[...] In tutto il pianeta ci sono a tutt’oggi più di 30mila testate nucleari. Alcune di queste sono presenti anche in Italia. E proprio per rilanciare il tema del disarmo nucleare e discutere dell’accordo Nato di condivisione nucleare tra Italia e Stati Uniti dal 6 al 9 agosto si terrà, fra Aviano e Pordenone, l’iniziativa, promossa dai Beati Costruttori di Pace, "Via le atomiche".
Secondo quanto hanno più volte denunciato associazioni pacifiste e rappresentanti del nostro parlamento infatti 90 bombe atomiche sono presenti nelle basi Usa di Aviano e Ghedi Torre per una potenza 900 volte superiore alla bomba sganciata nel 1945 su Hiroshima.
61 anni dopo Hiroshima,
Napolitano: la pace valore irrinunciabile *
«Come ogni anno, la ricorrenza della tragedia di Hiroshima rinnova il monito alle nostre coscienze sulle devastanti conseguenze della guerra e rafforza in noi l’aspirazione alla pace tra i popoli come valore irrinunciabile». Inizia così il messaggio che il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano ha inviato al senatore Athos De luca, presidente del "Comitato Terra e pace", che sabato mattina 5 agosto, a piazza della Rotonda a Roma, ha dato il via alle cerimonia per ricordare il 61mo anniversario della bomba atomica sulla città di Hiroshima consegnato il tradizionale premio «per il generoso impegno a favore della pace e della solidarietà internazionale» che quest’anno è andato alla Croce Rossa Italiana.
«Ricordare oggi il 61mo anniversario di quella immensa catastrofe - ha scritto Napolitano - significa anche richiamare l’impegno di tutti gli stati a bandire ogni forma di intolleranza e di discriminazione, vere radici di odio e di violenza, e a promuovere politiche ispirate al dialogo, al rispetto e alla pacifica convivenza».
La cerimonia romana è solo una delle numerose iniziative che anche quest’anno ricorderanno in Italia l’inizio dell’era atomica: il 6 agosto 1945 con la bomba su Hiroshima e poi, tre giorni dopo, quella su Nagasaki. Sessant’anni dopo infatti, la bomba continua a fare le sue vittime: oltre 227mila con perdite annue di poco inferiori a 5mila persone mentre si stima che gli hibakusha (i colpiti dalle radiazioni gamma del "maledetto fungo", come i superstiti chiamano la bomba) siano ancora 285mila.
Ma non solo. In tutto il pianeta ci sono a tutt’oggi più di 30mila testate nucleari. Alcune di queste sono presenti anche in Italia. E proprio per rilanciare il tema del disarmo nucleare e discutere dell’accordo Nato di condivisione nucleare tra Italia e Stati Uniti dal 6 al 9 agosto si terrà, fra Aviano e Pordenone, l’iniziativa, promossa dai Beati Costruttori di Pace, "Via le atomiche".
Secondo quanto hanno più volte denunciato associazioni pacifiste e rappresentanti del nostro parlamento infatti 90 bombe atomiche sono presenti nelle basi Usa di Aviano e Ghedi Torre per una potenza 900 volte superiore alla bomba sganciata nel 1945 su Hiroshima.
* www.unita.it, Pubblicato il 05.08.06
LA RICORRENZA
Hiroshima ricorda, 65 anni dopo
Per la prima volta con gli americani
Oltre 55mila persone hanno celebrato l’anniversario del lancio della bomba atomica sulla città giapponese. Con la presenza storica dell’ambasciatore Usa Roos e del segretario dell’Onu Ban Ki-moon. Un minuto di silenzio alle 8,15, il momento della catastrofe *
TOKYO - Oltre 55.000 persone hanno celebrato oggi a Hiroshima il 65mo anniversario dal lancio della bomba atomica sulla città giapponese, in una cerimonia storica che ha visto per la prima volta la partecipazione ufficiale degli Stati Uniti e di un segretario generale delle Nazioni Unite.
All’evento commemorativo, tenuto nel Peace Memorial Park realizzato nel centro della città rasa al suolo il 6 agosto 1945, hanno partecipato, tra le altre numerose personalità di spicco, l’ambasciatore Usa in Sol Levante, John Roos, in rappresentanza degli Stati Uniti, il Segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon, e il premier nipponico Naoto Kan.
Presenza record anche per la partecipazione internazionale alla cerimonia, con diplomatici in rappresentanza di 74 Paesi, il numero più alto finora registrato, tra cui anche la prima assoluta delle potenze atomiche Francia e Gran Bretagna. "Siamo tutti insieme in un viaggio da Ground Zero a Global Zero, ovvero un mondo libero dalle armi di distruzione di massa - ha dichiarato Ban nel suo intervento alla cerimonia -. E’ l’unica via percorribile verso un mondo più sicuro. Finchè esisteranno gli armamenti atomici saremo costretti a vivere sotto un’ombra nucleare".
Un minuto di silenzio è stato osservato alle 8,15 del mattino (l’1,15 in Italia), l’esatto momento in cui la bomba atomica fu sganciata 65 anni fa sulla città, da un’altitudine di 600 metri, uccidendo almeno 140.000 persone.
* la Repubblica, 06 agosto 2010)
Paul Tibbets diede il nome della madre all’aereo che il 6 agosto 1945
colpì il Giappone con la bomba ’Little Boy’. Morirono 140mila persone
Usa, morto il pilota dell’Enola Gay
sganciò l’atomica su Hiroshima
"Sono orgoglioso di essere partito dal niente, aver pianificato l’intera operazione
ed essere riuscito ad eseguire il lavoro perfettamente. La notte dormo bene" *
WASHINGTON - E’ morto a 92 anni Paul Tibbets, il pilota del B-29 ’Enola Gay’ che sganciò la bomba atomica su Hiroshima. Tibbets si è spento a Columbus, in Ohio. Lo ha reso noto un portavoce della famiglia.
Tibbets, all’epoca colonnello, diede al bombardiere B-29 Superfortress il nome della madre (dall’eroina di un romanzo). Le cronache raccontano che il comandante regolarmente assegnato dell’aereo si infuriò per essere stato scavalcato da Tibbets per questa importante missione, e diede in escandescenze quando la mattina del 6 agosto, nella base aerea sull’isola di Tinian, nelle Marianne, vide l’aereo dipinto con il nuovo nome. Lo stesso Tibbets, intervistato dopo il bombardamento atomico, confessò il suo imbarazzo per aver associato il nome di sua madre a un’operazione bellica di quel tipo.
La missione fu compiuta il 6 agosto 1945, con un equipaggio di 14 persone. L’ordigno da 4,2 tonnellate, battezzato ’Little Boy’, venne sganciato alle 8,15. Esplodendo in aria poco prima di toccare il suolo di Hiroshima, la bomba sviluppò un’ondata di calore che raggiunse i 4.000 gradi centigradi in un raggio di oltre 4 chilometri, seguita da un sinistro fungo di fumo. Centoquarantamila dei 350 mila abitanti della città morirono sul colpo, ma l’esplosione atomica lasciò per anni sulla città una sinistra scia di morte e sofferenza. Alla fine, a Hiroshima le vittime accertate della bomba atomica furono 221.823, con quelle che hanno perso la vita per i danni provocati dalle radiazioni nucleari. "Non sono orgoglioso di aver ucciso quelle persone - ha detto Tibbets anni fa, in un’intervista - ma sono orgoglioso di essere partito dal niente, aver pianificato l’intera operazione ed essere riuscito ad eseguire il lavoro perfettamente. La notte dormo bene".
La missione su Hiroshima, infatti, venne descritta come impeccabile dal punto di vista tattico. Al contrario, quella effettuata tre giorni dopo su Nagasaki dal B-29 Bockscar pilotato dal maggiore Charles W. Sweeney, che sganciò un secondo ordigno nucleare, "Fat Man", provocando 74mila morti, è stata bollata come tatticamente errata, anche se raggiunse lo scopo, spingendo il Giappone alla resa e chiudendo così la Seconda guerra mondiale.
Tibbets lasciò l’aeronautica militare Usa nel 1966 con il grado di generale e mise in piedi una società di taxi-jet in Ohio. Secondo quanto ha riferito l’amico di famiglia Gerry Newhouse, ha lasciato detto di non celebrare un funerale e di non porre una lapide sulla sua tomba, per il timore che divenga un luogo per manifestazioni di protesta.
* la Repubblica, 1 novembre 2007
1. La prima lettera di Guenther Anders a Claude Eatherly
2. La prima lettera di Claude Eatherly a Guenther Anders *
1. DOCUMENTI. LA PRIMA LETTERA DI GUENTHER ANDERS A CLAUDE EATHERLY
Al signor Claude R. Eatherly
ex maggiore della A. F.
Veterans’ Administration Hospital
Waco, Texas
3 giugno 1959
Caro signor Eatherly,
Lei non conosce chi scrive queste righe. Mentre Lei e’ noto a noi, ai miei amici e a me. Il modo in cui Lei verra’ (o non verra’) a capo della Sua sventura, e’ seguito da tutti noi (che si viva a New York, a Tokio o a
Vienna) col cuore in sospeso. E non per curiosita’, o perche’ il Suo caso ci interessi dal punto di vista medico o psicologico. Non siamo medici ne’
psicologi. Ma perche’ ci sforziamo, con ansia e sollecitudine, di venire a capo dei problemi morali che, oggi, si pongono di fronte a tutti noi. La tecnicizzazione dell’esistenza: il fatto che, indirettamente e senza saperlo, come le rotelle di una macchina, possiamo essere inseriti in azioni di cui non prevediamo gli effetti, e che, se ne prevedessimo gli effetti, non potremmo approvare - questo fatto ha trasformato la situazione morale di tutti noi. La tecnica ha fatto si’ che si possa diventare "incolpevolmente colpevoli", in un modo che era ancora ignoto al mondo tecnicamente meno avanzato dei nostri padri.
Lei capisce il suo rapporto con tutto questo: poiche’ Lei e’ uno dei primi che si e’ invischiato in questa colpa di nuovo tipo, una colpa in cui potrebbe incorrere - oggi o domani - ciascuno di noi. A Lei e’ capitato cio’
che potrebbe capitare domani a noi tutti. E’ per questo che Lei ha per noi la funzione di un esempio tipico: la funzione di un precursore.
Probabilmente tutto questo non Le piace. Vuole stare tranquillo, your life is your business. Possiamo assicurarLe che l’indiscrezione piace cosi’ poco a noi come a Lei, e La preghiamo di scusarci. Ma in questo caso, per la ragione che ho appena detto, l’indiscrezione e’ - purtroppo - inevitabile, anzi doverosa. La Sua vita e’ diventata anche il nostro business. Poiche’ il caso (o comunque vogliamo chiamare il fatto innegabile) ha voluto fare di Lei, il privato cittadino Claude Eatherly, un simbolo del futuro, Lei non ha piu’ diritto di protestare per la nostra indiscrezione. Che proprio Lei, e non un altro dei due o tre miliardi di Suoi contemporanei, sia stato condannato a questa funzione di simbolo, non e’ colpa Sua, ed e’ certamente spaventoso. Ma cosi’ e’, ormai.
E tuttavia non creda di essere il solo condannato in questo modo. Poiche’
tutti noi dobbiamo vivere in quest’epoca, in cui potremmo incorrere in una colpa del genere: e come Lei non ha scelto la sua triste funzione, cosi’
anche noi non abbiamo scelto quest’epoca infausta. In questo senso siamo quindi, come direste voi americani, "on the same boat", nella stessa barca, anzi siamo i figli di una stessa famiglia. E questa comunita’, questa parentela, determina il nostro rapporto verso di Lei. Se ci occupiamo delle Sue sofferenze, lo facciamo come fratelli, come se Lei fosse un fratello a cui e’ capitata la disgrazia di fare realmente cio’ che ciascuno di noi potrebbe essere costretto a fare domani; come fratelli che sperano di poter evitare quella sciagura, come Lei oggi spera, tremendamente invano, di averla potuta evitare allora.
Ma allora cio’ non era possibile: il meccanismo dei comandi funziono’
perfettamente, e Lei era ancora giovane e senza discernimento.
Dunque lo ha fatto. Ma poiche’ lo ha fatto, noi possiamo apprendere da Lei, e solo da Lei, che sarebbe di noi se fossimo stati al Suo posto, che sarebbe di noi se fossimo al Suo posto. Vede che Lei ci e’ estremamente prezioso, anzi indispensabile. Lei e’, in qualche modo, il nostro maestro.
Naturalmente Lei rifiutera’ questo titolo. "Tutt’altro, dira’, poiche’ io non riesco a venire a capo del mio stato".
*
Si stupira’, ma e’ proprio questo "non" a far pencolare (per noi) la bilancia. Ad essere, anzi, perfino consolante. Capisco che questa affermazione deve suonare, sulle prime, assurda. Percio’ qualche parola di spiegazione.
Non dico "consolante per Lei". Non ho nessuna intenzione di volerLa consolare. Chi vuol consolare dice, infatti, sempre: "La cosa non e’ poi cosi grave"; cerca, insomma, di impicciolire l’accaduto (dolore o colpa) o di farlo sparire con le parole. E’ proprio quello che cercano di fare, per esempio, i Suoi medici. Non e’ difficile scoprire perche’ agiscano cosi’. In fin dei conti sono impiegati di un ospedale militare, cui non si addice la condanna morale di un’azione bellica unanimemente approvata, anzi lodata; a cui, anzi, non deve neppure venire in mente la possibilita’ di questa condanna; e che percio’ devono difendere in ogni caso l’irreprensibilita’ di un’azione che Lei sente, a ragione, come una colpa. Ecco perche’ i Suoi medici affermano: "Hiroshima in itself is not enough to explain your behaviour", cio’ che in un linguaggio meno lambiccato significa: "Hiroshima e’ meno terribile di quanto sembra"; ecco perche’ si limitano a criticare, invece dell’azione stessa (o "dello stato del mondo" che l’ha resa possibile), la Sua reazione ad essa; ecco perche’ devono chiamare il Suo dolore e la Sua attesa di un castigo una "malattia" ("classical guilt complex"); ed ecco perche’ devono considerare e trattare la Sua azione come un "self-imagined wrong", un delitto inventato da Lei. C’e’ da stupirsi che uomini costretti dal loro conformismo e dalla loro schiavitu’ morale a sostenere l’irreprensibilita’ della Sua azione, e a considerare quindi patologico il Suo stato di coscienza, che uomini che muovono da premesse cosi’ bugiarde ottengano dalle loro cure risultati cosi’ poco brillanti?
Posso immaginare (e La prego di correggermi se sbaglio) con quanta incredulita’ e diffidenza, con quanta repulsione Lei consideri quegli uomini, che prendono sul serio solo la Sua reazione, e non la Sua azione.
Hiroshima-self-imagined!
Non c’e’ dubbio: Lei la sa piu’ lunga di loro. Non e’ senza ragione che le grida dei feriti assordano i Suoi giorni, che le ombre dei morti affollano i Suoi sogni. Lei sa che l’accaduto e’ accaduto veramente, e, non e’
un’immaginazione. Lei non si lascia illudere da costoro. E nemmeno noi ci lasciamo illudere. Nemmeno noi sappiamo che farci di queste "consolazioni".
No, io dicevo per noi. Per noi il fatto che Lei non riesce a "venire a capo"
dell’accaduto, e’ consolante. E questo perche’ ci mostra che Lei cerca di far fronte, a posteriori, all’effetto (che allora non poteva concepire) della Sua azione; e perche’ questo tentativo, anche se dovesse fallire, prova che Lei ha potuto tener viva la Sua coscienza, anche dopo essere stato inserito come una rotella in un meccanismo tecnico e adoperato in esso con successo. E serbando viva la Sua coscienza ha mostrato che questo e’
possibile, e che dev’essere possibile anche per noi. E sapere questo (e noi lo sappiamo grazie a Lei) e’, per noi, consolante.
"Anche se dovesse fallire", ho detto. Ma il Suo tentativo deve necessariamente fallire. E precisamente per questo.
Gia’ quando si e’ fatto torto a una persona singola (e non parlo di uccidere), anche se l’azione si lascia abbracciare in tutti i suoi effetti, e’ tutt’altro che semplice "venirne a capo". Ma qui si tratta di ben altro.
Lei ha la sventura di aver lasciato dietro di se’ duecentomila morti. E come sarebbe possibile realizzare un dolore che abbracci 200.000 vite umane? Come sarebbe possibile pentirsi di 200.000 vittime?
Non solo Lei non lo puo’, non solo noi non lo possiamo: non e’ possibile per nessuno. Per quanti sforzi disperati si facciano, dolore e pentimento restano inadeguati. L’inutilita’ dei Suoi sforzi non e’ quindi colpa Sua, Eatherly: ma e’ una conseguenza di cio’ che ho definito prima come la novita’ decisiva della nostra situazione: del fatto, cioe’, che siamo in grado di produrre piu’ di quanto siamo in grado di immaginare; e che gli effetti provocati dagli attrezzi che costruiamo sono cosi’ enormi che non siamo piu’ attrezzati per concepirli. Al di la’, cioe’, di cio’ che possiamo dominare interiormente, e di cui possiamo "venire a capo". Non si faccia rimproveri per il fallimento del Suo tentativo di pentirsi. Ci mancherebbe altro! Il pentimento non puo’ riuscire. Ma il fallimento stesso dei Suoi sforzi e’ la Sua esperienza e passione di ogni giorno; poiche’ al di fuori di questa esperienza non c’e’ nulla che possa sostituire il pentimento, e che possa impedirci di commettere di nuovo azioni cosi tremende. Che, di fronte a questo fallimento, la Sua reazione sia caotica e disordinata, e’ quindi perfettamente naturale. Anzi, oserei dire che e’ un segno della Sua salute morale. Poiche’ la Sua reazione attesta la vitalita’ della Sua coscienza.
*
Il metodo usuale per venire a capo di cose troppo grandi e’ una semplice manovra di occultamento: si continua a vivere come se niente fosse; si cancella l’accaduto dalla lavagna della vita, si fa come se la colpa troppo grave non fosse nemmeno una colpa. Vale a dire che, per venirne a capo, si rinuncia affatto a venirne a capo. Come fa il Suo compagno e compatriota Joe Stiborik, ex radarista sull’Enola Gay, che Le presentano volentieri ad esempio perche’ continua a vivere magnificamente e ha dichiarato, con la miglior cera di questo mondo, che "e’ stata solo una bomba un po’ piu’ grossa delle altre". E questo metodo e’ esemplificato, meglio ancora, dal presidente che ha dato il "via" a Lei come Lei lo ha dato al pilota dell’apparecchio bombardiere; e che quindi, a ben vedere, si trova nella Sua stessa situazione, se non in una situazione ancora peggiore. Ma egli ha omesso di fare cio’ che Lei ha fatto. Tant’e’ che alcuni anni fa, rovesciando ingenuamente ogni morale (non so se sia venuto a saperlo), ha dichiarato, in un’intervista destinata al pubblico, di non sentire i minimi "pangs of conscience", che sarebbe una prova lampante della sua innocenza; e quando poco fa, in occasione del suo settantacinquesimo compleanno, ha tirato le somme della sua vita, ha citato, come sola mancanza degna di rimorso, il fatto di essersi sposato dopo i trenta. Mi pare difficile che Lei possa invidiare questo "clean sheet". Ma sono certo che non accetterebbe mai, da un criminale comune, come una prova d’innocenza, la dichiarazione di non provare il minimo rimorso. Non e’ un personaggio ridicolo, un uomo che fugge cosi’ davanti a se stesso? Lei non ha agito cosi’, Eatherly; Lei non e’ un personaggio ridicolo. Lei fa, pur senza riuscirci, quanto e’ umanamente possibile: cerca di continuare a vivere come la stessa persona che ha compiuto l’azione. Ed e’ questo che ci consola. Anche se Lei, proprio perche’ e’ rimasto identico con la Sua azione, si e’ trasformato in seguito ad essa.
Capisce che alludo alle Sue violazioni di domicilio, falsi e non so quali altri reati che ha commesso. E al fatto che e’ o passa per demoralizzato e depresso. Non pensi che io sia un anarchico e favorevole ai falsi e alle rapine, o che dia scarso peso a queste cose. Ma nel Suo caso questi reati non sono affatto "comuni": sono gesti di disperazione. Poiche’ essere colpevole come Lei lo e’ ed essere esaltati, proprio per la propria colpa, come "eroi sorridenti", dev’essere una condizione intollerabile per un uomo onesto; per porre termine alla quale si puo’ anche commettere qualche scorrettezza. Poiche’ l’enormita’ che pesava e pesa su di Lei non era capita, non poteva essere capita e non poteva essere fatta capire nel mondo a cui Lei appartiene, Lei doveva cercare di parlare ed agire nel linguaggio intelligibile costi’, nel piccolo linguaggio della petty o della big larceny nei termini della societa’ stessa. Cosi’ Lei ha cercato di provare la Sua colpa con atti che fossero riconosciuti come reati. Ma anche questo non Le e’ riuscito.
E’ sempre condannato a passare per malato, anziche’ per colpevole. E proprio per questo, perche’ - per cosi’ dire - non Le si concede la Sua colpa Lei e’ e rimane un uomo infelice.
*
E ora, per finire, un suggerimento.
L’anno scorso ho visitato Hiroshima; e ho parlato con quelli che sono rimasti vivi dopo il Suo passaggio. Si rassicuri: non c’e’ nessuno di quegli uomini che voglia perseguitare una vite nell’ingranaggio di una macchina militare (cio’ che Lei era, quando, a ventisei anni, esegui’ la Sua "missione"); non c’e’ nessuno che La odi.
Ma ora Lei ha mostrato che, anche dopo essere stato adoperato come una vite, e’ rimasto, a differenza degli altri, un uomo; o di esserlo ridiventato. Ed ecco la mia proposta, su cui Lei avra’ modo di riflettere.
Il prossimo 6 agosto la popolazione di Hiroshima celebrera’, come tutti gli anni, il giorno in cui "e’ avvenuto". A quegli uomini Lei potrebbe inviare un messaggio, che dovrebbe giungere per il giorno della celebrazione. Se Lei dicesse da uomo a quegli uomini: "Allora non sapevo quel che facevo; ma ora lo so. E so che una cosa simile non dovra’ piu’ accadere; e che nessuno puo’ chiedere a un altro di compierla"; e: "La vostra lotta contro il ripetersi di un’azione simile e’ anche la mia lotta, e il vostro ’no more Hiroshima’ e’ anche il mio ’no more Hiroshima`, o qualcosa di simile puo’ essere certo che con questo messaggio farebbe una gioia immensa ai sopravvissuti di Hiroshima e che sarebbe considerato da quegli uomini come un amico, come uno di loro. E che cio’ accadrebbe a ragione, poiche’ anche Lei, Eatherly, e’ una vittima di Hiroshima. E cio’ sarebbe forse anche per Lei, se non una consolazione, almeno una gioia.
Col sentimento che provo per ognuna di quelle vittime, La saluto Guenther Anders
2. DOCUMENTI. LA PRIMA LETTERA DI CLAUDE EATHERLY A GUENTHER ANDERS [Riproponiamo il testo della prima lettera di Claude Eatherly a Guenther Anders, del 12 giugno 1959, riprendendola dalla corrispondenza tra Guenther Anders e Claude Eatherly, Il pilota di Hiroshima. Ovvero: la coscienza al bando, Einaudi, Torino 1962, poi Linea d’ombra, Milano 1992 (ivi alle pp. 34-36), nella classica traduzione di Renato Solmi]
12 giugno 1959
Dear Sir,
molte grazie della Sua lettera, che ho ricevuto venerdi’ della scorsa settimana.
Dopo aver letto piu’ volte la Sua lettera, ho deciso di scriverLe, e di entrare eventualmente in corrispondenza con Lei, per discutere di quelle cose che entrambi, credo, comprendiamo. Io ricevo molte lettere, ma alla maggior parte non posso nemmeno rispondere. Mentre di fronte alla Sua lettera mi sono sentito costretto a rispondere e a farLe conoscere il mio atteggiamento verso le cose del mondo attuale.
Durante tutto il corso della mia vita sono sempre stato vivamente interessato al problema del modo di agire e di comportarsi. Pur non essendo, spero, un fanatico in nessun senso, ne’ dal punto di vista religioso ne’ da quello politico, sono tuttavia convinto, da qualche tempo, che la crisi in cui siamo tutti implicati esige un riesame approfondito di tutto il nostro schema di valori e di obbligazioni. In passato, ci sono state epoche in cui era possibile cavarsela senza porsi troppi problemi sulle proprie abitudini di pensiero e di condotta.
Ma oggi e’ relativamente chiaro che la nostra epoca non e’ di quelle. Credo, anzi, che ci avviciniamo rapidamente a una situazione in cui saremo costretti a riesaminare la nostra disposizione a lasciare la responsabilita’ dei nostri pensieri e delle nostre azioni a istituzioni sociali (come partiti politici, sindacati, chiesa o stato).
Nessuna di queste istituzioni e’ oggi in grado di impartire consigli morali infallibili, e percio’ bisogna mettere in discussione la loro pretesa di impartirli. L’esperienza che ho fatto personalmente deve essere studiata da questo punto di vista, se il suo vero significato deve diventare comprensibile a tutti e dovunque, e non solo a me.
Se Lei ha l’impressione che questo concetto sia importante e piu’ o meno conforme al Suo stesso pensiero, Le proporrei di cercare insieme di chiarire questo nesso di problemi, in un carteggio che potrebbe anche durare a lungo.
Ho l’impressione che Lei mi capisca come nessun altro, salvo forse il mio medico e amico.
Le mie azioni antisociali sono state catastrofiche per la mia vita privata, ma credo che, sforzandomi, riusciro’ a mettere in luce i miei veri motivi, le mie convinzioni e la mia filosofia.
Guenther, mi fa piacere di scriverLe. Forse potremo stabilire, col nostro carteggio, un’amicizia fondata sulla fiducia e sulla comprensione. Non abbia scrupoli a scrivere sui problemi di situazione e di condotta in cui ci troviamo di fronte. E allora Le esporro’ le mie opinioni.
RingraziandoLa ancora della Sua lettera, resto il Suo Claude Eatherly
_____________________________________________
*FONTE (RIPRESA PARZIALE): LA DOMENICA DELLA NONVIOLENZA = Supplemento domenicale de "La nonviolenza e’ in cammino" - Direttore responsabile: Peppe Sini. Redazione: strada S. Barbara 9/E, 01100 Viterbo, tel. 0761353532, e-mail: nbawac@tin.it - Numero 123 del 5 agosto 2007
Hiroshima e Nagasaki
A cura di Enrico Peyretti
Nell’anniversario di Hiroshima e Nagasaki, memoria sempre più tragica, minacciosa, impegnativa, ripropongo, a chi la trovasse utile lettura, questa riflessione di John Rawls del 1995, "Hiroshima, non dovevamo", una preziosa autocritica dall’interno del paese autore della prima violenza atomica. Enrico Peyretti *
Hiroshima 1945-1995
POTENZA E COSCIENZA
Da: Enrico Peyretti, La politica è pace, Cittadella editrice, Assisi 1998
Cap. 6, par. 5, pp. 184-188
«L’uomo politico pensa alle future elezioni, l’uomo di stato alle future generazioni» (John Rawls)
Ho letto due esami di coscienza, scritti a cinquant’anni di distanza l’uno dall’altro: la coscienza della Germania sconfitta nel 1945, e la coscienza degli Stati Uniti vincitori, che oggi si interroga sull’impiego fatto allora della bomba atomica. Le voci sono quella di Thomas Mann, in La Germania e i tedeschi, un discorso del 6 giugno 1945 (allegato ad un numero di settembre de il manifesto) e quella del filosofo John Rawls (autore di Teoria della giustizia, 1971) insieme ad altri studiosi statunitensi, in Hiroshima, non dovevamo (I libri di Reset, Donzelli 1995. Questi articoli escono anche sulla rivista americana Dissent).
Thomas Mann parlava negli Usa, nel breve spazio di tempo tra il crollo tedesco e la bomba di Hiroshima. Rawls scrive a cinquant’anni da quell’agosto atomico. Il dibattito su Hiroshima (cfr paragrafo 3 di questo capitolo) è riesploso negli Usa: ufficialmente si è chiuso sulle posizioni governative, uguali a quelle del 1945, ma è vivace e approfondito nella cultura, come dimostra questo libretto, e persino nelle televisioni (v. Le Monde Radio-Télévision, 13-14.8.1995, p.3). La mostra sull’Enola Gay, per l’insorgere dei veterani e della destra, ha dovuto sostituire il catalogo ampiamente critico, con poche pagine asettiche.
Il problema morale di Hiroshima si differenzia per le lunghe profonde conseguenze, in qualche caso (Dresda) non per il numero di vittime immediate, da quello dei bombardamenti terroristici dei civili con bombe convenzionali, praticato prima dai tedeschi e poi dagli alleati.
Oggi la cultura di pace disconosce lo jus ad bellum (diritto di far guerra). Rawls, entro i vecchi limiti dello jus in bello (regole da rispettare nella guerra), propone sei princìpi o postulati che impegnano «una società democratica decente». Li riassumo: 1) lo scopo di una guerra giusta è una pace giusta e duratura anche coi nemici del momento (osservo che lo stesso chiede Kant, Per la pace perpetua, 6° articolo preliminare); 2) una società democratica combatte soltanto contro uno stato non democratico, espansionista, minaccioso; 3) nella guerra contro un tale nemico, una società democratica distingue attentamente tra governanti, soldati, popolazione civile e considera responsabili della guerra soltanto i primi; 4) una società democratica rispetta i diritti umani dei nemici, sia civili che militari, primo perché sono sempre membri della società umana, secondo per insegnare loro con l’esempio, perciò non li attacca mai direttamente salvo che in caso di crisi estrema; 5) i popoli giusti devono prefigurare, durante la guerra, il tipo di pace e di rapporti internazionali a cui mirano (cfr Kant citato); 6) la valutazione pratica dell’opportunità di un’azione deve sempre essere severamente limitata dai princìpi suesposti. Qui Rawls propone la distinzione che ho citato in epigrafe tra l’uomo politico e l’uomo di stato.
Si può dedurre dall’insieme che non furono veri "uomini di stato" né quelli che imposero alla Germania nel 1919 la pace punitiva di Versailles, culla del nazismo, né quelli che decisero l’uso dell’atomica. Hiroshima - dice Rawls ed è ormai accertato - non configurava il caso di crisi estrema; Truman e Churchill, che non ripettarono quei limiti alla conduzione della guerra, non furono veri "uomini di stato"; Truman è «fallito come uomo di stato» (p. 31); sia Hiroshima che i bombardamenti incendiari sulle città giapponesi o su Dresda furono «gravi torti» e «gravi errori» (p. 29). I governanti non ebbero tempo per riflettere, la guerra impedisce di pensare. E’ ciò che il pensiero della pace afferma: la guerra non continua la politica, ma la nega. E nega la democrazia. Dobbiamo infatti dedurre (pur distinguendo fra i loro governanti e la società civile, da cui vennero subito alcune condanne dell’uso dell’atomica: v. p. 46), che gli Stati Uniti non furono «una società democratica decente» in quella circostanza che ha determinato la storia universale successiva. Il guaio grave è che ancora oggi la tesi ufficiale giustifica accanitamente le bombe di Hiroshima e Nagasaki. Clinton ha concluso: «Truman ha fatto quel che si doveva fare» (Le Monde, 3.8.1995). Il 76% degli americani (84% oltre i 65 anni) ritiene che gli Usa non debbano presentare scuse al Giappone (New York Times 1.8.1995 e Le Monde 8.8.1995). Ergo, non appare assurdo il severo giudizio di Gandhi in risposta ad un amico americano nel maggio 1940: «La democrazia occidentale, nelle sue attuali caratteristiche, è una forma diluita di nazismo o di fascismo» (Teoria e pratica della nonviolenza, Einaudi 1996, p. 140). Rawls oggi ne dà una implicita trasparente conferma, pur dimostrando giustamente che dove c’è possibilità di dibattito c’è correggibilità. Potremmo dire che il modello statunitense, oggi idolatrato, configura una società che può diventare democratica e giusta, all’esterno come all’interno, anche se non lo è ancora, purché guarisca dai propri mali spirituali profondi.
Lo spazio mi manca per riferire di Thomas Mann, dapprima nazionalista e poi apertamente antinazista. Simone Weil dice che «la forza pietrifica le anime», eppure ciò che accomuna questi due scritti è lo scaturire della coscienza umana dalla pietra della potenza politico-militare: per Rawls una potenza in auge che non capisce ancora il proprio limite, per Mann una potenza già precipitata nel proprio nulla distruttore. Ne colgo solo queste parole da meditare: «Il concetto tedesco di libertà fu sempre rivolto soltanto all’esterno. (...) Un popolo che non è interiormente libero e responsabile di fronte a se stesso non merita la libertà esteriore. (...) La sventura tedesca è soltanto il paradigma per la tragicità della vita umana, in generale» (pp. 41 e 57). (15 dicembre 1995)
L’abuso della memoria
di GIOVANNI DE LUNA (La Stampa, 05.07.2007)
I risultati delle due bombe sganciate sul Giappone nell’agosto del 1945: 12 km quadrati di Hiroshima completamente distrutti, 90.000 morti, altrettanti gli ustionati, quasi tutti condannati a essere divorati dal cancro seguito alle radiazioni atomiche, 65 mila edifici (su 90 mila) distrutti o inservibili. A Nagasaki, circa 140 mila persone morirono per gli effetti dell’esplosione e della radioattività nei cinque anni successivi. Facciamo un passo indietro, fino al 1937 quando i giapponesi invasero la Cina, avanzando a tappe forzate verso Nanchino, sede del governo nazionalista. Il 13 dicembre la città si arrese e subito fu travolta da una valanga di efferata violenza. Il numero delle vittime è controverso ancora oggi. Il Tribunale militare internazionale, istituito dopo la Seconda guerra mondiale per punire i colpevoli, calcolò che i civili ammazzati, tra la fine del 1937 e gli inizi del 1938, furono più di 260 mila. Secondo altri calcoli i morti furono circa 350.000 e le donne violentate tra 20 mila e 80 mila. Al di là dei numeri, quello che però emerge da Nanchino è un abisso di ripugnante terrore. I giapponesi non si limitarono a decapitare, sventrare e squartare le loro vittime, ma eseguirono anche una varietà di oscene macellazioni. Inchiodarono gente ad assi di legno per farci passare sopra i carri armati, crocifissero persone agli alberi e ai pali elettrici e li usarono come fantocci viventi per gli addestramenti con la baionetta.
Tokyo ancora oggi minimizza quegli orrori e lo «stupro di Nanchino» pesa come un macigno sulle relazioni diplomatiche tra le due potenze asiatiche. Ma Tokyo a sua volta aspetta ancora le scuse degli americani per gli «eccessi» di Hiroshima e Nagasaki. Niente di ufficiale, nessuna richiesta esplicita, ma i giapponesi sentono di essere stati vittime di una strage ingiustificata e questa loro sensibilità è costata cara al ministro della Difesa Kyuma che ha pubblicamente giudicato «inevitabile» l’uso delle bombe atomiche.
Carnefici e Nanchino, vittime a Hiroshima. Vale per i giapponesi, ma vale per tutti. Noi potremmo citare i 15 mila civili sterminati dai nazisti tra il 1943 e il 1945; ma anche il fatto che nei 29 mesi in cui l’Italia fascista ebbe il controllo di consistenti territori della Jugoslavia si calcola che almeno 250 mila persone siano morte per cause connesse direttamente all’attività del nostro esercito. In quel periodo, nella sola zona di Lubiana, furono uccise 13 mila persone di ogni sesso ed età. Morirono nei campi di concentramento, nei rastrellamenti e nelle azioni di rappresaglia antipartigiana, fucilati come ostaggi. Ogni paese nella sua storia è stato aggressore e aggredito, ha subito e inflitto sofferenze e lutti; ricordarlo sarebbe un esercizio di grande efficacia, in grado di favorire l’emergere di una visione delle rispettive storie nazionali meno agiografica. Nel frattempo, invece, si moltiplicano le «giornate delle memorie». Al Parlamento italiano sono stati depositati 27 disegni di legge per istituirne altrettante. E’ una memoria monumentale, granitica, tenacemente abbarbicata al «noi», senza spazio per quella degli «altri». Forse sarebbe meglio mischiarle queste memorie. Meglio ancora sarebbe lasciar perdere la memoria e affidarsi alla storia che è in grado di parlare sia delle vittime che dei carnefici.
Invece che far dimettere il loro ministro, i giapponesi avrebbero fatto meglio a riconoscere le proprie responsabilità per Nanchino e poi chiedere agli americani di fare lo stesso per Hiroshima. E poi, tutti insieme, ricordare Nanchino e Hiroshima non come memorie separate, ma come l’inizio e la fine della più terrificante guerra totale della storia dell’umanità.
Nagasaki è oggi di Francesco Lenci (www.unita.it, Pubblicato il 09.08.06)
«Se ora dalle colline laggiù spunta un arcobaleno, avverrà il miracolo. Se appare un arcobaleno, non bianco ma di cinque colori, Yasuko guarirà»: così Shigematsu volle leggere nel futuro, gli occhi rivolti alla colline, ben sapendo che non si sarebbe avverato. Con queste parole finisce La pioggia nera (Marsilio, 1993 e 2005), il romanzo nel quale nel 1965 Ibuse Masuji ha «descritto l’indescrivibile», l’esperienza «al di là delle parole»: la tragedia di Hiroshima e Nagasaki e dei loro sopravvissuti (gli hibakusha), con il loro pudore del dolore e la loro rinuncia a propositi di vendetta. Yasuko non guarirà, e la morte non cesserà di dilagare tra gli abitanti delle due città.
Il 6 agosto 1945, alle ore 8.15, il bombardiere «Enola Gay» sganciò la prima bomba atomica ad Uranio («Little Boy») sulla città di Hiroshima. La bomba, di potenza esplosiva pari a circa 13.000 tonnellate di tritolo, uccise immediatamente circa 68.000 persone e ne ferì mortalmente circa 76.000. Il 9 agosto, alle 11.02, una seconda bomba («Fat Man»), a Plutonio, fu sganciata su Nagasaki, dopo che - a causa della scarsa visibilità - era stato scartato l’obiettivo originale, la città di Kokura. La bomba, di potenza equivalente a quella di circa 22.000 tonnellate di tritolo, uccise immediatamente circa 38.000 persone e ne ferì mortalmente circa 21.000. Non mi domando nemmeno quante volte, nel corso di questi sessantuno anni, nel ricordare il bombardamento atomico di Hiroshima e Nagasaki, si è dichiarato, sperato e sognato che simili eventi non accadessero più, quante volte si sono ripercorsi con la memoria quei cammini di morte e desolazione avendo davanti agli occhi cammini tragicamente quasi identici percorsi quotidianamente da uomini, donne e bambini innocenti. Anche qualche Capo di Stato ha sostenuto solennemente che mai più l’umanità avrebbe dovuto conoscere morte e desolazione per mano degli uomini. Ma nessun arcobaleno di cinque colori è mai comparso sulle colline di questo nostro mondo.
Quest’anno, accanto alle immagini che di Hiroshima e Nagaski abbiamo nella memoria, si uniscono quelle, che vediamo quotidianamente sui mezzi d’informazione, degli effetti tragici e feroci del conflitto tra Israele e Libano. Penso che i profughi libanesi di oggi siano come la moltitudine devastata che si aggirava ammutolita e sgomenta tra le rovine di Hiroshima e Nagasaki, che gli odierni paesaggi del Medio Oriente siano come quelli di Hiroshima e Nagasaki, interi quartieri distrutti e vie bordate di cadaveri. Qualunque uomo, donna, bambino, abitante della Palestina, di Israele o del Libano, che sia oggi bersaglio di un attacco o di un bombardamento, è vittima innocente di una deliberata e lucida volontà di uccidere e distruggere, distruggere, assieme agli esseri umani le infrastrutture, la civiltà nelle sue forme più elementari, la possibilità stessa di sopravvivenza alla devastazione. Esattamente come accadde sessantuno anni fa ad Hiroshima e Nagasaki. E questa carneficina deve essere arrestata con un immediato e generalizzato cessate il fuoco.
Ai lutti di oggi si aggiungono anche le inquietudini per il domani: la crescente instabilità internazionale e questo sistematico ricorso alla guerra come tanto illusorio quanto spietato strumento per porre fine ai contrasti rende sempre più alta la probabilità di una pericolosissima proliferazione orizzontale delle armi nucleare ed un loro possibile uso, non più e non solo come strumenti di dissuasione ma come armi da poter usare. L’articolo VI del Trattato di Non Proliferazione stabiliva che «Ciascuna Parte si impegna a concludere in buona fede trattative su misura efficaci per una prossima cessazione della corsa agli armamenti nucleari e per il disarmo nucleare, come pure per un trattato sul disarmo generale e completo sotto stretto ed efficace controllo internazionale».
Era il maggio del 1968. Cosa è stato fatto da allora è davanti agli occhi di tutti. Non si possono commemorare Hiroshima e Nagasaki ed i loro morti senza denunciare l’orrore della guerra, la necessità della scelta della riconciliazione, la speranza di un mondo diverso. Oggi più di sempre è tragicamente attuale ed urgente l’appello conclusivo del Manifesto Russell-Einstein del 1955: «Ci rivolgiamo come esseri umani agli esseri umani: ricordate la vostra umanità e dimenticate il resto. Se potete farlo, rimane aperta la strada verso un nuovo paradiso; se non potete, sta di fronte a voi il rischio della morte universale».
www.unita.it, Pubblicato il 09.08.06
Hiroshima, oggi come allora l’indicibile orrore dell’atomica
62 anni fa la prima bomba nucleare *
Nel 62esimo anniversario dello sgancio della bomba atomica su Hiroshima il premier giapponese Shinzo Abe ha chiesto l’abolizione delle armi nucleari, nel giorno in cui la città rende omaggio alle 140mila vittime dell’ordigno. Sopravvissuti, abitanti e visitatori hanno osservato un minuto di silenzio alle 8.05 ora locale (le 1.15 in Italia) quando il bombardiere B-29 Enola Gay sganciò il suo carico di morte su Hiroshima, il 6 agosto 1945. Tre giorni dopo un altro aereo americano lanciò una bomba al plutonio sulla città di Nagasaki uccidendo circa 80mila persone. Sono previste cerimonie di commemorazione anche giovedì.
«Dopo la fine della Seconda Guerra mondiale, per 62 anni il Giappone ha seguito un cammino di pace» ha dichiarato il primo ministro Abe nel discorso ufficiale pronunciato al Parco della Pace di Hiroshima, vicino al punto di impatto dell’ordigno nucleare. «Prenderemo un’iniziativa nella comunità internazionale e ci dedicheremo senza riserve all’abolizione delle armi nucleari e alla realizzazione della pace»- ha detto Abe.
Il primo ministro, reduce da una sconfitta elettorale, ha ribadito che il Giappone resterà fermo sui principi di non possedere, sviluppare o autorizzare le armi nucleari sul suolo giapponese. Dichiarazioni che seguono le polemiche sollevate dalle affermazioni del ministro della Difesa il mese scorso, secondo cui i bombardamenti atomici americani potevano essere giustificati. Il ministro della Difesa Fumio Kyuma era stato costretto a dimettersi e il premier Abe ha presentato le sue scuse in proposito ieri, promettendo al tempo stesso un maggior sostegno medico ai sopravvissuti e un piano contro malattie dovute alle radiazioni. Dopo le due bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki, il Giappone si arrese il 15 agosto 1945, mettendo così fine alla Seconda Guerra mondiale.
* l’Unità, Pubblicato il: 06.08.07, Modificato il: 06.08.07 alle ore 8.21
Il 6 agosto 1945 una testata venne sganciata sul Giappone: 250mila vittime
Il sindaco Akiba attacca la poltica Usa sulle armi atomiche: "Antiquata e sbagliata"
Hiroshima, la cerimonia del ricordo
a 62 anni dalla bomba atomica
HIROSHIMA - Un minuto di silenzio, mille colombe in volo e una frecciata allo politica nucleare statunitense. Hiroshima ricorda la bomba atomica che, il 6 agosto 1945, venne sganciata sulla città facendo 140mila morti. Ma negli anni successivi le radiazioni e i loro effetti portarono le vittime a quasi 250mila.
Sopravvissuti, politici e cittadini si sono stretti attorno al memoriale della pace per la cerimonia. Di fronte alla cupola della bomba-A, lo scheletro di un edificio che si trova accanto al punto in cui cadde la testata, è stato osservato un minuto di silenzio alle 8.15, l’ora in cui l’aereo B-29 Enola Gay scaricava "Little boy" (così era stata chiamata la bomba) sulla città. Alla stessa ora due bambini hanno fatto risuonare la campana della pace: poi, mille colombe sono state liberate in cielo.
Il sindaco di Hiroshima Tadatoshi Akiba, rievocando l’inferno che si era scatenato 62 anni fa, ha anche sottolineato la posizione del Giappone nei confronti delle armi nucleari: "Il governo giapponese, che ha il dovere di lavorare per l’abolizione degli armamenti nucleari attraverso una legge internazionale, deve proteggere la sua costituzione pacifista di cui deve essere fiero e deve dire un no chiaro alle politiche antiquate e sbagliate degli Usa".
All’attualità ha fatto riferimento anche il primo ministro giapponese Shinzo Abe, presente alla cerimonia. Ieri Abe aveva infatti chiesto scusa ai sopravvissuti per le parole pronunciate un mese fa dal ministro della Difesa Fumio Kyuma, che aveva definito "inevitabili" le bombe su Hiroshima e Nagasaki (9 agosto 1945) per chiudere la guerra. Kyuma si era dovuto dimettere.
In tutto il mondo sono state ricordate le vittime di Hiroshima. In Italia il comitato "Terra di Pace" ha organizzato una cerimonia al Pantheon di Roma. Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha inviato un messaggio sottolineando l’importanza di trasmettere la memoria alle nuove generazioni, affinché una simile tragedia "non possa più ripetersi": perché questo accada, ha aggiunto, "dobbiamo assumere tutti l’impegno di lavorare perché pace e disarmo non rimangano enunciazioni di principio".
Anche il presidente della Camera Fausto Bertinotti ha richiamato la necessità di realizzare "un sistema di convivenza tra i popoli fondato sul pieno rispetto delle diversità, sulla cultura del dialogo e della solidarietà". Il presidente del Senato Franco Marini ha parlato dell’anniversario come di "un’occasione importante per continuità a diffondere gli ideali di pace e di democrazia e perseguire il definitivo ripudio della guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali".
* la Repubblica, 6 agosto 2007
Ansa» 2008-08-06 13:44
HIROSHIMA, OGGI 63/o ANNIVERSARIO
TOKYO - Un appello di pace per abolire le armi nucleari, e rivolto al futuro presidente degli Stati Uniti, chiunque sia, parte da Hiroshima, in occasione della cerimonia di commemorazione per il 63esimo anniversario del bombardamento atomico che, il 6 agosto del 1945, inceneri’ la citta’ del Giappone meridionale nel primo olocausto nucleare della storia.
Oltre 45.000 persone si sono raccolte anche quest’anno nella citta’ della bomba presso il Parco della Pace, osservando un minuto di silenzio alle 08:15, l’ora in cui, da un’altitudine di circa 600 metri, l’ordigno ’Little Boy’ esplose uccidendo sul colpo almeno 70.000 persone. "Il presidente degli Stati Uniti che sara’ eletto il prossimo novembre - ha detto nel suo intervento il sindaco di Hiroshima, Tadatoshi Akiba - ascoltera’ coscienziosamente la maggioranza delle persone, per cui la priorita’ numero uno e’ la sopravvivenza umana". Akiba ha ricordato come gia’ 170 Paesi abbiano sottoscritto la risoluzione, presentata all’Onu dal Giappone lo scorso anno, per una moratoria internazionale contro le armi nucleari: "Persino i leader mondiali che in passato avevano condiviso la strategia atomica statunitense - ha aggiunto il sindaco - chiedono adesso un mondo senza ordigni nucleari".
L’appello del sindaco e’ stato raccolto dal segretario generale dell’Onu, Ban Ki Moon, che in un messaggio letto da Sergio de Queiroz Duarte, Alto rappresentante per il disarmo presso le Nazioni Unite, ha rinnovato l’impegno a "creare un mondo pacifico e sicuro" in cui non ci sia spazio per le armi atomiche. La cerimonia di quest’anno ha registrato la rappresentanza record di 55 nazioni, tra cui spiccavano la ’prima volta’ della Cina e la nona presenza consecutiva della Russia, entrambe potenze nucleari. Anche il premier giapponese Yasuo Fukuda e’ intervenuto alla commemorazione pacifista, ribadendo che il Giappone continuera’ a essere fedele ai dettami costituzionali sulla non proliferazione delle armi nucleari. "Il nostro Paese - ha detto il primo ministro - manterra’ l’impegno dei tre principi (non produrre, possedere o ammettere ordigni atomici sul proprio territorio, ndr) e sara’ come sempre in prima fila nella comunita’ internazionale per realizzare l’abolizione degli ordigni nucleari".
La bomba atomica sganciata su Hiroshima ha causato ufficialmente 258.310 vittime, di cui 5.032 riconosciute solo nell’ultimo anno, anche se molti sono i morti mai identificati, cosi’ come le persone decedute a causa delle radiazioni, ma non registrate nelle liste ufficiali. Al 31 marzo 2008 sono 243.692 i sopravvissuti ’hibakusha’ ancora in vita, con un’età media di 75 anni, mentre si stimano in almeno 140.000 le persone decedute negli anni successivi al bombardamento per gli effetti delle radiazioni.
Hiroshima, 63 anni fa
Napolitano: mai più bombe
di Roberto Arduini *
Poco più di sessant’anni fa, 140mila persone morirono in pochi secondi. Altre morirono nei giorni e mesi seguenti per le ferite riportate. Furono uccise mentre facevano la spesa, andavano a scuola, giocavano in casa. Erano uomini, donne, vecchi, bambini, neonati. L’unica loro colpa quella di far parte di un Paese in guerra: era il 6 agosto 1945 e la città colpita fu Hiroshima, in Giappone. Pochi giorni dopo, toccò a Nagasaki. Fu l’inizio dell’era atomica: era il primo ordigno nucleare della storia dell’umanità.
Almeno 45mila persone si sono riunite nella città nipponica per ricordare il 63simo anniversario del lancio della bomba atomica sulla città, deciso dagli Usa durante il Secondo conflitto mondiale. Un minuto di silenzio è stato osservato alle 8.15 del mattino, l’esatto momento in cui la bomba atomica fu sganciata 63 anni fa sulla città, dall’altitudine di 600 metri. Alla cerimonia, tenuta nel Peace Memorial Park realizzato nel centro della città rasa al suolo nel 1945, hanno partecipato, oltre al premier Yasuo Fukuda (che il 9 prenderà parte ad analoga cerimonia a Nagasaki), diplomatici in rappresentanza di 55 paesi, il numero più alto finora registrato.
«Noi che chiediamo l’abolizione delle armi nucleari siamo la maggioranza - ha ricordato il sindaco di Hiroshima, Tadatoshi Akiba, nel suo discorso - Lo scorso anno 170 Paesi anno votato in favore della risoluzione presentata all’Onu dal Giappone che chiede l’abolizione delle armi nucleari. Solo tre Paesi, tra cui gli Stati Uniti, hanno votato contro».
Per l’occasione, il museo commemorativo sulla bomba atomica di Hiroshima, sarà presto rinnovato per fornire ai visitatori una testimonianza ancor più coinvolgente e completa del primo olocausto nucleare della storia. «Abbiamo deciso di migliorare il percorso espositivo così che i visitatori spendano più tempo per apprendere gli orrori del bombardamento», dichiara Mizuho Inaba, curatore del museo della Pace. Tra le ipotesi attualmente allo studio, spostare i documenti più scioccanti all’inizio del percorso, quando i visitatori sono più inclini a soffermarsi sui dettagli dell’esposizione. «Col passare del tempo questo museo è diventato troppo "pulito" e "professionale" - spiega uno dei responsabili - e chi viene dovrebbe essere scioccato, rimanere impaurito».
La bomba atomica sganciata su Hiroshima causò, secondo i bilanci ufficiali, 247.787 vittime, di cui 70.000-100.000 sul colpo, anche se le associazioni civiche sono concordi nel ritenere questa cifra un’approssimazione al ribasso. Molti sono i morti mai identificati, così come le persone decedute a causa delle radiazioni, ma non registrate nelle liste ufficiali. Non vanno poi dimenticati gli oltre 300.000 sopravvissuti "hibakusha" (letteralmente "vittima di esplosione"), dei quali finora 140.000 morti dopo lunghe sofferenze fisiche e psichiche.
Le cerimonie in Italia
Per l’undicesimo anno consecutivo l’associazione "Terra e Pace" ha voluto ricordare la tragedia di Hiroshima con una manifestazione in piazza del Pantheon, a Roma. Come ha ricordato il presidente dell’associazione, Athos De Luca, «alle 8,30 di 63 anni fa un bombardiere americano sganciava, dall’altezza di 600 metri. La deflagrazione provocò l’evaporazione immediata dei corpi umani nel raggio di centinaia di metri e altre centinaia di migliaia di vittime». Presenti alla manifestazione, oltre alla madrina Carla Fracci, rappresentanti delle istituzioni romane e laziali, il ministro dell’ambasciata giapponese a Roma, Shimutzo. All’associazione sono inoltre arrivati i messaggi delle più alte cariche dello Stato. «Nell’esprimere apprezzamento per quest’iniziativa che trasmette, anzitutto alle giovani generazioni», ha scritto in un messaggio il Presidente Napoletano, «vorrei lanciare un fermo monito affinché la risoluzione dei conflitti non sia affidata alle armi».
Nell’edizione di quest’anno un ruolo particolare è stato riservato al Corpo dei Vigili del fuoco che, come ha spiegato il presidente della Provincia di Roma, Nicola Zingaretti, «con la loro passione e la loro dedizione legano il ricordo di quello che è accaduto ad Hiroshima alla speranza di vita e di ripresa di una comunità». Per Zingaretti, la commemorazione rappresenta, «oltre ad un atto dovuto nei confronti delle vittime che non erano militari, ma solo cittadini di un Paese in guerra, una occasione di ricordare che nelle guerre nucleari non ci sono vincitori, siamo tutti sconfitti». «Il terrore nucleare - ha concluso Zingaretti - è la fine della speranza ed è necessario escludere l’opzione nucleare facendo pressione, in questo senso, sulla comunità internazionale». «Questa ricorrenza annuale ci gratifica come cittadini e mi onora come rappresentante istituzionale», ha detto il presidente della regione Lazio, Piero Marrazzo.
* l’Unità, Pubblicato il: 06.08.08, Modificato il: 06.08.08 alle ore 12.15