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MITO E STORIA, POLITICA E TEOLOGIA: "LUCIFERO!" E LA STELLA DEL DESTINO. Storiografia in crisi d’identità ...

LA STORIA DEL FASCISMO E RENZO DE FELICE: LA NECESSITÀ DI RICOMINCIARE DA "CAPO"! Alcune note - di Federico La Sala

I. BENITO MUSSOLINI E MARGHERITA SARFATTI - II. ARNALDO MUSSOLINI E MADDALENA SANTORO.
venerdì 6 dicembre 2019
[...] "SAPERE AUDE!" (I. KANT, 1784). C’è solo da augurarsi che gli storici e le storiche abbiano il coraggio di servirsi della propria intelligenza e sappiano affrontare "l’attuale crisi di identità della storiografia" [...]
KANT E GRAMSCI. PER LA CRITICA DELL’IDEOLOGIA DELL’UOMO SUPREMO E DEL SUPERUOMO D’APPENDICE.
-***FOTO. Xanti Schawinsky, Sì, 1934 _________________________________________________________
LA STORIA DEL FASCISMO E RENZO DE (...)

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> LA STORIA DEL FASCISMO -- Il fascismo come fantasma psichico: Aby Warburg e le "Mnemonic Waves" (di Paolo Gervasi).

sabato 6 luglio 2019

È tornato il fascismo! Il fascismo come fantasma psichico
-  di Paolo Gervasi *

      • continuazione e fine

Murgia e Scurati pensano il ventriloquio come critica e come esorcismo. Per entrambi, però, le immagini evocate sembrano eccedere l’intenzione critica, scavalcarla ed eluderla. Il fascismo davvero torna a parlare in questi due libri, e a riversare sulla realtà la sua forza emotiva. Non perché qualcuno possa fraintendere il contenuto intenzionale: il libretto di Murgia è un compiaciuto gioco intellettuale che parla a un gruppo di sodali consapevoli, in grado di leggere il paradosso, e non rischia nemmeno di sfiorare le convinzioni dei “nuovi fascisti”.

E il romanzo di Scurati non è certo un elogio del fascismo, per quanto cammini sul crinale della fascinazione del “male”, e sia reso a volte ambiguo dalle citate forzature storiche e da una gestione stilistica non sempre salda, in cui la scrittura a tratti kitsch sembra quasi contagiata dalla truculenza dei fatti narrati.

Eppure, proprio come nelle ondate mnemoniche descritte precedentemente, nelle immagini evocate da questi testi sembra avvenire quello che avviene nelle immagini studiate da Warburg secondo l’interpretazione di Didi-Huberman: una inversione dinamica. Ovvero, il manifestarsi simultaneo di tensioni e risposte emotive divergenti e perfino opposte. Alcuni moduli espressivi, riemergendo in contesti culturali e visivi diversi, possono rappresentare emozioni in conflitto con quelle originarie.

Ma nella sua stratificazione, l’immagine contiene la memoria di tutte le sue incarnazioni. Allo stesso modo, l’evocazione del fascismo in questi libri contiene, insieme all’antifascismo, anche il fascismo stesso: l’elemento critico e decostruttivo convive con un elemento che amplifica il senso della minaccia, ne conferma e trasmette la presenza. La metafora fascista descrive il presente convocando forze psichiche che non restano confinate nell’intenzione critica. L’esorcismo funziona a metà, e qualcosa del fantasma resta a infestare la realtà.

Questo accade non tanto perché i testi possano alimentare la propaganda “fascista”, ma perché mostrano quanto la cornice interpretativa del fascismo sia inadeguata. Come nel caso delle caricature di Daumier, utilizzano categorie politiche del passato per alludere a una situazione presente che si rivela però esorbitante. Il fantasma del fascismo diventa un termine di paragone ingombrante che finisce col nascondere più di quanto rivela.

Entrambi i testi - ma particolarmente quello di Murgia - pagano la loro impostazione “pasoliniana”: l’utilizzo cioè trans-storico di una categoria storica, e la costruzione di un “fascismo immaginario”, come lo ha definito la storica Alessandra Tarquini, che appiattisce differenze e distinzioni. Perché se è vero che esistono preoccupanti rigurgiti neofascisti, con una loro precisa fisionomia ideologica e storica che richiede accurate distinzioni concettuali, è altrettanto evidente la palese insufficienza analitica del fascismo come categoria interpretativa del presente, delle sue tensioni, delle sue contraddizioni, dei suoi slittamenti paradigmatici.

Del fascismo si vedono ricomparire semmai gli ingredienti di base, assemblati però in modi inediti e nebulosi, fatti agire in un contesto storico e politico in vertiginosa trasformazione, contaminati con elementi di innovazione delle tecnologie del controllo che hanno portato a parlare di biofascismo.

Sembra davvero poco utile continuare a chiamare fascismo tutto ciò che non riusciamo a comprendere e a mettere fuoco, riducendo così al noto il ribellarsi della realtà alle categorie intellettuali novecentesche: e non è un caso che nel testo di Murgia affiori spesso la colpevolizzazione dei media digitali e dei social network come strutturalmente predisposti a veicolare messaggi e mentalità fascisti. Al di là della provocazione, il fascistometro resta una grave banalizzazione, una sociologia del luogo comune (subito contrastata da una banalizzazione uguale e contraria). E a poco vale difenderlo evocando un analogo esperimento di Adorno, concepito con ben altri strumenti concettuali e soprattutto quando la ferita della barbarie nazifascista era ancora sanguinante.

Nel contesto democratico, la periodica esposizione del cadavere insepolto del fascismo non solo perde progressivamente la sua effettiva presa critica sul presente, ma assume un significato sempre più ambiguo e controverso. Come dimostra il lavoro di un esperto di resurrezioni del fascismo, Pasquale Chessa, che nel suo Romanzo di Benito analizza proprio il significato sociologico del continuo, inesausto ritornare della figura di Mussolini nella storia e nella cronaca dell’Italia repubblicana. Chessa analizza la riemersione periodica di diari e carteggi inediti, di memoriali e confessioni del Duce, che determinano il proliferare di storie segrete, ricostruzioni alternative dei suoi ultimi giorni, contro-verità sulla sua morte. Tutto rigorosamente falso, e proprio per questo tutto verosimile nell’immaginario collettivo: come accade per la moneta, la narrazione cattiva scaccia la buona, e le versioni contrastanti sovrascrivono la versione ufficiale contribuendo alla costruzione di un mito postumo che tende ad addolcire e a familiarizzare la figura di Mussolini.

In questo sorprendente e sterminato corpus di “mussolinerie”, Mussolini generalmente prende la parola: parla in prima persona dai suoi falsi diari, o nel falso carteggio con Churchill, o nel clamoroso pseudo-testamento scritto da Montanelli e intitolato Il buonuomo Mussolini, pubblicato semiclandestinamente nel 1947 ma riproposto in una sede editoriale prestigiosa e con grande successo di pubblico nel 1975. Il titolo parla da solo di un programma di umanizzazione, di un’apologia subliminale che mentre scagiona Mussolini dalle sue colpe più gravi, solleva un’intera popolazione dal peso della responsabilità che le deriva dalla memoria del consenso e dell’adesione. Non solo siamo stati tutti fascisti, ma, come Mussolini, siamo tutti brave persone, vittime delle circostanze, dei corrotti, degli stranieri, degli altri.

In ultima analisi, la riapparizione del fantasma del fascismo va interpretata sicuramente come un sintomo: segnala l’esistenza di tensioni psichiche, l’emergenza di pulsioni regressive che trovano una sempre più immediata traduzione nelle politiche attuali. Il romanzo di Scurati ha il merito di mostrare che l’Italia che si preparava ad accogliere il fascismo era un caotico crogiolo di emozioni violente col quale molti incauti apprendisti stregoni, non solo fascisti, hanno giocato fino a farlo esplodere.

Il paragone trans-storico rende evidente che siamo in un momento in cui un groviglio di emozioni analoghe preme sulla scena pubblica, e trova a gestirlo apprendisti stregoni non meno spregiudicati di quelli “storici”. Per questo l’inquietudine aumenta di fronte al sospetto che, vittime della compulsione al rincaro sensazionalistico necessaria a ottenere visibilità mediatica, anche gli e le intellettuali apparentemente più intransigenti e radicali finiscano col confondersi nella schiera degli apprendisti stregoni.

Quando Murgia spoglia l’individuo “civile” delle sue ipocrisie buoniste, della sua fragile armatura democratica, per lasciarlo nudo con i suoi impulsi bestiali, sembra quasi affermare l’assoluta naturalezza del fascismo: e la tensione della denuncia sembra dissolversi nella pura enunciazione di una potenza incontrastabile. Un brivido simile a quello provato da Warburg a Roma nel 1929 corre lungo la schiena quando leggiamo le ultime righe del libro:

«Sarà però anche la nostra vittoria: avremo riportato sulla bocca di tutti una parola che pochi decenni prima era associata ai morti e al passato, a una realtà creduta già scomparsa. Noi non scompariamo. Noi stiamo. E alla fine, nella storia come nella geografia, vince chi resta».

* Fonte: https://www.che-fare.com/fascismo-ritorno-biofascismo/ (17 Dicembre 2018).


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