AMORE E RESPONSABILITA’
di Karol Wojtyla - Giovanni Paolo II *
I. La persona e la tendenza sessuale
Analisi della parola “godere”
1. La persona soggetto e oggetto dell’azione
2. Primo significato della parola “godere”
3. “Amare” contrapposto a “usare”
4. Secondo significato della parola “godere”
5. Critica dell’utilitarismo
6. Il comandamento dell’amore e la norma personalistica
Interpretazione della tendenza sessuale
7. Istinto o impulso?
8. La tendenza sessuale, proprietà dell’individuo
9. La tendenza sessuale e l’esistenza
10. Interpretazione religiosa
11. Interpretazione rigorista
12. La libido e il neo-malthusianismo
13. Considerazioni finali
II. La persona e l’amore
Analisi generale dell’amore
1. La parola “amore”
2. L’attrazione e la presa di coscienza dei valori
3. Due forme d’amore: la concupiscenza e la benevolenza
4. Il problema della reciprocità
5. Dalla simpatia all’amicizia
6. L’amore sponsale
Analisi psicologica dell’amore
7. La percezione e l’emozione
8. Analisi della sensualità
9. L’affettività e l’amore affettivo
10. Il problema dell’integrazione dell’amore
Analisi morale dell’amore
11. L’esperienza vissuta e la virtù
12. L’affermazione del valore della persona
13. L’appartenenza reciproca delle persone
14. La scelta e la responsabilità
15. L’impegno della libertà
16. Il problema dell’educazione dell’amore
III. La persona e la castità
Riabilitazione della castità
1. La castità e il risentimento
2. La concupiscenza carnale
3. Soggettivismo ed egoismo
4. La struttura del peccato
5. Il vero significato della castità
Metafisica del pudore
6. Il fenomeno del pudore sessuale e la sua interpretazione
7. La legge dell’assorbimento della vergogna da parte dell’amore
8. Il problema dell’impudicizia
Problemi della continenza
9. Il dominio di sé e l’oggettivazione
10. Tenerezza e sensualità
IV. Giustizia verso il Creatore
Il matrimonio
1. La monogamia e l’indissolubilità
2. Il valore dell’istituzione
3. Procreazione, paternità e maternità
4. La continenza periodica, metodo e interpretazione
La vocazione
5. Il concetto di giustizia verso il Creatore
6. 6 La verginità mistica e la verginità fisica
7. Il problema della vocazione
8. La paternità e la maternità
Appendice: La sessuologia e la morale.
Sommario complementare
1. Introduzione
2. Il sesso
3. La tendenza sessuale
4. Problemi del matrimonio e dei rapporti coniugali
5. Il problema della regolazione delle nascite
6. La psicoterapia sessuale e morale
*
Carlo Wojtyla,
AMORE E RESPONSABILITA’.
Morale sessuale e vita interpersonale,
Marietti,
Casale Monferrato-Torino 1968 (II edizione 1978)
Sul tema, nel sito, si cfr.:
EROS, AGAPE, CHARITAS: “IO” DALL’AMORE DI DUE “IO”!!!
CATTOLICESIMO, BERLUSCONISMO, CRISTIANESIMO: DIO E’ RICCHEZZA ("Deus caritas est": Benedetto XVI, 2008)!!!
QUESTA E’ LA LEGGE DEI NOSTRI PADRI E DELLE NOSTRE MADRI E LA CHIESA "CATTOLICA" E’ LA CUSTODE "UNIVERSALE" DELL’ORDINE SIMBOLICO DI "MAMMONA" E DI "MAMMASANTISSIMA" ....
QUESTO MATRIMONIO S’HA DA FARE, DOMANI, E SEMPRE!!!
L’ANNUNCIO A GIUSEPPE, NELLA TRADIZIONALE LETTURA DELLA CHIESA CATTOLICO-ROMANA, DI GIANFRANCO RAVASI
RIPARARE IL MONDO. LA CRISI EPOCALE DELLA CHIESA ’CATTOLICA’ E LA LEZIONE DI SIGMUND FREUD.
Il cardinale Scola: sull’amore serve una riforma della Chiesa
intervista a Angelo Scola
a cura di Aldo Cazzullo (Corriere della sera, 18 luglio 2010)
«Io sono la madre del bell’amore ...». Il cardinale Angelo Scola, patriarca di Venezia, sta rivedendo gli appunti del discorso del Redentore. Partendo dal passo delle Scritture sul «bell’amore», toccherà temi delicati come sessualità, pedofilia, verginità e celibato. Perché questa scelta? «Per la fatica di noi cristiani a comunicare che lo stile di vita affettiva e sessuale indicato dalla Chiesa è buono e conveniente per l’uomo di oggi. Invece pare quasi che questa proposta non solo sia iperdatata, impotente a favorire il desiderio umano di gioia piena, ma che sia addirittura contraria alla libertà e priva di realismo, incapace di tener conto di ciò che l’uomo ha imparato circa se stesso e circa il mondo delle emozioni, degli affetti, dei rapporti con l’altro, grazie a una lunga storia e alle recenti scoperte scientifiche. Ho sentito tutto questo come una provocazione a dire che gli uomini e le donne di oggi, magari senza volerlo, rischiano di smarrire qualcosa di profondo, perdono una grande chance di realizzazione, se mettono da parte la proposta cristiana circa la vita affettiva e sessuale».
Ma su cosa si fonda questa proposta?
«Mi pare che l’idea biblica del "bell’amore", che la tradizione cristiana ha approfondito, sia particolarmente adeguata proprio per la sua capacità di coniugare l’amore alla bellezza, di vederlo scaturire da essa e percepirlo come "diffusivo" di bellezza, capace di farla splendere sul volto degli altri. I Padri della Chiesa riferiscono il tema biblico del "bell’amore" non solo alla Madonna ma anche a Gesù. Tommaso parla della bellezza come dello "splendore della verità"; per Bonaventura colui che contempla Dio, cioè che lo ama, è reso tutto bello. Ma questa capacità spesso manca nell’esperienza sessuale degli uomini e delle donne di oggi. Viverne la bellezza significa strappare la sessualità al dualismo tra spirito e corpo; come se trattenessimo la sessualità nell’animalesco e poi a tratti avessimo spiritualissimi slanci d’intenzione di bell’amore. Pascal diceva che l’uomo è a metà strada tra l’animale e l’angelo, ma deve stare bene attento a non guardare solo all’uno o all’altro; ognuno di noi, inscindibilmente uno di anima e di corpo, ha da fare i conti con la dimensione sessuale del proprio io per tutta la vita, dalla nascita fino alla morte».
Patriarca, lei conosce l’obiezione mossa agli uomini di Chiesa: parlano di cose che non vivono, se non talora in modo deviato, e non li riguardano.
«Ho appena detto che "ogni uomo e ogni donna" devono fare i conti con la dimensione sessuale per tutta la vita! Certo, chi è chiamato alla verginità o al celibato li fa in un modo singolare ma, sia ben chiaro, senza mutilazioni psichiche e spirituali. Il fatto poi che dalla castità mantengono l’io personale unito, aprendo la strada ad un possesso più autentico. Il sacrificio non annulla il possesso, è la condizione che lo potenzia. I dottori della Chiesa parlavano in proposito di "gaudium" (godimento). Il puro piacere, che per sua natura finisce subito, chiede di essere inserito nel godimento, perché se resta chiuso in se stesso annulla lentamente il possesso, lo intristisce, lo deprime. Mi colpisce il fatto che quando dico queste cose ai giovani incontro più sorpresa che obiezione».
Godimento e sessualità sembrano concetti incompatibili con la dottrina cattolica.
«Non è così. Il messaggio biblico è stato il primo storicamente parlando a far vedere la differenza sessuale in un’ottica assolutamente positiva e creativa, come dono di Dio. Ma, come in tutte le cose umane, il positivo, il bene, il vero non sono mai a buon mercato. Però senza il bello, il buono, il vero, la vita si affloscia, non ha in se energia per condurre alla pienezza del reale. Nei Libro dei Proverbi, tra le cose troppo ardue a comprendersi, l’autore considera "la via dell’uomo in una giovane donna". La donna è la figura di colei che sta all’inizio: io esco da lei quando nasco. Allora quando l’uomo e la donna si incontrano fanno al tempo stesso l’esperienza di ricominciare quel che in qualche modo già conoscevano e di dar vita a una novità. Qui c’è l’inestirpabile radice della fecondità. L’amore oggettivo non è mai un rapporto a due. Lo impariamo dalla Trinità».
Ma cosa c’entra questo con la riforma della Chiesa?
«C’entra e come! Fondamentale per la riforma della Chiesa è ritrovare testimoni credibili del bell’amore, che Cristo, con una schiera innumerevole di santi nella stragrande maggioranza anonimi, ha introdotto nella storia. Penso a tante generazioni vissute nella logica del bell’amore. Penso ai miei genitori, agli occhi con cui mio papà a novant’anni guardava mia mamma pure novantenne, moribonda, stremata da un cancro violento al rene. Penso alle coppie di anziani che quasi ogni domenica, alla fine della messa, vengono a dirmi: "Questa settimana sono cinquanta", oppure "questa settimana sono sessant’anni di matrimonio". Quale amore avrebbe custodito l’io meglio di questo legame indissolubile? Oggettivamente non c’è paragone tra la densità di un’esperienza così definitiva e il susseguirsi indefinito di una sequenza di relazioni precarie. Alla fine, sia la necessità di amare definitivamente, sia la fragilità sessuale sono segnate dal terrore della morte. Per amare veramente devo essere amato definitivamente, cioè oltre la morte; ed è quello che Gesù è venuto a fare. Se c’è un delitto che noi cristiani commettiamo è non far vedere il dono stupendo di Gesù: dare la vita per farci capire la bellezza dell’amore oggettivo ed effettivo. Esso ha sempre un carattere nuziale, inscindibile intreccio di differenza, dono di sé e fecondità. L’altro non è fuori dal mio io, l’altro mi attraversa tutti i giorni; lo stesso mio concepimento è legato a questo attraversarmi. Perciò umanizzare la sessualità attraverso la castità è una risorsa capitale per vincere la scommessa del postmoderno, per l’uomo del terzo millennio che voglia salvare la via del bell’amore, la quale ci fa godere davvero la vita». il messaggio cristiano sia portato in vasi di argilla, e quindi che uomini di Chiesa possano cadere in contraddizioni tragiche e gravissime a livello affettivo e sessuale, non inficia di per sé la proposta come tale. Ovviamente non lo dico per coprire scandali».
Come uscire dallo scandalo della pedofilia?
«Il Santo Padre, a partire dalla "Lettera ai cattolici di Irlanda", ha saputo affrontare la situazione in modo chiaro e deciso: una condanna senza mezzi termini della gravità estrema di questo peccato e di questo reato. Le parole chiave - misericordia, giustizia in leale collaborazione con le autorità civili, ed espiazione- consentono di affrontare ogni singolo caso. Il Papa non sottovaluta la corresponsabilità che ne viene ad ogni membro dell’unico corpo ecclesiale e, in particolare, del collegio episcopale. È uno scandalo che tocca l’intera Chiesa, chiamata ad una profonda penitenza e ad una riforma che non potrà non riguardare tutti i livelli della sua missione. Una cosa però mi ha colpito in questa vicenda: quelli che dovrebbero parlare, per aiutarci a capire la radice di questo male e tentare di espungerlo, stanno zitti». A chi pensa? «Agli psicologi, agli educatori, ai pedagogisti, agli uomini chiamati ad approfondire questi lati oscuri dell’io. La stampa ha denunciato il fenomeno con enfasi comprensibile, entro certi termini anche giustificabile, ma indiscutibilmente eccessiva».
Lei parla della necessità di riforma della Chiesa.
«Come il Santo Padre ci ha indicato, i casi terribili di pedofilia e le provate responsabilità di ingenua copertura o negligenza da parte delle autorità richiamano con forza alla Chiesa la sua condizione di realtà sempre in riforma. Benedetto XVI esige penitenza, andare alle radici della misericordia, cioè all’incontro personale con il Tu di Cristo, e ricorda che i nemici più pericolosi della Chiesa vengono dall’interno e non dall’esterno».
Ma in cosa dovrebbe consistere la riforma?
«Nello specifico, riscoprire il nesso tra il bell’amore e la sessualità. Mostrare che la soddisfazione piena del desiderio è ritrovare il vero volto dell’altro, soprattutto nel rapporto uomo-donna. E imparare di nuovo come la sfera della sessualità esiga di essere integrata nell’io attraverso una grande virtù purtroppo in disuso: la castità. Per riscoprirla occorre il coraggio di parlare del modo in cui noi viviamo oggi la sfera sessuale». A quale modo si riferisce? «Cito l’esempio più sofisticato. I più recenti studi della neuroscienza, come quelli di Helen Fisher, riconducono tutte le dimensioni dell’amore, compreso "l’amore romantico", a pure modificazioni neuronali del nostro cervello. Fine della libertà e della creatività anche in questo ambito? È vero che noi abbiamo bisogno di mangiare e bere, come gli animali; ma non mangiamo e beviamo come animali, anzi la cucina è diventata un’arte, un aspetto della civiltà; e questo vale a maggior ragione per la dimensione sessuale. Una pretesa riduzionistica come quella della Fisher è una variante della tentazione di concepire l’uomo come puro esperimento di se stesso. Così si crea una mentalità, un clima in cui il desiderio, l’energia della libertà che incontra la realtà, diventa privo di senso, e la dimensione sessuale assume una fisionomia quasi animalesca. Ma questo un uomo e una donna, quando sono in sé, non possono accettarlo».
Castità e sessualità sono sentite come antitesi.
«La castità tiene in ordine l’io. Eliminarla significa ridurre l’amore a mera abilità sessuale, veicolata da una sottocultura delle relazioni umane che si fonda su un grave equivoco e cioè sull’idea che nell’uomo esista un "istinto sessuale" come avviene negli animali. Non è vero, lo dimostra certa psicanalisi: anche nel nostro inconscio più profondo niente si gioca senza un coinvolgimento dell’io. Il sacrificio ed il distacco richiesti
Cristianesimo
Due studiosi illustrano le idee di Giovanni Paolo II attraverso gli scritti e le poesie
Wojtyla, la rivoluzione del corpo
Nudità, tenerezza, eros: un pensiero che rivaluta la sfera sessuale
Nel paradiso terrestre «Adamo ed Eva senza vestiti non provavano vergogna perché i loro occhi erano puri»
di Luigi Accattoli (Corriere della Sera, 31.03.2010).
Finalmente un libro che racconta in dettaglio la rivalutazione della corporeità operata da papa Wojtyla: Chiamati all’ amore. La teologia del corpo di Giovanni Paolo II, di Carl Anderson e José Granados (Piemme editore, pagine 278, 17), docenti dell’ Istituto per studi su matrimonio e famiglia dell’ Università Lateranense. Nella premessa il preside dell’ Istituto Livio Melina indica la wojtyliana teologia del corpo come «uno dei doni più grandi» di quel Papa. Quella teologia - secondo Melina - «ha permesso di riscoprire la ricchezza dell’ antropologia biblica e della grande tradizione cristiana, superando visioni anguste e marginali».
Un’ attrattiva del volume è il ricorso alle poesie e ai drammi di Karol Wojtyla per aiutare il lettore a intendere i contenuti del suo magistero. Ecco i due autori alle prese con le affermazioni di papa Wojtyla sulla «nudità originaria» di Adamo ed Eva che secondo Genesi 2, 25 «erano nudi ma non ne provavano vergogna». Ci informano che per Giovanni Paolo II «quell’ assenza di vergogna non proveniva da una carenza di sviluppo psicologico» ma dipendeva «dal fatto di avere gli occhi puri», in grado di «percepire l’ immagine di Dio contenuta nel corpo umano» e dunque di «scoprire che uomo e donna, nel loro essere maschile e femminile, erano stati dati l’ uno all’ altro e nel loro reciproco donarsi completavano il viaggio fino alla fonte stessa del dono», cioè fino a Dio.
Materia ardua, come si vede. Il paragrafo è intitolato «L’ immagine di Dio nel corpo». Altri titoli provocanti: «L’ amore rivelato nel corpo», «Dio ci affida il corpo come un compito», «La bellezza dell’ amore: lo splendore del corpo». Gli autori si rendono conto che la strada è in salita. Fanno riferimento agli antichi Padri che parlavano della «carne dell’ uomo» che «Dio ha creato a sua immagine con le proprie mani» (Tertulliano), polemizzano con l’ assenza di vergogna dei «nudisti» e infine ricorrono al poemetto Trittico romano, pubblicato da papa Wojtyla nel 2003: «Per grazia di Dio ricevettero una virtù. / Presero dentro di sé - nella dimensione umana - / questo reciproco donarsi che è in Lui. / Tutti e due ignudi... / non provavano vergogna, finché permaneva questo dono. / La vergogna sopraggiungerà col peccato, / però adesso perdura l’ esaltazione. / Vivono coscienti del dono, / anche se non sanno esprimere tutto ciò. / Ma vivono di questo. Sono puri».
Gli autori sono convinti che il riscatto del corpo abbozzato da Giovanni Paolo II potrebbe rivelarsi decisivo per le sorti del cristianesimo nel tempo che viene. Egli ci ha trasmesso quell’ idea rileggendo la Genesi ma anche baciando le ragazze in fronte, lodando l’ audacia di rappresentare la «nudità dei progenitori» che ebbe Michelangelo, ammirando la «gioia di vivere» dei giovani.
Dietro a queste audacie c’ è la storia dei suoi rapporti durati oltre trent’ anni - da prete novello a cardinale - con le giovani coppie e le loro vicende d’ amore: «Da giovane sacerdote imparai ad amare l’ amore umano» scrive nel libro intervista con Vittorio Messori Varcare la soglia della speranza (Mondadori, 1993). Da Papa, Giovanni Paolo II parla addirittura di teologia del sesso: «La teologia del corpo (...) diventa, in certo modo, anche teologia del sesso, o piuttosto teologia della mascolinità e della femminilità» (14 novembre 1979). Una tale teologia ha il compito di «comprendere la ragione e le conseguenze della decisione del Creatore che l’ essere umano esista solo e sempre come femmina e come maschio» (Mulieris dignitatem).
Del significato teologico del corpo Giovanni Paolo II non parla una volta o due, ma per un lungo ciclo di «catechesi del mercoledì»: dall’ ottobre del 1979 all’ ottobre del 1984. A quella riflessione sulla corporeità fanno riferimento molti documenti del pontificato: l’ esortazione apostolica Familiaris consortio (1981), la Lettera ai giovani (1985), la lettera apostolica Mulieris dignitatem (1988), la Lettera alle famiglie (1994), la Lettera alle donne (1995). Teologia del corpo - nel dibattito cristiano contemporaneo - è espressione che allude a una valutazione positiva della sessualità e all’ apprezzamento della tenerezza nel rapporto di coppia. Ecco l’ affermazione più impegnativa dei due autori, interessati a «recuperare», sull’ esempio di Giovanni Paolo II, «il legame tra l’ amore e il cristianesimo», compreso l’ amore carnale e l’ eros: «Proprio perché la nostra fede consiste nella rivelazione dell’ amore, la fortuna dell’ amore è legata alla fortuna del cristianesimo».
www.luigiaccattoli.it
P.S. - Una nota
La Terra sotto i piedi - letteralmente e sempre più - cede, e ‘noi’ continuiamo imperterriti a far finta di nulla: al polo artico come al polo antartico, i ghiacciai si sciolgono a ritmo vertiginoso e ‘noi’ continuiamo a ripetere vecchi ritornelli del ‘bel tempo che fu’: “lo spirito è, questa assoluta sostanza la quale, nella perfetta libertà e indipendenza della propria opposizione, ossia di autocoscienze diverse per sé essenti, costituisce l’unità loro: Io che è Noi, e Noi che è Io” (Hegel, Fenomenologia dello Spirito). Leopardi aveva perfettamente ragione a sottolineare e a contestare: E gli uomini vollero le tenebre, piuttosto che la luce..!!! Chiuse le porte e le finestre, non ‘vogliamo’ sapere nulla e ‘continuiamo’ a cantare in coro ... e a prepararci alla guerra: Dio è amore!!! Ma cosa c’è di diverso nella “caritas” di Ratzinger-Benedetto XVI dallo spirito di Hegel: “L’amore è divino perché viene da Dio e ci unisce a Dio e, mediante questo processo unificante, ci trasforma in un Noi che supera le nostre divisioni e ci fa diventare una cosa sola, fino a che, alla fine, Dio sia tutto in tutti”(pf. 18)?! La Chiesa di Ratzinger come lo Stato di Hegel: “La Chiesa è la famiglia di Dio nel mondo” (pf. 25)?! Ma, dopo Auschwitz, non è meglio porsi qualche domanda?! Non sentiamo ancora nelle nostre orecchie l’urlo del “Dio lo vuole!”, “Dio è con Noi!”??! Di quale Chiesa’, di quale famiglia, di quale Dio, e di quale mondo si tratta? Di quale famiglia ?! Ma dov’ è nostra ‘madre’ e dov’è nostro ‘padre’ e dove sono i nostri ‘fratelli’ e le nostre ‘sorelle’?! Maria e Giuseppe, talvolta, si chiedevano: dov’è Gesù?! Ma’noi’, ‘noi’ che pensiamo di essere tutti e tutte figli e figlie di Maria e fratelli e sorelle di Gesù, quando ce lo chiederemo: dov’è Giuseppe, lo sposo di nostra madre e nostro padre?! E, ancora, da padri e madri, quando ci sveglieremo e ci chiederemo dove sono i nostri figli e dove sono le nostre figlie?! ... Chi?, che cosa?! Stai zitto e prega!!! Deus caritas est : questo è il ‘logo’ del ‘nostro’ tempo!!! Dormi! Continua a dormire ... fuori del tutto non c’è nulla!!! (06.03.2006) Federico La Sala
P. S.
AMORE E RESPONSABILITA’. UNA NOTA A MARGINE DI UN MATRIMONIO.
In una piccola chiesa cattolica di un piccolo comune, ai margini di Milano, in Italia, ieri, 11.03.2006, alle ore 11, è avvenuta la celebrazione del matrimonio di una coppia di giovani sposi - assolutamente inedito e straordinario! La sposa è già ‘in attesa’ - quasi all’ottavo mese di gravidanza; e gli sposi sanno già di che sesso è il nascituro e gli hanno dato già il nome. Il prete, che sa tutto (come i genitori dello sposo e della sposa), officia il rito con grande serenità e saggezza - in spirito di verità e amore. Parla agli sposi in modo chiaro e limpido - sul piano religioso e, alla fine, anche sul piano civile (del diritto di famiglia e della Costituzione Italiana). Il figlio che entrambi aspettano - dice agli sposi e a tutti i presenti - svela loro il segreto della Trinità: nel mettere al mondo un nuovo essere umano, essi comprendono che Chi li ha fatti incontrare è stato Dio, che il nome del “Padre Nostro”, di Dio è “Amore”, e che essi - tutti e due, padre e madre, sono “figli del figlio” (come Maria e Giuseppe di Gesù ... essi stessi del loro stesso figlio, e dice anche il nome del piccolo - già deciso dai genitori - che a breve nascerà). Essi, gli sposi (secondo il nuovo rito) sono i “sacerdoti” del loro stesso matrimonio e li invita a scambiarsi gli anelli - lo sposo: “io accolgo te”, la sposa: “io accolgo te”..... In alto, dietro l’altare, la luce del sole illumina la vetrata ... e la colomba dello Spirito Santo, del “Padre nostro”! Si esce, il vento soffia ... che porti un pò di questo spirito di questa piccola nuova chiesa e del suo modesto e saggissimo sacerdote (nella predica ha parlato dei suoi genitori - del loro grande amore, della loro differenza di età, dei suoi cinque fratelli, ecc.) nella Basilica di S. Pietro!!! Che tutti e tutte - figli e figlie, padri e madri, .... laici e religiosi, ricordino e riprendano la lezione di Matteo (Mt., 23. 9): non chiamate nessuno “Padre” sulla Terra. Chi lo sa?! Da Milano, di nuovo, forse, per l’Italia e la Chiesa, il cristianesimo e la democrazia, l’indicazione di un nuovo cammino - non all’indietro, ma in avanti, al di là di Costantino e del IV secolo! (12.03.2006)
Federico La Sala
anticipazione
L’accusa è di quelle che pesano e attribuisce alla Chiesa un pensiero «antimoderno» sulla sessualità. Due studiose, una laica e l’altra credente, smontano il luogo comune
Riconciliare eros e libertà
Non si tratta di emancipazione o di oscurantismo. Il clima oggi è più favorevole a un confronto tra etica laica e religiosa che veda nell’atto sessuale un nuovo incontro fra anima e corpo
DI MARGHERITA PELAJA E LUCETTA SCARAFFIA (Avvenire, 17.09.2008) *
Quasi tutte le culture hanno fatto ricorso alla religione per governare la sessualità e conferirle un senso simbolico. La sessualità si presenta agli esseri umani come contraddittoria: da un lato potente origine della vita, dall’altro forza oscura che si impadronisce dell’uomo, gli fa perdere la padronanza di sé, e quindi deve essere domata. L’impeto della passione infatti può minacciare la debole coerenza dell’io: le religioni forniscono i mezzi più efficaci per salvaguardare la sua integrità e controllare la violenza degli istinti. Le più antiche attitudini umane nei confronti della sessualità sono state la divinizzazione e la sacralizzazione, entrambe espressioni della percezione dell’amplesso come di una esperienza superiore, divina, per l’energia del desiderio e l’estasi del piacere, per la partecipazione al potere fecondatore.
Il monoteismo, stabilendo la trascendenza del sacro, implica la desacralizzazione delle potenze vitali e sessuali. Il cristianesimo si differenzia tuttavia dagli altri monoteismi a causa dell’Incarnazione, e inaugura così un nuovo modo di dare senso spirituale, all’atto sessuale. Dio che si è fatto carne, i corpi che resuscitano, i corpi visti come tempio dello Spirito Santo conducono infatti a una complessità nuova del rapporto con la carne, che diventa essa stessa parte e strumento del cammino spirituale che ogni cristiano deve compiere. Per la cultura cristiana, il desiderio dell’altro fa parte della dimensione corporea, ed è quindi positivo, perché in essa si rispecchia la volontà di Dio. Il comportamento sessuale diventa allora un altro percorso dell’evoluzione spirituale, sia nella via ascetica, sia in quella matrimoniale: e in tale percorso si intrecciano naturalmente carne e spirito, sentimenti ed eros.
Ma la posizione attuale della Chiesa nei confronti della sessualità è veramente oppressiva e «antimoderna»? Abbiamo voluto consapevolmente sfuggire all’atteggiamento che Odo Marquard individua come specifico dell’epoca moderna, cioè la trasformazione della storia in un tribunale al quale «l’uomo sfugge solo identificandosi con esso». Abbiamo preferito non diventare un tribunale, né due tribunali in confronto fra loro, ma invece ricostruire il processo storico che ha portato fino alla situazione attuale sia la Chiesa sia i suoi critici. Nel ricorso alla storia che giudica infatti, abbiamo colto quello che si può considerare un luogo comune tipico della modernità: quello che fa sì che colui che accusa «assumendo monopolio dell’accusa biasima, quanto al male nel mondo, gli altri uomini in quanto riluttanti all’emancipazio- ne, in quanto cattivi uomini creatori, e li condanna immediatamente a diventare passato».
La concezione rivoluzionaria dell’atto sessuale proposta dal cristianesimo delle origini e poi approfondita e articolata dalla Chiesa è stata considerata negli ultimi secoli obsoleta e dannosa: le scienze moderne - medici, antropologi, poi sessuologi - hanno elaborato una categoria astratta, quella di sessualità,da studiare come fenomeno a parte, e da disciplinare secondo criteri generali, che si sarebbero voluti scientifici ma che spesso sono diventati ideologici. A tali criteri si sarebbe dovuto conformare il comportamento dei singoli, magari con il sostegno e il consiglio degli «esperti».
Per lunghissimi secoli, la visione cattolica ha inserito invece il comportamento sessuale all’interno del cammino personale di purificazione e di santificazione che è compito di ogni cristiano, in quel fragile equilibrio tra corpo e anima che è costitutivo di una tradizione religiosa fondata sull’Incarnazione; ma anche all’interno di un sistema morale globale, costruito sugli enunciati generali del peccato e della sua condanna, e sulla distinzione del lecito dall’illecito. Almeno fino alla metà del Novecento queste due impostazioni non potevano comunicare fra di loro, perché erano per molti aspetti incommensurabili.
Sarà solo quando la Chiesa - a partire dall’Humanae vitae, per proseguire più decisamente con la nuova proposta teorica di Wojtyla - comincia ad affrontare in termini astratti il problema del comportamento sessuale, che lo scontro si trasferirà su un terreno comune. Solo allora cioè diventerà chiaro che non si tratta semplicemente di una dialettica fra libertà e oppressione, tra emancipazione e oscurantismo, ma del conflitto fra due diverse concezioni di sessualità: l’una, quella laica, che colloca anche l’atto sessuale nella sfera della libertà individuale, l’altra, quella cattolica, che lo giudica e lo definisce come momento importante del percorso spirituale di ogni credente, un incontro fra anima e corpo che non si può sottrarre al rispetto delle regole religiose. L’una basata su un’analisi scientifica della sessualità e sull’autonomia del soggetto intesa come valore dominante, l’altra fondata sulla costituzione dell’individuo come soggetto morale in un sistema di norme definite. Per dirlo con le parole di Foucault, «il compito di mettersi alla prova, di analizzarsi, di controllarsi di una serie di esercizi ben definiti pone la questione della verità - di ciò che si è, di ciò che si fa e di ciò che si è capaci di fare - nel cuore della costituzione del soggetto morale».
Oggi - paradossalmente, vista l’asprezza del dibattito politico-ideologico - è possibile forse un approccio meno conflittuale al problema, almeno dal punto di vista teorico. La differenza fra le due concezioni non costituisce più un momento bruciante di scontro nelle società occidentali, come è stato almeno fino alla metà del Novecento: nei paesi «avanzati » sembra aver prevalso, nella mentalità comune, la proposta laica, ma questa nello stesso tempo è stata sottoposta a critiche da diversi punti di vista - quello femminile, ma anche quello di intellettuali laici come Marcel Gauchet - senza che ciò abbia comportato l’adesione alla visione cattolica, come sarebbe accaduto quando i due schieramenti si fronteggiavano polarizzati. Mentre sono caduti alcuni orpelli ideologici, e soprattutto l’illusione che la libertà sessuale costituisca di per sé una condizione fondamentale per la felicità individuale, altre categorie hanno subito slittamenti di collocazione e di significato: la natura, ad esempio, invocata dai teorici della rivoluzione sessuale come garante di una sessualità finalmente libera da condizionamenti sociali e religiosi, è diventata richiamo severo della Chiesa e un ordine immutabile nella procreazione; la sfera privata, difesa dai modernizzatori laici come ambito intoccabile di scelta individuale, appare prosciugata di senso e di valori, e sembra respingere soprattutto le donne in antiche solitudini, nel rapporto con il proprio corpo e con il proprio desiderio, nella scelta di maternità. È tempo, forse, che il comportamento sessuale torni a essere problema collettivo.
*
IL LIBRO
Oltre il cattivo stereotipo della sessuofobia cattolica
Il luogo comune è solido: per il cattolicesimo il piacere è colpa, il sesso peccato. Da praticare con parsimonia e disagio esclusivamente nel matrimonio e principalmente per procreare. Alcuni enunciati si ripetono nel corso del tempo nella predicazione cattolica fino a rendere possibile una sintesi così brutale. Ma sensibilità più libere, analisi circostanziate dei testi e delle politiche possono di volta in volta articolare, smentire, fino a sgretolare il potenziale conoscitivo di un assunto così generico. È quel che intende mostrare il libro «Due in una carne. Chiesa e sessualità nella storia» scritto da due studiose - una laica e l’altra cattolica, Margherita Pelaja e Lucetta Scaraffia - che esce oggi da Laterza (pagine 322, euro 18) e dal quale anticipiamo un brano.
La loro indagine rivela come il tentativo di unire lo spirito alla carne, e quindi valorizzare spiritualmente la sessualità, segni potentemente periodi e figure della storia della Chiesa - basti pensare al «Cantico dei Cantici» - mentre una politica della sessualità che alterna repressione e clemenza scorre parallela e agisce da efficace sistema di governo delle anime dei fedeli. La soluzione è sofisticata e funziona per secoli, finché non viene erosa dal primato della scienza che sembra dominare la modernità.
P. S.
AMORE E RESPONSABILITA’, AL DI LA’ DELL’ “EDIPO”.
La ‘lezione’ di un matrimonio.
di Federico La Sala
In una piccola chiesa cattolica di un piccolo comune, ai margini di Milano, in Italia, ieri, 11.03.2006, alle ore 11, è avvenuta la celebrazione del matrimonio di una coppia di giovani sposi - assolutamente inedito e straordinario! La sposa è già ‘in attesa’ - quasi all’ottavo mese di gravidanza; e gli sposi sanno già di che sesso è il nascituro e gli hanno dato già il nome. Il prete, che sa tutto (come i genitori dello sposo e della sposa), officia il rito con grande serenità e saggezza - in spirito di verità e amore. Parla agli sposi in modo chiaro e limpido - sul piano religioso e, alla fine, anche sul piano civile (del diritto di famiglia e della Costituzione Italiana). Il figlio che entrambi aspettano - dice agli sposi e a tutti i presenti - svela loro il segreto della Trinità: nel mettere al mondo un nuovo essere umano, essi comprendono che Chi li ha fatti incontrare è stato Dio, che il nome del “Padre Nostro”, di Dio, è “Amore”, e che essi - tutti e due, padre e madre, sono “figli del figlio” (come Maria e Giuseppe di Gesù ... essi stessi del loro stesso figlio, e dice anche il nome del piccolo - già deciso dai genitori - che a breve nascerà). Essi, gli sposi (secondo il nuovo rito) sono i “sacerdoti” del loro stesso matrimonio e li invita a scambiarsi gli anelli - lo sposo: “io accolgo te”, la sposa: “io accolgo te”..... In alto, dietro l’altare, la luce del sole illumina la vetrata ... e la colomba dello Spirito Santo, del “Padre nostro”! Si esce, il vento soffia ... che porti un pò di questo spirito di questa piccola nuova chiesa e del suo modesto e saggissimo sacerdote (nella predica ha parlato dei suoi genitori - del loro grande amore, della loro differenza di età, dei suoi cinque fratelli, ecc.) nella Basilica di S. Pietro!!! Che tutti e tutte - figli e figlie, padri e madri, .... laici e religiosi, ricordino e riprendano la lezione di Matteo (Mt., 23. 9): non chiamate nessuno “Padre” sulla Terra. Chi lo sa?! Da Milano, di nuovo, forse, per l’Italia e la Chiesa, il cristianesimo e la democrazia, l’indicazione di un nuovo cammino - non all’indietro, ma in avanti, al di là di Costantino e del IV secolo! (12.03.2006)
Federico La Sala
Ebrei e cristiani, una disputa (e un mistero) in famiglia
di Vittorio Messori (Corriere della Sera, 19 gennaio 2010)
In questi giorni, torrenti di parole per la visita di Benedetto XVI alla Sinagoga romana, eretta là dove sorgeva il ghetto e orientata in modo da fronteggiare, quasi a sfida, la basilica, la più grande del mondo, che copre il sepolcro di un tal Simone. Un pio giudeo, costui, un oscuro pescatore sul lago di Tiberiade, rinominato Kefas, Pietro, da un certo Gesù, colui che, storicamente, altro non è se non un predicatore ambulante ebraico dell’epoca del Secondo Tempio, uno dei tanti che si dissero il Messia atteso da Israele.
Il solito esaltato, all’apparenza (e tale apparve a un burocrate di Benevento, della famiglia dei Ponzi, chiamato controvoglia a giudicarlo), un visionario. Punita con la più vergognosa delle morti, quella riservata agli schiavi. Un illuso di cui si sarebbe perso il ricordo se i suoi discepoli- tutti circoncisi e fedeli alla Torah- non avessero cominciato a proclamare, con una testardaggine intrepida, che quel rabbì finito in malo modo era risorto ed era davvero l’Unto annunciato dai profeti.
Quel gruppetto di ebrei riuscì a convincere altri ebrei, prima a Gerusalemme e poi nelle sinagoghe dell’emigrazione, dove si recarono ad annunciare che l’attesa millenaria di Israele aveva avuto compimento. La messe maggiore tra i correligionari la fece un credente entusiasta, un altro figlio di Abramo, un Saulo detto Paolo che, perché le cose fossero chiare, precisava subito ai correligionari di essere «circonciso l’ottavo giorno, della stirpe di Israele, della tribù di Beniamino, ebreo, figlio di ebrei». Anch’egli, come Pietro, finì ucciso dai pagani a Roma e anche sul suo sepolcro fu costruita una gigantesca basilica. Se da tutta l’Europa, per tutto il Medio Evo, folle di pellegrini convennero salmodianti e penitenti sul Tevere, è proprio per venerare la sepoltura di quelle due «colonne della fede»: entrambe, costituite da giudei sino al midollo.
A lungo, i pagani non si preoccuparono di distinguere, dividendo sbrigativamente gli ebrei in due gruppi, quelli che alla loro fede aggiungevano questo esotico Cristo e quelli che lo rifiutavano: noiose dispute, querelles teologiche viste tante volte all’interno di ogni religione.
Benedetto XVI, leggo in una cronaca, aveva con sé una piccola Bibbia che ha posato sul sedile dell’auto, scendendo davanti alla sinagoga. Ebbene, tra i 73 libri che compongono quel Testo su cui si fonda la fede della Chiesa solo Luca e, forse, Marco non sono figli di Israele. Tanto che si preferisce oggi sostituire l’indicazione di «Antico» e «Nuovo» Testamento con quella di «Primo» e «Secondo» Testamento, per sottolineare la continuità e l’omogeneità del messaggio. Perché ricordiamo tutto questo, e molto altro ancora che potremmo allegare? Ma perché numerosi commentatori, anche in questi giorni, sembrano dimenticare che, qui, vi è una storia in famiglia e, al contempo, un mistero religioso.
È una storia di fede, e di fede soltanto: il «laico» può soltanto intravederne, e spesso in modo fuorviante, i contorni esterni. È un confronto tra figli di Abramo, sia per nascita che per adozione. E anche questo aspetto familiare ne spiega le asprezze, non unicamente da una parte: gli Atti degli Apostoli e le lettere di Paolo mostrano quanto dura sia stata la reazione del giudaismo ufficiale nei confronti degli «eretici». Ma chi ignora che i contrasti più aspri sono proprio quelli tra parenti stretti, che le guerre più temibili sono quelle civili? Fratelli, coltelli. Il cristianesimo è da duemila anni la fede in un Messia di Israele annunciato e atteso nei duemila anni precedenti da quello stesso Israele che poi in parte- ma solo in parte- non lo ha riconosciuto.
Per l’ennesima volta, molte delle analisi e opinioni di questi giorni non sembrano consapevoli che qui siamo al di là delle categorie della storia, della politica, della cultura. I rapporti interni al giudeo-cristianesimo non sono un «problema» affrontabile con le consuete categorie: sono, lo dicevamo, un Mistero. Parola di Saulo-Paolo, e proprio ai Romani: «Non voglio, infatti, che ignoriate questo Mistero, perché non siate presuntuosi: l’indurimento di una parte d’Israele è in atto fino a quando saranno entrate tutte le genti. Allora, tutto Israele sarà salvato, come sta scritto». In ogni caso, anche gli «induriti», sono «amati a causa dei padri, perché i doni e la chiamata di Dio sono irrevocabili».
Del tutto insufficienti, qui, le sapienze di politologi e intellettuali che non siano consapevoli che il confronto tra ebrei e cristiani appartiene non alla storia, ma alla teologia della storia. Solvitur in Excelsis: qui vi è un enigma, troppo spesso doloroso, che trova spiegazione solo nei Cieli, per dirla con quel grande filosofo e insieme grande cristiano che fu Jean Guitton.