pensiero con quello di Freud. Ma non potè riuscire pienamente nell’intento poiché è stata un’autentica innovatrice, una creatrice di nuove metafore, basti citare «invidia» e «gratitudine», che hanno aperto nuove vie della e alla psicoanalisi, senza le quali oggi sarebbe poco raggiungibile lo stesso Freud. Questo intende Kristeva con il termine «genio» riferito a Klein.

Lo testimoniano d’altra parte l’originalità di Winnicott e Bion, suoi allievi, e l’ispirazione che lo stesso Lacan trasse dalla sua teoria della «relazione d’oggetto». Anche il movimento delle donne è percorso dalla conflittualità che fa risalire al riemergere dell’ambivalenza che ha caratterizzato in passato il rapporto con la madre. Ne riconosce cioé la radice nell’infantile e ne sottolinea un aspetto costitutivo della relazionalità stessa, anche se ha resistito a lungo e ancora permane la tendenza a coprire con l’idealizzazione la conflittualità che caratterizza ogni relazione viva , inclusa quindi quella tra donne, con il rischio di chiudersi in un isolamento schizoide, difesa estrema dal pericolo di scoprire nell’altra donna l’Altro.

Kristeva sembra tagliare la testa al toro quando afferma che «la condizione sine qua non per accedere al simbolo» è sbarazzarsi della madre. Anzi ogni atto veramente creativo testimonia una fantasia riuscita di matricidio, anche se si tratta di «matricidio immaginario», via che secondo Klein e Kristeva bisogna percorrere per giungere alla capacità di simbolizzazione.

E il simbolo da che cosa nasce? «L’impulso a creare simboli - scrive Klein - è così forte perché neanche la madre più amorevole può soddisfare i potenti bisogni emozionali del bambino piccolo». E Kristeva aggiunge: «Lasciate perdere la madre, non ne avete più bisogno: sarebbe questo l’estremo messaggio dei simboli, se potessero spiegare perché esistono». Il matricidio diviene così, nell’interpretazione che Kristeva dà del pensiero di Klein, la chiave di volta del processo di differenziazione, con una propria necessità simmetrica a quella del parricidio, anch’esso del resto immaginario. C’è da chiedersi però se l’uccisione - nella forma del matricidio come in quella del parricidio - non sia una metafora che risente pesantemente di una rappresentazione «patriarcale» della vicenda umana che ha fatto il suo tempo.

Kristeva sottolinea con forza la necessità del «matricidio» sulla scia di uno degli ultimi scritti di Klein (Alcune riflessioni sull’Orestiade, 1960) stabilendo un’antecedenza di ordine mitologico che pone Oreste prima di Edipo. Un paradosso da esplorare che individua nell’uccisione della madre il presupposto per poi accoppiarsi incestuosamente con lei. Un cerchio mortale da cui non si esce, la teoria non ne esce cioè.

Ma se di vita e di morte si deve parlare - e sembra inevitabile quando si tratta delle vicissitudini umane - bisogna riferirsi alla caratteristica specifica dell’essere che è dotato di linguaggio che non solo ha paura della morte ma anche della vita: paura per l’incombere della vita, paura di perdere la vita. Una paura che Klein chiama angoscia e che la cura analitica dovrebbe poter trasformare in dolore: dal panico alla possibilità di pensare.

Il pensiero della differenza compie un salto di cui la psicoanalisi dovrebbe fare tesoro: passa attraverso una fase - immaginaria perché riferita alle donne che si incontrano nella vita reale - che crede di vedere nell’altra donna una «rivale» così potente da doverla uccidere per non essere uccise, ma scommette sulla capacità di «restare al cospetto della madre» senza temere la sua terribile rappresaglia se l’amore, l’investimento, viene spostato su un’altra: su altro. La rivalità tra donne tanto temuta è di marca materna poiché intreccia sempre bisogno e desiderio ed è proprio quest’ultimo che si è cominciato a distaccare dal bisogno di dipendere.

La vera rinuncia riguarda l’insostituibilità della madre, il guadagno è un aumento enorme della capacità di stare in «relazione con»: il desiderio può migrare dalla «madre» a una «donna» e da questa alla «realtà». Questo passaggio ha però bisogno di una madre viva e vitale (ma non è così anche per il padre?). Cosa evoca il matricidio? L’imprigionamento nell’angoscia di annullamento. Ma non è forse nel nome della libertà «immaginare» di separarsi - quanto dolorosamente! - da una madre ancora viva?


Sul tema, nel sito, si cfr.:

A FREUD, GLORIA ETERNA!!! IN DIFESA DELLA PSICOANALISI.

FREUD, KANT, E L’IDEOLOGIA DEL SUPERUOMO. ALLA RADICE DEI SOGNI DELLA TEOLOGIA POLITICA EUROPEA ATEA E DEVOTA.


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