PLATONE: ILLUMINISTA O TOTALITARIO?! Al di là dell’illuminismo e del platonismo per il popolo

PLATONE E NOI, OGGI. Una nota di Federico La Sala, seguita da un’intervista a Mario Vegetti di Antonio Gnoli e la risposta di Dario Antiseri.

mercoledì 6 maggio 2009.
 



CHI SIAMO NOI IN REALTÀ. Relazioni chiasmatiche e civiltà

di Federico La Sala *

-  [...] Platone è l’esponente della vecchia aristocrazia terriera che, fattosi discepolo delle forze demiurgiche (Socrate - colui che sa di non sapere quello che fa) e assuntane la guida, spiega loro che cosa non sanno di sapere e, persuasele (la Repubblica: un apologo alla Menenio Agrippa, all’ennesima potenza), le riconfina all’interno dei rapporti sociali di produzione tradizionali, aggiogandole al carro della vecchia classe dominante.

Se prima, per dirla con le parole di Marx, “l’accumulazione di oro e argento si presenta originariamente come privilegio sacerdotale e reale, giacché il dio e il re delle merci si addice soltanto a chi è dio e re”, ora - all’epoca di Platone e per Platone - può diventare dio e re solo chi, con la sua anima, ha saputo vedere le idee (forme - valori di scambio) e l’Idea (Forma-Valore) del Bene (Denaro), la misura di tutte le ricchezze (chrémata) - il dio di tutte le merci.

Protagora non sa niente degli dei e delle dee, non riesce a comprendere nemmeno la domanda e il lavoro che Socrate fa, e perde: non è più l’uomo, e la politica, la misura di tutti gli affari sociali (pràgmata) e di tutti le merci-ricchezze (chrémata), ma il Dio-Denaro. La bilancia della società, gli uomini riuniti in assemblea (ecclesìa), si spezza e la democrazia è distrutta e Atene anche.

Ma il discendente di Codro e di Solone afferra l’anima dell’Agorà, le regole (le categorie) dello scambio e del dialogo, della discussione delle opinioni e dell’esame delle merci, le forme-valori dei pensieri (idee) e delle merci (valori di scambio) e la loro Misura, la Forma-Valore del Bene-Denaro (l’equivalente generale), e li riporta in cielo, sull’Acropoli, nelle mani del Dio degli dei e delle dee: la bilancia è nelle mani del retto filosofo, re e papa, che sa indicare con senno come regolarsi nella vita pubblica e nella vita privata.

L’anima di Atene, della sua Repubblica, è posta in salvo e traghettata, al di là della crisi, nel cielo intelligibile e virtuale della scrittura alfabetica. In altri tempi e in altri luoghi troverà chi saprà riportarla nel mondo sensibile - il modello è pronto. Le avventure ‘siracusane’ dell’Occidente hanno inizio.

Solone sapeva del male e del bene che c’era nella sua stessa anima e in quella degli ateniesi e delle ateniesi: “La nostra città non perirà mai: è il volere di Zeus e l’intenzione degli dei immortali, sempre beati; e questo perché la protegge, tenendole le mani sopra, Pallade Atena, dea generosa dal padre possente”(fr. 3). E aveva scelto di non favorire il peggio.

Così anche Platone, nel suo presente storico. Egli aveva capito (Timeo: 36, c) che l’Anima era “a figura della lettera X [oion chei]” e, da Demiurgo, pur sapendo di non sapere bene come si facesse a ‘produrla’, cerca di fare del suo meglio.

Egli si rende e non si rende conto di ciò che produce la nascita e la separazione del mondo intelligibile dal mondo sensibile (corpo e anima, lavoro manuale e lavoro intellettuale, scrittura-pittura e scrittura alfabetica, molti e Uno) e lo spinge a riutilizzare i miti della religione orfica e a intraprendere la seconda navigazione, tuttavia ne coglie la grande importanza e potenza e, intorno a esso, tenta l’impossibile, riorganizzare-rifondare il nuovo ordine del vecchio sapere e della vecchia società in agonia e assicurarle l’eternità (e così è stato, fino ad ora).

L’operazione è geniale e titanica, e di tutto quello che egli vede e capisce, lo scrive e lo comunica a tutti e a tutte. Di quello che non ha visto e capito (perché non lo poteva né vedere né capire), non ha scritto e non poteva scrivere - ovviamente. (Così per Dante, in linea generale: egli, con l’‘aiuto’ della sua nuova anima - orfico-cristiana: Euridice-Beatrice-Maria, coglie il nesso moneta- fede, fa un’operazione degna di Platone prima ed Hegel poi).

Il presente di Platone (come di Dante, che non solo è stato ma è, in parte, anche il nostro) aveva (ed ha) un punto cieco, l’idea di lavoro in generale e ancor di più l’idea di rapporto sociale di produzione - idee possibili solo in una società non più dominata dalla necessità e dalla forza della natura, ma dal capitale, dal denaro e dall’uomo (l’individuo proprietario della propria forza-lavoro e dei mezzi di produzione e l’individuo proprietario solo della propria forza-lavoro), come nell’epoca moderna e contemporanea.

Ciò che Platone non ha visto e non ha capito, solo Hegel ha potuto cominciare a vederlo e a capirlo. Ed è solo Marx (che amava e citava Dante e) che, grazie al lavoro di Hegel, di Feuerbach, e degli economisti politici, ha cominciato a focalizzarlo consapevolmente, a capirlo, e a dare gli strumenti per farlo capire meglio e dare l’opportunità di scriverne - non la Scuola di Tubinga. Ciò che questa Scuola (altrettanto si potrebbe dire della ‘scuola’ di studi esoterici danteschi) ha scritto, su quanto Platone (Dante) non ha scritto, non sono ancora e altro che anticaglie teologico-cattoliche camuffate...

Contro queste pretese, già Hegel, che era cattolico protestante e non cattolico cattolico, e conosceva bene la scuola di Tubinga, aveva detto l’ultima parola:

“Così come in pedagogia si tende a educare gli uomini per preservarli dal mondo, cioè per mantenerli in una determinata cerchia (p. es. nell’agenzia commerciale, o a coltivare idilliacamente i fagioli) in cui essi non sanno nulla del mondo, non ne hanno nessuna notizia, allo stesso modo anche in filosofia si è ritornati alla fede religiosa, quindi alla filosofia platonica. Questi due momenti hanno il loro punto di vista essenziale e la loro collocazione; ma non sono la filosofia della nostra epoca. Sarebbe giusto ritornare alla filosofia platonica per imparare nuovamente che cos’è l’Idea, che cos’è la filosofia speculativa; è invece segno di leggerezza già solo parlare in generale, boriosamente e con trasporto, di bellezza e di eccellenza in senso platonico. Bisogna mirare a conoscere il bisogno che lo spirito pensante ha nella nostra epoca, o meglio, bisogna suscitare in se stessi questo bisogno”(Hegel, Platone, trad. di V. Cicero, Milano, Rusconi, 1998, pp. 74-75)

-  [...]

* Questo breve testo è ripreso da:

Federico La Sala, L’enigma della Sfinge e il segreto della Piramide. Considerazioni inattuali sulla fine della preistoria, Roma-Salerno, Ripostes Edizioni, 2001, dal primo capitolo (pp. 12-15): "Chi siamo noi in realtà. Relazioni chiasmatiche e civiltà".


Sul tema, nel sito, si cfr.:



-  INTERVISTA.

-  Mario Vegetti ha scritto un libro sulla visione politica del filosofo

-  Platone tradito dal Novecento
-  "Era un illuminista, non è stato capito"

-  È il pensatore più controverso, accusato di totalitarismo. Ecco una lettura diversa e sorprendente
-  Per Hitler grecità e germanesimo erano alleati nella lotta per la civiltà
-  Il teorico della ‘caverna’ pensava a un governo delle élite intellettuali

-  di Antonio Gnoli (la Repubblica, 01.05.2009)

Non poteva prevedere Google e l’utopia della rete. Di fronte a un oggetto di cultura di massa come Matrix sarebbe rimasto interdetto. Ve lo immaginate un dialogo tra Socrate e Neo, il predestinato della grande saga dei fratelli Wachowsky? Eppure non c’è esperienza immateriale, o complicazione virtuale, che oggi non evochi le analisi platoniche. Quando estrasse, come da un cilindro, il mito della caverna avrebbe potuto inventare il cinema, se la tecnologia di allora glielo avesse consentito. Invece ne fece un involontario format in anticipo di 2500 anni sulla televisione. In fondo, realtà platonica e reality sono più contigui di quanto si immagini.

Quello che nel quinto secolo fu concepito come una grande sistema speculativo, con tanto di demiurgo, rivive oggi in molte analisi. Platone è il filosofo più letto, più cliccato, più controverso. Il Novecento ne ha fatto un’icona politica, ma al tempo stesso se ne è spaventato. Su di lui è stato detto di tutto, di più. Platone totalitario e democratico, liberale e nazista, etico e immorale, amante dell’eros e fustigatore dei cattivi costumi, elitario e tollerante (o quasi). Non amava la democrazia, ne temeva le degenerazioni, la presa retorica sul popolo. Oggi guarderebbe con orrore ai populismi mediatici. Insomma perché un libro come La Repubblica ha attraversato la storia dell’Occidente sino a giungere a noi così carico di suggestioni?

Mario Vegetti - tra i più grandi antichisti in attività - ha scritto un bellissimo libro sul Platone politico da Aristotele al Novecento. Un paradigma in cielo ne è il titolo, edito da Carocci (pagg. 181, euro 18.50).

Un paradigma in cielo richiama il modo in cui Platone nella Repubblica definisce il suo modello di società giusta. Ma quel testo, credo si possa leggere e forzare in molte altre direzioni. È d’accordo?

«La Repubblica è un repertorio ricchissimo di metafore, di immagini, di paradossi. I primi due libri presentano una teoria dell’origine della giustizia e una genealogia della morale che portano diritto a Hobbes e Nietzsche; il quarto una psicologia dell’io scisso e conflittuale che ha il suo parallelo in Freud; il quinto l’utopia comunistica, l’abolizione della proprietà privata e della famiglia; il settimo un saggio straordinario di epistemologia antiempiristica delle matematiche; l’ottavo una memorabile critica parallela della democrazia e della tirannide».

E il Platone più familiare, quello delle idee, del bene e dell’immortalità dell’anima?

«C’è anche quello. Ma la cosa impressionante è lo sforzo di tenere tutto questo insieme, se non in un sistema almeno in un movimento dialettico unitario. Certo, un progetto eccessivo, che avrebbe destato la comprensibile irritazione di Aristotele. Ma l’eccesso credo sia la cifra dello stile filosofico di Platone, al quale egli rimedia spesso attenuandolo con un certo distacco ironico».

A proposito di eccesso, il Novecento è sceso a valanga su questo filosofo.

«C’è stata un’orgia di appropriazioni e di usurpazioni di Platone per motivi ideologici che risultano alla fine intollerabili».

Pensa alle letture "totalitarie" del suo pensiero?

«Nonostante l’assimilazione proposta da Popper fra i "totalitarismi", bisogna distinguere. I nazisti negli anni Trenta hanno trovato un’immagine di Platone in qualche modo già predisposta al loro abuso. Questa storia comincia con Hegel che aveva negato il carattere utopistico della Repubblica e vi aveva letto lo spirito del tempo, il riflesso dell’eticità sostanziale del popolo greco. E questa eticità consisteva nell’unità organica della comunità statale, la sua incommensurabile superiorità rispetto all’individuo. Quello che per Hegel era un limite di Platone, fu considerato un suo merito, un’idea forza nella Germania della crisi post-bellica, ostile tanto al capitalismo liberale quanto all’anarchismo socialista».

Ma in che modo il nazismo se ne appropriò?

«Platone divenne una bandiera ideologica già con illustri filologi "umanisti" come Wilamowitz, Jaeger e Stenzel. Quando il programma del partito nazional-socialista diceva che i nazisti si proponevano di "governare l’ordine come guardiani nel più alto senso platonico del termine", o quando Hitler scriveva nel Mein Kampf che "grecità e germanesimo" sono alleati nell’imminente lotta per la "civiltà", essi non facevano che citare parole già scritte dai professori berlinesi di filologia classica».

C’era anche Nietzsche alle spalle.

«C’era, ma con questa precisazione: l’idea che si dovesse formare un uomo nuovo e superiore, una "razza di signori", i nazisti la trovarono in parte almeno nella lettura nicciana di Platone».

Nietzsche se ne serve, Marx invece liquida Platone. Perché?

«Marx lo descrive come "l’ideologo ateniese del sistema egiziano delle caste". Sfortunatamente quel Platone divenne una specie di mantra nelle interpretazioni marxiste-leniniste».

A cosa si deve la fortuna della lettura popperiana di Platone?

«Più che di fortuna direi che si debba parlare di impatto. L’aggressione di Popper ha turbato il sonno di tanti che consideravano Platone, come dice Gadamer, "uno dei padri fondatori della nostra tradizione cristiana e liberale". Ma come, abbiamo da sempre avuto in casa il nemico totalitario e non solo non ce ne siamo accorti, ma l’abbiamo studiato e onorato? Si trattava di un attacco alle radici stesse della cultura occidentale, troppo forte per venire accettato. La seconda metà del Novecento ha quindi assistito a una sequenza interminabile di tentativi di difendere Platone da Popper».

Difesa legittima?

«Credo che un nemico come Popper aiuti a pensare Platone meglio di tanti suoi pretesi amici che ne fanno una caricatura perbenista per renderlo simile a se stessi e al loro "pensiero unico". La questione non è di capire se Popper ha bene interpretato Platone, e di segnalare i suoi errori con la matita rossa. La questione è di confrontare i presupposti teorici del pensiero politico di Platone con quelli di Popper, non dando per scontati né gli uni né gli altri: per esempio egualitarismo e antiegualitarismo, liberalismo democratico e governo delle élites, individualismo e comunitarismo. A questo livello, per contrasto, la critica di Popper ci aiuta a capire meglio Platone, e forse Platone può aiutarci a capire i limiti del pensiero liberal-democratico».

Leo Strauss fornì una lettura ironica e dissimulatrice di Platone. Nel farlo pose al centro il complicato legame tra l’intellettuale e il potere. È un rapporto che ha ancora senso?

«Strauss pensava che la filosofia fosse superiore alla politica perché il suo oggetto non è storico umano ma eterno e trascendente, e che quindi l’intellettuale non dovesse farsi coinvolgere nel gioco politico. Al contrario, il suo amico-rivale Kojève pensava hegelianamente che un filosofo non può rimanere estraneo alla storia e alla grande riflessione sulla verità che accade solo nel movimento storico. Questa discussione è interessante, ma a me pare molto viziata dal fatto che entrambi hanno un’idea del tutto astratta dei termini "intellettuale" e "potere", come se in ogni epoca si trattasse sempre delle stesse figure. Quanto a Platone, il suo era un progetto in fondo illuministico: il governo delle élites dell’intelligenza e della conoscenza. Chi crede che oggi governino i tecnocrati pensa che in qualche modo il progetto sia stato realizzato. Chi pensa invece che siamo in preda all’anarchia capitalista e ai suoi imbonitori populisti, può ancora nutrire qualche nostalgia per quel programma».

Fu un bersaglio di Popper

Il primo volume dell’opera di Karl Popper "La società aperta e i suoi nemici" è interamente dedicato a Platone. Si chiama infatti "Platone totalitario" ed è un violento attacco al platonismo politico e filosofico, per il suo carattere autoritario e teso a costruire una società piegata al volere dei governanti. Popper definisce la posizione di Platone come "radicalismo estremo".




-   Altro che leggenda nera creata da Popper, come vorrebbe Mario Vegetti
-  I filosofi concordi: la «Repubblica» è zeppa di analogie con Marx e il «Mein Kampf»

-  Macché illuminista, Platone era totalitario

-   I suoi sapienti-re assomigliano all’idea che avevano di sé le gerarchie naziste o comuniste, convinte di possedere il Bene

-  di DARIO ANTISERI (Avvenire, 05.05.2009)

I due volumi de La società aperta e i suoi nemici apparvero il primo nel dicembre del 1973 e il secondo nel gennaio del 1974. E quella dell’accoglienza da parte dell’intellighenzia italiana dell’opera politica di Popper è un’altra triste storia. L’opera non venne criticata su di un punto o su un altro e con argomentazioni di tipo scientifico; essa, sostanzialmente, venne o ignorata ovvero, il più delle volte, coperta di insulti: cosa poteva mai insegnare ai tanti possessori di modelli di società perfetta, di verità incontrovertibili e di ineluttabili sensi della storia un «reazionario» come Popper, un «maccartista», difensore delle società capitalistiche occidentali?

Al «Platone totalitario» di Popper sono contrari anche noti antichisti italiani come Margherita Isnardi Parente, Gio¬vanni Reale e Mario Vegetti, che è tornato sul tema venerdì scorso su La Repubblica, presentando il suo nuovo volume Un paradigma in cielo (Carocci). A partire da Aristotele sino ai nostri giorni, precisa Vegetti, la tradizione del pensiero liberale ha con grande decisione respinto il progetto politico di Platone. Fa presente Vegetti che «Popper vedeva in Platone il primato assoluto dello Stato sull’individuo, e, all’interno dello Stato stesso, la consegna di un potere assoluto a una minoranza che si proclamava depositaria di un sapere assoluto, i cui metodi e i cui fondamenti non potevano però venir resi pubblicamente espliciti: che cosa ci può garantire, diceva Popper, che questa minoranza (di filosofi in Platone, ma magari anche di dirigenti di partiti quali quello giacobino, comunista o nazista) non eserciti di fatto una dittatura sottratta a ogni controllo democratico?».

Di fronte ad attacchi del genere, prosegue Vegetti, i difensori di Platone si sono divisi in due gruppi. Da una parte si trovano coloro che, da posizioni liberal-democratiche, hanno sostenuto che il progetto utopico proposto da Platone nella Repubblica non deve venire preso alla lettera. Diversamente dai simpatizzanti di posizioni liberaldemocratiche, «i simpatizzanti del pensiero socialista e comunista, come Pohlmann, hanno visto in Platone uno dei precursori di questa tradizione.

Non sono mancati, infine, negli anni Venti e Trenta del nostro secolo, usi di Platone in senso fascista e nazista: essi apprezzavano il primato che Platone indubbiamente assegna allo Stato, rispetto ai cui interessi le libertà e i diritti individuali vengono in secondo piano». Ebbene, quel che va sottolineato è che, ad avviso di Vegetti, «Platone ritiene che la costruzione della società descritta nella Repubblica è difficile ma non impossibile. Si tratta dunque di un ’mondo possibile’ che deve venire progettato, desiderato e, se le circostanza sono favorevoli, costruito; di un dovere etico-politico».

Ora, però - viene da chiedere a Vegetti - se il progetto politico di Platone non è un gioco intellettuale, un sogno, un castello sulle nuvole, ma è il tentativo di trasformare in mondo reale un mondo ideato e guidato da una pattuglia di filosofi che sanno che cosa è il Bene e che, di conseguenza, saranno divorati dallo zelo - dal diritto e dovere - di imporre questo Bene a ogni costo, attraverso quali argomenti un simile progetto potrà distinguersi da una concezione totalitaria del potere politico?

«Platone fu il giuda di Socrate e la Repubblica fu per lui non soltanto Il capitale, ma anche il suo Mein Kampf» - così Gilbert Ryle sintetizzò nel 1948 su ’Mind’ l’intepretazione popperiana di Platone. Nel 1951 uno studioso di Platone come Richard Robinson scrisse: «Popper sostiene che Platone ha pervertito l’insegnamento di Socrate. Platone, ad avviso di Popper, è in politica una forza perniciosissima, mentre Socrate è una forza estremamente benefica ».

Ancora nel 1959 Popper afferma: «La mia opinione che Platone sia stato il più grande di tutti i filosofi non è per nulla mutata. Ma i grandi uomini possono commettere grandi errori»; il grande errore di Platone fu che egli incoraggiò «il perenne attacco contro la libertà e la ragione».

Un altro durissimo e ben argomentato - sebbene meno noto - attacco contro Platone l’aveva formulato nel 1937 Alfred Hoernlé. La pretesa dei dittatori del suo tempo, ad avviso di Hoernlé, era proprio quella di essere dei filosofi-re: «Uomini con una Weltanschauung, con un piano per la salvezza spirituale dei loro popoli, con una esplicita teoria su quel che è bene per i loro popoli, addirittura per l’umanità tutta; uomini che giustificano per se stessi un uso brutale della forza, la spietatezza nel plasmare i soggetti secondo lo standard dei loro ideali e nello schiacciare qualsiasi opposizione, e questo esattamente in vista del bene che essi cercano di realizzare, non a beneficio personale, quanto piuttosto a beneficio dei popoli che loro gover¬nano ».

I filosofi-re di Platone, prosegue Hoernlé, governano con un’autorità assoluta: «Essi non consultano il popolo; non vengono eletti dal popolo; non pos¬sono venir rimossi dal popolo; non sono, tanto per usare il linguaggio delle democrazie parlamentari, ’responsabili’ davanti al popolo. Son un corpo che si autoperpetua reclutando i propri membri tramite cooptazione tra più giovani uomini e donne la cui educazione è stata da loro controllata per circa trent’anni; uomini e donne che loro hanno plasmato e messi a prova, più duramente di quanto il ferro sia provato sul fuoco, come dice lo stesso Platone». Ebbene, conclude Hoernlé, «i filosofi-re e i loro ausiliari (le due classi più alte nello Stato di Platone) sono sostanzialmente l’analogo del dittatore moderno e del fedele, disciplinato Partei (sia il partito comunista in Russia, il partito fascista in Italia, o il partito nazionalsocialista in Germania), per mezzo del quale il dittatore domina».


Sul tema, in rete e nel sito, si cfr.:

HEIDEGGER, KANT, E LA MISERIA DELLA FILOSOFIA - OGGI. Alcune note di Federico La Sala

-  UN GRANDE "VIAGGIO A SIRACUSA"!!! LA PIU’ GRANDE BOLLA SPECULATIVA DELLA STORIA POLITICA ITALIANA. COME UN CITTADINO RUBA IL NOME DI TUTTO UN POPOLO E SE NE FA LA BANDIERA DEL PROPRIO PERSONALE PARTITO...
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-  CHI SIAMO NOI IN REALTÀ? Relazioni chiasmatiche e civiltà. Lettera da ‘Johannesburg’ a Primo Moroni (in memoriam

-  L’ILLUMINISMO, OGGI. LIBERARE IL CIELO.

-  CREATIVITA’: KANT E LA CRITICA DELLA SOCIETA’ DELL’UOMO A "UNA" DIMENSIONE. Da Emilio Garroni, una sollecitazione a svegliarsi dal sonno dogmatico.


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