Istituzione del "Giorno della Memoria" in ricordo dello sterminio e delle persecuzioni del popolo ebraico e dei deportati militari e politici italiani nei campi nazisti.
In data 20 luglio 2000 è stata promulgata dal Presidente della Repubblica, dopo l’approvazione della Camera dei Deputati e del Senato, la seguente legge:
Art. 1.
La Repubblica italiana riconosce il giorno 27 gennaio, data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, "Giorno della Memoria", al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subito la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato e protetto i perseguitati.
Art. 2.
In occasione del "Giorno della Memoria" di cui all’articolo 1, sono organizzati cerimonie, iniziative, incontri e momenti comuni di narrazione dei fatti e di riflessione, in modo particolare nelle scuole di ogni ordine e grado, su quanto è accaduto al popolo ebraico e ai deportati militari e politici italiani nei campi nazisti in modo da conservare nel futuro dell’Italia la memoria di un tragico ed oscuro periodo della storia nel nostro Paese e in Europa, e affinché simili eventi non possano mai accadere.
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Auschwitz |
SHEMA’
Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case,
Voi che trovate tornando a sera
Il cibo caldo e visi amici:
Considerate se questo è un uomo
Che lavora nel fango
Che non conosce pace
Che lotta per un pezzo di pane
Che muore per un sì o per un no.
Considerate se questa è una donna,
Senza capelli e senza nome
Senza più forza di ricordare
Vuoti gli occhi e freddo il grembo
Come una rana d’inverno.
Meditate che questo è stato:
Vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
Stando in casa andando per via,
Coricandovi alzandovi;
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
La malattia vi impedisca,
I vostri nati torcano il viso da voi.
[10 gennaio 1946]
Primo Levi, Se questo è un uomo, Einaudi, Torino 1979
Segnaliamo:
Sito del Centro internazionale di studi su Primo Levi:
www.primolevi.it
Nel sito, cfr. AUSCHWITZ, QUEL GIORNO.
PRIMO LEVI,
ALZARSI *
Sognavamo nelle notti feroci
Sogni densi e violenti
Sognati con anima e corpo:
Tornare; mangiare; raccontare.
Finche’ suonava breve sommesso
Il comando dell’alba:
"Wstawac":
E si spezzava in petto il cuore.
Ora abbiamo ritrovato la casa,
Il nostro ventre e’ sazio,
Abbiamo finito di raccontare.
E’ tempo. Presto udremo ancora
Il comando straniero:
"Wstawac".
11 gennaio 1946
* Primo Levi, Ad ora incerta (ma e’ anche l’epigrafe che apre La tregua), ora in Idem, Opere, Einaudi, Torino 1997, vol. II, p. 526]
Segnaliamo:
Sito del Centro internazionale di studi su Primo Levi:
www.primolevi.it
La Giornata della Memoria contro il negazionismo ancora diffuso
Autore: Colombo, Furio
Claudia Mura intervista il promotore della “giornata della memoria” per il giornale online Tiscali, 26 gennaio 2010
Furio Colombo: "La Giornata della Memoria contro il negazionismo ancora diffuso"
Il 27 gennaio del 1945 venne liberato il campo di sterminio nazista di Auschwitz. Cinquantacinque anni dopo in Italia si celebrò la prima Giornata della Memoria, per rendere omaggio alle vittime dell’Olocausto e come monito alle future generazioni. La legge 211, che ha istituito e ufficializzato questo anniversario fu tenacemente voluta dall’allora deputato Furio Colombo per ricordare le vittime della carneficina e gli uomini giusti che vi si opposero.
Al protagonista di quella battaglia civile chiediamo oggi, a 10 anni di distanza, quale peso abbiano queste celebrazioni e quanto siano utili.
“C’è da essere soddisfatti per il solo fatto che, a 10 anni dalla legge, la Giornata della Memoria esista ancora. Un’occasione così fragile, affidata alle mani dei cittadini e delle istituzioni che la possono usare per fare sì che davvero quel ricordo non muoia. C’è da essere contenti che sia ancora così viva una giornata che, per il solo fatto che c’è ancora, è utile.”
Dimenticare è un pericolo. Quali altri rischi intravede da parte di chi non ritiene degne di memoria le vittime dell’Olocausto?
“Il negazionismo è ancora molto diffuso, ma c’è anche la Chiesa cattolica, il cui Papa ha riammesso nel rito ufficiale quella preghiera del venerdì che invoca la ‘conversione’ degli ebrei, ha revocato la scomunica dei lefebvriani e alimentato la polemica sul vescovo negazionista. Posizioni negazioniste sono pubblicamente espresse e tollerate. All’Università di Roma La Sapienza c’è un docente di queste idee che ancora insegna. La tentazione di dire che non è successo niente c’è ancora.”
Cosa ha prodotto l’istituzione di questa giornata?
“Fra le altre cose ha prodotto una pubblicistica più obiettiva. Prima moltissima gente che sapeva della Shoa e che la giudicava criminale, credeva che si trattasse di un male cha ha colpito fuori dall’Italia. L’Italia non è mai stata comunista ma è stata fascista. Mussolini non era solo un alleato dei nazisti e il fascismo è stato l’altro grande promotore delle leggi razziali. La Giornata della Memoria è servita a ricordaci che, in Europa, solo due paesi votarono le leggi razziali: l’Italia e la Germania.
Ci racconti come è nata la Legge 211.
“Il 20 gennaio del 2000 alla Camera feci un discorso nel quale chiesi che la legge istitutiva della Giornata della Memoria fosse approvata all’unanimità perché, dissi, ‘noi sediamo nei banchi di chi quelle leggi ha approvato all’unanimità’. Fu un delitto italiano e per questo serviva una legge italiana.”
C’è una generazione che ancora deve fare i conti con le sue colpe quindi?
“In questi giorni esce un libro, L’alba ci colse come un tradimento, in cui l’autrice, Liliana Picciotto, dimostra che la grande maggioranza degli ebrei deportati e mai più tornati sono stati arrestati e identificati da italiani.”
Ogni celebrazione ufficiale rischia di diventare retorica, come arginare questo rischio?
“Una legge come questa non è per gli ebrei ma per i non ebrei. Loro ricordano, siamo noi che abbiamo bisogno di una norma per farlo. Come si ricordano le proprie glorie, si devono ricordare i propri misfatti. Non si tratta di alzare una bandiera. Non c’è qualcuno che è stato molto buono, ma qualcuno che è stato molto cattivo. E qui c’è un rischio minore di essere retorici.”
Da cosa dobbiamo ancora guardarci?
“Dal silenzio. Il complice fondamentale dello sterminio nazi-fascista è stato il silenzio, anche quello di Pio XII. Il silenzio aiuta questi crimini e non bisogna mai tacere di fronte alle violazione dei diritti. La ‘caccia al negro’ di Rosarno è avvenuta ai giorni nostri e un giorno potrebbe toccare a noi ciò che oggi sembra non riguardarci.”
Sopravvissuti all’Olocausto, reduci russi, politici, studenti
Insieme nel campo divenuto museo, a 65 anni dalla liberazione
Auschwitz, preghiere e ricordi
per celebrare il giorno della Memoria
VARSAVIA - Ci sono gli ex internati del campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau, i reduci dell’Armata rossa che 65 anni fa liberarono il campo, studenti da tutta Europa, e molte personalità politiche, tra cui il premier israeliano Benjamin Netanyahu. Insieme nel luogo che è divenuto il simbolo del ricordo dell’1,1 milione di vittime dell’Olocausto, nel giorno della Memoria che coincide con l’anniversario della liberazione del campo.
Le sirene di Auschwitz risuoneranno di nuovo alle 14,30 per marcare l’inizio delle cerimonie in quello che fu il più grande campo di sterminio installato dai nazisti nella Polonia occupata. I partecipanti alle commemorazioni si raccoglieranno davanti al memoriale di Birkenau per recitare il kaddish (la preghiera ebrea dei morti) e preghiere ecumeniche e per ascoltare i discorsi ufficiali. Tra il 1940 e il 1945, circa 1,1 milioni di uomini, donne e bambini, di cui un milione di ebrei provenienti da tutta Europa, sono morti in questo luogo.
In mattinata, il Congresso ebraico europeo terrà una conferenza a Cracovia, nel sud della Polonia a circa cinquanta chilometri dal campo, a cui il presidente americano Barack Obama inverà un messaggio video. In contemporanea, i ministri europei dell’istruzione rifletteranno sui metodi di insegnamento ai giovani delle lezioni di Auschwitz.
In questa che l’Onu ha dichiarato universalmente Giornata della memoria, verrà anche inaugurata una mostra in Russia sulla liberazione del campo, che è l’unico tra i campi di sterminio nazisti ad essere stato preservato così come fu abbandonato dai nazisti in fuga di fronte all’avanzata dell’Armata rossa. Oggi è divenuto un museo, tornato di recente nelle cronache per il trafugamento dell’insegna di ferro posta all’ingresso ("Il lavoro rende liberi"), poi ritrovata. Altri campi installati in Polonia, come Sobibor, Treblinka o Belzec, vennero completamenti distrutti dai nazisti.
Il museo di Auschwitz, che comprende le circa 300 baracche in cui vivevano reclusi gli internati e le camere a gas in cui vennero sterminati, è stato visitato da 1,3 milioni di persone nel 2009.
* la Repubblica, 27 gennaio 2010
Torino, 1938 "Montalcini sospesa"
di Massimo Novelli (la Repubblica, 26 gennaio 2010)
È il 18 ottobre del 1938 quando il rettore Azzo Azzi, in base alla legge del 5 settembre di quell’anno, decreta che «la dott. Levi Rita, Assistente volontaria alla Clinica delle malattie nervose e mentali della R. Università di Torino, è sospesa dal servizio, a decorrere dal 16 ottobre 1938-XVI».
Il futuro premio Nobel per la medicina, che di lì a poco sarà costretta a emigrare in Belgio, è una delle vittime nel mondo accademico delle leggi razziali, appena promulgate da Mussolini e da Vittorio Emanuele III. Il documento della sua cacciata dall’insegnamento e dalla ricerca, così come altre carte della vergogna fascista e monarchica, è custodito presso l’Archivio storico dell’Università di Torino. Da domani sarà esposto in Prefettura, nell’ambito di una mostra sulla persecuzione degli ebrei in Italia.
Molte altre, però, sono le testimonianze, poco note, della pulizia etnica che i fascisti compirono nelle Università nei confronti del personale di "razza ebraica", nel sostanziale silenzio della maggior parte degli altri docenti. Una seconda esposizione, in questo caso proprio all’Archivio storico dell’ateneo torinese (s’intitola "A difesa della razza" e apre domani), propone leggi, circolari e decreti emanati da Giuseppe Bottai, ministro dell’Educazione nazionale, che chiariscono in che modo il razzismo italiano divenne una materia d’insegnamento, oltre che di lavoro ordinario d’ufficio, da sbrigare senza porsi problemi di sorta. È il caso della nota ministeriale del 20 ottobre ‘40, inviata al rettore di Torino a proposito dell’istituzione di «un nuovo posto di ruolo presso codesta Facoltà di Scienze». Da Roma, Bottai scrive di ritenere «opportuno avvertire che tale posto, come risulta anche dai lavori preparatori della legge, deve intendersi riservato all’insegnamento dell’Antropologia oppure ad altro insegnamento razziale». Due anni prima, l’11 giugno ‘38, sempre il ministro, che avrebbe avuto un ruolo di primo piano nella caduta di Mussolini, rende noto di avere disposto che «nelle sessioni di esami sia osservata netta separazione studenti razza ariana da studenti razza ebraica ed sia data precedenza gruppo studenti ariani negli esami orali».
La burocrazia della persecuzione, che sfocerà nella deportazione nei lager, non si differenzia nella forma da qualsiasi altro atto ministeriale. Anche quando, il 14 ottobre ‘38, nel comunicare i nominativi dei professori torinesi sospesi «si fa riserva d’integrare l’elenco coni i nomi di coloro che, secondo le direttive del Gran Consiglio del Fascismo, eventualmente dovranno essere considerati di razza ebraica e come tali sospesi anch’essi dal servizio». Intanto ne facevano le spese «Cino Vitta, Giuseppe Samuele Ottolenghi, Santorre Zaccaria Debenedetti, Giorgio Falco, Arnaldo Momigliano, Alessandro Terracini, Amedeo Herlitzka, Giuseppe Levi, Gino Fano». E poi «Amos Foà, Luciano Jona, Renato Segre, Marcello Foà, Leonardo Herlitzka, Renzo Olivetti, Sergio Bachi, Raffaele Lattes, Alberto Vita, Vittorio Giulio Segre, Roberto Bolaff, Rita Levi, Walter Momigliano, Mario Nizza, Paolo Ravenna».
27 GENNAIO GIORNO DELLA MEMORIA
Data: 2010-01-26
Autore: Gherush92
Il Giorno della Memoria non può essere solo una ripetitiva rappresentazione delle vittime cui vene richiesto di spiegare il motivo della loro perscuzione.
Il Giorno della Memoria dovrebbe essere soprattutto lo studio e il ricordo dei persecutori e delle loro motivazioni e teorie storiche, fino ad oggi. Per questo Gherush92 intende lanciare una campagna dal titolo "dalla Croce alla Shoah" per la raccolta di documenti e informazioni sulle persecuzioni del razzismo cristiano contro ebrei, rom, popoli indigeni, omosessuali, disabili, donne, dissidenti ed eretici.
Eccovi un esempio.
Angelo Roncalli, nunzio apostolico di Pio XII a Istanbul, il 4 settembre 1943, in piena occupazione nazista, a proposito delle domande che giungevano sempre più pressanti al Vaticano affinché si adoperasse per facilitare l’uscita degli ebrei dal territorio italiano, scriveva al cardinal Maglione, Segretario di Stato, la terribile lettera riportata che rappresentò la condanna a morte per molti ebrei. La storia ci ricorda che la carità della Santa Sede non costituì alcuna speranza per gli ebrei europei e in particolare per quelli del ghetto di Roma che ad un mese dalla lettera di Roncalli furono deportati per finire nei forni crematori nazisti.
Sulla base di questo ed altri documenti dovrà essere valutata la responsabilità diretta e indiretta di Roncalli, nunzio apostolico in Turchia, del Cardinale Maglione, Segretario di Stato del Vaticano, e di papa Pacelli detto Pio XII Pontefice e Capo del Vaticano in attività di crimini contro l’umanità per aver condiviso la responsabilità della deportazione degli ebrei.
Fonte del documento sotto riportato: ACTES ET DOCUMENTS DU SAINT SIỀGE RELATIFS Ầ LA SECONDE GUERRE MONDIALE Vol. 9 n.324.
324. Le délégué apostolique à Istanbul Roncalli au cardinal Maglione
Rap. Nr. 4344 (A.E.S. 6077/43. orig.)
Instanbul, 4 septembre 1943
Demande d’une démarche en faveur des Juifs Italiens; doutes du Délégué sur l’utilité d’une immigration en Palestine.
Faccio seguito al mio devoto rapporto n. 4332 in data 20 agosto u.s. trasmettendo altre domande che mi vengono sottoposte a favore di israeliti.
La seconda di queste intende ad ottenere l’intervento della Santa Sede perché sia facilitata l’uscita di numerosi ebrei dal territorio italiano: e modifica le altre già fatte nelle mie note precedenti ai numeri 1, 3, 4, 5.
Confesso che questo convogliare, proprio la Santa Sede, gli ebrei verso la Palestina, quasi alla ricostruzione del regno ebraico, incominciando al farli uscire d’Italia, mi suscita qualche incertezza nello spirito.
Che ciò facciano i loro connazionali ed i loro amici politici lo si comprende. Ma non mi pare di buon gusto che proprio l’esercizio semplice ed elevato della carità della Santa Sede possa offrire l’occasione o la parvenza a che si riconosca in esso una tal quale cooperazione almeno iniziale e indiretta, alla realizzazione del sogno messianico.
Tutto questo però non è forse che uno scrupolo mio personale che basta aver confessato perché sia disperso. Tanto e tanto è ben certo che la ricostruzione del regno di Giuda e di Israele non è che un’utopia.
Da: ACTES ET DOCUMENTS DU SAINT SIỀGE RELATIFS Ầ LA SECONDE GUERRE MONDIALE Vol. 9 n.324, nel database G92db di Gherush92.
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Sul tema, nel sito, si cfr.:
VISITA DI BENEDETTO XVI IN SINAGOGA. UNA TRISTE FARSA - di Gherush92
Malintese memorie
di Valentina Pisanty (il manifesto, 27 gennaio 2010)
Sul «giorno della memoria» circolano alcuni malintesi. Tra essi, l’idea che si tratti di una celebrazione, nel triplice significato di commemorazione solenne, di cerimonia rituale e di glorificazione di una qualche identità collettiva. È questo, del resto, il senso delle altre ricorrenze prescritte dal calendario istituzionale, dalle festività religiose agli anniversari della repubblica, dove l’occasione commemorativa svolge una funzione eminentemente epidittica (la comunità celebrante si stringe attorno alla messa in discorso di valori condivisi, o presentati come tali), e l’evento ricordato è edificante, se non addirittura gioioso. Attributi evidentemente incompatibili con la storia delle persecuzioni razziali e della Shoah, ma talora la forma del rito ne condiziona i contenuti, ed ecco che ci si accinge ad adempiere gli obblighi della memoria con il vago disagio di chi non sa bene cosa sta commemorando e perché.
L’equivoco si insinua sin dalla scelta della data del 27 gennaio. Tra i tanti possibili eventi luttuosi e ignominiosi che hanno costellato la storia del razzismo nazifascista, la legge n. 211 del 20 luglio 2000 eleva l’abbattimento dei cancelli di Auschwitz a simbolo dell’intera esperienza concentrazionaria. La liberazione del campo, la raccolta delle macerie, la conta dei morti, la promessa solenne che «mai più»: non proprio un happy ending, ma quantomeno la fine di un incubo (la cui durata a dire il vero si protrae oltre l’ingresso dell’armata rossa nel lager polacco).
Tuttavia, se si guarda alla Shoah dallo sbocco del tunnel, la tentazione è di girarsi dall’altra parte e di correre verso la luce ovvero, per uscire dalla metafora, di celebrarne la fine anziché ricordarne gli inizi. Si rischia così di dirottare l’attenzione dalla Shoah intesa come evento storico - esito documentabile di un intreccio complesso di pulsioni xenofobe sbrigliate, di orgogli nazionalistici, di opportunismi politici, di responsabilità individuali e collettive - alla Shoah intesa come mito fondativo, dispositivo creatore di sensi ulteriori a seconda degli usi che di volta in volta se ne fanno.
Da qui, alcune possibili derive banalizzanti e sacralizzanti: spettacolarizzazioni della memoria, solidarietà intempestive e discorsi ufficiali proferiti dai più improbabili portavoce dell’antifascismo, letture provvidenzialistiche del genocidio, e via dicendo. Da qui anche il fastidio che taluni provano nei confronti del «giorno della memoria», erroneamente interpretato come l’ennesimo pretesto mediatico per intavolare dibattiti sugli ebrei e sulla loro problematica identità.
Il ruolo che ebbe la propaganda
In effetti il senso della legge è o dovrebbe essere tutt’altro. Lungi dal celebrare alcunché, si tratta di prescrivere agli europei in generale, e agli italiani in particolare, il compito di studiare ciò che in passato si era preferito non guardare, «in modo da conservare nel futuro dell’Italia la memoria di un tragico ed oscuro periodo della storia nel nostro Paese e in Europa». L’obiettivo non è solo di onorare le vittime, di ricordare i giusti o di riconoscere le colpe dei carnefici (non ci vuole molto sforzo), ma di cercare di capire come la Shoah sia avvenuta «affinché simili eventi non possano mai più accadere». Date queste premesse, mi chiedo se non sarebbe stato più incisivo indicare, come momento di riflessione collettiva, l’origine del fenomeno che ha portato alla catastrofe, ovvero l’emanazione delle leggi razziali che nell’autunno del 1938 allontanarono con accanimento crescente (e nell’indifferenza generale) gli ebrei dalla vita pubblica.
Se poi si considera che il «giorno della memoria» si rivolge principalmente agli studenti, sarebbe stato forse coerente scegliere, come evento da ricordare, la promulgazione del decreto legge 1779 del 15 novembre che integrava in un testo organico i provvedimenti per escludere gli ebrei dalle scuole e dalle università. Non sarà l’inizio della storia del razzismo in Italia, visto che forze xenofobe e antisemite operavano indisturbate già da tempo, ma è lì che il piano si inclina irrimediabilmente. Quando il regime comincia a legiferare contro una parte dei suoi cittadini, privandoli dei diritti fondamentali e rendendoli inermi di fronte a ogni genere di sopruso, è a quel punto che gli astri del razzismo, per così dire, si allineano.
Si sa che la propaganda giocò un ruolo importante nelle politiche razziste, rafforzando stereotipi,
rispolverando antichi pregiudizi, confezionando pseudo-argomenti per dimostrare come le leggi
razziali fossero conformi alle Leggi della Natura. Certo, è difficile capacitarsi che ci fosse qualcuno,
all’epoca, disposto a prestare seria attenzione a simili assurdità, data la rozzezza argomentativa di
gran parte di questo materiale. Basta sfogliare le pagine di un fascicolo qualsiasi della Difesa della
razza, con la sua galleria di mostri (corpi deformi, scimmioni e cannibali africani, anti-uomini
bolscevichi, avvoltoi giudei col becco grondante sangue...) la cui funzione retorica era di far
risaltare per contrasto le virtù estetiche e morali della presunta stirpe ario-romana, per sperimentare
(si spera) un misto di incredulità e di indignazione che di primo acchito può tradursi in una risata
distanziante o in un moto di disgusto, ma che lascia uno strascico di interrogativi su cui forse vale la
pena soffermarsi.
Com’è possibile che queste cose siano state dette e fatte? Come mai non sono state respinte lì per lì
tra gli sghignazzi generali? Con quali atteggiamenti venivano recepite, quali dissonanze
producevano nelle menti meno sprovvedute e, di converso, quali effetti esercitavano sugli allievi di
«tutte le scuole del Regno» a cui una circolare di Giuseppe Bottai prescriveva l’acquisto e la lettura
della rivista di Interlandi, Almirante & co?
Può darsi che, in tempi di regime, la propaganda venisse prodotta e ricevuta con una buona dose di cinismo e di scetticismo e che - a parte quei pochi fanatici che veramente credevano nella necessità impellente di ripulire la «pura razza italiana» dalle scorie dell’ebraismo e di altre razze e sottorazze contaminanti - per il resto degli italiani «La difesa della razza» e altre pubblicazioni dello stesso tenore giocassero un ruolo ideologico marginale. Resta il fatto che, attraverso la ripetizione martellante di stereotipi razzisti disseminati nei discorsi politici, nei giornali e nelle riviste, nella letteratura di consumo, nei racconti per l’infanzia, giù giù sino alle canzoni e alle cartoline coloniali, la cultura di regime fornì, se non altro, un pretesto a coloro che, tra il 1938 e il 1943, scelsero di non vedere, o di non preoccuparsi di ciò che stava accadendo sotto i loro occhi. Se il «giorno della memoria» ha a che vedere con una qualche identità collettiva, è l’identità dei razzisti, dei furbi, dei pavidi e dei menefreghisti, cioè la nostra (o una della nostre).
Detto questo, chiediamoci quale funzione abbia da assolvere una giornata di studio specificamente dedicata alla Shoah in Italia. A ricordare gli eventi, innanzitutto, visto che sino alla metà degli anni Novanta si è parlato poco e malvolentieri dell’aspetto più scomodo della storia del fascismo (risale al 1994 la prima mostra italiana dedicata al razzismo fascista). Oltre alla funzione storica, però, il senso della ricorrenza è - o dovrebbe essere - di mantenere vivi gli anticorpi, tenuto conto che il razzismo non è solo un fantasma del passato, come dimostrano in modo esemplare i recenti fatti di Rosarno, e perciò andrebbe combattuto giorno per giorno con strumenti critici adeguati.
Come arginare l’intolleranza
Su questo punto, però, è legittimo un margine di perplessità. Per sconfiggere il razzismo una volta per sempre è davvero sufficiente smontare gli stereotipi (alcuni dei quali si aggirano tra noi pressoché immutati dai tempi dei difensori della razza: si pensi agli stereotipi del negro e dello zingaro per esempio)? Certo che no, e sarebbe pia illusione culturalista pensare il contrario. Si analizzino pure i discorsi razzisti, se ne evidenzino i paralogismi, si smascherino tutte le distorsioni e le menzogne della razza: tutt’al più si convincerà chi è già persuaso, e tra compagni antirazzisti ci si scambierà delle gran pacche sulle spalle. Casomai con l’aiuto degli strumenti analitici si potrà controbattere alle dottrine dei nuovi razzisti (i negazionisti, i differenzialisti, gli odierni teorizzatori di un occidente tenuto sotto scacco non si capisce bene da chi), decostruendone gli sragionamenti, ma non si scalfirà minimamente il substrato pulsionale su cui simili teorie attecchiscono, un’intolleranza selvaggia tanto più pericolosa quanto meno può essere tenuta a freno con argomenti razionali.
L’intolleranza c’è. Sarebbe compito della politica contenerla, affrontando gli squilibri sociali,
economici e culturali che la alimentano. Nell’attesa, ai ragazzi a cui il «giorno della memoria» si
rivolge va spiegato (possibilmente anche gli altri giorni dell’anno) come il razzismo sia fondato su
meccanismi psichici elementari, come attinga a materiali sedimentati nella cultura, come nonostante
tutto gli stereotipi non muoiano mai, come tramite essi un atto di aggressione possa mascherarsi da
misura difensiva, come le legittime frustrazioni di una comunità possano essere artatamente deviate
sul capro espiatorio di turno, come lo sfruttamento dei più deboli si giovi di simili manipolazioni, e
come la situazione precipiti nel momento in cui chi sta al potere decide di avvalersi di questi
dispositivi arcinoti per rafforzare il proprio consenso.
La Rai nel "Giorno della Memoria"
"Si poteva dire no" i cinquanta fascisti che salvarono gli ebrei
Col documentario presentato anche il film di Negrin "Mi ricordo di Anna Frank"
di Silvia Fumarola (la Repubblica, 22.01.2010)
L’abisso della crudeltà e il coraggio di chi non voltò la testa: la Rai celebra la Giornata della Memoria, mercoledì su RaiUno, con il film di Alberto Negrin Mi ricordo di Anna Frank e il documentario 50 Italiani di Flaminia Lubin, sulle storie di diplomatici, militari e gerarchi che salvarono migliaia di ebrei dai campi di concentramento. «Il ruolo della tv è essenziale per la Giornata della Memoria. Un grande impegno che pone problemi: come si può mantenere viva la memoria facendo in modo che l’inondazione di immagini, messaggi e parole non si riduca a una banalizzazione?», si chiede il rabbino capo di Roma Riccardo Di Segni ospite alle anteprime alla Settimana della Fiction Rai a New York, con il presidente della Comunità ebraica di Roma, Riccardo Pacifici e il presidente della Rai, Paolo Garimberti.
«Eichmann, che è un genio del male - spiega Di Segni - sa che quando il numero delle vittime supera le centinaia diventa statistica e perde l’aspetto umano. Per questo il caso di Anna Frank è stato importante perché l’enormità del male è visto attraverso la storia di una singola persona, un’unica vittima simbolica». Nel film di Alberto Negrin prodotto da Fulvio Lucisano, interpretato dalla tredicenne Rosabell Laurenti Sellers, con Emilio Solfrizzi nel ruolo di Otto Frank, il padre di Anna, e Moni Ovadia in quello del Rabbino, spicca la figura Miep Gies (Bakonyi Csilla), la donna che nascose la famiglia Frank e salvò il diario di Anna, morta la scorsa settimana a 100 anni.
La storia è ispirata al libro di Alison Leslie Gold basato sulla commovente testimonianza di Hanneli Goslar, la grande amica di Anna. «Rappresentare lo sterminio è impossibile - spiega Negrin - si possono restituire solo i sentimenti. Nella storia di Anna contano le domande. Quelle dei bambini: "Perché tanta cattiveria?", e l’interrogativo del rabbino al comandante del campo: "Dov’è finita la tua coscienza?"».
Il documentario 50 Italiani prodotto da Francesco Pamphili racconta invece come esponenti di spicco del regime fascista, militari e diplomatici (fra cui il console Guelfo Zamboni, il commissario Guido Lo Spinoso e il sottosegretario al ministero degli Esteri, Giuseppe Bastianini), salvarono oltre 50 mila ebrei nei Balcani e a Salonicco, sottraendoli alle deportazioni con ogni mezzo, producendo documenti falsi come il "permesso di cittadinanza provvisorio". «50 Italiani fa capire che si poteva disobbedire agli ordini - osserva il presidente della comunità ebraica di Roma Riccardo Pacifici - Far vedere uomini che hanno agito secondo coscienza smentisce quella che è stata la litania al processo di Norimberga: "Dovevamo eseguire gli ordini"».
di Paola Zanca (il Fatto, 16.01.2010)
Nel 2002, da leader di Alleanza nazionale e vicepremier, aveva lasciato a bocca aperta deputati e senatori presentandosi alla celebrazione del Giorno della Memoria. L’Olocausto? Disse: “Una mostruosità”.
Ora da presidente della Camera, Gianfranco Fini chiama per la prima volta a parlare nell’aula di Montecitorio una persona che con la politica e il potere non ha niente a che fare. Non è uno acaso. È Elie Wiesel, uno dei pochi sopravvissuti ad Auschwitz ancora in vita, premio Nobel per la Pace, che da cinquant’anni, con le armi dei libri, combatte la sua battaglia contro “i nemici della memoria”. Finora, alla Camera avevano parlato solo capi di Stato, rappresentanti di istituzioni: Papa Wojtyla, il re di Spagna Juan Carlos. Fini ha alzato il telefono, chiamato New York e proposto a Wiesel, che dagli anni Sessanta vive in America, di venire in Italia a ricordare quell’orrore.
Il Giorno della Memoria si celebra da dieci anni: per ricordare lo sterminio e le persecuzioni del popolo ebraico e dei deportati militari e politici italiani nei campi nazisti si sono organizzate mostre, visite istituzionali, concerti, proiezioni, iniziative nelle scuole. A proporre la sua istituzione, nel gennaio del 2000, fu il deputato Furio Colombo. La data scelta fu il 27 gennaio, la stessa in cui nel 1945 vennero abbattuti i cancelli di Auschwitz. “Si era molto discusso, a destra, se non fosse il caso di parlare anche di foibe e di gulag - ricorda Colombo - Io allora spiegai al Parlamento che foibe e gulag sono orrendi delitti, ma la Shoah è un delitto italiano: senza la partecipazione italiana, il progetto tedesco non avrebbe mai potuto diventare europeo. È vero che ci furono generali e comandanti, come Giorgio Perlasca, che salvarono anziché condannare, ma ricordo anche che le leggi razziali furono approvate all’unanimità. Per questo - prosegue il deputato Pd - nel 2000 chiesi all’aula di comportarsi allo stesso modo nel voto sulla legge che istituiva il Giorno della Memoria. Devo dire che la mia implorazione fu accolta.
L’invito a Wiesel è il coronamento di questo percorso: la Giornata diventa così importante non solo per il paese, per i giovani, per le scuole, ma anche per il Parlamento che ascolterà la testimonianza di uno dei pochi sopravvissuti ancora viventi”. Wiesel, nato in Romania nel 1928, fu deportato assieme alla famiglia, perché ebreo. Ad Auschwitz condivise la prigionia con Primo Levi, poi finì a Buchenwald dove gli americani lo trovarono, stipato in mezzo ad altri mille ragazzini, quando entrarono nel campo. Un mese fa, dopo il furto dell’insegna di Auschwitz, scriveva: “In questa nostra era di confusione e sfiducia, la Verità è sempre in prima linea, al fronte, e i suoi nemici sono i nemici della Memoria”. Il pomeriggio del 27 lo ricorderà ai nostri parlamentari. Anche a chi ogni tanto ha la memoria corta.
intervista a Elie Wiesel
Il Nobel per la Pace, che ha curato la postfazione al libro "Io sono l’ultimo ebreo", parla oggi in Parlamento
IL GIORNO DELLA MEMORIA
Wiesel: "L’eterna battaglia contro i negazionisti"
"Noi sopravvissuti all’Olocausto e l’orrore di chi cancella la storia"
"L’antisemitismo è uno dei pregiudizi più antichi Ed è ancora molto presente"
"Auschwitz fa parte di un’altra Creazione, fatta solo di chi uccide e chi muore"
"È importante che il mondo civile non dimentichi, per capire il perché del male assoluto"
"Le leadership politiche hanno doveri morali. Oggi più che mai serve una visione etica"
di Andrea Tarquini (la Repubblica, 27.01.2010)
«Io, Elie Wiesel, sopravvissuto e testimone, ricordo ancora oggi ogni singolo momento. Quando fummo chiusi nel Ghetto, quando vennero a prenderci, quando ci caricarono sui treni, quando arrivammo ad Auschwitz, quando vidi mia madre, mio padre e mia sorella portati a morire». Così Elie Wiesel, Nobel per la pace, attivista di primo piano per la pace e i diritti umani nel mondo, racconta l’Olocausto. Oggi, nella Giornata della Memoria, terrà un discorso al Parlamento italiano. Ascoltiamolo.
Professor Wiesel, come rammenta quegli anni tremendi?
«Rivedo ancora oggi ogni episodio. L’arresto in massa, la deportazione. Il viaggio atroce nei carri-bestiame fino ad Auschwitz. Ricordo cosa voleva dire sentirsi improvvisamente trattati come "Untermenschen", come subumani da eliminare. Ricordo quando, io ancora piccolo, restai solo ad Auschwitz. Fu terribile, è difficile descrivere cosa vuol dire restare solo, senza più la famiglia che hai visto sterminare, e al tempo stesso sentire che non sei solo, che non lo saresti stato mai più. Perché eri insieme a migliaia e migliaia di persone, trattati da subumani da eliminare come te, e al loro fianco sentivi la vicinanza della Morte. Ognuno di noi la sentiva, e al tempo stesso non vivevamo accanto alla Morte, vivevamo nella Morte».
Com’era possibile sopravvivere a questo sentimento?
«Penso ancora oggi che quando entrammo ad Auschwitz entrammo in un’altra Creazione, una dimensione speculare, parallela, opposta e negativa. Nella Creazione che conoscevamo la Germania era il cuore della cultura, la patria di una letteratura straordinaria espressa da una grande lingua, la terra dei migliori ingegneri. Ma là entrammo come in un mondo parallelo, fatto solo di "to kill and to die", di chi uccide e di chi muore».
Il genocidio pianificato con precisione industriale fu un crimine speciale, tutto tedesco?
«Vede, una delle cose più terribili che la Storia ci ha riservato è questa: nella prima guerra mondiale i tedeschi si comportarono bene, combatterono contro i pogrom zaristi all’Est. Per il popolo ebraico, la Germania era terra di cultura, di alta tecnologia, di grandi talenti letterari. Non ce lo aspettavamo. I nazisti riuscirono a mobilitare tutto il talento dei tedeschi talento in ogni forma, di psicologi, scienziati, ingegneri, giornalisti per l’Olocausto. Per questo quel crimine senza pari fu così atrocemente efficiente».
Lei oggi si fida dei tedeschi?
«Io non credo nella colpa collettiva. Solo i colpevoli sono colpevoli. Sono testimone, non giudice. Certo, purtroppo la Resistenza, l’opposizione al nazismo e alla Shoah, furono minoritari. Ma insisto, la colpa collettiva per me non esiste. E ammiro moltissimo Angela Merkel, perché lei che oggi guida la Germania sa parlare e agire nel mondo giusto: in nome della Memoria, e del diritto di Israele all’esistenza».
Qual è il significato della giornata della Memoria?
«Sono lieto di tenere un discorso al Parlamento italiano. E’ una giornata importante per tutto il mondo civile. Perché è fondamentale non solo ricordare, ma anche capire come e perché l’orrore assoluto accadde. E perché dimenticare è un grande pericolo, perché l’oblìo significa tradimento. Chi oggi chiede di dimenticare deve sapere che non sfugge a questa responsabilità: insisto, dimenticare vuol dire tradire la memoria delle vittime. E dai tradimenti non può mai derivare il bene».
E’ anche il pericolo posto dal negazionismo?
«Il più grande, pericoloso e attivo negazionista del mondo è Ahmadinejad, per questo conduco una campagna contro le sue posizioni. E’ il negazionista numero uno: nega in pubblico l’Olocausto, dichiara di volere bombe atomiche per distruggere Israele. Dovrebbe essere arrestato, dovrebbe venire tradotto davanti a un tribunale internazionale e processato dal mondo per incitamento a crimini contro l’umanità e all’odio razziale».
Una specie di Processo di Norimberga?
«Esiste già il Tribunale internazionale dell’Aja».
Lei è soddisfatto o no di come il mondo ricorda l’Olocausto?
«In Europa la situazione è migliorata. Gli Stati Uniti sono all’avanguardia: i due massimi memoriali sono a Washington e in Israele. In tutto il mondo percepisco più sensibilità di prima al tema. Forse perché alcuni di noi sopravvissuti sono ancora in vita. Il mondo comincia a pensare che un giorno, presto, non ci saremo più, e che è doveroso ricordare mentre siamo ancora in vita. Perché i sopravvissuti aiutano a tenere viva la Memoria, la comunicano al mondo di dopo l’Olocausto».
Ma quanto è grande il pericolo che, con sempre meno superstiti della Shoah ancora in vita, opinioni pubbliche e leader cedano alla tentazione di dimenticare, di "voltare pagina"?
«Io vedo che in molti paesi i giovani che studiano l’Olocausto sono più numerosi che mai. In America, e non solo, non c’è una scuola in cui la Shoah non sia materia d’insegnamento. Mai come oggi ho visto tanti corsi, seminari, mostre, programmi tv. Sono ottimista sulla capacità di ricordare. Ma c’è sempre da chiedere che uso si fa della Memoria, quanto la si usa per capire».
L’antisemitismo è vivo e spesso in ascesa, per esempio in Europa. Quanto è grave la minaccia?
«Sono trend pericolosi. Anche perché si manifestano spesso su uno sfondo d’indifferenza. Nel 2009, in tutto il mondo ma specie in Europa, si è registrato il numero più alto di manifestazioni di antisemitismo dal 1945. Recentemente sono stato in Ungheria, ho visto un aumento preoccupante dell’antisemitismo. E anche altrove, gli antisemiti conquistano nuove tribune. Come dico da decenni, spesso siamo di fronte a un antisemitismo senza ebrei, cioè a correnti antisemite in società dove quasi non vivono più ebrei. Poi c’è un violento, ingiusto odio verso Israele. Il bisogno di un capro espiatorio non è morto. E tocca sempre agli ebrei. Intanto, per esempio, dell’eccezionale efficienza dell’aiuto umanitario israeliano a Haiti si parla poco o nulla».
Le élite in Europa sono conosce della minaccia dell’antisemitismo e dell’oblìo o no?
«Lo spero. In alcuni paesi l’Ungheria, l’Ucraina, ma anche paesi dell’Europa occidentale vediamo trend pericolosi. Umori antisemiti, il sorgere di partiti filonazisti. Alle leadership politiche toccano anche doveri e considerazioni morali. Non possiamo separare la politica dalla morale. Serve una visione etica del mondo, e deve venire dai leader».
L’antisemitismo come ricerca del capro espiatorio è un male europeo?
«L’antisemitismo è il più antico pregiudizio di gruppo della Storia. Ed è presente tuttora, nel nostro quotidiano. Dobbiamo combatterlo, non illuderci che la lotta sia finita».
Tra i negazionisti ci sono anche esponenti religiosi, come il vescovo Williamson. Quanto sono pericolosi?
«Sono pericolosi prima di tutto per la Chiesa cattolica. Il fatto che papa Benedetto non abbia revocato la revoca della scomunica è al di là della mia comprensione. Parliamo di un negazionista dell’Olocausto, predica odio verso gli ebrei e Israele, come può essere ancora un vescovo? Scomunicato o perdonato, come può essere ancora vescovo? Angela Merkel ha avuto ragione a criticare il Papa su questo tema».
Ma così si riaprono antiche ferite
di Sergio Luzzatto (Il Sole 24 Ore, 22 dicembre 2009)
La contemporaneità delle due notizie è da ritenersi casuale, ma colpisce ugualmente. In Polonia, alcuni criminali rubano da Auschwitz la scritta-simbolo della Soluzione finale, «Arbeit macht frei». In Vaticano, Papa Ratzinger firma il decreto che avvia Pio XII sulla strada della beatificazione. Un increscioso affronto simbolico alla memoria della Shoah coincide con un clamoroso riconoscimento canonico delle "virtù eroiche" di chi era pontefice durante lo sterminio degli ebrei
Nei giorni scorsi, le due notizie hanno provocato reazioni differenti. Il furto compiuto in Polonia ha suscitato l’unanime riprovazione dell’opinione pubblica internazionale, che ha tirato un grande sospiro di sollievo quando si è saputo che l’insegna era stata ritrovata. Il decreto firmato in Vaticano ha invece diviso. Da una parte gli apologeti di Pio XII, fieri che Ratzinger abbia rotto gli indugi e fiduciosi di vedere Pacelli elevato presto agli altari. Dall’altra parte i critici di Pio XII, inquieti che la decisione vaticana offenda le comunità ebraiche e penalizzi il dialogo interreligioso. In realtà, la doppia notizia di questi giorni andrebbe sottratta sia al tempo troppo rapido delle news, sia al riflesso quasi pavloviano delle contrapposte appartenenze. Andrebbe consegnata a un’analisi più distesa, a una riflessione più storica. Si scoprirebbe forse, a quel punto, che non tutto il male viene per nuocere.
Lo sciagurato furto di Auschwitz ha offerto una testimonianza straordinaria di come la Polonia stia cambiando. Nelle quarantotto ore intercorse fra il trafugamento dell’insegna e il suo ritrovamento, il paese natale di papa Wojtyla - amico vero degli ebrei - è stato colpito da un trauma collettivo. Di là dalla mobilitazione poliziesca per identificare e arrestare i responsabili del furto (a quanto sembra, non immediatamente legati a circoli neonazisti), la Polonia si è dimostrata compatta nel vivere l’episodio criminale come un terribile memento dei suoi trascorsi di nazione antisemita
Pochi anni fa, la pubblicazione di un libro di storia che sottolineava il volenteroso contributo dei polacchi alla Soluzione finale del problema ebraico (Jan T. Gross, I carnefici della porta accanto, Mondadori 2002) aveva suscitato reazioni piccate e scomposte nella Polonia dei fratelli Kaczynski e di Radio Maryia. Oggi, l’antisemitismo che tuttora alligna in alcuni settori della società polacca ha dovuto inchinarsi alle passioni e alle ragioni di una nazione altrimenti matura e civile. Quanto alla prospettiva di un’elevazione agli altari di Papa Pacelli, non c’è dubbio che si tratti di una faccenda carica d’implicazioni gravi. Lo attestano i segnali di protesta che si vanno levando - oltreché dalle comunità ebraiche - dagli ambienti cattolici più impegnati sul fronte dell’ecumenismo. La decisione di Joseph Ratzinger minaccia di riaprire ferite che ci si poteva augurare rimarginate per sempre grazie all’impegno di Karol Wojtyla.
Eppure, anche nel caso del decreto vaticano su Pio XII non tutto il male viene per nuocere. Perché qualunque cosa la Chiesa cattolica voglia decidere riguardo alla beatificazione di un papa, la collettività intera ha ancora bisogno di studiare, di ragionare, di sapere intorno alla questione del rapporto fra carnefici, vittime e spettatori della Shoah.
La storia guadagna poco da un approccio di tipo giudiziario, da una dialettica secca colpevole/innocente. E tanto meno guadagna la storia della Shoah, che tra il bianco e il nero conobbe infinite gradazioni di grigio. Pio XII non va trasformato nell’unico responsabile di quella che fu l’indifferenza diplomatica - o, peggio, il calcolo politico -anche delle maggiori potenze impegnate nella guerra contro il nazismo. Dal 1941 al ’45, il silenzio di Churchill e di Roosevelt (per tacere di Stalin) fu altrettanto assordante del silenzio di Papa Pacelli
Ciò detto, il Vaticano potrebbe ben guardare alla vicenda di cattolici i quali, durante la Soluzione finale, mostrarono di possedere "virtù eroiche" assai più sviluppate che quelle di Pio XII. Uno per tutti: Jan Karski, eccezionale figura di messaggero della Resistenza polacca presso i governi alleati. In un giorno d’agosto del 1942, questo giovane uomo vide lo spettacolo inenarrabile del ghetto di Varsavia, e da allora ebbe una sola idea fissa: far sapere al mondo che gli ebrei venivano sterminati. Le torture dei nazisti non lo fermarono. Fra il ’43 e i1 ’44 Karski fu a Londra, fu a Washington, bussò a tutte le porte di tutti i potenti della coalizione antihitleriana. Non fu creduto, ma non smise di battersi per salvare - se non la vita degli ebrei - almeno la coscienza del mondo. Lui sì che andrebbe fatto santo, santo subito. Sergio Luzzatto insegna storia moderna all’Università degli studi di Torino
Il papa dei troppi silenzi
di Marco Politi (il Fatto Quotidiano, 22 dicembre 2009)
Santo no. Anche se appare un leader importante della Chiesa del Novecento. Pio XII, che papa Ratzinger sta portando sugli altari, resta una figura controversa. Difficile presentarlo come simbolo e modello da seguire. È bastato che Benedetto XVI firmasse il decreto sulle “virtù eroiche” di Eugenio Pacelli (ultimo passo, oltre al riconoscimento di un miracolo, prima della beatificazione ufficiale) perché esplodesse nuovamente la crisi fra Ratzinger e il mondo ebraico. Il Papa dovrebbe recarsi in visita alla Sinagoga il 17 gennaio, ma ora tutto è in forse. Già l’anno scorso, proprio a causa dell’esaltazione di Pio XII fatta da Ratzinger, l’assemblea rabbinica italiana aveva cancellato la tradizionale giornata d’incontro cattolico-ebraica.
Faticosamente si era riallacciato il dialogo e adesso arriva la nuova gelata. Dietro le quinte sono in corso negoziati molto tesi perché il Vaticano garantisca che la beatificazione di Pacelli non abbia luogo almeno nel 2010 assieme a quella di Karol Wojtyla.
Continua a pesare su Pio XII l’atteggiamento di diplomatica prudenza di fronte all’Olocausto, quel “silenzio” che gli fu rimproverato dal drammaturgo Rolf Hochhuth nell’opera teatrale “Il Vicario”, che nel 1963 si conquistò risonanza mondiale. Ancora oggi i maggiori rappresentanti dell’ebraismo gli rimproverano di non avere detto una parola quando i nazisti rastrellarono a Roma, quasi sotto le finestre del Palazzo apostolico, e oltre mille ebrei che vennero deportati ad Auschwitz il 16 ottobre 1943.
Negli ultimi vent’anni l’immagine di papa Pacelli è rimasta schiacciata sulle vicende della Shoah, paradossalmente dopo che nell’immediato dopoguerra esponenti ebraici di primo piano come il premier israeliano Golda Meir lo avevano elogiato come difensore delle vittime dell’Olocausto. In effetti immaginare Pio XII tollerante verso il nazismo o peggio suo complice - secondo la tesi adombrata nel titolo del libro “Hitler’s Pope - Il Papa di Hitler” dello scrittore britannico John Cornwell - è una falsità. Pacelli aveva orrore di Hitler e dell’ideologia neopagana e razzista del nazismo. Negli archivi sono state trovate anche tracce di un suo cauto, ma convinto appoggio ai tentativi di circoli dell’establishment tedesco di eliminare il Führer. Né si può dimenticare l’impulso da lui dato a istituzioni e conventi cattolici per salvare in ogni modo un numero grandissimo di ebrei.
E tuttavia, nella stagione cruciale del duello mortale ingaggiato tra il nazifascismo e lo schieramento antifascista, divenuto poi in guerra il fronte degli alleati, Eugenio Pacelli è rimasto vittima di una concezione tutta politica e diplomatica della sua missione. Era preoccupato di salvaguardare per la Santa Sede una posizione al di sopra delle parti nel conflitto mondiale, preoccupato di garantire i diritti della Chiesa cattolica tedesca attraverso il Concordato offertogli da Hitler, preoccupato di mantenere per la Germania una funzione di baluardo nei confronti del bolscevismo, convinto di scegliere il male minore non chiamando per nome la bestiale persecuzione degli ebrei nell’intento di salvarli dietro le quinte.
Così Pio XII non ha saputo essere all’altezza del momento storico. Quanto più negli ultimi cinquant’anni è cresciuta la consapevolezza internazionale del carattere radicalmente disumano della Shoah tanto più appare chiaro che Pio XII ha mancato nel ruolo profetico che dovrebbe svolgere un “vicario di Cristo”. Ci sono tappe precise che testimoniano dei fallimenti di papa Pacelli, non riscattati dalla sincerità delle sue intime angosce. Come segretario di Stato vaticano Pacelli preme nel 1933 sul partito cattolico tedesco Zentrum affinché voti i pieni poteri a Hitler, prologo della dittatura organica. A Pacelli interessava ottenere il concordato con il Terzo Reich. Eppure i cattolici del Zentrum e i socialdemocratici avevano voti abbastanza per impedire l’approvazione della legge, ma Pacelli, diffidente della democrazia e avverso ai socialdemocratici, volle altrimenti. Subito dopo la conferenza episcopale tedesca fu costretta ad abrogare i suoi precedenti pronunciamenti antinazisti. E quando si verificò il gigantesco pogrom antiebraico della Notte dei Cristalli, la Chiesa stette in silenzio.
Appena eletto pontefice Pacelli mise nel cassetto il progetto di un’enciclica contro l’antisemitismo, progettata dal suo predecessore Pio XI. Non condannò decisamente la violazione della neutralità di Belgio e Olanda da parte delle truppe tedesche. Suscitò amarezza nei cattolici polacchi, che non si sentirono abbastanza difesi. Non denunciò apertamente lo sterminio degli ebrei, pur mandando messaggi chiari di simpatia e solidarietà al popolo ebraico usando un linguaggio allusivo. È in questo quadro che si situa il tragico silenzio sul rastrellamento dei 1021 ebrei romani nel 1943. Silenzio osservato, nella sua ottica, per aiutare le vittime.
Papa Wojtyla, nel suo viaggio in Germania nel 1996, elogiò i vescovi olandesi che avevano protestato pubblicamente contro le persecuzioni antisemite. La reazione nazista fu spietata, ma la citazione di Giovanni Paolo II rivelò eloquentemente che il pontefice polacco riteneva che dinanzi all’“Anticristo” non bisognasse fermarsi a fare di conto tra profitti e perdite.
Pio XII stesso sapeva che il suo silenzio sarebbe stato giudicato. Lo documenta l’interessante biografia di Andrea Tornielli (Mondadori). Tormentato, ne parlò già nell’ottobre del 1941 con l’allora nunzio Angelo Roncalli, futuro Giovanni XXIII. E appelli a levare profeticamente la sua voce gli vennero da personalità cattoliche francesi come Mounier e Mauriac, da Edith Stein, dal gesuita tedesco Friedrich Muckermann che già negli anni ‘30 si chiedeva perché la Chiesa si fermasse alla “tattica” e non denunciasse il nazismo con la stessa forza con cui combatteva il bolscevismo.
E così i silenzi di Pacelli hanno finito per oscurare anche il suo ruolo rilevante all’interno della Chiesa dopo la guerra. A studiarlo attentamente, il suo pontificato mostra importanti aperture nell’incoraggiare gli studi di esegesi biblica. È lui a dare un primo placet alle teorie evoluzioniste di Darwin come “ipotesi” accettabili. È lui ad autorizzare nei paesi del nord le messe nelle lingue nazionali. Lui a occuparsi per primo della regolamentazione delle nascite attraverso l’osservanza dei periodi fecondi e infecondi della donna. Lui, persino, a progettare un Concilio che mai si terrà. Poi c’è il capitolo della politica italiana, ma questa - come direbbe Kipling - è un’altra storia.
Nazisti d’Europa
Dopo lo sfregio di Auschwitz viaggio tra le formazioni dell’estrema destra
Ecco chi sono i nuovi fanatici
E dove vogliono arrivare
Sono giovani, si collegano attraverso Internet e definiscono la Shoah un bluff
Partiti e partitini, poi skinhead, ultrà, picchiatori di strada. Si stima siano oltre 250 mila
Chi sono i ladri profanatori di Auschwitz? Perché hanno colpito? Una galassia di gruppi xenofobi e neonazisti cresce dalla Spagna alla Polonia, fino alla Russia. Si tratta di movimenti frammentati che cavalcano nazionalismo e localismo. Ecco una fotografia delle formazioni razziste che guardano al Terzo Reich
di Paolo Berizzi (la Repubblica, 21.12.2009)
Chi sono e da dove muovono i ladri profanatori di Auschwitz? Perché hanno colpito? «È una dichiarazione di guerra», dice secco Avner Shalev, direttore del museo dell’Olocausto a Gerusalemme. Per capire le sue parole bisogna guardare la fotografia della "scena" nazionalista, neonazista e antisemita che sta montando in Europa. Un vento che soffia con forza dall’Est: dalla Polonia all’Ungheria fino all’ex Unione sovietica. Una galassia complessa e frammentata. Che si ispira direttamente al Terzo Reich (anche nei simboli: svastiche, croci runiche e diagonali, sigle e anagrammi e caratteri pangermanici). Che cavalca nazionalismo e localismo per approdare a derive antisemite.
In nome della battaglia anti-mondialista. Da lì a definire la Shoah e i forni crematori un "bluff" ebraico, il passo è breve. Il network neonazista estende i suoi confini dal cuore della Germania alla Francia, dalla Spagna "falangista" ai paesi scandinavi, dall’Inghilterra ai nuovi laboratori dell’Est, Polonia, Ungheria, Romania, dalla Grecia a Cipro passando dall’Italia e risalendo fino alla Russia. «Si sta diffondendo un nuovo-vecchio odio verso gli ebrei, che è poi di fatto una continuazione - ragiona Cono Tarfusser, già procuratore capo di Bolzano, oggi giudice della Corte criminale internazionale dell’Aia - . È un sentimento viscerale e al tempo stesso vuoto, messo in giro dalle formazioni nazionaliste a forte impronta xenofoba. La novità non è tanto che l’ostilità non va più solo contro gli immigrati, gli omosessuali, le minoranze etniche e religiose ma anche contro gli ebrei - quelli di oggi e quelli di ieri. La novità - spiega - è che la società, con la sua assenza di cultura, non riesce più a mettere degli argini naturali in grado di isolare questa gente, di sottrargli spazio, terreno di coltura».
Tarfusser a Bolzano ha creato un pool di magistrati anti-naziskin, la nuova "Gioventù hitleriana" che si muove in Alto Adige. «Preoccupa, oltre al qualunquismo rabbioso di queste bande, la precoce età dei militanti, che agiscono perché trovano spazi politicamente fertili. Disagio sociale, crisi economica, globalizzazione degli Stati e immigrazione: tutti elementi che i partiti e le organizzazioni paranaziste sfruttano per fare proseliti. Oggi, e dalla fine del comunismo, questo fenomeno ha dimensioni importanti soprattutto nell’Est». Partiti e partitini, e poi skinhead, hammersin, bonhead, ultrà, picchiatori di strada. Si stima siano oltre 250 mila i militanti neonazisti in Europa. Altri 50 mila nella sola Russia. La rete di collegamento è Internet. E guai a chiamarsi nazisti.
In Polonia spopola la Lega delle famiglie polacche, l’alleanza dei partiti nazionalisti che ha eletto presidente della Repubblica Lech Kaczynski. Determinante per la vittoria al ballottaggio del 2007 è stato l’aiuto di Radio Maryja, un’emittente clericale, anti-comunista ma soprattutto anti-semita (più volte condannata dallo stesso Vaticano) che si rivolge a due milioni di elettori. La Polonia confina a ovest con la Germania e a sud con Repubblica Ceca e Slovacchia. L’Npd (partito nazional democratico tedesco, fondato 45 anni fa da ex appartenenti al partito socialista del Reich tedesco) di Ugo Voight continua a piazzare suoi rappresentanti nei lander. Nonostante la maggior parte della popolazione lo definisca un partito filo-nazista, razzista e anti-semita.
Ancora Europa centrale. Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia: tre giovani democrazie risorte dopo mezzo secolo di comunismo, oggi nella Ue. A Bratislava l’estremismo antisemita è stato sdoganato al governo dal premier socialdemocratico-populista Robert Fico. «La fine del comunismo ha fatto saltare il tappo che comprimeva l’estrema destra, allora era marginale ma oggi cresce più che da ogni altra parte», spiega Giuseppe Scaliati, autore del saggio La destra radicale in Europa (Bonanno editore). A Budapest i 7 mila adepti della Guardia Ungherese sfilano in centro in uniforme nera, sventolando i gagliardetti delle "Croci frecciate" alleate di Hitler. Evocano l’Olocausto, sognano una "soluzione finale alla questione zingara", affrontano la polizia in violenti scontri nelle strade di Praga. Zingari e rom sono finiti anche nel mirino dei romeni di Noua Dreapta (Nd), gli estremisti che si rifanno alla Guardia di Ferro dell’anti-semita Corneliu Zelea Codreanu (attiva negli anni ‘30). Giovani, camicie nere o verdi, si considerano la più importante organizzazione neo-legionaria della Romania. «Vogliamo risvegliare le coscienze avvertendo dei pericoli che minacciano il popolo romeno», tuona il leader 30enne, Tudor Ionescu. L’opera di proselitismo si è allargata agli immigrati che vivono in Italia (Padova, Roma). Come quella dei partiti oltranzisti cresciuti nell’ex Jugoslavia. In Serbia e Croazia il "nostalgismo" per i vecchi leader nazional socialisti fautori della pulizia etnica si mischia all’insofferenza verso le lobby ebraiche. «Sono le zone balcaniche il laboratorio privilegiato dei nuovi nazisti - ragiona Saverio Ferrari, Osservatorio democratico sulle nuove destre - una cinghia di raccordo tra i movimenti dell’Europa occidentale e quelli dell’Est. I neofascisti italiani hanno rapporti intensi con le organizzazioni di questi paesi».
La Russia. Sarebbero oltre 50mila, secondo fonti di polizia, i militanti neonazisti attivi nell’ex impero sovietico. Solamente San Pietroburgo conta 20 mila skinhead. Autori di aggressioni contro cittadini stranieri, al grido di "la Russa ai russi". "Unità nazionale russa", "Gruppo socialismo nazionalista-potere bianco": sono le due sigle più importanti. Accanto ai picchiatori di Combat 18, quelli dei video coi pestaggi e le parate naziste su Youtube. Nel 2007 ne girò uno drammatico: neonazisti che decapitano un prigioniero caucasico ("negro", poiché originario del Caucaso). La firma: i nazionalsocialisti di "Rus" (termine usato dai neonazi per definire la madre patria). Altri partiti di riferimento sono il Partito nazionale del popolo (15mila militanti, la metà sotto i 22 anni) e il Partito liberal democratico di Vladimir Zhirinovsky, già vice presidente della Duma, il parlamento russo, costretto nel 2003 ad ammettere le sue origini ebraiche.
Fanno paura i Nazional socialisti di Konstantin Kasimovsky, riferimenti all’ideologia hitleriana, per simbolo una croce nera che richiama il labarum cristico (PX). Si sa che le gesta dei capi vengono sempre ammirate. In Inghilterra, dopo l’aggressione del leader del British national party Nick Griffin ai danni di un insegnante ebreo, è cresciuta l’intolleranza verso la popolazione di origine israeliana. Come in Francia, dove il Front national di Jean Marie Le Pen dopo la flessione seguita all’exploit elettorale del 2002 (17,79%), sta risalendo la china. In Spagna avanzano i neonazisti della Falange, che fanno breccia tra i giovanissimi. In Grecia Alleanza patriottica ha eletto il proprio leader in parlamento, e gli estremisti di Laos e Albadoro vogliono bissare l’edizione 2006 di Eurofest, una Woodstock neonazista. Poi ci sono quelli che non dissimulano. In Svezia sta tornando di moda il Partito del Reich nordico, fondato nel 1956 e ancora guidato dal battagliero Assar Oredsson. Scendendo a Sud, riecco gli oltranzisti austriaci del Bzoe di Jorg Haider, partito che ancora governa in Carinzia. Informative dei servizi tedeschi parlano di gruppi neonazisti attivi sul confine tra Austria e Germania. Meta di riferimento: Branau, la città natale di Hitler.
Infine l’Italia. Che non si fa mancare niente. Compreso un disciolto (da poco) Movimento dei lavoratori ispirato al Partito nazional socialista dei lavoratori (nel 2006 riuscì a far eleggere dei consiglieri nelle province di Varese, Como e Novara). Anche da noi l’arcipelago dell’estrema destra antimondialista è frammentato. Da una parte Forza Nuova (il leader Roberto Fiore è segretario generale del Fronte nazionale europeo, la casa comune dei partiti europei di estrema destra); dall’altra il circuito Casa Pound, che si ispira al poeta antisemita Ezra Pound. A Casa Pound aderisce anche Cuore nero, circolo neofascista milanese. Agosto 2008, copertina di "Doppio Malto", la fanzine ufficiale di Cuore nero: uno skinhead che brinda con un boccale di birra. Sullo sfondo, la "porta dell’inferno" del lager di Auschwitz. La scritta "Il lavoro rende liberi" - che allora era ancora al suo posto - fu sostituita da una più commerciale, e vergognosa, insegna. "Birrificio Cuore nero". A proposito.
Obama: «Ahmadinejad dovrebbe visitare Buchenwald» *
Barack Obama è arrivato a Buchenwald. Dopo lo storico discorso Cairo il presidente degli Stati Uniti ha fatto tappa in Germania, primo appuntamento del tour europeo. E la scelta di Obama è stata proprio la visita insieme ad Angela Merkel dell’ex campo di concentramento nazista dove morirono 56mila persone.
Visita poi per i soldati ospitati nel centro medico di Landstuhl, dove vengono portati i militari americani feriti in Iraq, prima di proseguire alla volta della Francia, dove parteciperà alle cerimonie per il 65mo anniversario dello sbarco di Normandia.
Le parole più significative pronunciate sono state sui rischi legati alle posizioni negazioniste. «Ahmadinejad dovrebbe visitare Buchenwald», è stata infatti l’esortazione di Barack Obama al presidente iraniano, che ieri per l’ennesima volta aveva definito l’Olocausto «un grande inganno». «Non tollero chi nega la storia», ha detto il presidente americano in una intervista rilasciata alla NBC prima di visitare l’ex campo di concetramento nazista il presidente americano.
Il presidente Usa in Germania dopo lo storico discorso del Cairo sui rapporti con l’Islam colloquio con la cancelliera Merkel prima della visita al lager dove ha incontrato Wiesel
Obama a Buchenwald: "Ahmadinejad venga qui"
"Non ho pazienza con chi nega la storia". E sul Medio Oriente: "Soluzione a due Stati"
DRESDA - E’ la Germania la prima tappa europea del viaggio di Barack Obama oltreoceano, dopo il passaggio mediorientale con lo storico discorso tenuto ieri al Cairo, rivolto al mondo islamico. Il presidente americano Barack Obama ha incontrato oggi il cancelliere tedesco Angela Merkel a Dresda. Una giornata densa di significati simbolici, che culmina con la visita al campo di concentramento di Buchenwald, dove Obama incontra il premio Nobel per la pace Elie Wiesel e riprenderà il tema della Shoah. A questo proposito, in un’intervista prima della visita, il presidente ha lanciato una prima stoccata al leader iraniano Ahmadinejad. Alla domanda se il presidente iraniano avesse qualcosa da imparare dalla sua visita, Obama ha risposto: "Dovrebbe venirci di persona. Non ho pazienza per chi nega la storia. E la storia dell’Olocausto non è cosa su cui si possa discutere".
La Merkel si è recata presso l’albergo dove alloggia il capo della Casa Bianca e i due leader hanno poi visitato insieme il Gruenes Gewolbe, nel Castello di Dresda, il museo d’Europa più ricco di tesori. Poi, in una conferenza stampa congiunta, hanno riaffermato che per il Medio Oriente, tema al centro del successivo faccia a faccia dopo il tour di Obama culminato nel discorso del Cairo, c’è bisogno di "una soluzione a due Stati".
Il processo di pace. "Il discorso di Obama è molto importante", ha detto la cancelliera tedesca, Angela Merkel, nel corso della conferenza stampa congiunta con il presidente Usa, riferendosi al discorso del Cairo. Obama ha ribadito che "è adesso il momento" di agire per arrivare a una pace in Medio Oriente "basata sui due Stati", quello israeliano e quello palestinese. E ha aggiunto che con il suo discorso al Cairo gli Usa hanno creato "il clima" e lo spazio per far ripartire i negoziati, ma ora spetta alle parti compiere "scelte difficili" perché l’America non può fare la pace da sola. Merkel ha aggiunto che con l’amministrazione Usa si è creata "un’opportunità unica per far ripartire il processo di pace".
Dialogo con l’Iran. Gli Stati Uniti, ha spiegato il presidente, sono pronti ad avviare "un dialogo serio" con l’Iran che dovrà essere portato avanti in collegamento con il "5+1", il gruppo di mediatori formato dai membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell’Onu più la Germania. "Dobbiamo evitare una corsa agli armamenti in Medio Oriente", ha sottolineato il presidente Usa.
La questione Guantanamo. Il capo della Casa bianca ha parlato anche di Guantanamo, una "questione spinosa" non solo per gli Usa ma "a livello internazionale", per risolvere la quale "ci vorrà del tempo". E ha precisato di non aver chiesto né ricevuto dalla Germania alcun impegno riguardo alla custodia dei detenuti. Ma gli Stati Uniti hanno chiesto all’Ue di "aiutare e lavorare con noi" per arrivare alla chiusura del carcere. Obama ha aggiunto come Guantanamo sia divenuta una "struttura simbolo" che però "non rappresenta le nostre tradizioni, i nostri ideali, il nostro stato di diritto". Merkel ha ricordato come il suo governo sia sempre stato "in favore della chiusura della struttura": "Continueremo a dialogare per cercare una soluzione, sono certa che la troveremo".
Crisi e settore auto. Nel colloquio fra i due leader si è parlato anche di crisi economica "riaffermando la necessità di non accettare il protezionismo", bisogna "garantirci che manterremo aperte le frontiere". Allo stesso tempo Obama - senza fare nomi - ha aggiunto di essere "felice di vedere la soluzione della situazione qui in Germania" del settore automobilistico. "Non è facile aiutare la ristrutturazione del settore" ma "spero che vedremo stabilizzarsi e tornare forti" le industrie interessate. Il capo della Casa Bianca ha detto di aver visto "qualche progresso" nei tentativi di riportare stabilità alla economia mondiale, e di avere concordato con Merkel che occorre "lavorare insieme strettamente" per continuare questi progressi.
La visita a Buchenwald. Il momento di maggior impatto della giornata è stata la visita di Obama al lager nazista di Buchenwald, il più grande campo di concentramento sul suolo tedesco, dove morirono 56mila prigionieri, di cui circa undicimila ebrei, e altre decine di migliaia prigionieri di guerra sovietici e prigionieri politici.
Oltre che dalla Merkel e dal premio Nobel per la pace Elie Wiesel, sopravvissuto all’Olocausto, Obama è stato accompagnato nella visita del campo di concentramento anche da Bertrand Hertz, un altro sopravvissuto ora presidente del Comitato internazionale degli ex internati di Buchenwald-Dora. I quattro hanno deposto una rosa bianca sul monumento che ricorda "tutte le vittime" del campo di sterminio. Obama ha chinato lievemente la testa, in raccoglimento, prima di allontanarsi dal memoriale.
Nel discorso tenuto nel campo, Obama ha ricordato: "L’indignazione per quanto è avvenuto non è diminuita". Parlando accanto alla Merkel, Obama ha ripreso il riferimento al presidente iraniano e ai negazionisti della Shoah, ricordando che "alcuni negano ancora che l’Olocausto sia mai avvenuto", e che "è necessario essere vigili contro la diffusione del male ai nostri tempi". Alla Merkel poi, un particolare omaggio: "Non deve essere facile guardare al proprio passato con tanta chiarezza, e la capacità di far sì che non possa accadere di nuovo". La cancelliera, dal canto suo, rendendo omaggio a tutte le vittime, ha ricordato: "Qui a Buchenwald, vorrei sottolineare un obbligo che ricade su noi tedeschi, come conseguenza del nostro passato: dobbiamo difendere i diritti umani, dobbiamo difendere lo stato di diritto e difendere la democrazia. Dobbiamo combattere contro il terrorismo, l’estremismo e l’antisemitismo. E soltanto con la consapevolezza delle nostre responsabilità potremo lottare per la pace con i nostri amici alleati negli Stati Uniti e nel resto del mondo".
Obama ha proseguito la visita del campo ascoltando le spiegazioni del Nobel Wiesel, il cui padre è morto a Buchenwald tre mesi prima della liberazione del campo nel 1945. Il presidente Usa ha una connessione familiare col campo: il pro-zio materno Charlie Payne, in Europa con le truppe americane, fu tra i liberatori di un campo satellite di Buchenwald. Tornò sconvolto dalla esperienza. L’uomo, che ha 84 anni, vive a Chicago. Non a caso, Merkel ha parlato di un viaggio la cui natura "è altamente simbolica". Infine il capo della Casa Bianca visiterà l’ospedale militare americano di Landstuhl, dove vengono curati soldati feriti provenienti da Iraq e Afghanistan. In serata sarà in Francia, dove domani parteciperà alle celebrazioni per il 65esimo anniversario dello sbarco in Normandia. Il tour si concluderà con un weekend a Parigi.
Negazionismo
Storia e significato di una idea senza fondamento scientifico
Una corrente di pensiero che non ha nulla di "scientifico", come pretende, ma che è invece un’ideologia, meglio una setta religiosa
Il vescovo lefebvriano Williamson riporta d’attualità
le tesi di chi sostiene che la Shoah non ha mai avuto luogo
Gli assassini della memoria che cancellano l’Olocausto
I ripetuti assalti alla verità dei cosiddetti "revisionisti"
hanno dimostrato la necessità di
non permettere che la memoria venga cancellata
di Bernardo Valli (la Repubblica, 03.02.2009)
I sostenitori del negazionismo cercano di dare basi scientifiche alle loro tesi. Perlomeno lo sostengono. Il loro principale obiettivo è di dimostrare che il genocidio degli ebrei non è mai avvenuto. L’Olocausto sarebbe un mito, creato al fine di favorire gli interessi degli ebrei nel mondo, e giustificare la nascita e la difesa di Israele; sarebbe una colossale invenzione tesa a screditare, a demonizzare, la Germania di Hitler.
Oggi le tesi dei negazionisti, dei quali la maggiore espressione è l’Institute for Historical Review, fondato da Dave McCalden (ex membro del National Front) alla fine degli anni Settanta negli Stati Uniti, affermano con argomentazioni variabili secondo i "ricercatori":
1) che non sono mai esistite camere a gas per uccidere gli ebrei e che se sono esistite servivano, stando ad alcuni, per sterminare i pidocchi di cui Auschwitz era infestato;
2) che i nazisti non si proponevano di uccidere gli ebrei, ma semplicemente di rinchiuderli nei campi;
3) che il numero degli ebrei morti durante la Seconda guerra mondiale è di gran lunga inferiore a quanto si denuncia.
Questi, in sintesi, i principi su cui si basa il negazionismo. Ai quali si devono aggiungere molte altre affermazioni più specifiche, o "scientifiche", contenute in una vasta pubblicistica o espresse durante il congresso (o nel periodico) dell’Institute for Historical Review. Cito, a titolo di esempio, soltanto alcuni degli argomenti usati dai negazionisti in testi presentati come saggi di revisionismo storico. Secondo il Leuchter Report l’inesistenza delle camere a gas sarebbe provata dall’assenza di residui di cianuri negli ambienti di Auschwitz- Birkenau destinati allo sterminio. È inoltre impossibile credere, secondo i negazionisti, che gli inservienti, anche se dotati di maschere, potessero entrare subito, come si racconta, nelle camere a gas dove giacevano fino a millecinquecento cadaveri, senza che essi stessi venissero uccisi a loro volta dai miasmi letali. In quanto al cielo di Auschwitz, dalle fotografie aeree fatte dagli americani, non risulterebbe nascosto da una costante nuvola di fumo nero uscito dai forni crematori, come viene descritto. E le immagini dei prigionieri scarnificati, riprese sempre dagli americani? Lo stato di quei prigionieri sarebbe dovuto all’abbandono, senza cibo e medicine, per giorni e giorni, in seguito allo sfaldamento del fronte tedesco. Insomma Auschwitz sarebbe «una truffa».
Non c’è bisogno di sottolineare che, nonostante le pretese, il negazionismo non abbia nulla di scientifico e neppure scalfisca gli studi e le testimonianze dirette sulle tecniche di sterminio nei campi di concentramento nazisti.
Il negazionismo è un’ideologia. Meglio ancora, si è di fronte a una setta religiosa, come diceva lo storico francese Pierre Vidal-Naquet, precisando che si trattava di una setta simile a quella che «Weber opponeva con ragione alla Chiesa». È un’opposizione settaria al culto dominante. Vidal-Naquet ricorse a quella definizione quando si presentò il caso di Roger Garaudy: un professore di filosofia via via convertito al protestantesimo, poi al comunismo (diventando un dirigente del Pcf), poi al cattolicesimo e infine all’islam. Approdato a quest’ultima religione, Garaudy abbracciò e difese pubblicamente le tesi negazioniste, compiendo un’altra tappa nella sua agitata vita spirituale o ideologica. Fu singolare il sostegno, altrettanto pubblico, che gli dette l’Abbé Pierre, considerato da molti francesi un santo vivente. In seguito l’Abbé Pierre si corresse e si capì che il suo era stato un eccessivo e irresponsabile slancio d’amicizia.
Pierre Vidal-Naquet fu uno dei primi ad affrontare i negazionisti (emersi negli anni Settanta) con una serie di articoli raccolti in un libro: Gli assassini della memoria (Viella 2008). Egli rifiutò tuttavia di dibattere faccia a faccia con loro. Non erano interlocutori accettabili.
Specialista dell’antica Grecia e impegnato con passione nel denunciare la tortura durante la guerra d’Algeria, Vidal-Naquet non aggirava i problemi. Come storico e come ebreo scandiva l’atteggiamento verso la Shoah in tre distinti momenti. Alla Liberazione nessuno si era interessato ai deportati ebrei. Si era poi passati a un interesse esclusivo, specifico, per il genocidio di cui erano state le vittime. E c’è stata a questo punto - ed è il terzo momento - una sacralizzazione della Shoah, a suo parere rischiosa: perché la Shoah non deve essere considerata un culto, suscettibile di creare un anti-culto, ossia un’eresia. Né deve essere uno strumento politico. È un genocidio che, insieme agli altri (quello simultaneo degli zingari, quello precedente degli armeni a opera dei turchi, o quello successivo nel Ruanda), deve impegnare gli storici, cui spetta di tener viva la memoria. Vidal-Naquet era contrario alla legge che condanna chi nega i crimini contro l’umanità, perché può far apparire i negazionisti come dei perseguitati. Si può capire, e condividere, il rigore di Vidal-Naquet, quando sottolinea il rischio implicito nella sacralizzazione o nell’uso politico della Shoah, ma è comprensibile, o addirittura inevitabile, che questo avvenga poco più di mezzo secolo dopo, quando i ricordi sono ancora vivi e sono mantenuti tali, anzi sono arroventati, dalla tragedia mediorientale.
I negazionisti vogliono essere considerati dei revisionisti. Una qualifica cui non credo abbiano diritto. Non è revisionista l’intellettuale impegnato a contrastare la realtà, concretamente provata, di un fatto storico, la cui veridicità non richiede supplementi di indagine. Il revisionismo ridefinisce il giudizio su un evento, ne dà un’interpretazione diversa, non ha come fine la sua cancellazione. La storiografia è una continua revisione. Il negazionismo è dettato da un’ideologia.
Per evitare che la scomparsa di testimoni viventi favorisca le tesi negazioniste, Claude Lanzmann ha realizzato con anni di lavoro il suo documentario di nove ore sulla Shoah, basato non sulle immagini ma su una straordinaria e sconvolgente serie di testimonianze dirette, destinate a restare quando si passerà definitivamente dalla memoria alla storia.
Se si scorrono le liste dei partecipanti al congresso dell’Institute for Historical Review si trovano i nomi di Carlo Mattogno, il negazionista italiano più noto, di Bradley Smith, fondatore del CODOH (Comitato per un aperto dibattito sull’Olocausto), di David Irving, autore di Hitler’s War, libro che ha mobilitato tanti tribunali, e di Robert Faurisson, il professore dell’Università di Lione, diventato un autore di riferimento per molti negazionisti. Nel 1992, durante un raduno negazionista in Germania, Irving dichiarò che la camera a gas ricostruita ad Auschwitz era un falso fabbricato dopo la guerra. Nel 2000 il tribunale britannico che trattò la causa per diffamazione intentata da Irving alla storica Deborah Lipstadt, sentenziò che il querelante, ossia Irving, aveva distorto e falsificato l’evidenza storica ed era un antisemita.
Il francese Robert Faurisson usufruì del singolare sostegno di Noam Chomsky, illustre linguista, figlio di un professore di ebraico, intellettuale libertario e nemico di tutti gli imperialisti. Chomsky fece infatti la prefazione al libro di Faurisson (Mémoire en defense contre ceux qui m’ accussent del falsifier l’histoire) in cui si immagina, tra l’altro, una dichiarazione di guerra a Hitler da parte della comunità ebraica mondiale, e dove si dice che Hitler, il quale aveva imposto agli ebrei di portare la stella gialla a partire da sei anni, si preoccupava molto di più della sicurezza dei soldati tedeschi che degli ebrei.
Chomsky precisava nella prefazione di non avere letto il libro, e, in sostanza, di volere soprattutto difendere la libertà d’opinione, quale che sia. Vidal-Naquet scrisse pubblicamente a Noam Chomsky. Gli disse che poteva sostenere il diritto del peggior nemico alla libertà d’opinione, se non domandava la sua morte e quella dei suoi fratelli. Ma che lui, Chomsky, non aveva il diritto di prendere un falsario e di ridipingerlo con i colori della verità. A questo equivaleva infatti la sua prefazione. Più tardi Chomsky non sconfessò quanto aveva scritto, ma l’uso che ne era stato fatto. E chiese che la prefazione non fosse pubblicata. Ma era troppo tardi. Era già in libreria. Pochi mesi dopo Robert Faurisson veniva condannato, per la prima volta, per «contestazione di crimine contro l’umanità».
Lo sterminio senza fine
Perché dicono che la macchina di morte non è esistita
La vera finalità del rifiuto delle prove è
la convinzione che i sopravvissuti non siano credibili,
perché sono ebrei e dunque per natura dicono il falso
di David Bidussa (la Repubblica, 03.02.2009)
Che cosa significa negare un fatto storico? E perché, nello specifico, il negazionismo include una forma di antisemitismo? La prima riguarda la dimensione della morte nei campi; la seconda chiama in causa il giudizio sull’identità dei sopravvissuti.
Di che si discute quando qualcuno afferma che non sono esistite le camera a gas e che, più in generale, quei morti "non sono morti"? Consideriamo i numeri (un dato che costituisce un’ossessione per i negazionisti). I numeri dello sterminio riferiti ad Auschwitz sono stati riepilogati da Jean-Claude Pressac nel suo libro Le macchine dello sterminio (Feltrinelli 1994).
Questi i numeri che Pressac riporta: ebrei gasati non iscritti, da 470 mila a 550 mila (l’oscillazione riguarda il numero complessivo degli ebrei ungheresi gasati); corrispondono ai deportati trasportati ad Auschwitz e selezionati già sulla rampa di arrivo; detenuti iscritti deceduti (ebrei e non ebrei) 126 mila: ovvero quelli sopravvissuti alla prima selezione sulla rampa e poi, gasati per malattia, debilitamento...; prigionieri di guerra sovietici, 15 mila; diversi (di cui soprattutto zingari), 20 mila.
Complessivamente dunque stiamo parlando di una quantità di persone gasate tra i 631 mila e i 711 mila. Nessuno di questi numeri è stato contestato dai negazionisti. Nessuno di loro ha mai risposto a Pressac. Questa cosa non fa pensare?
Ma la retorica negazionista non riguarda solo i numeri. La ricostruzione storica di un fatto, non è mai fondata su un solo documento o su un corpo di documenti limitati a un punto. Indagare un fatto implica assumere l’intera filiera all’interno del quale si colloca. La storia non è mai l’astrazione di un particolare. La storia si studia solo assumendola "a parte intera".
E dunque ai dati forniti da Pressac, vanno aggiunti: i deportati sterminati in tutti gli altri campi (di sterminio, Treblinka, Majdanek, Sobibor, per esempio; o di concentramento: Dachau, Mauthausen...); quelli che vengono catturati, rinchiusi nei campi di transito, e che lì muoiono; quelli che sono trasportati in vagone e muoiono nel viaggio; tutti coloro che sono uccisi prima della scena del campo di sterminio: per esempio i fucilati nell’estate 1941, durante l’occupazione militare in Unione sovietica e quelli uccisi dai reparti di polizia speciale (per esempio i 260 mila sterminati in Polonia tra il 1940 e il 1944 dal Battaglione 101 come racconta Christopher Browning nel suo Uomini comuni, Einaudi).
Negare le camere a gas, dunque, è funzionale a un obiettivo concreto: dichiarare che quella macchina complessiva di morte non sia mai esistita.
Nello sterminio non c’è una parte per il tutto, c’è il tutto. E proprio con quel pacchetto complessivo si tratta di confrontarsi. Il primo atto del negazionismo è preliminare alla sua affermazione sulle camere a gas.
Consiste nell’eliminare tutti i particolari e tutte le componenti che renderebbero insostenibile la tesi finale. La macchina dello sterminio nazista non è la camera a gas. Quello è il livello ultimo di un lungo percorso. All’interno di ciascun passaggio si uccidono individui, si sterminano interi gruppi famigliari o intere comunità locali. Lo sterminio preesiste alle camere a gas.
Quella retorica tuttavia non si limita a negare un fatto provato. Infatti essa contesta non solo le prove, ma le testimonianze di chi sostiene l’esistenza nelle forme e nei modi dello sterminio. Anzi il vero obiettivo del rifiuto delle prove è la convinzione che i sopravvissuti non abbiano diritto di parola. Quel diritto non viene riconosciuto ai sopravvissuti perché la loro natura - e non la loro esperienza - li rende incredibili. Secondo i negazionisti, infatti, essi non sono credibili e non devono essere creduti non perché ciò che dicono si sarebbe dimostrato fondatamente falso, ma perché la loro identità ebraica li qualifica come pericolosi sovvertitori dell’ordine e perché la loro natura li rende "perfidi". Credereste mai ai nemici irriducibili? Alla fine, dunque, per i negazionisti quei testimoni sono non credibili perché sono ebrei e dunque per natura, raccontano il falso e lo raccontano perché il loro obiettivo sarebbe la conquista fraudolenta del potere.
Lungi da non essere mai avvenuto, lo sterminio per i negazionisti non è mai finito. È ideologicamente giustificato perché si basa sull’adesione all’ideologia che l’ha predicato e poi praticato. Alla fine lo si nega, per poter avere l’opportunità di completarlo.
Religione millenaria
Le radici di un odio
La religione millenaria dell’antigiudaismo oggi
rialza la testa e riunisce davanti alle bandiere
bruciate giovani di destra e di sinistra
Il peso della tradizione nelle posizioni del Vaticano
di Adriano Prosperi (la Repubblica, 03.02.2009)
La millenaria religione dell’antigiudaismo, la madre ormai riconosciuta dell’antisemitismo moderno, dà segni di ripresa davanti a quell’annebbiamento della memoria che sta seppellendo le vittime della Shoah e il senso di colpa dell’Occidente cristiano. Oggi i movimenti giovanili di estrema sinistra si incontrano con quelli di estrema destra sulle piazze dove bruciano i vessilli con la stella di David e davanti alle sinagoghe imbrattate di una vernice rossa che chiede ancora l’antico sacrificio del sangue ebraico.
Di fronte a questo ritorno di fiamma antisemita è opportuno comprenderne, non tanto o non solo le ragioni che attraversano la società civile, quanto quelle che si riscontrano all’interno della chiesa.
Cos’è infatti la negazione dell’Olocausto da parte del vescovo "lefebvriano" Richardson se non anche la manifestazione indiretta di un problema che ha coinvolto e continua a coinvolgere la parte più tradizionale del clero?
La gerarchia ha comunque le sue esigenze che la democrazia non può comprendere. L’emergere dell’aggettivo "ecclesiale" a fianco e in sempre più evidente contrasto con l’antico aggettivo «ecclesiastico» e la loro lotta per affiancare in modo esclusivo il sostantivo "Chiesa" sono stati i segni che anche il più distratto degli osservatori ha potuto cogliere nei decenni scorsi, intorno al concilio e subito dopo: in questo problema di linguaggio si è resa evidente la tensione fra il momento comunitario e creativo dal basso della vita religiosa cristiana e il momento gerarchico e autoritario di un corpo dove la proprietà esclusiva della parola e il controllo del messaggio sono "ab antiquo" il monopolio dell’autorità ecclesiastica.
Per questo la soluzione del problema dello scisma lefebvriano appare complicata e non vicina. Coinvolge in prima istanza la sorte del concilio Vaticano II. L’"aggiornamento" conciliare dette voce alla necessità di un corpo sacrale arroccato nella immobilità della tradizione di aprirsi a un mondo moderno lungamente considerato come una realtà da tenere lontana se non da maledire nel suo complesso.
A chi guardi questa vicenda dall’esterno si offrono poi altri motivi di riflessione e di preoccupazione: la situazione attuale dei rapporti col mondo mussulmano offre una insperata occasione di riscossa alla religione dei crocifissi sanguinanti e delle crociate contro i mussulmani in nome della quale monsignor Lefebvre continuò fino alla fine a promuovere in Vaticano il riconoscimento di quelle santità mistiche e antimoderne sorte nelle province più chiuse della Francia reazionaria negli anni della Comune e della Grande Guerra.
Gherush92 Comitato per i Diritti Umani
CONGRATULAZIONI AI MAESTRI DI PERSUASIONE!
(per chi ancora ci vuole credere)
Abili, ingegnosi, geniali, spiazzanti, perspicaci e intraprendenti.
Ogni gesto è piena dimostrazione e prova della capacità di convincere e persuadere. Sono protagonisti, interpreti geniali, artisti incommensurabili. Creano e disfano, tessono e intrecciano, montano e ricompongono una storia lunga 20 secoli.
Ogni volta la manovra è calcolata: l’azione, le reazioni, le conclusioni finali. Onore ai persecutori. Sono innumerevoli gli esempi, citiamo solo l’ultimo per rendere chiaro il procedimento, lo svolgersi delle cause e delle conseguenze del gesto.
A due giorni dalla Giornata della Memoria assistiamo alla revoca della scomunica dei vescovi lefrebvriani. Fra questi l’antisemita Williamson, noto negazionista della Shoah, coadiuvato da “padre” Floriano Abrahamowicz. Questa azione provoca ad arte indignazione in tutto il mondo. Alla ovvia richiesta di una presa di posizione chiara e netta la risposta non è la cancellazione dell’azione “involontariamente” (il papa non sapeva del negazionismo di Williamson, sostengono scioccamente alcuni) intrapresa con un’altra equivalente e contraria (per es. il ritiro della revoca), bensì una dichiarazione generica di fratellanza che nasconde le responsabilità, dirette o indirette, del cristianesimo nella Shoah e nell’antisemitismo.
Dalla dichiarazione di fratellanza emerge tutto e il contrario di tutto: dall’ antisemitismo al “fratelli maggiori”, dal negazionismo al riconoscimento della Shoah. Non è altro che l’arte di manipolare le genti con un guazzabuglio di cose dette e non dette, che spinge verso l’inquinamento delle prove e la ricerca continua della conversione. Il tutto senza assumere mai una responsabilità diretta.
Ci si accontenta, dunque, di una generica indignazione, di una generica dichiarazione di fratellanza simulata per un gesto di misericordia verso i vescovi lefrebvriani, e questo mette tutto a posto, fino al prossimo passo, la prossima manovra. Né l’indignazione né l’irritazione scalfiscono infatti il significato e la portata manipolatrice ed evangelizzatrice dell’intera operazione.
Ci sembra evidente che tale metodo mistificatorio, che prevede un’azione offensiva e una successiva dichiarazione paternalistica rassicurante, non potrà nascondere la portata antisemita della beatificazione di Pio XII, il papa della Shoah.
In tutto ciò dov’è il dialogo tanto osannato e ricercato fino all’umiliazione ?
Il negazionismo e la sua riabilitazione non sono dialogo, non sono generici atti di fratellanza, non sono una semplice opinione. Il negazionismo e la sua riabilitazione sono una teoria scientifica, ben articolata, radicata in ambienti cattolici e cristiani, sempre in espansione. L’indignazione del momento, pur comprensibile, non risolve il problema, non ne dà una valutazione organica e risolutiva e non ha conseguenze sulle decisioni prese, che conservano sempre un carattere di irreversibilità.
Al di là di tutto l’azione di riabilitare un antisemita rimane un’azione antisemita. Le chiacchiere di contorno non servono, in particolare non servono a cancellare l’azione antisemita.
Noi chiediamo che l’atto di riabilitazione di Williamson, rappresentante antisemita del cristianesimo, venga ritirato senz’altro. Questo è l’unico modo per confrontarsi in modo corretto e fattivo. In alternativa, che la polemica non si esaurisca nello squallore del cosiddetto dialogo.
Questa azione può avere come conseguenza la riduzione della sicurezza dei cittadini ebrei in Europa. Noi riteniamo, pertanto, che in questa azione si possa ravvisare apologia di reato e di violazione di diritti umani e che debba essere denunciata al Consiglio per i Diritti Umani dell’ONU e della UE.
Gherush92 Comitato per i Diritti Umani
gherush92@gherush92.com
Al Quirinale consegna delle medaglie agli ex deportati o agli eredi
Incontri, proiezioni, letture, iniziative e manifestazioni in tutta Italia
27 gennaio, una Giornata per non dimenticare
Viaggi della memoria ad Auschwitz e Birkenau
Un giovane palestinese sul treno da Firenze: "L’uomo da quegli orrori non ha imparato"
di RITA CELI *
ROMA - Il 27 gennaio di 64 anni fa le avanguardie dell’Armata Rossa aprivano i cancelli di Auschwitz, liberando i pochi superstiti e mostrando al mondo gli orrori di un lager dove erano stati sterminati un milione e mezzo di ebrei, zingari, omosessuali, oppositori politici e prigionieri di guerra. Per non dimenticare la Shoah e le vittime innocenti uccise ad Auschwitz e negli altri campi di concentramento domani, 27 gennaio, sarà celebrata la Giornata della memoria, istituita nel 2000 per ricordare - soprattutto ai giovani - i milioni di uomini, donne e bambini messi a morte dai nazisti. Numerose le iniziative, a cominciare dalla consegna al Quirinale delle medaglie agli ex deportati o agli eredi, per proseguire nel corso della giornata con concerti, proiezioni, testimonianze, conferenze, letture e manifestazioni in tutta Italia.
Quirinale, medaglie a ex deportati. Una cerimonia solenne al Quirinale apre la Giornata della memoria. Il sottosegretario Gianni Letta, a nome del governo, consegnerà medaglie d’onore ad alcuni ex deportati civili e militari che furono internati nei lager nazisti o ai loro eredi per onorare i sopravvissuti e le vittime di un dramma che coinvolse centinaia di migliaia di italiani (40mila civili e 650mila militari deportati: nove su dieci non fecero ritorno, 50mila i soldati uccisi nei campi di sterminio). Cerimonie analoghe si svolgeranno contemporaneamente in diverse città alla presenza delle autorità locali.
Convegno alla Camera. Alle 15 nella Sala della Lupa di Montecitorio si terrà il convegno "Memoria: dalle testimonianze dirette al museo della Shoah", aperto dal presidente della Camera, Gianfranco Fini. Interverranno: Gianni Alemanno, Piero Marrazzo, Nicola Zingaretti, Walter Veltroni, Renzo Gattegna, Leone Paserman, Goti Bauer, Marcello Pezzetti, Luca Zevi, Giorgio Maria Tamburini. Il convegno sarà anche l’occasione per presentare il progetto del Museo nazionale della Shoah, sulla via Nomentana a Roma, la cui inaugurazione è prevista per il 2011.
Il viaggio in treno da Milano. Oltre 900 giovani delle scuole superiori di Milano e della Lombardia hanno affrontato il lungo viaggio in treno dalla stazione Centrale di Milano fino a quella di Auschwitz. I ragazzi arrivati a destinazione sono rimasti in silenzio di fronte all’atrocità evocata dalla scritta "Arbeit Macht Frei" (il lavoro rende liberi) che ancora campeggia sul cancello d’ingresso del campo di sterminio nazista. Orrore amplificato davanti alle camere a gas, agli oggetti delle vittime, ai nomi e dopo la visita a Birkenau, dove i quattro forni crematori hanno funzionato a pieno ritmo fino agli ultimi giorni della guerra.
Sul treno anche gli studenti di Parma. Su uno dei due treni della memoria partiti da Milano, organizzati da Cgil, Cisl e dalla Provincia di Milano, tra gli oltre 1200 passeggeri sulla via per Auschwitz - tra cui 300 lavoratori e pensionati - anche un gruppo di studenti di Parma che hanno affidato a Parma-Repubblica.it il loro diario di viaggio corredato di foto e racconti. Un viaggio collettivo verso i campi di sterminio, dove sono previste visite, cerimonie, confronti organizzati con l’obiettivo di "formare nuovi testimoni".
Arabi e cristiani in viaggio da Firenze. Un treno della memoria è partito anche da Firenze, organizzato dalla Regione Toscana, con a bordo 800 persone tra studenti delle scuole superiori e giovani di diversi paesi che frequentano le università toscane. Una ragazza marocchina con il chador, un palestinese che studia a Firenze per diventare artista nella sua terra, un esponente della comunità rom. "Questo viaggio è importante per conoscere dal vivo i luoghi dove l’uomo ha commesso orrori, ma sono consapevole che l’uomo da quegli orrori non ha imparato" commenta Remzt, 22 anni, palestinese della città vecchia di Gerusalemme.
Gli appuntamenti in tv. Numerose le occasioni per ricordare la Giornata della memoria sul piccolo schermo, a cominciare da RaiTre che domani alle 11 trasmette in diretta la cerimonia dal salone dei Corazzieri del Quirinale. Questa sera Retequattro alle 23.20 propone il film tv Il processo di Norimberga. Sempre su RaiTre, questa sera a mezzanotte Linea notte ospiterà Anna Foam, autrice del libro Diaspora, storia degli ebrei nel ’900. Domani si comincia alle 8.05, ancora su RaiTre, con la seconda puntata de La storia siamo noi, dal titolo La soluzione finale, alla ricerca delle radici ideologiche e politiche della Shoah (mercoledì la terza parte). Sempre sulla terza rete Rai alle 13.10 va in onda Un treno per Auschwitz, il documentario di Carlo Lucarelli e Paola De Martiis dedicato al viaggio in treno di 600 studenti da Carpi al lager. RaiUno alle 14.10 ripropone la fiction Exodus - Il sogno di Ada, protagonista Monica Guerritore, dedicata alla storia di Ada Sereni che ha dedicato la sua vita a organizzare l’espatrio di migliaia di ebrei verso la Palestina. Nell’arco della giornata Rainews 24 propone interviste a scrittori, storici, testimoni, sopravvissuti e l’inchiesta esclusiva Bombardate Auschwitz: l’ordine che non fu dato. Sempre domani Retequattro trasmette alle 21.10 Il pianista, il film di Roman Polanski con Adrien Brody, il musicista la cui vita fu sconvolta dalla guerra e dall’invasione nazista. Sky Cinema 1, invece, ricorda lo sterminio trasmettendo in esclusiva alle 21 il film Il diario di Anna Frank, una recente trasposizione del celebre diario.
Roma, le iniziative alla Casa della memoria. Proiezioni di film, documentari, testimonianze e interviste, conferenze, letture e presentazioni di libri organizzati alla Casa della memoria e della storia, a Roma. Domani dalle 11 alle 24 nel locale Qube, appuntamento con La memoria degli altri - Il giallo e il rosa. Shoah e Homocaust, due genetiche per uno sterminio, evento ideato da Davide Pavoncello per ricordare le discriminazioni e persecuzioni che ebrei e omosessuali subirono durante il nazismo. Al Complesso del Vittoriano alle 17 il ministro per i Beni e le attività culturali, Sandro Bondi, interverrà all’iniziativa promossa dal suo ministero che prevede lettura di brani sulla Shoah da parte di alcuni studenti delle scuole medie superiori, con l’intervento di Paola Pitagora, e la presentazione del volume Il libro della Shoah italiana di Marcello Pezzetti, coordinata da Bruno Vespa con gli interventi dell’autore, del ministro Bondi e di quello dell’Istruzione, Mariastella Gelmini, del sottosegretario Carlo Giovanardi e dei rappresentanti delle comunità ebraiche italiane.
Venezia, un mese per non dimenticare. Anche quest’anno Venezia celebra la ricorrenza della Giornata della memoria scegliendo di promuovere molteplici appuntamenti distribuiti nell’arco di un mese, sostenendo occasioni di approfondimento culturale e iniziative d’arte e spettacolo sensibili ai valori di una "memoria condivisa" da non rimuovere, specie nei suoi capitoli meno conosciuti come la persecuzione nazista dei disabili, degli zingari, degli omosessuali e degli oppositori politici. Spicca la presenza di Moni Ovadia, che ha dato il via a una serie di eventi al teatro Goldoni tra cui la prima del suo ultimo lavoro teatrale Senza confini, ebrei e zingari. Tra le iniziative più toccanti la Fiaccolata delle memoria, la silenziosa marcia che partirà domani da Chirignago, in terra ferma, e sarà accompagnata dalle testimonianze di coloro che allo sterminio nazista sono sopravvissuti.
Cuneo, Bob Geldof in concerto. Incontri culturali, momenti di confronto e di riflessione a Cuneo. Nella mattinata di martedì, alle 12, in prefettura consegna delle medaglie d’onore ai deportati nei lager nazisti. Alle 16.30 dalla sinagoga di Contrada Mondovì partirà un trekking della memoria, con tappe al monumento alla Resistenza, al santuario degli Angeli e poi a Borgo San Dalmazzo dove centinaia di lumini ricordano le vittime della Shoah al Memoriale della deportazione, nei pressi della stazione ferroviaria. Alle 21 al teatro Toselli l’ottava edizione del Concerto della memoria con Bob Geldof, artista già candidato al premio Nobel per la pace e organizzatore di grandi eventi mondiali come il Live Aid e il Live 8.
Trieste ricorda dalla Risiera di San Sabba. A Trieste la giornata del 27 gennaio si apre alle 9.30 con la marcia silenziosa degli ex deportati dalle carceri del Coroneo alla Stazione centrale, dove sarà deposta una corona del Comune a ricordo della partenza dei convogli verso i campi nazisti. Alle 11 alla Risiera di San Sabba, unico campo di sterminio sul territorio italiano, si svolgerà la cerimonia solenne mentre tre esposizioni approfondiranno le storie legate alle deportazioni nazifasciste: le opere di Mario Moretti, militare italiano deportato dal 1943 al 1945 in Polonia e Germania, una mostra sulla persecuzione degli ebrei in Italia e una sul diario di Nicolò Chiucchi, cittadino istriano deportato a Dachau.
In Toscana spettacoli e riflessioni. Un nuovo museo per la documentazione, canti sacri, spettacoli teatrali e momenti di riflessione sono le iniziative organizzate in Toscana. A Prato domani sera è in programma nella chiesa di Lammari a Capannori il concerto di Antonella Ruggiero dedicato alla musica ebraica. Massa celebrerà il giorno della memoria con una seduta solenne del Consiglio Regionale nel Palazzo Ducale. Le scuole di Chiusi (Siena) saranno invece coinvolte in incontri con un sopravvissuto di un lager, Bruno Toppi, e assisteranno anche alla proiezione del film Il bambino col pigiama a righe. A Firenze il tradizionale concerto del 27 gennaio organizzato dal Maggio Musicale fiorentino sarà dedicato quest’anno alla "notte dei cristalli". Durante il concerto, in programma al Piccolo teatro del Maggio, saranno proiettati filmati e foto d’epoca con l’obiettivo di proporre una riflessione sul tema.
Bologna, teatro e commemorazioni. Deposizioni di corone, incontri musicali, tavole rotonde, spettacoli teatrali e consigli congiunti di Comuni e Province sono in programma in tutta l’Emilia Romagna. A Bologna le celebrazioni si aprono al Museo ebraico con l’inaugurazione della mostra Carlo Levi - Il prezzo della libertà. Al quartiere San Donato, invece, andranno in scena gli spettacoli teatrali ispirati al saggio di Hannah Arendt La banalità del male replicati nei licei Copernico, Minghetti e Galvani. Martedì saranno deposte delle corone davanti alle lapide presso lo stadio Dall’Ara in memoria di Arpad Weisz, atleta ebreo morto ad Auschwitz che fu allenatore del Bologna negli anni Trenta, al monumento dei martiti in piazza Nettuno, al cippo dei caduti in Certosa, alla lapide davanti alla Sinagoga e ai monumenti ai deportati omosessuali e zingari, uccisi dai nazi-fascisti.
Genova ricorda vittime omosessuali. In occasione della Giornata della memoria il programma di iniziative del Comitato Genova Pride presenta nella sala espositiva della Regione Liguria la mostra interattiva Omocausto, organizzata dal Gruppo Giovani del comitato Arcigay L’Approdo.
Le iniziative in Puglia. Numerose le iniziative in Puglia, a cominciare dalla consegna, domani mattina in prefettura a Bari, delle medaglie d’onore ai cittadini italiani, civili e militari, deportati e internati nei lager nazisti. Il Piccinniensemble con la direzione del maestro Valfrido Ferrari, terrà un concerto a Santeramo in colle. A Foggia la Città del cinema ha curato la proiezione, domani mattina, del film Il bambino con il pigiama a righe di Mark Herman.
L’università della Calabria. "Toccare, vedere, sentire: comprendere l’altro", questo il tema scelto dall’Università della Calabria con un nutrito programma di iniziative organizzate con il Conservatorio Giacomantonio di Cosenza, con la fondazione Ferramonti che prevede una visita al Campo di concentramento di Tarsia, e con il Movimento delle donne e l’Arcigay.
* la Repubblica, 26 gennaio 2009 - ripresa parziale.
Dura presa di poszione del presidente dell’Unione delle comunità italiane Renzo Gattegna
"Ci auguriamo che prenda una decisione sul vescovo antisemita"
Gli ebrei: "Infame negare la Shoah
la Chiesa deve intervenire" *
ROMA - La remissione della scomunica dei vescovi lefebvriani "è una questione che deve essere tenuta separata dalle opinioni storiche. La prima è un fatto interno alla chiesa su cui non abbiamo niente da dire, sulle tesi negazioniste, invece, abbiamo molto da dire perchè sono un’infamia". Il presidente dell’Unione delle comunità ebraiche italiane Renzo Gattegna torna sulla polemica tra Vaticano e mondo ebraico suscitata dalla decisione di Papa Benedetto xvi di riabilitare quattro vescovi lefebvriani. Nei giorni scorsi la comunità ebraica aveva parlato di una Chiesa "contaminata" da affermazioni antisemite, oggi Gattegna rincara la dose e chiede una esplicità presa di distanza del Vaticano dalle parole di monsignor Williamson (uno dei riabilitati) che ha sostenuto tesi negazioniste sulla Shoah.
"In questo momento - spiega Gattegna - siamo attenti osservatori delle decisioni che la chiesa prenderà in merito a chi sostiene tesi negazioniste. Ci auguriamo che ci sia una smentita di queste tesi che chiarisca ogni dubbio a riguardo".
Critico anche il presidente della comunità ebraica di Milano, Leone Soued. "Il ritiro della sua scomunica - dice Soued - porta a un momento di riflessione ma la Chiesa ha immediatamente chiarito che è un reintegro soltanto nella sua veste religiosa e non tanto con riguardo alle sue idee personali, prima fra tutte la negazione della Shoah". La decisione, comunque, "deve portare - sottolinea Soued - a una profonda riflessione nei rapporti con la Chiesa, che ultimamente sono stati difficili ma devono assolutamente continuare".
* la Repubblica, 26 gennaio 2009
Le radici dell’ Olocausto
di SUSANNA NIRENSTEIN (la Repubblica, 26.01.2009)
Una genealogia della Shoah. La traccia arditamente Georges Bensoussan nel suo Genocidio. Una passione europea (Marsilio, pagg. 388, euro 21), individuando i semi già attivi nell’Ottocento e nel Settecento, i secoli della ragione e del progresso, da cui è nata la pianta totalitaria e omicida del Novecento. Un’operazione complessa, anche se lui stesso avverte, riprendendo un proverbio cinese, come «conoscere la fine non aiuti a comprendere l’inizio». Ma troppo grande è lo sconcerto per la distruzione degli ebrei nel cuore del mondo occidentale e questa opera di archeologia alla ricerca delle fonti della barbarie è generosa e piena di spunti.
Andando a ritroso dunque, tre sono i filoni che lo storico delle idee, già autore di un monumentale lavoro sul sionismo a cui è stato conferito a Parigi il "Prix Mémoire de la Shoah", segnala ed esplora: la natura di guerra totale del primo conflitto mondiale, concepita dai suoi protagonisti, primi fra tutti i tedeschi - ma non solo -, come una via per "l’igiene del mondo" da percorrere attraverso tutti i mezzi possibili (la Germania vi introdusse gas, campi di concentramento dove affamare e picchiare i prigionieri, utilizzo dei cadaveri per riempire i fossati...).
Una visione, argomenta Bensoussan, resa possibile (e qui andiamo di nuovo all’indietro) dal darwinismo sociale sviluppato nell’XIX secolo che indica via via classi, gruppi (i malati), popoli, razze inferiori che devono soccombere: teorie nate all’interno dell’anti-illuminismo da cui derivano in generale un colonialismo predatore e razzista (vedi la soppressione degli Herrero, piuttosto che degli armeni), l’eugenetica della sterilizzazione dei malati gravi (già votata ad esempio nella Repubblica di Weimar).
L’antisemitismo infine: che Bensoussan giustamente associa all’antigiudaismo coltivato e agito secolarmente dalle Chiese cattolica e protestante, radicato sì nell’idea del "popolo deicida" ma, fin dalla fine del I millennio, evoluto in una dimensione razziale come dimostra l’ossessione per la purezza del sangue che perseguitò gli ebrei anche se convertiti.
Monsieur Bensoussan, dunque per lei esiste una sorta di gestazione unica, intellettuale ma non solo, dello sterminio biologico degli ebrei d’Europa. È così?
«No, non esiste una causalità lineare che conduca alla Shoah. Non esistono delle "cause". Ma un terreno culturale che prepara gli intelletti e li condiziona».
La prima matrice del "disastro" è la Prima Guerra Mondiale, ma non tanto per il risentimento e la sete di riparazione che lasciò in Germania, quanto per come venne concepita e condotta.
«Fu una tappa verso la guerra totale che non distinse tra militari e civili. Questa concezione del conflitto come "igiene del mondo" si coniugava con il sogno di un’umanità sottomessa unicamente alle leggi della scienza. Non fu appannaggio della sola Germania che però, per prima in Europa, ha introdotto alcune forme di annientamento totale. Ed è sempre la Germania che fin dal 1925 ha accolto l’insegnamento dell’igiene razziale nelle università tedesche»
La Germania durante la Prima Guerra concepì già l’Europa orientale come il suo "spazio vitale", il lebensbraun nazista, abitato solo da barbari e primitivi?
«Da tempo la Germania, attraverso le Leghe pangermaniste nate alla fine del XIX sec., pensava l’Est come un suo spazio naturale di espansione. Il disprezzo verso gli slavi era radicato. Allo scoppio del conflitto lo sguardo dei tedeschi su di loro è come quello del colonizzatore bianco che sbarca in Africa. Slavi ed ebrei gli appaiono popoli degenerati. Gli ebrei, per di più, vengono percepiti come pericolosi, specie dopo l’enorme flusso migratorio che li aveva condotti in Germania e Austria nell’ultima parte dell’Ottocento».
Nel riavvolgimento di questo nastro dell’orrore, lei rammenta lo sterminio degli Herrero (nelle colonie africane tedesche), ma più in generale il capitolo del colonialismo come un’altra tappa verso la concezione dell’esistenza di sotto uomini la cui vita non aveva alcun valore. E parla molto della responsabilità del darwinismo sociale. Ci può spiegare meglio?
«Ci fu un uso distorto della scienza. I successi ottenuti dalla biologia non furono sinonimi della costituzione del biopotere che considera l’uomo innanzitutto un essere vivente e non pensante, segnando così la fine della sua centralità. Anche se il darwinismo sociale e razziale ha impregnato i paesi sviluppati di quest’epoca, solo alcuni di loro hanno spazzato via le barriere etiche che fondano la nostra civiltà».
Al di là dei principi di selezione e sterminio che presero piede in Europa tra Ottocento e Novecento, cosa scattò perché questi divenissero realtà massificata, Shoah?
«L’idea di selezione, ovvero di sterminio, è all’origine di un razzismo moderno che si basa su studi scientifici distorti. Quest’idea è inseparabile dall’Europa della rivoluzione urbana e industriale e del colonialismo che rimette in discussione l’eredità biblica e dell’Illuminismo per giustificare la sua impresa di dominio. Se si dimentica questa realtà, il trionfo del nazismo appare come un incidente incomprensibile. Come un sotto prodotto del periodo 1914-1918, della pace di Versailles o della Depressione. Una spiegazione davvero riduttiva anche se quei fatti storici hanno contribuito a tessere il dramma. Ma senza quel contesto anti-illuministico che in Germania assunse una forma più violenta che altrove, senza il movimento völkisch, il pangermanesimo, il luteranesimo non si capirebbe Hitler. E nemmeno senza lo studio della tradizione di obbedienza all’autorità, qualunque essa sia, o delle strutture del potere e della famiglia che caratterizzano la società tedesca. Nessuna spiegazione vale senza genealogia, che non costituisce da sola una interpretazione: perché il nazismo resta una rottura nella tradizione politica dell’Occidente. Fare l’archeologia del disastro non deve nascondere questa verità».
Dal Settecento all’anno Mille e prima, sono le Chiese a portare lo stendardo della demonizzazione di ebrei, omosessuali, streghe...
«Ogni piccolo europeo si è nutrito fin dalla più tenera età di un antigiudaismo dottrinario che si è depositato strato dopo strato negli intelletti. Un gruppo esiste solo a condizione di espellere da sé il proprio odio per proiettarli su un gruppo-vittima. I lebbrosi, gli ebrei, i devianti sessuali e le donne, costituiscono delle declinazioni di un’identica cultura del diavolo».
C’è differenza tra antigiudaismo e antisemitismo?
«Il termine antisemitismo fu coniato nel 1879 in Germania, e lascia intendere che esista una razza semita, quando invece esistono solo delle lingue semitiche. È una versione secolarizzata della giudeofobia. L’antisemita cammina nel solco della tradizione antiebraica della Chiesa, dalla quale si discosta appena. Se il rigetto basato sulla fede lascia una porta aperta all’ebreo perseguitato, il rifiuto basato sulla razza chiude tutte le vie d’uscita. Il sangue non si può cambiare. Rimane il fatto che dal XV secolo, la tradizione spagnola, l’interrogativo sull’ascendenza famigliare del convertito costituisce il primo passo verso il razzismo moderno».
Perché la teoria cospirativa che ha perseguitato l’ebreo europeo oggi è passata, più o meno tale e quale, nel mondo islamico?
«Numerosi modelli anti-ebraici propri del mondo cristiano sono passati oggi al mondo musulmano che nel XIX secolo ignorava l’accusa del crimine rituale, dell’avvelenamento dell’acqua, del complotto. Sono stati introdotti dalle congregazioni cristiane, e infatti allora erano gli arabi cristiani i più ostili agli ebrei. Ma le frustrazioni e i risentimenti che i paesi arabi islamici svilupperanno nei confronti del mondo occidentale nel XX secolo favoriscono la cristallizzazione di un potente antisemitismo. L’assenza di una rivoluzione illuministica, in grado di cambiare le mentalità che continua a ignorare la secolarizzazione e la laicità, rafforzata da un sentimento di umiliazione di una cultura a lungo dominatrice, sono elementi che spingono a non sopportare l’idea che l’"ebreo", creatura disprezzata, si emancipi dalla condizione di dhimmi, inferiore, a cui era relegato negli stati musulmani. La sua "uguaglianza" è vissuta come un’arroganza insopportabile. Il sionismo e Israele verranno a sovrapporsi a questo sentimento di umiliazione, dando il colpo di grazia a questo ethos dominatore. Così come l’hitlerismo aveva fatto dell’ebreo lo specchio dello smarrimento esistenziale dello spirito tedesco, e al contempo l’opposto della propria identità, il musulmano di oggi ha bisogno di Israele per esprimere le proprie contraddizioni verso il mondo moderno».
Quanto è pericoloso tutto questo?
«La letteratura politica di quel mondo, penso a Hamas e Hezbollah in particolare, all’Iran, è un incitamento al genocidio. Se preferiamo dar retta a quel potente bisogno che ha l’essere umano di essere rassicurato, ci si può persuadere che "tanto le cose finiranno per sistemarsi". Ma la storia è tragica e radicale».
Le voci dalla memoria
Le iniziative per il 27 gennaio,
Giornata del Ricordo della Shoah
di Gian Guido Vecchi (Corriere della Sera 18.01.2009)
Furono novemila gli ebrei italiani deportati nei campi di concentramento, quasi tutti ad Auschwitz-Birkenau. Per 15 anni lo storico Marcello Pezzetti è andato alla ricerca degli ultimi sopravvissuti e li ha convinti a ridestare nella loro mente le immagini di un viaggio agghiacciante: 105 testimonianze in presa diretta, delle quali ha lasciato intatto il sapore dialettale della gente comune e perfino alcuni accenti ironici paradossali. Ne è venuto fuori un libro, edito da Einaudi, unico nel suo genere che rende ancor più sconvolgente la realtà dell’Olocausto. Eccone alcuni stralci.
Marcello Pezzetti s’accende una sigaretta e mostra la scatola dei cerini, «non uso accendini né altro, porto sempre con me questi, e sa perché? Per Martino Godelli. Lui lavorava alla Rampa di Auschwitz-Birkenau, dove si fermavano i vagoni e avveniva la selezione verso il gas e i crematori: la Shoah è là». Sfoglia rapidamente le pagine, «ecco cosa dice Godelli: "Sapevo quando era un trasporto italiano, perché vedevo i cerini per terra. I cerini ce li hanno solo gli italiani, non esistono in nessun’altra parte del mondo. Allora mi allontanavo...”».
Bisogna vederlo, Marcello Pezzetti, mentre alza lo sguardo dal libro cui ha dedicato quindici anni e centocinque interviste, «Il libro della Shoah italiana», le lacrime agli occhi. È forse il massimo esperto al mondo di Auschwitz, storico del centro di documentazione ebraica contemporanea di Milano (Cdec), tra l’altro insegna al Master di Roma Tre e allo Yad Vashem, è stato consulente di Spielberg e Benigni, è direttore del museo della Shoah che si sta costituendo a Roma, è autore con Liliana Picciotto del film «Memoria», nel ’99 ha scoperto la prima camera a gas nazista dove sorgeva una villetta di contadini polacchi. Sa tutto. Ma ora dice: «Non lo immaginavo neanche. Per me non è stato facile. Anche adesso è insopportabile. Racconto Auschwitz attraverso i loro occhi. Ed è peggio di quanto si possa credere. Molto peggio».
Nessun libro di storia, in nessun Paese, ha mai raccontato la Shoah così. E nessun romanzo. Lo stesso Primo Levi stava ad Auschwitz III e non vide mai Birkenau, il cuore della Shoah: Birkenau, «il bosco delle betulle», il campo di sterminio dove morirono un milione e 300 mila persone, di cui 1 milione e 100 mila ebrei. Il primo convoglio dall’Italia vi giunse il 23 ottobre ’43 da Roma, dopo la retata del 16 ottobre: su 1.020, tornarono 16 uomini e una donna. Dei 45 mila ebrei italiani ne vennero deportati un quinto, circa novemila, quasi tutti qui. E ora questo libro raccoglie le voci degli ultimi centocinque sopravvissuti, rintracciati per quindici anni in giro per il mondo, sessanta donne e quarantacinque uomini intervistati e filmati. Nel frattempo molti sono morti. Gran parte di loro non aveva mai raccontato. «Questo è un pezzo d’Italia. La gente non se ne rende ancora conto. Per questo non ho messo filtri: i romani parlano in romanesco, i triestini in triestino... Per la prima volta ci sono anche gli ebrei italiani di Rodi».
Una narrazione collettiva che si fa epos. Le testimonianze sono state scomposte e raccolte per argomenti: il mondo «prima», la vita quotidiana, il rapporto col fascismo uguale a quello degli altri italiani, e poi le leggi razziali, l’occupazione, Fossoli e la deportazione, Auschwitz e gli altri campi di sterminio, il ritorno, il dolore muto e i sensi di colpa. «Non c’è il lieto fine. Non c’è».
Ogni capitolo ha una brevissima scheda storica, poche righe. Poi la parola passa alle vittime. Voci che non offrono risposte facili. C’è la Chiesa indifferente e la Chiesa che aiuta. Gli italiani che salvano e i delatori, con nomi e cognomi. La «spontanea umanità di un popolo d’antica civiltà», come scriveva Hannah Arendt, e le miserie del nostro Paese.
Soprattutto c’è il racconto polifonico dall’interno di Birkenau. Cose mai lette: come le parole di Mengele sulla Rampa, l’inganno osceno del «campo di riposo» per i «vecchi» («dai 40, 45 anni»), quelli con l’aria malata, le donne con i bambini o incinte, «o anche così, senza nessun motivo »: tutti nelle camere a gas. E poi i Krematorium, gli «esperimenti» medici, il Kinderblock dei bimbi, l’orrore quotidiano del campo. «Questo te la fa vivere, la storia. Tu la vivi, la storia. È pazzesco ma è così». È un libro che toglie il sonno e dal quale non ci si può staccare. Un libro che va letto. Anche se si piange. Anche se talvolta, incredibilmente, si ride fra le lacrime per lo spirito dei sopravvissuti. In questa pagina riportiamo alcune voci, una goccia del mare.
Ma tra i tanti c’è una persona di cui parlare: il più piccolo ebreo deportato dall’Italia, figlio di Marcella Perugia, che nacque al Collegio militare di Roma il 17 ottobre 1943, all’indomani del rastrellamento del ghetto e il giorno prima della partenza. Forse non arrivò neppure a Birkenau. Forse entrò nella camera a gas con la mamma. È rimasto senza nome. Il libro è dedicato a lui.
LE ORIGINI
«Siamo romani, di generazione in generazione. Io sono nato a Panico, cioè a dire a Vicolo delle Vacche. Era niente di meno che la casa appresso dove abitava papa Pio XII. Io, la generazione mia, abbiamo una discendenza di duemila anni... sono duemila anni che sono ebreo, e romano!» (Leone Di Veroli)
«Mio padre era medico e mio nonno era un giurista che proviene da Parenzo. Io frequentavo solamente ebrei di un ceto borghese, ma piuttosto alto». (Ottaviano Danelon)
(A Rodi) «Eravamo sei sorelle e un fratello. Parlavamo lo spagnolo, perché noi deriviamo dall’Inquisizione della Spagna». (Rosa Levi)
«Credevo soltanto in Dio fortemente, ma istruzione nun c’ho avuta. Se ci voleva cinque, dieci lire al giorno per mangiare, come potevo studiare l’istruzione? Mio padre era religioso, che il sabato nun lavorava pure, perché è peccato lavorare il sabato. Lavoravo io». (Raimondo Di Neris)
(A Biella) «Pensa, non avevi i regali di natale, a natale!» (Luciana Nissim)
(A Trieste) «Andavamo in tempio, ma no jerimo tanto inteligenti quela volta. L’ebraico no me ’ndava in testa: ciapà tante bachetàde, mama mia! Non me ’ndava e non me ’ndava, che Dio me pardoni! (Rachele Mustacchi)
«Premetto: nella via dove ero io ci adoravano; a scuola, invece, dicevano che noi avevamo ammazzato Gesù Cristo». (Romeo Salmoni)
I RAPPORTI COL FASCISMO E LE LEGGI RAZZIALI
«Ero in un collegio nazionale a Tivoli. Fui avanguardista, avevo anche i gradi, smontavamo e montavamo il fucile, la mitragliera, facevamo i campi Dux e che altro... ero un fanatico del passo romano, di quella camicia nera! Nacqui e vissi in regime». (Eugenio Sermoneta) «Io fui tolto dalla scuola Metastasio di Roma. E così è stato e così fu, come diceva il faraone. Tanta amarezza, perché nun esiste che l’altri andavano a scuola e io no». (Giacomo Moscato)
«Mi ricordo il discorso di Trieste di Mussolini, ero sotto il palco, dove c’è guardia del corpo, tutti neri, e subito davanti era la milizia universitaria. In quel momento uno dietro dice: «Butì fora Levi!» E questo qui chi era? Un carissimo amico! Quando ho inteso, ho detto: «Basta, qui siamo finiti!». (Italo Dino Levi)
I CATTOLICI
«C’avevo du’ sorelle. Dopo il 16 ottobre le hanno portate al convento di San Pancrazio, a Monteverde. Le hanno vestite da monaca e si son salvate». (Raimondo Di Neris) «Aspettavamo che succedesse qualche cosa, perché eravamo sotto il naso del Vaticano e il gruppo era composto di donne e bambini, perché i omini, chi s’era dato ai partigiani, chi s’era nascosto. Essendo tutte donne e bambini, aspettavamo la voce del Vaticano». (Settimia Spizzichino)
IL VIAGGIO
«Entrati nel vagone, abbiamo dato il posto vicino alle pareti alla gente anziana, perché potessero sedersi appoggiando la schiena; noi invece, i più giovani, ci siamo messi in mezzo. Di notte, ricordo che volevo andare da mia madre e non ci sono mai riuscita, perché per terra eran tutto corpi che cominciavano a gridare». (Elena Kugler)
«L’aria era irrespirabile, perché queste persone vecchie, fra cui una signora amputata, non riuscivano ad arrivare fino al buco per defecare, quindi c’erano escrementi dappertutto. Le feci... bisognava raccoglierle e portarle con un pezzo di legno in questo buco, ma rimaneva impregnato e quindi era una cosa paurosa». (Alessandro Kroo)
«Non direi che ci fosse la possibilità di scappare. Loro avevan detto: "Se qualcuno scappa, passeremo per le armi tutto il vagone!" Quindi c’era un controllo reciproco». (Luciana Nissim)
L’ARRIVO
«Siamo arivati ’a matina presso a Birkenau. Se vedevano migliaia in fila che andaveno, cantaveno canzoni che io nun capivo, andavano a lavorà ne le fabbriche. Poi se sentivano le urla dei cani e quando si sono aperti i vagoni... qualcuno cascava per tera, donne anziane, vecchi. Spartivano i bambini da le madri, il fratello dai fratelli, venivan divisi tutti. e noi ci presenro a bastonate e bisognava seguire il gruppo fino a l’entrata del campo». (Mario Spizzichino)
La nuova didattica voluta dalla Regione. Oltre 250 i progetti. E un volume ricostruisce la mappa dei deportati
In Toscana l’antirazzismo è ora materia scolastica
di Marco Gasperetti (Corriere della Sera, 18.01.2009)
Materia nuova. Vecchio nemico da combattere. Con un pensiero forte: studiare il razzismo, come la matematica, l’italiano e la storia. Nelle scuole toscane la «nuova didattica» partirà quest’anno grazie a un progetto della Regione Toscana presentato in estate al meeting antirazzista di San Rossore nel triste anniversario delle leggi razziali promulgate a Pisa settanta anni fa. Non solo teoria e chiacchiere, ma prassi e soldi (5 milioni di euro), un piano pragmatico, insomma, per un’offerta formativa che può coprire il 20% dell’orario scolastico. Psicopedagogia dell’antirazzismo. «Con l’obiettivo di far crescere insieme conoscenze ed esperienze culturali diverse - spiega il presidente della Regione, Claudio Martini - e cancellare per sempre odiosi luoghi comuni ». Analisi del Dna alla mano, oggi gli scienziati sono uniti nell’affermare che la razza umana è unica, senza differenze. «È grazie anche a loro che nelle nostre scuole si insegnerà la non differenza razziale e si smentirà chi afferma il contrario - spiega Martini -. E poi si parlerà di dialogo e convivenza comune e della società multietnica. Che non è qualcosa di ineluttabile da subire, ma una grande risorsa. Anche per il nostro paese».
L’insegnamento nelle scuole non è un’iniziativa isolata. Su razzismo, xenofobia e intolleranza, la Toscana lavora da anni e quest’anno sono più di 250 le iniziative culturali ed educative in cantiere. Con uno sguardo al passato e alla memoria. E a quella strada ferrata che da Firenze porta ad Auschwitz. Da sei anni il «treno della memoria » accompagna ogni anno centinaia di studenti nel campo di sterminio nazista. E da sei anni i ragazzi raccontano di aver imparato da quel viaggio più di mille lezioni. Ha scritto Francesca, 16 anni: «In quel campo, tra le baracche e il filo spinato, la mia anima di adolescente è stata trafitta. Per sempre. Mai più, vi prego, mai più».
Si riparte il 25 gennaio. Stazione di Santa Maria Novella: 500 studenti, 100 insegnanti. Visite ai campi di Auschwitz-Birkenau, concerti nella sinagoga Tempel di Cracovia, incontri con i deportati. E poi l’evento più emozionante davanti al Memoriale, dove ogni studente pronuncerà il nome di una vittima del campo. «Non è solo un rito o una celebrazione - dice l’assessore all’Istruzione, Gianfranco Simoncini -. Il treno è una staffetta della memoria. Oggi ci sono questi ragazzi, domani ce ne saranno altri, tutti saranno uniti dallo stesso ricordo, dalle emozioni intense». Educazione del fare e del partecipare.
C’è anche una terza via alla lotta al razzismo: quella storica. Enzo Collotti, professore emerito di storia contemporanea all’Università di Firenze, tra i massimi esperti internazionali di nazismo, fascismo e Resistenza, ha realizzato con la Regione un lavoro sulla persecuzione e la deportazione degli ebrei dalla Toscana. Callotti è entrato negli archivi di Stato e ha pubblicato un’opera che non ha eguali. I suoi libri sono lì, pronti a essere consultati, oggi e per sempre. Un monumento all’antirazzismo, un inno alla tolleranza.
GIORNO DELLA MEMORIA: TRE PROBLEMI *
Giorno della memoria
di Stefano Levi Della Torre
La “Giornata della memoria” non può seguire un corso lineare. Mentre si estingue la generazione dei testimoni, cambiano gli interlocutori, la loro ricezione e le loro domande. Ci rivolgiamo soprattutto ai giovani, alle scuole, e con l’immigrazione cambiano la composizione culturale, le mentalità e le sensibilità delle società europee. Si infiammano i rapporti tra maggioranze e minoranze, e le rispettive pretese identitarie entrano in competizione. La stessa integrazione degli ebrei, già tradita dalle persecuzioni del xx secolo, si misura ora coi problemi dell’integrazione di altri gruppi e di altre comunità. Le memorie competono con le memorie, e lo statuto di “vittima”, che è andato crescendo di peso nell’immaginario simbolico, è sempre più conteso per la sua valenza identitaria e politica.
1. Memoria e globalizzazione
Lo sguardo spontaneamente eurocentrico con cui leggiamo Auschwitz è un ostacolo crescente alla comunicazione della memoria a chi viene da altre storie, da altre geografie, da altre tragedie. Ciò persino in ambito ebraico: per gli ebrei provenienti dall’Iran, o dalla Libia, o dalla Turchia, Auschwitz ha una risonanza diversa che per gli ebrei d’Europa. A maggior ragione ciò avviene per i non ebrei. Sempre più Auschwitz si espone al confronto con altri contesti, altri stermini, altri genocidi, nello spazio e nel tempo.
Il concetto di unicità della Shoà è scosso dalle associazioni di idee e di immagini degli interlocutori, che sanno di altre stragi, o ne fuggono. È d’altra parte un concetto già viziato quando chiuda la Shoà in se stessa, specie a sé ed esclusiva, muta all’insegnamento se autoreferenziale, autistica, restia a misurarsi con altre tragedie (sia pure minori) del mondo. Più fecondo il motto di Primo Levi, implicita critica dell’unicità esclusiva: È successo, dunque può di nuovo succedere. E infatti, se non adesso per noi, per altri. Più che un fatto unico, la Shoà è il culmine di una catena senza fine. Questo è il paesaggio che dobbiamo mostrare, per ribaltare la competizione tra le vittime in solidarietà e reciproco riconoscimento tra le vittime.
2. Il nazismo come “questione ebraica”
La memoria dello sterminio nazista tende a specificarsi sempre più come “memoria ebraica”, e la Shoà sempre più si presenta come metonimia del Nazismo, la parte per il tutto, riassunto esauriente che oscura nel suo orrore estremo ogni altro aspetto: l’aggressione e la guerra, la re-introduzione in Europa dello schiavismo di massa (tema attualissimo), la strage di milioni di oppositori politici, civili e militari...
La Shoà, in quanto crimine contro gli ebrei, votati con gli zingari non allo sterminio ma propriamente al genocidio, tende ad oscurare nella sua specificità ebraica il suo stesso carattere di crimine contro l’umanità. (Recentemente, un assessore ben intenzionato di Rieti adottò per una meritoria campagna per l’occupazione il motto Il lavoro rende liberi, che gli suonava bene e del quale non ricordava la storia: fu chiesta scusa agli ebrei, non all’umanità). È come se gli ebrei, per “quota di maggioranza”, avessero assunto l’esclusiva di Auschwitz, e Auschwitz fosse diventato il monumento al narcisismo dolente degli ebrei; è come se agli ebrei, per il prestigio simbolico (cristico?) di vittime designate, fosse conferito il privilegio di giudici della storia. Ma il privilegio è un’arma a doppio taglio, funesta per gli ebrei, come la storia insegna.
Il termine Shoà, assunto a metonimia dei crimini nazisti, rischia di far del Nazismo una questione ebraica, a cui gli altri possono assistere magari con partecipazione, ma dall’esterno, da spettatori. E in definitiva come giudici terzi tra ebrei e nazisti.
3. Vittime e carnefici: la giornata della memoria come tribunale della storia
Perché il mondo conosca se stesso (Primo Levi): giustamente la memoria della persecuzione e dello sterminio vuole essere un insegnamento sul prodursi di un male storico. Ma in forma più o meno esplicita parla anche del bene, quanto meno dei principi elementari (non uccidere, non fare ad altri... ecc.) che hanno ispirato chi allora salvò delle vite e che stanno alla base del nostro giudizio di condanna dei crimini nazisti.
Ora, una domanda inevitabile e sempre più diffusa nel cuore e sulla bocca degli interlocutori è, come è noto, questa: come mai nel conflitto israeliano-palestinese (ora anche libanese) le vittime sono diventate carnefici?
A parte ogni analisi storica e politica di un conflitto asimmetrico ma non unilaterale, dei diritti e dei torti reciproci, ecc,a questa domanda è consuetudine rispondere (in forma indignata o dialogante) secondo il registro del male: la violenza (o, per chi preferisce, gli “abusi di legittima difesa”) che Israele esercita nei territori occupati non è confrontabile con Auschwitz: si utilizza, così, l’incommensurabile per aggirare in realtà la domanda. La quale ha un’altra faccia, meno esplicita, che si muove sul registro del bene, dove i criteri non sono messi alla prova dell’estremo, ma della dignità elementare: come applicate a ciò che riguarda voi quei principi semplici, in base ai quali giudicate ciò che è male?
È una domanda a cui sempre meno si potrà sfuggire. In virtù di Israele che ha conferito all’essere ebrei anche una responsabilità politica che inevitabilmente si espone al giudizio, sempre meno gli ebrei potranno valersi del prestigio morale e simbolico delle vittime innocenti. E la “Giornata della memoria”, per la sua stessa natura di momento non solo informativo ma anche giudicante, si ritorcerà da giudizio su altri a giudizio anche sugli ebrei.
Se non saremo all’altezza di rispondere adeguatamente alla domanda su vittime/carnefici, essa rifluirà sul passato modificando come un revisionismo diffuso e interiore la percezione stessa di ciò che è stato. E se il Nazismo verrà riassunto come “questione ebraica”, la Shoà si ridurrà a un corto circuito, a un “regolamento di conti” tra ebrei e nazisti a cui “gli altri” potranno assistere con il sollievo di un’estraneità a entrambe le parti, con la presunzione della propria innocenza e con la tranquilla coscienza di giudici terzi.
* Fonte: LA POESIA E LO SPIRITO
Shoah. Quando non ci saranno più testimoni
Il 27 gennaio sarà la Giornata della Memoria. Un libro di David Bidussa affronta la retorica
ufficiale del genocidio ebraico e il ruolo della storia
Questa data non è il giorno della commemorazione dei morti, ma del ricordo per i vivi
Tutto è successo perché il sistema consentiva la non responsabilità individuale
Anticipiamo una parte del libro di "Dopo l’ultimo testimone" (Einaudi, pagg. 136, euro 10) da oggi in libreria
di David Bidussa (la Repubblica, 16.1.2009)
Quando rimarremo soli a raccontare l’orrore della Shoah, non basterà dire «Mai più!» né rifugiarsi tra le convenzioni della retorica. Serviranno gli strumenti della storia e la capacità di superare i riti consolatori. (...)
Nel Giorno della memoria non ci interroghiamo dunque sui sopravvissuti o sui testimoni diretti, ma su noi stessi, venuti dopo, e che da quell’evento siamo segnati, qualunque sia il nostro rapporto individuale e familiare con esso. Sia che siamo figli delle vittime, dei carnefici o di quella ampia fascia di zona grigia, di mondo degli spettatori, che si trova in mezzo. Insieme a noi, ci sono i testimoni culturali, ovvero gli autori della produzione storiografica, figurativa, letteraria, cinematografica, che accompagnano l’estrinsecazione delle testimonianze dei sopravvissuti.
In sostanza non c’è da attendere un domani, più o meno lontano, per chiedersi che cosa faremo dopo che l’ultimo testimone sarà scomparso. Quel passaggio si è già consumato. Del resto, a riprova, la notizia della morte - avvenuta il 17 giugno 2008 - di Henryk Mandelbaum, l’ultimo sopravvissuto in Polonia del «Sonderkommando» del campo di concentramento nazista di Auschwitz-Birkenau, non ha modificato il quadro emozionale, non ha segnato nella coscienza pubblica un «prima» e un «dopo».
Si è inaugurata l’età della postmemoria, una stagione che obbliga a confrontarsi con le domande che questa condizione pone rispetto alla conservazione di un certo passato e sugli strumenti che noi abbiamo per indagarlo, comprenderlo e rappresentarlo. La nostra attualità è attraversata da diversi scenari che rischiano di trasformare quest’attenzione in una nuova eclissi.
Il primo riguarda i tempi della memoria. Il ricordo del genocidio ebraico ha avuto tempi lunghi prima di rendersi autonomo e «visibile» nella coscienza pubblica. Ha avuto un suo risveglio a partire dagli anni ’80, sull’onda anche della spettacolarizzazione dovuta a Holocaust (il serial televisivo che nel 1978, negli Stati Uniti come in Europa, ha inaugurato una nuova stagione nella percezione del genocidio ebraico). Da allora quel tema è stato al centro della discussione pubblica, anche «riscoprendo» le domande di chi a lungo e con pazienza aveva indagato intorno all’evento nell’indifferenza generale. L’esempio più evidente è proprio nell’opera unanimemente oggi riconosciuta come la più esaustiva, ovvero la monografia di Raul Hilberg, La distruzione degli ebrei d’Europa, composta in solitudine, ignorata negli anni ’50, pubblicata nel 1961 nell’indifferenza generale e infine «scoperta» nel 1985.
Tornerò più in dettaglio su Hilberg, ma è importante sottolineare come la ricerca storica talora viva di vita propria e non solo di spettacolarizzazione o di rapporto con le domande che la discussione pubblica suscita. Quelle domande riguardano lo spessore, la fisionomia, l’estensione e la tipologia della «zona grigia», una questione che resta in eredità a chi viene dopo e che, soprattutto, non ha il fascino né della celebrazione dell’eroe, né della consolazione della vittima. La storiografia quando ha un valore civile non consola, bensì pone domande, e probabilmente è anche per questo che nonostante tutti dichiarino di amare la storia, di provare per essa un interesse quasi morboso, poi tengono la storiografia a distanza.
Ci sono opere che bruciano ancora per le domande che pongono e perché rispetto a esse l’insorgenza morale non serve. E in ogni caso non è solo una questione morale. È una problematica che coinvolge il sentimento politico e, più generalmente, la mentalità diffusa, specie nel caso italiano.
Infatti, intorno al concetto di zona grigia, soprattutto nel modo in cui si è radicata quest’immagine nel senso comune in Italia, è venuta costruendosi una filosofia politica. L’espressione «zona grigia», creata da Primo Levi e originariamente riferita a coloro che nell’esperienza del Lager rappresentano l’area dei privilegiati nella complessa sociologia e gerarchia degli schiavi, nella storiografia sulla Resistenza e sulla guerra civile ha avuto uno slittamento di significato ed è perciò venuta a designare quella parte di popolazione che passivamente non si è schierata con nessuna delle due parti in campo. Una condizione inizialmente vissuta con disagio e poi, lentamente, rivendicata con orgoglio (...)
Il secondo scenario riguarda la centralità delle vittime. Nel corso degli ultimi due decenni la dimensione della vittima ha assunto una nuova fisionomia. Se a lungo la questione degli sterminî è stata pensata in relazione al termine di trauma - e dunque il problema e l’attenzione rispondevano all’esigenza di individuare strategie volte al recupero o al reinserimento -, la dimensione della vittima tende ora a essere presentata come una condizione non mutabile. La vittima nella comunità entra in ragione della violenza che ha subito e dunque per questo trova spazio e rispetto. Ma lentamente quella condizione si estende e genera un nuovo diritto: nello spazio pubblico comincia ad affermarsi la convinzione che solo presentandosi come vittime si avrà diritto alla giustizia.
È un meccanismo che lentamente dimentica il presupposto da cui era partito, legato all’eccezionalità, alla condizione estrema del sopravvissuto, ed estende così all’infinito la realtà traumatica. Trasforma una condizione fisica, oggettiva, in una psicologica.
L’effetto è la ripresa del meccanismo vittimario, che non è solo appannaggio dei sopravvissuti, ma anche e sempre più di coloro che hanno una visione paranoica della realtà, ossessionati dall’idea di forze potenti che agiscono contro la propria gente. Un’affermazione del processo di produzione delle vittime che elimina la dimensione storica e fattuale del suo realizzarsi in termini di atti, conflitti, figure, circostanze (e dunque non indaga su chi siano i persecutori, non descrive le azioni dei carnefici, bensì destoricizza perché riconduce a sé tutta la vicenda) e spiega, ad esempio, perché paradossalmente la richiesta di riflessione sulle vittime, che pure esigerebbe una maggior produzione di analisi storica, chiami in causa altre piste di indagine - la psicologia, la psicoanalisi, la teologia - ma significativamente eviti la storia sociale e si guardi bene dall’affrontare la storia dei comportamenti.
Paradossalmente, solo portando al centro le figure dei carnefici o della macchina dello sterminio, quella domanda di storia ha avuto la possibilità di sostenersi.
Nello specifico è stato da una parte La banalità del male di Hannah Arendt ad aprire questa possibilità, proprio perché al centro del libro non erano poste le vittime ma la macchina distruttiva, e successivamente si è aggiunto il saggio di Christopher Browning, Uomini comuni, che ha consentito una nuova stagione di indagine culturale, storica e sociale sugli sterminî. In tutti e due i casi il cuore dell’indagine riguarda la sfera dei carnefici e degli esecutori, la macchina burocratica come luogo produttivo della storia. Un nuovo aspetto che chiama in causa la nostra quotidianità ma che, di nuovo, evitiamo di mettere al centro della nostra riflessione, sulle forme del consenso, o su come si produce la morte di massa nell’età della tecnica. Un evento che evoca il principio della cooperazione industriale. La fabbrica moderna è capace di produrre in serie milioni di esemplari dello stesso prodotto perché migliaia di individui nello stesso istante compiono un gesto, un atto sequenziale.
Questo processo è possibile perché pone a suo fondamento la cooperazione tra individui. Il genocidio ebraico, come ricorda lo storico Pierre Vidal-Naquet, è un evento possibile, e realizzabile, perché basato sullo stesso principio organizzativo: un sistema che consente la non responsabilità individuale nello sterminio.
Giorno della Memoria 2009
venerdì 23 gennaio, ore 9.00
Teatro Derby
Via Mascagni, 8 - Milano
CONVEGNO INTERNAZIONALE
LA MEMORIA E L’ATTUALITA’ DEI GIUSTI
COME VEDERE IL NEMICO CON GLI OCCHI DELL’AMICO
In occasione del Giorno della Memoria 2009, Ga.Ri.Wo. (Comitato per la Foresta Mondiale dei Giusti) e l’UGEI (Unione Giovani Ebrei Italiani) promuovono, con la collaborazione dell’Unione delle Comunità ebraiche e della Comunità ebraica di Milano, il Convegno internazionale “La memoria e l’attualità dei Giusti. Come vedere il nemico con gli occhi dell’amico”, per indicare l’esempio morale dei Giusti alle nuove generazioni. Al Convegno interverranno autorevoli personalità internazionali, sia del mondo accademico che impegnati nella battaglia per la tutela dei diritti umani e nel dialogo per la riconciliazione nella società civile.
Programma
Saluti
Manfredi Palmeri, Presidente del Consiglio Comunale di Milano.
Claudia De Benedetti, Vicepresidente dell’Unione delle Comunità ebraiche d’Italia.
Interventi
Gabriele Nissim
Scrittore e presidente Ga.ri.wo., autore del libro Il tribunale del bene.
Robert Satloff
Storico e direttore del Washington Institute for Near East Policy (WINEP), autore del libro Tra i Giusti - Storie perdute dell’Olocausto nei paesi arabi.
Raymond Kevorkian
Storico, docente all’Université Paris-VIII-Saint-Denis, direttore della Bibliothéque Nubar Armena, autore del libro, Le Génocide des Arméniens (Broché) Odile Jacob · 2006.
Raf Alfonso Arbib, Rabbino Capo di Milano.
Svetlana Broz
Scrittrice, direttrice di Ga.ri.wo. Sarajevo, autrice del libro I giusti nel tempo del male. Testimonianze dal conflitto bosniaco, edizioni Erickson, Gardolo, 2008.
Daniele Nahum
Presidente Unione Giovani Ebrei d’Italia.
Gherush92 Comitato per i Diritti Umani
Diversità e Sicurezza Culturale
Una risorsa contro l’Antisemitismo e il Razzismo
SHOAH E FALCE E MARTELLO
Non dimentichiamo di dire la verità ai nostri studenti al di fuori di meschini intenti demagogici
Qualcuno, durante la visita al campo di sterminio di Auschwitz, ha proposto di eliminare il simbolo della falce e martello dal Padiglione Italiano e ha sostenuto che in quel monumento si è utilizzato l’orrore del nazismo per coprire il comunismo e usare la falce e martello come simbolo positivo. Chi ha detto questo ha insultato le stesse vittime che è andato ad onorare fra cui gli autori di quel monumento.
Chiariamo subito un punto: la falce e martello e un simbolo positivo e non c’e da scandalizzarsi. Può darsi che la proposta di eliminare i simboli del comunismo o dei regimi totalitari sia pienamente giustificata dalla storia ma in ogni caso tutto questo non ha nulla a che vedere con Auschwitz, con lo sterminio degli Ebrei, con la Shoah e il prezzo da pagare per manipolare la storia sono demagogia e opportunismo.
La falce e martello e il simbolo del movimento operaio e della classe lavoratrice e rappresenta l’unita tra i lavoratori agricoli e industriali. Fu condiviso dalle organizzazioni socialiste e comuniste anche ebraiche e sioniste ed e stato per molti sinonimo di liberazione. La falce e martello e stato il simbolo del socialismo e del comunismo divenendo emblema dei partiti politici e, più tardi, dei paesi del socialismo reale. La falce e martello e rappresentata in numerosi altri simboli ancora vigenti, come ad esempio la bandiera di stato austriaca.
Ma, in particolare ad Auschwitz, la falce e martello ricorda l’Armata Rossa che ha liberato il campo il 27 gennaio del 1945, data oggi celebrata ogni anno come Giornata della Memoria; la falce e martello è anche il simbolo delle donne e degli uomini, comunisti e socialisti, che sono stati perseguitati politici dai nazi-fascisti e sono morti nei campi; la falce e martello ricorda anche i 20 milioni di morti russi che hanno combattuto contro i nazi-fascisti.
E’ inaccettabile fare della falsa ideologia in un luogo della memoria o raffrontare con faciloneria il nazismo al comunismo e non e vero che la memoria appartiene a tutti gli schieramenti politici perché appartiene ad un solo schieramento: ad Auschwitz esiste la memoria dei perseguitati che ricorda le vittime massacrate e la memoria dei persecutori che ricorda cristiani, fascisti e nazisti con i rispettivi simboli della croce, della croce celtica e della croce uncinata. Queste semplici e veritiere considerazioni non hanno niente a che vedere con gli schieramenti ideologici o politici attuali.
Ad Auschwitz la falce e martello rappresenta, volente o nolente, la liberazione e i liberatori e, ad onore di verità, invece di eliminare falce e martello, come qualcuno ha suggerito, bisognerebbe rimuovere le croci, incomparabile simbolo della persecuzione antiebraica in tutti i secoli.
Gherush92 Comitato per i Diritti Umani
gherush92@gherush92.com
Segue un brano di Primo Levi da La Tregua:
Il disgelo
Nei primi giorni del gennaio 1945, sotto la spinta dell’Armata Rossa ormai vicina, i tedeschi avevano evacuato in tutta fretta il bacino minerario slesiano. Mentre altrove, in analoghe condizioni, non avevano esitato a distruggere col fuoco o con le armi i Lager insieme con i loro occupanti, nel distretto di Auschwitz agirono diversamente: ordini superiori (a quanto pare dettati personalmente da Hitler) imponevano di «recuperare», a qualunque costo, ogni uomo abile al lavoro. Perciò tutti i prigionieri sani furono evacuati, in condizioni spaventose, su Buchenwald e su Mauthausen, mentre i malati furono abbandonati a loro stessi. Da vari indizi e lecito dedurre la originaria intenzione tedesca di non lasciare nei campi di concentramento nessun uomo vivo; ma un violento attacco aereo notturno, e la rapidita dell’avanzata russa, indussero i tedeschi a mutare pensiero, e a prendere la fuga lasciando incompiuto il loro dovere e la loro opera.
Nell’infermeria del Lager di Buna-Monowitz eravamo rimasti in ottocento. Di questi, circa cinquecento morirono delle loro malattie, di freddo e di fame prima che arrivassero i russi, ed altri duecento, malgrado i soccorsi, nei giorni immediatamente successivi.
La prima pattuglia russa giunse in vista del campo verso il mezzogiorno del 27 gennaio 1945. Fummo Charles ed io i primi a scorgerla: stavamo trasportando alla fossa comune il corpo di Sòmogyi, il primo dei morti fra i nostri compagni di camera. Rovesciammo la barella sulla neve corrotta, ché la fossa era ormai piena, ed altra sepoltura non si dava: Charles si tolse il berretto, a salutare i vivi e i morti.
Erano quattro giovani soldati a cavallo, che procedevano guardinghi, coi mitragliatori imbracciati, lungo la strada che limitava il campo. Quando giunsero ai reticolati, sostarono a guardare, scambiandosi parole brevi e timide, e volgendo sguardi legati da uno strano imbarazzo sui cadaveri scomposti, sulle baracche sconquassate, e su noi pochi vivi.
A noi parevano mirabilmente corporei e reali, sospesi (la strada era più alta del campo) sui loro enormi cavalli, fra il grigio della neve e il grigio del cielo, immobili sotto le folate di vento umido minaccioso di disgelo.
Ci pareva, e così era, che il nulla pieno di morte in cui da dieci giorni ci aggiravamo come astri spenti avesse trovato un suo centro solido, un nucleo di condensazione: quattro uomini armati, ma non armati contro di noi; quattro messaggeri di pace, dai visi rozzi e puerili sotto i pesanti caschi di pelo.
Non salutavano, non sorridevano; apparivano oppressi, oltre che da pietà, da un confuso ritegno, che sigillava le loro bocche, e avvinceva i loro occhi allo scenario funereo. Era la stessa vergogna a noi ben nota, quella che ci sommergeva dopo le selezioni, ed ogni volta che ci toccava assistere o sottostare a un oltraggio: la vergogna che i tedeschi non conobbero, quella che il giusto prova davanti alla colpa commessa da altrui, e gli rimorde che sia stata introdotta irrevocabilmente nel mondo delle cose che esistono, e che la sua volontà buona sia stata nulla o scarsa, e non abbia valso a difesa.
Cosi per noi anche l’ora della liberta suono grave e chiusa, e ci riempi gli animi, ad un tempo, di gioia e di un doloroso senso di pudore, per cui avremmo voluto lavare le nostre coscienze e le nostre memorie della bruttura che vi giaceva: e di pena, perché sentivamo che questo non poteva avvenire, che nulla mai piu sarebbe potuto avvenire di cosi buono e puro da cancellare il nostro passato, e che i segni dell’offesa sarebbero rimasti in noi per sempre, e nei ricordi di chi vi ha assistito, e nei luoghi ove avvenne, e nei racconti che ne avremmo fatti. Poiché, ed e questo il tremendo privilegio della nostra generazione e del mio popolo, nessuno mai ha potuto meglio di noi cogliere la natura insanabile dell’offesa, che dilaga come un contagio. È stolto pensare che la giustizia umana la estingua. Essa e una inesauribile fonte di male: spezza il corpo e l’anima dei sommersi, li spegne e li rende abietti; risale come infamia sugli oppressori, si perpetua come odio nei superstiti, e pullula in mille modi, contro la stessa volonta di tutti, come sete di vendetta, come cedimento morale, come negazione, come stanchezza, come rinuncia.
Queste cose, allora mal distinte, e avvertite dai più solo come una improvvisa ondata di fatica mortale, accompagnarono per noi la gioia della liberazione. Percio pochi fra noi corsero incontro ai salvatori, pochi caddero in preghiera. Charles ed io sostammo in piedi presso la buca ricolma di membra livide, mentre altri abbattevano il reticolato; poi rientrammo con la barella vuota, a portare la notizia ai compagni.
Per tutto il resto della giornata non avvenne nulla, cosa che non ci sorprese, ed a cui eravamo da molto tempo avvezzi. Nella nostra camera la cuccetta del morto Sòmogyi fu subito occupata dal vecchio Thylle, con visibile ribrezzo dei miei due compagni francesi.
Thylle, per quanto io ne sapevo allora, era un «triangolo rosso», un prigioniero politico tedesco, ed era uno degli anziani del Lager; come tale, aveva appartenuto di diritto alla aristocrazia del campo, non aveva lavorato manualmente (almeno negli ultimi anni), ed aveva ricevuto alimenti e vestiti da casa. Per queste stesse ragioni i «politici» tedeschi erano assai raramente ospiti dell’infermeria, in cui d’altronde godevano di vari privilegi: primo fra tutti, quello di sfuggire alle selezioni. Poiché, al momento della liberazione, era lui l’unico, dalle SS in fuga era stato investito della carica di capobaracca del Block 20, di cui facevano parte, oltre alla nostra camerata di malati altamente infettivi, anche la sezione TBC e la sezione dissenteria.
Essendo tedesco, aveva preso molto sul serio questa precaria nomina. Durante i dieci giorni che separarono la partenza delle SS dall’arrivo dei russi, mentre ognuno combatteva la sua ultima battaglia contro la fame, il gelo e la malattia. Thylle aveva fatto diligenti ispezioni del suo nuovissimo feudo, controllando lo stato dei pavimenti e delle gemelle e il numero delle coperte (una per ogni ospite, vivo o morto che fosse). In una delle sue visite alla nostra camera aveva perfino encomiato. Arthur per l’ordine e la pulizia che aveva saputo mantenere; Arthur, che non capiva il tedesco, e tanto meno il dialetto sassone di Thylle, gli aveva risposto «vieux dégoutant» e «putain de boche»; ciononostante Thylle, da quel giorno in poi, con evidente abuso di autorita, aveva preso l’abitudine di venire ogni sera nella nostra camera per servirsi del confortevole bugliolo che vi era installato: in tutto il campo, l’unico alla cui manutenzione si provvedesse regolarmente, e l’unico situato nelle vicinanze di una stufa.
Fino a quel giorno, il vecchio Thylle era dunque stato per me un estraneo, e perciò un nemico; inoltre un potente, e perciò un nemico pericoloso. Per la gente come me, vale a dire per la generalita del Lager, altre sfumature non c’erano: durante tutto il lunghissimo anno trascorso in Lager, io non avevo avuto mai né la curiosita né l’occasione di indagare le complesse strutture della gerarchia del campo. Il tenebroso edificio di potenze malvage giaceva tutto al di sopra di noi, e il nostro sguardo era rivolto al suolo. Eppure fu questo Thylle, vecchio militante indurito da cento lotte per il suo partito ed entro il suo partito, e pietrificato da dieci anni di vita feroce ed ambigua in Lager, il compagno e il confidente della mia prima notte di liberta.Per tutto il giorno, avevamo avuto troppo da fare per aver tempo di commentare l’avvenimento, che pure sentivamo segnare il punto cruciale della nostra intera esistenza; e forse, inconsciamente, l’avevamo cercato, il da fare, proprio allo scopo di non aver tempo, perché di fronte alla liberta ci sentivamo smarriti, svuotati, atrofizzati, disadatti alla nostra parte.
Ma venne la notte, i compagni ammalati si addormentarono, si addormentarono anche Charles e Arthur del sonno dell’innocenza, poiché erano in Lager da un solo mese, e ancora non ne avevano assorbito il veleno: io solo, benché esausto, non trovavo sonno, a causa della fatica stessa e della malattia. Avevo tutte le membra indolenzite, il sangue mi pulsava convulsamente nel cranio, e mi sentivo invadere dalla febbre. Ma non era solo questo: come se un argine fosse franato, proprio in quell’ora in cui ogni minaccia sembrava venire meno, in cui la speranza di un ritorno alla vita cessava di essere pazzesca, ero sopraffatto da un dolore nuovo e più vasto, prima sepolto e relegato ai margini della coscienza da altri più urgenti dolori: il dolore dell’esilio, della casa lontana, della solitudine, degli amici perduti, della giovinezza perduta, e dello stuolo di cadaveri intorno.
...
Il mattino ci portò i primi segni di liberta. Giunsero (evidentemente precettati dai russi) una ventina di civili polacchi, uomini e donne, che non pochissimo entusiasmo si diedero ad armeggiare per mettere ordine e pulizia fra le baracche e sgomberare i cadaveri. Verso mezzogiorno arrivò un bambino spaurito, che trascinava una mucca per la cavezza; ci fece capire che era per noi, e che la mandavano i russi, indi abbandonò la bestia e fuggi come un baleno. Non saprei dire come, il povero animale venne macellato in pochi minuti, sventrato, squartato, e le sue spoglie si dispersero per tutti i recessi del campo dove si annidavano i superstiti.
A partire dal giorno successivo, vedemmo aggirarsi per il campo altre ragazze polacche, pallide di pieta e di ribrezzo: ripulivano i malati e ne curavano alla meglio le piaghe. Accesero anche in mezzo al campo un enorme fuoco, che alimentavano con i rottami delle baracche sfondate, e sul quale cucinavano la zuppa in recipienti di fortuna. Finalmente, al terzo giorno, si vide entrare in campo un carretto a quattro ruote, guidato festosamente da Yankel, uno Häftling: era un giovane ebreo russo, forse l’unico russo fra i superstiti, ed in quanto tale si era trovato naturalmente a rivestire la funzione di interprete e di ufficiale di collegamento coi comandi sovietici. Tra sonori schiocchi di frusta, annunzio che aveva incarico di portare al Lager centrale di Auschwitz, ormai trasformato in un gigantesco lazzaretto, tutti i vivi fra noi, a piccoli gruppi di trenta o quaranta al giorno, e a cominciare dai malati più gravi.
Era intanto sopravvenuto il disgelo, che da tanti giorni temevamo, ed a misura che la neve andava scomparendo, il campo si mutava in uno squallido acquitrino. I cadaveri e le immondizie rendevano irrespirabile l’aria nebbiosa e molle. Né la morte aveva cessato di mietere: morivano a decine i malati nelle loro cuccette fredde, e morivano qua e la per le strade fangose, come fulminati, i superstiti più ingordi, i quali, seguendo ciecamente il comando imperioso della nostra antica fame, si erano rimpinzati delle razioni di carne che i russi, tuttora impegnati in combattimenti sul fronte non lontano, facevano irregolarmente pervenire al campo: talora poco, talora nulla, talora in folle abbondanza.
Ma di tutto quanto avveniva intorno a me io non mi rendevo conto che in modo saltuario e indistinto. Pareva che la stanchezza e la malattia, come bestie feroci e vili, avessero atteso in agguato il momento in cui mi spogliavo di ogni difesa per assaltarmi alle spalle. Giacevo in un torpore febbrile, cosciente solo a mezzo, assistito fraternamente da Charles, e tormentato dalla sete e da acuti dolori alle articolazioni. Non c’erano medici né medicine. Avevo anche male alla gola, e meta della faccia mi era gonfiata: la pelle si era fatta rossa e ruvida, e mi bruciava come per una ustione; forse soffrivo di più malattie ad un tempo. Quando venne il mio turno di salire sul carretto di Yankel, non ero più in grado di reggermi in piedi.
Fui issato sul carro da Charles e da Arthur, insieme con un carico di moribondi da cui non mi sentivo molto dissimile. Piovigginava, e il cielo era basso e fosco. Mentre il lento passo dei cavalli di Yankel mi trascinava verso la lontanissima liberta, sfilarono per l’ultima volta sotto i miei occhi le baracche dove avevo sofferto e mi ero maturato, la piazza dell’appello su cui ancora si ergevano, fianco a fianco, la forca e un gigantesco albero di Natale, e la porta della schiavitù, su cui, vane ormai, ancora si leggevano le tre parole della derisione: «Arbeit Macht Frei», «Il lavoro rende liberi».
Oggi e domani incontro internazionale a Mauthausen nel 63 esimo
anniversario della liberazione del campo di concentramento austriaco
Lettera di Napolitano ai giovani
"Ricordare la Shoah è un dovere"
Lungo messaggio scritto ai giovani italiani in pellegrinaggio
"Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario"
ROMA - "Cari giovani, trasmettere da una generazione all’altra la memoria del nostro passato non è un rito che si tramanda. E’ un dovere che si ha il dovere di adempiere...". E’ un dovere, quindi, ricordare sempre e comunque e possibilmente con la stessa intensità e indignazione che la Shoah ha sterminato sei milioni di ebrei. Le centinaia di giovani italiani che oggi e domani partecipano nel campo di prigionia nazista di Mauthausen alla giornata del ricordo delle vittime del nazismo saranno "accompagnati" in questo viaggio da una lettera-messaggio del presidente Giorgio Napolitano.
L’incontro internazionale avviene nel 63 esimo anniversario della liberazione dei prigionieri del lager e, simbolicamente, nel luogo dove del campo dove è custodita l’urna con le ceneri trovate il 5 maggio 1945 all’interno dei forni di Mauthausen. Nel campo di concentramento austriaco, costruito nel 1938, e in quelli adiacenti, furono uccise oltre 100.000 persone. Il 5 maggio 1945 venne raggiunto da una truppa di carri armati americani: la data viene da allora ricordata come Giornata della liberazione. La due giorni ha carattere ecumenico. Sono previsti gli interventi del vescovo della diocesi di Linz, monsignor Ludwig Schwarz, dal metropolita greco-ortodosso Michael Staikos e dal vescovo evangelico Michael Bünker. La commemorazione proseguirà con un discorso del cancelliere federale Alfred Gusenbauer e gli interventi di Hans Marsalek, ex-prigioniero del lager e del presidente del "Comité International de Mauthausen", Walter Beck di Praga. Poi mostre, libri e altri interventi.
La lettera del presidente Napolitano sarà letta ai ragazzi italiani nel momento del raccoglimento. Una tempistica che farà risaltare ancora di più il contenuto del messaggio profondo e importante che il Presidente ha voluto scrivere a questi ragazzi.
"La Shoah tragedia immane". "Cari giovani, la vostra partecipazione all’incontro internazionale di Mauthausen vi porta molto lontano dalla realtà odierna dell’Europa unita, dell’Europa di pace e armonia fra i popoli, in cui voi avete la fortuna di vivere. Eppure, non è molto il tempo trascorso da quando questo era un luogo di sterminio di moltitudini di esseri umani: donne e uomini che venivano trasportati da ogni parte d’Europa in questo e in altri lager nazisti per trovarvi la morte, come animali condotti al macello. La Shoah, l’eliminazione di tutti gli Ebrei, decisa e realizzata dalla Germania nazista con l’appoggio dei regimi suoi alleati, fu una tragedia immane - si legge ancora nella lettera di Napolitano- che non ha precedenti nella storia d’Europa. Le vittime furono 6 milioni".
Non si può accettare ciò che è stato. "Non e’ facile per voi accettare ciò che è stato - scrive ancora il presidente della Repubblica - trovare una risposta alle domande che in questo luogo e in questo momento vi ponete. Sappiamo bene ciò che voi oggi vi chiedete, perchè, prima di voi, noi ci siamo posti le stesse domande. Come ciò è potuto accadere? Come è potuta scaturire, dall’interno della nostra antica civiltà, e come può essersi imposta a popoli di grandi tradizioni culturali, una tale dottrina di morte?". Ed ancora, "come puo’ essere stata organizzata una tale gigantesca macchina operativa per l’annientamento preordinato di milioni e milioni di persone, private della loro identità umana ancor prima che della loro vita?".
Levi e Wiesel. Napolitano sottolinea che "sia Primo Levi che Elie Wiesel hanno detto: comprendere è impossibile; conoscere è necessario. Questo- osserva il presidente della Repubblica- è il compito amaro, angoscioso, che voi oggi affrontate. Vi è stato proposto, e voi avete accettato di compiere, questo pellegrinaggio, nella convinzione che occorre conoscere il passato, affinchè esso non possa ripetersi".
Il dovere della memoria. Secondo il capo dello Stato, "trasmettere da una generazione all’altra la memoria del nostro passato non è un rito che si tramanda. E’ un dovere che si ha il dovere di adempiere. Non dimenticate- si legge ancora- che fu la scoperta dei campi di concentramento e di sterminio, insieme con lo spettacolo delle immani distruzioni belliche, e il ricordo delle decine di milioni di morti provocate dai conflitti del secolo, che spinse i sopravvissuti, di tutte le nazioni, a dire: mai piu’ guerre tra noi".
Un’opera che va completata. Subito dopo la scoperta dei campi, appena mezzo secolo fa, continua il Presidente, "ebbe inizio l’opera non facile di costruzione di nuove istituzioni di pace, ancora incompiute, ma oramai estese a quasi tutti i popoli del nostro continente. Toccherà a voi - e’ l’esortazione finale ai giovani in visita a Mauthausen - nel corso della vostra vita, il compito di completare l’opera; e quello, forse ancora piu’ difficile, di portare, con impegni ed azioni concrete, in un mondo ancora insanguinato da troppi conflitti, il nostro messaggio di pace".
* la Repubblica, 17 maggio 2008
Quelle leggi razziali "italiane"
di ELENA LOEWENTHAL (La Stampa, 8/9/2008)
Le vie delle parole sono, talvolta, imperscrutabili. Nel linguaggio della politica, che si fa alla giornata su improvvisazione dettata dalle circostanze e ciononostante lascia il segno, l’aggettivo irrituale ha ormai un che di scostante. Designa qualcosa di quasi inammissibile, secondo le regole del gioco. Le parole pronunciate qualche giorno fa dal presidente Napolitano dando il via al Quirinale alle celebrazioni per il Giorno della memoria, riportano invece alla valenza positiva di questo termine. Nel contesto di una ricorrenza che è ormai il (troppo) capiente contenitore di cerimonie monotone e parole che a forza di ripeterle suonano a vuoto, il suo breve discorso è stato decisamente irrituale. Ma nel senso migliore e soprattutto più profondo che l’aggettivo porta con sé: quello di uscire dagli schemi del rito per entrare nel contesto del significato, rammentando all’Italia le sue leggi razziali. La memoria non è di per sé terapeutica. Come diceva Primo Levi, il fatto che sia accaduto non azzera, anzi moltiplica le probabilità che accada di nuovo. La memoria non è uno scudo inossidabile, di fronte al male. È una necessità, forse un tributo a chi non c’è più. Ma di per sé non serve affatto, se non a risvegliare sentimenti inesprimibili. La percezione della storia attraverso la memoria è invece istruttiva: guardare al passato per capire che cosa e come siamo. Da dove veniamo, insomma. E il presidente Napolitano ci ha ricordato che l’Italia di oggi viene anche dall’infamia delle leggi razziali.
Gli italiani amano denigrarsi, sparlano del proprio Paese e delle sue disfunzioni con un narcisistico compiacimento. Guai però a toccarne gli aspetti più profondi, il «carattere nazionale», dentro il quale vige tenace l’immagine degli italiani «brava gente». Quasi incapaci di far male a una mosca, e quando capita è per cause di forza maggiore. Eppure, a dispetto di questo inossidabile stereotipo, settant’anni fa esatti questo Paese è stato capace di sfoderare una legislazione razziale che non fu seconda a nessuno. Nemmeno alla Germania nazista, se restiamo sul piano dei documenti giuridici con cui la storia si racconta.
«Leggi che suscitarono orrore negli italiani rimasti consapevoli della tradizione umanista e universalista della nostra civiltà», ha ricordato il presidente Napolitano parlando delle leggi razziali del 1938 come mortali apripista della Shoah. È tutto terribilmente vero. Il censimento degli ebrei italiani che nell’agosto di quell’anno fu l’astuta premessa per una applicazione «a tappeto» delle leggi razziali emanate nell’autunno successivo, costituì dopo l’8 settembre 1943 un comodo strumento per i tedeschi a caccia di stücke («pezzi» come loro chiamavano i deportati) per i vagoni merci, i campi di sterminio, i forni crematori.
Le leggi razziali, in cui «Vittorio Emanuele III per grazia di Dio e per volontà della nazione re d’Italia - imperatore d’Etiopia» decreta e firma i provvedimenti insieme con Mussolini, sono un vero monumento all’infamia. Stabiliscono una serie di restrizioni che vanno dal divieto di contrarre matrimonio misto a quello di firmare manuali scolastici, proibiscono agli ebrei italiani di avere dipendenti, di essere dipendenti di enti statali, banche, assicurazioni, di prestare servizio militare, possedere terreni e aziende. Pretendono, con brutale ottusità, di definire l’appartenenza ebraica in termini di sangue (art. 8, comma a: «È di razza ebraica colui che è nato da genitori entrambi di razza ebraica, anche se appartenga a religione diversa da quella ebraica») con paradossale precisione (comma c: «È considerato di razza ebraica colui che è nato da madre di razza ebraica qualora sia ignoto il padre»).
Queste leggi, tanto spietate quanto assurde, non furono un meteorite precipitato sul ridente pianeta Italia da una remota e maligna regione siderale. Furono il prodotto di forze congiunte: il regime fascista, la consenziente monarchia (i cui degni eredi, forse perché non hanno più nessun regio decreto da firmare, si son dati allo sport, con risultati davvero eccellenti nel lancio di boutades) e il popolo italiano. Stretto nelle maglie di questa orribile storia, che tuttavia è proprio la sua.
Quando l’autore israeliano aveva sette anni scoppiò la guerra che travolse la sua famiglia.
Affrontò il dolore con il silenzio. Poi scelse di scrivere
Un passato che scotta
La Shoah e il potere della parola
"Ero attorniato da un mare di profughi che fluiva da un luogo all’altro, tutti carichi di un’immensa paura che non sapevano dove lasciare"
"Una sera ero così sperso che mi misi a scrivere su un pezzo di cartone i nomi dei miei genitori: come per miracolo li riportai alla vita"
di Aharon Appelfeld *
Comincerò da me stesso. Sono nato nel 1932 nell’Europa dell’Est.Avevo sette anni quando scoppiò la Seconda Guerra Mondiale. Mia madre fu assassinata, fui separato da mio padre e, dopo essere fuggito dal campo, trascorsi gli anni di guerra nel sottobosco della malavita ucraina. Provengo da una famiglia abbiente e di larghe vedute, fedele ai principi della civiltà. Brusco fu il passaggio dal mondo del diritto e della legalità a quello opposto, e richiese un rapido adattamento. Una tale esperienza biografica non può certo dirsi unica: i bambini sopravvissuti alla Shoah hanno storie simili alla mia. La questione che si pose allora e che tale è rimasta, sta in questi termini: come si fa ad affrontare un’infanzia del genere? E ad un altro livello: quale potrà mai essere il significato di un’esperienza tanto terribile?
Come si fa a condurre una vita degna, dopo un’esperienza di questo tipo? O, come mi ha detto una volta un amico, anch’egli un sopravvissuto: chi è stato in campo di concentramento non riesce ad accomodarsi in poltrona e sorseggiare il tè del pomeriggio come se niente fosse, come se non fosse stato laggiù.
Nel 1945, alla fine della guerra, avevo tredici anni. Che fare? Dove dirigermi? Ero attorniato da un mare di profughi che fluiva da un luogo all’altro, tutti carichi di un’immensa paura che non sapevano dove abbandonare, come liberarsene. Le grandi catastrofi ci lasciano pesanti e ammutoliti. Come si fa a dire alcunché di fronte alla morte di un uomo, e a maggior ragione davanti a un cumulo di cadaveri? Nulla di che stupire, se allora le parole mancassero, quasi non se ne dicessero. La parola, in fin dei conti, è destinata a colmare le nostre necessità esistenziali; eppure tace quando si avvicina agli abissi dell’animo, e a maggior ragione se si tratta di immensità metafisiche. Erano colmi, sì, quegli abissi: ma nessuno aveva ancora inventato gli strumenti capaci di far risalire quel che si era annidato laggiù, in fondo. Di quei tempi di marce interminabili, ricordo volti indecifrabili e passi pesanti, ma non una domanda, non un interrogativo su ciò che era appena successo: come se il silenzio fosse la sostanza del mondo. Del resto, che cosa può esserci da dire di fronte alle forze irrazionali e irrefrenabili, del terrore? Era tutto così inconcepibile, da zittire non solo la parola ma anche il dolore.
Mi ritrovai orfano, e non solo di papà e mamma. Valori e convinzioni sembravano tutt’a un tratto avventati, quasi ridicoli di fronte ai mostri umani che ci avevano tormentato. Quale potrà essere il tuo mondo, d’ora in poi? Sprofonderai nel pozzo del pessimismo, in quello del cinismo, tradirai i principi dei tuoi genitori, che coltivavano l’umanesimo liberale, tradirai la fede dei tuoi nonni, vissuti con una religiosità tollerante e moderata, tradirai anche gli zii comunisti che avevano dato la vita per il riscatto dell’uomo?
In una di quelle cupe sere in cui mi sembrava che il ghetto e il campo non mi avrebbero abbandonato mai più, che avrei continuato per sempre a trascinarmi dietro quella solitudine di orfano, smarrito in un mondo che aveva smarrito i propri valori, ebbene quella sera mi misi a scrivere su un pezzetto di cartone i nomi dei miei genitori, quelli dei nonni e degli zii e dei cugini. Ero così sperso che volevo, attraverso la scrittura, accertare che quei nomi fossero esistiti, che la famiglia da cui provenivo non fosse una finzione, parto della fantasia.
Allora, come per miracolo, scrivendo i loro nomi li riportai alla vita: me li ritrovai davanti, proprio come li rammentavo. Per un attimo non fui più un orfano ma un ragazzino circondato da persone che gli volevano bene. Ero talmente felice che nascosi il pezzo di cartone dentro la fodera del mio cappotto, come fosse stato la chiave di uno scrigno pieno di preziosi segreti. Da quel momento, ogni volta che la solitudine o l’angoscia mi mordevano, tiravo fuori quel pezzo di cartone, leggevo ciò che vi stava scritto e rivedevo i genitori che avevo perduto.
La scrittura non è magia ma, evidentemente, può diventare la porta d’ingresso per quel mondo che sta nascosto dentro di noi. La parola scritta ha la forza di accendere la fantasia e illuminare l’interiorità. Ma una lunga strada separava quel brandello spiegazzato di cartone sul quale avevo annotato i nomi dei miei familiari, dalla scrittura vera e propria. Tutto quello che avevo scoperto lungo gli anni di guerra stava chiuso dentro di me, era un macigno scuro: ogni volta che ripensavo a ciò che avevo passato nel ghetto, nel campo e nei boschi, le immagini che affioravano in me non erano meno terrificanti di quanto non lo fosse stata la realtà. Per non affrontare quegli incubi scappavo via di corsa, cercando di staccarmene. Ma questo metodo funzionava solo in parte. Il passato, anche il più tremendo, non si congeda mai facilmente.
In termini generali, diciamo che la letteratura racconta delle storie. Ma quelle degli scampati ai campo e ai boschi, non erano storie. Piuttosto, un cumulo di braci crepitanti che al solo toccarle ustionavano. Che cosa c’è da raccontare, qui? Forse, raccontare quel terrore è una profanazione.
Quanto tempo è durata, quell’angoscia. Le peregrinazioni per l’Europa terminarono nel 1946, quando arrivai in Palestina. Nella Palestina del 1946 c’era un’atmosfera pionieristica. Questo slancio mirava a costruire un ebreo nuovo, spogliato delle paure del passato e rivolto al presente, al futuro. Il passato ebraico era considerato una sorta di maledizione, da cui affrancarsi: sullo sfondo di questi ideali pionieristici, l’esperienza del passato - i ghetti e i campi - , era carica di un’onta che andava cancellata, e il più in fretta possibile. All’atto pratico, come si fa a estirpare dall’anima tutto quello che si è attraversato durante cinque lunghi anni, ed innestarvi al suo posto un idillio pastorale? Come si fa a dimenticare una parte importante della propria vita? Alcuni lo fecero, ma quella rimozione costò loro un caro prezzo. Una persona senza passato, foss’anche un passato terribile e infame come quello, è una persona menomata. Senza contatto con i genitori e gli avi, senza i valori che le generazioni precedenti trasmettono, si è solo un corpo vivo, ma senza un’anima.
La mia giovane vita incontrò però anche delle luci. Lavoravo nei campi, imparai ad amare le piante e gli alberi, e c’erano momenti in cui avevo il presentimento che la terra avrebbe guarito le mie ferite, che sarei diventato un vero e proprio contadino, come tutti gli altri che non avevano conosciuto la guerra.
Di notte, solo con me stesso, scrivevo delle lettere a mia madre. Sapevo che era stata trucidata, e tuttavia mi crogiolavo in quest’affetto. Le lettere erano una serie di minuzie insignificanti, dettate dalla mia quotidianità. Avevo l’impressione che se per chissà quali vie le mie lettere le fossero arrivate, ne sarebbe stata felice. Notte dopo notte, quella mia frenetica attività di scrittura mi riportava al mondo che un tempo era stato il mio.
(Traduzione di Elena Loewenthal)
* la Repubblica, 07.05.08.
Stasera, alla Reggia di Venaria di Torino, serata in onore degli ospiti della Fiera del Libro dove lo scrittore israeliano Aharon Appelfeld terrà, alle 20, una lectio magistralis che qui anticipiamo in parte. Domani, invece, alle dieci di mattina, inaugurazione ufficiale della Fiera alla presenza del Presidente della Repubblica.
Una questione di memoria
di Furio Colombo *
Due lettere inviate a Sergio Romano al Corriere della Sera, e la risposta netta (contro il «Giorno della memoria» dedicato alla Shoah) dell’ambasciatore-scrittore ci aiutano a far luce su equivoci, errori di informazione, errori di percezione, e un fondo di malumore per tutta questa attenzione dedicata agli ebrei. Il fatto è che anche fascisti e tedeschi avevano dedicato molta attenzione a questi cittadini del nostro e di tutti gli altri paesi europei, e a molti sembra inevitabile (cerco di dire con mitezza) ritornare sull’argomento.
Ma andiamo con ordine. Le due lettere, scelte probabilmente fra le tante che saranno state scritte a Sergio Romano nell’occasione del 27 gennaio, toccano entrambe il tema sollevato alla Camera, in lunghe discussioni orientate a un perenne rinvio. Perché solo gli ebrei e le altre vittime (soldati, politici, omosessuali, zingari) dell’universo concentrazionario fascista nazista e non le altre vittime di Stalin, della Cina, dell’orrore comunista? È un argomento già molto usato in passato e ha avuto, con la pazienza e l’attenzione che merita, mille volte risposta. E non risposta di indifferenza a quei gravi delitti ma una obiezione precisa e incontrovertibile, nel paese di Nicola Pende (il manifesto degli scienziati italiani sulla razza, che dichiara estraneità, inferiorità e pericolo degli ebrei) e di Giorgio Almirante (autore ed organizzatore della rivista La difesa della razza, forse la più crudele e diffamatoria in quegli anni di dilagante antisemitismo europeo).
Le due lettere a Sergio Romano, che appaiono, con evidenza scritte da persone non giovani (dunque con più probabili ricordi personali)e dotate solo di argomenti di destra (basta con i delitti fascisti, occupiamoci una buona volta di quelli comunisti), sono travestite di finto candore. Chiedono una risposta che essi stessi offrono: ma come? Con così tanti delitti di Stalin e Tito, c’è ancora chi riempie la testa alla gente con le leggi razziali di Hitler e Mussolini? «Le leggi razziali italiane? Sono state poca cosa», aveva detto a suo tempo Vittorio Emanuele Savoia, quando si dubitava della sua conoscenza della storia e non ancora della sua tempra morale. Nel rispondere alle due lettere, Sergio Romano non sceglie l’indecoroso percorso Savoia. Offre una rapida e corretta ricostruzione di eventi (un elenco di crimini in Europa e poi fino a Mao, a Ho Chi Min, e stupisce che non abbia incluso i Khmer Rossi della Cambogia). Ma raggiunge la stessa conclusione. In tre punti.
Primo, al Parlamento italiano Sergio Romano dichiara che avrebbe votato contro la legge che istituisce il «Giorno della memoria» dedicato alla Shoah perché nel mondo è accaduto ben altro.
Secondo, indica come cattivi maestri, con il dovuto disprezzo, «i professionisti della memoria antifascista». Posso permettermi di credere che si riferisse a me come estensore e prima firma del testo di quella legge. E posso dire che in quel gruppetto, fra coloro che non dimenticano Via Rasella, Marzabotto, Sant’Anna di Stazzema, la strage delle famiglie ebree di Stresa, la razzia del 16 ottobre a Roma, sotto le finestre del Vaticano, i sette Fratelli Cervi (la lista sarebbe immensa perché un professionista della memoria antifascista ricorda tutto, specialmente se in quel tempo ha vissuto), mi trovo in buona compagnia. La sola che desidero.
Terzo, Sergio Romano sceglie di ricordare che al momento del voto alla Camera «Lucio Colletti ha votato contro». Aggiunge: «Anch’io avrei votato contro», presumibilmente per non essere - Dio ci scampi - scambiato per un professionista della «memoria antifascista» che, nella sua narrazione, appare un disturbo petulante nella buona vita italiana.
L’opinione è sua. Brutta ma rispettabile. Il ricordo è sbagliato. Colletti (che voleva una mozione, non una legge) non ha votato contro. Si è astenuto. L’ astensione, secondo il regolamento della Camera, non impedisce di dichiarare la legge, come risulta dagli atti, votata all’unanimità. La legge che istituisce «Il giorno della memoria» in Italia è stata infatti votata all’unanimità perché tutti i miei colleghi di allora, da sinistra a destra hanno accolto i due argomenti che sono stati proposti nella perorazione (la ricordo come una supplica) finale. È stato detto: gli orrori del mondo sono tanti e spaventosi, ma la Shoah, oltre a essere un crimine unico, è un delitto italiano. Nulla di ciò che è accaduto poteva accadere senza le leggi razziali italiane. E infatti nella Bulgaria fascista i tedeschi, neppure nell’impeto di violenza finale del 1943-45 hanno potuto arrestare un solo cittadino ebreo di quel paese perché il leader fascista bulgaro Dimitar Peshev aveva detto «No, mai in questo paese».
Ma ho potuto ricordare un altro fatto. In quell’aula di Montecitorio, da quegli stessi posti in cui stavamo seduti noi, un altro parlamento italiano aveva votato all’unanimità le leggi di Mussolini. Ho chiesto, come un piccolo segno che non avrebbe cancellato nulla ma sarebbe stato un simbolo per i più giovani, di votare anche noi all’unanimità. Così è accaduto. Un cittadino italiano e soprattutto uno storico, dovrebbe trarre un motivo d’orgoglio da questo piccolo evento. Sergio Romano, che pure è uno storico stimato e rispettato, sceglie invece questa frase: «Abbiamo permesso che la storiografia venisse degradata a strumento di lotta politica».
Lotta politica ricordare il delitto di persecuzione dei cittadini italiani ebrei (e - con il concorso dell’Italia - di tutti i cittadini ebrei d’Europa)? Romano chiama alla lotta: «Gli storici dovrebbero essere i primi a respingere questo uso partigiano e fazioso della loro disciplina». Sono certo che gli storici risponderanno.
colombo_f@posta.senato.it
* l’Unità, Pubblicato il: 02.02.08, Modificato il: 02.02.08 alle ore 8.38
BRUNO SEGRE: PER NON DIMENTICARE *
Quasi sei decenni ci separano dai giorni in cui le armate alleate raggiunsero i campi di sterminio nazisti restituendo la liberta’ ai pochi prigionieri scampati al massacro: da allora la memoria della Shoah rappresenta un elemento costitutivo dell’identita’ per una parte cospicua degli ebrei. Ormai la generazione dei testimoni diretti (su entrambi i versanti: quello delle vittime e quello dei persecutori) va estinguendosi.
Ma anche gli ebrei della nuova generazione, apparentemente estranei alla paura, affrancati - tanto nella diaspora quanto in Israele - dalle ansie degli antenati, continuano a confrontarsi con la memoria della Shoah, condannati a ritornarvi lungo la propria cronistoria, nelle proprie associazioni mentali, nelle proprie decisioni morali, nei codici di comportamento. "Una mia amica, sopravvissuta come me alla Shoah - scriveva Doris Papier in una lettera da Herzliya (Israele) al "Jerusalem Post" nel dicembre 1990 -, ha visitato recentemente la localita’ nella quale erano vissuti e dove vennero assassinati i miei famigliari. Il luogo non e’ lontano da Rovno, in Ucraina. Mentre si trovava la’, la mia amica registro’ con una cinepresa la boscaglia in cui migliaia di ebrei furono passati per le armi".
E soggiungeva: "Quando vidi il filmato rimasi inorridita nell’osservare che un po’ ovunque, sul terreno, affioravano le ossa delle vittime e, inoltre, che la popolazione del luogo andava frugando fra i resti umani alla ricerca di denti d’oro e di oggetti di valore". (...) "Trovo quasi incredibile che per tutto questo tempo nulla sia stato fatto dalle autorita’ sovietiche e/o ucraine per porre rimedio a tale situazione".
Oswiecim, in Polonia ("Auschwitz" in tedesco). Qui, nell’agosto 2000, viene inaugurata la discoteca "System", nella quale ogni fine settimana si danno appuntamento centinaia di giovani. La nascita della discoteca innesca l’ultima di una lunga serie di diatribe che, per tutto il secondo dopoguerra, hanno avvelenato i rapporti tra polacchi ed ebrei: la malcelata invidia dei primi, che non si sono sentiti abbastanza considerati nel ruolo di vittime del nazismo, l’antisemitismo strisciante dei governi comunisti di Varsavia, l’atteggiamento a volte ostile verso gli ebrei della Chiesa cattolica di Polonia e, soprattutto, il destino di Auschwitz, l’uso e la tutela di un luogo che la tragedia della Shoah ha inscritto per sempre nella storia degli ebrei e nella coscienza del mondo. La "pista da ballo sopra le tombe" - come viene definita la discoteca dai suoi critici - riaccende la guerra per la memoria della Shoah: una vicenda conflittuale fatta di simboli, di controversie religiose e strumentalizzazioni politiche, le cui radici vanno cercate nelle pieghe profonde della storia d’Europa, recente e meno recente.
Gia’ negli anni Ottanta un convento di carmelitane, che si era insediato entro il perimetro dell’ex campo di sterminio, fu trasferito al di fuori dei fili spinati in seguito alle proteste delle comunita’ ebraiche. Nel 1996, gruppi di pressione ebraici ottennero che fosse annullato il progetto di costruzione di un centro commerciale, mentre nel 1998 vennero rimosse trecento croci in legno piantate ad Auschwitz dagli attivisti del "Movimento per la salvezza del popolo polacco", un gruppuscolo ultranazionalista che fa dell’antisemitismo e del radicalismo religioso il proprio cavallo di battaglia. Nel 2000, a chiedere l’immediata chiusura della discoteca "System" scese in campo nientemeno che il Centro Wiesenthal di Vienna.
Spesso gli ebrei vengono rimproverati di fare di Auschwitz, della Shoah un mito, un monumento. A ben vedere le cose non stanno esattamente cosi’. Per i sopravvissuti e per i loro eredi la Shoah, assai piu’ che un monumento rappresenta il ricordo incancellabile di un disastro, di una vicenda di rovinosa umiliazione, di impotenza e solitudine.
Innanzitutto e’ impossibile dimenticare che la Shoah ha inghiottito sei o sette milioni di persone: approssimativamente la meta’ degli ebrei europei, ossia circa un terzo degli ebrei del mondo, fra i quali un milione e mezzo di bambini. Ma soprattutto, nella Shoah e’ andata distrutta una civilta’, quella degli ebrei dell’Europa centro-orientale. Dell’antico scenario fisico entro il quale si mossero e fiorirono numerose comunita’ estremamente vitali e creative, oggi non rimangono che i muri delle sinagoghe, i cimiteri, i libri, gli oggetti rituali e d’uso quotidiano, le carte: documenti di una storia durata poco meno d’un millennio. Pagine della storia degli ebrei, certamente, ma anche, a pieno titolo, della storia d’Europa e - vorrei aggiungere - della storia dell’intera umanita’.
Come ha scritto Yosef Hayim Yerushalmi, docente alla Columbia University di New York, la necessita’ di ricordare e’ divenuta piu’ urgente da quando hanno alzato la voce "coloro che fanno a brandelli i documenti, gli assassini della memoria e i revisori delle enciclopedie, i cospiratori del silenzio, coloro che, come nella bellissima immagine di Kundera, possono cancellare un uomo da una fotografia in modo che ne rimanga solo il cappello". Quella che ci risulta intollerabile e’ l’idea che persino i crimini piu’ atroci possano cadere nell’oblio. In sostanza, il bisogno di ricordare riguarda il male.
Da piu’ parti si sostiene che, in quanto "male assoluto", la Shoah sia qualcosa di indicibile, di irrappresentabile. Si tratta, in questo caso, di un’opinione che non condivido. Ritengo infatti che anche il lavoro di coloro che fanno storiografia avrebbe uno spessore molto inferiore se non potesse fare riferimento proprio alle narrazioni dei testimoni diretti, dei deportati, di coloro la cui vita e’ stata barbaramente stroncata, dei sopravvissuti. Come si sa, la testimonianza personale e’ fragile, parziale, incompiuta; tuttavia essa esprime il vissuto, unisce soggettivita’ e oggettivita’, individuale e collettivo, pubblico e privato. Ai fini della conservazione e trasmissione della memoria, il racconto individuale offre spunti e risorse di una vitalita’ unica, insostituibile: basti pensare alle narrazioni e alle riflessioni preziosissime di un grande testimone quale fu Primo Levi.
In un mondo sempre piu’ orientato a rimuovere e a banalizzare il male - qual e’ il mondo in cui viviamo -, e’ importante che un sano impegno pedagogico dia vita a strategie educative capaci di offrire alle generazioni piu’ giovani il senso concreto di un legame tra la vicenda dello sterminio nazista e situazioni di violenza, di offesa ai diritti umani, di eccidi di massa che accadono oggi, pur con tutte le differenze rispetto alla Shoah.
Il ricordo del male passato, pero’, non puo’ e non deve ridursi a retoriche manifestazioni in chiave celebrativa: una sorta di illusori compensi postumi elargiti alle vittime e ai loro eredi. Manifestazioni di questa natura sono i prodotti di una memoria statica, capace soltanto di dare corso a rievocazioni del male che, per essere meramente commemorative ed esorcistiche, rivelano una radicale sterilita’. Da esse occorre distinguere le forme di una memoria dinamica, preoccupata di tenere viva la consapevolezza del male al fine di favorire, semmai, la progettazione di un futuro diverso e migliore. Infatti il ricordo dell’orrore, seguito dalla rituale invocazione "cio’ non deve accadere mai piu’", appare destinato a rimanere privo di reale efficacia quando non si saldi a un’interrogazione argomentata e analitica circa il presente e non si apra con spirito critico e creativo alla progettualita’.
Alla fine del 1997 Sergio Romano pubblico’ in Italia un saggio che, a onta del tenore benevolo del titolo e dell’orgoglioso "laicismo liberale" ostentato dall’autore, apparve subito abbondantemente farcito dei piu’ abusati luoghi comuni antiebraici. L’autore pretendeva di spaziare in lungo e in largo nella storia degli ebrei fino a giudicarne lapidariamente la religione: un "catechismo fossile (’duecentoquarantotto precetti affermativi e trecentosessantacinque precetti negativi’, ricorda il rabbino Toaff) di una delle piu’ antiche, introverse e retrograde confessioni religiose mai praticate in Occidente".
Fra le numerose bizzarrie proposteci da questo pamphlet, occupa un posto centrale la tesi, non priva di malizia, secondo la quale il genocidio degli ebrei d’Europa si sarebbe ormai trasformato, per l’opinione pubblica dell’Occidente (cristiano), in una sorta di ricatto permanente.
Nell’imputare tale fatto al culto ebraico della memoria, Romano articola le sue argomentazioni nei termini seguenti: "[Il genocidio] e’ diventato il peccato del mondo contro gli ebrei, una colpa incancellabile di cui ogni cristiano dovrebbe chiedere perdono quotidianamente, il nucleo centrale della storia del XX secolo. Grazie a questa prospettiva storica, ogni paese e ogni istituzione vengono giudicati per il loro ruolo in quella vicenda e finiscono, prima o poi, sul banco degli accusati". Dopo avere elencato varie stragi analoghe o paragonabili per dimensioni o crudelta’ (lo sterminio armeno, le vittime dello stalinismo, del colonialismo, della seconda guerra mondiale, dei conflitti interetnici in Bosnia o in Ruanda), Romano lamenta che, mentre la memoria di questi e altri massacri "impallidisce e si appanna, l’’olocausto’ continua ad agitare le coscienze". Insomma, "non e’ piu’ un episodio storico da studiare nelle particolari circostanze in cui quelle vicende ebbero luogo".
Di fronte alla ricerca storica, afferma Romano, molti ambienti ebraici si rivelano animati da una "ostilita’ iniziale" dettata, fra l’altro, dal "timore che gli studi storici finiscano per ’storicizzare’ il genocidio riducendolo, prima o dopo, ad una gigantesca ’notte di San Bartolomeo’". Con l’attribuire agli ebrei, in buona sostanza, la colpa di collocare la Shoah in una dimensione teologica e metastorica, Romano avanza l’ipotesi che la "strategia della memoria" sia stata per lo Stato d’Israele "una straordinaria arma diplomatica, una preziosa fonte di legittimita’ internazionale". Inoltre, secondo Romano, tale strategia e’ "il terreno su cui l’ebraismo e la sinistra possono incontrarsi e collaborare", consentendo agli ebrei di "tenere in vita una sorta di ’comitato permanente di vigilanza antirazzista’".
E’, questa di Romano, un’ipotesi semplicistica e fuorviante poiche’, oltre a recuperare alcuni "topoi" del "connubio giudaico-comunista" tanto cari alla pubblicistica fascista degli anni trenta, ha il torto di enfatizzare il sostegno offerto allo Stato d’Israele dalle comunita’ della diaspora e di sottolineare oltre misura la volonta’ d’Israele di tenere viva, nel proprio esclusivo interesse di Stato, la memoria del genocidio: riducendo in tal modo il grande esame di coscienza che il mondo continua a compiere di fronte alla Shoah a una meschina macchinazione politica degli ebrei.
Circa gli usi della memoria della Shoah che si sono andati facendo in Israele lungo l’arco dei decenni, l’analisi piu’ compiuta, equilibrata e, nello stesso tempo, severamente problematica, e’ a mio avviso quella condotta da Tom Segev - un valido giornalista e storico israeliano - in Il settimo milione. Osservatore molto attento e sottile delle dinamiche complesse e talvolta contraddittorie che si registrano all’interno della classe politica e della societa’ israeliane, Segev rammenta che "Israele e’ diverso dalla maggior parte degli altri paesi del mondo perche’ ha la necessita’ di giustificare, agli occhi altrui e ai propri, il diritto all’esistenza". L’Olocausto, spiega Segev, "e’ la conferma definitiva della validita’ della tesi sionista secondo cui gli ebrei possono vivere nella sicurezza e godere pienamente dei diritti dei quali usufruiscono gli altri popoli soltanto in uno Stato autonomo e sovrano, capace di difendersi.
Eppure, di guerra in guerra, si e’ visto chiaramente che al mondo ci sono molti altri luoghi in cui gli ebrei sono piu’ al sicuro che in Israele. Non solo: l’Olocausto e’ stato un’innegabile sconfitta per il movimento sionista, che non e’ riuscito a convincere la gran parte degli ebrei del mondo a stabilirsi in Palestina quand’era ancora possibile".
"Secondo alcuni", ricorda Segev, "sarebbe meglio che gli israeliani dimenticassero l’Olocausto, dal momento che ne traggono insegnamenti sbagliati". E nel menzionare taluni dei rischi che il culto della memoria comporta, egli osserva correttamente che "la scuola e le celebrazioni ufficiali alimentano spesso lo sciovinismo e l’idea che lo sterminio nazista giustifichi qualsiasi azione purche’ giovi alla sicurezza di Israele, compresa la repressione della popolazione palestinese nei Territori occupati". Tuttavia, dichiara alla fine l’autore, gli israeliani "non possono e non devono dimenticare [l’Olocausto]. Quello che devono fare e’ trarne conclusioni diverse. L’Olocausto chiede a tutti noi di tutelare la democrazia, combattere il razzismo e difendere i diritti umani. Conferma e rafforza la legge israeliana che impone a ogni soldato di non obbedire a un ordine palesemente illegittimo. Certo non sara’ facile inculcare gli insegnamenti umanistici dell’Olocausto finche’ Israele lottera’ per difendersi e per giustificare la propria esistenza. Ma farlo e’ essenziale".
E’ chiaro che il rapporto fra memoria della Shoah e storia e’ particolarmente complesso, giacche l’elaborazione dei lutti provocati dalla tragedia e’ lunga e dolorosa. Faccio senz’altro mia la preoccupazione di non cadere in "eccessi di memoria", che rischierebbero di schiacciare sul passato la progettazione di un qualsiasi avvenire. Ne’ intendo qui negare che in ambito ebraico siano oggi presenti, tanto in Israele quanto nella diaspora, gruppi politici e frange sociali disposti a fare della Shoah un uso strumentale onde giustificare forme di sciovinismo miope e arrogante, pericolose derive fondamentaliste e grette chiusure di natura confessionale.
Tuttavia, il piccolo universo degli ebrei continua, nel suo insieme, a essere ricco di interne tensioni, di una vivacissima dialettica, di spinte e controspinte, e presenta connotazioni complesse, diversificate e troppo difficili da cogliere perche’ sia consentito accostarsi a esso con un approccio del tipo di quello adottato da Sergio Romano. Forse l’urgenza con la quale Romano preme per "storicizzare" la Shoah rivela una sotterranea ansia di "archiviazione", tesa a liquidare una memoria troppo ingombrante per i tanti europei che, pur di sentirsi innocenti, cercano di "chiamarsi fuori" in vari modi, per esempio ponendo lo sterminio a esclusivo carico della defunta ideologia nazista.
Il vero problema, a mio avviso, e’ quello di conciliare il compito morale di evitare che il passato cada nell’oblio con l’impegno a operare perche’ le nuove generazioni si possano costruire un futuro vivibile e decente, da condividere responsabilmente e fraternamente con tutti i figli degli uomini. In ambito ebraico, alcune strade in questa direzione appaiono gia’ tracciate.
Mi riferisco, in primo luogo, all’esperienza di Yad Vashem, il museo della Shoah di Gerusalemme: un’istituzione che, fin da quando vide la luce nel 1957, volle ricordare accanto alla memoria delle vittime anche i "giusti", ossia i protagonisti del bene, quanti a rischio della propria vita si prodigarono per la salvezza dei perseguitati. Le vicende dei "giusti" hanno permesso a molti fra i sopravvissuti di ritrovare la speranza nell’umanita’. Per numerosi ebrei e per i loro figli e nipoti e’ stato possibile ritornare nei paesi che li avevano perseguitati e traditi, solo dopo avere saputo di uomini e donne che si erano comportati diversamente. In tal modo i "giusti" sono diventati il tramite di un riavvicinamento tra le vittime della violenza e i popoli che li hanno oppressi.
In una direzione non dissimile si colloca il lavoro del Post-Holocaust Dialogue Group: un’associazione internazionale creata all’inizio degli anni Novanta da Gottfried Wagner - pronipote di Richard e figlio "degenere" dell’attuale direttore del Festival di Bayreuth (in Germania) - e da Abraham Peck, direttore amministrativo e dei programmi dell’Archivio ebraico-americano di Cincinnati (negli Stati Uniti). Le iniziative di questo gruppo mirano non gia’ a ricomporre le memorie della Shoah - ancor oggi profondamente divise - in una fittizia unita’ sotto l’etichetta di una "comune memoria" (un’operazione che, qualora venisse proposta, recherebbe offesa a tutte le persone coinvolte a vario titolo nella tragedia), bensi’ a dare luogo al lavoro difficilissimo, e tuttavia necessario, di reciproco riconoscimento, di dialogo appunto, tra i figli di coloro che la Shoah l’hanno subita e i figli di coloro che, invece, l’hanno architettata e inflitta. Un dialogo, dunque, tra persone nate dopo lo sterminio.
Uno dei membri ebrei del gruppo, lo psichiatra newyorkese Yehuda Nir, ha pubblicato un’autobiografia che e’ stata tradotta in nove lingue. In un’introduzione all’edizione olandese, composta con un pensiero rivolto in particolare agli studenti, Nir interpella idealmente Gottfried Wagner con parole che esprimono tutt’intera la tensione e la fatica di un lavoro congiunto di ricostruzione morale e psicologica, portato avanti con estrema delicatezza dagli uni e dagli altri attori di questo dialogo straordinario: "Gottfried, io ti vedo come un rappresentante di questo [nuovo] mondo. Tu sei l’anti-Lohengrin, che non nasconde il suo passato e dice: ’Per favore, Yehuda, chiedimi che cos’hanno fatto i miei genitori’. In modo sincero ti definisci un figlio dei persecutori, un tedesco nato dopo la Shoah. Hai affermato di essere legato alla storia della Germania. Non chiedi perdono. Tutto cio’ che desideri e’ impegnarti in un dialogo per capire che cosa e come e’ successo, e se e’ possibile evitare che possa accadere di nuovo. Sei un tedesco che vuole aiutare a creare un mondo in cui noi ebrei possiamo prendere in considerazione il perdono".
*NOTIZIE MINIME DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO Numero 347 del 27 gennaio 2008 [Riproponendo nuovamente queste pagine finali del suo libro Shoah, Il Saggiatore, Milano 2003, nuovamente ringraziamo di cuore Bruno Segre per averci permesso di riprodurre sul nostro foglio a suo tempo ampi stralci da questo suo utilissimo libro, la cui lettura vivamente raccomandiamo. ...]
Giorno della Memoria perché
di Furio Colombo *
Ricordate quando è stato istituito il Giorno della Memoria (la legge 211, in data 20 luglio 2000), approvata all’unanimità dalla Camera dei Deputati e a maggioranza dal Senato? L’intestazione di quella legge diceva: «Istituzione del “Giorno della Memoria”, in ricordo dello sterminio e delle persecuzioni del popolo ebraico e dei deportati militari e politici italiani nei campi nazisti». A quel tempo tanti avevano pensato che questa legge riguardasse il passato. Oggi, mentre l’Italia, questo 27 gennaio, vive per la sesta volta il suo "giorno della memoria" ci sono notizie, non tutte buone, di cui è bene tenere conto. Non sono notizie che riguardano il passato. Sono notizie di oggi e qualcuna di esse indica il futuro. Quel futuro appare oscuro e confuso, e vale la pena - proprio oggi - di parlarne.
La prima notizia è che in questi ultimi tempi si è lavorato in modo molto intenso, abile e di successo, a svergognare l’Antifascismo, la Resistenza e i presunti delitti di chi ha combattuto il fascismo, che era uno dei due pilastri europei delle leggi razziali. Senza l’Italia, e dunque senza il fascismo, la Germania di Hitler, indicata spesso per convenienza come il solo colpevole, non avrebbe potuto imporre il suo piano di sterminio a uomini, donne e bambini ebrei in tutta l’Europa occupata. Per un simile delitto occorreva un complice. Quel complice è stato Mussolini. E il suo regime. E i suoi uomini. Molti esecutori di quella complicità hanno tranquillamente continuato le loro vite e carriere nell’Italia del dopo-fascismo. I nomi di alcuni, tristemente conosciuti tra le vittime italiane della Shoà e tra gli antifascisti che li hanno combattuti e sono morti in quel tempo (conosciuti per il loro zelo persecutorio, per la loro bravura nel consegnare più vittime ai nazisti) appaiono adesso, nella nuova letteratura che accusa la Resistenza, fra gli "innocenti" delle "vendette" accadute dopo la Liberazione.
Questo sgretolamento della memoria, a cui alcuni hanno alacremente lavorato, spiega l’evento incredibile di vedere sventolare bandiere di Israele accanto a bandiere fasciste con croce celtica, in una manifestazione politica a Roma, lo scorso dicembre. Il fatto ha colpito molte persone, che non hanno mai dimenticato il nesso fissato dalla Storia tra fascismo, leggi razziali, la consegna dei cittadini ebrei italiani nelle mani dei persecutori tedeschi da parte dei persecutori fascisti, la costante collaborazione ai viaggi verso i campi di sterminio. Tale evento - quelle bandiere accostate in una stessa manifestazione - è stato reso possibile da un vero e proprio disastro mediatico, che ha colpito l’Italia negli ultimi anni e nel quale sono stati travolti alcuni punti di riferimento essenziali, non solo l’antifascismo, ma il rapporto stretto o di coincidenza tra lotta antifascista e militanza politica dell’Ebraismo italiano durante il fascismo. Tale vuoto di memoria è tanto più grave se si considera che chi continua a portare in piazza bandiere con le croci celtiche e i segni vistosi di appartenenza al fascismo, dichiara apertamente - non solo con quei segni, ma con esplicita propaganda - di non avere abbandonato nulla del legame e della fede fascista, della accettazione delle sue leggi. E apertamente aggiunge al credo intatto del passato il negazionismo del presente.
Ma, accanto a questa causa, resta viva e operante - in tutti i suoi effetti negativi - una evidente concausa. Essa è il permanere, e talvolta rafforzarsi, di un sentimento antiebraico, che si esprime con forza contro Israele, da parte di persone, gruppi, stati d’animo e nodi di cultura (anche a livello di responsabilità politica) che vengono dalla tradizione politica della Resistenza e sono legate all’Antifascismo. È ritornata presto - con i momenti peggiori della Guerra Fredda - la denuncia del "sionismo" (sogno e progetto di creare una patria degli ebrei mentre essi erano perseguitati nel mondo) come un tetro complotto internazionale basato sulla potenza, sulla ricchezza e sulla ricerca di dominio.
Fuori dall’Italia il mondo ha avuto le sue colpe, se si pensa alla risoluzione dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, votata a maggioranza e rimasta in vigore per anni, che - nel mezzo dell’epoca delle informazioni di massa e della grande diffusione, anche al livello non specialistico, degli studi storici - ha dichiarato uguali razzismo e sionismo, ovvero le vittime e i carnefici di Auschwitz. Ma l’amputazione dei legami profondi fra l’Antifascismo e il mondo ebraico è avvenuto soprattutto in Italia, ed è particolarmente grave perché è una doppia negazione: delle ragioni di esistenza dello Stato di Israele; e della storia dell’Antifascismo italiano, di gran lunga il più ricco, in tutta Europa, di partecipazione militante ebraica, dall’impegno intellettuale alla pratica del combattimento.
Se è vero che "il Giorno della Memoria" è dedicato non agli ebrei vivi, che non dimenticano, non ai milioni di morti di un popolo che non cerca celebrazioni, ma a tutti i cittadini del nostro Paese, e specialmente ai più giovani, perché non cadano nelle trappole delle tre propagande - quella della Guerra Fredda, quella delle mistificazioni mediatiche che tendono a deformare o cancellare la Resistenza, e quella persistente e tenace dell’antisemitismo dei secoli - allora può essere utile ricordare a tanti italiani il più rigoroso e completo studio internazionale sulla Shoah italiana, pubblicato nel 1987 da Basic Books, a New York, successivamente da Columbia University Press e Nebraska University Press negli anni Novanta, in Italia dall’editore Mondadori The Italian Olocaust, opera della storica della Columbia University Susan Zuccotti.
L’ultimo e più vasto capitolo di quel libro, dal titolo I migliori di una generazione: gli ebrei italiani e l’Antifascismo, è un documento saggio, che ricostruisce - dall’inizio agli ultimi giorni della Resistenza - la partecipazione degli ebrei italiani alla lotta contro il fascismo, iniziata molto prima delle leggi razziali, da figure note e celebri nel mondo (Rosselli, Colorni) a nomi che nessuno ricorda più come Franco Cesana, escluso a sette anni dalla sua scuola elementare di Bologna, ucciso dai nazisti a tredici anni, mentre combatteva, insieme al fratello Lelio, con una formazione partigiana sugli Appennini emiliani. I compagni di lotta che erano vicini a lui quando è stato colpito lo hanno sentito recitare morendo la sua preghiera: "Shemà Israel, A-donai E-lohenu, A-donai Echad" ("Ascolta, Israele, il Signore nostro Dio, unico Dio"). E forse, per la prima volta, nella Resistenza italiana è risuonata l’invocazione a Israele. Sulla sua tomba, nel cimitero di Bologna, c’è scritto: "Il più giovane partigiano d’Italia". È un titolo d’onore, che non dovrebbe essere dimenticato da coloro che - tra le fila dei discendenti ed eredi della Resistenza - credono e dicono che Israele è una invenzione degli americani per gli interessi dei ricchi e delle lobby ebraiche del mondo.
Eppure in Israele - il Paese che non era ancora nato, ma era già la rappresentazione fisica di un sogno - sono emigrati ebrei antifascisti italiani, come Enzo Sereni, mentre il fratello Emilio, tra arresti, fughe e prigioni, diventava organizzatore della lotta armata e poi militante del Partito Comunista Italiano, membro dell’Assemblea Costituente e senatore della repubblica italiana liberata dal fascismo.
A un altro grande antifascista ebreo italiano - che dopo tredici anni di carcere ha presieduto l’Assemblea Costituente italiana e firmato la Costituzione - è toccato dire, mentre tutto il mondo arabo tentava di distruggere il neonato stato di Israele: «Sarebbe ben strano che, contro ben cinque Paesi arabi (Egitto, Libano, Siria, Giordania, Iraq) il popolo ebraico si trovasse senza voce. Quanto a me, non ho dimenticato gli orrori degli stermini di massa degli ebrei d’Europa, i mucchi di cadaveri, le centinaia di migliaia di famiglie smembrate, distrutte, ridotte in cenere; la carneficina spaventosa sulla quale il governo nazista progettava di costruire la sua selvaggia religione razziale».
Siamo nel 1948. I cancelli di Auschwitz sono stati abbattuti soltanto tre anni prima. Ma, invece di essere fresca, la memoria dell’Antifascismo era già appannata dalla contrapposizione dura e ottusa della Guerra Fredda. La memoria della Resistenza stava interpretando se stessa soltanto come "guerra di liberazione", e più dall’occupazione tedesca che dal fascismo. Basti ricordare che i dieci firmatari italiani del vergognoso "Manifesto della razza" hanno vissuto il meglio delle rispettive carriere accademiche (lo ricorda l’importante libro di Franco Cuomo I dieci, Baldini, Castoldi, Dalai, 2005) dopo la Liberazione, nell’Italia tornata democratica. Basti ricordare che Primo Levi, all’inizio, nella Torino di Einaudi, non aveva trovato editore per il suo splendido e tragico Se questo è un uomo.
Sono passati decenni prima che la Shoah diventasse memoria, non solo per i sopravvissuti. L’ostacolo più grave e brutale non è stato il negazionismo, non solo. Ma la necessità della propaganda sovietica della Guerra Fredda di separare Israele dall’Antifascismo italiano e dalla Resistenza europea. Nel vuoto c’è spazio per le scorrerie dell’antisemitismo, che ha - come tutti sanno - anche una sua profonda radice nella cultura cristiana. Oggi - e questa è la notizia più importante da aggiungere a quelle che ci porta "il Giorno della Memoria" - i pezzi del tremendo gioco del dopo-Shoah si saldano.
Il capo di uno Stato ricco di armi e di petrolio - l’Iran - compie due gesti nello stesso tempo: nega e ridicolizza la Shoah. E annuncia "la cancellazione dello Stato di Israele". È la dimostrazione che l’incubo degli israeliani non era la conseguenza e l’ostinazione a tornare di un brutto sogno. È la dimostrazione dell’aggancio fra passato e presente, fra Shoah e distruzione del Paese degli ebrei, fra antisemitismo e nuovo progetto di morte. È la dimostrazione dell’errore grave di lasciare solo Israele per poi giudicarlo duramente quando si difende «in modo sproporzionato». Forse è difficile che ci sia una misura giusta per combattere l’incubo e lo sbandieramento, sotto la porta della tua casa, dell’annuncio di sterminio per chi viene da una recente memoria di sterminio.
So che molte di queste affermazioni appaiono dure e polemiche. Ma è giusto che lo siano nel "Giorno della Memoria". Fare i conti con il "Giorno della Memoria" sta diventando difficile anche per il gioco irresponsabile che ne fanno le destre del mondo. Esse annunciano lo scontro di civiltà, la fine della politica, l’inizio della guerra senza fine. Ma vale la pena di aprire con coraggio la discussione (usando le stesse parole di Terracini), se serve a rimettere ordine nei ricordi del mondo (la sinistra del mondo), che un tempo si è battuto per la libertà, il rispetto, la dignità umana. Dunque, prima di tutto contro le ignobili "Leggi per la difesa della razza". Dobbiamo dichiarare che nulla è finito e nulla è mutato di quella lotta.
* l’Unità, Pubblicato il: 27.01.07, Modificato il: 27.01.07 alle ore 11.17
Shoah: la «normale» cronaca di un orrore
di Furio Colombo *
Temo che persino le parole di Anna Arendt siano insufficienti o addirittura inadatte. Ciò che si vede in queste immagini intollerabili e indimenticabili è la normalità.
Non la normalità delle immagini che testimoniano di una immensa e scrupolosa e implacabile rete organizzativa, di una perfetta macchina burocratica capace di portare sistematicamente alla morte lungo un percorso di umiliazione, spogliazione, separazione, offesa, dolore.
No, «la normalità» la constatate con agghiacciante chiarezza, fotografia dopo fotografia. Manca ogni sentimento umano ma anche ogni vibrazione emotiva di qualunque tipo (persino l’odio è assente) dalla parte di chi ha scattato accuratamente, professionalmente, con scrupolosa qualità, le fotografie.
È da questa parte dell’obiettivo, quello del funzionario o del soldato fotografo, che si sente, si vive la vera portata della tragedia. Noi diciamo «comportamento mostruoso». Ma, in realtà, parliamo della pacata e bene organizzata «normalità» di un tempo che è troppo vicino a noi per non sconvolgerci.
«Sconvolgimento» (nel senso di repulsione ma anche di radicale incapacità di comprendere, al modo in cui si «comprendono» anche le peggiori pagine della storia) vuol dire rendersi conto che tutto ciò è avvenuto qui, in Europa, nel cuore caldo di una cultura alta e unica generata da tutti, patrimonio di tutti, che all’improvviso si è spaccata mostrando una spietata e tranquilla lama di morte. Con essa una parte della cultura del mondo si è messa di buona lena a organizzare lo sterminio di un’altra parte di se stessa.
Il fremito di disorientamento, disagi e - diciamo pure - con il tipo di ansia che ha in se il seme nero dell’angoscia, scatta con questa domanda che non ti fai ad alta voce, non la formuli neppure ma ti porti dentro: se le radici del male non sono bestialità o sussulto disumano, ma accurato progetto disegnato «fra noi», dentro la nostra cultura comune, che cosa ci dice che guerra, sconfitta e chiusura dei due ripugnanti regimi - nazista e fascista - abbia estirpato la radice del male, e ripulito (garantito) il futuro? Più guardi queste foto più le vedi «normali», scattate da persone normali, buoni professionisti con un occhio attento anche ai piccoli cenni e gesti e modi quotidiani di vita, tanto che alcune immagini hanno un che di intimo e le persone fotografate mentre arrivano, ancora con i loro vestiti e i loro bambini, al binario della morte, erano certo vicini di vita e vicini di casa, di diploma, di scuola.
Ecco la domanda che pulsa sgradevole e contro ogni desiderio di guardare soltanto il passato.
Dove, come, quando, sono state tagliate le radici del male, se chi ha scattato le migliaia di immagini semplici, quotidiane, insopportabili dell’ Album Auschwitz non era che un cittadino come noi, una persona al lavoro, medio- colta, con una buona coscienza civica e delle leggi, buona condotta, famiglia regolare, probabilmente amata, e quasi sempre una chiesa da frequentare?
C’è un punto di appoggio o di certezza che ci aiuti a uscire da questo incubo freddo, che non è l’attesa ossessiva di un ritorno ma una nuova spaccatura omicida, in un tempo che potrebbe essere questo o il prossimo tempo? C’è stato un confine-barriera, un confine-muro, e, se si, dove passa, in che modo ci protegge?
***
Le fotografie di Album Auschwitz sono state organizzate lungo un percorso che forse era lo stesso scrupolosamente seguito dalla efficiente burocrazia al lavoro. Al principio, se non fosse così evidente la presenza di militari armati (ma non speciali unità assassine, solo regolari soldati di un grande paese civile), se non fosse così sorprendente la presenza sui binari di vagoni bestiame e carri merce, le scene potrebbero essere quelle di una folla ordinata di uomini, donne, bambini nel corso di un trasferimento che è eccezionale solo per la quantità di persone, soprattutto famiglie.
Le persone sono intatte negli abiti, nei volti, nei gesti, nello stare accanto o nello scostarsi, più con incertezza che con paura. Certo, c’è qualcosa di strano, sui cappotti o le giacche degli uomini, o i vestiti delle signore o gli abiti dei bambini: la stella che - noi sappiamo - era gialla, ma in queste foto in bianco e nero è soltanto molto visibile. Si capisce che indossarla e mostrarla è già da tempo un fatto quotidiano.
Più avanti si nota che soldati e ufficiali devono avere un progetto, ma alcune immagini li ritraggono in conversazione con i viaggiatori. Improvvisamente, fra i gruppi di «viaggiatori» e le fila di militari, compare, di schiena, l’immagine incongrua, sul momento inspiegabile, di un uomo con la divisa a righe dei prigionieri. Da quel momento accade qualcosa che trasforma in una sorta di misteriosa emergenza che prima sembrava una strana, indecifrabile attesa. La folla viene messa in movimento. E se osserviamo bene le foto notiamo, dopo alcune immagini in cui tutto appare mischiato (soldati e civili, adulti e bambini, uomini e donne) ma nell’atto di seguire istruzioni, che le fotografie, sempre nitide, sempre scrupolosamente eseguite, ci mostrano solo uomini e ragazzi, solo donne e bambini, in gruppi separati. Intanto i volti si fanno segnati, gli abiti logori, le teste rasate, i bambini da soli. E poi, sempre attentamente osservate dagli obiettivi di fotografi bravi e professionali, le figure di uomini con le divise a righe, di donne con la camicia da prigioniere, di bambini con i loro fagotti. I fotografi non chiudono gli occhi, non hanno secondi pensieri, fanno il loro lavoro e basta. La testimonianza terribile di Album Auschwitz è questa.
I mandanti sono stati dichiarati dal mondo criminali, il loro regime di morte e di sterminio è stato rovesciato, i loro bunker espugnati, il mondo liberato.
Ci sono i nostalgici, ci sono i negazionisti, ci sono gli infatuati del «dimenticare per riprendere la strada insieme». Ci sono coloro che sono preoccupati di inondarci di storie e notizie su come, a volte, sono stati trattati male i pochi carnefici identificati.
Eppure non è in quella direzione che punta l’ansia. Negazionisti, nostalgici e rivisitatori del passato sono tenuti a bada da documenti come questi e dalla intelligenza del mondo.
L’ansia punta sugli scrupolosi fotografi, sugli operosi impiegati, sugli attivi esecutori di ordini nel calmo svolgimento di una non controversa osservanza di impegni, attenti a non crearsi problemi, attenti a non irritare il potere comunque si manifesti, sapendo che, nel compiacerlo senza irritanti domande, c’è sempre un premio.
I più sono ancora in giro. Sono un mondo intatto che serve con attenzione il bene o il male senza mettersi di traverso e non fanno caso al segno disturbante e provocatorio della stella gialla su tutti quegli esseri umani, vicini di casa, di lavoro, di vita. È un’ansia fastidiosa, ma è meglio tenerla viva. Ci aiuterà a distinguere il momento in cui non si può e non si deve tacere, proprio mentre tutti taceranno.
* l’Unità, Pubblicato il: 26.01.08, Modificato il: 26.01.08 alle ore 8.41
ALCUNI APPUNTI PER LA DIDATTICA DELLA SHOAH
di CLOTILDE PONTECORVO:
1. Evitare la rappresentazione realistica dell’orrore. Utilizzare invece le
rappresentazioni mediate, offerte da monumenti, musei, testi letterari,
opere d’arte.
2. Evitare resoconti troppo analitici e raccapricccianti.
3. Evitare quindi anche il racconto di eventi, che possano essere troppo
persecutori.
4. Adeguare le proposte alle possibilita’ di comprensione e di empatia degli
allievi, che sono variabili in funzione dell’eta’ e della maturita’
psicologica.
5. Favorire lo sviluppo di somiglianze e differenze con i perseguitati di
allora: in questo ambito possono darsi dei processi di identificazione e a
questo scopo si possono usare le storie delle vicende di bambini (quali
quelle raccontate da Lia Levi) o di ragazzi, per quegli aspetti meno
angosciosi e piu’ comprensibili: ad esempio, il dover celare la propria
identita’, il dover trovare un rifugio per nascondersi, l’essere costretti a
lasciare la propria casa e affrontare delle fughe un po’ avventurose.
6. Far vivere in modo reale qualche aspetto della discriminazione: quella
che e’ sempre in agguato in qualsiasi gruppo nei confronti dei diversi o in
generale del gruppo estreaneo, ed ha luogo facilmente anche nei gruppi di
bambini piccoli, oltreche’ di ragazzi. Va anche ricordato che c’e’ stato
qualcuno che si puo’ avvantaggiare (economicamente o socialmente: vedi
esclusione dalle scuole, dalle universita’, dagli uffici pubblici) della
discriminazione contro gli ebrei o altri "diversi".
7. Collegare questa esperienza alle discriminazioni di allora e di adesso,
nei confronti degli ebrei, ma anche degli altri, attuali "diversi".
8. Ricordarsi che tutti i cattolici nel nostro paese, bambini e adulti,
ricevono una prima informazione (gia’ molto distorta) sugli ebrei come
popolo antico, attraverso le vicende della vita e soprattutto della morte di
Gesu’: questa e’ stata (per secoli) la base di quell’antigiudaismo cristiano
bimillenario, magistralmente ricostruito e condannato da Jules Isaac e da
noi narrato assai bene da Cesare Mannucci (libro molto utile per qualsiasi
insegnante italiano).
9. Consentire ai bambini e ai ragazzi (di qualsasi eta’) di esprimere tutti
i loro dubbi e interrogativi sulle cose (per molti versi incredibili) che
sono loro raccontate. A partire dalle loro domande farli discutere tra loro
quanto piu’ liberamente possibile. Va ricordato che su questa tematica,
possono entrare in gioco pregiudizi, a volte trasmessi direttamente o
inconsapevolmente dal linguaggio (si pensi alla connotazione negativa del
termine "ebreo" o "giudeo", erratamente associato a Giuda Iscariota, o
"rabbino", cosi’ come e’ usato negli stadi italiani).
10. Far riflettere i bambini e in modo particolare i ragazzi piu’ grandi
sulla funzione della memoria, che e’ in parte individuale (basta fare una
piccola esercitazione su un ricordo personale, magari dell’estate
precedente), in parte familiare o del gruppo-classe, ma in parte anche
collettiva e pubblica: questo del resto e’ uno dei significati di questa
giornata che non a caso si chiama "della memoria": come ricordo collettivo
del fattore unificante della Repubblica Italiana e della piu’ vasta Europa
libera, che sono nate dalla lotta contro il fascismo e il nazismo, e quindi
dal rifiuto di ogni discriminazione, di tipo razziale o etnico. Alla memoria
collettiva servono i luoghi (i ghetti, i campi di sterminio, ad esempio), i
monumenti, le opere d’arte, i musei.
11. Collegare l’antisemitismo al razzismo, che allora venne alimentato (in
Italia) dalle vicende della guerra d’Etiopia: si veda la mostra e il volume
su "La menzogna della razza". Puo’ essere efficace citare la frase di
Einstein, che a chi gli chiedeva qual era la sua razza, rispondeva: "razza
umana". Ai ragazzi piu’ grandi puo’ essere offerta anche una storia
culturale essenziale del razzismo e dell’antisemitismo, nei loro sviluppi
piu’ recenti in Francia, in Germania, e in Europa in genere.
12. E’ essenziale che gli insegnanti - qualunque sia l’eta’ dei bambini -
dedichino a questa tematica (quando l’hanno gia’ definita tra loro) un
incontro con i genitori dei loro allievi, per informarli del loro programma
e per coinvolgerli, laddove sia possibile: possono esserci ancora dei nonni
che sono in grado di portare delle testimonianze significative, attraverso i
loro ricordi. Ma possono esserci anche posizioni contrarie e presenza di
pregiudizi: e’ bene essere preparati, facendo riferimento alla legge dello
Stato, che ha istituito la giornata dalla memoria, approvata dal Parlamento
italiano all’unanimita’.
Negazionismo, l’Onu approva la condanna *
È contro il negazionismo la prima risoluzione adottata dall’Assemblea Generale dell’Onu nel 2007. L’organo plenario delle Nazioni Unite ha approvato venerdì una testo, presentato dagli Stati Uniti e appoggiato da altri 103 paesi, che deplora «senza riserve» chi nega l’Olocausto, e incita «tutti gli Stati membri a rifiutare senza riserve ogni negazione, totale o parziale, della Shoah come evento storico, e ogni attività volta a tal fine». Nel testo viene sancito l’appoggio dell’Organizzazione a programmi di istruzione negli Stati membri finalizzati a combattere «i tentativi di minimizzare l’importanza dell’Olocausto».
Il riferimento implicito è all’Iran di Mahmoud Ahmadinejad, ai continui interventi revisionisti del presidente e alla conferenza da lui organizzata a Teheran lo scorso dicembre, alla quale avevano partecipato sedicenti storici e studiosi provenienti da tutto il mondo, con l’intenzione di negare, o quanto meno limitare notevolmente, la verità storica della Shoah e lo sterminio di sei milioni di ebrei da parte dei nazisti. E proprio dall’Iran è arrivata la prima presa di distanza dalla risoluzione Onu, con il rappresentante della Repubblica Islamica che ha ricordato che «il genocidio non deve essere manipolato a scopi politici», e ha condannato esplicitamente lo Stato di Israele, che avrebbe «sfruttato il suo passato per giustificare i crimini contro i palestinesi».
Le risoluzioni dell’Assemblea Generale non hanno valore vincolante nei confronti degli Stati membri, a differenza di quelle del Consiglio di Sicurezza. Ma «con questo voto l’Assemblea mette il suo peso morale e politico dietro le parole della carta delle Nazioni Unite, un’organizzazione nata dalle ceneri della seconda guerra mondiale e dell’Olocausto». Queste le parole del rappresentante statunitense Alejandro Wolff, alle quali hanno fatto eco quelle del portavoce della missione Usa Richard Granell: «Vogliamo che sia perfettamente chiaro che minimizzare o negare l’importanza dell’Olocausto è inconciliabile con l’appartenenza all’Onu». Secondo il segretario generale dell’Organizzazione, il sudcoreano Ban Ki Moon, «questa condanna riflette l’opinione prevalente della comunità internazionale». In una dichiarazione diffusa al Palazzo di Vetro, Ban ha ribadito la sua convinzione che «la negazione di fatti storici come l’Olocausto è inaccettabile», auspicando che «questo principio fondamentale sia rispettato sia a parole che nei fatti».
Il testo approvato dall’Assemblea fa riferimento a un’altra risoluzione approvata dallo stesso organo il 1 novembre 2005, quella con cui si decise di istituire il 27 gennaio come giornata speciale per la commemorazione delle vittime della Shoah (ricorrenza che in Italia è ufficializzata con una legge già dal 2000).
* l’Unità, Pubblicato il: 26.01.07, Modificato il: 26.01.07 alle ore 19.04
Appelli
Contro gli apologeti del negazionismo *
Indirizzandosi al Rettore dell’Università di Teramo, Mauro Mattioli e al Preside della Facoltà di Scienze Politiche Adolfo Pepe, un nutrito gruppo di storici «in quanto studiosi e in quanto cittadini» hanno firmato un appello che esprime preoccupazione per quanto sta avendendo nell’ambito del master coordinato da Claudio Moffa, che è «diventato da tempo una tribuna dove si spaccia per legittima critica alla politica dello Stato di Israele la negazione della Shoah; dove si attribuisce a quelli che il grande antichista Pierre Vidal Naquet ha definito: ’gli assassini della memoria’, i negatori dell’Olocausto, lo statuto di ’storici’; dove si consigliano ai corsisti iscritti al master stesso, quali sussidi didattici, le opere di Carlo Mattogno, autore di testi in cui si mette in dubbio l’uso criminale delle camere a gas di Auschwitz; dove si organizzano convegni, come quello alla metà di aprile scorso, in cui, nascondendosi sotto il drappo, quanto mai improprio in quell’occasione, della ’libertà di parola’ sono state prese le difese dei negazionisti, considerati quali ’storici che negano uno o più tasselli della versione ’ufficiale’ dello sterminio degli Ebrei nella II guerra mondiale». Ci pare - continuano i firmatari - che la tendenziosità abbia prevalso su qualunque minimo criterio di scientificità, svilendo così anche la credibilità di un importante ateneo italiano. Non per caso, sempre in nome di una malintesa «libertà di parola», il 18 maggio è annunciata, presso la Facoltà di Scienze Politiche una conferenza di Robert Faurisson, ex professore di letteratura francese noto sostenitore delle tesi che negano lo sterminio degli ebrei.»
* il manifesto, 16.05.2007
"LA STAMPA": FOTOGALLERY - LA GIORNATA DELLA MEMORIA NEL MONDO (2007)
La Shoah in rete *
Alcuni siti utili sul Giorno della Memoria:
Il Giorno della Memoria
Sito curato dall’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane (UCEI) con foto, testimonianze e calendario delle iniziative per regioni
Deportati
Sito dell’Associazione Nazionale degli Ex Deportati
Survivor of the Shoah. Visual History Foundation
Sito della celebre fondazione istituita nel 1994 da Steven Spielberg
ANPI
Sito dell’Associazione Nazionale dei Partigiani d’Italia
Deportazione
Sito a cura dell’ANPI di Roma, sul portale di storia italiana «Storia del XXI secolo»
Risiera di San Sabba
Sito ufficiale del campo di sterminio italiano di San Sabba
La Memoria degli Altri
Sito del progetto «La memoria degli altri», organizzato dalle associazioni Opera Nomadi, Altromondo e E.T.I.C.A.
Scuola e Shoah
Pagine del Ministero della Pubblica Istruzione dedicate alla Shoah
Binario 21
Sito del comitato «Binario 21-Milano Centrale»
Museo Virtuale delle Intolleranze e degli Stermini
Sito dell’AMIS (associazione per il museo delle intolleranze e degli stermini), realizzato in collaborazione con la regione Lazio e il Comune di Roma
Olokaustos
La storia dell’Olocausto dal 1933 a oggi
A forza di essere vento
Presentazione dell’iniziativa «A forza di essere vento», promossa dall’EDA (cooperativa editoriale anarchica) per commemorare il porrajmos di rom e sinti
Fossoli
Sito della fondazione ex campo di Fossoli
* l’Unità, Pubblicato il: 25.01.07, Modificato il: 25.01.07 alle ore 16.04
L’infaticabile custode della memoria
La scomparsa a Torino di Bruno Vasari. Sopravvissuto al lager di Mathausen, è stato l’infaticabile promotore di centri studi sulla deportazione nazista di ebrei e prigionieri politici italiani
di Enzo Collotti (il manifesto, 05.08.2007)
Con la scomparsa di Bruno Vasari, morto a Torino il 20 luglio, non è venuto meno soltanto un esponente di primo piano dell’antifascismo storico, un militante azionista della Resistenza, un reduce dalla deportazione politica nei campi di concentramento nazisti. È scomparso un protagonista di una politica della memoria in Italia. Nato a Trieste nel 1911, trasferitosi già prima della guerra a Torino, è stato nel dopoguerra tra gli animatori della vita culturale della metropoli piemontese.
Alto dirigente della Rai, personalità dotata di non comuni capacità comunicative, di viva sensibilità culturale, di grande tatto e finezza nei rapporti umani, Vasari univa nella sua persona il tratto garbato e severo che gli veniva dalla tradizione di una educazione sobria e rigorosa come quella appresa nella natia città giuliana alla scuola di maestri come Giani Stuparich, al quale avrebbe dedicato pagine di grande intensità (raccolte in volume nel 1999), e la tenacia di chi si sente responsabile e investito di una vera e propria missione. Univa tratti ottocenteschi, si vorrebbe dire risorgimentali, ad una volontà realizzatrice e ad una capacità propositiva che spesso lo facevano apparire molto più giovane dell’età che inesorabilmente avanzava. Infaticabile testimone
Fu tra i primissimi memorialisti della deportazione: il suo asciutto ma preciso resoconto del lager, Mauthausen bivacco della morte, ristampato dalla Giuntina nel 1991, uscì nella prima edizione nell’agosto del 1945, a tre mesi dalla liberazione, tanto avvertiva l’urgenza di raccontare, come scriveva, «la tremenda gara di resistenza che ciascuno di noi aveva ingaggiato con la Germania». Testimone e memorialista in persona prima, ha speso la sua esistenza nel dopoguerra per organizzare la memoria degli anni bui aggregando quante più forze, tra i compagni della deportazione ma anche soprattutto fra i giovani, fossero disponibili ad assecondare il suo ideale progetto culturale.
Riprendendo il tema caro a Primo Levi della vergogna di non essere morti, nel 1982 in occasione di uno dei suoi tanti interventi così ebbe a sintetizzare quella che è stata la filosofia della sua esistenza: «Per liberarsi dal complesso di essere sopravvissuti e di avere eventualmente fruito del privilegio della cultura (...) l’unico modo è lavorare intensamente, prodigarsi con tutte le forze per evitare che il massacro dei Lager nazisti possa ripetersi, per divulgare la storia di quei tempi amari e operare nel presente per abbattere le barriere di odio fomentatrici di guerra».
Intrecciò costantemente il ricordo della propria personale esperienza con la fedeltà ai compagni caduti e l’obbligo di trasformare la memoria della deportazione non in sterile reducismo ma in fattore di cultura e di consapevolezza civile. Al convegno di Carpi del 1985, da me promosso, pronunciò parole che come poche altre riflettono lo spirito con il quale aveva tratto la lezione di Mauthausen: «Funziona il Lager - ebbe a dire -, ove si abbia la rara ventura di sopravvivere, pur nella breve, lunghissima in rapporto alle sofferenze, prigionia, da corso accelerato di politica».
Mettendo a frutto anche le relazioni influenti che aveva potuto instaurare nella sua funzione di dirigente di un’azienda accreditata come la Rai nell’ambiente torinese, si fece promotore di innumerevoli iniziative per coltivare la memoria della Resistenza e della deportazione non soltanto facendosi garante nei confronti degli erogatori di fondi ma partecipando direttamente all’elaborazione di progetti di ricerca; egli stesso fu una forza aggregatrice, aperto come pochi alla fiducia nei confronti dei giovani e facendo da ponte fra questi e gli uomini della sua generazione, convinto che soltanto associando la memoria dei deportati e l’elaborazione critica di una generazione più giovane si potesse alimentare un patrimonio culturale e di conoscenze destinato a radicarsi durevolmente nella nostra coscienza civile.
La città che non dimentica
Vice presidente nazionale dell’Aned (Associazione nazionale ed deportati) e presidente della sua sezione piemontese, sodale di Primo Levi, fece degli ex deportati piemontesi il centro di aggregazione di una attività editoriale e di ricerca che non trova analogo riscontro in altre parti d’Italia, a partire da quel convegno del 1983 che sin dal titolo Il dovere di testimoniare, impostava un impegno di lavoro e un programma di presenza civile. Ispiratore e consigliere, Vasari è stato compartecipe di tutte le iniziative culturali dell’Aned piemontese, appoggiandosi al Dipartimento di storia dell’Università di Torino e a una leva di ricercatori di qualità non comuni. In quel contesto nacque, unico in Italia, l’Archivio delle storie di vita degli ex deportati residenti in Piemonte e successivamente quel volume La vita offesa a cura di Anna Bravo e Daniele Jalla (1986), che resta tuttora un modello insuperato di raccolta e di utilizzazione dei ricordi degli ex deportati.
Non è qui il luogo per ricordare tutti i convegni, i seminari e le pubblicazioni rese possibili da quegli incontri. L’attivismo di Vasari, il suo timore di arrivare troppo tardi a fare conoscere da quali prove tremende erano usciti gli uomini che hanno restituito dignità e libertà al nostro paese, non era mai connotato di pessimismo; al contrario era rischiarato da note di speranza e dalla sua vena lirica, perché forse un giorno anche Vasari entrerà in una antologia poetica della deportazione. Ricordo tra i tanti incontri vissuti insieme un suo intervento all’Università di Cosenza in cui, rispondendo ad una domanda apparentemente stravagante di una giovanissima studentessa - «Voi nel Lager sognavate? e che cosa sognavate?» -, diede una lezione di autentica poesia, espressione dei valori che avevano aiutato a vivere e ad alimentare la resistenza dei deportati. Vorrei augurarmi che qualcuno abbia registrato quelle parole e che un giorno potremmo rileggerle.
Un’opera che manca
Se un’ossessione aveva Vasari era che nulla andasse perduto di ciò che si diceva nei convegni e negli incontri che promuoveva; il tentativo di sottrarsi a questo impegno lo trovava implacabile. Ma credo che tutti noi che siamo stati coinvolti nelle sue iniziative gli siamo ancora debitori di qualcosa. Da anni perseguiva l’obiettivo di riuscire a fare varare un’opera che manca in Italia e che non è certo di facile realizzazione, quale una storia generale della deportazione, affidata ora a Nicola Tranfaglia e Brunello Mantelli, della quale si dovrebbe avere tra non molto una prima anticipazione.
Una esistenza piena, senza soste. Non a caso il libro-intervista sulla sua vita che licenziò nel 2001 reca emblematicamente il titolo Il riposo non è affar nostro.
Negare la Shoah sarà reato. La legge il Giorno della Memoria Lo annuncia il ministro Mastella *
Nel prossimo consiglio dei ministri del 27 gennaio, che coincide con la celebrazione della Giornata della memoria, sarà approvato dal governo un disegno di legge che penalizza il negazionismo della Shoah, l’olocausto degli ebrei. Mastella ha proposto all’Ue di istituire il reato di negazionismo di etnogenocidi, reato in cui entrerebbe a far parte anche il massacro degli armeni in Turchia, dove è stato assassinato il giornalista che sfidava la legge che ancora lo nega
«Bisogna tenere alto il livello di guardia contro ogni rigurgito di antisemitismo». con queste parole, il ministro della giustizia, Clemente Mastella, annuncia la presentazione al prossimo consiglio dei ministri del 27 gennaio, che coincide con la celebrazione della Giornata della memoria, di un disegno di legge contro il diritto di negare la Shoa, olocausto degli ebrei. In una nota diffusa dal suo dicastero, il Guardasigilli aggiunge: «Il ddl, che sarà approntato ascoltando le comunità ebraiche, assume un rilievo fondamentale per tutte le minoranze. negare che quei fatti sono avvenuti significa che quello che è stato documentato è falso. É quindi un offesa alla memoria e alla storia». Il presidente dell’Ucei, Renzo Gattegna, ricevuto ieri in delegazione nel dicastero di via Arenula, ha spiegato che i testimoni diretti dell’Olocausto via via non ci saranno più. per questo un ddl è importante «quando l’aspetto emotivo dell’olocausto perderà vigore e bisognerà rafforzare l’elemento culturale con un particolare impegno verso le nuove generazioni». Il Guardasigilli si augura ora che «ci sia la collegialità del governo nel sostenere questo disegno di legge perché- spiega- alcune cose non siano ostaggio di false memorie. Sono convinto- conclude- che riabilitare le verità storiche è una priorità non un vezzo culturale». Secondo Mastella, «oltre che ricordare, ci pare giusto anche determinare condizioni per le quali non si possa ricadere da parte di nessuno in tentazione. E non considerare questo fenomeno di antisemitismo come un rigurgito marginale».
Pochi giorni fa lo stesso Mastella a Dresda per un vertice con gli altri ministri degli Interni e della Giustizia a livello europeo ha lanciato un appello affinché il negazionismo della Shoah diventi reato in tutti i paesi dell’Unione Europea. Mastella aveva lanciato l’idea incontrando la sua omologa Brigitte Zypries. In molti paesi il negazionismo è già un reato di opinione: in Germania, in Francia, in Israele e recentemente anche in Austria. In Austria in particolare si è sviluppato un forte dibattito su questo tema a partire dall’arresto nel novembre scorso dello storico negazionista David Irving per i discorsi da lui pronunciati nel 1989 a Vienna in cui sosteneva la sua tesi che mette in dubbio l’esistenza stessa delle camere a gas. Considerato agli inizi della carriera come una delle più brillanti promesse della storiografia britannica, Irving - che oggi ha 67 anni - ha costruito il suo teorema alla fine degli Anni Sessanta sostenendo che Hitler almeno fino al 1943 non sapeva nulla dei forni e non diede mai l’ordine formale di sterminare gli ebrei. Lo storico inglese ha anche annunciato di aver cambiato idea, «dopo avere consultato archivi sovietici». Ma poi ha ribaltato di nuovo la sua versione. È stato comunque condannato a 3 anni di prigionia per apologia del nazismo. Dopo la sentenza del giudice di Vienna però molti storici, opinionisti e alcuni sondaggi hanno criticato l’idea di istituire processi contro i negazionisti perché in questo modo si rischierebbe di dar loro risalto, avvalorando l’impressione che ci sia una sorta di "verità proibita" e trasformando i negazionisti in "martiri".
In Francia recentemente ha fatto molto discutere anche l’istituzione di un reato d’opinione per i negazionisti del genocidio armeno da parte dei turchi. Il genocidio del popolo armeno non viene riconosciuto dal governo di Ankara e questo è uno dei motivi di maggiore frizione nella Ue nella prospettiva di un ingresso della Turchia nell’Unione. I negoziati per l’ingresso della Turchia in Europa sono iniziati nel 2005 ma questo processo è attualmente "congelato" proprio per la mancata osservanza da parte di Ankara di 8 dei 35 precetti di Bruxelles, tra cui la questione del riconoscimento di Cipro e il rispetto degli standard sui diritti umani e la non persecuzione delle minoranze. Ora una condanna del negazionismo etnico, così come vorrebbe Mastella, adottata come direttiva europea metterebbe un pesante, forse insormontabile, macigno sull’ingresso della Turchia nella Ue.
Finora la Corte Europea ha solo sentenziato sul negazionismo, inteso come studio con metodologie pseudo scientifiche dell’olocausto degli ebrei, che questo studio non può essere tutelato o finanziato, perché esula dal diritto di libertà di opinione in quanto si basa sulla falsificazione di prove storiche e scientifiche.
* l’Unità, Pubblicato il: 19.01.07 Modificato il: 19.01.07 alle ore 16.41
La Storia non si fa con le leggi
di GIOVANNI DE LUNA (La Stampa, 20.01.2007)
Proibire il negazionismo per legge è sbagliato. La proposta del ministro Mastella segnala un’inquietante rincorsa delle istituzioni a recintare i percorsi della memoria e della storia e si inserisce in un’ossessiva proliferazione di «leggi memoriali» che veramente rischia di favorire più l’oblio che il ricordo. Troppe contraddizioni, troppa enfasi celebrativa, troppe tradizioni inventate, troppe scorciatoie rispetto alla realtà storica e, soprattutto, troppi morti a cui chiedere la legittimazione delle proprie posizioni politiche attuali.
È una realtà: chiamare le leggi a sancire delle verità storiche alimenta un corto circuito tra quelle che sono le ragioni della ricerca storica e quelle dell’uso pubblico della storia, una commistione in cui la storia troppe volte viene utilizzata come un nodoso randello da abbassare sulla schiena degli avversari. In Francia l’abuso di leggi memoriali ha provocato polemiche furibonde e si è risolto in una sorta di boomerang culturale e politico. Nel 2005 ci fu la legge del 23 febbraio che sollecitava i manuali di storia adottati nelle scuole a dare un giudizio positivo sulla colonizzazione francese nell’Africa del Nord.
Il provvedimento aveva almeno tre precedenti molto significativi: la legge Gayssot (13 luglio 1990) contro il negazionismo, quella del 29 gennaio 2001 che riconosceva il genocidio degli armeni a opera dei turchi, la legge Taubira (21 maggio 2001) che definiva la schiavitù e la tratta negriera «un crimine contro l’umanità».
Nel dibattito che ne seguì si fece un’opportuna distinzione che vale la pena riprendere. Riconsideriamo la disposizione transitoria della Costituzione italiana che vieta la ricostituzione del partito fascista o la legge austriaca sulla base della quale è stato recentemente arrestato lo storico negazionista Irving: si tratta di provvedimenti emanati nell’immediato dopoguerra, tra il 1946 e il 1948, quando le ferite belliche ancora bruciavano; per l’Italia si trattava di erigere un argine legislativo contro ogni proposito di rivincita del fascismo; per gli austriaci di fare i conti con la pagina più oscura della loro storia che li aveva portati ad accogliere con entusiasmo il nazismo. Quelle leggi non intendevano certificare la storia: semplicemente rendevano esplicite le basi politiche («mai più il fascismo», «mai più il nazismo») sulle quali nascevano le nuove repubbliche democratiche uscite dagli incubi delle dittature.
Del tutto diverso è il caso di leggi che arrivano mezzo secolo dopo gli eventi, quando su quegli stessi eventi si sono depositate le verità ben più credibili e attendibili della ricerca storica, quando quei crimini sono stati condannati non solo dalle memorie e dai ricordi dei sopravvissuti, ma anche e soprattutto dai documenti e dalle prove raccolte dagli storici. Tornando alla Francia, poco tempo fa è scomparso un grande storico come Vidal Naquet. Nella battaglia contro i negazionisti usò tutto il peso del suo rigore filologico, attaccandoli sul terreno strategico della critica delle fonti, smascherandone i falsi e le manipolazioni. Nella sua ultima polemica contro Irving, parlò del «disonore di falsificare una materia che si conosce». Fu un giudizio inappellabile, una sentenza contro Irving più esemplarmente fondata di quella emessa da qualsiasi tribunale.
Shoah - Opinioni a confronto *
Noi storici contro la legge che punisce chi nega la Shoah
Storici contro la legge che punisce i "negazionisti"
da "l’Unità" del 23 gennaio 2007
Il Ministro della Giustizia Mastella, secondo quanto anticipato dai media, proporrà un disegno di legge che dovrebbe prevedere la condanna, e anche la reclusione, per chi neghi l’esistenza storica della Shoah. Il governo Prodi dovrebbe presentare questo progetto di legge il giorno della memoria. Come storici e come cittadini siamo sinceramente preoccupati che si cerchi di affrontare e risolvere un problema culturale e sociale certamente rilevante (il negazionismo e il suo possibile diffondersi soprattutto tra i giovani) attraverso la pratica giudiziaria e la minaccia di reclusione e condanna. Proprio negli ultimi tempi, il negazionismo è stato troppo spesso al centro dell’attenzione dei media, moltiplicandone inevitabilmente e in modo controproducente l’eco. Sostituire a una necessaria battaglia culturale, a una pratica educativa, e alla tensione morale necessarie per fare diventare coscienza comune e consapevolezza etica introiettata la verità storica della Shoah, una soluzione basata sulla minaccia della legge, ci sembra particolarmente pericoloso per diversi ordini di motivi:
1) si offre ai negazionisti, com’è già avvenuto, la possibilità di ergersi a difensori della libertà d’espressione, le cui posizioni ci si rifiuterebbe di contestare e smontare sanzionandole penalmente.
2) si stabilisce una verità di Stato in fatto di passato storico, che rischia di delegittimare quella stessa verità storica, invece di ottenere il risultato opposto sperato. Ogni verità imposta dall’autorità statale (l’«antifascismo» nella Ddr, il socialismo nei regimi comunisti, il negazionismo del genocidio armeno in Turchia, l’inesistenza di piazza Tiananmen in Cina) non può che minare la fiducia nel libero confronto di posizioni e nella libera ricerca storiografica e intellettuale.
3) si accentua l’idea, assai discussa anche tra gli storici, della «unicità della Shoah», non in quanto evento singolare, ma in quanto incommensurabile e non confrontabile con ogni altri evento storico, ponendolo di fatto al di fuori della storia o al vertice di una presunta classifica dei mali assoluti del mondo contemporaneo.
L’Italia, che ha ancora tanti silenzi e tante omissioni sul proprio passato coloniale, dovrebbe impegnarsi a favorire con ogni mezzo che la storia recente e i suoi crimini tornino a far parte della coscienza collettiva, attraverso le più diverse iniziative e campagne educative. La strada della verità storica di Stato non ci sembra utile per contrastare fenomeni, molto spesso collegati a dichiarazioni negazioniste (e certamente pericolosi e gravi), di incitazione alla violenza, all’odio razziale, all’apologia di reati ripugnanti e offensivi per l’umanità; per i quali esistono già, nel nostro ordinamento, articoli di legge sufficienti a perseguire i comportamenti criminali che si dovessero manifestare su questo terreno.
È la società civile, attraverso una costante battaglia culturale, etica e politica, che può creare gli unici anticorpi capaci di estirpare o almeno ridimensionare ed emarginare le posizioni negazioniste.
Che lo Stato aiuti la società civile, senza sostituirsi ad essa con una legge che rischia di essere inutile o, peggio, controproducente.
Marcello Flores, Università di Siena; Simon Levis Sullam, Università di California, Berkeley; Enzo Traverso, Università de Picardie Jules Verne; David Bidussa, Fondazione Giangiacomo Feltrinelli; Bruno Bongiovanni, Università di Torino; Simona Colarizi, Università di Roma La Sapienza; Gustavo Corni, Università di Trento; Alberto De Bernardi, Università di Bologna; Tommaso Detti, Università di Siena; Anna Rossi Doria, Università di Roma Tor Vergata; Maria Ferretti, Università della Tuscia; Umberto Gentiloni, Università di Teramo; Paul Ginsborg, Università di Firenze; Carlo Ginzburg, Scuola Normale Superiore, Pisa; Giovanni Gozzini, Università di Siena; Andrea Graziosi, Università di Napoli Federico II; Mario Isnenghi, Università di Venezia; Fabio Levi, Università di Torino; Giovanni Levi, Università di Venezia; Sergio Luzzatto, Università di Torino; Paolo Macry, Università di Napoli Federico II; Giovanni Miccoli, Università di Trieste; Claudio Pavone, storico; Paolo Pezzino, Università di Pisa; Alessandro Portelli, Università di Roma La Sapienza; Gabriele Ranzato, Università di Pisa; Raffaele Romanelli, Università di Roma La Sapienza; Mariuccia Salvati, Università di Bologna; Stuart Woolf, Istituto Universitario Europeo, Firenze.
IL negazionismo è un crimine contro l’Umanità e come tale va punito
di Ettore Lomaglio SIlvestri
In questi giorni ho letto diverse opposizioni alla proposta lanciata dal ministro della Giustizia italiano di rendere la negazione della Shoah un reato punibile penalmente.
Io ho sostenuto tale iniziativa ritenendo fondamentale la tutela della Verità anche a livello penale, ma le considerazioni e la rilevanza degli oppositori mi hanno fatto riflettere sull’opportunità di tale mio appoggio.
Non ritengo di essere infallibile, anzi probabilmente sono la persona meno adatta a dare giudizi o pareri su tali argomenti, ma in quello che faccio ci metto il cuore e l’anima, la stessa che mi porta a scrivere dei versi di profonda sofferenza su quello che è stato.
Debbo quindi ripensare tale mio appoggio ad un’iniziativa non per la sua negatività, ma perché ritengo che un crimine come il negazionismo, per quello che comporta in termini di Male sia precedente che potenziale, possa essere assimilato a un crimine contro l’Umanità stessa.
Per cui ritengo, invece, che negare la Shoah, probabilmente il più documentato crimine dell’uomo contro l’uomo, molto di più di tutti gli eventi che storicamente noi diamo per certi pur essendo precedenti e giunti a noi per la maggior parte per tradizione e non per testimonianza diretta, debba essere considerato Crimine contro l’Umanità alla pari del genocidio, e come tale punito.
Chiunque nega ciò che è stato storicamente documentato e provato e testimoniato, e che stato sistematicamente compiuto dai volenterosi carnefici di Hitler, per lo sterminio di chi era diverso dal concetto di "ariano" e quindi ebreo, testimone di geova, omosessuale, zingaro, criminale politico ecc.ecc., e tutto ciò che ne deriva, deve essere giudicato da una Corte internazionale di Giustizia.
Deve essere posto di fronte all’evidenza dei fatti, deve essere portato a riconsiderare quanto detto e a pensare alle conseguenze di quanto da lui affermato.
Se persiste nella negazione deve essere condannato in base al peso delle sue negazioni, affinché si renda conto del Male Assoluto che esse comportano.
La sua deve essere una condanna morale e storica, perché l’essere umano non deve macchiarsi dello stesso male che punisce, e quindi non con la pena di morte né con la tortura né con la detenzione inumana.
Che l’Italia e i Paesi delle Nazioni Unite si facciano carico di questa iniziativa.
La Pace rende liberi!!!
Ettore Lomaglio SIlvestri
via Lecco 22
24035 CURNO BG
Io ho visto
dentro i tuoi occhi
la morte
che consumava
milioni di corpi
lasciati marcire
al freddo
di Auschwitz,
ho visto
dentro i tuoi occhi
l’immagine
dell’odio umano
che corrompeva
la sua dignità
all’insano
fuoco di Auschwitz.
Io ho visto
nei tuoi occhi
le infinite lacrime
che bagnavano
le ossa esposte
al fetido
cielo di Auschwitz.
Milioni di ebrei
diventati cenere
o pasto per gli avvoltoi
per colpa di bionde
iene naziste
con i baffi
al posto del cuore.
Ma nel tuo cuore
ho visto
ancora tanta bontà,
E’ quella
che solo chi
ha conosciuto
il male assoluto
può donare.
9 marzo 2005
Dedicata ad un mio amico che si è salvato da Auschwitz
— In memoria di Abbas al Shalhoub di anni uno, deceduto a Cana per mano degli israeliani, insieme a tutti gli altri bambini che, come lui, non hanno nessuna colpa del male dei grandi.
IO VIVO IN PACE E VOGLIO LA PACE
Ettore Lomaglio Silvestri
promotore del comitato Amico di Emergency traduttore junior per l’Emergenza Libano dei Traduttori per la Pace
* www.ildialogo.org, Mercoledì, 24 gennaio 2007
DEMOCRAZIA E NEGAZIONISMO
LIBERTA’ DI PAROLA. Si può mentire sulla storia?
di Stefano Rodotà (la Repubblica/Diario, 26 gennaio 2007)
Lo sappiamo. "Ne uccide più la lingua che la spada", "le parole sono pietre", "i cattivi maestri"... Ma il passaggio dalla saggezza popolare, dall’indignazione civile, dal rifiuto culturale alla norma penale è complicato, e può risultare distorcente.
Hanno ragione gli storici con il loro Manifesto di critica alla proposta del ministro della Giustizia di far diventare reato la negazione della Shoah: un problema sociale e culturale così grave non si affronta con la minaccia della galera. Servono una battaglia culturale, una pratica educativa, una tensione morale.
Che cosa è in gioco? La libertà di manifestazione del pensiero certamente, dunque uno dei valori fondativi della democrazia, affidato a mille testi e mille norme, dal Primo emendamento alla Costituzione americana all’articolo 21 della nostra Costituzione, all’articolo 11 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea. Ma siamo di fronte anche a interrogativi che riguardano il ruolo della politica, la distribuzione di poteri e responsabilità tra le istituzioni, la libertà di ricerca, le dinamiche sociali, l’uso corretto dello strumento giuridico. E tutto questo deve essere anche valutato tenendo conto che nel mondo tira una brutta aria di censura, che si coglie subito considerando le molte manifestazioni di fastidio verso Internet, che si ritiene veicolo di contenuti inaccettabili. Se Popper aveva chiamato la televisione "cattiva maestra", molti sono inclini a ritenere che la Rete come maestra sia pessima. Sottolineo questo punto perché l’introduzione di un reato (o di una aggravante) di negazionismo può innescare derive proibizioniste e censorie verso altre opinioni ritenute socialmente non accettabili.
Le critiche degli storici non sono soltanto sacrosante nel segnalare i rischi per tutti di una "verità di Stato", che può tirarsi dietro un’etica di Stato e altro ancora. Sono rafforzate da molti altri elementi, a cominciare da quelli tratti dall’esperienza dei paesi che già hanno introdotto il reato di negazionismo e che, malgrado ciò, continuano a conoscere manifestazioni gravi di antisemitismo e presenze politiche di gruppi variamente espressivi di spiriti nazisti. L’Austria ha condannato David Irving, ma non era riuscita a evitare Haider.
Siamo di fronte a una di quelle misure che si rivelano al tempo inefficaci e pericolose, perché poco o nulla valgono contro il fenomeno che vorrebbero debellare, e tuttavia producono effetti collaterali pesantemente negativi.
Le sole strategie giuridiche valgono poco di fronte a fenomeni che hanno radici culturali e sociali profonde, che non possono essere recise con un gesto formale. L’approvazione di una norma, anzi, può trasformarsi in un alibi o in un diversivo.
Vi è un problema grave, gravissimo come il negazionismo? Ma io ho le carte in regola e la coscienza pulita: ho usato lo strumento giuridico più potente, la definizione di quel comportamento come reato. E quindi avverto meno, faccio diventare secondaria quella che, invece, è la vera strategia di contrasto: l’informazione corretta e incessante nella scuola e fuori, la discussione aperta, i comportamenti politici conseguenti, isolando sempre e comunque quelli che, individui o gruppi, affidano direttamente o indirettamente al negazionismo la loro identità pubblica. Voto in Parlamento una legge e mi salvo l’anima. E poi, se qualche gruppetto intriso proprio di quelle convinzioni mi serve per vincere le elezioni, non esito a farlo entrare nella mia coalizione. La vera lotta al negazionismo passa attraverso la rinuncia al realismo politico, alle sue convenienze e alla tentazione di non condannare alcune manifestazioni perché "minori", attraverso l’intransigenza morale e la responsabile e continua confutazione d’ogni suo argomento. Non servono rimozioni, ma un impegno quotidiano.
Guardiamo alla storia italiana. Non sono stati il divieto costituzionale di ricostituzione del partito fascista, la legge Scelba e il reato di apologia del fascismo a impedire che il fascismo trovasse condizioni propizie per prolungare la propria sopravvivenza. Questo è avvenuto grazie a una azione politica e culturale che ha avuto nell’antifascismo un riferimento forte, che ne ha fatto un valore simbolico e un criterio di valutazione dei comportamenti, isolando soggetti politici ed impedendo anche che i contatti, più o meno velati o sotterranei con alcuni di essi, ottenessero legittimazione pubblica. So bene di dire cose che non sono in sintonia con lo spirito dei tempi. Ma le cose sono andate proprio così. E forse anche gli eredi del Movimento Sociale Italiano dovrebbero essere grati a chi tenacemente li volle fuori dall’arco costituzionale e, così facendo, impedì loro di sentirsi a pieno titolo parte del sistema politico, obbligandoli ad approdare in qualche modo ai lidi della democrazia.
La politica non può allontanare da sé la questione, per di più usando mezzi che rischiano di far apparire come perseguitate persone culturalmente e moralmente condannabili. L’alt agli estremismi non passa attraverso leggi speciali. Lo ha visto bene il rabbino Elio Toaff, con la memoria di chi ha conosciuto i guasti prodotti da questo uso delle norme.
Il Governo e il Parlamento non possono ritenere che il problema si risolva dislocandolo in un’altra area istituzionale, facendolo divenire un affare dei giudici. Vi è una sapiente, e non nuova, schizofrenia istituzionale in tutto questo. Si scaricano sui giudici conflitti sociali e culturali, e poi ci si lamenta che i giudici hanno troppo potere, che "fanno politica". E che altro dovrebbero fare, quando la politica non fa la sua parte?
Né dimissioni della politica, dunque, né sottovalutazione del negazionismo, né paura della libertà. L’impegno nella ricerca, l’interminata fatica della critica, il libero manifestarsi delle opinioni non possono mai essere considerati come un intralcio da rimuovere. Fanno parte della fatica della democrazia. Ricordiamo quello che T. B. Smith non si stancava di ripetere ai suoi concittadini americani: «I mali della democrazia si curano con più democrazia».
Negazionismo è spesso antisemitismo
Per questo va sanzionato in Europa, specie nei Paesi che collaborarono allo sterminio degli ebrei. La proposta Mastella segue l’appello di Angela Merkel
di BRUNELLO MANTELLI*
Non ho firmato il comunicato steso da Marcello Flores, Simon Levis Sullam ed Enzo Traverso, e sottoscritto da circa 150 colleghi storici, di critica all’ipotesi, enunciata dal ministro Mastella, di rendere reato penale la negazione della Shoah. Molti ragionamenti presenti in quel testo e negli interventi apparsi sui quotidiani possono apparire condivisibili e convincenti, e tuttavia mi sembrano peccare di astrattezza. Credo che esista una fondamentale differenza tra il discutere di questo tema in Paesi che la Shoah non l’hanno conosciuta direttamente né tantomeno vi hanno dato un contributo attivo, come Stati Uniti, Gran Bretagna, Svezia, e invece parlarne in quegli Stati che si sono fatti parte attiva nel perseguitare gli ebrei d’Europa e dal 1941 nello sterminarli: la Germania, l’Austria (l’Anschluß non autorizza gli austriaci a considerarsi semplicemente le «prime vittime del nazionalsocialismo»), l’Italia (tralascio per brevità i casi analoghi slovacco, romeno, ungherese, e così via).
Alla Shoah l’Italia diede un contributo decisivo
Dal 1938 l’Italia monarchico-fascista perseguitò duramente gli ebrei italiani e stranieri, e dopo l’8 settembre la Repubblica Sociale Italiana (composta da italiani, compresi i «ragazzi di Salò») diede un contributo decisivo nell’arrestare, concentrare, deportare quasi 9 mila ebrei verso Auschwitz (e oltre 26 mila non ebrei verso Mauthausen, Dachau, Ravensbrück). Per questo credo la questione non possa non suonare diversamente se posta da noi, così come nella Repubblica federale tedesca. È opportuno che questo Paese e i suoi cittadini imparino a provare vergogna per ciò che i suoi governanti di allora commisero, nell’indifferenza e spesso con l’appoggio dei cittadini non ebrei. La proposta di legge, se si limiterà a dire che è reato negare la storicità della Shoah non sarà sufficiente, rischiando di assecondare la tendenza diffusissima a scaricare la colpa su qualcun altro: «La deportazione e la Shoah l’han fatta i nazisti» è discorso frequente; «l’Italia è fuori dal cono d’ombra della Shoah» è frase scritta, sciaguratamente, da un grande storico quale fu Renzo De Felice. Ma se nel testo saranno richiamate le precise responsabilità dell’Italia monarchico-fascista prima, della Repubblica sociale italiana dopo, nella persecuzione e nello sterminio degli ebrei in Italia, allora anche la norma giuridica potrà dare un contributo a far diventare questo Paese un po’ più consapevole.
La libertà di opinione non c’entra
Vorrei far notare che: a) la proposta del ministro Mastella si richiama alla proposta lanciata dalla cancelliera tedesca Angela Merkel, presidente pro tempore dell’Ue, secondo la quale tutti gli Stati membri dell’Unione dovrebbero dotarsi di una legislazione analoga a quelle vigenti nella stessa Brd, in Austria e in Francia; b) nessuno può ritenere che Germania, Austria e Francia non siano Stati di diritto, democratici, rispettosi dei diritti dei cittadini (e la questione è all’ordine del giorno anche nella Confederazione elvetica); d) che c’entra la libertà di opinione con la manifestazione pubblica di affermazioni che portano un chiaro segno antisemita? e) Il negazionismo è una forma di antisemitismo, posto che in discussione non è il fatto che si discuta attorno ai «perché», ai «come», al «dove», al «quando» e nemmeno al «quanto» in merito alla distruzione degli ebrei d’Europa, ma il fatto che lo si neghi puramente e semplicemente; f) è la negazione pura e semplice dell’evento che a mio giudizio è opportuno sanzionare, qui in Europa, dove la distruzione fu effettuata, e in particolare negli Stati che di tale distruzione furono agenti attivi.
*Professore di Storia Contemporanea Università di Torino
* La Stampa, 26/1/2007
SHOAH,CARCERE FINO A 12 ANNI PER CHI FA APOLOGIA *
ROMA - L’introduzione nel codice penale del reato di "istigazione a commettere crimini contro l’umanità e di apologia dei crimini contro l’umanita", punito con il carcere da tre a 12 anni. E’ questa la principale novità della bozza di ddl preannunciato dal ministro della Giustizia Clemente Mastella per punire i negazionisti della Shoah. Il testo, composto di sette articoli, è stato trasmesso dal dicastero di Via Arenula a Palazzo Chigi per l’esame in pre-consiglio dei ministri. Il ddl risulta all’ordine del giorno della riunione del consiglio di domani.
ANSA » 2007-01-24 21:09
SHOAH: CDM APPROVA ALL’UNANIMITA’ DDL MASTELLA
Roma, 25 gen. - (Adnkronos) - Il ddl Mastella sul negazionismo e’ stato approvato all’unanimita’ dal Consiglio dei Ministri. Lo si apprende da fonti ministeriali.
Pene fino a 3 anni per chi diffonde idee sulla superiorità razziale e fino a 4 anni per chi commette o incita a commettere atti discriminatori
Sì del Consiglio dei ministri al ddl Mastella Le idee antisemite saranno reato
Viene istituito un Osservatorio sull’antisemitismo in Italia e il finanziamento di un programma di educazione sulla Shoah *
ROMA - Chi nega l’Olocausto potrebbe essere perseguito penalmente. Ecco quel che prevede il disegno di legge - sei articoli in tutto - presentato dal ministro della Giustizia, Clemente Mastella, approvato oggi all’unanimità dal Consiglio dei ministri, un provvedimento che tuttavia non fa riferimento diretto al negazionismo della Shoah ma si riferisce, in generale, "ai delitti di istigazione a commettere crimini contro l’umanità e di apologia dei crimini contro l’umanità".
Il progetto amplia e rende più severe le norme per quanti propagandino la superiorità razziale, e quanti commettano, o incitino a commettere, atti persecutori. Il ddl prevede che venga punito con una pena sino a tre anni chiunque diffonda idee sulla superiorità razziale e prevede una pena dai sei mesi a quattro anni per chiunque commetta o inciti a commettere atti discriminatori per motivi razziali, etnici, nazionali, religiosi o compiuti a causa del personale orientamento sessuale o dell’identità di genere.
Nel ddl Mastella non compare alcun riferimento specifico al negazionismo della Shoah, come invece era stato ipotizzato in una prima stesura del testo. Il ddl di fatto reintroduce le norme del 1993, previste dal decreto Mancino sulla discriminazione per motivi razziali, etnici nazionali o religiosi che erano state depenalizzate dalla legge sui reati di opinione votata nel 2006 sotto il governo Berlusconi.
Con le nuove modifiche alla legge 2006, dunque, si torna al passato. Basterà semplicemente "diffondere", pur senza fare "propaganda", idee antisemite o sulla superiorità e l’odio razziale per essere perseguiti. In questo senso, dipenderà dall’interpretazione che daranno i magistrati alle nuove norme - viene fatto notare da tecnici del ministero della Giustizia - se le idee o le esternazioni di storici o opinionisti negazionisti della Shoah possono considerarsi o meno diffusione delle idee fondate sulla superiorità o l’odio razziale.
Infine, il disegno presentato dal Guardasigilli prevede che gli assegni vitalizi per i perseguitati politici e razziali non incidano sui limiti di reddito. E’ quindi ora possibile il riconoscimento dell’assegno e della pensione sociale indipendentemente dal reddito. Il ddl include il finanziamento di un programma internazionale di educazione sull’Olocausto.
* la Repubblica, 25 gennaio 2007.
il caso
Quei 107 bimbi provenienti da Roma morti nel lager (Avvenire, 16.01.2007)
«Anatomia di una deportazione» è un libro curato dall’Archivio storico della Comunità ebraica di Roma (in uscita da Guerini ed Associati) che ricostruisce la deportazione da Roma dei primi ebrei italiani ad opera dei nazisti. Il 24 ottobre 1943 ad Auschwitz, morirono fra l’altro 107 bambini che avevano meno di 5 anni. Erano partiti dalla Stazione Tiburtina in 1015 e 819 furono subito mandati nelle camere a gas. Il rastrellamento del 16 ottobre fu condotto nel ghetto e anche nel resto della capitale. I tedeschi usarono le liste stilate dalla Questura dopo le leggi razziali. Nel libro anche i verbali di Kappler sui 50 chili d’oro presi agli ebrei, oro ritrovato dagli alleati in Germania.
homi bhabha
Il passato che non vuole passare, il futuro che non vuole aspettare
Il multiculturalismo di ascendenza liberale tratta le identità come stati sovrani. E questo accade quando la globalizzazione erode la sovranità Trasmissione culturale, eredità globale, interlocuzione, parzialità, ibridazione. La «politica della morte» nell’era del terrore e dell’errore. Toccare il trauma fra orgoglio e vergogna. La prospettiva di Homi Bhabha sul presente in transizione
di Ida Dominijanni e Brett Neilson (il manifesto, 12.12.2006)
«Non c’è alcun documento della civiltà che non sia al contempo un documento della barbarie». Ritornando su questo giudizio di Walter Benjamin, Homi Bhabha, ospite d’onore al convegno sul meticciato organizzato giovedì scorso al Centro di studi americani di Roma, ha parlato del rapporto fra ambivalenza della trasmissione culturale, ambivalenza strutturale dell’esistenza personale e politica nel mondo globale, costruzione di una società ibridata alternativa al multiculturalismo identitario di marca liberal-pluralista. La tensione fra trasmissione di civiltà e «trasmissione barbarica» che i monumenti comunicano evoca la tensione fra «appropriazione carica di orgoglio e alienazione carica di vergogna» che sentiamo nei confronti delle narrative storiche da cui proveniamo: l’elaborazione di questa tensione è un passo necessario per fare spazio a un’eredità globale che le decostruisca e le superi. Homi Bhabha sviluppa il suo ragionamento a partire da una sua recente visita allo Zeppelinfeld di Norimberga. Ma poiché siamo a Roma, tanto vale ripercorrerlo a partire dall’Ara Pacis di Augusto, da poco riaperta al pubblico nel nuovo padiglione di Richard Maier, molto discusso dal punto di vista architettonico, meno dal punto di vista del messaggio memoriale.
La Pax Augustea sigla il passaggio dalla Repubblica all’Impero romano, dopo una lunga era di guerre. Guardando l’Ara Pacis con gli occhi di oggi viene da chiedersi: ci sarà mai un monumento che segni la fine della «endless war», come tu stesso l’hai chiamata, nell’Impero globale di oggi? E come te lo immagineresti?
E’ proprio dei monumenti siglare la fine delle guerre. Ma nel portarne la memoria, essi ne perdono l’essenziale: trascendono in una idealizzazione eroica il vissuto della violenza e della sofferenza. C’è un narcisismo dei monumenti, che risponde al bisogno di autocelebrazione dei sopravvissuti. Un memoriale della endless war in cui siamo precipitati con l’11 settembre, ammesso che essa avrà mai appunto una fine, dovrebbe restituirne le caratteristiche specifiche. Una guerra che da ambo le parti assume la forma di una guerriglia, e che da ambo le parti ha come obiettivo principale i civili: i cittadini comuni, che continuano a vivere «normalmente» sotto l’ingiunzione di lavorare, produrre e consumare, e che rischiano di esplodere mentre tutto viene deciso in nome della loro sicurezza. Degli orrori e dei dolori di questa guerra abbiamo già molti documenti: le foto di Abu Ghraib, delle atrocità di Saddam Hussein, degli ostaggi sgozzati, dei danni collaterali dei willing, dei musei saccheggiati, di Donald Rumsfeld che liquida tutto col suo «stuff happens». Un monumento dovrebbe restituire questa particolare condizione dei civili, di una vita quotidiana «normale» che è diventata obiettivo e posta in gioco.
Nella tua conferenza hai parlato del rapporto fra «trasmissione barbarica» e costruzione di una «eredità globale». Tema cruciale, perché invita a ripensare la globalizzzaione come un processo che non riguarda solo il presente e il futuro, ma anche il passato, o il passato anteriore.
Il tempo globale è un tempo complesso e disgiunto, che tento di rappresentare con questa formula: un passato che rifiuta di passare, un futuro che rifiuta di aspettare. Sia il passato sia il futuro esercitano dunque una pressione sul presente e sulla nostra posizione etica nel presente. Agire eticamente richiede per un verso di scrivere la storia mai scritta del mondo globale, per l’altro di collocarsi nel futuro chiedendosi «come avrei dovuto agire oggi sapendo ciò che saprò domani». Credo che questo rapporto fra passato e futuro restituisca la temporalità della globalizzazione più di quella che David Harvey chiama «compressione spaziotemporale». Dobbiamo vedere lo spazio globale come uno spazio in transizione, intendendo la transizione come una prospettiva sul presente.
Guardiamo appunto al nostro presente. Oggi, tu dici, sono in atto due forme di «trasmissione barbarica»: l’islamizzazione tramite terrorismo e la democratizzazione tramite guerra. Che sono anche due forme di quella che tu definisci «politica della morte». Aldilà dell’evidenza, cosa intendi precisamente per «politica della morte»?
Una politica che è la negazione della politica. Io penso, con Hannah Arendt , che la politica sia costruzione della polis, llegame, interlocuzione, in-between, scommessa sulla nascita. Se la morte diventa moneta corrente della politica, che a batterla sia lo stato o una rete terrorista, si ribaltano le basi e il senso della politica. Se al tavolo della politica lo stato o attori non statali giocano al rialzo con le fish della morte, si entra nell’età del terrore e dell’errore, in cui il potere per un verso produce e alimenta il senso del pericolo, per l’altro rischia continuamente la fallacia nell’uso delle informazioni. Una situazione storicamente e moralmente molto compromessa, in cui collassano trasparenza e responsabilità.
D’accordo, ma la politica della morte è da sempre l’altra faccia della politica della vita: tanatopolitica e biopolitica vanno assieme, diceva Derrida...
...e anche, e diversamente, Foucault: il passaggio dal potere di dare la morte e lasciar vivere al potere di far vivere e lasciare morire, che segna l’era biopolitica, lascia intatto un nocciolo di morte, una killing zone fatta di razzismo e esclusione. E’ bene però individuare il salto e la specificità di ciò che accade oggi, sotto questo cosiddetto «scontro di civiltà» che rende molto cheap il valore della vita. Nell’Ottocento, la domanda del mondo ricco ai paesi poveri era: siete in grado di intraprendere la strada del progresso? Durante la guerra fredda la domanda delle democrazie occidentali al resto del mondo era: siete in grado di mettere l’individuo al di sopra della comunità? Oggi la domanda che governa il conflitto globale è se la cultura dell’altro gioca con la politica della morte, se la tollera, se la vuole: «la tua cultura vuole uccidermi?». E’ quello che chiamo complesso securitario.
C’è la politica della morte, e c’è la morte della politica. Mentre vige questa politica della morte che tu descrivi, in molto dibattito filosofico-politico si parla sempre più insistentemente di «fine della politica». C’è un rapporto secondo te fra queste due rappresentazioni, «politica della morte» e «fine della politica», e quale?
Per me, come dicevo poco fa, la politica della morte è la morte della politica. Ma con «fine della politica» - un tema che mi pare tipico del contesto italiano, un po’ come la «fine del romanzo» - credo che si faccia riferimento a un grappolo più ampio di questioni: fine della partecipazione, manipolazione della rappresentanza, perdita della trasparenza democratica, illegalità, corruzione, fine dello stato. Tutti processi realmente in atto. Tuttavia, prima di decretare la fine della politica bisogna uscire dalla rappresentazione classica del teatro della politica come dinamica stato-antistato. Negli ultimi decenni, soggetti non statali e transnazionali, dal femminismo ai movimenti sull’Aids e la politica sanitaria, hanno modificato quel teatro portando nella sfera pubblica questioni prima confinate nella sfera privata. Nella fine della politica, c’è dunque anche una politica che comincia, incentrata su domande etiche.
Questo ricorso supplementare all’etica però è a sua volta tipico del dibattito anglosassone, e talvolta suona come un modo per evitare i problemi della politica...in che rapporto stanno scelta etica e decisione politica?
Etica e politica vanno assieme, sono, più che intrecciate, incastrate. L’etica non è un’aggiunta della politica, come i comitati etici nominati dai parlamenti in crisi: l’atto politico presuppone la scelta etica, e la scelta etica fa parte del teatro della politica. E la nostra posizione nel presente, fra il passato che non passa e il futuro che non aspetta, la intendo come posizione etica e politica.
Questa posizione tuttavia, nel tuo discorso, è strutturalmente caratterizzata dall’ambivalenza, termine che tu prendi dichiaratamente dalla psicoanalisi. Nella tua lezione al festival di filosofia di Roma dello scorso maggio, hai detto che il lessico della politica è troppo stretto e va arricchito e modificato con categorie esterne. L’ambivalenza è una di queste?
Sì. L’ambivalenza modifica il lessico politico in un luogo centrale, tradizionalmente occupato dalla categoria di contraddizione, che nello schema hegelo-marxiano si risolve sempre in una sintesi. Nell’ambivalenza invece non c’è sintesi, c’è solo il lavoro continuo dell’elaborazione e dell’interpretazione, in senso psicoanalitico. Questa svolta concettuale ha molto a che fare con il modo di pensare l’identità, la parzialità, le differenze, il multiculturalismo.
Perché?
Perché nell’accezione liberale prevalente il multiculturalismo si risolve in un pluralismo delle identità, che riproduce e alimenta senza alcuna consapevolezza filosofica la fissazione identitaria, e riproduce la logica uno-molti propria di tutta la tradizione occidentale. In sostanza, il multiculturalismo tratta le culture come fossero tanti stati sovrani. Il fatto è che invece la globalizzazione frantuma la logica dell’identità e quella, connessa, della sovranità. E nella globalizzazione non ci sono culture che si muovono compattamente l’una contro l’altra: ci sono legami e alleanze che si stringono trasversalmente su singole questioni, economiche, o di giustizia, o di voice. Quello che è all’opera nelle dinamiche globali non è un dispositivo di identità, ma di parzialità e ambivalenza, che dispiega una complessità che il multiculturalismo pluralista liberale non sa leggere.
La pratica centrale che tu indichi per entrare in questa complessità è quella dell’interlocuzione. L’interlocuzione va intesa anche come inter-locazione?
A febbraio presenterò What does a terrorist want?, un libro che sostiene che con i terroristi bisogna interloquire, differentemente da quanto fanno i governi occidentali e da quanto facevano Thatcher e Reagan con Mandela quando lo bollavano come terrorista. L’interlocuzione non è il dialogo habermasiano, che presuppone un orizzonte di riferimento comune. Nell’interlocuzione non ci sono fondamenti condivisi, la situazione è disgiuntiva, inuguale, non del tutto traducibile; l’interlocuzione non si basa su una lingua comune, ma su un trauma della lingua che domanda a tuttti e due gli interlocutori, il carnefice e la vittima, di cambiare il proprio lessico.
Quali sono le sedi di questa pratica dell’interlocuzione? Quando accenni a delle istituzioni cos’hai in mente? L’università, l’Onu, il Wef...?O dobbiamo inventarne di nuove?
Non pensavo solo a nuove istituzioni, dobbiamo cominciare dai luoghi che già frequentiamo...ad esempio, noi stiamo facendo questa intervista per il manifesto, con un linguaggio diverso da quello canonico dei giornali. C’è una proliferazioni di istituzioni, corti di giustizia, sedi di eleborazione collettiva in cui si sperimentano forme di interlocuzione: in Ruanda, gli hutu e i tutsi hanno respinto il dispositivo che gli era stato proposto e hanno tirato fuori i loro tappeti per disegnare il territorio della riconciliazione.
«We must love one another or die»: che cosa significa politicamente il verso di Auden che hai citato nella tua conferenza? Una politica dell’amore contro la politica della morte?
Parlo di amore sociale, alleanza, solidarietà: il ventaglio complesso di identificazioni che l’amore suscita. Dal sisma della sovranità possono nascere nuove forme di affiliazione, tenute assieme non dalla razionalità del politico ma dall’intero lessico degli affetti che impronta la nostra esistenza pubblica e privata, le sue ambivalenze, il processo interminabile della loro elaborazione.
SCHEDA
Postmodernità
Da Bombay a Boston, i luoghi di Homi Bhabha
Homi K. Bhabha, figura eminente degli studi post-coloniali e della traduzione culturale, è direttore dello Humanities Center dell’università di Harvard. Nato a Bombay nel 1949 da famiglia Parsi, ha studiato nella sua città e poi a Londra, Princeton, Chicago. E’ autore fra l’altro di «The Location of Culture» (Routledge 1994, trad. it. «I luoghi della cultura», Meltemi 2001),in cui articola la teoria dell’ambivalenza inscritta nel rapporto colonizzatore-colonizzato e l’idea che la produzione culturale nello scenario post coloniale si situi in uno spazio ibrido, liminale, di continua negoziazione dell’identità. Ha curato il volume «Nation and Narration» (Routledge 1990, trad. it. «Nazione e narrazione», Meltemi 1997). Di prossima pubblicazione sono «Measure of Dwelling» (Harvard University Press) e «The Right to Narrate» (Columbia University Press). A marzo del 2005, in occasione della riedizione per la Grove Press de «I dannati della Terra» di Frantz Fanon, Bhabha ha pubblicato sulla «Chronicle Review» un saggio sull’intellettuale martinicano intitolato «Is Frantz Fanon Still Relevant?» Con W. J. T. Mitchell, il direttore di «Critical Inquiry»,ha inoltre curatola raccolta «Edward Said: Continuing The Conversation» (Chicago University Press, 2005). E’ stato più volte in Italia, invitato dal Festival della Filosofia di Roma 2005, all’Università Roma 3 e al convegno della Fondazione Basso dov’è stata raccolta questa intervista.
Un solo male: il nazicomunismo
Resta da capire, pur ormai nell’abbondanza delle fonti, di cui Il mio cammino è solo l’ennesimo tassello, come non si riesca fino in fondo a smitizzare la grandezza del comunismo. Neppure di fronte a esempi lampanti, l’apologeta convinto rinuncia a questa utopia che ha prodotto più di cento milioni di morti nel Novecento.
Soprattutto riesce ancora difficile, l’equiparazione del fenomeno Gulag ai lager nazisti. Come se un male assoluto potesse avere una gradazione differente solo perché differenti le finalità con cui è stato compiuto: da un lato, il progetto di sterminio di una razza, dall’altra il progetto di sterminio di un popolo. Senza sminuire la portata storica della Shoa, oggi il rimontante antisemitismo, fomentato guarda caso da frange della sinistra ex comunista o altromondista, dimostra come si saldino i due poli e possano essere ricompresi in un unico sostantivo: il nazi-comunismo.
L’uso di questa categoria potrebbe finalmente annullare le velleità dei (purtroppo) tanti che ai giorni nostri continuano a salvare il comunismo in nome dell’idea che lo ha mosso. Il termine "comunista" sarebbe, allora, al pari di "nazista" un aggettivo dequalificante da abbandonare e non una bandiera da sventolare con gioiosa protervia, un marchio infame da nascondere e non la felice evoluzione ipotizzabile per ogni democrazia.
Quando nel 1998 fu pubblicato il Libro nero del comunismo di Stéphan Courtois, Norberto Bobbio rilasciò un’intervista a l’Unità, in cui auspicava questo processo di identificazione. Il filosofo torinese diceva: "La ragione dichiarata di questa contabilità (quella presente nel Libro nero... ndr) è di farla finita una volta per sempre di distinguere, rispetto alla vastità del crimine, il comunismo dal nazismo. Ci sarebbe, se mai, da domandarsi - e gli autori indubbiamente lo fanno - perché questa distinzione sia stata fatta e ne sia seguita non soltanto una attenuazione delle responsabilità dei regimi comunisti, ma anche una sopravvivenza del comunismo". E ancora: ". . .non c’è paese in cui sia stato instaurata un regime comunista, ove non si sia imposto un sistema di terrore. Possono variare i meccanismi dell’esercizio del terrore, la quantità e la qualità delle vittime, ma è dovunque, ripetiamo pure con forza, dovunque, identica la spietatezza, l’arbitrarietà e l’enormità dell’uso della violenza per mantenere il potere". E più oltre: "Questo universalismo dispotico appartiene alla natura stessa del comunismo storico. Se è così, e il libro offre una prova ineccepibile che è così, non ci si può non porre la domanda se la forma dispotica del potere non sia connaturata all’essenza stessa del comunismo. Coloro che ne tentano una difesa, hanno un bel dire: "Il comunismo storico è stato una forma degenerativa del comunismo ideale". Ma come mai questa degenerazione è avvenuta sempre e dappertutto?".
La ragione di questo, per ora, non accettato raffronto tra comunismo e nazismo è forse nella falsità che ha ispirato e talora ancora ispira gli intellettuali di sinistra di tutto il mondo. Sosteneva Sartre di essere più sensibile all’uso che la borghesia fa delle rivelazioni sui campi di concentramento piuttosto che alla loro esistenza vera e propria.
Liberamente tratto da :"Gulag l’inferno del comunismo" di Angelo Crespi
Caro Biasi
continui a guardarti allo specchio ... e non capisci!!! Vedi che stai parlando delle tue ’origini’ ... e dei tuoi ’fratelli’: il "nazicomunismo" di cui parli (servendoti di altri) è figlio dei "faraoni" e dei "cattolici-romani"!!! Mi dispiace: sei stato educato e allevato nella casa dei faraoni e dei cattolici-romani e di "mammasantissima" ... e non fai niente per svegliarti e uscire dallo "stato di minorità". Neghi l’evidenza ... e io non posso far altro che esortarti ancora una volta a ritornare in te stesso... a ri-leggere (non dico tanto, ma almeno) la novella di Pirandello (Un "goj", 1918)!!! .... e, poi, la Legge dei nostri ’Padri’ e delle nostre ’Madri’ (la COSTITUZIONE). Ricordalo. Forse ... vedrai brillare un po’ di luce dalle Montagne della nostra Italia, e ti renderai conto finalmente che un altro - non quello di Egitto o di Roma !!! - "Natale" è possibile!!!
W o ITALY. Viva San Giovanni in Fiore. VIVA L’ITALIA.
M. saluti e buon Natale.
Federico La Sala
Viva viva viva l’Inghilterra
pace, donne, amore e libertà
viva viva viva l’Inghilterra
ma perché non sono nato là?...
Mah chissà...
W l’Inghilterra di Claudio Baglioni
Buon Natale anche a te, Federico caro. Biasi
Per negare la Shoah
di Furio Colombo *
Sappiamo tutti ciò che sta avvenendo in questi giorni a Teheran. Sotto la finzione grottesca del convegno universitario, si è aperto un processo alla Shoah. Il presidente della Repubblica dell’Iran, Ahmadinejad, ha già anticipato il senso di ciò che sta accadendo, dunque ha già fatto circolare la velina della sentenza che attende di avere: la Shoah è un’invenzione della cultura europea, succube del complotto ebraico.
Avevano bisogno di un grande pretesto per occupare la Palestina e lo hanno inventato, con la consueta malevola astuzia. La stessa dei Protocolli dei Savi di Sion, la stessa del sangue dei bambini cristiani da essi versato (nella interpretazione di Ahmadinejad si tratta di sangue islamico). La stessa del deicidio. È molto importante ciò che sta per accadere a Teheran. Perché fa venire brutalmente alla luce ciò che si dice e non si dice, si pensa ma si nega, oppure inquina - non notato, come una fonte infetta - la persuasione di molti che credono di discutere di politica ma non sanno su quali fondamenta appoggiano le loro riflessioni, o antagonismi, o proteste.
Quando il tema è Israele, in tanti parlano di occupazione da sessant’anni, mostrando così di considerare occupazione anche la terra assegnata dall’Onu al nascente Stato degli Ebrei, mostrando di considerare la data della fondazione di quello Stato come l’inizio di un potere usurpato.
Quando la discussione è sulla difesa di Israele, sui modi in cui tenta di tener testa al terrorismo e alla ostilità che lo circonda, due riferimenti tornano spesso: i perseguitati sono diventati persecutori. E anche: la persecuzione (ovvero la Shoah) non è una buona ragione per occupare la terra degli altri. In altre parole, per quanto sia stata grave, la Shoah è una tragedia che riguarda l’Europa e non la Palestina. L’obiezione sulla indifferenza che rasenta l’antisemitismo o lo rappresenta, viene sdegnosamente respinto dicendo che in questi casi non si parla di ebrei. Si parla di Israele e di Israeliani.
Agli Israeliani si imputano delitti che sono tutti nella tradizione antica e profonda del pregiudizio che rende costantemente speciali le colpe degli ebrei.
Muoiono purtroppo bambini in tutte le guerre. Ma i bambini vittime delle azioni militari israeliane sono esibiti in televisione, corpicino per corpicino, in insopportabili sequenze come non avviene per il Darfur (duecentomila bambini fra le vittime di un immenso genocidio, molti sepolti vivi, in due anni), come non avviene per tutti gli altri conflitti che disgraziatamente insanguinano il mondo.
Gli iracheni restano «resistenti» anche quando fanno saltare uno scuolabus, una intera scuola o fanno strage di intere famiglie per ragioni religiose. Rapide sequenze mostrano i piccoli cadaveri sotto mucchi di coperte e lenzuola insanguinate. In Libano le vittime dei soldati israeliani venivano mostrate scoperte, bambino per bambino, come se fossero stati colpiti uno per uno, di proposito.
Le vittime di Israele sono poveri. Israele (come tutti gli ebrei) è ricco e non solo occupa, ma domina e sfrutta. In questo modo viene cancellato l’immenso potere del petrolio (e delle armi) di Iran e Arabia Saudita, oltre al sostegno militare della Siria che, attraverso Hezbollah, sta lavorando a riconquistare il controllo del Libano. Costi quello che costi, in vite umane, il controllo del Libano da parte di Hezbollah e della Siria, con illimitati fondi iraniani, è il normale susseguirsi dei drammi quotidiani che accadono dovunque nel mondo. Invece Israele se sta fermo occupa. Se si muove è un arrogante conquistatore. Se reagisce a migliaia di missili le cui rampe sono state disseminate dovunque vi siano donne e bambini, è assassino. Se erige un muro contro le stragi nelle sue strade, è «apartheid» e «muro della vergogna», benché da allora non vi siano più state stragi.
Quando una nonna o un bambino imbottiti di tritolo cercano di passare a un «check point» israeliano (il bambino per fortuna si è salvato) si tratta di notizie drammatiche ma isolate. Nessuno le usa per far capire perché i «check point» israeliani siano così tanti, così lenti e - fatalmente - così odiosi per tanti pacifici palestinesi, che stanno soltanto andando a scuola o al lavoro. A nessuno viene in mente che, come i libanesi, ogni giorno vengono mandati a fare da scudi umani.
Ieri a Gaza tre bambini sono stati uccisi come vendetta trasversale di Hamas contro uno dei collaboratori chiave di Abu Mazen, il presidente palestinese. È un evento terribile perché non è guerra, e non è errore imperdonabile. È assassinio. Un assassinio deliberato di bambini. Ma è una notizia breve, senza corpi esibiti, parte di vicende della turbolenta vita quotidiana. Non sono stati gli israeliani a uccidere quei bambini.
Adesso, con la sua iniziativa, Ahmadinejad ha tolto di mezzo ogni possibilità di dividere un argomento dall’altro: gli israeliani sono fuori posto perché sono ebrei, sono occupanti perché hanno creato un complotto e sono nemici perché gli ebrei tentano da sempre di prendere il controllo del mondo.
Interessante apprendere che tra i partecipanti di Teheran c’è un signore americano di nome David Duke. È stato "Grand Wizard" (capo supremo) del Ku Klux Klan (la storica organizzazione del razzismo americano che combatte i neri e gli ebrei). Duke, negli anni Ottanta, ha tentato di farsi eleggere senatore nelle file del partito repubblicano.
Ma l’America, neppure ai tempi di Ronald Reagan, era il posto in cui un personaggio (che avrebbe sfilato fra gli applausi con la bandiera celtica il 2 dicembre per Berlusconi) può schierarsi insieme alla destra. La destra lo ha rifiutato benché fosse in testa ai sondaggi del suo Stato. E ha preferito perdere contro un candidato democratico e antirazzista. Bene, Duke sarà a Teheran per discutere di Shoah e di diritto degli ebrei ad avere il proprio Stato fondato dalle Nazioni Unite. È bene forse non dimenticare che il Ku Klux Klan e il fondamentalismo cristiano americano considerano le Nazioni Unite uno strumento dell’ebraismo nel mondo.
* l’Unità, Pubblicato il: 12.12.06 Modificato il: 12.12.06 alle ore 13.01
Il pretesto della Shoah
di Arrigo Levi (La Stampa, 12/12/2006)
La Conferenza di Teheran sull’Olocausto - o meglio, contro l’Olocausto, da definirsi una invenzione malvagia degli Ebrei, a danno del mondo islamico e dei Palestinesi in particolar modo - ha suscitato tra noi una reazione di violento rigetto, per diverse ragioni. La più ovvia è la inaccettabilità della tesi «negazionista» da parte di quei Paesi, oggi membri dell’Unione Europea, che hanno visto scomparire la quasi totalità dell’ebraismo europeo.
Un insieme di comunità che erano parte integrante e viva della storia europea, prima e dopo l’Emancipazione. Gli Ebrei, prima della Shoah, in Europa c’erano: in Polonia, in Germania, in Francia, in tutti i territori dominati dai nazisti, dopo la Shoah, non ce n’erano quasi più. Erano milioni, ne sono rimasti decine di migliaia; in alcuni Paesi, quasi nessun ebreo è rimasto in vita. L’Europa ha perso una delle nazioni che avevano contribuito a creare la sua civiltà. Non occorrono studi, ricerche, nemmeno testimonianze, per essere consapevoli di quello che è stata la Shoah.
La Conferenza di Teheran, vista con gli occhi degli Europei (non solo degli Ebrei), è una immensa insensatezza, e questa è la prima ragione della condanna di tutti i governi dell’Occidente. Ma vi è un’altra ragione. Il fatto è che negare la Shoah appare come la premessa del rifiuto non già di riconoscere lo Stato d’Israele, ma di ammetterne l’esistenza: la Shoah è un’invenzione; dunque, è giusto cancellare lo Stato d’Israele dalla faccia della Terra. Così è stato detto.
Il mondo arabo islamico aveva detto no all’esistenza d’Israele per molti decenni. Finché un giorno i due maggiori Stati confinanti, l’Egitto e la Giordania, dopo aver fatto la guerra (anche più d’una), decisero di fare la pace con lo Stato ebraico; e Arafat, capo dei Palestinesi, si convinse che era utile anche al suo popolo riconoscere Israele, come premessa necessaria della nascita di uno Stato palestinese.
Fare la pace fra i due popoli insediati sulla stessa terra si è poi rivelato un compito tremendamente difficile, ancora incompiuto. Ma questa è un’impresa che non è stata e non può essere abbandonata. Tutti i sondaggi d’opinione dimostrano, da anni, che la grande maggioranza dei Palestinesi, come la grande maggioranza degli Israeliani, è favorevole alla coesistenza dei due Stati. Perfino il capo di Hamas, Khaled Meshal, offre ora a Israele una tregua di dieci anni: è difficile non interpretare questo come il primo passo verso un negoziato. Le pressioni su Israele da parte di tutti i governi occidentali (compresa l’America, che ha assolutamente bisogno di ritrovare credibilità presso il mondo arabo-islamico), affinché il governo israeliano dia il via libera ai negoziati, non appena sia giunta, da parte palestinese, una chiara apertura - che ancora non c’è, ma potrebbe essere vicina - sono e saranno molto forti. Il processo di pace potrebbe allora ripartire.
Ma non ci sarà nessun negoziato se Israele sarà sotto la minaccia di una sorta di nuova Shoah da parte di una potenza islamica, o di una coalizione di forze politiche arabo-islamiche, che, presto o tardi, sarà probabilmente anche in possesso di armi nucleari, o dei mezzi per costruirle.
Senza pace fra Israeliani e Palestinesi, il nostro orizzonte politico continuerà ad essere sovrastato dalla minaccia di un grande conflitto, a noi vicino, e in cui finiremmo per essere coinvolti. L’Italia, l’Europa, vogliono la pace col mondo arabo; hanno rapporti di pace col mondo arabo e islamico, e si impegnano seriamente per la pace, mettendo persino a rischio la vita di migliaia di loro soldati per consolidare la pace su uno dei fronti del conflitto, quello israelo-libanese. Se uno Stato della regione rifiuta l’esistenza della Shoah come premessa del rifiuto dell’esistenza d’Israele, minaccia anche la nostra pace.
Questa è la ragione di fondo per cui l’Europa ha paura del convegno di Teheran; respinge non solo l’assurda negazione di un evento tremendo che ha dominato la nostra storia, ma il fatto che esso sembra anticipare una nuova Shoah: quanti popoli ne sarebbero vittime?
GIORNO DELLA MEMORIA: LA STORIA
Khaled Abdelwahhab Salvò gli ebrei dai nazisti. Ed era un arabo
Il suo nome sarà presto a Yed Vashem
di ELENA LOEWENTHAL (La Stampa, 27.01.2007 - 8:46)
Vashem, il memoriale alla Shoah che si trova a Gerusalemme, è un bosco: un grappolo di colline fitte di alberi, diversi per specie e misure. Ognuno ricorda un «giusto fra le genti» che, a rischio della propria vita e non per denaro ma per umanità, ha salvato un ebreo durante la Shoah. Anche uno soltanto, perché come dicono tanto un adagio ebraico quanto il Corano, «chi salva una vita salva il mondo intero». Fra quasi ventimila nomi (e alberi) polacchi, italiani, tedeschi, francesi, olandesi, figurerà presto anche quello di Khaled Abdelwahhab, il primo arabo a ottenere questo riconoscimento della memoria. La pratica è avviata e procede con l’esame delle testimonianze: lo Yad Vashem è infatti anche un immenso archivio storico.
Ventitrè ebrei debbono la vita a quest’uomo e a suo padre, che li nascosero nel loro uliveto in Tunisia, al riparo dai nazisti. Sia Khaled sia Anny Boukris, che svelò questa storia, non ci sono più. Il suo racconto era animato da una gratitudine mai spenta per quella famiglia di proprietari terrieri arabi che rischiò la vita ospitando lei, i suoi cari e altri correligionari in un frantoio nel villaggio di Tlelsa finché non arrivarono gli inglesi. Abdelwahhab dopo la guerra visse a New York e Parigi, e morì nel 1997, a ottantasei anni. La sua storia è stata raccolta da Robert Satloff, studioso e direttore dell’istituto per i «Near East Studies» di Washington, in un libro appena pubblicato, «Among the Righteous».
Mentre in Italia si discute intorno alla legge Mastella, mentre alle Nazioni Unite è appena passata una risoluzione di condanna del negazionismo storico - non senza una prevedibile dissociazione da parte dell’Iran -, c’è una storia che è ancora tutta da scoprire, e per questo sembra viva anche se le sue voci, come quella di Khaled e Anny, tacciono per sempre. Fra il giugno del 1940 e il maggio del 1943 i nazisti arrivarono in Africa: all’epoca qui vivevano circa un milione e mezzo di ebrei. Come in Europa, questi paesi videro collaborazionisti e spettatori passivi, ma vi fu anche chi si ribellò all’orrore aiutando e nascondendo le vittime della caccia nazista. Se non che, in nome di una strategia politica dell’omertà, il fronte arabo militante contro Israele ha scelto, almeno sino ad oggi, una negazione tout court dello sterminio ebraico, considerato un pretesto per l’«intrusione» dello stato ebraico entro l’universo islamico.
Tale rimozione della Shoah ha spazzato via per anni tante piccole, grandi storie di salvezza. Di questa «congiura del silenzio» in nome di una battaglia totale contro lo stato ebraico, ha fatto le spese sino ad ora quella memoria di giustizia e umanità che orienta i passi fra le colline dello Yad Vashem, guida gli occhi sulle targhe di marmo grigio con tutti quei nomi. Dopo Khaled Abdelwahhab, proprietario terriero di Tunisia e (gaudente) cittadino del mondo, eroe e «giusto» in contumacia suo malgrado, molte altre storie come questa sono destinate a riaffiorare dalla retorica della negazione. Per mettere finalmente radici fra le colline di Gerusalemme.
L’INTERVISTA Parla lo storico Korn leader della comunità ebraica tedesca
"Rubarci la Storia il crimine più grave"
di ANDREA TARQUINI (la Repubblica,11.12. 2006)
BERLINO - La conferenza di Teheran minaccia di rafforzare in tutto il mondo il revisionismo storico e correnti antisemite. Lo dice Salomon Korn, vicepresidente della comunità ebraica tedesca, autore di libri sulla storia contemporanea dell’ebraismo.
Quanto è pericolosa l’iniziativa di Ahmadinejad?
«Il pericolo del revisionismo è più vecchio di Ahmadinejad. Le persone bene informate non saranno influenzate dalla conferenza. Ma il pericolo è un altro. C’è una tendenza generale a storicizzare l’Olocausto: ridurlo a un Passato che non ha un ruolo e un’influenza nel presente. Una conferenza del genere, organizzata per la prima volta da uno Stato membro delle Nazioni Unite, può rafforzare molto questa tendenza».
Quanto sono pericolosi questi circoli, il movimento revisionista?
«E’ piuttosto pericoloso. Perché quanto più il 1945 si allontana nel tempo e nella memoria, tanto più cresce e si diffonde questa tendenza».
Quanto è vasto il movimento revisionista?
«E’ più vasto e diffuso di quanto non ci si immagini. Sfugge alle statistiche. Se in Europa in media l’antisemitismo coinvolge il 20 per cento della popolazione, vuol dire che correnti sottocutanee si muovono negli animi e nelle nostre società. C’è gente specie in Germania e negli ex paesi che collaborarono con la Germania che non vuole più sentir discutere dell’Olocausto perché per loro è imbarazzante. Magari parenti furono coinvolti. Oppure quella memoria disturba il nazionalismo. Si produce cioè un antisemitismo che nasce dal rifiuto del peso del senso di colpa. Sentimenti incoraggiati dall’iniziativa di Ahmadinejad».
Chi finanzia il movimento revisionista?
«Ci sono molti finanziatori. E quando partiti neonazisti entrano in parlamenti anche regionali, come la Npd in Germania, incassano i contributi pubblici. Flussi di denaro esistono ovunque: Europa, Usa, Medio Oriente. Ma il tema del momento è un altro. Il fatto che Ahmadinejad ormai agisce secondo il classico modello dell’antisemitismo. Prima si toglie agli ebrei la dignità, poi le loro proprietà, poi la loro esistenza di esseri umani. Lui con la conferenza sta compiendo un passo in più: togliere agli ebrei la loro Storia. Nessun antisemita lo aveva mai fatto».
Come nasce il revisionismo?
«Dalla diffusa voglia di sentirsi popolo superiore, popolo eletto. Fu tipica del nazionalismo tedesco ma non solo. E’un trend generale e pericoloso».
Il pericolo è maggiore in Germania o altrove?
«Più forte è la democrazia, minore è il pericolo. La Germania nell’insieme è una stabile democrazia. Ma ha un grosso problema storico: negli ultimi secoli ha subìto almeno sei catastrofi storiche - dal 1806 alla fine dell’Impero nel 1918, dalla fine di Weimar, alla catastrofe del Terzo Reich, alla divisione del paese dopo il 1945. Scosse che hanno impedito alla coscienza nazionale di svilupparsi».
TEHERAN, SUMMIT SULL’OLOCAUSTO *
TEHERAN - Storici negazionisti come Robert Faurisson, rabbini tradizionalisti ebrei con trecce e abiti neri che si oppongono all’esistenza di Israele, tedeschi che si ribellano al ’’complesso di colpa’’ del loro popolo. Ci sono anche loro tra le decine di partecipanti ad una conferenza ’revisionista’ sull’Olocausto apertasi oggi a Teheran tra le proteste dell’Occidente.
Tra i 42 relatori, in rappresentanza di 23 Paesi, c’e’ anche un italiano, Leonardo Clerici, nipote del futurista Marinetti, convertito all’Islam sciita e sostenitore della Repubblica islamica. Ma l’ambasciatore italiano, cosi’ come i suoi colleghi europei, ha rifiutato l’invito ad essere presente.
Scopo di questa conferenza, dice il ministro degli Esteri iraniano, Manuchehr Mottaki, e’ ’’aprire la strada a nuove ricerche per appurare se l’Olocausto e’ vero o falso’’, dopo che lo scorso anno il presidente Mahmud Ahmadinejad aveva definito ’’un mito’’ lo sterminio degli ebrei. All’entrata della sala del convegno campeggiano libri quali un commento sul Mein Kampf di Andrew Linklater, o ’Miti della fondazione di Israele’ di Roger Garaudy, con una svastica che in copertina.
La rassegna bibliografica continua con le opere presentate ai giornalisti da diversi partecipanti. C’e’ un ’Hitler e gli ebrei erranti’ dalla scrittrice malese Zariani Abul Rahman, la quale afferma che al massimo sono state duecentomila le vittime del massacro, e comunque ’’i Nazisti avevano legami con gli Ebrei e sono stati finanziati da banche ebraiche’’. Un testo intitolato ’Specchio dei fatti’ e’ mostrato alle telecamere dal suo autore, il tedesco Herbert Hoff, che dice di essere riuscito a spiegare ’’perche’ l’Olocausto non puo’ essere avvenuto’’. Un altro tedesco, lo psichiatra Benedict Frings, che sfoggia una cravatta decorata con un’aquila e la scritta ’Deutschland’, spiega che la conferenza e’ ’’il primo passo verso la guarigione del complesso di colpa’’ del suo popolo. Un complesso che ha impedito ai tedeschi di ’’difendere i loro interessi, al punto che da noi arrivano ogni sorta di stranieri, compresi disoccupati e criminali’’.
In sala un gruppetto, fra cui ancora qualche tedesco, applaude e ride insistentemente alle battute di Faurisson, che nega l’ordine di Hitler di sterminare gli ebrei e l’esistenza delle camere a gas. ’’Anche Primo Levi, che era un chimico - sottolinea - ha detto di non credere a questa diceria’’. ’’Ahmadinejad ha ragione - continua Faurisson - l’Olocausto e’ un mito. E’ una menzogna che ha permesso una gigantesca truffa politica e finanziaria a vantaggio di Israele e del Sionismo internazionale’’. E ’’i campi di sterminio - aggiunge - sono un’invenzione degli Americani’’. Anche chi invece afferma che lo sterminio c’e’ stato, come l’anziano rabbino americano Arnold Cohen, condanna Israele - di cui nega per motivi religiosi il diritto all’esistenza - affermando che sfrutta questo evento per compiere a sua volta ’’un altro Olocausto’’ contro i Palestinesi. Del resto, dice ancora Cohen, gli stessi Sionisti ’’hanno cooperato con i Nazisti negli anni ’30 per portare Ebrei in Palestina e durante la guerra, mostrando insensibilita’, non hanno aiutato gli Ebrei in Europa, anche quando potevano’’. Un’accusa che ritorna, con durezza ancora maggiore, nelle parole di un altro rabbino americano, David Weiss: ’’I Sionisti hanno sacrificato vittime innocenti alla loro causa, e hanno anche provocato varie uccisioni’’.
STUDENTI CONTESTANO AHMADINEJAD
Un gruppo di studenti ha contestato il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad all’università Amir Kabir, a Teheran, gridando slogan contro di lui. "Morte al dittatore", ha urlato parte degli studenti tentando di attaccare la tribuna da dove Ahmadinejad stava pronunciando un discorso. La maggioranza degli studenti però, aggiunge la fonte, "hanno lanciato slogan a sostegno del presidente". Tra i due gruppi sarebbe quindi scoppiata una rissa. Ahmadinejad ha comunque concluso il suo discorso.
Alcuni studenti hanno dato alle fiamme fotografie di Ahmadinejad, mentre un gruppo di ragazze ha fatto cadere e mandato in pezzi una telecamera della televisione di Stato. "Gli Americani - ha risposto a questi gesti Ahmadinejad - devono sapere che anche se veniamo bruciati mille volte, non faremo marcia indietro nemmeno di un centimetro dai nostri principi".
Quando ha sentito gli slogan di ’Morte al dittatore’, il presidente iraniano ha risposto: "Per anni abbiamo combattuto contro la dittatura (dell’ex Scià, ndr) e per i prossimi mille anni nessuno potrà costituire una dittatura in Iran, nemmeno in nome della libertà". Quando poi Ahmadinejad ha sottolineato "gli sforzi del governo per la giustizia e la lotta alla corruzione", diversi studenti gli hanno risposto gridando in corò: "E’ una menzogna, è una menzogna".
ANSA » 2006-12-11 09:10
Da Auschwitz al Cile, il senso del male calato nella storia
Due saggi, «Semiotica e memoria. Analisi del post-conflitto» di Cristina Demaria e «Filosofia della Shoah. Per un’analitica dell’annientamento nazista» di Fabio Minazzi si interrogano sul tema della rimozione
di Cosimo Caputo (il manifesto, 09.12.2006)
Il ricordo di passati rimossi o resi muti dalle versioni ufficiali e la necessità di accogliere voci ulteriori o di rivedere memorie consolidate caratterizzano la nostra era del testimone, come recita il titolo di un libro di Annette Wieviorka (Cortina 1999). Ma l’eterno presente della comunicazione dominante, piuttosto che rafforzare la capacità di accertamento critico, scolorisce le differenze: si perde così l’alterità del passato, mentre si impone un revisionismo a tutti i costi, che diventa molto spesso un negazionismo funzionale alla costituzione di nuove identità politiche e sociali.
Con la loro logica mercificante i media sono oggi - scrive Cristina Demaria in Semiotica e memoria. Analisi del post-conflitto (Carocci, pp. 218, euro 18, 20) - «lo spazio pubblico in cui avviene la costruzione delle ideologie e in cui si esercitano le politiche della memoria, e al tempo stesso sono anche attori di tale spazio». Essi infatti non solo contribuiscono «alla formazione del senso comune alla base del legame su cui si fonda la memoria sociale», ma partecipano anche alle sue enunciazioni attraverso documentari e fiction. Basti pensare ai film sull’Olocausto, come Schindler’s List di Steven Spielberg, da alcuni accusato di sacrificare la storia allo spettacolo, di «americanizzare l’Olocausto» (Wieviorka). O, come scrive Fabio Minazzi in Filosofia della Shoah. Pensare Auschwitz: per un’analitica dell’annientamento nazista (Giuntina, pp. 362, euro 20) di «americanizzazione della testimonianza». Anche se con prospettive e scopi diversi, i due libri si intersecano sui temi della rimozione e della rielaborazione della memoria storica in funzione del presente: un lavoro di negoziazione interpretativa che diventa pratica di lotta sociale e politica.
Demaria concentra la sua analisi non sulla memoria tout court bensì sui testi in cui essa viene raccontata e messa in scena: descrive le pratiche enunciative in cui si raccolgono i percorsi di vita, di trasferimento di senso, di diniego e il loro concretizzarsi in pratiche culturali e in comportamenti sociali e politici, quali emergono nelle testimonianze rese di fronte alla Commissione sudafricana di verità e riconciliazione, istituita nel 1995 durante la transizione post-segregazionista, e nel rapporto Valech con cui il Cile ammette ufficialmente la pratica della tortura durante il regime di Pinochet.
Ma l’analisi semiotica, come riconosce anche Demaria - se può aiutare a capire - non può che fermarsi di fronte al senso del male e alla sua memoria. Qui si rivela necessaria un’altra indagine, una indagine filosofica: ed è quanto fa Minazzi, percorrendo però una strada diversa, che si discosta dalla critica romantica alla modernità. A suo avviso occorre un approccio neoilluministico per non trasformare Auschwitz in un simbolo del male metafisico. La tradizione del razionalismo critico inaugurato da Kant aiuta meglio a comprendere «la radicale storicità della Shoah». In Kant la realtà del male si intreccia con la volontà dell’uomo, configurandosi perciò come un male concreto e contestualizzato. Secondo la prospettiva kantiana «non è mai possibile individuare una realtà storica che, in sé, si possa metafisicamente configurare come buona o cattiva, come male assoluto o come bene assoluto». Auschwitz e l’antisemitismo devono così essere calati «nel contesto storico specifico dell’umanità occidentale». Si potrà vedere come essi siano figli di una prassi dello sterminio che si è più volte manifestata nel corso della storia. Kant mette in relazione il male con la dimensione animale dell’umano: il male nasce quando l’uomo si allontana dalla legge morale, rinunciando alla sua stessa umanità. Pertanto il male compiuto dal nazismo è un ritorno allo stato animale e non dipende, come pure è stato sostenuto, dalla mera dimensione calcolistica della ragione, né da una civiltà soggiogata alla tecnica e alla scienza e priva di ascolto del sacro. Una lettura, per Minazzi, che si colloca in una dimensione metastorica e presenta subdolamente i lager nazisti come estrema conseguenza della scienza e della tecnica occidentali.
La semantica dello sterminio è la chiave di volta di questa ermeneutica laica e materialista di Auschwitz. L’adozione del termine «olocausto», quale traduzione di Shoah, infatti, connota in senso religioso la lettura dell’esperienza storica dei lager. Con «olocausto» si colloca l’«assassinio di massa» (termine preferito da Minazzi) su un piano sacrificale, in cui l’ucciso si trasforma in vittima che deve, appunto, essere sacrificata, e, ancor più paradossalmente, gli stessi nazisti (i carnefici) possono essere visti come sacerdoti che celebrano un loro rito religioso. Ma si introduce surrettiziamente anche l’idea che le vittime con il loro stesso olocausto dovevano espiare una colpa, che nel caso degli ebrei era quella di deicidio. «Olocausto» risulta mistificante poiché trasforma un assassinio di massa, maturato in precise condizioni ideologiche e storiche, in un momento di un più ampio progetto divino. Questa lettura mitologica della Shoah è parziale e unilaterale perché dimentica lo sterminio degli slavi, dei comunisti, degli omosessuali dei minorati fisici, degli oppositori politici, sottrae lo sterminio al piano storico e ne fa un evento unico. La storia dell’occidente, da cui pure emergono preziosi antidoti intellettuali e morali, è invece segnata da tanti altri stermini, dall’American Holocaust dei pellerossa e degli indios al Black Holocaust compiuto in Africa. Lo scandalo dello sterminio nazista agli occhi degli stessi occidentali sta nel fatto - dice Minazzi - che essi «hanno fatto in Europa e contro gli europei ciò che gli europei hanno sempre fatto ai danni delle popolazioni non europee».
La lettura mitologica dei lager nazisti è diventata ed è troppo succube di esigenze geopolitiche contingenti nel momento in cui si connette a questi fatti la nascita dello Stato di Israele e soprattutto quando si vogliono giustificare, di conseguenza, talune scelte politiche e militari di questo Stato le quali, per la verità, non si iscrivono affatto nella storia delle azioni delle vittime. Israele perde così quella santità dell’Altro che è più santa di ogni Terra Santa che «di fronte a una persona offesa ... è solo nudità e deserto», come dice l’ebreo Emmanuel Lévinas, il quale non a caso dedica una sua opera, Altrimenti che essere o al di là dell’essenza, «alla memoria degli esseri più vicini tra i sei milioni di assassinati dai nazional-socialisti, accanto ai milioni e milioni di uomini di ogni confessione e di ogni nazione, vittime dello stesso odio dell’altro uomo, dello stesso antisemitismo».
Forti critiche al presidente Ahmadineja anche dall’interno. Diversi esponenti riformisti appoggiano la protesta degli studenti
Vaticano condanna la conferenza sulla Shoah "L’Olocausto fu una immane tragedia"
Il ministro degli Esteri Massimo D’Alema: "E’ una cosa inqualificabile" *
ROMA - "La Shoah è stata una immane tragedia, dinanzi la quale non si può restare indifferenti. Il ricordo di quei terribili fatti deve rimanere un monito per le coscienze, al fine di eliminare i conflitti". Il Vaticano si schiera nettamente contro la conferenza sull’Olocausto che si sta tenendo a Teheran e che ha l’obiettivo di dare ampio risalto alle tesi negazioniste della Shoah. E la posizione della Santa Sede trova sponda anche nel governo italiano e quello inglese.
D’Alema: "Cosa inqualificabile". Il vice premier e ministro degli Esteri Massimo D’Alema ha definito oggi la conferenza sull’Olocausto organizzata a Teheran dal presidente iraniano Ahmadinejad "Una cosa inqualificabile".
Blair all’attacco. "Incredibilmente scioccante". Così il premier inglese Tony Blair definisce la conferenza. L’Iran rappresenta una "significativa minaccia strategica" per tutto il Medioriente, dice Blair.
Merkel: "Non accetteremo mai".’’Respingiamo con la piu’ grande fermezza’’ commenta il cancelliere tedesco Angela nel corso di una conferenza stampa congiunta a Berlino con il Primo ministro israeliano Ehud Olmert. ’’La Germania non accettera’ mai’’ questo tipo di avvenimenti, ha aggiunto il cancelliere tedesco.
I riformisti iraniani. Tra ieri e oggi il presidente iraniano ha ricevuto anche contestazioni dall’interno. Ieri la protesta degli studenti, una reazione al fatto che "non possono più parlare", ha commentato oggi Mohsen Mirdamadi, segretario del Mosharekat, il maggiore raggruppamento riformista iraniano. "Condanniamo gli insulti al presidente", ha tenuto a sottolineare Mirdamadi, citato oggi dalla stampa, mettendo però l’accento sul fatto che "nell’ultimo anno e mezzo", cioè da quando Ahmadinejad è diventato presidente, "gli studenti non hanno una tribuna" per esprimere le loro idee. E questa è l’analisi che accomuna anche diversi altri esponenti politici e giornali riformisti sull’episodio di ieri.
Per le stesse ragioni un altro dirigente del Mosharekat, Ali Shakurirad, dalle colonne del quotidiano riformista Etemad afferma che le contestazioni di ieri "non erano inaspettate" e aggiunge che "la politica e i metodi del governo di Ahmadinejad meritano una protesta civile", anche se con modi diversi. In un editoriale un altro giornale riformista, Etamad Melli, definisce la protesta di ieri "un campanello d’allarme" per il presidente, al quale "si oppongono molti intellettuali, giornalisti e politici".
* la Repubblica, 12 dicembre 2006.
Il Vaticano ad Ahmadinejad: “Noi ricordiamo, tu no” *
Contro le negazioni iraniane della shoah e del diritto ad esistere dello stato d’Israele - e alla vigilia della visita in Vaticano del primo ministro israeliano Ehud Olmert - la Santa Sede ha diffuso il 12 dicembre seguente comunicato:
“In riferimento alla Conferenza che si sta svolgendo a Teheran, la Santa Sede richiama la propria posizione, già espressa col documento della commissione per i rapporti religiosi con l’ebraismo ‘Noi ricordiamo: una riflessione sulla Shoah’.
“Il secolo scorso è stato testimone del tentativo di sterminare il popolo ebraico, con la conseguente uccisione di milioni di ebrei, di tutte le età e categorie sociali, per il solo fatto di appartenere a tale popolo. La Shoah è stata una immane tragedia, dinanzi alla quale non si può restare indifferenti.
“La Chiesa si accosta con profondo rispetto e con grande compassione all’esperienza vissuta dal popolo ebraico durante la Seconda Guerra Mondiale: il ricordo di quei terribili fatti deve rimanere un monito per le coscienze, al fine di eliminare i conflitti, rispettare i legittimi diritti di tutti i popoli, esortare alla pace, nella verità e nella giustizia.
“Tale posizione, tra l’altro, è stata affermata dal papa Giovanni Paolo II al monumento alla memoria ‘Yad Vashem’ a Gerusalemme il 23 marzo 2000 e ribadita da Sua Santità Benedetto XVI nella visita al campo di sterminio di Auschwitz il 28 maggio 2006”.
* SETTIMO CIELO di Sandro Magister, 12.12.2006
Condanna sospesa dalla corte d’appello di Vienna, dove era detenuto da oltre un anno. Era stato imprigionato in base alla legge che vieta l’apologia del nazismo
Torna in libertà David Irving lo storico inglese che negò la Shoah *
VIENNA - Torna in libertà David Irving. Dopo oltre un anno di detenzione, la corte d’appello di Vienna ha sospeso questa mattina la sentenza nei confronti dello storico negazionista inglese, condannato lo scorso febbraio nella capitale austriaca a tre anni in base alla legge che vieta in Austria l’apologia del nazismo.
Lo storico autodidatta, che ha 68 anni, aveva presentato ricorso contro la sentenza ma la corte di cassazione l’aveva respinto e rinviato per la decisione definitiva alla corte di appello. La pronuncia è arrivata stamattina, con la sospensione della condanna, visto che Irving ha già scontato 13 mesi della pena. Il resto della condanna - due terzi dei tre anni complessivi - sono stati convertiti nella condizionale. Irving può quindi essere rimesso subito in libertà.
"E’ libero, può andarsene e lo farà" ha detto subito dopo la sentenza il suo avvocato Herbert Schaller.
Lo storico britannico, molto seguito negli ambienti neonazisti internazionali, era agli arresti a Vienna dall’11 novembre 2005. Era stato condannato a tre anni senza condizionale per avere tenuto due discorsi in Austria nel 1989, a Vienna e a Leoben, in cui negava l’esistenza delle camere a gas a Auschwitz e metteva in dubbio l’Olocausto. Aveva anche sostenuto che i pogrom della cosiddetta "notte dei cristall" erano stati compiuti da "sconosciuti" mascherati da ’Sa’, le truppe di assalto di Hitler.
In Austria, come anche in Germania, la legge vieta, con condanne fino a 20 anni di reclusione, l’apologia, la relativizzazione e la negazione dei crimini del nazismo, così come pure l’esibizione di simboli dell’ideologia nazionalsocialista.
All’epoca, la condanna di Irving venne seguita con interesse in tutto il mondo e suscitò un acceso dibattito a livello internazionale sulla liceità di punire anche reati di opinione, come quelli commessi appunto dallo storico britannico.
* la Repubblica, 20 dicembre 2006
Il capo dello stato alle celebrazioni della giornata della memoria. "Si riaffacciano indizi di aberrazioni come la Shoah"
Napolitano: "No all’antisemitismo anche se si traveste da antisionismo"
Bertinotti: "Ricordare è un dovere, la Shoah è l’indicibile". *
ROMA - No all’antisemitismo "anche quando esso si travesta da antisionismo". E’ l’appello lanciato da Giorgio Napolitano nella giornata della Memoria, celebrata al Quirinale, in una cerimonia solenne cui hanno partecipato anche il presidente del Consiglio Romano Prodi, i presidenti della Camera e Senato Fausto Bertinotti e Franco Marini.
"Antisionismo", ha detto il capo dello stato, "significa negazione della fonte ispiratrice dello stato ebraico, delle ragioni della sua nascita, ieri, e della sua sicurezza oggi, al di là dei governi che si alternano nella guida di Israele".
E’ doveroso ed importante ricordare, ha continuato il presidente della Repubblica, per guardarci da pericolosi rigurgiti. ’’Pochi paesi possono essere garantiti da una futura marea di violenza generata da intolleranza, da libidine di potere, da ragioni economiche, da fanatismo religioso o politico, da attriti razziali’’. Citando queste parole di Primo Levi, Napolitano ha ricordato "tutti i pericoli da cui dobbiamo guardarci, tutti i fenomeni che possono sfociare in aberrazioni come la Shoah: e non abbiamo forse visto in anni recenti - si chiede il capo dello stato - e non vediamo oggi affacciarsi alcuni di quei fenomeni, in piu’ parti del mondo e anche non lontano dal nostro Paese?’’
"Come italiani", ha proseguito il presidente, "dobbiamo serbare il ricordo e sentire il peso degli anni bui delle leggi razziali del fascismo e delle persecuzioni antiebraiche della Repubblca di Salò". "Come Chirac ha fatto in Francia", ha proseguito Napolitano, "vogliamo anche noi ricordare per l’Italia la luce che venne dalle imprese dei Giusti, di coloro che hanno meritato questo nome per le prove concrete che offrirono, anche con il rischio della vita, di soldarietà verso i fratelli ebrei perseguitati, esposti alla minaccia della deportazione, della tortura, dello sterminio dei campi".
Bertinotti: "la Shoah è un dramma indicibile". Anche il presidente della Camera è intervenuto alle celebrazioni per la giornata della Memoria, rinnovando l’invito a ricordare il passato. "L’abisso in cui il nazismo ha gettato il genere umano, aggredendo le ragioni elementari della dignità dell’uomo ed il rispetto che ad esso si deve solo perché tale è, troppo profondo per essere denominato: la Shoah è l’indicibile".
"Oggi - ha aggiunto - è nostro dovere ricordare, ribadire e diffondere questa verità, contro le tentazioni che pure periodicamente si profilano a negare ciò che è accaduto o anche solamente a ridurne la portata". Al termine del suo intervento, l’Aula ha osservato un minuto di silenzio, cui è seguito un applauso unanime.
Pacifici: "Il discorso di Napolitano, un passaggio storico". Le parole di Napolitano sono piaciute a Elio Toaff. "Ha parlato con il cuore", ha detto l’ex rabbino capo di Roma. Anche il portavoce della comunità ebraica romana, Riccardo Pacifici, nel commentare il discorso del presidente della Repubblica sull’allarme antisionismo, lo ha definito "storico". "Un passaggio che sotto certi aspetti - ha commentato Pacifici - non dico che azzeri le polemiche, ma che fa fare un grande passo avanti nel ristabilire giustizia e verità nei confronti della storia e di coloro che molto spesso, non sempre, usano l’antisionismo come moderno strumento di antisemitismo".
Materiali per un catalogo degli orrori
Ricostruendo con un paziente lavoro di archivio la cronologia di Auschwitz dal ’39 al ’45, la storica Danuta Czech ha evidenziato in «Kalendarium» il processo con cui ha preso forma la tragica macchina di morte del lager
di Enzo Collotti (il manifesto, 09.02.2007)
Costituisce una pietra miliare della storiografia su Auschwitz l’opera di una studiosa polacca, Danuta Czech, dal titolo Kalendarium. Gli avvenimenti del campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau 1939-1945, che - messa on line nel 2002 per la cura della sezione milanese dell’Associazione nazionale ex deportati politici nei campi nazisti - è ora uscita presso le edizioni Mimesis, nella traduzione di Gianluca Piccinini e con l’introduzione di Dario Venegoni. Come risulta evidente già dal titolo, non si tratta di una storia del Lager simbolo dello sterminio degli ebrei ma di una cronologia del divenire del Lager. Prima ancora di fornire i materiali per pervenire alla ricostruzione storica, però, la vicenda del Kalendarium è significativa delle modalità attraverso le quali si è venuto formando il patrimonio documentario di cui si alimentano la storia e la memoria di Auschwitz.
Figlia di un resistente polacco deportato a Auschwitz, Danuta Czech, che aveva essa stessa militato giovanissima nella Resistenza, fece parte dalla metà degli anni ’50 dell’équipe di ricerca del Museo statale del Lager nella ripolonizzata città di Oswiecim, che i tedeschi avevano incorporato al Grande Reich, espropriandola della sua nazionalità e attribuendole quel destino di anus mundi che le rimarrà indelebilmente cucito addosso. A partire dal 1956 l’autrice si dedicò incessantemente a raccogliere dalle fonti più diverse le notizie che, ordinate giorno per giorno, sarebbero sfociate nel Kalendarium. Per l’edizione tedesca del 1989, la prima diffusa in occidente, che sistematizzò i materiali pubblicati in precedenza in organi ufficiali polacchi a uso informativo e prevalentemente giudiziario e che sarebbe servita per le successive edizioni, compresa ora questa italiana, la Czech scrisse un’introduzione nella quale dava conto della molteplicità delle fonti alle quali aveva attinto per la cronologia. A partire dagli atti processuali relativi all’ex comandante ad Auschwitz Rudolf Hoss (processo di Varsavia del 1947) e al processo di Cracovia contro quaranta appartenenti alla guarnigione del Lager, la Czech risalì a una prima serie di documenti provenienti direttamente dagli uffici di gestione del Lager, in aggiunta alla documentazione originale tedesca sopravvissuta alla distruzione ordinata nelle settimane che precedettero l’arrivo dell’Armata rossa e già raccolta nell’Archivio del Museo. Una documentazione senz’altro lacunosa che ci fa solo immaginare quale immensa mole di materiali avesse prodotto la burocrazia del Lager, al di là delle testimonianze di sopravvissuti, ex deportati e resistenti.
Ancorché carenti, però, i documenti tedeschi da cui proveniva la maggior parte delle notizie di prima mano, rispecchiavano puntualmente l’organizzazione interna del campo, le modalità di gestione, l’attuazione delle disposizioni disciplinari e comprendevano fra l’altro le liste d’ingresso con attribuzione dei numeri che venivano tatuati sul braccio di coloro che non venivano selezionati immediatamente per le camere a gas, i registri dei detenuti presenti nel campo a determinate date, le carte del dipartimento che si occupava dell’impiego della manodopera, lo schedario dei prigionieri di guerra sovietici e il registro dei relativi morti, i registri della Compagnia disciplinare, i registri dell’obitorio, il registro del campo degli zingari, le statistiche dell’infermeria, le liste di quarantena e le disposizioni ad uso delle unità delle SS e in generale della guarnigione. Una quantità di materiali a disposizione per il lavoro scientifico ma anche per procedimenti giudiziari, come il processo di Francoforte aperto nel 1963 contro alcuni dei maggiori responsabili dei crimini commessi nel Lager.
Sarebbe difficile sottovalutare il significato del complesso delle notizie su cui si basa il corpo del Kalendarium, che tende a coprire l’intera rete delle articolazioni che si aggregavano intorno al Lager - Auschwitz I, Auschwitz II (Birkenau), Auschwitz III (Buna o Monowitz) - e l’intero arco temporale della sua esistenza attraverso le fasi della sua trasformazione, da originario campo per prigionieri di guerra polacchi e sovietici a campo di sterminio per ebrei, zingari e deportati politici, con l’appendice (Monowitz) dei deportati affittati alle industrie di guerra per il lavoro forzato: quest’ultimo rimane tuttavia nell’opera della Czech marginale, dato che per rintracciare la sorte dei deportati al lavoro forzato bisognerebbe attingere, ove esistessero, alle fonti prodotte dalle grandi aziende (IG Farben, Krupp, Siemenz e via dicendo) che profittarono del loro sfruttamento.
Sfogliare il Kalendarium potrebbe significare a prima vista passare con incessante monotonia da un episodio raccapricciante a un altro, in una galleria degli orrori apparentemente priva di senso. In realtà l’orrore e il terrore avevano un metodo. Il vertice del funzionamento della macchina per triturare vite di uomini, donne, bambini è il risultato di un processo di graduale approssimazione all’orgia di sangue e di distruttività che si compendia nel nome di Auschwitz.
L’estrinsecazione dei mille modi di torturare e annientare il prossimo purtroppo non è affatto monotona. Il 6 luglio 1940 a seguito della prima fuga di un detenuto dal Lager «durante l’appello punitivo è eseguita pubblicamente per la prima volta la fustigazione sullo sgabello costruito nella falegnameria del lager». Il 23 aprile 1941 il comandante Hoss «sceglie per la prima volta... dieci detenuti del blocco 2 come ostaggi e li condanna a morte per fame come rappresaglia per la fuga di un detenuto... Vengono rinchiusi in una cella nel sotterraneo del Blocco 11 e non ricevono né cibo né acqua. La cella, completamente buia, è aperta a distanza di alcuni giorni per portare fuori i cadaveri dei detenuti morti». Il primo muore il 27 aprile, il 26 maggio l’ultimo.
Con il passare del tempo ai polacchi si aggiungono i russi; il primo trasporto di non slavi arriva il 30 marzo 1942: sono ebrei di diversa nazionalità provenienti dalla Francia. Seguiranno tedeschi, austriaci, olandesi, tra gli ultimi italiani e ungheresi. Festeggiamenti di varia natura danno occasione a variazioni nel rituale di morte. L’11 novembre 1941 «in occasione del giorno della festa nazionale polacca, ha luogo la prima esecuzione con un colpo di arma da fuoco di piccolo calibro sparato alla nuca da distanza ravvicinata». Ricorrenze naziste sono festeggiate con impiccagioni, alla maniera di riti antichi con sacrifici umani. Dalle esecuzioni più primitive si passa con un crescendo alla morte tecnologica (le gassazioni). La prima selezione con gas ha luogo il 4 maggio 1942. Il 2 settembre 1942 la Czech annota: «Il medico di campo SS Kremer scrive nel suo diario: "Presente per la prima volta a un’azione speciale; fuori alle 3 di notte. In confronto a qui l’Inferno di Dante mi sembra quasi una commedia. Non per niente Auschwitz è definito campo di sterminio!"». Potrebbe essere l’epigrafe dell’intero Kalendarium.
Un’ultima annotazione, alla data del 22 febbraio 1943: «Il comando del KL Auschwitz decide che in futuro i numeri dovranno essere tatuati sull’avambraccio sinistro non solo agli ebrei, ma a tutti gli uomini e donne internati nel lager, in modo da facilitarne il riconoscimento. Il tatuaggio dei detenuti ebrei è stato introdotto nel corso del 1942. Non vengono tatuati solo i detenuti «cittadini tedeschi» e «tedeschi etnici», oltre ai detenuti da rieducare e ai «detenuti di polizia».
Queste citazioni dovrebbero bastare per fare comprendere la ricchezza degli spunti che offre il prezioso repertorio cronologico redatto dalla Czech. Naturalmente, rispetto alla redazione del Kalendarium del 1989, che fu supervisionata dall’autrice (morta nel 2004) negli ultimi anni della sua attività, la ricerca è andata avanti, ma questo non sminuisce l’importanza di un lavoro che, proprio per il modo in cui è stato concepito, registrando giorno per giorno una pluralità di eventi, si può prestare a più di un percorso di lettura: per cui non sembri fuori luogo, ad onta della mole, suggerirne l’uso anche in sede didattica.
Il nunzio assente alla cerimonia per la Shoah
E’ polemica tra Israele e il Vaticano
Mons. Franco non sarà alla commemorazione. Protesta per una foto di Pio XII sotto la quale è scritto che fu personalità controversa in relazione al genocidio. Gelida la Livni: "Ciascuno segue la sua coscienza" *
L’ambasciatore della Santa Sede a Gerusalemme contesta la decisione di esporre
la foto di papa Pacelli con una didascalia che ne condanna la "posizione ambigua"
Protesta del nunzio apostolico in Israele
contro biasimo verso Pio XII sulla Shoah
Il ministro degli Esteri Livni: "Ciascuno si comporti secondo la propria coscienza" *
CITTA’ DEL VATICANO - Il nunzio apostolico in Israele, monsignor Antonio Franco, non parteciperà all’annuale cerimonia di commemorazione della Shoah, alla quale presenzia tutto il corpo diplomatico, che si terrà la settimana prossima allo Yad Vashem (il museo dell’Olocausto a Gerusalemme, ndr), per protestare contro la decisione di esporre una foto di Pio XII nel memoriale della Shoah, con una didascalia che condanna la posizione del Pontefice, ritenuta ambigua, sullo sterminio degli ebrei.
"Ho scritto - spiega il nunzio - una lettera al direttorato dello Yad Vashem spiegando che già l’anno scorso avevamo fatto presente la nostra difficoltà. Nella risposta alla mia lettera che vedo oggi su alcuni giornali israeliani si dice che non si può cambiare la verità storica. I fatti non si possono cambiare ma di questi si è data un’interpretazione contraria anche a molte altre verità storiche e soprattutto a tutta un’altra storiografia che interpreta in altro modo".
"Mi fa male andare allo Yad Vashem e vedere Pio XII così presentato e questo ho fatto presente nella lettera - ha detto ancora monsignor Franco - Certamente il Papa non può essere messo in mezzo a uomini che dovrebbero vergognarsi per quanto compiuto contro gli ebrei. Pio XII non dovrebbe vergognarsi per tutto quello che ha fatto per la salvezza degli ebrei, messo in risalto da fonti storiche".
"La cerimonia allo Yad Vashem ha il fine di onorare la memoria delle vittime della Shoah - ha commentato il ministro degli Esteri israeliano Tzipi Livni - l’evento più traumatico nella storia del popolo ebreo e tra i più traumatici nella storia dell’Umanità. Per quanto riguarda la partecipazione alla cerimonia, ciascuno si comporti secondo ciò che gli dice la sua coscienza".
* la Repubblica, 12 aprile 2007
ELENA LOEWENTHAL PRESENTA "DUE LETTERE SULLA BANALITA’ DEL MALE" DI HANNAH ARENDT E GERSHOM SCHOLEM *
Nell’estate del 1963, all’indomani del processo Eichmann e de La banalita’ del male, con tutti gli strascichi polemici che questo libro desto’ fra un continente e l’altro, Hannah Arendt e Gershom Scholem si scambiarono due lettere. Questo viaggio epistolare attraverso Mediterraneo e Oceano Atlantico, da Gerusalemme a New York e viceversa, esempla mirabilmente la distanza, non solo geografica, fra un luogo e l’altro. Fra modi di pensare ed esperienze diverse. Fra scelte di vita - opposte si’, ma forse solo all’apparenza.
Pubblicato in un minuscolo volume da Nottetempo (pp. 39, euro 3, sulla base di una traduzione anonima comparsa in "Fine secolo" il 28 settembre 1985), questo carteggio e’ una formidabile sintesi dei dilemmi e delle questioni inevitabilmente aperte che l’ebraismo contemporaneo (e non solo quello), si trova ad affrontare.
Queste due lettere erano uscite gia’ nel 1978 in un volume francese che raccoglieva criticamente alcuni saggi di Gershom Scholem su Fidelite’ et utopie. Essais sur le judaisme contemporain (Calmann Levy). In effetti e’ lo studioso di mistica, "salito" in terra d’Israele dalla Germania in tempo per non essere inghiottito dallo sterminio, a contestare ad Hannah Arendt una visione spietata della storia ebraica, cosi’ come emerge dalla sua cronaca del processo Eichmann. Fra l’altro, e’ interessante notare come di fronte all’ideatore della soluzione finale, incarnato in un uomo dall’aria meschina e innocua, Arendt si pronunci a favore di un’inevitabile esecuzione capitale mentre Scholem invochi una sorta di grazia intesa come un atto di pieta’ conforme alla natura etica dell’ebraismo.
Ma la cosa strabiliante, in queste poche pagine, non e’ tanto la distanza nei punti di vista fra questi due grandi pensatori - anzi costruttori dell’ebraismo contemporaneo. Il fatto e’ che proprio le loro divergenze ci narrano il tessuto piu’ profondo, complesso ma non incoerente, dell’ebraismo. Entrambi lo esprimono. Anzi, esprimono proprio i diversi e compositi "collanti" che hanno tenuto insieme, per secoli e millenni, l’identita’ d’Israele. La fede incrollabile e il bisogno costante di quell’incertezza che si fa continua interrogazione: del mondo e di se stessi. L’esercizio instancabile della parola ma anche la capacita’ di sospendere la parola, la’ dove non resta che dire il silenzio. Lo spirito critico fino allo spasimo, ma anche la resa di fronte all’ingiudicabile.
Scholem esclama: come si puo’ criticare chi era dentro la Shoah in quel momento? Arendt replica: io c’ero. O meglio era come se ci fossi perche’ io "sono" il popolo ebraico. Anche gli estremi di questa sofferta discussione s’incontrano. Fra queste pagine Arendt ci offre una sintesi perfetta di cio’ che intende per banalita’ del male: "Il mio parere e’ che il male non sia mai ’radicale’, che sia solo estremo, e che non possieda ne’ profondita’ ne’ dimensione demoniaca. Esso puo’ invadere tutto e devastare il mondo intero precisamente perche’ si propaga come un fungo. Esso ’sfida il pensiero’. E’ qui la sua ’banalita’’. Solo il bene ha profondita’ e puo’ essere radicale".
In modo quasi speculare a questa interpretazione del male, Scholem rivendica un concetto difficile da definire e tuttavia ben concreto, che noi chiamiamo Ahavat Israel, "l’amore del popolo ebraico", e rimprovera Arendt di ignorare questo sentimento. Lei risponde di non potere amare se stessa: l’appartenenza negherebbe, secondo lei, la possibilita’ stessa di "amare" il proprio popolo. Con cio’, chiama implicitamente in causa quel principio di condivisione del destino che e’ in fondo alla radice stessa di questo approccio sentimentale all’identita’.
*
[Dal supplemento librario settimanale "Tuttolibri" del quotidiano "La stampa" del 14 aprile 2007 riprendiamo il seguente articolo (disponibile anche nel sito: www.lastampa.it).
Elena Loewenthal, limpida saggista e fine narratrice, acuta studiosa; nata a Torino nel 1960, lavora da anni sui testi della tradizione ebraica e traduce letteratura d’Israele, attivita’ che le sono valse nel 1999 un premio speciale da parte del Ministero dei beni culturali; collabora a "La stampa" e a "Tuttolibri"; sovente i suoi scritti ti commuovono per il nitore e il rigore, ma anche la tenerezza e l’amista’ di cui sono impastati, e fragranti e nutrienti ti vengono incontro. Nel 1997 e’ stata insignita altresi’ del premio Andersen per un suo libro per ragazzi.
Tra le opere di Elena Loewenthal: segnaliamo particolarmente Gli ebrei questi sconosciuti, Baldini & Castoldi, Milano 1996, 2002; L’Ebraismo spiegato ai miei figli, Bompiani, Milano 2002; Lettera agli amici non ebrei, Bompiani, Milano 2003; Eva e le altre. Letture bibliche al femminile, Bompiani, Milano 2005; con Giulio Busi ha curato Mistica ebraica. Testi della tradizione segreta del giudaismo dal III al XVIII secolo, Einaudi, Torino 1995, 1999; per Adelphi sta curando l’edizione italiana dei sette volumi de Le leggende degli ebrei, di Louis Ginzberg.
Hannah Arendt e’ nata ad Hannover da famiglia ebraica nel 1906, fu allieva di Husserl, Heidegger e Jaspers; l’ascesa del nazismo la costringe all’esilio, dapprima e’ profuga in Francia, poi esule in America; e’ tra le massime pensatrici politiche del Novecento; docente, scrittrice, intervenne ripetutamente sulle questioni di attualita’ da un punto di vista rigorosamente libertario e in difesa dei diritti umani; mori’ a New York nel 1975.
Opere di Hannah Arendt: tra i suoi lavori fondamentali (quasi tutti tradotti in italiano e spesso ristampati, per cui qui di seguito non diamo l ’anno di pubblicazione dell’edizione italiana, ma solo l’anno dell’edizione originale) ci sono Le origini del totalitarismo (prima edizione 1951), Comunita’, Milano; Vita Activa (1958), Bompiani, Milano; Rahel Varnhagen (1959), Il Saggiatore, Milano; Tra passato e futuro (1961), Garzanti, Milano; La banalita’ del male. Eichmann a Gerusalemme (1963), Feltrinelli, Milano; Sulla rivoluzione (1963), Comunita’, Milano; postumo e incompiuto e’ apparso La vita della mente (1978), Il Mulino, Bologna. Una raccolta di brevi saggi di intervento politico e’ Politica e menzogna, Sugarco, Milano, 1985. Molto interessanti i carteggi con Karl Jaspers (Carteggio 1926-1969. Filosofia e politica, Feltrinelli, Milano 1989) e con Mary McCarthy (Tra amiche. La corrispondenza di Hannah Arendt e Mary McCarthy 1949-1975, Sellerio, Palermo 1999). Una recente raccolta di scritti vari e’ Archivio Arendt. 1. 1930-1948, Feltrinelli, Milano 2001; Archivio Arendt 2. 1950-1954, Feltrinelli, Milano 2003; cfr. anche la raccolta Responsabilita’ e giudizio, Einaudi, Torino 2004, e la recente Antologia, Feltrinelli, Milano 2006.
Opere su Hannah Arendt: fondamentale e’ la biografia di Elisabeth Young-Bruehl, Hannah Arendt, Bollati Boringhieri, Torino 1994; tra gli studi critici: Laura Boella, Hannah Arendt, Feltrinelli, Milano 1995; Roberto Esposito, L’origine della politica: Hannah Arendt o Simone Weil?, Donzelli, Roma 1996; Paolo Flores d’Arcais, Hannah Arendt, Donzelli, Roma 1995; Simona Forti, Vita della mente e tempo della polis, Franco Angeli, Milano 1996; Simona Forti (a cura di), Hannah Arendt, Milano 1999; Augusto Illuminati, Esercizi politici: quattro sguardi su Hannah Arendt, Manifestolibri, Roma 1994; Friedrich G. Friedmann, Hannah Arendt, Giuntina, Firenze 2001; Julia Kristeva, Hannah Arendt, Donzelli, Roma 2005. Per chi legge il tedesco due piacevoli monografie divulgative-introduttive (con ricco apparato iconografico) sono: Wolfgang Heuer, Hannah Arendt, Rowohlt, Reinbek bei Hamburg 1987, 1999; Ingeborg Gleichauf, Hannah Arendt, Dtv, Muenchen 2000.
Gershom Scholem (Berlino 1897 - Gerusalemme 1982) e’ stato un illustre studioso della mistica ebraica e docente universitario.
Opere di Gershom Scholem: Le grandi correnti della mistica ebraica (1941), Einaudi, Torino 1993; La Qabbalah e il suo simbolismo (1960), Einaudi, Torino 1980; Walter Benjamin e il suo angelo (1972), Adelphi, Milano 1978; Walter Benjamin. Storia di un’amicizia (1975), Adelphi, Milano 1992; Da Berlino a Gerusalemme, Einaudi, Torino 2004 (nuova edizione); Tre discorsi sull’ebraismo, La Giuntina, Firenze 2005. Interviste a Gershom Scholem: Scholem/Shalom. Due conversazioni con Gershom Scholem su Israele, gli ebrei e la Qabbalah, Quodlibet, Macerata 2001.
Carteggi e opere su Gershom Scholem: Walter Benjamin, Gershom Scholem, Teologia e utopia. Carteggio 1933-1940, Einaudi, Torino 1987; Jacob Taubes, Il prezzo del messianismo. Lettere di Jacob Taubes a Gershom Scolem e altri scritti, Quodlibet, Macerata 2000; vedi anche la discussione epistolare con Hannah Arendt in Hannah Arendt, Ebraismo e modernita’, Unicopli, Milano 1986, Feltrinelli, Milano 1993. Nella rete telematica sono disponibili ampi brani della notevole tesi di laurea di Flavia Piperno su Gershom Scholem e il rapporto tra sionismo e Kabbala’, Roma 2002 (www.morasha.it/tesi/pprn/index.html)]
* Fonte: NOTIZIE MINIME DELLA NONVIOLENZA IN CAMMINO Numero 65 del 20 aprile 2007
STORIA
Le terre sovietiche occupate furono quelle dove morì la metà degli ebrei durante la Seconda guerra mondiale. Ma Stalin coprì tutto
Urss, la Shoah oscurata
Solo oggi gli archivi rivelano la tragedia, nascosta in nome della «Grande guerra patriottica»: il regime non volle distinguere tra le tante vittime del nazismo. Parla la storica Salomoni
di Antonio Giuliano (Avvenire, 30.06.2007)
Un dirupo profondo sorgeva nei pressi di Kiev all’epoca del secondo conflitto mondiale. Il nome stesso era sinistro: Babij Jar ("gola di Babuška"). Qui, tra il 29 e il 30 settembre 1941, i nazisti condussero trentatremila ebrei. Spogliati di tutto, i prigionieri vennero disposti sull’orlo dello spaventoso precipizio: una fucilata nella schiena li avrebbe fatti rotolare giù. I lattanti e i feriti vennero invece buttati nel burrone e sotterrati vivi. Dopo la guerra, il dirupo fu ricoperto da tonnellate di terra. Negli anni sarebbero stati eretti monumenti celebrativi, ma l’identità delle vittime è ancor oggi taciuta: le iscrizioni parlano di generici patrioti, martiri del nazismo. Nella vicenda di Babij Jar c’è tutta la tragedia degli ebrei sterminati dai tedeschi nei territori sovietici. Una storia in cui, alla maniera della gola di Babuška, la verità è stata seppellita. Solo l’apertura degli archivi dell’ex Urss, quindici anni fa, ha riportato alla luce una pagina a lungo ignorata nella storiografia. Antonella Salomoni ha frugato tra queste carte e ha raccolto una mole di testimonianze oculari, diari, lettere, prima di dare alle stampe L’Unione Sovietica e la Shoah. Genocidio, resistenza, rimozione, appena giunto in libreria. L’autrice insegna Storia contemporanea nella facoltà di Scienze politiche dell’Università della Calabria.
Professoressa Salomoni, quali verità emergono dal suo lavoro?
«Innanzitutto il numero impressionante delle vittime. Durante il secondo conflitto mondiale gli ebrei uccisi dai nazisti, nei territori sovietici, furono quasi tre milioni: almeno la metà delle vittime della Shoah. E le modalità di sterminio sono state diverse rispetto a quelle di altre zone dell’Europa occupata. La grande differenza è la natura pubblica del genocidio. Quando parliamo della Shoah facciamo di solito riferimento all’internamento. In Unione Sovietica invece non ci fu un corrispettivo di Auschwitz».
In che senso?
«Quello che è successo a Babij Jar è esemplare: i nazisti sterminarono trentatremila ebrei immediatamente dopo aver occupato la capitale ucraina nel settembre 1941. Fu un omicidio brutale, tra le vittime c’erano donne, bambini, anziani, poiché gli uomini validi erano stati arruolati nell’Armata rossa. Ma non ci fu un campo di concentramento segreto. Ad Auschwitz la modalità di sterminio fu tenuta nascosta. A Babij Jar invece i cittadini di Kiev erano a conoscenza di quanto stava per avvenire, videro gli ebrei sul luogo del massacro... In altri casi, soprattutto ucraini e popolazioni dei Paesi baltici collaborarono, pensando a una rivalsa contro il regime di Stalin. Anche in nome di un antisemitismo alimentato dalla propaganda nazista, per cui i giudei erano il principale supporto dell’oppressione comunista».
Eppure malgrado le dimensioni, lo sterminio ebraico in Urss è stato ignorato rispetto all’annientamento degli ebrei in Europa...
«Ha pesato il divieto di accedere agli archivi sovietici fino a pochi anni fa. Ma anche il rifiuto dell’ideologia comunista di considerare le vittime ebree separatamente da quelle del nazismo. L’eccidio ebraico è stato compreso nel tributo complessivo di vite umane dell’Urss durante il conflitto: ventisette milioni di morti. Si parla genericamente degli ebrei come cittadini sovietici sterminati dai tedeschi. Nell’Urss gli ebrei erano una nazionalità specificata sul passaporto, pur non avendo un territorio. Ma le identità si dovevano annullare nel comune sforzo patriottico. Anche alla fine del conflitto, la "Grande guerra patriottica" non avrebbe avuto la stessa forza dirompente se lo sterminio degli ebrei fosse stato valutato separatamente. Solo dagli anni Novanta stanno venendo fuori maggiori informazioni sull’Olocausto»
La popolazione ebraica in Urss poteva contare su intellettuali di fama mondiale. Come mai non riuscirono a far sentire la loro voce?
«Bisogna tener presente che erano ebrei "assimilati", avevano annullato la propria identità. Solo durante il secondo conflitto, a lcuni di essi riscoprirono le proprie radici. Però il regime chiuse loro la bocca. Due grandi intellettuali ebrei russi, Vasilij Grossman e Il’ja Erenburg, scrissero in tempo reale Il libro nero. Il genocidio nazista nei territori sovietici 1941-1945. Nel volume venivano racchiuse le testimonianze raccolte dal Comitato ebraico antifascista. Alla fine degli anni Quaranta il comitato fu sciolto dalle autorità sovietiche e i responsabili vennero arrestati e giustiziati. Fu vietata la pubblicazione del Libro nero che uscirà in edizione integrale solo nel 1991. Poi negli ultimi anni di Stalin, la repressione antisemita si acuì, soprattutto verso l’intellighenzia. Furono mandate nei gulag alcune centinaia di ebrei. E solo la morte del dittatore bloccò un crimine di più vaste proporzioni. Ma è un fenomeno non comparabile con ciò che avvenne in guerra ad opera dei nazisti. Ci fu una guerra speciale contro gli ebrei condotta dai tedeschi nell’Urss. Per tanto tempo è stata rimossa. Troppo».
Antonella Salomoni
L’Unione Sovietica
e la Shoah
Genocidio, resistenza, rimozione
Il Mulino. Pagine 356. Euro 24,00
IDEE
Una mappa storica della diffusione nel Vecchio Continente: una vivacissima presenza culturale nonostante i pogrom. E oggi?
Ebrei d’Europa, quale identità?
Una vicenda spesso drammatica, ma intensa e fitta di spostamenti. Il caso terribile dell’Est europeo e la Shoah
di Anna Foa (Avvenire, 01.09.2007)
Contrariamente alla vulgata che la fa risalire alla distruzione del Tempio di Gerusalemme, la diaspora, cioè la dispersione del popolo ebraico, non ha solo origine nella sconfitta e non ha solo la valenza punitiva che amarono darle da una parte i testi antigiudaici cristiani, dall’altra la concezione rabbinica che di un esilio, Galut, appunto si trattasse.
Essa fu anche, ben prima del 70 d.C., viaggio, libero commercio dei mercanti ebrei nel Mediterraneo, non diverso da quello dei mercanti fenici, greci, etruschi dell’epoca. E fu il Mediterraneo la sede privilegiata delle prime comunità della diaspora: Alessandria d’Egitto, Roma, le coste spagnole e provenzali, più tardi l’Italia meridionale.
Nei primi secoli del Medioevo, le comunità dell’Italia meridionale - Bari, Oria, Otranto - divengono il tramite dell’introduzione in Occidente del Talmud babilonese, oltre che la culla della forma politica comunitaria. Nel VI secolo, gli ebrei iniziano a migrare verso il Nord. Nel X secolo, dalla Francia e dall’Italia giungono in Germania, dando vita alle comunità ashkenazite (appunto, tedesche), situate prima lungo il corso del Reno, poi al Nord e all’Est.
Fu un momento alto della cultura degli ebrei della diaspora, entrato in crisi con le persecuzioni e i massacri che si susseguirono dalla prima Crociata (1096) fino alla Peste Nera del 1348. Molte comunità furono distrutte, molti migrarono all’Est, verso la Polonia, o scesero nel Nord dell’Italia. All’epoca, gli ebrei erano già stati espulsi totalmente dall’Inghilterra e quasi completamente dalla Francia.
Diversa è la storia dell’Italia, dove gli ebrei restavano cives, secondo le norme del diritto romano, e quella dell’Impero, dove la loro presenza era condizionata da privilegi imperiali o cittadini. Sono così le monarchie che non riescono a conciliare la presenza di minoranze con il crescere dello Stato e giungono, a scadenza più o meno lunga, all’espulsione. Un’espulsione che nel Quattrocento toccò anche, in maniera parziale e spesso provvisoria, parte della Germania, e che nel 1492, dopo una storia travagliata di conversioni e di criptogiudaismo, di violenze e di convivenza, toccherà anche in maniera definitiva agli ebrei spagnoli, i sefarditi, comunità popolose con forti radici nella cultura spagnola. Fu quello l’altro momento alto della vita degli ebrei nella diaspora occidentale. Gli ebrei di Sicilia, Sardegna, e poco più tardi del regno di Napoli seguiranno la sorte degli spagnoli. Gli esiliati, settanta-ottantamila, troveranno in parte provvisorio rifugio nel vicino Portogallo, dall’altra si spargeranno nel Mediterraneo, stabilendosi soprattutto in terra islamica. Per la prima volta, il numero degli ebrei sotto l’Islam sarà superiore a quello degli ebrei in terra cristiana.
Nè ashekanaziti né sefarditi, ma italkim, gli ebrei d’Italia avevano avuto nei secoli del Medioevo una storia intensa e fitta di spostamenti. Alla fine del Duecento, decine di piccolissime comunità popolarono l’Italia centro-settentrionale, chiamate dalle città ad esercitare il prestito. L’esperienza declinò nel Quattrocento, anche sotto i colpi della predicazione francescana. Nel 1516, Venezia creò il ghetto, una semireclusione tra mura e cancelli. Roma ne seguì l’esempio nel 1555, con una più forte valenza ideologica: si trattava di affrettare la conversione di tutti gli ebrei, di eliminare la diversità presente in seno al mondo cristiano.
Nello spazio di un secolo o poco più, tutti gli Stati e città in cui erano presenti ebrei li chiusero in un ghetto. Tra Cinque e Seicento, iniziava intanto l’esperienza delle comunità di ritorno: sono i marrani, come venivano definiti con termine spregiativo i criptogiudaizzanti di origine iberica, che si insediarono nella Francia meridionale e in Inghilterra, che diedero vita alla straordinaria esperienza della comunità di Amsterdam e che resero Salonicco città prevalentemente ebraica. Sono questi i secoli in cui il mondo ebraico cresceva all’Est, in Polonia, in Lituania, in Russia.
Nel Settecento, la maggior parte degli ebrei europei appartenevano ormai all’Europa orientale: un mondo più povero e arretrato, lontano dalla modernità, percorso dal misticismo rigorista del chassidismo. Nell’Ottocento, la vita dell’ebraismo occidentale e la vita di quello orientale divergono ancora di più: ad Ovest, gli ebrei ottengono l’emancipazione ed entrano nella modernità; all’Est, ci sono il crescere dell’antisemitismo, il rifiuto dell’uguaglianza, i pogrom.
Ma è proprio il mondo ebraico russo a dar vita a fine Ottocento ad esperienze radicalmente innovatrici: la grande emigrazione verso l’America, milioni di ebrei che lasciano per sempre il loro mondo, e il nascere di una coscienza nazionale, di un’identità di popolo. Inizia l’emigrazione sionista in Palestina, ondate successive dalla Russia e dalla Polonia, poi dalla Germania nazista, ed infine, l’emigrazione dei sopravvissuti dei campi.
L’ebraismo europeo è distrutto dalla Shoah, il mondo ebraico dell’Europa orientale totalmente soppresso. Nasce lo stato di Israele, senza arrivare a sostituire davvero la diaspora, intrecciando con essa un complesso rapporto di rifiuto e di vicinanza. Dei tre poli dell’ebraismo di oggi, Israele, la diaspora americana e l’Europa, l’ultimo stenta a trovare un ruolo autonomo, a crearsi un’identità rinnovata. Ma questa è storia di oggi.
Ansa» 2007-12-05 10:43
SHOAH, A 92 ANNI SEGRETARIA SCHINDLER IMMIGRATA IN ISRAELE
TEL AVIV - Mimi Reinhardt, 92 anni, che fu la segretaria di Oskar Schindler, l’industriale tedesco che salvò più di mille ebrei durante la seconda guerra mondiale, é arrivata oggi in Israele, dove ha deciso di trasferirsi stabilmente. "Mi sento a casa" ha detto al suo arrivo all’aeroporto Ben Gurion ai giornalisti venuti ad attenderla. L’anziana signora, che era andata a vivere a New York dopo la guerra, ha deciso di trasferirsi per raggiungere il suo unico figlio Sacha. Durante gli anni bui del nazismo, era stata lei a stilare gli elenchi dei lavoratori ebrei salvati dalle camere a gas da Schindler. Di origine austriaca e lei stessa ebrea, Mimi Reinhardt prima della guerra viveva a Cracovia ed era stata assunta da Schindler grazie alla sua conoscenza della lingua tedesca. Per lui lavorò fino al 1945.
Suo figlio, Sacha Weitman, 68 anni, immigrato in Israele nel 1974, è professore di sociologia all’università di Tel Aviv. Padre di tre figlie e nove volte nonno, non cela la sua gioia: "La nostra famiglia è infine riunita", ha detto commosso. La storia di Oskar Schindler (1908-1974) è stata resa celebre dal film di Steven Spielberg ’Schindler List’, che ha ottenuto sette Oscar e decine di premi internazionali. Nel film, il personaggio di Mimi Reinhardt non compare, ma lei non se ne fa un cruccio: "Non è grave, non ho mai cercato la gloria", afferma. Ha però incontrato il regista, anche se ammette che sono passati anni prima che potesse guardare il film: "Sono stata invitata alla prima a New York - dice - Ma sono dovuto uscire prima della proiezione, era troppo duro per me". La signora andrà ora a risiedere in una casa di riposo di Hertzliya Pituah, un sobborgo di Tel Aviv.
2008, il Giorno della Memoria in Italia
Il 27 gennaio 1945, verso mezzogiorno, la prima pattuglia alleata giunse in vista del lager di Auschwitz. Il mondo seppe di una verità che ancora ferisce e grida l’orrore dell’Olocausto. Con una legge pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 177 del 31 luglio 2000 la Repubblica italiana, come altri stati europei, riconosce il 27 gennaio, data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, come "Giorno della Memoria", al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte e affinché simili eventi non possano mai più ripetersi.
Dal 27 gennaio 2001, data della liberazione di Auschwitz, tutta l’Italia si riunisce intorno alla Memoria dell’Olocausto. Incontri, seminari e eventi mediatici si svolgeranno per tutta la giornata. Il Convegno internazionale su "L’antisemitismo e i moderni crimini contro l’umanità", in programma domani e lunedì 28 a Palazzo Barberini, rappresenta il culmine delle manifestazioni, svoltesi anche in settimana, per il Giorno della Memoria.
Un incontro organizzato dal ministero dei beni culturali e dalla presidenza del consiglio che sarà aperto domani sera, a cui parteciperanno Romano Prodi, Francesco Rutelli e dal presidente dell’Unione delle comunità ebraiche (Ucei) Renzo Gattegna.
L’intera settimana - accompagnata da una forte programmazione tv e radio, sia pubblica sia privata - è stata comunque caratterizzata da una serie di manifestazioni e di cerimonie, quasi tutte all’insegna di un doppio anniversario che si è intersecato con il Giorno della memoria: il 60/mo della Costituzione e il 70/mo delle Leggi Razziali del novembre del 1938.
E proprio questi due temi sono stati, tra l’altro, al centro del discorso del presidente Napolitano al Quirinale - nella manifestazione in onore dei ’Giusti tra le Nazioni’ - il 24 gennaio scorso quando ha affermato:"Noi non abbiamo dimenticato e non dimenticheremo mai la Shoah. Non dimentichiamo gli orrori dell’antisemitismo, che è ancora presente in alcune dottrine, e va contrastato qualunque forma assuma". Così come la cerimonia nella Risiera di San Sabba a Trieste, nell’unico campo di sterminio in territorio italiano, dove il ministro della pubblica istruzione Fioroni ha sottolineato "la vergogna" e "le scuse" per le Leggi Razziali.
Per domani sono moltissime le manifestazioni programmate in tutta Italia. Anche il Carnevale di Acireale dedicherà attenzione alla Memoria, e la trasmissione di Rai Uno "Domenica In" tutta la puntata. Ecco ilcalendario delle principali città.
ROMA: Casa della memoria: proiezione del film ’La strada di Levi’; presentazione del film documentario ’La deportazione e l’internamento dei militari italiani nei Lager nazistì; ’Pedalando nella memoria’, in ricordo di Settimia Spizzichino una delle pochissime ebree romane tornate da Auschwitz. Centro studi Cappella Orsini, ’La promessa della casa in ordine, Cultura e consenso nell’Italia fascistà. Casa del Cinema: documentario di History Channel ’Fuga da Auschwitz’.
GENOVA: Palazzo Ducale: Cerimonia commemorativa con Anna Foa.
MILANO: Museo di storia contemporanea, presentazione della mostra ’Dal Lager.Disegni di Lodovico Belgiojoso’; Conservatorio Verdi, Concerto per la Memoria.
FIRENZE: Università, Laurea Honoris Causa alLo scrittore David Grossman; Palazzo Medici Riccardi, convegno in onore di Alberto Nirenstajn; Teatro Goldoni, concerto del violinista Yehezkel Yerushalmi. Anche l’Unesco ricorderà il Giorno della memoria: il 28 gennaio a Parigi il direttore generale, Koïchiro Matsuura, commemorerà le vittime della Shoah alla presenza di Isaac Herzog, Ministro israeliano per gli Affari sociali e il Welfare e Ministro per la Diaspora e la Lotta contro l’antisemitismo, di Xavier Darcos, Ministro francese dell’Educazione e Simone Veil, Presidentessa onoraria della Fondazione per la Memoria della Shoah.
TORINO: Al Cimitero monumentale dalle 9.30, preghiera di commemorazione dei caduti e omaggio alla lapide in memoria degli Ebrei, al cippo ex Internati e a quello della Deportazione. Un momento di raccoglimento e le celebrazioni proseguiranno, alle ore 11, in Sala Rossa, dove il sindaco Sergio Chiamparino riceverà il presidente regionale dell’associazione ex internati, Pensiero Acutis, e il presidente della Comunità Ebraica, Tullio Levi.
(red )
* Fonte: la Repubblica, 26.01.2008
Lager in Libia, una storia rimossa
di Enzo Collotti (il manifesto, 10.02.2008)
Degli ebrei libici aveva parlato Renzo De Felice nei suoi studi sul fascismo e l’oriente mediterraneo, quando il fascismo pensava di sfruttare in funzione antiinglese l’influenza economica e commerciale delle colonie di ebrei italiani (specie quelli di Alessandria d’Egitto) insediate sulle rive del Mediterraneo. Un tentativo che naufragò ben presto con la svolta della guerra d’Africa, che fece rischiare lo scontro diretto con l’Inghilterra, e soprattutto con la svolta razzista della campagna contro gli ebrei a partire dal 1938. Personalmente mi sono imbattuto nella presenza degli ebrei libici (in parte cittadini inglesi, in parte cittadini italiani) nei campi di concentramento in Italia nel corso delle ricerche, dalla metà degli anni Novanta del secolo scorso, effettuate dal gruppo di lavoro sugli ebrei in Toscana da me coordinato, che individuò tra gli internati dei campi di Villa Oliveto (a Civitella della Chiana, in provincia di Arezzo) e di Bagno a Ripoli (in provincia di Firenze) numerosi ebrei provenienti dalla Libia.
Fonti scarse e frammentarie
L’episodio smentiva la vulgata dei razzisti nostrani secondo la quale gli italiani non avrebbero mai deportato nessuno, se prima di abbandonare la Libia e la Tunisia in seguito alla sconfitta militare erano stati in grado di trascinare in Italia un contingente non esiguo di ebrei libici. Al di là dell’indeterminatezza del loro numero, rimanevano da capire le ragioni di quel trasferimento coatto: l’ipotesi più plausibile era che si trattasse di ostaggi o di merce di scambio (siamo nella primavera del 1943 per eventuali trattative con gli inglesi).
Per quanto incerta rimanga, quell’ipotesi viene in parte convalidata dalla prima ricerca in qualche modo approfondita relativa alle conseguenze delle leggi razziali nella colonia libica che ci consegna ora Eric Salerno (Uccideteli tutti. Libia 1943: gli ebrei nel campo di concentramento fascista di Giado. Una storia italiana, Il Saggiatore 2008, pp. 238, euro 17). Eric Salerno non è nuovo a questo tipo di ricerche avendo fra l’altro all’attivo un libro sulle atrocità della conquista coloniale e della repressione italiana in Libia tra il 1911 e il 1931 (Genocidio in Libia, Manifestolibri 2005).
Abbiamo detto che questo nuovo libro è uno studio «in qualche modo approfondito» e non certo esauriente e tanto meno definitivo, come è consapevole per primo l’autore, per il semplice fatto che la scarsità e la frammentarietà delle fonti - pochissime le testimonianze reperibili oggi, altrettanto dispersa la documentazione tra archivi italiani, israeliani e libici in primo luogo - non consentono di andare al di là di una prima preziosa ricostruzione di un caso esemplare, la vicenda del campo di concentramento di Giado, centoottanta chilometri a sud di Tripoli nel deserto del Gebel, dove a partire dal maggio del 1942 furono rinchiusi 2527 ebrei libici, trasferiti in primo luogo dalla Cirenaica, ossia dall’area all’epoca più soggetta ai cambiamenti di fronte nel corso delle operazioni militari tra gli inglesi e le forze dell’Asse. Da lì almeno una parte fu poi trasferita in Italia per cadere dopo l’8 settembre del 1943 nelle mani dei tedeschi, che a loro volta li spedirono generalmente a Bergen Belsen, il lager speciale destinato fra l’altro a scambio di detenuti (ma di non pochi libici si sa che finirono ad Auschwitz).
Il trasporto degli ebrei libici in campo di concentramento fu la conclusione del tormentato rapporto fra il dominio italiano e la comunità ebraica della Libia. In particolare la convivenza degli ebrei tripolini con gli arabi e il loro ruolo nelle attività commerciali e artigiane non creò gravi conflitti con l’amministrazione fascista che sino all’entrata in vigore in Italia delle leggi sulla razza fu improntata a una moderazione suggerita dal governatore Balbo, salvo qualche episodio come la fustigazione dei negozianti ebrei che non volevano ottemperare all’ordine di tenere aperte le botteghe il sabato. Le disposizioni del 1938 per gli ebrei cittadini italiani furono ulteriormente inasprite per quelli residenti in Libia con norme legislative del 9 ottobre 1942, quando la presenza italiana in Libia vacillava sotto l’urto dell’offensiva inglese.
Una crudele repressione
Giado fu il principale di una serie di campi specificamente destinati agli ebrei. Salerno ne ha percorso la storia ricercando anche sul posto le tracce di ciò che rimane di questo luogo di detenzione tra le sabbie del deserto, «un pezzo - scrive - poco glorioso della storia coloniale italiana», perché qui si sommavano le nefandezze di una duplice infamia, quella coloniale e quella razzista antiebraica. Il vecchio ascaro che gli fa da guida alla visita dei resti gli addita il posto dove finivano le spoglie delle vittime: «La gente moriva nel campo e gli ebrei venivano sepolti qui». Perché la fame, gli stenti, i maltrattamenti, la calura, l’epidemia di tifo fecero strage dei detenuti di Giano: ne morirono più di cinquecento, ma di soli ottantasei morti si conoscono i nomi, uomini, donne, bambini, riportati nell’appendice del libro.
Un risultato che certo premiò gli sforzi di quei fanatici gerarchi che avevano invocato una «decisa politica razziale» anche nelle colonie dove a operare non erano i tedeschi ma gli italiani, a cominciare dalla Pai (la Polizia Africa italiana), dai militi fascisti e dalle unità militari; e qui, a detta dei pochi testimoni superstiti, «gli italiani fascisti (...) si comportavano come i tedeschi». Via via che la guerra in Nordafrica volgeva al peggio la repressione contro gli ebrei assumeva le forme più gratuite e crudeli: si moltiplicavano le accuse contro l’attività occulta e affaristica degli ebrei, secondo i più consumati stereotipi dell’antisemitismo, tornarono le esecuzioni capitali esemplari questa volta a carico degli ebrei, si praticò il lavoro forzato per gli ebrei in faticose opere stradali. Nell’andirivieni degli opposti eserciti in Cirenaica, si punirono come traditori gli ebrei che avevano accolto gli inglesi come liberatori. Nel febbraio del ’42 Mussolini in persona, immemore dell’accoglienza che nel 1937 gli era stata tributata in Libia dalla comunità ebraica, diede disposizioni per la loro evacuazione dalla Cirenaica e dalla Tripolitania, prevedendo già l’«eventuale trasporto degli internati in Italia».
Sollevando il velo di oblio che copriva questa pagina poco nota Eric Salerno ci indica una ulteriore connessione nella ragnatela di implicazioni prodotte dalla persecuzione razziale, una via difficile da percorrere anche per studiosi provetti, e tuttavia suscettibile di fornire altri dettagli alla fenomenologia di questo particolare tipo di repressione in cui anche il più infimo gerarchetto si gonfiava il petto di arroganza razziale. Al di là del coinvolgimento diretto dalla Libia nell’area applicativa delle leggi razziali, l’autore richiama un episodio già ricostruito da Spartaco Capogreco nel suo libro su Ferramonti. Si tratta dell’arrivo a Bengasi nella primavera del ’40 di trecento ebrei, per lo più tedeschi e austriaci profughi dai paesi della persecuzione nell’Europa centro-orientale, che dovevano fare sosta nel porto libico per proseguire presumibilmente verso l’emigrazione clandestina in Palestina. Ma dopo l’entrata in guerra dell’Italia, il 10 giugno, i profughi furono arrestati e la prosecuzione verso la loro meta impedita. Furono rispediti con un piroscafo italiano che affrontò le insidie di un Mediterraneo in guerra e dopo altre peripezie sul suolo italiano alla fine di settembre arrivarono via terra a Ferramonti. La Libia dunque non era servita neppure come territorio di transito per facilitare la via di fuga a ebrei braccati da nazisti e fascisti.
Oltre il filo spinato
Dalle testimonianze raccolte da Eric Salerno risulta che a Giado vi fu forse anche qualche tedesco, «ma la maggioranza erano fascisti in camicia nera, carabinieri italiani, ascari libici», a guardia dei deportati rinchiusi dentro un reticolato di filo spinato. Il campo non era certo un istituto di beneficenza. «La polizia italiana era crudele» annota un testimone. Ancora non si sa bene come avvenne il trasporto degli ebrei libici dai campi di concentramento in Libia a quelli in Italia. Sappiamo solo che non fu un passaggio indolore se dopo l’8 settembre un numero cospicuo dei trasferiti in Italia (forse la maggioranza?) finì nelle mani dei tedeschi e per molti di loro la minaccia di essere uccisi, che li aveva accompagnati sin dall’’internamento in Libia, divenne realtà quando, consegnati dagli italiani ai tedeschi, finirono i loro giorni a Auschwitz. Un puntuale confronto dei nominativi raccolti da Salerno con i dati del Libro della memoria del Cdec ci darebbe la riprova di questo tragitto dalla Libia ad Auschwitz, davvero una «storia italiana», che Salerno ha fatto bene a riesumare perché non rimanga sepolta dal diniego di memoria di cui è capace questo nostro schizofrenico paese.
Shoah, i Giusti dei Paesi arabi
DI GIORGIO BERNARDELLI (Avvenire, 24.05.2007)
C’ è un dato che facciamo molta fatica a capire quando parliamo del Medio Oriente: il posto che la storia occupa nella vita degli arabi e degli ebrei. Ferite di sessant’anni fa - ma anche battaglie combattute ai tempi di Maometto o rivendicazioni legate a episodi biblici - si intrecciano con i dibattiti di oggi, in una sorta di eterno presente. Ma è possibile ribaltare questa prospettiva, attingere alla storia non per dividere, ma per dare un contributo alla comprensione tra i popoli? È l’intuizione che uno storico americano, Robert Satloff, ha scelto come risposta del tutto originale all’11 settembre 2001. A partire dalle sue origini ebraiche - ma anche dai venticinque anni dedicati allo studio e all’incontro con il mondo arabo - Satloff ha tratto una conclusione: il compito più urgente oggi per combattere il fondamentalismo islamico è riportare alla luce le storie di quei musulmani arabi che - durante la persecuzione nazista - si diedero da fare per salvare la vita ad alcuni ebrei. Storie finite ingiustamente nel dimenticatoio. Come testimonia non solo l’oblio che le circonda nei Paesi del Maghreb, ma anche il fatto che allo Yad Vashem, il museo dell’Olocausto a Gerusalemme, nessun nome arabo figuri tra i ’Giusti tra le nazioni’.
Per colmare questa lacuna Satloff si è trasferito per due anni e mezzo a Rabat. E il frutto di queste sue ricerche è Among the Rigtheous, un libro pubblicato nell’ottobre 2006 negli Stati Uniti che arriva ora anche in Italia, per i tipi dell’editrice Marsilio con il titolo Tra i giusti. Storie perdute dell’Olocausto nei Paesi arabi. Pur partendo dall’intenzione dichiarata di voler mettere in luce gesti nobili compiuti da musulmani, Tra i giusti non è affatto un libro buonista. Infatti è anche la prima ricognizione sistematica di che cosa fu l’Olocausto nel Nord Africa. Dramma ampiamente ignorato da una storiografia che, fino ad ora, aveva raccontato la Shoah come un fatto essenzialmente europeo. Il dato storico più significativo del libro è un elenco di ben 104 siti in Tunisia, Algeria e Marocco che - secondo i documenti raccolti da Satloff - ospitarono campi di lavori forzati per gli ebrei sotto la Francia di Vichy e l’occupazione nazista. Realtà che per molti si trasformarono in luoghi di morte. Ma il fenomeno toccò anche la Libia, colonia italiana. Ad esempio nel campo di Giado, dove vennero condotti parte degli ebrei tripolini, morirono (principalmente di tifo) 562 persone. «In sei mesi quel campo, da solo - annota Satloff -, fece più vittime di tutti gli altri campi del Nordafrica messi assieme».
In questa situazione - creata dai regimi coloniali - quale fu l’atteggiamento verso gli ebrei delle locali popolazioni musulmane? La conclusione di Satloff è che si comportarono esattamente come gli europei: un gruppo fu parte attiva - talvolta con una crudeltà ancora maggiore dei nazisti - nelle persecuzioni antisemite; la grande maggioranza rimase colpevolmente indifferente; ma ci furono anche persone che, con coraggio, si diedero da fare per aiutare gli ebrei. Figure che avrebbero i requisiti per essere riconosciuti come ’Giusti tra le nazioni’ allo Yad Vashem. Ma, per ragioni essenzialmente politiche, in sessant’anni nessun arabo ha mai avanzato la loro candidatura e nessun ebreo è mai andato a cercarli.
È quanto, invece, Satloff si propone di fare nel libro, raccontando una serie di vicende. Due le ricostruisce nel dettaglio: quella della famiglia Boukris, della città di Mahdia, cui il tunisino Khaled Abdelwahhad offrì rifugio nella sua casa di campagna. E poi quella di Si Ali Sakkat, già sindaco di Tunisi, che nella valle di Zaghouan aprì le porte della sua fattoria a un gruppo di ebrei in fuga da un campo di lavori forzati. Ma Satloff riporta anche altre testimonianze: parla della riconoscenza delle comunità ebraiche locali verso il sultano del Marocco Muhammad V e verso Moncef Bey a Tunisi, autorità islamiche che cercarono di proteggere gli ebrei. Parla degli imam che dalle moschee di Algeri ingiunsero ai fedeli di non approfittare delle sventure subite dagli ebrei. E cita le voci sugli ebrei maghrebini che in Francia avrebbero trovato rifugio nella moschea di Parigi: una vicenda che Satloff ha approfondito interpellando l’attuale rettore Dalil Boubakeur e trovando dei riscontri. Sono solo alcuni episodi; ma secondo l’autore sono lo strato superficiale di una miniera di storie che si potrebbero scoprire una volta superati i pregiudizi accumulati in sessant’anni tormentati.
Storie per provare ad aprire ’una breccia nel muro’. Perché - come ricorda con dovizia di particolari il libro - il negazionismo arabo non è affatto un’invenzione del presidente iraniano Ahmadinejad. Ecco allora l’impegno di Robert Satloff che, in questi due anni ormai seguiti alla pubblicazione dell’edizione originale del libro, ha portato avanti anche attraverso altri gesti. Intanto il 27 gennaio 2007 ha presentato ufficialmente allo Yad Vashem la candidatura di Khaled Abdelwahhad come ’Giusto tra le nazioni’. Poi è andato al Cairo, dove ha avuto la possibilità di tenere alcune conferenze sulla Shoah. Nell’ottobre scorso, infine, ha annunciato un nuovo progetto: dopo aver raccontato le storie dei loro genitori, ora sta organizzando un incontro tra i figli di una donna ebrea tunisina salvata dall’Olocausto con quelli dell’arabo cui loro madre deve la vita. Un gesto apparentemente piccolo. Ma che - nel Medio Oriente di oggi - avrebbe la stessa forza di un vertice tra capi di Stato.
Robert Satloff
TRA I GIUSTI
Storie perdute dell’Olocausto nei Paesi arabi
Marsilio. Pagine 276, Euro 19,50