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CRITICA DELLA CONOSCENZA E DELLA RAGIONE MEDICA....

C. F. SAMUEL HAHNEMANN: "AUDE SAPERE". LA RIVOLUZIONE COPERNICANA IN MEDICINA. Alcune indicazioni per una rilettura dell’Organon dell’arte del guarire - di Federico La Sala

(... ) come il cammino di Hahnemann incroci (per vie ancora non conosciute, tutte ancora da esplorare) l’orizzonte critico kantiano (...)
venerdì 10 aprile 2015
[...] “Aude Sapere”. Senza la comprensione di questa cifra specifica, un’indicazione all’apparenza sorprendente e straniante, si corre il rischio (come è successo e succede ancora) di guardare il dito e non la luna e di collocare Hahnemann (1755-1843) culturalmente e filosoficamente prima di Kant e della sua rivoluzione copernicana, all’interno della tradizione della “metafisica razionale”, “della medicina razionale”, come fanno Harris L. Coulter e (...)

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> C. F. SAMUEL HAHNEMANN: "AUDE SAPERE". LA RIVOLUZIONE COPERNICANA IN MEDICINA. -- «Le parole della cura». Umberto Curi indaga a fondo la vocazione ambigua della medicina.

venerdì 28 luglio 2017

SAGGI

Umberto Curi indaga a fondo la vocazione ambigua della medicina

L’identità incerta dell’arte della cura una riflessione del filosofo, pubblicata da Raffaello Cortina, sul concetto di salute dall’antica Grecia ai giorni nostri

di CHIARA LALLI *

      • «Le parole della cura» (Raffaella Cortina, pagine 144, neuro 16)

Una larga parte delle ricerche in campo medico è sbagliata o falsa, lo statuto della medicina è controverso, in equilibrio tra scienza e arte, e Internet ha cambiato l’accesso alle informazioni specialistiche, modificando profondamente il rapporto tra società e professioni. Basterebbe questo a farci venire mal di testa.

Ma non è finita qui: quando ci sono in ballo grossi finanziamenti e interessi economici, la probabilità che i risultati siano viziati aumenta e i dati - seppure acquisiti in modo esatto - possono essere interpretati in modo diverso perché le variabili sono molto numerose e l’organismo umano è un sistema estremamente complesso.

Se aggiungiamo la fallibilità dell’osservatore, il panorama appare irrimediabilmente nebuloso. Come possiamo dunque fidarci della medicina? E, ancor prima, che cos’è la medicina?

Il libro di Umberto Curi, Le parole della cura (Raffaello Cortina) parte da questa domanda e la risposta non può che rimandare a molte altre domande. Se dovessimo spiegare cos’è un grattacielo, non potremmo fare a meno di chiarire almeno che cosa siano le finestre, le porte, il calcestruzzo e l’acciaio.

Se accettiamo la condivisibile premessa di Curi, la medicina non sarebbe una scienza ma una pratica basata sulla scienza, una tecnica molto particolare perché il suo oggetto è l’uomo. Ma c’è un problema (un altro): cosa significano «pratica», «tecnica» e «scienza»?

Se non definiamo questi termini, rischiamo di parlare in modo ambiguo e ambivalente. E se, come vedremo, l’ambivalenza non potrà essere eliminata, una «ricognizione» etimologica e concettuale di questi termini è utile per orientarci. E poi la storia - degli errori, dei tentativi - e il mito contribuiscono a ridarci una idea della medicina nella sua interezza e nella sua complessità.

Basti pensare al mito di Asclepio, il dio della medicina. «Affidato alle cure di un personaggio doppio (Chirone), metà uomo e metà cavallo, Asclepio apprende i segreti di un’arte - quella medica - intrinsecamente ambivalente, perché capace insieme di salvare la vita e di procurare la morte», scrive Curi.

Questo potere di resuscitare e di uccidere descrive bene la doppiezza irriducibile dell’universo medico. Come qualsiasi altra tecnica, anche quella medica presenta due volti. Come il farmaco, il «veleno che cura», il cui effetto terapeutico è inseparabile da quello tossico.

Ci piacciono le cose senza troppe complicazioni, ma dovremmo imparare a fare i conti con la duplicità e con le ombre, con la fallacia delle promesse rassicuranti. E quando parliamo di salute, non dovremmo mai dimenticare che la sua definizione non è così facile come potrebbe sembrare.

Giudicata come insoddisfacente la positivistica accezione di «assenza di malattia», come potremmo cavarcela?

Il tentativo della Organizzazione mondiale della sanità del 1946, ci ricorda Curi, è apprezzabile per lo sforzo, ma deludente nei risultati: «La salute è uno stato completo di benessere fisico, mentale e sociale». Sembra uno standard davvero utopistico e che rischia di condannarci a una perenne condizione di malattia. Quanti sono infatti quelli che potrebbero affermare di godere di un completo benessere fisico, mentale e sociale?

Ogni tentativo di definizione inciampa in simili difficoltà. Anche la proposta recente di considerare la salute come la capacità di adattarci al nostro ambiente, rinunciando così a delinearne un profilo fisso e universale, non è del tutto soddisfacente. Una spia è la quantità di reazioni che ha suscitato l’editoriale pubblicato su «Lancet» nel 2009 in cui si azzardava questa ipotesi, intitolato appunto What is Health? The Ability to Adapt.

D’altra parte una definizione è necessaria. Si pensi anche ai dibattiti etici sulle biotecnologie, alle pretestuose e semplicistiche assoluzioni di quelle terapeutiche e alla condanna di quelle migliorative. Dove tracciamo la linea? Più l’accezione è vaga e generica, più ovviamente rischia di essere inutile. Più è stringente, più si attira giudizi negativi. Non possiamo che concludere, con Curi, che «la salute resta una nozione sostanzialmente elusiva».

La consapevolezza delle difficoltà e delle incertezze, però, non deve scoraggiarci o convincerci che, se la medicina basata sulla scienza non è priva di errori e ombre, allora tanto vale affidarci a qualsiasi cialtrone o a chi promette rimedi miracolosi. Perché la magia e i miracoli hanno l’apparenza dell’infallibilità, ma sono ingannevoli come un’allucinazione. Lo strumento migliore che abbiamo è quello che ci permette di intercettare gli sbagli e di correggerli.

* Corriere della Sera, 28 luglio 2017 (ripresa parziale - senza immagini).


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