“Fino a quando zoppicheremo con i due piedi?” (Elia. 1 Re: 18.21).
"L’illuminismo è l’uscita dell’uomo dallo stato di minorità" (I. Kant - definito da Holderlin, il "Mosè della nazione tedesca").
4. KANT, UN ALTRO KANT. LA LEZIONE DI MICHEL FOUCAULT E LA SORPRESA DI JURGEN HABERMAS.
Sul tema, nel sito, si cfr.:
METTERSI IN GIOCO, CORAGGIOSAMENTE. PIER ALDO ROVATTI INCONTRA ELVIO FACHINELLI.
UOMINI E DONNE. SULL’USCITA DALLO STATO DI MINORITA’, OGGI. AL DI LA’ DELL’ "EDIPO".
Troppo spesso la fede viene usata in modo distorto per evitare di
guardare nel profondo di se stessi
intervista a Macha Chmakoff, psicanalista e pittrice, a cura di Paula Boyer
in “La Croix” del 25 giugno 2010 (traduzione: www.finesettimana.org)
Nel libro che ha appena pubblicato, “Le Divan et le Divin” (1), frutto della sua esperienza clinica, la psicanalista analizza come accada che i valori fondamentali e le pratiche della fede vengano “sviati”.
Il suo libro è un’analisi della cause della crisi nata dallo scandalo della pedofilia?
Questo libro è stato scritto prima, ma può senz’altro costituire una griglia di lettura della crisi attuale della Chiesa. La fede, infatti, può essere utilizzata all’opposto di quello che dovrebbe essere: un fermento di umanizzazione. Essa induce certi credenti ad evitare se stessi. Lasciano nell’ombra interi tratti della loro vita psichica fino al momento in cui sono sopraffatti da certi sintomi (angosce, depressioni, malattie psicosomatiche ricorrenti) o disordini nella loro vita affettiva o sessuale.
La pedofilia è emblematica di questo fenomeno. Scrivendo, lei pensava a delle istituzioni particolari?
No, ognuno di noi è toccato da un certo “sviamento” della religione. Tutti preferiamo inconsciamente ignorare ciò che dovremmo conoscere di noi stessi e che favorirebbe la nostra capacità di evolvere. La religione è spesso vissuta come un insieme di precetti e di pratiche che dà l’illusione di poter essere conformi all’ideale istantaneamente. Allora viene utilizzata per rafforzare l’immagine che noi inconsciamente abbiamo di noi stessi e che diamo agli altri. Questo fenomeno insidioso riguarda tutte le sensibilità cristiane. Si può semplicemente dire che più l’impegno è radicale, più i rischi sono forti.
Da dove deriva questa propensione a “stravolgere” la religione?
A partire dai lavori di Freud e dei suoi successori è diventato chiaro che la religione risponde naturalmente ad un buon numero di angosce inconsce. Offre un’immagine paterna insieme protettiva e in grado di dare un significato al senso di colpa. Propone dei riti suscettibili, come ogni rito, di proteggere il soggetto dal pericolo rappresentato dalle pulsioni. Dà un’identità forte grazie all’appartenenza ad un gruppo. Questo non ha niente di scioccante in sé: il credente è un essere umano e, per far fronte all’angoscia, tutti gli esseri umani ricorrono a questo tipo di funzionamento che si declina in modi più o meno simili negli ambienti laici. I problemi sorgono quando la religione non serve più solo ad evitare l’angoscia, ma ad evitare l’origine stessa dell’angoscia. L’origine dell’angoscia sta, da un lato nella nostra vita pulsionale inconscia e, dall’altro, al centro della nostra identità umana: la mancanza fondamentale che nasce in noi dal confronto tra i nostri limiti e il nostro desiderio di infinito, di assoluto.
Un giovane che entra molto presto in una comunità può evitare di prendere in considerazione la sua difficoltà a diventare autonomo. Una giovane donna che si sposa molto precocemente e che ha molti figli può evitare di affrontare il problema della propria identità reale. Il seminarista che ha delle difficoltà sessuali o semplicemente fa fatica a porsi in rapporto con le donne accantona tutti questi problemi. Il responsabile di comunità molto generoso può mettersi a distanza da una sofferenza psichica nata da conflitti intrapsichici profondi, donandosi agli altri.
Nel discorso della Chiesa, che cosa favorisce queste piccole “devianze”?
Innanzitutto, la presentazione dell’ideale cristiano come qualcosa che deve essere attuato ipso facto. Di fronte a questa esigenza, il credente aderisce spesso solo con la parte consapevole di se stesso. In una pastorale troppo zelante, l’ideale di carità rafforza l’allontanamento delle pulsioni, soprattutto delle pulsioni violente ed incita il credente a “fare come se” lui fosse dolce e amorevole, indipendentemente dal suo grado di progressione nell’unificazione interiore che passa dal riconoscimento e dall’accettazione della propria pulsione di violenza. L’ideale della castità, nello specifico, incita ad accantonare le difficoltà sessuali o a guardare ad esse come a delle “sbandate”, insomma semplici goffaggini o errori nel cammino arduo della virtù. Appaiono come delle debolezze e non come segni di una disfunzione profonda. Il soggetto viene così espropriato di una parte del proprio funzionamento psichico. Un altro fattore è la dinamica del gruppo (comunità o parrocchia) che incita il soggetto a mostrarsi conforme alle attese che gli sono implicitamente rivolte. Il credente è portato a “presentarsi” come un buon prete, come un laico impegnato esemplare, ecc. Infine, l’attivismo legato all’evangelizzazione e alle attività caritative rafforza ulteriormente la mancata presa in considerazione dei limiti fisici e psicologici.
Come premunirsi?
Non ci sono ricette miracolose. Tuttavia, una pastorale che dia ampio spazio all’ascolto e che miri alla trasformazione personale dei credenti più che alla loro efficienza apostolica o alla loro esemplarità sarebbe senza dubbio meno esposta a questi rischi. Ugualmente, imparare ad ascoltare se stessi, e riservare un tempo sufficientemente esteso all’ascolto puro e semplice, alla contemplazione, rivestono un’importanza capitale. Anche il ricorso alla terapia psicanalitica dovrebbe senza dubbio essere più frequente, a condizione che il terapeuta non sia considerato - come troppo spesso avviene - come un meccanico che sostituisce il pezzo difettoso e in tempo record fa funzionare di nuovo la macchina.
Smarrimento nei diritti umani
di Adam Haslett (Il Sole 24 Ore, 20 giugno 2010)
Non esistono diritti umani fondamentali. Esistono stati nazione che dichiarano di promuoverli, esiste una dichiarazione delle Nazioni Unite al riguardo, ed esistono organizzazioni non governative che ne sostengono l’adozione. Ma come ci ha mostrato la storia, nulla di tutto ciò previene assassini o torture qualora siano in ballo il successo militare, la sicurezza interna o la difesa nazionale.
I diritti, si dice, valgono solo nella misura in cui si ha la capacità di farli rispettare. E in ogni parte del mondo praticamente tutte le vittime di quelle che chiamiamo violazioni dei diritti umani sono prive di tale capacità. A questo scopo esistono, naturalmente, la Convenzione di Ginevra e, dal 2002, la Corte Penale Internazionale dell’Aja. Ma la prima ha giurisdizione solamente sui conflitti armati e la seconda può perseguire solo i crimini avvenuti negli stati membri o i casi che le vengono sottoposti dalle Nazioni Unite. I paesi su cui ha giurisdizione la Corte Penale Internazionale rappresentano una minoranza della popolazione mondiale.
Fra i paesi non firmatari: Stati Uniti, Iran, Sudan, Israele, Russia e India. La corte non ha accesso alle prigioni cinesi o ai centri di detenzione segreti della Cia. Ha aperto un’inchiesta sui leader miliziani della Repubblica Democratica del Congo, ma nessuna burocrazia europea o istituzione internazionale ha saputo fermare la marea di sangue civile che scorre nel paese.
D’altra parte, com’è spesso il caso nel diritto internazionale, i diritti umani sono per lo più materia di esortazione. Gli stati e gli altri soggetti politici vengono esortati dalle istituzioni internazionali e dalle Ong come Amnesty International a rispettarli, ma c’è poco da fare se questi non intendono farlo. È come se la polizia di New York spendesse tempo ed energie a incoraggiare i criminali a non commettere omicidi ma non fosse autorizzata ad arrestarli all’atto pratico. Un tale limite ci costringerebbe a dire che non esiste un diritto a non essere vittime di omicidio, ma solo un atteggiamento generale di deterrenza nei confronti di tale pratica. Questa è oggi la situazione dei diritti umani. Sono ideali che nel concreto non vengono fatti rispettare.
Da dove originino questi ideali è questione dibattuta. Molti indicano Kant, che delineò un fondamento filosofico dell’eguaglianza umana universale basata sulla capacità razionale. Altri alla dichiarazione dei diritti universali dell’uomo a opera della Rivoluzione francese. Ma siccome il concetto di universale del diciottesimo secolo era applicato di solito ai soli cittadini maschi, potremmo dire che l’idea moderna di questi diritti ha il suo vero inizio con la Convenzione di Ginevra e la reazione all’Olocausto.
In un libro di prossima uscita, lo storico Samuel Moyn lascia intendere che anche così si retrodata un fenomeno successivo, e che l’idea che abbiamo oggi dei diritti umani fondamentali e inalienabili comincia in realtà con l’impulso anti-statalista e liberazionista emerso in Occidente fra la fine degli anni Sessanta e l’inizio dei Settanta.
Quel che è chiaro è che la nostra idea contemporanea di universalità in materia di diritti umani si è espansa a comprendere tutte le razze e le etnie ed entrambi i generi. La categoria di quanti riteniamo meritevoli di protezione coincide con l’intera specie. Non escludiamo le persone affette da handicap mentali per il loro difetto di capacità razionale o i rifugiati perché non hanno cittadinanza. Il requisito è diventato di natura essenzialmente biologica.
Se l’universo di quanti sono compresi sotto l’insegna dei diritti umani si è espanso, altrettanto ha fatto la sostanza degli stessi diritti. La Dichiarazione Internazionale dei Diritti Umani annuncia tutte le libertà dalla violenza di stato e dalla detenzione e punizione arbitraria che in genere associamo al peggiore comportamento dei regimi oppressivi. Ma annuncia altresì il «diritto al riposo e allo svago, comprendendo in ciò una ragionevole limitazione delle ore di lavoro e ferie periodiche retribuite» (Articolo 24) e il «diritto a un tenore di vita sufficiente a garantire la salute e il benessere famiglia» (Articolo 25). Quale paese può affermare in tutta onestà di rispettare questi standard per tutti i suoi cittadini?
Ad accompagnare quest’espansione nella portata e nella sostanza dei diritti si è registrato un terzo fattore in aumento: la capacità di documentare in tutto o in parte le violazioni dei diritti al di fuori dei canali ufficiali, grazie alla diffusione di telecamere digitali e internet. Non passa giorno senza che da qualche parte del mondo non giunga testimonianza di pulizie etniche, stupri e assassinii politici o detenzioni illegali (l’assenza di uno standard adeguato di vita, naturalmente, non fa notizia). Interi regimi si reggono su simili pratiche. E queste non sono che le pratiche più abominevoli fra indite altre.
Se allora prendiamo seriamente la concezione dei diritti umani che abbiamo oggi, e prestiamo attenzione al telegiornale, la sola conclusione razionale che possiamo trarre è che l’esistenza della vasta maggioranza delle persone sul pianeta costituisce una catastrofe senza fine.
L’ampiezza di tale conclusione porta a un’interessante omologia. Se dovessimo sostituire le parole "violazione dei diritti umani" con il termine "peccato", e dovessimo immaginare per un attimo la Dichiarazione Internazionale dei Diritti Umani come una versione odierna dei Dieci Comandamenti, riusciremmo subito a vedere come la struttura retorica e l’asserzione ontologica che stanno dietro alla nostra idea moderna di diritti umani siano di tipo religioso, e più specificamente cristiano. In questo nostro mondo caduto, regna il disastro morale. È una condizione generalizzata.
Le vie dell’uomo sono perverse. I deboli e i poveri sono afflitti dai ricchi e dai potenti. Contro questa situazione impossibile si pone un gruppetto di persone determinate e altruiste che usano un linguaggio evangelico contro gli empi re e despoti che cercano di svergognare. Ogni detenuto impiccato o donna violentata è martire della causa. Nella nostra cosmologia del castigo, ovviamente, la redenzione è sempre su questa terra: una cessazione delle sofferenze secolari piuttosto che un posto a sedere vicino al Signore.
In un certo senso, non deve sorprendere. L’originaria elaborazione kantiana dell’uguaglianza umana universale emerse dal Pietismo protestante. E le organizzazioni religiose occidentali rimangono fra i gruppi più attivi e costanti nell’appello al rispetto dei diritti umani universali. Non equivale a una critica, per lo meno a mio modo di vedere, far notare le premesse religiose di ciò che la comunità internazionale tratta come una missione laica. Ma riconoscere l’omologia fra retorica dei diritti umani e teologia cristiana potrebbe almeno aiutarci a comprendere e mantenere meglio il nostro orientamento a riguardo.
Perché? Perché se non si può dire che i diritti umani fondamentali esistono materialmente in un mondo in cui non li si fa rispettare, allora per continuare a credere in questi diritti ci serve qualcosa di più che la legge e le esortazioni. Ci serve qualcosa di più vicino alla fede.
(Traduzione di Francesco Pacifico)
Israele - Riflessione
«Sulla strada per diventarlo»
di Piero Stefani *
Nell’immediato secondo dopoguerra lo storico francese Jules Isaac, che aveva visto sterminata nei lager gran parte della sua famiglia, pubblicò un libro intitolato Gesù e Israele (Marietti, 2001). Esso si proponeva di contribuire a estirpare il pregiudizio antiebraico all’interno della Chiesa cattolica. Il testo, costruito per argomenti, dopo aver sottolineato l’appartenenza di Gesù al popolo d’Israele e l’origine ebraica del cristianesimo, inizia a confutare le varie accuse antigiudaiche, a cominciare da quella secondo cui la dispersione del popolo ebraico rappresenta una punizione divina per aver rifiutato il vangelo e per aver messo a morte Gesù. In realtà, afferma Isaac, la diaspora ha un’origine molto più antica: già all’inizio del I secolo d. C. la maggior parte degli ebrei viveva fuori della terra d’Israele. Si tratta di una semplice verità storica; eppure il pregiudizio cristiano, che ben sapeva della grande, antica comunità ebraica di Alessandria e della predicazione evangelica nelle sinagoghe dei paesi mediterranei, continuava a ripetere: fino al 70, il popolo d’Israele era indipendente, poi, persa (per punizione divina) la patria, iniziò la triste diaspora.
Il sionismo ha creato molti miti nazionali. Eventi prima trascurati nella tradizione ebraica (per es. Masada) sono stati eroicizzati; la diaspora è stata considerata spesso in modo cupo; tuttavia alcuni dati storici continuavano a imporsi. Non è vero che tutto è cominciato con il 70, né sul fronte del prima, né su quello del dopo: la seconda guerra giudaica terminò solo nel 135 e la “paganizzazione” di Gerusalemme a opera di Adriano ebbe luogo soltanto allora. Tuttavia, almeno all’interno dell’attuale dirigenza dell’ebraismo italiano, anche i riferimenti agli inizi del II sec. sembrano ormai particolari trascurabili. Non è raro perciò assistere a una paradossale, quanto consapevole, riproposizione del pregiudizio antiebraico (eccezione fatta, si intende, delle motivazioni teologiche). «I fattori che rendono veramente speciale la presenza ebraica in Italia sono molteplici. Innanzi tutto la sua antichità poiché la sua origine risale a 2 mila 200 anni fa, al periodo della Roma repubblicana, oltre due secoli e mezzo prima di quel fatale anno 70 che vide la distruzione del Tempio di Gerusalemme da parte dell’imperatore Tito e l’inizio della diaspora, la dispersione degli ebrei nel bacino del Mediterraneo e nei tre continenti» (Renzo Gattegna). La frase accosta due termini incompatibili: gli ebrei vivono in diaspora prima che essa cominci. Si potrebbe obiettare che si trattava di piccoli frange. Tuttavia, come si è detto, si trattava di ben altre dimensioni: già nel primo secolo - senza che intervenissero particolari coercizioni esterne - la maggioranza del popolo ebraico viveva fuori della terra d’Israele.
L’invenzione di miti storici è parte organica della costruzione di ogni identità collettiva. Spesso importa poco se essi siano palesemente falsi sul piano dei fatti. Per affermarsi, il regime di cristianità fu obbligato a inventare il mito della punizione ebraica e a esasperare la cessazione del culto sacrificale del Tempio di Gerusalemme; per buona parte dell’ideologia sionista è inevitabile riferirsi alla visione della patria perduta e riconquistata. Il pericolo più alto che si annida nella retorica di un ritorno all’antica indipendenza, è di presentare lo Stato d’Israele come fatalmente costituito in base all’intreccio di due componenti: l’essere a un tempo ebraico e democratico. È una contraddizione di fondo che grava su di esso fin dalla sua nascita nel 1948 e che ha reso tuttora impossibile - assieme a molti altri fattori - la soluzione del nodo israelo-palestinese. Non si tratta solo di problemi istituzionali e civili di non poco conto legati al confronto interno tra religiosi e laici; quanto è in gioco è il modo stesso di presentarsi come stato. Prospettarsi come «Stato ebraico» significa rendere la componente demografica un problema costituzionale e politico ineliminabile. Se i territori occupati nella guerra del 1967 non sono stati mai annessi in modo definitivo è solo perché tale operazione avrebbe impedito di mantenere a Israele anche solo la parvenza di essere sia ebraico sia democratico. Tuttavia, sull’altro versante, la non volontà di dar luogo, in tempi storicamente ragionevoli, a uno stato palestinese indipendente ha trascinato Israele in una contraddizione da cui non è più uscito: da più di quarant’anni la sua indipendenza nazionale si regge anche in virtù della negazione di quella di un altro popolo. Tutti gli scadimenti etici e politici israeliani derivano, in ultima analisi, da questo nodo.
Un grande intellettuale israeliano del Novecento - da sempre sionista - Y. Leibowitz dichiarò in un’intervista nel 1988: «“Le sue posizioni relative ai territori occupati sono basate su una valutazione puramente pragmatica, razionale, strategica, economica, sociologica, politica di questo stato di cose?” “Politica. Detesto il fascismo. E lo Stato d’Israele, mantenendo una dominazione violenta sopra un’altra nazione diverrà necessariamente fascista. Non lo è ancora. Possediamo un alto grado di libertà di stampa e di libertà di parola. A tutt’oggi lo Stato non è ancora fascista. Ma è sulla strada per diventarlo» (Il Regno documenti 1,1989, p. 62).
Più di vent’anni dopo siamo in realtà allo stesso punto, «è sulla via per diventarlo», il che è, a un tempo, conferma e smentita delle previsioni di allora. Per comprendere adeguatamente questa qualifica bisogna però tener presente cosa Leibowitz intendesse per fascismo: si trattava innanzitutto di una posizione che attribuisce all’esistenza dello stato un valore in se stesso. Nella fattispecie, ciò lo renderebbe non già (come per l’originaria ispirazione della maggior parte del sionismo) «Stato degli ebrei», ma appunto integralmente «Stato ebraico». Una conseguenza di ciò è che la difesa dello stato diventa valore supremo in base al quale tutto diviene lecito. Tutto si giustifica in virtù della sicurezza, il diritto è quindi sistematicamente calpestato. Con ogni probabilità è già irrimediabilmente tardi, né all’orizzonte si vedono tendenze che vanno in questa direzione; rimane comunque un passaggio imprescindibile alla pacificazione dell’area: il fatto che Israele cessi, una volta per tutte, di essere «Stato ebraico» per diventare solo democratico.
Piero Stefani
* Il Dialogo Sabato 05 Giugno,2010 Ore: 18:09
L’Inconscio è ancora come lo «vide» Freud? La Spi a congresso
A Taormina, da oggi al 30 le discussioni degli psicoanalisti *
Il XV Congresso della Società psicoanalitica Italiana (Spi) si apre oggi a Taormina sul caposaldo della psicoanalisi: l’Inconscio. «Scoperto» da Freud è il fulcro e il motore della teoria che il padre della psicoanalisi elaborò. Il nostro inconscio è rimasto lo stesso che «vide» Freud o i cambiamenti sociali, culturali, ambientali lo hanno modificato? I lavori e la discussione che animeranno il congresso fino al 30 maggio saranno il punto di arrivo di un lungo lavoro di rivisitazione del concetto di inconscio che la società psicoanalitica, presieduta da Stefano Bolognini, ha compiuto in questi ultimi anni.
Nel congrersso verrà posto l’accento non tanto sull’inconscio come «calderone ribollente», realtà ontologica, o regione della mente, ma sull’esplorazione dell’inconscio e del suo operare, tramite gli strumenti che la psicoanalisi si è data e con i quali si cimenta con la sofferenza umana: un metodo specifico di osservazione, una tecnica, una teoria. Siamo in pieno ambito della clinica e della ricerca a partire dalla clinica, dentro il lento e paziente lavoro nell’intimità dello spazio analitico come osservatorio privilegiato anche sulle trasformazioni sociali.
Nel percorso del convegno si parlerà di persone con un funzionamento inconscio che risente della difficoltà dell’uomo di oggi a soffermarsi sulla propria realtà psichica. L’uomo di oggi rimuove meno, non tanto perché la rimozione non esista più, ma perché, stretto nell’illusione di una felicità rapidamente conquistabile, fatica ad avere accesso alla propria realtà psichica in cui fa capolino, non invocata, l’idea del proprio limite e quindi della propria morte.
A sviluppare e confermare questa linea di ricerca e di discussione, i molti lavori dedicati all’espressione corporea del disagio psichico; si richiede all’analista di oggi un atteggiamento capace di accogliere, sviluppare e trasformare gli stati emotivi. Ampiamente rappresentata nel congresso la psicoanalisi dei bambini e degli adolescenti, a testimonianza di un interesse crescente del mondo psicoanalitico rispetto al costituirsi del soggetto e delle identità.
* l’Unità, 27.05.2010
POLONIA
Copernico sepolto con onore
Tregua tra Chiesa e Scienza
L’astronomo che sfidò l’autorità ecclesiastica sepolto nella cattedrale di Frombork. I resti individuati con il Dna di ossa scoperte nella cattedrale confrontati con frammenti di capelli trovati nei libri dello scienziato *
Niccolò Copernico, l’astronomo polacco che nel XVI secolo ebbe il coraggio di sfidare la Chiesa sul dogma della centralità della Terra - e quindi dell’Uomo - nell’universo, è stato sepolto oggi tra grandi onori nella cattedrale di Frombork, a nord della Polonia, dove per secoli le sue spoglie hanno giaciuto nell’anonimato. Se le autorità vaticane avevano già riabilitato l’opera di Copernico, come avvenuto per quella del nostro Galileo, la sepoltura dignitosa dei resti dell’eretico studioso dei cieli si deve alla riuscita collaborazione tra la volontà ecclesiastica e l’azione della sua compagna di una vita: la scienza.
LE FOTO Copernico sepolto con onore
La chiave di volta della vicenda, ancora una volta, è racchiusa in una sigla di tre lettere: dna. Copernico fu sepolto nella cattedrale di Frombork nel 1543, in una tomba priva di un nome o di un qualsiasi segno che potesse segnalare dietro la pietra le spoglie del padre dell’Eliocentrismo, il sole al centro del sistema solare e della vita. Su richiesta del vescovo locale, gli scienziati hanno iniziato le ricerche della tomba di Copernico nel 2004, scoprendo le ossa e il cranio di un uomo deceduto all’età approssimativa di 70 anni. Quella che Copernico aveva il giorno della sua morte, quando prima di spirare gli fu consegnata una copia del De Revolutionibus Orbium Coelestium, il suo trattato "sulla rivoluzione delle sfere celesti", appena pubblicato.
Da quelle ossa, dai denti in particolare, è stato tratto il Dna da confrontare con quello di alcuni frammenti di capelli ritrovati nei libri che appartennero all’astronomo, matematico e medico polacco. Il codice genetico era lo stesso, di qui la conclusione che le spoglie dello scienziato erano finalmente uscite dall’oblio della storia. Così, 467 anni dopo la sua morte, i resti di Niccolò Copernico sono stati nuovamente inumati nella cattedrale di Frombork. Ma questa volta ai piedi di una tomba nuova di granito nero, con incisa la rappresentazione di un modello del sistema solare. Nel corso della cerimonia religiosa che ha accompagnato l’evento, l’arcivescovo Jozef Zycinski, nuovo primate polacco, ha deplorato gli "eccessi di zelo dei difensori della Chiesa" e ha ricordato la condanna dell’opera dell’astronomo da parte di Papa Paolo V nel 1616.
Il ricordo di tanto oscurantismo non poteva essere cancellato in un giorno. Così, prima della solenne sepoltura, una bara di legno contenente i resti di Copernico ha viaggiato per alcune settimane attraverso la Polonia, è stata esposta a Olsztyn e nelle città con cui ebbe legami nella sua vita. E Wojciech Ziemba, arcivescovo della regione di Frombork, ha finalmente detto che la Chiesa cattolica è fiera che Copernico abbia lasciato alla regione l’eredità del suo "duro lavoro, della sua devozione e soprattutto del suo genio scientifico".
* la Repubblica, 22 maggio 2010