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COSTANTINO, SANT’ELENA, E NAPOLEONE. L’immaginario del cattolicesimo romano.

domenica 16 giugno 2024
Tre donne «forti» dietro tre padri della fede
di Marco Garzonio (Corriere della Sera, 25 ottobre 2012)
Il IV secolo è fine di un’epoca e nascita di tempi nuovi anche per i modelli femminili nella cultura cristiana e nella società. Mentre le istituzioni dell’Impero si sfaldano, popoli premono ai (...)

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> COSTANTINO, SANT’ELENA, E NAPOLEONE. L’immaginario del cattolicesimo romano. --- "I problemi legati al papatto: la preghiera, il vero rimedio a un papa vizioso (di Luisella Scrosati).

domenica 19 maggio 2024

ORA DI DOTTRINA / 116 - IL SUPPLEMENTO

La preghiera, il vero rimedio a un papa vizioso

L’errore del conciliarismo era pretendere che soluzioni umane, contrarie alla costituzione divina della Chiesa, risolvessero i problemi legati al papato. Ma dalle crisi si esce con il mezzo che Dio stesso ha indicato: la preghiera. Riprendiamo la lezione del Caetano.

di Luisella Scrosati ("La nuovabq", 19,05.2024)

      • CATECHISMO 19_05_2024
      • Ritratto card. Tommaso De Vio, detto il Caetano (ritaglio)

I concili di Costanza e Basilea hanno rivelato a sufficienza l’enorme difficoltà che si viene a creare nella Chiesa, quando ad essere colpito, in vari modi, è il papato; e la difficoltà di resistere alla grande tentazione di riaggiustare la costituzione divina della Chiesa, nella verità legata al successore di Pietro, per trovare una soluzione umanamente percorribile. Il conciliarismo, con la sua presunta autorità di deporre il papa che non persegue il bene della Chiesa, non è stato altro che la concretizzazione storica di tale tentazione. Ogni volta che la solidità della Sede apostolica appare gravemente minacciata da papi indegni, si assiste a tentativi più o meno nuovi di reinterpretare l’autorità petrina o di raggirarla.

Sembrerebbe ragionevole trovare una soluzione che permetta a qualcuno di diverso dal papa - concilio, collegio cardinalizio, autorità carismatica - di deporlo, formalmente o di fatto, per salvare la Chiesa. Ma il punto è che quello stesso Dio che ha conferito a Pietro e ai suoi successori di essere pastori supremi di tutta la Chiesa, non ha autorizzato la sua Chiesa a “reinterpretare” questa verità, nemmeno in situazioni di grave necessità.

Questo però non significa affatto che la Chiesa non abbia i mezzi necessari per far fronte ad un papa che sta disperdendo le pecore, anziché radunarle nell’unico ovile, e che sta distruggendo la Chiesa, anziché edificarla. È che bisogna trasferirsi su un piano diverso, che senza la fede non può essere compreso in tutta la sua serietà e forza: la preghiera. Secondo la nostra logica abituale, la preghiera sarebbe quel mezzo “disperato” cui ricorrere semmai quando altre strade, a nostro avviso più concrete, si dimostrano inefficaci, ma non prima. O ancora, l’appello a ricorrere alla preghiera può suonare come un invito alla dismissione di responsabilità.

«Fate sì ch’io non mi richiami a Cristo crocifisso di voi, ch’ad altro non mi posso richiamare, ché non c’è magiore in terra». Questo passaggio di una lettera di santa Caterina da Siena (1347-1380) a papa Gregorio XI (1330-1378) racchiude tutta la fede viva della Chiesa e nel primato di Pietro e nella potenza della preghiera. Su questa terra, al di sopra del papa, vicario di Cristo e capo della Chiesa, non c’è alcun altro cui ci si possa appellare; e questo per volontà del Fondatore stesso della Chiesa, Gesù Cristo. Eppure al di sopra del papa c’è nientemeno che Nostro Signore stesso, al quale santa Caterina “minaccia” di rivolgersi qualora Gregorio XI non avesse compiuto il proprio dovere, un dovere che non può essere delegato a nessun altro.

A chiusura della trattazione della giurisdizione universale nella Chiesa, nella sua monografia L’Église du Verbe Incarné (t. I), il cardinale Charles Journet ammetteva che la Chiesa «non ha nulla in se stessa che le permetta di punire il proprio capo, o di deporlo (...). Questa verità può sembrare dura» e da noi «può esigere dell’eroismo» e deve disporci a «essere pronti a soffrire per la Chiesa» (per la questione più specifica del papa eretico, vedi qui e qui). Ma questo non significa affatto assistere inoperosi ad una disfatta. Journet riportava un lungo brano che un grande cardinale, commentatore delle opere di san Tommaso d’Aquino, Tommaso De Vio, detto il Caetano (1469-1534), aveva scritto durante il più che problematico pontificato di Alessandro VI (1431-1503).

Il ragionamento che il Caetano porta avanti, nel suo De comparatione auctoritatis papæ et concilii, è semplice. C’è una proporzione tra le cause e i loro effetti: più l’effetto che intendo raggiungere è elevato e più il mezzo che devo adoperare dev’essere proporzionato all’elevatezza e difficoltà dell’effetto. Essendo il papa capo della Chiesa e vicario di Gesù Cristo stesso, e non vicario della Chiesa, affrontare la situazione di un papa cattivo esige l’impiego di un mezzo così elevato da ricorrere all’unica autorità superiore a quella del papa: il Signore stesso. Per questa ragione, spiegava il Caetano, «Dio, nella sua sapienza, ha donato alla Chiesa, come rimedio contro un papa cattivo, non i mezzi dell’industria umana che possono incidere sul resto della Chiesa, ma solamente la preghiera. La preghiera della Chiesa, che chiede con perseveranza ciò che è necessario alla sua salvezza, non si rivelerà meno efficace dello sforzo umano. (...) Se occorre per la salvezza della Chiesa che un tale papa sia rimosso, senza alcun dubbio la preghiera di cui parliamo lo rimuoverà. E se non è necessario, perché mettere in dubbio la bontà del Signore, che ci rifiuta ciò che vogliamo, per donarci ciò che dovremmo preferire? (...) Ma, si dirà, siamo giunti ai tempi annunciati dal Figlio dell’uomo, dei quali si chiedeva se, al suo ritorno, avrebbe ancora trovato la fede sulla terra. (...) Si dirà che bisogna rovesciare il cattivo papa con mezzi umani e non accontentarsi di ricorrere solamente alle preghiere e alla divina provvidenza! - Ma perché si fanno queste affermazioni, se non per la ragione che si preferiscono mezzi umani all’efficacia della preghiera, che l’uomo animale non comprende le cose di Dio, che si è imparato a confidare nell’uomo e non nel Signore, a mettere il proprio sostegno nella carne?».

Il Caetano non mancava poi di richiamare alla proprie responsabilità i cristiani, ricordando un insegnamento fondamentale delle Scritture: «È a causa dei peccati del popolo che regna un ipocrita, santo per l’ufficio, ma demonio per l’anima». E questa stoltezza del popolo si manifesta nel fatto che desideriamo i frutti della preghiera, senza però ricorrere ad essa; che bramiamo rompere i lacci del male, ma senza ricorrere a Dio. «In altri tempi Dio rimproverava al suo popolo di onorarlo con le labbra ed avere il cuore lontano da Lui; ma nel tempo della rivelazione della grazia, Dio non è nemmeno più onorato con le labbra, perché nulla è meno udibile dell’ufficio divino, niente è detto con più fretta della Messa; i tempi che vi si dedicano sembrano essere molto risicati, ma se ne troverà per i divertimenti, gli affari e le amenità del secolo, ove ci si attarderà oltre misura».

Per comprendere il peso di queste parole, è bene precisare che lo scandalo provocato da Alessandro VI non riguardò solamente la sua vita morale; tant’è vero che il famoso predicatore domenicano, Girolamo Savonarola (1452-1498), non ne denunciava solamente i vizi, ma anche l’eresia (forse più presunta che reale). È dunque di fronte ad un grave scandalo per la vita e la fede che il Caetano richiama l’arma della preghiera. «Fate sì ch’io non mi richiami a Cristo crocifisso di voi...» è allora la più grande “minaccia” in tempo di crisi.


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