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"X"- FILOSOFIA. LA FIGURA DEL "CHI": IL NUOVO PARADIGMA.

venerdì 20 settembre 2019
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"CHI" SIAMO NOI IN REALTÀ. Relazioni chiasmatiche e civiltà. Lettera da ‘Johannesburg’ a Primo Moroni (in memoriam)
RIPENSARE L’EUROPA!!! CHE COSA SIGNIFICA ESSERE "EU-ROPEUO".
RIPENSARE L’EUROPA... ANCORA NON SAPPIAMO DISTINGUERE L’UNO DI (...)

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> X - FILOSOFIA. A FIGURA DEL CHI --- L’evoluzione culturale batte quella biologica. Cavalli-Sforza racconta i meccanismi che hanno scandito il progresso dell’Homo sapiens.

sabato 29 agosto 2009


-  Il genetista Cavalli-Sforza racconta i meccanismi che hanno scandito il progresso
-  dell’Homo sapiens. L’appuntamento al Festival della Mente

L’evoluzione culturale batte quella biologica

-  Così la specie umana ha conquistato il pianeta

-  di Luigi Luca Cavalli-Sforza (Corriere della Sera, 29.8.2009)


Che l’uomo sia un ani­male, non vi sono dubbi. Che abbia al­cune caratteristiche diverse dagli altri animali, è chiaro. Ma se ci avviciniamo al problema con il solo aiuto dell’osservazione e del ragio­namento, cioè scientificamente, quali sono queste caratteristiche? Vi sono naturalmente differenze biologiche tra l’uomo e gli animali, anche quelli più vicini a noi.

Sappiamo che le differenze biologiche tra individui e tra specie stanno nel programma che serve a un indivi­duo per costruire se stesso. Sappiamo che que­sto programma è scritto nel Dna e l’eredità bio­logica è resa possibile dalla copiatura, a ogni generazione, del Dna di ogni individuo per pas­sare il Dna copiato a un figlio, che la usa come modello per costruire se stesso, ma anche per farne copie per i suoi discendenti e così via. Ma sappiamo che in ogni processo di copiatura possono avvenire errori e gli errori di copiatura del Dna sono trasmissibili, perché i figli costrui­scono se stessi e poi copiano il modello che hanno ricevuto, per passare il programma ai lo­ro figli (introducendo nuovi errori).



Gli errori di copiatura sono chiamati muta­zioni genetiche e sono responsabili dei cambia­menti ereditari. Più spesso questi cambiamenti sono in peggio, perché gli errori di copiatura del Dna sono casuali e possono recare danno anche fatale in un organismo delicato e com­plesso come quello di un vivente. Ma qualcuno può essere benefico, ad esempio vi è sempre una possibilità che uno di essi porti una mag­gior capacità di resistere a una delle tante cau­se di malattie, magari molto diffuse come è, e anche da noi era, la tubercolosi.

Se il portatore della mutazione è resistente, così potranno es­sere i suoi figli che portano il Dna copiato e lo trasmettono e il tipo mutato aumenterà auto­maticamente di frequenza nelle generazioni successive. Questo è un esempio di quella che Darwin ha chiamato selezione naturale. Ma spe­cie in organismi lenti come noi, che impieghia­mo trent’anni a riprodurci, in media, e formia­mo coppie che hanno solo pochi figli, possono essere necessarie migliaia di anni, magari an­che molti di più perché una popolazione in cui è avvenuta una mutazione in un individuo di­venga interamente del tipo mutato.


Archeologia e genetica ci hanno mostrato che la nostra separazione dalla scimmia più vi­cina a noi vivente oggi, lo scimpanzé, cominciò circa sei milioni di anni fa in Africa. I nostri più vecchi antenati scesero dagli alberi e sviluppa­rono la capacità di correre sulle gambe e libera­re le mani, cominciando a usarle per fabbricare strumenti: i primi oggi riconosciuti hanno tre milioni di anni. Gli strumenti furono perfezio­nati al punto che un po’ meno di due milioni di anni fa l’uomo cominciò a espandersi, dall’Afri­ca all’Asia e all’Europa, probabilmente anche grazie all’aiuto dell’uso del fuoco. La testa del­l’uomo e con essa il cervello cominciarono a crescere di volume molto presto e l’aumento continuò fino a portare il volume del cervello a quattro volte il valore iniziale, che invece nello scimpanzé e in altri primati rimase invariato.

Una delle cause più importanti nell’aumento del cervello fu l’acquisizione del linguaggio, cioè la capacità di articolare i suoni in modo da scambiarci facilmente idee e informazioni. Au­mentò così molto la velocità di quella che chia­miamo evoluzione culturale, cioè l’accumulo di nuove conoscenze. Anche gli animali hanno evoluzione culturale, ma molto meno intensa e meno facilmente trasmessa agli altri che nella nostra specie. Le novità culturali sono nuove idee: invenzioni, scoperte, innovazioni, molte della quali hanno lo scopo di migliorare le con­dizioni di vita. Le novità culturali non sono cambiamenti del Dna; a differenza di essi pos­sono trasmettersi a un largo numero di indivi­dui nel corso di una generazione e con i moder­ni mezzi di comunicazione in tempi brevissi­mi. Inoltre, mentre le novità genetiche, cioè le mutazioni sono casuali, quelle culturali sono di­rette a scopi precisi, di solito benefici.


L’evoluzione biologica ha quindi perduto molta importanza nella nostra specie, perché quella culturale soddisfa le nostre necessità as­sai più presto. Anche per questo, troviamo che le differenze genetiche fra le popolazioni uma­ne viventi oggi sono modeste. Oggi siamo sei miliardi; poco più di 55 mila anni fa eravamo una piccola tribù africana di forse mille o due­mila individui, ma tutti i suoi membri avevano un linguaggio sviluppato come quelli esistenti oggi. Tutti vivevano di caccia, pesca, raccolta di vegetali, cioè di cibo naturale.

In un tempo bre­ve si sparsero in tutto il mondo, comprese Ame­rica e Oceania, raggiungendo circa 10 mila anni fa la saturazione demografica permessa dalle ri­sorse locali, che furono sufficienti per arrivare a un numero di abitanti del mondo stimato fra uno e 15 milioni. Ma cominciò allora, in diverse parti del mondo, la produzione del cibo me­diante la coltura di vegetali e l’addomestica­mento di animali e permise una nuova crescita demografica fino ai sei miliardi di oggi, un au­mento di circa mille volte negli ultimi 10 mila anni.


La selezione naturale continua a essere im­portante, ma è ora largamente diretta dalle no­vità prodotte dall’evoluzione culturale assai più che da quella biologica. Per darne un semplice esempio: quando 30 mila anni fa i nostri ante­nati popolarono la Siberia, non ebbero bisogno di attendere la comparsa di mutazioni che per­mettessero la crescita di una fitta pelosità o al­tri meccanismi biologici di difesa dal freddo. Quella pelosità che avevamo in comune con le scimmie, da cui siamo separati da almeno sei milioni di anni, era scomparsa da tempo, forse per i pericoli cui è esposto un animale peloso che vive vicino al fuoco (anch’essa una selezio­ne naturale indotta da un’innovazione). Per po­polare la Siberia si vestirono di pelli di animali cucite con ago e filo e costruirono case molto resistenti al freddo, tutti prodotti di invenzioni utili. In questi e molti altri modi il numero di appartenenti alla nostra specie è aumentato in modo enorme e questo è il grande successo di selezione naturale che dobbiamo largamente all’evoluzione della cultura, ma l’evoluzione biologica ha avuto poco tempo per agire e quel­la culturale ha sopperito largamente alle neces­sità di adattamento ad ambienti diversi.


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