Benedetto XVI e l’eredità di Pietro

Ecumenismo minato da duemila anni di divisioni
venerdì 22 aprile 2005.
 

La morte di Papa Giovanni Paolo II, l’elezione di Benedetto XVI, il conclave, le fumate nere e bianche, tutta una serie di avvenimenti e di cronache hanno portato la Chiesa di Roma al centro dell’attenzione mediatica planetaria. Attenzione mediatica giustificata dal fatto che il vescovo di Roma è, per tutta una serie di dogmi e tradizioni, successore di Pietro, Pastore della Chiesa Universale e Vicario di Cristo. Proprio qui casca l’asino, o per meglio dire, casca lo scisma. Molte chiese cristiane, non cattoliche naturalmente, confortate a sentir loro dalle opinioni di studiosi e storici, confutano questi “appellativi” della curia romana. A parer loro, la chiesa romana non sarebbe mai stata la chiesa dell’apostolo Pietro. La presenza storica del “capo degli Apostoli” nella capitale dell’impero non è stata mai provata storicamente, ma tramandata da tutta una serie di tradizioni e racconti più o meno leggendari. Mentre il viaggio e la visita di San Paolo a Roma vengono scrupolosamente descritti negli Atti degli Apostoli, nemmeno una riga dei vangeli è stata scritta per informarci dell’importante presenza di San Pietro nella capitale dell’impero. I più importanti autori di cronache cristiane dei primi secoli (come, ad esempio, Eusebio di Cesarea), tra l’altro quasi tutti vescovi, non solo non descrivono la presenza pietrina a Roma ma sicuramente non includono questa città tra le diocesi più importanti dei primi secoli del paleocristianesimo (Alessandria d’Egitto, Antinochia, Costantinopoli ). Lo scritto apocrifo, definito il Vangelo di Pietro, ed attribuito secondo la tradizione a San Pietro, è stato ritrovato in Egitto nel 1886, nel sepolcro di un monaco cristiano di Akmim. Questo “Vangelo di Pietro” è ricordato in una lettera di Serapione Vescovo di Antinochia, intorno al 200 d.C, come vangelo in uso presso alcune comunità cristiane della Siria. Ben lontane da Roma quindi. La vera tomba del Santo, nelle catacombe costantiniane del Vaticano, non è stata mai trovata. Anche la stele con la scritta: “Pietro è qui”, non è stata trovata sotto l’altare principale della Basilica, ma ben lontano dal punto dove la leggenda afferma sia stata la mitica tomba. Si aggiunga a questo che, nuovi studi ed interpetrazioni del vangelo, supportate dagli scritti del Qumran, più notoriamente chiamati i “rotoli del Mar Morto”, individuano il capo della setta cristiana o nazarena, dopo la morte di Gesù, non in Pietro, ma ben si in Giacomo, vescovo di Gerusalemme ( uno dei contestati fratelli o cugini di Gesù stesso). Roma entrerà con forza, nel cristianesimo, con Costantino, e precisamente con il Concilio di Nicea (325 d.C.). Costantino, nel tentativo di risolvere una serie di problemi politici, legati alla divisione tra le varie fazioni cristiane, tentò di conciliare le varie tendenze. Costantino stesso partecipò al concilio, oggi diremmo da Papa oltre che da imperatore ( dando così inizio al cosiddetto “cesaropapismo” ) Il concilio, che doveva appianare le divisioni, ebbe invece l’effetto contrario, le spaccature si moltiplicarono. Nei secoli che seguirono le diatribe più forti, furono guarda caso tra le due diocesi politicamente più potenti: Roma e Bisanzio. La potenza latina contro quella greco-bizantina. Ne seguirono una serie di scomuniche reciproche tra i pontefici romani e i patriarchi di Bisanzio, fino allo scisma del 1054. L’autorità della chiesa di Roma e del suo vescovo, su tutte le altre chiese, rimane dunque ancorata al legame tra questa e l’apostolo Pietro: “Tu costruirai la mia chiesa”. La chiesa di Pietro è dunque la chiesa del Cristo. Le analisi storiche, la razionalità a un certo punto non può non lasciare spazio alla fede, ed al rispetto per chi crede che l’erede di quel burbero pescatore della Galilea, fatto pescatore di uomini, sia oggi Benedetto XVI. Al nuovo Papa, visto anche le responsabilità geopolitiche che si ritrova non possiamo che augurare buon lavoro.

Francesco Scarcelli


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