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Fantascienza e Immaginario. "I sogni di un visionario" (Kant), oggi...

PHILIP KINDRED DICK (1928 -1982), VISIONI DAL FUTURO. UN PROFETA DEL NOSTRO TEMPO - a cura di pfls

"L’ Esegesi 2-3-74": "(v. la IV egloga di Virgilio: l’Età del Ferro lascia il posto all’Età dell’Oro. E il segno del pesce che ho visto era fatto d’oro. E ho visto intorno a me una prigione di ferro, un anello come un magnete)".
domenica 1 dicembre 2019 di Maria Paola Falchinelli
Venticinque anni fa l’addio al visionario Philip Dick
Il grande scrittore di fantascienza morì il 2 marzo del 1982, proprio nel momento in cui «Blade Runner» stava per consacrarlo profeta del nostro tempo. Scrisse anche molti romanzi non di genere, tra cui, a ventun anni, «Il paradiso maoista», ora tradotto per la prima volta da Fanucci, che anticipa il suo talento nella costruzione di universi inquieti e claustrofobici
di Tommaso Pincio (il manifesto, 02.03.2007)
Nel 1976, dopo essere (...)

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> PHILIP KINDRED DICK (1928 -1982), VISIONI DAL FUTURO. UN PROFETA DEL NOSTRO TEMPO - Scienza e spiritualità: Oltre il reale (di Federico Ferrari).

mercoledì 9 ottobre 2019

Scienza e spiritualità

Oltre il reale

di Federico Ferrari (Doppiozero, 08.10.2019)

Nell’arco della vita può capitare di imbattersi in esperienze in cui il percetto, l’oggetto della percezione, supera il concetto, quell’insieme di percorsi razionali che l’intelletto elabora e mette in opera per dare un significato al vissuto. I concetti sono, in fondo, una serie di risposte che, astraendo dal contingente e riducendo l’esperienza al conoscibile, se non al conosciuto, la rendono gestibile. Nella moderna neurobiologia si è individuato nel DMN (Default Mode Network) una rete, presente nel cervello, che svolge questa funzione. Quando questa rete cerebrale va in crisi, quando il concetto non riesce a gestire il percetto, quando appare una mancata coincidenza tra la ragione e l’esperienza, ci troviamo di fronte a qualcosa che resta inspiegabile, se non indicibile. Con un linguaggio più aulico e spirituale, potremmo dire che appare l’ineffabile o, come chioserebbe uno studioso delle religioni, appare il numinoso. Ci troviamo, infatti, di fronte a qualcosa che va oltre l’esperienza del reale, così come siamo abituati a conoscerlo nella vita quotidiana. Si dà, in queste rarissime occasioni, un’eccedenza o una sproporzione che mette in discussione la certezza stessa di cosa sia reale.

Come cambiare la tua mente di Michael Pollan è un poderoso e avvincente resoconto di esperienze di questo genere; esperienze che lasciano una sensazione di spaesamento perturbante, non solo nel racconto di coloro che le hanno compiute, le decine di personaggi che appaiono nel testo di Pollan, ma anche nel lettore che, senza tregua, altalena tra lo stupore di scoprire la possibilità di accedere a dimensioni ulteriori della mente e del reale e la sensazione di trovarsi di fronte a una sorta di allucinazione collettiva in cui la follia diviene norma. Pur su tutt’altro registro linguistico, la lettura di Pollan fa sorgere inquietudini simili a quelle che emergono leggendo la Trilogia di Valis di Philip K. Dick nell’intreccio indissolubile tra biografia e narrazione che si moltiplica nei tre romanzi dickiani in una labirintica proliferazione di piani tra finzione, realtà e ultrarealtà. Dick, come Pollan, narra di un’esperienza “mistica”, esperienza che lo aveva portato oltre la dimensione spazio-temporale ordinaria mostrandogli dettagli di un mondo assai prossimo a quello descritto dalla tradizione gnostica.

All’interno dell’atmosfera onirica, eppur straordinariamente realistica, del romanzo di Dick, che assume connotati davvero inquietanti se letta parallelamente al diario di quegli anni, uscito con il titolo di L’esegesi, più volte viene da chiedersi cosa sia la realtà e se la fiction dickiana non sia piuttosto una parola profetica capace di mostrare, al di là delle apparenze abitudinarie del senso comune, il reale nella sua essenza abissale e vertiginosa. Altrettanto inquietante e gravido di domande analoghe è il libro di Michael Pollan. E anche per Pollan e le sue enigmatiche esperienze di passaggio attraverso il muro della percezione e della realtà vale la frase icastica di Valis: “la realtà è quella cosa che quando smetti di crederci non svanisce”. Sì, in fondo, sia in Dick sia nei personaggi descritti da Pollan, ci si trova di fronte ad esperienze di oltrepassamento del reale che non necessitano più di una fede. È, potremmo dire, quel che resta della realtà mistica quando non c’è più fede, quando non si crede più. Ci troviamo al cospetto del resto, di quel che resta della tensione verso l’aldilà, in un mondo che non crede più in nulla al di fuori dell’efficacia dei risultati.

Di quali esperienze tratta il libro dell’autore di fortunate opere sulla consapevolezza alimentare, come Il dilemma dell’onnivoro e In difesa del cibo? Il libro di Pollan credo possa essere definito come il resoconto di un cammino iniziatico, quello dello stesso autore, alle sostanze psichedeliche. Aristotele, per descrivere l’esperienza iniziatica, sottolineava che, più che come un insegnamento (didaskómenos), la si dovesse intendere come un’impronta (typoúmenos), un qualcosa che si imprime sull’anima e sul corpo dell’iniziato. E, leggendo i resoconti dei “viaggi” riportati da Pollan, si ha la netta sensazione di assistere proprio a questo tipo di esperienza, un’esperienza che si rivela, per l’appunto, come un’oscura sapienza, che si imprime nella mente di colui che la sperimenta. Non c’è nulla di didascalico in Pollan, ma tutto appare come vivo, come reale, come impossibile da eludere e da dimenticare: un sapere impresso nella carne.

Non è raro che le esperienze psichedeliche raccontate da Pollan abbiano un carattere catabatico, cioè di contatto e scambio con il mondo dei morti. Molto emozionanti sono le pagine dove Pollan descrive l’incontro con il teschio del nonno o l’identificazione dei genitori con due alberi davanti al suo studio, a cui segue la percezione, anzi la certezza, di una continuità indissolubile tra i vivi e i morti, tra la nascita e la morte. Anche qui si ha la netta sensazione del ripresentarsi di momenti canonici dell’esperienza misterico-iniziatica nella quale alla katábasis, alla caduta nelle tenebre, segue l’inesorabile ascesa verso la luce, l’anábasis.

Di pagina in pagina, attraverso una scrittura brillante e coinvolgente, non esente da un’ironia sferzante che fa coppia con una rara capacità di creare empatia tra il lettore e i personaggi (personaggi che, in realtà, sono persone in carne ed ossa, quasi tutte viventi e dotate di nomi e cognomi), Pollan non si limita al proprio percorso, ma ci accompagna tra i più avanzati laboratori di ricerca del mondo, mostrandoci come la ricerca scientifica abbia oggi un estremo interesse a studiare l’efficacia degli psichedelici in moltissimi campi di applicazione. E poi, in un alternarsi di situazioni e di colpi di scena, ci trascina al cospetto di misteriosi mediatori che, confinati nell’illegalità e in un’atmosfera magico-sacrale, fanno vivere a uomini e donne, del tutto normali e alla ricerca di un senso per la propria fin troppo “sensata” esistenza, “viaggi” oltre le porte della percezione, là dove il confine tra l’io e il Tutto vacilla.

Pollan ricostruisce, in questo modo, con grande precisione e dovizia di particolari, le tappe principali della storia di queste sostanze dalla fine degli anni trenta, anni della scoperta accidentale da parte di Albert Hofmann della molecola dell’LSD, sino, nei primi anni del 2000, al loro “rinascimento” (questa l’espressione di Pollan) ad opera di alcuni dei principali centri di ricerca medica e farmacologica del mondo, passando ovviamente per tutta la leggendaria sperimentazione degli anni sessanta da parte di un’intera generazione di hippy ed esponenti della controcultura americana, senza dimenticare l’uso di queste sostanza da parte delle élite del jet set internazionale in una rete di personaggi, più o meno inquietanti, dietro i quali si intravedono le ombre minacciose della CIA e di ancor più discrete società segrete.

Si viene così a delineare, nelle oltre 400 pagine del libro, un composito e sorprendente affresco che narra le sorti, più o meno note, di queste sostanze: dalla loro recente riabilitazione, non solo e non tanto per la cura di patologie resistenti ai farmaci in commercio e alle terapie comuni (patologie come l’alcolismo, le dipendenze o la depressione per le quali gli psichedelici hanno dimostrato, nei primi studi pubblicati, straordinarie percentuali di efficacia terapeutica), per giungere al loro utilizzo per una più vasta e complessa comprensione della mente e delle sue frontiere. Ricerche, queste ultime, che impongono alla scienza perturbanti sconfinamenti nelle dimensioni del misticismo e della fuoriuscita dal sé, spostando i confini del conosciuto alle soglie della scomparsa dell’individualità egoica a favore di una coscienza universale o cosmica.

È su queste ultime dimensioni di sconfinamento tra scienza e mistica che, io credo, sorgono gli interrogativi più interessanti in una più vasta e generale ricognizione sul ritorno di una dimensione spirituale nelle moderne società del tecnocapitalismo avanzato. Adelphi aveva già pubblicato, nel 2018, un interessante testo di Mark O’Connell dal titolo Essere una macchina, nel quale veniva investigato un inaspettato cortocircuito tra lo sviluppo tecnologico e la ricerca di nuove forme spirituali. In quel caso si trattava dei progetti transumanisti di resurrezione dei corpi attraverso le macchine o, nel peggiore dei casi, di trasmigrazione della coscienza in una macchina. In fondo, O’Connell ci mostrava la risorgenza, sotto nuove spoglie, quasi totalmente secolarizzate, della novella cristica dell’avvento del Regno in cui la morte è vinta. Pollan compie un gesto analogo a quello di O’Connell andando ad indagare, attraverso i più avanzati studi scientifici attualmente in corso, la possibilità di un ampliamento delle frontiere della mente e della coscienza.

E, in questa sua indagine, ci porta in terre di confine in cui la scienza, e i suoi derivati tecno-farmaceutici, si trovano ad intersecare il misticismo e antichissime sapienze, rimandando, in modo più o meno consapevole, al rapporto tra l’ātman e il Brahman della tradizione hindu o al Noûs aristotelico e tutte le sue derivazioni averroistiche, secondo le quali vi sarebbe una mente unica, senza forma e senza soggetto, a cui le singole menti non farebbero che connettersi. È ancora a questa mente unica che Aldous Huxley si riferiva quando, parlando proprio delle sostanze psichedeliche, in Le porte della percezione, ipotizzava l’esistenza di un “Intelletto in Genere” più vasto di quello individuale. Si tratta, in fondo e di nuovo, tornando alle pagine di Pollan, della ricomparsa dell’antica necessità umana di oltrepassamento della sfera del quotidiano per accedere a una dimensione altra o, comunque, più vasta della realtà. Non solo della realtà esterna, che la fisica e la chimica contemporanee hanno già dilatato all’inverosimile, tanto verso l’infinitamente piccolo quanto in direzione dell’infinitamente grande, ma anche della realtà cosiddetta interiore, quella della mente e della coscienza. Gli psichedelici appaiono, oggi, alla scienza, come prima erano apparsi a molti sacerdoti e sciamani o, in tempi più recenti, a scrittori e visionari di un mondo alternativo, una possibile via d’accesso per questa espansione dei confini della mente. Gli psichedelici, non più come droghe ricreazionali, ma come potenti mezzi tecnici utili per dare avvio a nuove ricerche e scoperte, allo stesso modo in cui lo furono, per la chimica e la biologia, il microscopio e, per l’astronomia, il telescopio. Quel che davvero sorprende, uscendo dalla lettura di Pollan, è come la scienza si confronti, oggi, con questioni che secondo lo scientismo positivista sarebbero state messe definitivamente “fuori gioco” proprio dall’evoluzione del pensiero scientifico, pensiero che le avrebbe bollate come irrazionali e fondate sulla superstizione e sull’ignoranza.

Così, quando nel 2006 un’equipe della Johns Hopkins University guidata da un neuroscienziato come Roland Griffiths, pluripremiato per il suo rigore e le sue ricerche nell’arco di una lunga carriera, pubblica su “Psychopharmacology” (una delle più importanti e serie riviste scientifiche di settore) uno studio dal titolo Psilocybin can occasion mystical-type experiences having substantial and sustained personal meaning and spiritual significance comprendiamo che si stanno aprendo per la ricerca strade fino ad alcuni anni orsono impensabili. La scienza che certifica l’esperienza mistica! Non a caso, le sostanze psichedeliche - le più note delle quali sono l’LSD, la mescalina, la psilocibina, la MDMA, più conosciuta come ecstasy - vengono oggi spesso chiamate endeogene, cioè che “hanno Dio al proprio interno”.

Il dettagliato racconto di Pollan ci pone, quindi, davanti a una domanda inaspettata: le sostanze psichedeliche che, anche secondo protocolli scientifici, danno accesso a esperienze mistiche ci mostrano che la mistica diventa scientifica o che la scienza diviene mistica? Può sembrare una domanda sofistica ma non credo lo sia. Credo, anzi, che nella risposta che noi, nei prossimi anni, daremo a questa o altre simili domande sia contenuto il destino della futura civiltà umana. Una civiltà che potrebbe portare a una rivitalizzazione dell’esigenza mistico-spirituale dell’uomo all’interno dell’alveo della scienza (una mistica manipolata dalla scienza) oppure a una dissoluzione o ibridazione del metodo scientifico in una miriade di anti-metodi o contro-metodi, per parafrasare il filosofo della scienza Paul Karl Feyerabend.

Se infatti noi riuscissimo a stabilire, cosa che la scienza attualmente sembra in grado di fare o si accinge a fare, che l’esperienza mistica sia dovuta a una inibizione della rete DMN (inibizione causata da processi chimici innescati, tra gli altri elementi possibili, dagli psichedelici) che conclusione dovremmo trarre? La più plausibile è che se l’intero processo dipendesse e fosse causato da principi chimici e fisici allora la mistica sarebbe spiegabile come un fenomeno chimico-fisico e non avrebbe nulla di soprannaturale. Il mondo a cui accederemmo in un’esperienza mistica dipenderebbe in maniera univoca dall’inibizione di flussi ematici e di ossigenazione di alcune parti del cervello. Nulla di più, nulla di misterioso. Verrebbe così a cadere l’idea misterica di un’illuminazione e di un sapere visionario e profetico su una realtà più profonda e vera che l’esperienza mistica mostrerebbe. Non si avrebbe, cioè, una misticizzazione della realtà scientifica ma una scientificazione della realtà mistica, spiegabile secondo regole di causa effetto, al pari di ogni altro processo chimico-fisico. La scienza, in qualche modo, assumerebbe il controllo anche della vita spirituale. Non sarebbe più costretta a relegarla nella sfera della superstizione. Potrebbe, più semplicemente e scientificamente, manipolare lo spirituale, come tutto il resto della natura.

Questa sembra l’ipotesi più plausibile, ma resterebbe insoluto un ulteriore quesito. Ammesso, infatti, che la coscienza sia frutto di un particolare equilibrio chimico-fisico e che una volta messo in crisi questo equilibrio la coscienza si dissolva avendo accesso a una realtà ulteriore, chi stabilisce se sia più “vero” lo stato di equilibrio o quello di disequilibrio generato dall’uso degli psichedelici? E, ancora più radicalmente, chi stabilisce che la realtà espansa generata dal disequilibrio psichico sia meno reale di quella percepita in una fase di equilibrio? O, detto ancora diversamente, per quale ragione il prodotto di più composti chimici dovrebbe essere più vero di un altro o dei molti altri possibili partendo dagli stessi elementi di base? E infine, per quale ragione la coscienza del sé dovrebbe essere più vera o spiegare meglio il reale della coscienza diffusa di cui parlano i mistici e che può essere generata attraverso un uso specifico di sostanze psichedeliche? Non si tratterebbe solo di due approssimazioni alla pluralità del reale, allo stesso modo in cui cambia la visione del reale se io lo osservo a partire dai campi magnetici che lo costituiscono o dalle lunghezze d’onda della luce percepibili dall’occhio umano? È, per noi, dell’ordine dell’ovvietà che la realtà del campo magnetico di un corpo e la sua realtà visibile sulle frequenze luminose percepibili da un occhio umano siano esattamente la stessa realtà. Ma, a seconda che l’organo percipiente si sintonizzi su una o sull’altra, si generano mondi, visioni del mondo, pratiche di mondo radicalmente diverse. Cosa sarebbe dunque la visione della scienza una volta scoperto - in realtà da millenni e da decine di tradizioni e civiltà disseminate sul globo, ma ora anche dalla scienza - che vi sono altri possibili accessi al reale e altre innumerevoli possibili visioni del cosmo, interno ed esterno, che ne determinano un ampliamento pari a quello dell’espansione dell’universo?

Nel moltiplicarsi di queste domande, e di altre ancora, è probabilmente contenuta la realtà del mondo che verrà. Forse la realtà dell’umanità del futuro si trova tra le pieghe di un’interrogazione, sull’universo e sulla coscienza che lo riflette, non più fideistica né puramente razionale, ma che si inoltra nell’oscuro sapere di una gnosi, arcana e sempre a venire, le cui frontiere sono al di là di ogni dominio e di ogni certezza: una conoscenza in viaggio...


Sul tema, nel sito, si cfr.:

FREUD, IL MARE, E "LA MENTE ESTATICA". Un invito a ripensare il lavoro di Elvio Fachinelli

Federico La Sala


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