L’Appia è meno faticosa a chi la prende comoda ...

DA ROMA A BRINDISI. CHE VIAGGIO!!! ’Parola’ di Orazio - a cura di Federico La Sala

"Chi bene incomincia è già a metà dell’opera; risolviti a diventare saggio: incomincia (dimidium facti, qui coepit, habet: sàpere aude, incipe)" (Orazio, Epistole, I, 2, v. 40)
mercoledì 30 dicembre 2009.
 

-  DA ROMA A BRINDISI.
-  IL VIAGGIO DI ORAZIO (Satire, I, V)
*

-  Uscito dalla grande Roma,
-  m’accolse ad Aricia una modesta locanda;
-  m’era compagno il retore Eliodoro,
-  senza confronti il piú dotto dei greci:
-  di lí a Foro d’Appio,
-  brulicante di barcaioli
-  e di osti malandrini.
-  Noi, sfaticati,
-  dividemmo in due questa tappa,
-  che per gente piú svelta è una sola;
-  ma l’Appia è meno faticosa
-  a chi la prende comoda.
-  Qui, per via dell’acqua, ch’era pestifera,
-  mi metto a dieta e attendo di cattivo umore
-  i compagni che cenano.

-  Già si preparava la notte
-  a stendere le ombre sulla terra
-  e a spargere di stelle il cielo,
-  quand’ecco i servi lanciare improperi ai barcaioli
-  e i barcaioli ai servi:
-  ’Attracca qui!’; ’Macché!
-  vuoi imbarcarne trecento?’; ’Basta, basta!’.
-  Fra riscuotere il nolo e legare la mula,
-  se ne va un’ora buona.
-  Zanzare malefiche e ranocchi palustri
-  ci tormentano il sonno;
-  un barcaiolo, fradicio di vino,
-  canta l’amica lontana e con lui
-  a gara un passeggero,
-  finché sfinito questo si mette a dormire
-  e il barcaiolo insonnolito,
-  mandata a pascolare la sua mula,
-  lega le redini a una roccia, poi supino prende a russare.

-  Era ormai quasi giorno, quando ci accorgiamo
-  che la barca non si muoveva:
-  allora salta su una testa calda
-  che con una verga di salice
-  spiana capo e lombi a mula e barcaiolo:
-  solo verso le dieci
-  finalmente sbarchiamo.
-  Con l’acqua di Feronia ci laviamo mani e faccia.

-  Dopo colazione, ci arrampichiamo per tre miglia
-  fin sotto alle pendici di Anxur,
-  arroccata su rupi che biancheggiano lontano.
-  Lí, con Cocceio,
-  doveva raggiungerci il mio buon Mecenate,
-  ambasciatori entrambi di affari importanti
-  e abituati ormai
-  a rabbonire gli amici in discordia.
-  Stavo, per la congiuntivite,
-  ungendomi gli occhi con il collirio nero,
-  quando giungono Mecenate,
-  Cocceio e insieme a loro
-  Fonteio Capitone,
-  uomo di grande cortesia
-  e amico di Antonio quant’altri mai.

-  Con sollievo lasciamo Fondi,
-  dov’è pretore Aufidio Lusco,
-  ridendo delle insegne
-  di quello scribacchino matto:
-  pretesta, laticlavio
-  ed il braciere acceso.
-  Affaticati pernottiamo a Formia,
-  la città di Mamurra:
-  Murena ci offre l’alloggio,
-  Capitone la cena.

-  L’alba seguente
-  sorge lietissima come non mai:
-  a Sinuessa ci vengono incontro
-  Plozio, Vario e Virgilio,
-  anime che piú candide
-  non nacquero su questa terra
-  e a cui nessun altro è piú legato di me.
-  Che abbracci furono i nostri e che gioia!
-  Finché avrò senno,
-  niente paragonerò a un amico diletto.
-  Una casetta vicina al ponte Campano
-  ci offrí ricovero e i provveditori,
-  com’è loro dovere, legna e sale.

-  Da qui i muli depongono in orario
-  i loro basti a Capua.
-  Mecenate va a giocare, io e Virgilio a dormire:
-  il gioco della palla
-  non è certo indicato
-  per chi soffre d’occhi o di stomaco.
-  Piú avanti ci accoglie, provvista di ogni cosa,
-  la villa di Cocceio,
-  subito sopra le osterie di Caudio.

-  Ora vorrei, Musa, che tu mi ricordassi
-  brevemente la rissa di Messio Cicirro
-  con quel buffone di Sarmento,
-  da quale padre siano nati e
-  come vennero a lite.
-  La gloriosa stirpe di Messio sono gli osci
-  e di Sarmento vive ancora la padrona:
-  discesi da tali antenati, vennero a contesa.
-  ’Io dico’, comincia Sarmento,
-  ’che tu assomigli a un cavallo selvaggio.’
-  Ridiamo, e Messio a sua volta: ’L’ammetto’,
-  e scuote la testa. ’Cosa faresti’, dice l’altro,
-  ’se non t’avessero reciso dalla fronte il corno,
-  visto che pur mutilato minacci?’
-  E per la verità una brutta cicatrice
-  gli deturpava in mezzo ai peli della fronte
-  la parte sinistra del viso.
-  Dopo avere a lungo scherzato
-  sul morbo campano e sulla sua faccia,
-  gli chiede di mimare
-  la danza pastorale del Ciclope:
-  non gli sarebbero serviti
-  maschera o coturni da attore tragico.
-  Gli insulti di Cicirro non si contano:
-  gli chiedeva se avesse già donato
-  in voto ai Lari la catena;
-  gli ricordava che, pur essendo scrivano,
-  su lui non era per nulla scemato
-  il diritto della padrona;
-  voleva sapere infine perché fosse fuggito,
-  dal momento che, gracile e mingherlino qual era,
-  gli doveva bastare una libbra di farro.
-  Cosí in piena allegria
-  portammo a termine la cena.

-  Di qui filiamo dritti a Benevento,
-  dove l’oste zelante per poco non si bruciò
-  girando sul fuoco i suoi magri tordi:
-  divampato l’incendio,
-  la fiamma guizzando per la vecchia cucina
-  minacciava di lambire il soffitto.
-  Avresti dovuto vedere
-  i clienti affamati e i servi impauriti
-  che cercavano di mettere in salvo i tordi
-  e tutti insieme di spegnere il fuoco.

-  A quel punto cominciano a mostrarsi
-  i monti a me ben noti dell’Apulia,
-  che sono bruciati dallo scirocco
-  e che mai noi avremmo valicati,
-  se non ci avesse ospitato un casale
-  vicino a Trevíco e tutto pieno di fumo
-  da farci lacrimare, perché il focolare
-  bruciava ramaglie umide e foglie.
-  Lí sono tanto sciocco da aspettare
-  sino a mezzanotte una ragazza bugiarda;
-  poi il sonno mi coglie assorto nelle voglie d’amore
-  e le visioni lascive di un sogno
-  mi fanno bagnare supino
-  la tunica da notte e il ventre.

-  E via di corsa in carrozza per ventiquattro miglia,
-  intendendo far tappa in una cittadina,
-  che non si può nominare nel verso,
-  ma che per certi aspetti
-  è facilissimo indicare:
-  qui l’acqua, la piú vile delle cose,
-  si compera; in compenso il pane
-  è senza confronti il migliore,
-  tanto che i viaggiatori accorti
-  hanno l’abitudine di farne provvista,
-  perché a Canosa,
-  località fondata un tempo dal forte Diomede,
-  oltre a mancar l’acqua, il pane è di pietra.
-  Qui Vario sconsolato
-  prende congedo dagli amici in lacrime.
-  Giungemmo quindi a Ruvo,
-  stanchi morti per esserci sorbiti
-  un tratto interminabile di strada,
-  reso in piú difficile dalla pioggia.

-  Il giorno appresso il tempo migliora, ma non la strada,
-  almeno sino alle mura della pescosa Bari.
-  Poi Egnazia, eretta contro il volere delle ninfe,
-  ci offrí motivo di risa e di scherni,
-  perché volevano qui farci credere
-  che l’incenso sulla soglia del tempio
-  si consumava senza fiamma.
-  Può pensarlo il giudeo Apella,
-  io no: gli dei, cosí ho sentito dire,
-  passano il loro tempo indifferenti
-  e, se qualche prodigio si verifica in natura,
-  non è certo l’ira divina
-  a precipitarcelo dall’alto dei cieli.

-  Brindisi pone fine al lungo viaggio
-  e fine alla mia satira.

*QUINTO ORAZIO FLACCO
-  SATIRE
-  TRADUZIONE DI MARIO RAMOUS


DA RICORDARE!:

ORAZIO E IL MOTTO DELL’ILLUMINISMO KANTIANO:

DA SAPERE:

DA BRINDISI-DURAZZO A COSTANTINOPOLI-BISANZIO- ISTANBUL:

-  La via Egnazia: ponti e muri tra Oriente e Occidente (di Fabrizio Polacco).


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