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Ev-angelo : Buona-novella. Dio è Amore ("Charitas"). Il valore ha una sua propria logica ed è la logica del Dio-Valore, Mammona (Benedetto XVI, "Deus caritas est", 2006).

IL VATICANO E IL VALORE ASSOLUTO DELLA VITA. La critica anticipatrice di Carl Schmitt e di Federico Fellini della tradizionale e poco evangelica teologia di Papa Ratzinger - a cura di Federico La Sala

samedi 15 novembre 2008 par Maria Paola Falchinelli
[...] « Il messaggio potrebbe forse essere cripticamente racchiuso nelle frasi iniziali : ’ci sono uomini e oggetti, persone e cose [...] le cose hanno un valore, le persone hanno una dignità’. Certo, anche la dignità è diventata un valore - e molto prima di quanto Schmitt non creda, dal momento che, a ben vedere, è già con Kant che compare quell’identificazione ­, tuttavia per Schmitt bisogna pensare a ’un tempo, quando la dignità non era ancora un valore, ma qualcosa di essenzialmente (...)

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> TEOLOGIA POLITICA. « Che fare di Carl Schmitt ? »(Jean-François Kervégan). Un buon antidoto alle derive impolitiche (di G. Preterossi)

mercredi 5 octobre 2016

      • « L’unificazione tecnica del mondo è un fatto acclarato : ma derivarne la necessità di una unificazione politica, o piuttosto di una unificazione nell’oltrepassamento del politico, del conflitto, del negativo, è una illusione » (Jean-François Kervégan)

      • IL MONOTEISMO, LA DEMOCRAZIA, E LA INCOMPRESA TEOLOGIA POLITICA DELLA NOSTRA COSTITUZIONE .... NE’ ATEA NE’ DEVOTA !!! IMPARARE A CONTARE !


Un buon antidoto alle derive impolitiche

« Che fare di Carl Schmitt ? » del filosofo francese Jean-François Kervégan per Laterza

di Geminello Preterossi (il manifesto, 05.10.2016)

Carl Schmitt era una sorta di « reazionario giacobino » : un critico radicale della modernità, ma dall’interno, tendendone all’estremo i concetti. I legittimismi codini gli erano estranei : quando una credenza politica è caduta, esaurita, è inutile e persino ridicolo pretendere di tenerla in piedi forzosamente. Questa impostazione gli ha permesso di cogliere tanto le logiche e i rischi della politica « assoluta » quanto il nesso - che ci riguarda potentemente, nel mondo globale senza nomos - tra spoliticizzazione, deterritorializzazione e tecnocrazia. Per questo Schmitt resta un pensatore decisivo, anche e per certi versi soprattutto per la sinistra (perlomeno per una sinistra che non scambi la critica sociale con la retorica moraleggiante).

COME METTE IN LUCE efficacemente Jean-François Kervégan in Che fare di Carl Schmitt ? (pp. 254, euro 24, tradotto da F. Mancuso per Laterza), al di là degli assunti ideologici, delle scelte opportuniste e censurabili, delle opzioni concrete di politica del diritto, assumendo teoricamente il rischio del « politico », da « teologo della scienza giuridica », Schmitt ha colto la costitutiva politicità del diritto e presentito le conseguenze del suo sradicamento. Il conflitto è fonte di energia politica, e allo stesso tempo, soprattutto se estremo, il « problema » che la decisione deve contenere.

Se si dimentica questa « ipoteca », magari pensando di liberarsi dal potere, ci si consegna a forme di dominio e di ostilità « totalizzanti », che tali rimangono anche quando si presentano con un volto fintamente mite - quello dell’empowerment e della governance -, mirando a produrre docili soggettivazioni neoliberali : non a caso queste « maschere » che tanti hanno sedotto stanno cadendo, per quanto fatichi a manifestarsi una forza antagonista strutturata, portatrice di un paradigma alternativo (semmai, le fratture sociali indotte dalla globalizzazione sfociano in una contrapposizione giocata sul piano antioligarchico e identitario).

IL PARADIGMA NEOLIBERALE pretenderebbe di conseguire la compiuta e definitiva neutralizzazione tanto del conflitto, quanto della necessità della decisione costituente. Naturalmente, si tratta di un’illusione. Peggio, di un inganno ideologico, che veicolando una teologia antipolitica mira ad essere performativo, a produrre il proprio mondo come se fosse « naturale » (siamo in presenza, con il neoliberalismo, di una vera e propria metafisica inconscia della rinaturalizzazione).

Ma qualcosa non torna : in questo pseudo-ordine globale presuntamente spontaneistico e pacificato guarda caso proliferano muri, stati di emergenza (più o meno quotidiani) e guerre-non guerre feroci. Bisogna ammettere che Schmitt aveva ragione, quando prevedeva un’intensificazione inusitata della violenza, e del caos, una volta che fosse abbandonata qualsiasi prospettiva di legittimità « katéchontica », cioè in grado di frenare ostilità e potenze « indirette », di cui fanno parte tanto i poteri economici sregolati quanto i fondamentalismi religiosi. E quando ci invitava a ripensare a un nuovo nomos radicato e multipolare.

Il problema è che il globalismo postmoderno è speculare all’irenismo « progressista » della cosmopoli (al di là delle buone intenzioni normativiste di quest’ultimo). Entrambi sono catturati dalla logica neoliberale. Per evitare la spoliticizzazione che ne deriva e rispondere alla sfida del residuo ineliminabile della violenza occorre riconoscere l’impossibilità di fuoriuscire integralmente dalla logica (teologico-politica) della rappresentazione. Anche un rilancio democratico dal basso, partecipativo, per essere efficace, deve tenerne conto.

Certo, prendersela con la crisi del « rappresentato », sottovalutando gli effetti della crisi del « rappresentante », rischia di costituire un alibi, ed è perdente ai fini di una politica « diversa ». Siamo nell’immanenza sociale : questo è un punto da riconoscere e assumere. Ma siamo sicuri che essa non si sia costituita, e necessiti tutt’ora, tanto più in una prospettiva trasformatrice che assuma coerentemente i bisogni « popolari » di chi oggi patisce deflazione salariale, disoccupazione e demolizione dei diritti sociali, di una qualche forma di trascendenza collettiva, di rappresentazione politico-simbolica ?

IL « POTERE COSTITUENTE » non permane mai allo stato puro e continuo, ma si dà sempre nella forma della rappresentazione, trascendendo dall’interno l’immanenza. Non so se sia di nuovo il tempo del potere costituente, che peraltro è sempre un evento imprevedibile (e rischioso). Ma certo la generazione di un’eccedenza di energia politica, in grado di contrastare quell’uniformazione coatta al neoliberismo in nome della quale non si esita a liquidare il costituzionalismo democratico e sociale, è la sfida intensamente politica che dobbiamo aver il coraggio di raccogliere. A tal fine, le categorie di Schmitt - contro Schmitt - ci servono ancora.


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