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QUESTIONE ANTROPOLOGICA. Un libro per riflettere su "Chi siamo noi in realtà?" (F. Nietzsche).

DELLA TERRA, IL BRILLANTE COLORE. PARMENIDE, UNA "CAPPELLA SISTINA" CARMELITANA, LE XILOGRAFIE DI FILIPPO BARBERI E LA DOMANDA ANTROPOLOGICA. Un lavoro di Federico La Sala, con pref. di Fulvio Papi

Le Sibille di Contursi hanno parentele più celebri nella cattedrale di Siena, nell’appartamento Borgia in Vaticano, nel Tempio Malatestiano di Rimini, nella Cappella Sistina di Michelangelo. La pittura disegna l’eclettismo ermetico-cabalistico-neoplatonico rinascimentale ...
giovedì 31 ottobre 2013
Federico La Sala
Della Terra, il brillante colore
Parmenide, una “Cappella Sistina” carmelitana
con 12 Sibille (1608),
le xilografie di Filippo Barberi (1481)
e la domanda antropologica
Prefazione di Fulvio Papi
Edizioni Nuove Scritture
Pagg. 156 € 15.00

PREFAZIONE
di Fulvio Papi
Con una immagine non inappropriata, si potrebbe dire che questo libro è una breve composizione sinfonica dove l’autore preleva temi dalla (...)

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> DELLA TERRA, IL BRILLANTE COLORE. PARMENIDE ... E LA DOMANDA ANTROPOLOGICA. -- ANCHE LA TERRA, CORPO CELESTE! (di Anna M. Ortese)

lunedì 20 giugno 2016

DELLA TERRA, IL BRILLANTE COLORE

CORPO CELESTE. Memoria e conversazione (storia di un piccolo libro)

di Anna Maria Ortese *

Col nome di corpi celesti venivano indicati, nei testi scolastici di anni lontanissimi, tutti que­gli oggetti che riempiono lo spazio intorno alla Terra. E anche il nome oggetto, riferendo­si a quello spazio, allora incontaminato, pu­rissimo, si colorava pallidamente di azzurro. Noi - che sfogliavamo quei testi e ammirava­mo quelle carte della volta celeste - eravamo invece sulla Terra, che non era un corpo cele­ste, ma era data come una palla scura, terro­sa, niente affatto aerea.

Perciò, durante tut­ta una vita, poteva accadere che, guardando di sera, nella luce tranquilla della campagna, quel vasto spazio sopra di noi, pensassimo va­gamente: «Oh, potessimo anche noi trovarci las­sù!». Le leggende e i testi scolastici parlava­no di quello spazio azzurro e di quei corpi celesti quasi come di un sovramondo. Agli abitanti della Terra essi aprivano tacitamente le grandi mappe dei sogni, svegliavano un confuso senso di colpevolezza. Mai avremmo conosciuto da vicino un corpo celeste! Non era­vamo degni!, pensava l’anonimo studente.

In­vece, su un corpo celeste, su un oggetto azzurro collocato nello spazio, proveniente da lonta­no, o immobile in quel punto (cosi sembrava) da epoche immemorabili, vivevamo an­che noi: corpo celeste, o oggetto del sovra­mondo, era anche la Terra, una volta sollevato delicatamente quel cartellino col nome di pianeta Terra. Eravamo quel sovramondo.

Quando ho compreso questo, non subito, a poco a poco, nel continuo terremoto del cresce,ell’amarezza di scoperte inattese (della infelicità, del passare delle cose), sono stata presa da un senso di meraviglia, di emozione indicibile. L’emozione si faceva reverenza, diveniva la sorpresa e la gioia di una più grande scoperta, quella di un destino impareggiabile. Mi trovavo anche io sulla Terra, nello spazio, e il mio destino non era molto dissimile da quello degli oggetti e corpi celesti tanto seguiti e ammirati. Dove avrebbe portato non sapevo: forse su, forse giù, forse nel buio, forse nella luce.

Una cosa era certa, era nozione ormai incancellabile: tutto il mondo era quel sovramondo. Anche la Terra e il paese dove abitavo; e la collocazione, o vera patria di tutti, era quel sovramondo!

* Anna Maria Ortese, Corpo Celeste, Adelphi, Milano 1997.


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