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COSTANTINO, SANT’ELENA, E NAPOLEONE. L’immaginario del cattolicesimo romano.

domenica 16 giugno 2024
Tre donne «forti» dietro tre padri della fede
di Marco Garzonio (Corriere della Sera, 25 ottobre 2012)
Il IV secolo è fine di un’epoca e nascita di tempi nuovi anche per i modelli femminili nella cultura cristiana e nella società. Mentre le istituzioni dell’Impero si sfaldano, popoli premono ai (...)

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>«TRA TUTTE le leggi non ve n’è più favorevole a Principi, che la Cristiana; perché questa sottomette loro, non solamente i corpi, e le facoltà de’ sudditi, dove conviene, ma gli animi ancora, e le conscienze; e lega non solamente le mani, ma gli affetti ancora, e i pensieri». Così Giovanni Botero (di Gad Lerner).

martedì 6 giugno 2023

GAD LERNER

Se ritorna la battaglia per le anime

(La Repubblica, 06-07-2005)

«TRA TUTTE le leggi non ve n’è più favorevole a Principi, che la Cristiana; perché questa sottomette loro, non solamente i corpi, e le facoltà de’ sudditi, dove conviene, ma gli animi ancora, e le conscienze; e lega non solamente le mani, ma gli affetti ancora, e i pensieri». Così Giovanni Botero, protetto e incoraggiato da quel gigante della Controriforma italiana che risponde al nome di San Carlo Borromeo, contrapponeva nel 1589 al Principe di Machiavelli le convenienze del potere clericale. L’arcivescovo di Milano, che aveva ospitato Botero nella diocesi ambrosiana, era morto quarantenne solo cinque anni prima, stremato dal possente tentativo di restaurazione della società cristiana che lo aveva portato a scontrarsi con l’autorità temporale spagnola. Certo il cardinale Borromeo, capace di andare in processione scalzo e con una grossa corda al collo per guidare le pubbliche espiazioni durante la pestilenza del 1576, di suo avrebbe adoperato un’espressione più ambiziosa e meno strumentale, rispetto a Botero: non tanto «sottomettere gli animi al potere dei Principi»; ma piuttosto «conquistare le anime» a un progetto di santificazione della vita quotidiana.

Come? Innanzitutto disponendo per tutti i fedeli l’obbligo del sacramento della confessione annuale dei peccati, fino a ridurre i pochissimi inconfessi a minoranza reietta. Istituendo quindi le parrocchie come sedi ramificate non solo di presenza religiosa ma anche di controllo sociale, tanto più che il battesimo era l’unico atto di nascita in grado di conferire cittadinanza: il registro parrocchiale dei battezzati per secoli avrebbe coinciso con l’anagrafe; e i non battezzati, ovviamente, restavano privi di diritti civili.

Se proviamo a rileggere quattro secoli dopo, nell’Italia contemporanea, quell’affermazione di Botero - circa la convenienza per lo Stato di una legge cristiana capac.e di legare le anime, lo coscienze, gli affetti - non c’è da stupirsi che il pensiero corra a certi teorici nostrani del cristianesimo come religione civile, risorsa identitaria da contrapporre alla disgregazione relativistica. Quelli, per intenderci, del «dobbiamo dirci cristiani» (citazione testuale di Marcello Pera).

Mi spiego solo così, cioè in una prospettiva altisonante che infine si rivelerà mero disegno di potere mondano, l’inaspettato rilancio di quello stesso impianto controriformistico nella pubblicistica cattolica oggi prevalente. L’anima oggetto di conquista (come nel titolo del libro di Wietse de Boer dedicato alla Milano di Carlo Borromeo, La conquista dell’anima, Einaudi); l’anima trasfusa per il tramite del battesimo a chi altrimenti resterebbe una non persona (come nel recente volume di Adriano Prosperi, Dare l’anima, Einaudi) dedicato alla sorte di un neonato soppresso dalla madre prima che gli fosse stata impartita l’acqua benedetta, nella Bologna pontificia del 1709. Né il piccolo rimasto senza nome, né la madre Lucia Cremonini impiccata dopo pubblico pentimento saranno considerati degni di cristiana sepoltura, e dunque i loro corpi saranno dati in uso agli studenti di anatomia.
-  L’anima, dunque, al centro di due libri preziosi per la loro capacità di corrispondere attraverso la storia, e le dinamiche della microfisica del potere apprese da Michel Foucault, ai nostri interrogativi più attuali.

L’anima medievale e post-tridentina che smettendo di presentarsi come il misterioso soffio vitale della Genesi, abbisogna di meticolosa ma sdrucciolevole codificazione. Non a caso si chiamava liber animarum, libro delle anime, il registro anagrafico dei battezzati. Ma chi era doveroso includervi, e chi escluderne? Avranno forse l’anima i neonati vittima di infanticidio? E gli schiavi africani non ancora battezzati? E gli ebrei che alla conversione si sottraggono? E che fine farà mai l’anima dei suicidi? Se l’anima dunque contraddistingue il passaggio, nei bambini come negli adulti, da mero essere umano a vera e propria persona, ciò basta a spiegare l’importanza crescente assegnata alla regolazione dei battesimi. Quasi che fosse proprio il battesimo, da un punto di vista cattolico, il tramite dell’immissione dell’anima.
-  Fu proprio l’ansia di conversione, cioè di salvezza delle anime, che nel Seicento portò molti medici a introdurre la pratica del parto cesareo per giungere in tempo a bagnare d’acqua santa il feto morente; accettando come male minore il sacrificio della vita della madre.

Il binomio anima-persona sarebbe divenuto così il fulcro di una riflessione medico-teologica che ancora oggi motiva la scelta di far sopravvivere il Comitato Scienza e Vita, strumento efficace di battaglia civile, anche dopo il referendum sulla procreazione assistita. Oggi come allora la ricerca teologicamente orientata si richiama al diritto naturale. Ciò vale per la fecondazione assistita, l’aborto, il matrimonio. Ma è significativo che l’eredità culturale controriformistica, in cerca dell’anima, giunga a riproporre la stessa visione di centralità del battesimo. Quel battesimo che, negato al figlio di Lucia Cremonini, assegnava quel piccolo indesiderato al Limbo, cioè al primo dei non-luoghi simbolici con cui il consorzio umano si è abituato a fare i conti (nel frattempo il nostro pianeta si è riempito di non-luoghi: dai lager ai campi profughi, fino alle baraccopoli di periferia).

Di tale eredità culturale è un esempio lampante l’ultimo libro di Vittorio Messori, non un autore tra i tanti, si badi bene, ma forse il più popolare e venduto scrittore cattolico italiano, colui che sulla prima pagine del Corriere della Sera si è compiaciuto di autorappresentarsi come l’intervistatore di fiducia di due papi. E che ha sentito il bisogno nel 2005 di rilanciare la polemica sul bambino ebreo Edgardo Mortara sottratto ai genitori nel 1858 per decisione di Pio IX, in quanto cinque anni prima una domestica cristiana l’aveva segretamente battezzato. Un secolo e mezzo dopo, ci ritroviamo di nuovo nella Bologna pontificia sede dell’infanticidio narrato da Adriano Prosperi. E, nel salto temporale, ci impressiona una continuità di approccio al binomio anima-persona che, come vedremo, con identico balzo di un altro secolo e mezzo, Messori mostra di convalidare fin dentro alla nostra contemporaneità. Né faremo all’intervistatore di due papi e a una firma cattolica così bene insediata nel nostro sistema editoriale il torto di relegarlo a portavoce di una corrente tradizionalista marginale: quando invece egli oggi rappresenta - certo a modo suo - il punto di vista dei Ratzinger e dei Ruini, dei Bertone e dei Fisichella, cioè delle personalità egemoni in Vaticano e nella Conferenza episcopale italiana.

Dunque Messori ritrova e pubblica il memoriale apologetico scritto dallo stesso Mortara, divenuto nel frattempo sacerdote (Io, il bambino ebreo rapito da Pio IX, Mondadori). Ma più che la scelta di riproporre l’antica controversia, nelle settanta pagine della sua introduzione impressiona il sistematico sforzo di attualizzare gli argomenti controriformistici; l’idea fissa della conquista dell’anima, dominante anche sul precetto morale della difesa della vita. Valga anzitutto la difesa della legislazione pontificia che vietava alle famiglie ebree di assumere personale cattolico. Messori si guarda bene dal considerarla una misura razzista o discriminatoria. Al contrario, ne esalta la saggezza, e cita a riprova la disobbedienza dei Mortara: avessero ottemperato alla lungimirante precauzione, non si sarebbero ritrovati con un figlio battezzato e quindi doverosamente sottratto ai genitori e ai fratelli.

Talmente convinta appare la perorazione di Messori, che viene da chiedersi se con le stesse motivazioni non estenderebbe ai tempi nostri analoghe misure discriminatorie: sarà proprio il caso che nelle aziende e nelle abitazioni degli ebrei (o dei musulmani) operino collaboratori battezzati? Di qui all’esaltazione delle virtù del ghetto, il passo è breve: Messori ricorda che «l’abolizione del ghetto era stata accolta con sollievo ma pure con qualche preoccupazione negli ambienti israelitici più tradizionali. In effetti, proprio quell’obbligo di convivere tutti insieme. aveva salvaguardato l’identità e promosso la solidarietà». Simpatizzando con le sparute componenti integraliste dell’ebraismo, timorose che emancipazione significhi assimilazione, Messori ci conferma come i reazionari difensori delle identità su fronti opposti, finiscano poi quasi sempre per incontrarsi. Anche l’indignazione e l’inutile mobilitazione del mondo ebraico del Diciannovesimo secolo per ottenere la restituzione del piccolo Edgardo alla sua famiglia, sollecita Messori a considerazioni molto attuali. Non solo afferma che la campagna anticattolica sul caso Mortara avrebbe generato la potente lobby ebraica europea e americana. Ma citando i ventimila franchi promessi dall’Alliance Israélite Universelle a chi avesse organizzato un’incursione a Roma per liberare il bambino, sostiene che si sarebbe trattato di «una prefigurazione degli "omicidi mirati" dell’attuale esercito israeliano per eliminare chi sia sgradito». Nonché di un’operazione illecita paragonabile alla cattura del criminale nazista Adolf Eichmann nell’Argentina del 1961. Insomma, ci troviamo al cospetto di una neanche troppo raffinata modernizzazione dell’eterno riferimento alla «perfidia» ebraica.

Il rovesciamento delle parti fra vittime e persecutori prevede dunque la difesa di papa Pio IX, impegnato nella difesa di un’anima battezzata dall’aggressione dei nemici della fede, estranei al contesto naturale di una società cristiana. Ma c’è di più. L’espulsione dalla scuola pubblica italiana di ogni riferimento religioso, per sostituirlo con l’educazione civica, a detta di Messori corrisponderebbe niente meno che a un’educazione «strappata ai genitori». Altro che gli ebrei vittime di discriminazioni, lamenta Messori: «Quanti "casi Mortara", dunque, in migliaia di famiglie di credenti» (sic). Mutilata nella sua doverosa missione civile di conquista delle anime, è la Chiesa a dichiararsi perseguitata. Qui la logica fa difetto all’esaltazione sdegnata di Messori, dato che in Italia nessuno si è mai sognato di sottrarre i bambini alle loro famiglie cattoliche. Ma, tant’è, non risuona forse familiare l’eco della recentissima polemica sul caso Buttiglione, quando più fonti cattoliche autorevoli sono giunte a parlare di vera e propria persecuzione anticristiana in Europa? Sono passati solo pochi mesi dal caso Buttiglione, e nell’Italia del dopo referendum il clima è talmente cambiato da rovesciare il vittimismo in trionfalismo. Ma si tratta pur sempre di due facce della stessa medaglia. Se dunque è colpa grave perdere un’anima, resta doveroso conquistarne. E se nell’Italia del tardo Cinquecento era il sacramento della confessione a dispiegare le sue finalità di ordine pubblico, oggi che tale sacramento precipita in disuso si correrà ai ripari con la scorciatoia della religione civile, cioè di una ri-cristianizzazione ideologica. La stessa per cui monsignor Rino Fisichella può compiacersi della consonanza di vedute fra papa Ratzinger e Oriana Fallaci, bellicosa teorica di un’Europa ormai destinata alla sconfitta. Esanime.

GAD LERNER


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