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AL DI LA’ DELLO SCONTRO DELLE INTOLLERANZE - di Ramin Jahanbegloo - selezione a cura di pfls

venerdì 26 maggio 2006.
 

Oggi non ci troviamo di fronte a uno scontro di civiltà, ma a uno scontro di intolleranze, secondo Ramin Jahanbegloo. E cos’è l’intolleranza? “Anzitutto l’incapacità o l’indisponibilità a vivere qualcosa di diverso”. “Dobbiamo incoraggiare le forze d’opposizione a aderire ai valori della moderazione, della tolleranza e della non violenza”, chiede questo giovane e coraggioso professore dell’Università di Teheran, membro del comitato scientifico di Reset Doc. Un uomo che è stato appena arrestato, in Iran, per le sue idee pacifiche, liberali e democratiche.

Il “dialogo tra le civiltà” è divenuta una delle espressioni chiave, nel discorso mondiale sulla globalizzazione culturale e sulla risoluzione di conflitti internazionali. Tuttavia la scomparsa degli stereotipi tradizionali che vigevano lungo le linee ideologiche della Guerra Fredda ha dato vita a un nuovo schema di confronto, visibile al di sotto dell’idea dello scontro di civiltà. Questa nuova forma di frizione ideologica potrebbe senz’altro trasformarsi in un vero e proprio conflitto, specialmente se si fornirà una dimensione religiosa agli atti di violenza, così potenzialmente dando il là a tutta una sequenza di eventi che potrebbero eludere la razionalità politica. Dai tempi del conflitto tra impero persiano achemenide e le città-stato dell’antica Grecia, gli scontri di civiltà hanno rappresentato un tema importante e molto familiare nella storia mondiale. Tuttavia, se l’energia rilasciata nello scontro di due civiltà potesse venire incanalata nella giusta direzione, i c ontatti tra due differenti culture potrebbero fornire un’opportunità d’oro per la nascita di una costruttiva autoriflessione. La gente sarebbe in grado di esaminare il proprio inquadramento culturale alla luce di un altro, e se un esperimento di questo tipo riuscirà, non solo si eviterà il conflitto, ma si creerà anche l’opportunità di ampliare gli orizzonti intellettuali di una cultura.

Non è infatti difficile trovare esempi storici del modo in cui uno scontro di civiltà ha condotto ad un dialogo di più alto livello. L’esempio e il paradigma di Al-Andalus è particolarmente pertinente al tema del nostro incontro, il dialogo tra le culture. Ciò che era notevole nella vita religiosa e culturale della Spagna islamica è che, nel loro intenso e ricco dialogo, ebrei, cristiani e musulmani non miravano tanto a convertirsi l’un l’altro alle rispettive fedi. Cercavano piuttosto di approfondire la loro comprensione e di convincersi della verità delle proprie fedi. Penso che siamo tutti d’accordo che al cuore dell’esperienza di Cordoba non sta l’intolleranza, ma un’aspirazione all’universale e un rispetto per la diversità. L’Europa si oscurava al tramonto, e intanto Cordoba, la città più grande e la sede dell’impero dei Mori musulmani in Spagna, risplendeva di lampade pubbliche. Gli europei si bagnavano in fiumi e laghi, e i cittadini di Cordoba usufruivano di più di un migliaio di bagni. L’Europa era invasa dagli insetti, mentre nella Spagna musulmana la gente si cambiava la biancheria ogni giorno. Gli europei camminavano nel fango, mentre le strade di Cordoba erano pavimentate. I palazzi europei avevano buchi per il fumo sui tetti, mentre l’architettura araba di Cordoba era squisita.

La nobiltà europea non sapeva scrivere neanche il proprio nome, mentre i bambini di Cordoba andavano a scuola. I monaci d’Europa non sapevano leggere il servizio battesimale. Gli insegnanti di Cordoba crearono una biblioteca con più di due milioni di libri, su tutti gli argomenti della vita umana. E’ una piccola pagina della storia europea, che gli studiosi europei, nei loro libri, scelgono di ignorare completamente o di menzionare solo di sfuggita. In quest’epoca in cui è l’Occidente a dominare il mondo, spesso sentiamo ricordare quanto l’Europa sia e sia stata civile, democratica, umana, tollerante e illuminata rispetto ai barbari, primitivi, violenti e “medievali” musulmani. Per tutto il Medio Evo ebrei e musulmani hanno preso in prestito molto gli uni dagli altri, nel campo della filosofia, della scienza, del misticismo e della legge. Per esempio, Maimonide venne profondamente influenzato dai nostri filosofi musulmani, mentre molti oggi, nel mondo islamico, lo leggono com e un pensatore arabo.

Un esempio eccezionale della cooperazione religiosa fu la moschea di Cordoba, che il venerdì veniva usata dai predicatori musulmani, il sabato dalla comunità ebraica, e la domenica dai cristiani. Quella era veramente una società aperta, creata da un’atmosfera di solidarietà senza discriminazione religiosa. Nella Spagna musulmana, per un periodo di quasi ottocento anni, esisté una società in cui musulmani, ebrei e cristiani vissero insieme in pacifica coesistenza, condividendo conoscenza, cultura e comprensione. Uno dei problemi fondamentali che si incontrano più di frequente in una situazione di dialogo è la tendenza a paragonare gli ideali della propria fede con le pratiche dell’altro, e viceversa. Si usa questo approccio anzitutto per sminuire e degradare l’altro. Un approccio di questo tipo non solo impedisce la comprensione e la conversazione genuina al di là dei confini religiosi, ma conduce anche alla glorificazione gratuita della propria fede e dei testi sacri. In real tà, il vero problema comincia quando entrambe le parti cominciano a credere che un equilibrio sia impossibile e che uno scontro sia inevitabile. Quando succede, finiscono di ascoltarsi l’uno con l’altro, si deumanizzano l’un l’latro e rendono il clash sempre più probabile. A meno che, e fino a che, le tre fedi abramitiche non scopriranno un nuovo paradigma di vita religiosa che onori la diversità come parte della religiosità umana, saranno destinate a competere, e le civiltà saranno in conflitto. Questo nuovo paradigma non può essere insegnato, ma può essere scoperto. E il modo di scoprirlo è osare tuffarsi in una profonda esperienza interreligiosa con le tradizioni contemplative del mondo.

L’aspetto contemplativo della religione conduce sempre ad un senso di umiltà. La grande mistica di ogni fede comprendeva che Dio era più grande di ogni fede. Immergendo la gente nelle tradizioni contemplative dell’Ebraismo, del Cristianesimo e dell’Islam, e coltivando l’umiltà spirituale che alimenta un paradigma di santa diversità e mutuo rispetto (opposta alla mera tolleranza) il mondo può andare oltre lo scontro di civiltà e verso una nuova era di dialogo globale e di pacifica cooperazione interspirituale. Oggi non viviamo uno scontro di civiltà, quanto piuttosto uno scontro di intolleranze. L’intolleranza è anzitutto l’incapacità o l’indisponibilità a vivere qualcosa di diverso. L’intolleranza di quanti sono diversi da noi è ovviamente prevalente, nelle nostre società moderne. Non si tratta solo di intolleranza morale o politica, ma dell’intolleranza verso chiunque sia diverso da noi. Dal tragico evento dell’11/9 c’è stato un numero sempre crescente di attacchi razzisti v erso musulmani, sikh o chiunque altro avesse radici mediorientali o asiatiche. Oltre a ciò, i commenti superficiali che politici e media hanno riservato all’Islam e ai musulmani hanno alimentato nel mondo le fiamme dell’odio e della paura tra le diverse comunità di credenti. Ma l’intolleranza verso i musulmani va a braccetto con la demonizzazione dell’Occidente operata dai fondamentalisti musulmani.

Mentre molti musulmani riconoscono il sostegno e la sensibilità della maggior parte degli occidentali, alcuni musulmani continuano a imbarazzarci con la ristrettezza della loro visione e la grossolanità dei loro sentimenti verso l’Occidente. L’agenda sembra essere la stessa in entrambi i campi: promuovere un conflitto generalizzato tra il mondo islamico e l’Occidente. Ma chi ha il dovere maggiore di fermare questo scontro di intolleranze commesso nel nome dell’Islam e della civiltà occidentale? La risposta, ovviamente, è: i musulmani e i non-musulmani che sono contrari a una raffigurazione superficiale e apocalittica di un mondo diviso. Ogni soluzione a un odierno scontro di intolleranze deve lottare contro il folle nazionalismo, l’odio tribale e l’intolleranza religiosa ed etnica, e deve incoraggiare le forze d’opposizione a aderire ai valori della moderazione, della tolleranza e della non violenza. E’ difficile riconciliare l’idea del dialogo tra le culture con la teoria co ntemporanea che la non violenza sia semplicemente una strategia di convenienza.

La non violenza non è una maglietta che oggi s’indossa e domani si toglie. Praticare la non violenza è diventata una necessità pratica nelle relazioni internazionali. Dal momento che ci viene richiesto di creare un’intera cultura di non violenza intorno a noi, dobbiamo creare una cultura di non violenza e di tolleranza intorno a noi per praticare il dialogo. L’ingiunzione ad essere tolleranti e non violenti vuol dire soltanto, e senza dubbio, che dovremmo esercitare tolleranza e non violenza se e quando ci confrontiamo con idee o azioni che disapproviamo o addirittura consideriamo odiose, allo stesso modo in cui il principio della libertà di espressione ha senso solo se è applicato anche a quanti dicono cose per noi sbagliate. Perché ovviamente non c’è particolare impedimento o merito, e non richiede neanche uno speciale sforzo spirituale, il tollerare ciò che consideriamo buono e giusto e ciò che si accorda con le nostre idiosincrasie, e non c’è merito particolare neppure ne l tollerare ciò che coincide con le nostre opinioni. E ancora, come l’intera storia prova abbondantemente, non possiamo e non dovremmo tollerare l’inumano.

Tollerare l’inumano porta solo più inumano. Colui che accetta passivamente l’inumano ne è tanto coinvolto quanto chi aiuta a perpetrarlo. Il dialogo non violento è il modo migliore per protestare contro l’inumano senza esserne indifferenti. Il che vuol dire che se il dialogo interculturale dev’essere autenticamente se stesso, dev’essere accompagnato, sostenuto e messo alla prova da una tolleranza dialogica. Differendo da una tolleranza dialettica, in cui ogni voce è bloccata all’interno di punti di vista prestabiliti, e differendo da una tolleranza eclettica, una tolleranza dialogica comporta sia il sé-altro sia il sé-sé. Il sé incontra qualcuno che è sia altro sia sé. Il che ricorda una bella poesia di T. S. Eliot pubblicata nei Quattro Quartetti, dove il personaggio di un poeta-filosofo sente dentro di sé la voce di un’altra persona e dice: “Benché noi non lo fossimo. Io ero ancora lo stesso. Conoscere me stesso eppure essere qualcun altro”. Quel qualcun altro che c’è e non c’è, come la voce di un’altra cultura o di un’altra religione, viene a chiederci di essere aperti alle possibilità del pensiero dell’altro, così come alla voce del dialogo stesso. Questa attitudine all’apertura suggerisce che quanti prendono parte a un dialogo devono credere che le visioni del mondo di ciascuno sono in grado di essere comprese. In altre parole, non potrebbe esserci alcun dialogo interculturale tra culture che costituiscono camere di significato chiuse ermeticamente. Al contrario, devono assumere che le loro visioni del mondo siano orizzonti aperti. Toshihiko Izutsu usa l’espressione “fusioni di orizzonti” per descrivere il modo in cui il contatto tra due opposti inquadramenti culturali possono finire per raggiungere una nuova prospettiva sul mondo, oltre e al di là delle loro attuali visioni del mondo.

Se qui stiamo parlando in termini di princìpi e di spirito, questo commento non varrebbe solo a livello di cultura ma anche di civiltà, e certamente ciò che chiediamo oggi è questa fusione di orizzonti - la chiave con cui trasformare lo scontro di civiltà in un dialogo di civiltà. Se venissero fatti degli sforzi in tutto il mondo, tra tutte le culture, per raggiungere una “fusione di orizzonti”, allora alla fine otterremmo una globalizzazione nel vero senso della parola. Perciò, l’obiettivo di un dialogo tra le culture non è la creazione di un mondo dal pensiero e dalla cultura uniforme, ma, idealmente, l’esatto opposto. Il dialogo culturale non dovrebbe essere niente di meno di un meccanismo che arricchisca l’individualità e la visione del mondo delle persone, siano esse americane o di una comunità islamica. Ogni cultura tende a possedere un inquadramento che determina la forma di base del comportamento, dei pensieri, e delle emozioni delle persone che appartengono a quella cultura.

La comprensione dialogica richiede che membri di culture diverse si impegnino attivamente l’un l’altro in un dialogo reale, ascoltino cosa hanno da dire gli altri, e raggiungano accordi parziali sul significato delle prospettive comunicate. Questo significa, ed è importante, che si interrogano le altre culture, e non che le si evita. Interrogare in modo critico rimane parte del processo del dialogo interculturale. Ma venire a conoscenza di ciò che non si sa dovrebbe ricordarci della saggezza di Socrate. Sebbene l’interrogare socratico fosse motivato dalla sua ammissione di ignoranza, permetteva anche la critica dei valori e delle fedi dei suoi interlocutori, sottolineandone l’inconsistenza. Indicando i limiti della conoscenza di Teeteto, Socrate crede che il giovane possa diventare più gentile con i suoi colleghi. Allo stesso modo, quando ritraiamo il dialogo interculturale come un interrogare senza fine, i partecipanti si incoraggiano l’un l’altro a vivere le proprie visioni culturali come aperte alla revisione. Una conversazione interculturale, anche con un “altro” inflessibile, offre a chi parla i vantaggi sia della scoperta-del-sé sia della possibilità di imparare un altro aspetto di una verità più grande e più complessa. L’obiettivo non è giungere necessariamente a un accordo tra persone con opinioni fondamentalmente diverse. Lo scopo è raggiungere un senso di empatia e solidarietà per il mondo. Non possiamo più predicare qualsiasi forma di omogeneizzazione culturale, né propugnare una visione di differenza radicale.

Il mondo è diverso ed è importante rispettare la diversità. Ma né le leggi internazionali né le istituzioni internazionali sono sufficienti ad assicurare la pace e il dialogo nel nostro mondo contemporaneo. Abbiamo bisogno di coltivare una coesistenza dialogica, che è possibile solo quando sussiste interesse nell’ascolto e nella comprensione del punto di vista dell’altro, e rispetto per ciò che esso considera vitale per la sua identità culturale. Queste sono le premesse di base e gli obiettivi principali di un dialogo non violento tra culture. Ma abbiamo bisogno anche di capire che nel mondo di oggi la spirale dell’odio e della violenza costituisce un’enorme minaccia non solo alla pace internazionale ma anche al destino dell’uomo. E’ tempo di realizzare che ci troviamo nel pieno di un grande rivolgimento. La democratizzazione dell’intolleranza è diventata la regola del comportamento sociale. Paradossalmente, la nozione di tolleranza predicata da tutte le religioni e culture è diventata intolleranza all’interno dei confini della politica particolaristica.

Dobbiamo pensare al di là di questa sovradeterminata dicotomia di “West” e “Rest”, che sembra suggerire che il “resto del mondo” non ha nulla da dire a proposito dell’Occidente. Un’affermazione simile negherebbe l’essenza pluralistica della civiltà occidentale. Se l’Occidente comincia ad agire come i Talebani, ignorando il fatto che al suo interno include una diversità di vedute e culture, finirà per tradire le sue radici liberali e gli obiettivi democratici. Tuttavia, c’è una possibilità di coesistere in un mondo sempre più intollerante. Possiamo partire dalla premessa che la dignità umana è troppo grande per essere imprigionata in una cultura. In altre parole, ogni cultura alimenta e sviluppa una certa dimensione della dignità umana, e il progresso verrà sempre da un dialogo tra culture. Così, se l’Occidente chiede all’Islam di eliminare le sue intolleranze, ha il dovere di fare altrettanto con le sue. I musulmani hanno bisogno dell’Occidente per trovare un equilibrio tra d emocrazia e responsabilità, e l’Occidente può imparare dal senso di comunità dell’Islam.

Mahatma Gandhi, una figura considerevole per i nostri tempi, ha combattuto tutta la vita contro l’intolleranza. Ogni sua azione mirava a creare armonia tra culture e individui. Gandhi ha saputo esprimere meglio di tutti il senso di questo dialogo tra culture e di questo scambio di idee, quando ha detto: “Non voglio che la mia casa abbia muri su tutti i suoi lati e che le finestre siano tappate. Voglio che le culture di tutti i paesi soffino nella mia casa il più liberamente possibile. Che sfida rappresentano queste parole per quanti lottano contro lo scontro delle intolleranze. Se il mondo sta cercando una via per uscire dallo scontro di intolleranze, il modo migliore è difendere la libertà di espressione dell’uno senza mancare di rispetto alle opinioni degli altri. La vera natura del dialogo consiste nell’abilità di vedere se stessi nella prospettiva dell’altro. E’ certamente vero che esistono forze, all’interno di ogni cultura, che ostacolano questo impegno. C’è il pericolo di leggere, nelle altre culture e nelle altre religioni, qualcosa che in realtà non c’è. Ma questo è il rischio di ogni dialogo. Se c’è una decostruzione da compiere per entrare veramente in dialogo con le altre culture, essa deve cercare di epurare gli aspetti violenti e distruttivi della nostra stessa cultura e della nostra stessa coscienza.

La questione rilevante non concerne cosa dovremmo credere, ma cosa dovremmo fare delle nostre fedi. Questo era la missione di grandi figure storiche come Mahatma Gandhi, Martin Luther King Jr. e Abdul Ghaffar Khan. Voglio cogliere l’occasione per onorare l’eredità di Abdul Ghaffar Khan, meglio noto come Badshah Khan, che morì a Peshawar nel 1988 all’età di novantotto anni. Badshah Khan non è più tra la sua gente, ma le sue lunghe sofferenze al servizio dei Pathans rimarranno una grande fonte di ispirazione. La profonda fede di Abdul Ghaffar Khan nella verità e nell’efficacia della non violenza veniva dalla sua profonda esperienza di fedele musulmano. La sua vita testimonia concretamente che essere un non violento e essere un musulmano sono cose perfettamente compatibili. “Il mondo d’oggi va verso una direzione piuttosto strana”, Abdul Ghaffar Khan disse nel 1985: “Vedete che il mondo sta andando verso la distruzione e la violenza. E la caratteristica della violenza è di crear e odio e paura tra le persone. Io credo nella non violenza e dico che la pace o la tranquillità non scenderanno tra le genti del mondo finché non verrà praticata la non violenza, perché la non violenza è amore e infonde coraggio nella gente”. L’eredità di Abdul Ghaffar Khan potrebbe essere d’aiuto a tutti noi oggi, nel tentativo di vincere gli scontri di intolleranza tra l’Islam e l’Occidente, e tra i musulmani e gli Indù nel subcontinente. La sua vita, tutta spesa a costruire ponti, è un’affermazione chiara e trasparente del fatto che dialogo, pace e coesistenza sono possibili al di là dello scontro di civiltà.

di Ramin Jahanbegloo (www.reset.it, 300 - 02.06.06)

Traduzione di Daniele Castellani Perelli

Questo testo è stato letto dall’autore in occasione della conferenza Al di là di Orientalismo e Occidentalismo, organizzata da Reset-Dialogues on Civilizations e tenutasi al Cairo, in Egitto, dal 4 al 6 marzo 2006.


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