Editoriale

Libertà più sacra della vita

lundi 4 août 2008.
 

Il sempre tristemente attuale dibattito sulla violenza è in genere dominato dall’idea della sacralità e dunque indisponibilità della vita. L’emblema stesso della violenza è togliere o togliersi la vita. Sembra del tutto dimenticato il grande motto degli antichi che ammoniva a non voler salvare la vita a costo di perdere i valori che la rendono preziosa (« propter vitam vivendi perdere causas »). I poveri martiri cristiani dovrebbero dunque apparirci come testardi suicidi, per non parlare di Abramo che fino all’ultimo momento credette di dover sacrificare il figlio Isacco al Signore.

Questi sono solo alcuni dei paradossi che la nostra usuale concezione della violenza lascia irrisolti. Perfino la violenza rivoluzionaria, così cara all’ideologia e alla retorica di tanti movimenti sociali di destra e di sinistra, è diventata tabù. Anche da sinistra si guarda con orrore alle violenze della Rivoluzione d’ottobre e la stessa Rivoluzione francese che abbiamo imparato a considerare come l’origine stessa delle libertà politiche moderne non se la passa tanto bene. Bisogna riconoscere che (anche ?) in questo il pensiero di destra appare più coerente e spregiudicato. Per instaurare una democrazia non si può indire un referendum (sulla base di quale costituzione, se non c’è ?), quindi non ci si deve scandalizzare se gli americani cercano di esportarla in Iraq a suon di bombe. Già, ma Gandhi ? Certo non prese le armi, ma le varie forme di resistenza pacifica che inventò erano tutt’altro che pure parole di persuasione rivolte alle anime buone degli avversari...

Il problema di base, però, è se davvero si possa definire la violenza in riferimento al valore assoluto della vita. Non sarebbe violenza impedire a tutti i costi a un suicida di uccidersi ? I grandi dell’antichità romana, sempre per non parlare dei martiri cristiani, avrebbero dovuto astenersi dal loro atto di libertà e sottomettersi ai tiranni che di volta in volta prendevano il potere ? L’essere o non essere di Amleto sta nello stesso orizzonte : come pure qualunque decisione di resistere alla prevaricazione, al tedesco invasore o al comunista persecutore di sacerdoti... Ci sembra talvolta di vivere in un mondo dove contrasti estremi non sono più possibili e lotte radicali non più necessarie. Ma basta guardar fuori dalla finestra per capire che non è così, che la nostra delicatezza d’animo rischia di essere un privilegio che ci mette subito dalla parte dei carnefici.

E poi, comunque, restano i tanti paradossi, anche a causa degli sviluppi della medicina. Era lecito tenere in vita a tutti i costi un uomo sofferente e senza speranza di guarigione come Welby, che chiedeva, coscientemente e insistemente, di esser lasciato morire ? Non dovremmo sostituire al preteso valore sacrale della vita quello, molto più ragionevolmente riconoscibile, della libertà ? Anche chi pensa che la vita sia un dono di Dio non può ritenere di non poterne disporre secondo la propria coscienza (la quale anche per la teologia cattolica « obbliga", quand’anche fosse "sbagliata" »). Sostituire il valore della libertà a quello della pura sopravvivenza biologica è probabilmente il passo che ci aiuterebbe a risolvere molti dei problemi in cui ancora ci dibattiamo.

Gianni Vattimo

Ripubblicato il primo agosto 2008 (Rif. orig.rio La Stampa, 10/03/2007)


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