Giacomo Leopardi (Recanati 1798 - Napoli 1837) "filologo ammirato fuori d’Italia / scrittore di filosofia e di poesie altissimo / da paragonare solamente coi greci": cosi’ nella lapide dettata da Pietro Giordani ("perfetta", amava dire il nostro amico Annibale Scarpante, "a cui solo aggiungeremmo: eroico combattente per la dignita’ umana, fedele al vero e al giusto, amico della nonviolenza").
LA GINESTRA
O IL FIORE DEL DESERTO
E gli uomini vollero piuttosto le tenebre che la luce.
Giovanni, III, 19
Qui su l’arida schiena
Del formidabil monte
Sterminator Vesevo,
La qual null’altro allegra arbor né fiore,
Tuoi cespi solitari intorno spargi,
Odorata ginestra,
Contenta dei deserti. Anco ti vidi
De’ tuoi steli abbellir l’erme contrade
Che cingon la cittade
La qual fu donna de’ mortali un tempo,
E del perduto impero
Par che col grave e taciturno aspetto
Faccian fede e ricordo al passeggero.
Or ti riveggo in questo suol, di tristi
Lochi e dal mondo abbandonati amante,
E d’afflitte fortune ognor compagna.
Questi campi cosparsi
Di ceneri infeconde, e ricoperti
Dell’impietrata lava,
Che sotto i passi al peregrin risona;
Dove s’annida e si contorce al sole
La serpe, e dove al noto
Cavernoso covil torna il coniglio;
Fur liete ville e colti,
E biondeggiàr di spiche, e risonaro
Di muggito d’armenti;
Fur giardini e palagi,
Agli ozi de’ potenti
Gradito ospizio; e fur città famose
Che coi torrenti suoi l’altero monte
Dall’ignea bocca fulminando oppresse
Con gli abitanti insieme. Or tutto intorno
Una ruina involve,
Dove tu siedi, o fior gentile, e quasi
I danni altrui commiserando, al cielo
Di dolcissimo odor mandi un profumo,
Che il deserto consola. A queste piagge
Venga colui che d’esaltar con lode
Il nostro stato ha in uso, e vegga quanto
È il gener nostro in cura
All’amante natura. E la possanza
Qui con giusta misura
Anco estimar potrà dell’uman seme,
Cui la dura nutrice, ov’ei men teme,
Con lieve moto in un momento annulla
In parte, e può con moti
Poco men lievi ancor subitamente
Annichilare in tutto.
Dipinte in queste rive
Son dell’umana gente
Le magnifiche sorti e progressive.
Qui mira e qui ti specchia,
Secol superbo e sciocco,
Che il calle insino allora
Dal risorto pensier segnato innanti
Abbandonasti, e volti addietro i passi,
Del ritornar ti vanti,
E procedere il chiami.
Al tuo pargoleggiar gl’ingegni tutti,
Di cui lor sorte rea padre ti fece,
Vanno adulando, ancora
Ch’a ludibrio talora
T’abbian fra sé. Non io
Con tal vergogna scenderò sotterra;
Ma il disprezzo piuttosto che si serra
Di te nel petto mio,
Mostrato avrò quanto si possa aperto:
Ben ch’io sappia che obblio
Preme chi troppo all’età propria increbbe.
Di questo mal, che teco
Mi fia comune, assai finor mi rido.
Libertà vai sognando, e servo a un tempo
Vuoi di novo il pensiero,
Sol per cui risorgemmo
Della barbarie in parte, e per cui solo
Si cresce in civiltà, che sola in meglio
Guida i pubblici fati.
Così ti spiacque il vero
Dell’aspra sorte e del depresso loco
Che natura ci diè. Per questo il tergo
Vigliaccamente rivolgesti al lume
Che il fe’ palese: e, fuggitivo, appelli
Vil chi lui segue, e solo
Magnanimo colui
Che sé schernendo o gli altri, astuto o folle,
Fin sopra gli astri il mortal grado estolle.
Uom di povero stato e membra inferme
Che sia dell’alma generoso ed alto,
Non chiama sé né stima
Ricco d’or né gagliardo,
E di splendida vita o di valente
Persona infra la gente
Non fa risibil mostra;
Ma sé di forza e di tesor mendico
Lascia parer senza vergogna, e noma
Parlando, apertamente, e di sue cose
Fa stima al vero uguale.
Magnanimo animale
Non credo io già, ma stolto,
Quel che nato a perir, nutrito in pene,
Dice, a goder son fatto,
E di fetido orgoglio
Empie le carte, eccelsi fati e nove
Felicità, quali il ciel tutto ignora,
Non pur quest’orbe, promettendo in terra
A popoli che un’onda
Di mar commosso, un fiato
D’aura maligna, un sotterraneo crollo
Distrugge sì, che avanza
A gran pena di lor la rimembranza.
Nobil natura è quella
Che a sollevar s’ardisce
Gli occhi mortali incontra
Al comun fato, e che con franca lingua,
Nulla al ver detraendo,
Confessa il mal che ci fu dato in sorte,
E il basso stato e frale;
Quella che grande e forte
Mostra sé nel soffrir, né gli odii e l’ire
Fraterne, ancor più gravi
D’ogni altro danno, accresce
Alle miserie sue, l’uomo incolpando
Del suo dolor, ma dà la colpa a quella
Che veramente è rea, che de’ mortali
Madre è di parto e di voler matrigna.
Costei chiama inimica; e incontro a questa
Congiunta esser pensando,
Siccome è il vero, ed ordinata in pria
L’umana compagnia,
Tutti fra sé confederati estima
Gli uomini, e tutti abbraccia
Con vero amor, porgendo
Valida e pronta ed aspettando aita
Negli alterni perigli e nelle angosce
Della guerra comune. Ed alle offese
Dell’uomo armar la destra, e laccio porre
Al vicino ed inciampo,
Stolto crede così qual fora in campo
Cinto d’oste contraria, in sul più vivo
Incalzar degli assalti,
Gl’inimici obbliando, acerbe gare
Imprender con gli amici,
E sparger fuga e fulminar col brando
Infra i propri guerrieri.
Così fatti pensieri
Quando fien, come fur, palesi al volgo,
E quell’orror che primo
Contra l’empia natura
Strinse i mortali in social catena,
Fia ricondotto in parte
Da verace saper, l’onesto e il retto
Conversar cittadino,
E giustizia e pietade, altra radice
Avranno allor che non superbe fole,
Ove fondata probità del volgo
Così star suole in piede
Quale star può quel ch’ha in error la sede.
Sovente in queste rive,
Che, desolate, a bruno
Veste il flutto indurato, e par che ondeggi,
Seggo la notte; e su la mesta landa
In purissimo azzurro
Veggo dall’alto fiammeggiar le stelle,
Cui di lontan fa specchio
Il mare, e tutto di scintille in giro
Per lo vòto seren brillare il mondo.
E poi che gli occhi a quelle luci appunto,
Ch’a lor sembrano un punto,
E sono immense, in guisa
Che un punto a petto a lor son terra e mare
Veracemente; a cui
L’uomo non pur, ma questo
Globo ove l’uomo è nulla,
Sconosciuto è del tutto; e quando miro
Quegli ancor più senz’alcun fin remoti
Nodi quasi di stelle,
Ch’a noi paion qual nebbia, a cui non l’uomo
E non la terra sol, ma tutte in uno,
Del numero infinite e della mole,
Con l’aureo sole insiem, le nostre stelle
O sono ignote, o così paion come
Essi alla terra, un punto
Di luce nebulosa; al pensier mio
Che sembri allora, o prole
Dell’uomo? E rimembrando
Il tuo stato quaggiù, di cui fa segno
Il suol ch’io premo; e poi dall’altra parte,
Che te signora e fine
Credi tu data al Tutto, e quante volte
Favoleggiar ti piacque, in questo oscuro
Granel di sabbia, il qual di terra ha nome,
Per tua cagion, dell’universe cose
Scender gli autori, e conversar sovente
Co’ tuoi piacevolmente, e che i derisi
Sogni rinnovellando, ai saggi insulta
Fin la presente età, che in conoscenza
Ed in civil costume
Sembra tutte avanzar; qual moto allora,
Mortal prole infelice, o qual pensiero
Verso te finalmente il cor m’assale?
Non so se il riso o la pietà prevale.
Come d’arbor cadendo un picciol pomo,
Cui là nel tardo autunno
Maturità senz’altra forza atterra,
D’un popol di formiche i dolci alberghi,
Cavati in molle gleba
Con gran lavoro, e l’opre
E le ricchezze che adunate a prova
Con lungo affaticar l’assidua gente
Avea provvidamente al tempo estivo,
Schiaccia, diserta e copre
In un punto; così d’alto piombando,
Dall’utero tonante
Scagliata al ciel profondo,
Di ceneri e di pomici e di sassi
Notte e ruina, infusa
Di bollenti ruscelli
O pel montano fianco
Furiosa tra l’erba
Di liquefatti massi
E di metalli e d’infocata arena
Scendendo immensa piena,
Le cittadi che il mar là su l’estremo
Lido aspergea, confuse
E infranse e ricoperse
In pochi istanti: onde su quelle or pasce
La capra, e città nove
Sorgon dall’altra banda, a cui sgabello
Son le sepolte, e le prostrate mura
L’arduo monte al suo piè quasi calpesta.
Non ha natura al seme
Dell’uom più stima o cura
Che alla formica: e se più rara in quello
Che nell’altra è la strage,
Non avvien ciò d’altronde
Fuor che l’uom sue prosapie ha men feconde.
Ben mille ed ottocento
Anni varcàr poi che spariro, oppressi
Dall’ignea forza, i popolati seggi,
E il villanello intento
Ai vigneti, che a stento in questi campi
Nutre la morta zolla e incenerita,
Ancor leva lo sguardo
Sospettoso alla vetta
Fatal, che nulla mai fatta più mite
Ancor siede tremenda, ancor minaccia
A lui strage ed ai figli ed agli averi
Lor poverelli. E spesso
Il meschino in sul tetto
Dell’ostel villereccio, alla vagante
Aura giacendo tutta notte insonne,
E balzando più volte, esplora il corso
Del temuto bollor, che si riversa
Dall’inesausto grembo
Su l’arenoso dorso, a cui riluce
Di Capri la marina
E di Napoli il porto e Mergellina.
E se appressar lo vede, o se nel cupo
Del domestico pozzo ode mai l’acqua
Fervendo gorgogliar, desta i figliuoli,
Desta la moglie in fretta, e via, con quanto
Di lor cose rapir posson, fuggendo,
Vede lontan l’usato
Suo nido, e il picciol campo,
Che gli fu dalla fame unico schermo,
Preda al flutto rovente,
Che crepitando giunge, e inesorato
Durabilmente sovra quei si spiega.
Torna al celeste raggio
Dopo l’antica obblivion l’estinta
Pompei, come sepolto
Scheletro, cui di terra
Avarizia o pietà rende all’aperto;
E dal deserto foro
Diritto infra le file
Dei mozzi colonnati il peregrino
Lunge contempla il bipartito giogo
E la cresta fumante,
Che alla sparsa ruina ancor minaccia.
E nell’orror della secreta notte
Per li vacui teatri,
Per li templi deformi e per le rotte
Case, ove i parti il pipistrello asconde,
Come sinistra face
Che per vòti palagi atra s’aggiri,
Corre il baglior della funerea lava,
Che di lontan per l’ombre
Rosseggia e i lochi intorno intorno tinge.
Così, dell’uomo ignara e dell’etadi
Ch’ei chiama antiche, e del seguir che fanno
Dopo gli avi i nepoti,
Sta natura ognor verde, anzi procede
Per sì lungo cammino
Che sembra star. Caggiono i regni intanto,
Passan genti e linguaggi: ella nol vede:
E l’uom d’eternità s’arroga il vanto.
E tu, lenta ginestra,
Che di selve odorate
Queste campagne dispogliate adorni,
Anche tu presto alla crudel possanza
Soccomberai del sotterraneo foco,
Che ritornando al loco
Già noto, stenderà l’avaro lembo
Su tue molli foreste. E piegherai
Sotto il fascio mortal non renitente
Il tuo capo innocente:
Ma non piegato insino allora indarno
Codardamente supplicando innanzi
Al futuro oppressor; ma non eretto
Con forsennato orgoglio inver le stelle,
Né sul deserto, dove
E la sede e i natali
Non per voler ma per fortuna avesti;
Ma più saggia, ma tanto
Meno inferma dell’uom, quanto le frali
Tue stirpi non credesti
O dal fato o da te fatte immortali.
Giacomo Leopardi
Canti, XXXIV (1836)
Giacomo Leopardi (Recanati 1798 - Napoli 1837) "filologo ammirato fuori d’Italia / scrittore di filosofia e di poesie altissimo / da paragonare solamente coi greci": cosi’ nella lapide dettata da Pietro Giordani ("perfetta", amava dire il nostro amico Annibale Scarpante, "a cui solo aggiungeremmo: eroico combattente per la dignita’ umana, fedele al vero e al giusto, amico della nonviolenza").
__
VOCI E VOLTI DELLA NONVIOLENZA
Supplemento settimanale del martedi’ de "La nonviolenza e’ in cammino", Numero 53 del 20 marzo 2007
Biografia di GIACOMO LEOPARDI (Emsf)
La corruttela dei costumi è mortale nelle repubbliche, e utile nelle tirannie e monarchie assolute. Questo solo basta a giudicare della natura e differenza di queste due sorte di governi. (Leopardi, Zibaldone)
IL VATICANO STA “SEMPLICEMENTE” ABUSANDO DELLA "PAROLA"!!! UE!!! Basta!!!
Una nota
di Federico La Sala *
UE!!! Papa Ratzinger parla ai vescovi europei, in occasione dei cinquanta anni del Trattato di Roma, e dice parole durissime: "Ue rischia congedo dalla Storia. Il rifiuto dei valori cristiani è apostasia".
La mia opinione - da cittadino italiano ed eu-ropeo - è semplicemente questa:
IL VATICANO STA ABUSANDO DELLA "PAROLA" E NON SA PIU’ PARLAR CHIARO - SOPRATTUTTO CON SE STESSO!!!
"CATTOLICESIMO ROMANO" NON VUOL DIRE "CRISTIANESIMO" e il dio della "Deus caritas" non è il "Deus CHARITAS" dei nostri Padri e delle nostre Madri!!! Come tutti abbiamo letto il discorso di Ratisbona, che tutti (cattolici e non) leggano il discorso di Tubinga del Presidente della Repubblica Italiana, Giorgio Napolitano: “Una voce sola per l’Europa o siamo condannati al declino”(“la Repubblica” del 23.03.2007), riflettiamo di più, e dialoghiamo davvero!!!
Le radici dell’Eu-ropa (come della nostra Costituzione) sono radici eu-angeliche e cristiane, non sono né “cattoliche”, né romane-costantiniane, né “ratziste”!!! Cerchiamo di riprender - finalmente e insieme il cammino (come voleva Dante) da buoni-cristiani, da eu-ropei, e ... da “terroni” qual siamo - abitanti di “questo Granel di sabbia, il qual Terra ha nome” (Leopardi, “La Ginestra”, 1836). Uè!!! Basta!!!
Federico La Sala
* il dialogo, Sabato, 24 marzo 2007
PIANETA TERRA. ONU: Sevem Suzuki la ragazzina che zitti il mondo per 6 minuti (1992) (YouTube)
GRANDE EMERGENZA, COMUNICATO DI ALVOL LOOKING HORSE
Abbiamo ricevuto questo importante messaggio di Arvol Looking Horse tramite Paula Horne. Vi invitiamo a riflettere su queste sue parole, e a onorarle. *
Ai Leaders Religiosi e Spirituali di tutto il mondo.
Parenti Miei,
E’ venuto il tempo di parlare ai cuori delle nostre Nazioni e ai loro Leaders. Io questo vi chiedo dal profondo del mio cuore: partendo dallo Spirito delle Vostre Nazioni, unitevi insieme in preghiera. Noi, dal cuore dell’Isola della Tartaruga, abbiamo un grande messaggio per il Mondo; ci spingono a parlare tutti gli Animali Bianchi che hanno mostrato il loro Sacro Colore, che sono per noi il segno che è necessario pregare per la sacra vita di tutte le cose.Mentre io vi invio questo messaggio, molti Popoli degli Animali sono minacciati: coloro che nuotano, coloro che strisciano, coloro che volano, i Popoli delle piante, tutti, alla fine, saranno danneggiati dal disastro (della perdita) di petrolio nel Golfo.
I pericoli che ci troviamo ad affrontare in questa ora non sono (dello spirito) causati dagli Spiriti. La catastrofe che si è verificata con la perdita di petrolio, simile al sanguinamento della Madre Terra, è causata da errori umani, errori che non possiamo permetterci di continuare a fare.
Io ho chiesto, come Leader Spirituale, che ci si riunisca insieme, insieme uniti in preghiera nella totalità e Globalità delle nostre Comunità. La mia preoccupazione è che questi gravi problemi continueranno a peggiorare, con quell’ “effetto domino” riguardo al quale i nostri Antenati ci hanno messo in guardia nelle loro Profezie.
Nel mio cuore, so bene che ci sono milioni di persone che pensano che l’unione delle nostre preghiere per amore della nostra Nonna Terra arrivi molto in ritardo.
Io credo che noi, come persone Spirituali, dobbiamo riunirci e concentrare i nostri pensieri e le nostre preghiere per permettere la guarigione delle molteplici ferite che abbiamo inferto alla Terra.
Poiché noi onoriamo il Ciclo della Vita, convochiamo i Cerchi di preghiera globalmente per contribuire alla guarigione di Nonna terra (la nostra Unc’I Maka in lakota).
Noi chiediamo che si preghi affinché questa perdita di petrolio, questa emorragia, finisca; affinché i venti stiano quieti, così da collaborare in questa opera.
Preghiamo affinché le persone siano guidate mentre tentano di riparare all’errore, e preghiamo perché tutti cerchiamo di vivere in armonia, nel momento in cui scegliamo di mutare il distruttivo sentiero sul quale ora stiamo camminando.
Pregando, arriveremo alla completa comprensione del fatto che siamo tutti connessi gli uni agli altri, e che quello che noi creiamo e facciamo ha effetti durevoli su tutto ciò che esiste. Quindi, uniamoci spiritualmente: Tutte le Nazioni, Tutte le Fedi, Una Preghiera.
Insieme con questa preghiera chiedo anche per favore di ricordare il 21 Giugno quale Giorno della Pace nel Mondo e Giorno in cui si onorano i Sacri Siti: sia che siano siti naturali, o templi, o chiese o sinagoghe o semplicemente il “vostro” particolare posto sacro, recitiamo una preghiera per tutto ciò che vive, perché le nostre Nazioni prendano buone decisioni, per il futuro e il benessere dei nostri figli e delle generazioni che verranno.
Onipikte (Così Che Noi Possiamo Vivere),
Chief Arvol Looking Horse, 19° Generazione dei Custodi della Sacra Pipa della Donna del Vitello di Bisonte Bianco
(Traduzione a cura di Camilla Novelli)
* Fonte: Nativi americani
Natura violenta e violentata
di LORENZO MONDO (La Stampa, /5/2010)
Il vulcano Eyjafjalla ha ripreso ad eruttare la sua nube di cenere in modo intenso e minaccioso. Già ci ha fatto assistere a un evento inaudito, quasi a una grandiosa simulazione di crisi: ha costretto cioè le nazioni d’Europa a sospendere per alcuni giorni il volo degli aerei, rimettendosi all’uso di treni e automobili. I disagi delle persone rimaste a terra e le gravi perdite economiche delle compagnie aeree hanno distratto dalla portata simbolica dell’avvenimento. Infatti è sembrato quasi un avvertimento, emesso da una esigua porzione di terra, impastata di ghiaccio e di fuoco, agli uomini che hanno orgogliosamente colonizzato il cielo. Si pensa a cosa potrebbe accadere nel consorzio civile se il fenomeno si estendesse per un maligno complotto di bocche vulcaniche, che aggiungesse nuovi disastri ai più consueti, devastanti terremoti o nubifragi.
Senza indulgere a visioni apocalittiche, siamo indotti a riflettere leopardianamente sulla precarietà delle «umane sorti e progressive», a rinnovare e rinforzare il patto di solidarietà nei confronti dell’«umana compagnia». Non altro ci è dato, apprestando i possibili ripari, contro una natura che sa rivelarsi matrigna. Ma un altro evento, verificatosi a breve distanza di tempo, colpisce a contrasto la nostra immaginazione. Nel Golfo del Messico è il fondo del mare, violato sconsideratamente dalle trivelle dell’uomo, che erutta petrolio. L’untuosa marea nera semina inquinamento e distruzione lungo le coste d’America, nel paradiso naturale costituito dal delta del Mississippi. Muoiono i delfini e i pellicani, gli alligatori e le tartarughe, si disperano le genti rivierasche private delle loro risorse ittiche e turistiche. Sembrerebbe che basti e avanzi l’imponderabile, senza che l’uomo ci metta del suo venendo meno, per avidità e tecnologica presunzione, a ogni senso del limite.
I responsabili dell’immane sciagura promettono di risarcire il danno, ma si tratta di un’altra manifestazione di tracotanza perché il male, già difficilmente quantificabile in termini finanziari, non può restituire alla vita ciò che è andato irrimediabilmente perduto. Là dove la natura mostra il suo volto innocente e benigno, provvede l’uomo a sfigurarla e, si direbbe, a provocarla.
Per i napoletani è una presenza familiare
IL VESUVIO SOPRA DI NOI
di Erri De Luca (la Repubblica, Diario - 22.04.2010)
Ce n’è di sommersi in dorsali oceaniche, di sparsi sulle coste del Mediterraneo e uno di loro occupava tutto il campo d’orizzonte di una mia finestra d’infanzia. Dormivo in una stanza piena dei libri di mio padre, impilati da pavimento a soffitto, ho avuto i sonni ovattati dal loro spessore. Al risveglio alla finestra c’era il Vesuvio, la sagoma arrotondata di un polipo di pietra accovacciato sopra un golfo perfetto. Alto 1200 metri sopra il mare, per tentacoli aveva le colate di lava irrigidita, che si allungavano fino alle rive. A giugno s’ingiallisce di ginestre.
La città Neapolis, prima greca, poi latina, bizantina, sveva, normanna, francese, spagnola, sdraiata alle pendici occidentali del vulcano, si era data un santo specializzato in lave. San Gennaro portato in processione incontro ai fiumi roventi, li arrestava. Lo squaglio miracoloso del suo sangue sotto vetro, simulava il liquido eruttivo e lo ammansiva.
L’ultima sua dimostrazione di esercizio fu nel marzo del ‘44, a guerra appena passata. Napoli aveva incassato il maggior numero di incursioni aeree, tra le città d’Italia, il Vesuvio non se la sentì di aggiungere altro fuoco. Eruttò senza effetto di catastrofe, ma con spargimento di ceneri, costringendo a salire sui tetti a scoparla via per non farli crollare.
Più della neve, la cenere, la polvere portano il peso del mondo. Le notti della prima primavera di pace avevano sulla cima del vulcano il lume rosso acceso, per mia madre il simbolo della libertà, molto più bello e grande di quello sulla statua innanzi al porto di New York.
Piazzato a oriente della città, il vulcano ne orientava gli incubi. Ogni napoletano, pure rinchiuso in una cella di Poggioreale, sa dove sta ‘o Vesuvio. Gli fa da bollettino: se ha nuvole a cappello, mette mano all’ombrello. Se lo sogna spento, gioca il 73, se in eruzione allora 84, se butta fumo gioca il 78. La città scherza, piglia in giro se stessa e il mondo intero, ma non si permette nessuna confidenza col vulcano. Sui fianchi si è ammucchiata la folla di un milione di abitanti d’azzardo. L’umanità si piazza spesso in avamposti avventurosi, lì sta a cavallo dell’orco.
La terra ha forze che buttano gambe all’aria la legge di gravità. Esiste energia che spinge dal basso verso l’alto, i vulcani sono questo slancio che scaraventa il sottosuolo al cielo. Una poeta russa, Marina Cvetaeva, chiama queste forze tiagà nebèsnaia, attrazione celeste. I vulcani aggiornano la notizia che la terra non appartiene alla specie umana. Essa è inquilina, sottoposta a sgomberi, a cancellazioni di residenze e anagrafi. La terra è piccola, un solo vulcano in Islanda sparge colonne di ceneri nel Mediterraneo.
La terra è un corpo vivo, sussulta, sposta continenti, innalza catene montuose, disfa isole e ne forma di nuove, innalza i mari o li prosciuga. La terra mischia l’impasto delle viscere in fiamme con il cielo. Da lì ha ricevuto semi di vita caduti dalla coda di ghiaccio di comete. La terra ha inventato la formula dell’acqua, combinando due parti di idrogeno con una di ossigeno. Due gas che se accostati esplodono, si sono ritrovati nella goccia, la materia prima della vita. L’acqua è il loro trattato di pace.
Buffa e triste la presunzione di chi ne pretende il possesso, mettendo alle sorgenti il cartello di proprietà privata. Vorrebbe dimostrare diritto di possesso sulle nuvole, sulla neve, sulla pioggia. Non vuole ammettere di essere uno sputo di passaggio, la creatura umana, ogni volta trasecola di fronte all’evidenza di essere una pulce ammaestrata. È mia, è mia, strepita come un bimbo con la palla. Invece niente è suo, niente dura nel pugno del possesso. Amo ogni forza che me lo ricorda, amo i vulcani e tutta la magnifica energia che costringe il ritorno all’umiltà.
Filosofia naturale Il cosmo rivelato dagli scrittori
Una «ininterrotta linea galileiana» da Dante all’Ariosto, da Leopardi a Calvino, fino a Gadda... I poeti sono strumenti di diffusione democratica del sapere. Ci spiega il perché un saggio del filosofo Mario Porro
di Pietro Greco, Gaspare Polizzi (l’Unità, 23.04.2010)
Se avesse scritto il suo saggio per la Letteratura italiana diretta da Asor Rosa per Einaudi - ricorda Mario Porro nel suo Letteratura come filosofia naturale (Medusa, Milano 2009) - Calvino lo avrebbe intitolato La letteratura e la filosofia naturale, e in un saggio del 1969 definiva Gadda l’ultimo «filosofo naturale». L’espressione per molto tempo è stata sinonimo di «scienza»: Newton scrisse i Principi matematici della filosofia naturale e ancora nel 1970 Monod sottotitolava la sua opera più nota - Il caso e la necessità - Saggio sulla filosofia naturale della biologia contemporanea. Ma la corrispondenza tra letteratura e «filosofia naturale» apparve allora, e lo è ancor oggi, provocatoria, forse soltanto perché molti «intellettuali» trascurano di guardare alla dimensione «naturale» presente in ogni narrazione.
Basterebbe ricordare come il rapporto tra cosmologia e letteratura permetta di ricostruire - è ancora Calvino che scrive - «una ininterrotta linea galileiana», che si estende da Dante ad Ariosto, Galileo, Leopardi e Calvino stesso, tutti scrittori cosmici e «lunari».
LUCREZIO
Dante è, con Lucrezio, il «poeta della scienza». Perché nella sua Commedia riesce a raccontare, come Lucrezio, tutta la scienza e tutto il dibattito scientifico del suo tempo. Un esempio per tutti: nel secondo Canto nel Paradiso ci sono tutte le conoscenze del tempo sulla Luna e sulla sua natura. Il Paradiso stesso è un compendio della cosmologia di Aristotele. Ma Dante è anche il primo e il più potente teorico di quel ménage a trois tra letteratura, filosofia e scienza di cui parla Calvino. E basta leggere il Convivio per rendersene conto. La conoscenza, inclusa la conoscenza della natura, spiega Dante, è l’aspirazione più nobile della natura umana: quella, razionale e angelica, che rende l’uomo simile a Dio.
Purtroppo molte ragioni impediscono all’uomo di indossare «l’abito di scienza». La letteratura e, in particolare la poesia, sono strumenti utili a coloro che sono impediti se non proprio di sedersi al tavolo degli angeli, almeno di gustare le briciole del pane della scienza che vi viene spezzato. Il poeta, dunque, è strumento di diffusione democratica del sapere.
Anche Galileo si porrà il tema della diffusione della scienza - della filosofia naturale - tra il pubblico dei non esperti. E soprattutto dopo la pubblicazione del Sidereus Nuncius, il 12 marzo 1610, svilupperà la sua pericolosa idea: «comunicare tutto a tutti». Perché intuisce che o la filosofia naturale diventerà patrimonio di quell’opinione pubblica che proprio nel Seicento inizia a nascere o rischierà di perdere la sua partita.
Galileo ha un legame molto stretto - da autentico studioso, da critico direbbe Panofsky - con Dante e con Ariosto. Peraltro anche il legame tra Galileo, Leopardi e Calvino è intrigante: Calvino esalta la dimensione cosmica e «lunare» di Leopardi, confessando ad Antonio Prete (1984) che le Operette morali «sono il libro da cui deriva tutto quello che scrivo» (e pensava alle Cosmicomiche), ma impara anche da Leopardi a scegliere tra i passi galileiani, come avviene con il saggio Le livre de la nature chez Galilée (1985), nel quale alcune scelte corrispondono a quelle di Leopardi nella Crestomazia della prosa (1827), la prima antologia letteraria italiana, contenente a sua volta la prima antologia di prose di Galilei.
Per Calvino «l’opera letteraria come mappa del mondo dello scibile» è «una vocazione profonda della letteratura italiana», effetto di «una spinta conoscitiva che è ora teologica ora speculativa ora stregonesca ora enciclopedica ora di filosofia naturale ora di osservazione trasfigurante e visionaria» (1968). Ma non si tratta di una vocazione solo italiana.
Lo dimostra il prezioso Piccolo atlante celeste. Racconti di astronomia, curato da Giangiacomo Gandolfi e Stefano Sandrelli (Einaudi, Torino 2009), che ci conduce alle più diverse forme di narrazione cosmica, dall’Atlante celeste al Sentimento del cielo, alle figure di Astronomi e ai racconti di Cosmologie, in compagnia di Asimov, Bellamy, Bradbury, Collins, Cortázar, Daudet, Høeg, Lem, Munro, Queneau, Stifter, Theuriet, Updike, Vukcevich, Wells (per citare soltanto gli stranieri), «un piccolo atlante per orientarci negli abissi dello spazio, in bilico tra finta scienza, vera scienza, delicate emozioni, artificio poetico, conquista tecnologica e inventiva luddista» (p. VIII), nella convinzione che ciò che accomuna scienza e letteratura è «cercare la misura dell’uomo», «adagiare su un foglio l’incommensurabile», «guardare in faccia il mondo» (p. XIV).
GADDA E LEIBNIZ
Ma la «filosofia naturale» è ancora più ampiamente letteraria nelle grandi narrazioni, nel grand récit (proposto da Michel Serres), che ha da sempre convissuto con la scienza, bisognosa, quando esce dal formalismo algoritmico, di ricorrere al pensiero figurale, all’analogia e alla metafora. E lo dimostra bene ancora Porro seguendo Gadda nel suo pensiero della complessità, modellato su Leibniz e illuminato dalla teoria dei sistemi e dalla cibernetica, o Primo Levi nel suo materialismo chimico.
Abbiamo bisogno di nuove mitografie, per comprendere meglio qual è il nostro posto nella natura e per cancellare il mito di una scienza esente dal mito. E la letteratura ha visto bene come le costanti mitiche irrorano la conoscenza e la scienza, come l’immaginario viene sempre rinnovato e rimodellato dai nuovi spazi aperti dalla «filosofia naturale».
A sessant’anni dalla scoperta del laser, sarebbe curioso leggere nuove «osmicomiche», che narrino ad esempio la vicenda della valigia coperta di specchi speciali, depositata sulla superficie della Luna da Amstrong e Aldrin il 20 luglio 1969, e che ancora riflette i raggi laser lanciati dalla Terra per misurarne la distanza al centimetro.
Se l’inferno non fa notizia
di Moni Ovadia *
Le proporzioni apocalittiche dell’immane tragedia che ha percosso senza pietà l’isola di Haiti e la sua gente lasciano senza fiato, sgomenti. Una rabbia impotente ci assale di fronte alla terribile ingiustizia di una natura che colpisce con il vertice della sua brutalità l’indifesa sofferenza dei più poveri, dei vinti. Dalle nostre fibre più intime sorge una ribellione all’idea che qualcuno possa avere la tentazione di appellarsi alle ineffabili ragioni del trascendente.
Un terremoto di tale intensità probabilmente travolgerebbe anche le precauzioni antisimiche del più ricco dei Paesi, ma per i poveri che consumano la vita nella tragedia di un esistenza senza dignità e giustizia, la violenza della terra che si scuote come un bufalo impazzito è una violenza doppia perché illumina spietatamente anche la brutalità degli uomini di un potere che impone ai propri simili disperazione, povertà e soggezione. La tragedia provocata dalla natura indifferente alle sofferenze umane provoca un’immediata reazione di solidarietà per le vittime, una solidarietà immediata diffusa, sollecita anche nei più distratti una vocazione ad essere pietosi e generosi. L’identificazione con chi soffre è ineludibile, perché se è vero che la natura matrigna predilige gli ultimi, sa colpire anche i primi, non conosce i privilegi di classe.
Ciò che è frustrante davanti a tanto dolore è che non ci sia la stessa identificazione con l’orrore della morte per fame e per sete di milioni di bimbi che si ripete con puntualità inesorabile ogni anno, forse perché quella tragedia non è provocata dal cinismo della natura ma dalla ferocia di uomini che adorano il dio privilegio i quali riescono sempre a farsi assolvere grazie alla patologia percettiva della massa grigia: pietà davanti alla “spettacolarità” del terremoto, indifferenza per lo stillicidio dello sterminio provocato dai potenti.
* l’Unità, 16 gennaio 2010
Folin e il dolore di Leopardi nei canti dell’addio
di FRANCESCO TOMATIS (Avvenire, 17.01.2008)
È ancora possibile il saluto nell’età del nichilismo? Questo interrogativo viene posto da Alberto Folin, docente di Scritture e poetiche all’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli, in un suo recente libro attraverso approfondite e suggestive letture di Giacomo Leopardi, autore a cui ha dedicato nel corso del tempo ampia parte dei suoi studi e scritti ( ricordiamo Leopardi e la notte chiara, 1994, e Pensare per affetti: Leopardi, la natura, l’immagine, 1996, come l’ultimo pubblicati da Marsilio).
Nel volume Leopardi e il canto dell’addio, Alberto Folin ricorda come la parola ’ saluto’ ricordi in sé la stessa tradizione cristiana, poi consacrata letterariamente nella poesia romanza. Infatti salutare qualcuno significa augurargli la salute, sperare nella sua salvezza dal nulla. Di più ancora, nel saluto estremo, quello dell’addio, ci si rimette alla fede in un comune destino, affidandosi alla resurrezione che vedrà dunque escatologicamente tutti affiancati e vicini accanto a Dio, amici diversi ugualmente fratelli presso il Padre.
Salutare comporta allora il riconoscimento della fragilità della nostra vita mortale, dell’amicizia fra persone e persino dell’amore più intenso e puro, tuttavia nella speranza dell’indissolubilità dell’unione spirituale, attraverso la fede nella resurrezione di tutti i corpi mortali accomunati uno ad uno e simultaneamente assieme in Dio. Ma oggigiorno, allora, è ancora possibile saluto vero?
Risuona tale interrogativo già, e quanto profondamente, in Giacomo Leopardi. Secondo Alberto Folin il poeta recanatese risulta ancora una volta cruciale nella comprensione non di sola superficie della modernità, la quale dall’illuminismo al nichilismo desertifica la fonte di salvezza e di saluto, decretando la ’ morte di Dio’ e l’impossibilità di sperare oltre la mortalità.
Facendosi canto, il dire leopardiano rinuncia alla piena comunicazione, eppure proprio per questo tanto più riesce a testimoniare del dolore umano, creaturale in genere, serbandolo e salvandolo ad un infinito imponderabile eppure imprescindibile.
Come l’usignolo virgiliano canta il lamento per i suoi piccoli perduti adagiato su di un ramo - suggerisce con fine filologia Alberto Folin -, così Giacomo Leopardi solleva i suoi Canti, il suo vero e proprio ’ canto dell’addio’, che rinunciando anticipatamente a qualsiasi risposta certa, grida di gioia e dolore assieme la propria condizione mortale, testimoniandone la fragilità e serbandone di fronte all’infinito la umile ricchezza.
Alberto Folin
Leopardi e il canto dell’addio
Marsilio
Pagine 216, Euro 22.00
IL CONVEGNO
A Recanati quattro giorni con studiosi di tutto il mondo
Leopardi antropologo. l’Oriente oltre la siepe
La scrittura del poeta muove spesso da una prospettiva antropologica, che si affida di volta in volta all’altro, all’antico, o al lontano... come accade per i versi orientali che scorrono nella sua lingua. È l’inzio di una nuova stagione di studi leopardiani? Forse sì...
di Antonio Prete (l’Unità, 23.09.2008)
Torna a Recanati, dopo quasi un decennio, un grande convegno internazionale organizzato dal Centro Nazionale di Studi Leopardiani. Da oggi a venerdì si discuterà su La prospettiva antropologica nel pensiero e nella poesia di Giacomo Leopardi. Aprirà il convegno, nell’aula Magna del Comune, Antonio Prete con un intervento su «Nomadismo dello sguardo e pensiero dell’alterità. Sull’antropologia poetica di Leopardi». A seguire Pietro Clemente («Comparazioni immaginative: Leopardi preantropologo»), Ernesto Miranda («Sulla natura degli uomini. Leopardi e l’antropologia filosofica»), Gilberto Lonardi («Prima della scrittura: il “qualunque”, il lontano, il canto con le ali del pastore dell’Asia»), Perle Abbrugiati («Se ben vi si guardasse. La critica leopardiana del pensiero a priori, tra filosofia e antropologia»). E ancora Marco Moneta («Dal bosco a civiltade. Antropologia e storia in Leopardi»), Alessandra Aloisi («Esperienza del sublime e dinamica del desiderio in Giacomo Leopardi»), Gilda Policastro («La ragion perché i morti ebber sotterra.... Per un’antropologia dell’Ade»). Nei giorni successivi interverranno, tra gli altri, Jean-Charles Vegliante, Joanna Ugniewska, Nicola Feo, Giulio Ferroni, Sebastian Neumeister, Massimo Natale, Michael Caesar, Gaspare Polizzi, Stefano Biancu, Maurizio Bettini, Gianni D’Elia, Alberto Folin, Marino Niola.
Il convegno che si apre oggi a Recanati ha per tema La prospettiva antropologica nel pensiero e nella poesia di Giacomo Leopardi. Per quattro giorni studiosi non solo italiani, e appartenenti a generazioni diverse, si incontreranno intorno alla grande esperienza di colui che della modernità ha colto, con straordinaria passione critica, il gioco delle maschere, il dominio dell’opinione e del danaro, le forme di astrazione e di violenza, la dimenticanza del «poetico», e dunque del vivente e corporeo, la trama resistente dell’egoismo e gli stili di sopraffazione.
Questo convegno, proposto dal Centro nazionale di studi leopardiani (ora rinnovato nel suo Comitato scientifico, diretto da Lucio Felici, e con la nuova presidenza del sindaco di Recanati, Fabio Corvatta) è dedicato alla memoria di Franco Foschi, che per vent’anni del Centro studi è stato Presidente attivissimo e solerte.
Nella grande Sala del Palazzo comunale di Recanati - inaugurata nel 1898 con una prolusione leopardiana di Carducci - si succederanno letture e interpretazioni: il vero soggetto della scena sarà, dunque, la scrittura leopardiana. Con la sua distanza da ogni sistematica e dottrinaria postura. Con le sue variabilissime forme (il testo poetico, il frammento teorico, il dialogo, il saggio, la lettera, l’indagine filologica, la traduzione). Con la sua libertà inventiva, che sempre prelude e domanda e mai si acquieta. Con la sua singolare capacità di unire meditazione e canto, interrogazione sul tragico dell’esistenza e invenzione poetica.
I convegni leopardiani a Recanati hanno scadenza quadriennale: per qualche giorno, nella città di vento e di pietra, dove la luce giunge, da una parte, dal mare, e dall’altra, dalla sconfinata onda collinare, accade che gli incontri di studiosi e le discussioni diano origine a solide amicizie intellettuali e anche a concreti progetti di ricerca. Molto devono gli studiosi a quegli incontri (quanto alla mia esperienza, tra tanti nomi, voglio fare quelli di Cesare Luporini e di Giuseppe Pacella).
Questo convegno cade in un momento in cui la presenza di Leopardi nelle diverse lingue appare consolidata nel solo modo per dir così duraturo, cioè attraverso le traduzioni, le edizioni, i commenti. Da pochi anni, presso Allia, è uscita l’edizione francese di tutto lo Zibaldone, nella traduzione di Bertrand Schefer. Le edizioni Allia - quasi in analogia a quello che in Italia hanno fatto Boringhieri per Freud e Adelphi per Nietzsche - hanno tradotto quasi tutto Leopardi: l’anno scorso è uscito l’intero Epistolario, nella bella traduzione di Monique Baccelli. È ora in corso la traduzione inglese dello Zibaldone, affidata a un’équipe diretta a Birmingham da Mike Caesar e Franco D’Intino. E il progetto di una traduzione spagnola dello Zibaldone sta per muovere i primi passi in Spagna, a cura di Blanca Muñiz che aveva già tradotto e commentato i Canti.
Tornando al tema del convegno, si potrebbe dire che nelle rappresentazioni dell’antico, della sua poesia, dei suoi miti, nella ricerca assidua intorno ai modi della civilizzazione, nello sguardo sui rapporti che intercorrono tra individui e nazioni, tra popoli e lingue, la riflessione di Leopardi muove spesso da una prospettiva antropologica. Anzi quella prospettiva per molti aspetti inaugura o contribuisce a definire. Ma, come accade per il rapporto tra filosofia e poesia, anche per il rapporto tra antropologia e poesia, ogni distinzione di genere è destinata a naufragare: lo sguardo antropologico, cioè quello sguardo capace di dislocarsi ogni volta nel punto di vista dell’altro, o del lontano, o dell’antico, o del fanciullo, o del cosiddetto primitivo, non si fissa in nessuna forma disciplinare o di sapere precostituito, e si affida di volta in volta alla narrazione, al dialogo, al frammento, al ritmo della poesia. Se le forme di questo sguardo hanno qualche precedente, esso va cercato nella capacità di incantamento degli antichi, nella grande tensione comparativa di Vico - nella sua genealogia della conoscenza -, nell’affabulazone critica di Montaigne, dei suoi Essais.
Per Leopardi la disposizione etnografica negli studi adolescenziali - dalle Dissertazioni filosofiche alla Storia della astronomia al Saggio sopra gli errori popolari degli antichi - non è mai abbandonata, e l’interesse per le rappresentazioni di culture e popoli lontani trascorre in molti passaggi dello Zibaldone. Singolare è, in questo senso, l’attenzione alle cronache del Nuovo Mondo. Non solo è criticata in più occasioni la «pretesa perfezione» della nostra civiltà, la quale sulla miseria dei molti fonda il benessere dei pochi, ma è rifiutata l’opposizione tra barbarie e civiltà («E generalmente noi chiamiamo barbaro quel ch’è diverso dalle nostre assuefazioni ecc.» ). Ed è rovesciato il senso delle immagini che gli europei hanno dei «Californi»: in analogia a quanto aveva fatto Montaigne nel saggio su Les Cannibales, a proposito dell’idea europea di sauvage, idea riportata alla sua vera radice, cioè intesa come relazione spontanea con la natura, sottratta dunque all’opposizione con «civilizzato».
Per Leopardi non solo il lontano, ma anche il vicino è oggetto di un’attenzione antropologica: va ricordato il rilievo che il poeta dà alle tradizioni popolari, in particolare a quelle marchigiane, al loro rapporto con l’oralità, il canto, la musica, la poesia. Racconto fantastico dell’etnos e critica della civiltà, delle sue credenze, si uniscono nelle Operette morali: dalla Storia del genere umano alla Scommessa di Prometeo al dialogo della Moda e la Morte al Tristano il sapere della civiltà mostra la sua astrazione dal corpo, dai sensi, dal desiderio. E si dovrebbe ancora dire, nell’orizzonte di un’antropologia critica, del particolare orientalismo di Leopardi, di fatto assai poco studiato sino ad oggi. L’Oriente è per Leopardi una figura dello sguardo. Un principio di alterità. Da assumere come soglia per la critica. Ha la stessa funzione che ha la lontananza. Ci sono, nella scrittura leopardiana, passaggi rilevantissimi su un’idea di poesia «orientale» - accesa, piena di vita e di immaginazione, fortemente metaforica -, sulla poesia biblica e l’Oriente, sugli alfabeti orientali e il loro rapporto con le vocali, intese come le vere animatrici «di tutta la favella», e che di fatto scorrono in tutto il corpo della lingua «come il sangue per le vene degli animali». La stessa antropologia del male, quando nello Zibaldone si dispiega come meditazione sul «Tutto è male», è affidata allo sguardo di «un filosofo antico, indiano...».
L’origine, poi, della poesia, è osservata nella relazione tra memoria, oralità e canto. L’idea della radice musicale e popolare della poesia, del rapporto tra la voce e il ritmo, tra l’oralità e il verso non abbandonerà mai Leopardi e mostrerà del resto i suoi riflessi nella stessa poesia dei Canti. In particolare il Canto notturno di un pastore errante nell’Asia raccoglierà i tanti motivi fin qui esposti (l’occasione stessa di quel canto è dovuta, si sa, a una notizia antropologica sui canti lunari e malinconici dei nomadi Kirghisi). E si dovrebbe ricordare lo studio leopardiano, nello Zibaldone, sul ruolo che ha l’assuefazione nella formazione delle opinioni, del gusto, e nelle rappresentazioni dell’altro. E ancora: lo studio della lingua e delle lingue dal punto di vista dei rapporti tra le culture, i popoli, i caratteri nazionali. La comparazione tra la società italiana - usanze, convenzioni, caratteri, uniformità, morale pubblica - e le società di altre nazioni «civili», così come appare nel Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’Italiani. Infine la riscrittura dell’idea di animalità, di linguaggio e pensiero animale, come prende forma al margine della lettura dell’Histoire naturelle di Buffon. Tutti motivi che il convegno recanatese esplorerà, avviando, c’è da augurarsi, una nuova stagione di studi leopardiani.
Recanati, una studentessa, durante le ricerche per la tesi, scopre alcuni scritti sconosciuti del poeta. Testi dell’infanzia, con motivi biblici e cristiani, che assieme ad altri giacciono lontano da occhi indiscreti
Giallo Leopardi: gli inediti giovanili sui Salmi e i Vangeli
Un testo commenta il salmo 56: «Torbida, e fosca tra l’atre caligini, che d’ogni intorno la cingono volvesi taciturna la notte. Un cupo orrore si stende per tutto, e le più dense, e oscure tenebre regnano d’ogni parte...» Un altro scritto riguarda l’Ecclesiaste, un altro ancora il Vangelo di Marco
di Andrea Paganini (Avvenire, 22.09.2008) *
il sogno di tanti ricercatori: una scoperta dal sapore eclatante, un Èritrovamento dalle trame romanzesche; è storia dei nostri giorni. Il colpo grosso - e parlando di Giacomo Leopardi di un colpo sensazionale si tratta, pur avendo a che fare nello specifico con scritti minori e giovanili - è capitato a una giovane ricercatrice campana, Carla Pagliarulo, laureata in filologia moderna presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Durante le sue ricerche per la tesi ha infatti rinvenuto in Casa Leopardi alcuni scritti inediti del più grande poeta italiano dell’Ottocento. Si tratta di composizioni risalenti all’infanzia e, più precisamente, di alcune carte finora sconosciute apparentemente persino alla famiglia, raccolte in una cartella insieme alle riproduzioni fotografiche degli altri scritti puerili, già noti. Il ritrovamento è avvenuto, per così dire, sotto l’imprevedibile regia del ’ caso’ e la studiosa ha potuto consultare i documenti solo per poco tempo. Di norma non è in effetti ancora possibile prendere diretta visione dei manoscritti leopardiani di quei primi anni di attività creativa ( 1809- 1811), eccezion fatta per qualche quaderno portato alla luce da Maria Corti negli anni Settanta, attualmente sotto vetro in una delle stanze visitabili della casa di Recanati.
Le foto in questione sono state recentemente trasferite dal Centro Nazionale di Studi leopardiani alla Casa della famiglia Leopardi, forse a conoscenza di carte ancora inedite. D’altro canto a uno studioso che visita il Centro non è consentito consultare le fotoriproduzioni degli autografi, che pure sono lì conservate. C’è da chiedersi se tale riservatezza sia utile a qualche finalità scientifica o se non sarebbe più opportuno, da parte dei responsabili, agevolare l’accesso al fondo per favorire il lavoro dei ricercatori, anche ai fini di una doverosa conoscenza esaustiva di Leopardi.
Pagliarulo, che per la sua tesi di laurea ha effettuato uno studio approfondito sugli scritti puerili del Poeta di Recanati, ha immediatamente notato l’eccezionalità delle carte che - in modo inatteso e insperato - si è trovata tra le mani e che, a un’attenta analisi, sono risultate sconosciute e inedite.
Il primo scritto in questione occupa sette fogli in formato A4. Si tratta di un commento a dei versetti del Salmo 56 ( come indicato dall’autore in testa alla prosa), forse accostati nella Liturgia delle ore all’inno 27: « Notte, tenebre e nebbia, / fuggite: entra la luce, / viene Cristo Signore. II Il sole di giustizia / trasfigura ed accende / l’universo in attesa » .
Ecco le prime righe: « Torbida, e fosca tra l’atre caligini, che d’ogni intorno la cingono volvesi taciturna la notte. Un cupo orrore si stende per tutto, e le più dense, e oscure tenebre regnano d’ogni parte. Il cielo ricoperto di nere nubi più non diffonde splendore alcuno, e fra l’opaca nebbia, da cui mirasi avvolta la terra non odesi, che il gemito lamentevole del gufo urlante, o dell’upupa dogliosa.
Ma squarciasi ad un tratto all’apparire del lucido Pianeta l’orrido manto, che oscura, e ricopre l’azzurra faccia del cielo, e tosto vedonsi indorate dal vivido fulgore le rilevate cime de’ monti, e per ogni parte miransi diradate le nere caligini, e le opache tenebre della notte, che incalzata per ogni intorno dai splendidi raggi del sole, che sempre più crescendo tutto l’aspetto illuminano dell’emisfero fugge e sgombra lascia la terra fra i benefici influssi del sublime pianeta » ( corsivo della studiosa).
Importanti indizi lo fanno ritenere leopardiano: la grafia anzitutto, e poi la vicinanza non solo tematica, ma anche formale con altri componimenti risalenti agli anni del suo apprendistato letterario. Tra questi - osserva Pagliarulo - sono numerosissimi i notturni accostabili al nostro: dalle prime Prose - tra cui una Descrizione del sole e dei suoi effetti, dove « tramonta il sole, ed ecco spandersi le oscure tenebre. Tutto il bello sparisce, e mesto silenzio, e tetro orrore regna per tutto » - alla quinta delle canzonette su La Campagna - « d’opache e folte tenebre / già si adombra ogni altro monte » -. Anche nei primi idilli leopardiani in endecasillabi sciolti, La Spelonca e La Libertà latina difesa sulle mura del Campidoglio, che tutto hanno da invidiare agli Idilli successivi, non manca l’immagine della notte che ricopre ogni dove con il suo manto di tenebre.
Del resto l’incipit - rileva la giovane studiosa che desidererebbe poter indagare a fondo su questi documenti - non può non richiamarne un altro, quello della Tempesta notturna cantata nella sesta sezione del Catone in Affrica: « Fra l’atre, oscure tenebre, / fra il mesto, e cupo orrore / notte su l’ali tacite / avvanzasi dell’ore, / e sovra il mondo intero / superba stende il plumbeo scettro altero. / In dolce quiete placida / giace natura avvolta; / tutto d’intorno ottenebra / densa caligin folta; / un nubiloso velo / d’ogni parte ricuopre, e terra, e cielo » . Versi che pure si ripropongono nell’ottavo componimento della stessa raccolta: « S’asconde il sole; un nero / oscuro manto infra l’opaco orrore / vedesi intorno ottenebrare il cielo, / regna dal soglio altero, / e lo scettro leteo stende il sopore; / tutta cuopre natura un denso velo; / giace la terra in cieco obblìo sepolta » .
Conoscendo l’uso del poeta fanciullo di comporre prima in prosa le sue riflessioni per poi versificarle, le poche righe trascritte rivestono un notevole interesse filologico. Anche il secondo testo ritrovato dalla giovane ricercatrice ( otto fogli di prosa italiana) costituisce una riflessione che s’apre alla mente dell’autore prendendo le mosse da una citazione biblica: « In fide, et lenitate ipsius sanctum fecit illum » ( Eccl., XLV, 4). Pagliarulo rileva giustamente che le parole dell’incipit - « L’uomo la più nobil creatura, che uscita sia dalle mani dell’onnipotente [...] » - sono contenute in una delle Dissertazioni filosofiche, Sopra l’anima delle bestie, dove sono però inserite in corpo di testo e non seguono la frase latina citata. Il nostro testo potrebbe insomma costituire un primo ragionamento poi rielaborato nella Dissertazione, scritta in quegli stessi anni 1811- 1812, tanto prolifici di sperimentazioni.
Carla Pagliarulo segnala ancora un intero quaderno che sembra essere sfuggito agli occhi di quanti finora hanno compiuto ricerche leopardiane. È risaputo che il giovanissimo poeta raccoglieva i suoi scritti con ordine quasi maniacale in quaderni che dovevano assomigliare per quanto possibile a un libro, con frontespizio talvolta dotato di disegni geometrici o floreali a penna. Delle 24 carte fotografate che costituiscono il testo in questione, la prima reca il titolo: « Lo spettatore dello spettatore inglese. Quaderno I » . I fogli di carta da lettera sono piegati in due, sì da dar luogo a due carte ciascuno, per un totale di 45 fogli numerati da 3 a 47. Non si tratta però di un’opera completa: suscita infatti molti dubbi il fatto che la pagina tre si apra con l’indicazione « Num. 20 » e che le foto s’arrestino al « Num. 39 » , la cui incompletezza fa pensare all’esistenza di una continuazione.
Vi sono poi, tra i documenti visionati dalla studiosa, undici foto di altre carte mai pubblicate. Conoscendo la profonda preparazione religiosa dell’ « ateo » Leopardi, cui i costumi del tempo e la famiglia lo costrinsero, non stupiscono i numerosi interventi speculativi evocati da motivi cristiani, come ad esempio una riflessione sul versetto 26 del XXVII capitolo del Vangelo di Matteo.
Il ritrovamento, cui hanno concorso certamente tanto la fortuna quanto l’acume della giovane studiosa ormai esperta dei primi scritti leopardiani, ha senz’altro del clamoroso. Sorprende, per la verità, che tali documenti siano rimasti, e rimangano tuttora, segregati - e segretati - non si sa bene dove e per quale motivo ( benché, essendo stati fotografati, del tutto svaniti nel nulla non dovevano essere). L’augurio, e l’auspicio, è che essi possano presto vedere la luce ed essere valorizzati - magari proprio a cura di Carla Pagliarulo -, fornendo così un tassello in più alla conoscenza del mosaico della produzione letteraria di un gigante dell’era moderna.
* © Il Giornale del Popolo di Lugano e per l’Italia Avvenire
Già Leopardi traccia un parallelo tra i due verbi: chi non vede che l’esame dell’anima è analogo a quello del corpo?
MEDITARE, CIOÈ MEDICARE. L’ARTE DI CURARSI COL PENSIERO
Un convegno a Roma per riappropriarsi dell’antica pratica che è stata lasciata alla malinconia della psicoanalisi
di Carlo Ossola*
Tra le pagine più belle e profonde che il Leopardi abbia affidato al suo Zibaldone sono quelle ch’egli consacra alla etimologia e alla prossimità tra medeor ( « medicare » , « curare « ) e meditor, « meditare » : « Da medeor dunque, che poi passò a significare specialmente e unicamente il medicare [...], ma che da principio significò generalmente curo, curam gero, consulo; da medeor dico io che [...] fu fatto il verbo meditor. [...] Chi non vede che l’esercitare e il meditare una cosa è una continuazione del semplice averne o pigliarne cura? » ( 5 settembre 1823).
Queste osservazioni sono venute a concludere la bella giornata di studi che Benedetta Papasogli, con un eletto gruppo di studiosi francesi, belgi e italiani, ha dedicato venerdì sera in Roma, Università Lumssa, alle Meditazioni sacre, meditazioni profane. Lo stesso gruppo di studiosi aveva già allestito un ricco e affascinante volume monografico della « Rivista di Storia e Letteratura Religiosa » ( Firenze, Olschki, 2005) incentrato sulla Meditazione nella prima età moderna.
Medicare, meditare: prender cura, prendersi la cura di sé sino alla propria intima exercitatio. Il dialogo con noi stessi è la nostra prima cura: scriveva Guigo il Certosino, evocato dalla Papasogli: « La meditazione è l’investigazione accurata di una verità nascosta, con l’aiuto della ragione » ; esame clinico del corpo e scrutinio dell’anima partono dalle stesse procedure.
Riccardo di San Vittore è ancor più « medico » nel suo meditare: « La meditazione è il pensiero assiduo e riflessivo che cerca con prudenza di conoscere la causa, l’origine, la maniera d’essere e l’utilità di una cosa » . Questa medicina dell’anima che è la meditazione, è stata nei secoli talvolta congiunta e talvolta disgiunta dalla « contemplazione » .
Chi ha visto nella contemplazione il frutto di un amore che discende, in primis, dalla Grazia, ha spesso preferito non mescolarvi, neppure come propedeutica, l’attività del medico che prende cura di sé. Fénélon, ad esempio, nella sua Explication des maximes des saints - osserva ancora Benedetta Papasogli - detta « una asserzione severa: ’ Non si passa insensibilmente dalla meditazione - ove si esercitano atti metodici e discorsivi - alla contemplazione, i cui atti sono semplici e diretti, se non nella misura in cui si passi dall’amore interessato a quello disinteressato’ » .
Non basta conoscersi e curarsi attraverso la meditazione, se non si cede il passo all’irruzione dell’Amore. Ma anche, all’opposto: l’aver troppo allontanato meditazione e contemplazione ha finito per lasciare la prima quale territorio esclusivo dei « medici » della psiche, specie nel Novecento, da Freud a Lacan. La « medicazione » di sé è divenuto dialogo « deferito » ad altri, trasferito, senza guarigione, pieno di nostalgia dell’infanzia: infinita malinconia della psicoanalisi.
E per l’opposto il « puro amore » della contemplazione, esaltato dai mistici, ha acuito un territorio di eccezione, e di attesa, ove l’attività umana deve annichilirsi, auscultando il brusìo, a venire, dello Sposo dell’anima. In questo tempo che riduce ed eccita a fasci laser di discoteca le Illuminations del XVIII e XIX secolo, forse giova tornare all’antica, quotidiana, meditazione di tanti « orologi ascetici » : « La via spirituale altro non è che una catena di buoni esercizi, dal mattino alla sera, e dalla sera al mattino » (cardinale Bona, citato da Marco Maggi). Meditare è la continuità del somministrare a sé la miglior medicina: l’esercizio dell’anima.
* Avvenire, 14.09.2008.
Dopo il primo, pubblicato a febbraio, l’Ipcc ha varato il secondo capitolo del documento.
Lo studio si concentra sulle drammatiche conseguenze del riscaldamento globale
Clima, trovato l’accordo sul rapporto Onu
"A rischio 20-30% specie vegetali ed animali"
Tra le situazioni più a rischio, l’accesso all’acqua per milioni di persone e la tutela della biodiversità *
BRUXELLES - La scienza alla fine ha prevalso sulla politica, almeno per il momento. Dopo un temuto rinvio dovuto alle pressioni di Stati Uniti e Cina e Arabia Saudita, preoccupate per le conclusioni decisamente allarmanti, l’Ipcc, l’organismo delle Nazioni Unite che si occupa dei cambiamenti climatici, ha finalmente trovato l’accordo sul secondo capitolo del rapporto 2007. Dopo il primo capitolo sulla fisica dei cambiamenti, pubblicato nel febbraio scorso, quello attuale è il dossier che prende in esame le conseguenze pratiche dei mutamenti.
E sono conseguenze che fanno paura. Un innalzamento della temperatura media globale di 2-2,5 gradi rispetto al presente, si legge nel testo approvato, "potrà causare un forte aumento degli impatti" con spostamenti geografici di specie, perdite totali di biodiversità, riduzione della produttività agricola e delle risorse idriche in vaste aree. E questo determinerà un maggiore rischio di estinzione per circa 20-30% delle specie vegetali ed animali. In Australia e Nuova Zelanda le proiezioni climatiche stimano una forte perdita di biodiversità entro il 2020.
Gli impatti dei cambiamenti climatici, dicono gli esperti dell’Ipcc, "sono già in atto a livello globale e regionale e saranno più forti nel futuro". Inoltre, "molti sistemi naturali in tutto il pianeta sono stati già affetti da cambiamenti climatici regionali, in particolare da aumenti di temperature".
"Alla fine abbiamo un documento che spero attirerà l’attenzione in tutto il mondo", ha annunciato il presidente dell’Ipcc, Rajendra Pachauri. "Stiamo facendo le ultime correzioni della bozza - ha aggiunto - il lavoro non è facile ed è un documento complesso". Nella notte, tra mille tensioni, è stata fatta un’estenuante opera di limatura, correggendo alcuni aggettivi e alcune definizioni ("alto rischio" riferito al timore di perdita di biodiversità è divenuto ad esempio "crescente rischio"), ma la sostanza delle conclusioni messe insieme dallo staff di oltre duemila scienziati coordinato dall’Ipcc non è cambiata ed è la stessa anticipata dalla stampa nei giorni scorsi.
L’allarme per le conseguenze pratiche sulla vita umana e gli ecosistemi portate dal riscaldamento globale lanciato nel documento è pesantissimo. Stando alle previsioni basate su proiezioni scientifiche, già tra venti anni centinaia di milioni di persone rimarranno senza acqua a causa della siccità, mentre epidemie come la malaria si estenderanno anche in zone non tropicali. Nel 2050 l’Europa potrebbe perdere tutti i suoi ghiacciai e nel 2100 metà della vegetazione mondiale potrebbe essere estinta. Inoltre si ripeteranno ondate di calore anomalo in grado di uccidere migliaia di persone ed eventi climatici estremi come inondazioni e alluvioni.
Rispetto al precedente rapporto, pubblicato dall’Ipcc nel 2001, quello attuale è molto più allarmato e circostanziato e soprattutto affronta il riscaldamento globale non più come una vaga minaccia per un futuro lontano, ma come un fenomeno che sta già producendo i suoi effetti. "I cambiamenti climatici - spiega Neil Adger, uno dei leader della delegazione britannica nell’organismo Onu - non è qualcosa che riguarda il futuro, è già tra noi". Dopo l’estate l’Ipcc pubblicherà anche il terzo capitolo del suo rapporto 2007 nel quale vengono affrontati i possibili rimedi per contrastare il riscaldamento globale e mitigarne gli effetti.
* la Repubblica, 6 aprile 2007
Leopardi, se Dio si nasconde nella solitudine
di BIANCA GARAVELLI (Avvenire, 19.07.2008).
«In Dante il cristianesimo è la forma di una civiltà, in Manzoni la visione di un mondo guidato dalla Provvidenza. In Leopardi il mondo - tutto: la storia, la società, il progresso - è scomparso. Non rimane che l’uomo, ma la solitudine dell’uomo è come il segno di una presenza ». Così Divo Barsotti delinea il ritratto di Leopardi poeta religioso, anzi il più profondamente religioso fra i poeti italiani. Lo fa attraversando con grande attenzione tutta la sua opera, in cerca della sua evoluzione esistenziale. Perciò La religione di Giacomo Leopardi assume il duplice ruolo di analisi letteraria, condotta con acuti strumenti e sensibilità, e di riflessione teologica non solo su Leopardi, ma sul suo secolo di crisi, profetico del tempo attuale. Un libro limpido, elegante, senza manierismi formali. Non accademico, e perciò accessibile anche ai lettori meno preparati. Massimo Naro, a sua volta sacerdote e teologo, nella Prefazione evidenzia l’attualità dell’ampio testo del sacerdote scrittore - nato in provincia di Pisa nel 1914 e scomparso nel 2006 dopo una vita dedicata alla spiritualità - già uscito per Morcelliana nel 1975.
Secondo Barsotti, Leopardi è il meno provinciale dei poeti italiani, tanto emblematico da rappresentare la moderna crisi religiosa dell’intera Europa: nato nel cuore d’Italia, ha però coltivato l’eredità del mondo classico, e ha saputo fonderla con le nuove idee laiche e scientifiche che hanno dato vita alla Rivoluzione Francese. In questa sintesi sta la sua centralità: Leopardi ha un respiro ampio, parla il linguaggio dei grandi autori, Shelley, Byron, ma con maggiore autenticità, quella che sarà poi di Dostoevskij. Che, sempre ragionando in termini universali, sarà il solo scrittore a superare questa crisi, raggiungendo una nuova, autentica spiritualità cristiana. Se le grandi testimonianze italiane di fede nell’Ottocento sono soprattutto rivolte all’azione - e Barsotti cita per tutti Giovanni Bosco - un’autentica voce di spiritualità non dovrebbe escludere i grandi conflitti che hanno segnato la dura crisi religiosa ottocentesca. Leopardi è questo, è «l’uomo della crisi», perché non ha «trovato troppo presto Dio» come Manzoni, convertito alla fede dopo l’educazione in una famiglia erede del pensiero illuministico. Al contrario, il poeta di Recanati è partito dall’angustia di una famiglia bigotta che gli ha fatto sentire la religiosità come una costrizione: questo ha provocato in lui una grande sfiducia nel cristianesimo come strumento di crescita e rinnovamento. Tuttavia, paradossalmente, lo ha reso più religioso di Manzoni, perché il rifiuto del cristianesimo, il senso di vuoto e solitudine, hanno dato a Leopardi una straordinaria forza di protesta contro Dio, che non è quindi negazione ma una personale e intensa forma di preghiera.
Barsotti riconosce nella poesia la più alta verticalità della parola, non solo testimone ma anche creatrice del mondo, e quindi nel poeta la massima consapevolezza che la parola ha questa doppia direzione: verso Dio e verso la profondità di sé. In quanto poeta, Leopardi perfeziona l’ultima attitudine della parola umana: essere preghiera, discorso non rivolto soltanto agli uomini, ma anche e soprattutto a Dio. E proprio il suo senso di abbandono da parte di Dio lo rende, come l’umanità stessa, la più alta testimonianza, il più alto indizio di Dio. È questo il centro, la ’radice’ dell’opera di Leopardi. Il suo grido contro Dio è a volte bestemmia, ma non per questo meno preghiera. La sua rinuncia a Dio è dichiarazione dell’impossibilità di vivere senza Dio.
In questa visione di Leopardi Barsotti è vicino al pensiero teologico di Romano Guardini e anticipa in parte le riflessioni di Emanuele Severino: Leopardi è molto più di uno scrittore, quanto piuttosto un pensatore, il più importante per l’Occidente contemporaneo, a cui ha ancora moltissimo da dire. Tuttavia, Barsotti non condivide l’idea di un radicale nichilismo leopardiano, perché per lui il nulla a cui arriva il suo pensiero è come ’impronta vuota’ di Dio.
In più, come si diceva, c’è l’attenzione ai testi: quella di Barsotti è una vera e propria interpretazione della nascita e dell’evoluzione della scrittura di Leopardi, passando dalla ’religione senza Dio’ delle Operette morali alla ’religione del mistero’ dei Canti recanatesi, fino a leggere in profondità l’ispirazione biblica dei Canti stessi, specialmente dalla figura di Giobbe, e in particolare di quello che è al centro di tutta la poesia leopardiana, il Canto notturno di un pastore errante dell’Asia.
Divo Barsotti
LA RELIGIONE DI GIACOMO LEOPARDI
San Paolo. Pagine 286. Euro 17,00