Archeologia

Al di là delle Colonne d’Ercole ... ATLANTIDE, ovvero LA SARDEGNA. Un’intervista di Marco Sedda a SERGIO FRAU

mercoledì 1 novembre 2006.
 
[...] Premetto che non ho mai cercato e letto un libro su Atlantide, non mi piacciono i misteri. Il mio libro è un codice d’accesso, una mappa. In Platone c’è il ricordo di un’isola eccezionale e strabiliante che a un certo punto collassa. E questo coincide con tutto quanto gli antichi hanno scritto. Si parla di un paradiso di ventimila torri che d’improvviso diventa un inferno di malaria e fango. Per questo ipotizzo che la Sardegna sia stata spazzata da una sorta di tsunami. Platone scrive di terribili cataclismi marini che distruggono l’isola e che avvengono mentre i suoi abitanti, i Sardi-Shardana, navigavano verso l’Egitto [...]

-  Atlantide, l’isola fantastica si trova nelle mappe del dubbio

-  Intervista a Sergio Frau, autore di un libro-inchiesta -che identifica la mitica terra con la Sardegna
-  e le Colonne d’Ercole con il canale di Sicilia,
-  un tempo molto più stretto di quanto sia oggi

-  di Marco Sedda (www.liberazione.it, 01.11.2006)

Le mappe del dubbio. Così le chiama Sergio Frau, inviato culturale del quotidiano la Repubblica, nel suo libro Le Colonne d’Ercole, un’inchiesta. Come, quando e perché la Frontiera di Herakles/Milqart, dio dell’Occidente slittò per sempre a Gibilterra (edizioni Nur Neon, 2002, euro 30). Sono le cartine che illustrano lo Stretto di Gibilterra e il Canale di Sicilia come dovevano essere nel quarto millennio avanti Cristo, disegnate facendo emergere le terre che si trovano a 200 metri sotto il livello dell’acqua, ovvero riportando la geografia a prima dell’ultima glaciazione.

Ma se lo Stretto rimane praticamente invariato, il Canale si restringe notevolmente, con la Sicilia che da una parte si salda con Malta e dall’altra lambisce la Tunisia. Il Canale diventa così un doppio stretto, «una vera tenaglia pronta a chiudersi», scrive Frau.

E dalla visione delle due mappe nasce la domanda che darà lo spunto al libro e alla rivoluzionaria teoria che vuole dimostrare: «Era davvero quello di Gibilterra, laggiù, lo Stretto delle Colonne d’Ercole?».

Nel tentativo di dare una risposta, Frau per tre anni studia e svolge un’accurata indagine sui tempi antichi. Il frutto di questo paziente lavoro è un’avvincente saggio di 672 pagine, arricchito da foto, disegni e ricostruzioni grafiche.

Frau consulta e sviscera in modo sistematico le fonti e la geografia di ieri, mette sotto processo Eratostene, il geografo che colloca le Colonne d’Ercole nello Stretto di Gibilterra, esamina e compara il parere degli studiosi moderni, intervista e dà la parola agli esperti antichi: Platone, Esiodo, Pindaro, Erodoto, Aristotele, Omero, Strabone. Dall’inchiesta emerge una potente teoria che scombina la storia degli albori dell’uomo: le Colonne d’Ercole da principio si trovavano nel Canale di Sicilia.

Lo spostamento delle Colonne, «la Cortina di Ferro dell’antichità», ha una conseguenza ancora più sconvolgente: «Perché al di là delle Colonne c’è un’isola - si legge nel Timeo di Platone - e da quest’isola si arriva alle altre isole e al continente che tutto circonda... Il suo re è figlio di Poseidone, il Mare. Il suo nome è Atlante». Quest’isola, cerca di dimostrare Frau, oggi è conosciuta col nome di Sardegna.

Allora Frau, nel suo libro sostiene una teoria rivoluzionaria.

Sì, ma ho preso tutte le precauzioni e un anno e mezzo di aspettativa dal mio giornale per verificare le fonti. L’idea mi è venuta leggendo il libro Quando il mare sommerse l’Europa, di Vittorio Castellani, accademico dei Lincei e astrofisico alla “Normale” di Pisa. Castellani scrive che nel Mediterraneo esistevano due stretti, di Gibilterra e quello tra la Sicilia e la Tunisia, molto più piccolo rispetto a come lo conosciamo oggi perché la Sicilia era attaccata a Malta e la Tunisia più estesa.

Leggendolo mi è venuto il dubbio: se gli stretti erano due, chi ha messo le Colonne laggiù, quando quello della Sicilia era molto più pericoloso? Era il settembre 1999 e il libro è uscito nel 2002. In tre anni di studi ho setacciato le fonti antiche, sono partito da Omero che non cita mai le Colonne d’Ercole, per poi passare a Esiodo, che scrive dell’Etna, mentre è Pindaro il primo che le nomina, nel 476 avanti Cristo, e parla di lagune e bassi fondali, come è per l’appunto il Canale di Sicilia. E’ qui che San Paolo naufraga, è qui che Roma perde 150 navi e riesce a sconfiggere Cartagine solo quando riproduce lo scafo di una nave catturata.

E riposizionando le Colonne d’Ercole identifica Atlantide con la Sardegna. E’ così?

Premetto che non ho mai cercato e letto un libro su Atlantide, non mi piacciono i misteri. Il mio libro è un codice d’accesso, una mappa. In Platone c’è il ricordo di un’isola eccezionale e strabiliante che a un certo punto collassa. E questo coincide con tutto quanto gli antichi hanno scritto. Si parla di un paradiso di ventimila torri che d’improvviso diventa un inferno di malaria e fango. Per questo ipotizzo che la Sardegna sia stata spazzata da una sorta di tsunami. Platone scrive di terribili cataclismi marini che distruggono l’isola e che avvengono mentre i suoi abitanti, i Sardi-Shardana, navigavano verso l’Egitto.

Uno tsunami ha dunque posto fine alla grande civiltà che popolava l’isola?

Anche Giovanni Lilliu, accademico dei Lincei e massimo conoscitore della civiltà nuragica, parla della fine dell’età dell’oro e sente lo iato tra un prima e un dopo. E il nuraghe che Lilliu riporta alla luce, Su Nuraxi di Barumini, era sepolto sotto il fango. Inoltre i sardi convivono con il ricordo di un isola fantastica.

Naturalmente questa teoria va verificata con analisi marine, geologiche e mineralogiche. Non pretendo di avere ragione ma chiedo il diritto di parlarne liberamente, mentre contro di me le Soprintendenze sarde per i Beni Archeologici hanno raccolto circa trecento firme, quasi tutte di loro dipendenti e collaboratori, ma senza mai farmi obiezioni vere. Mi portino le prove e mi dimostrino il contrario. Mi contestano ma non danno una risposta sul perché c’è il fango sui nuraghi. La verità è che hanno tentato di sporcare il mio lavoro per paura, per tigna. Per fortuna la mia tesi è condivisa dai più grandi esperti di storia antica.

A suo avviso quale risultato ha ottenuto con questa inchiesta?

Quello di aver esaminato una moltitudine di prove e documenti che vanno comunque ancora approfonditi. Il libro illumina alcuni indizi che danno una nuova prospettiva al problema: per cominciare non è ammissibile che si costruiscano migliaia di torri lì dove c’era la malaria. Quella dei nuraghi è una realtà sottostimata: si parla ancora di ottomila nuraghi, ma è un calcolo dei militari datato 1948.

Da notare che abbiamo una doppia tipologia di nuraghi: quelli costruiti più lontano dal mare e in altura, come il nuraghe Losa e quello di Sant’Antine, sono rimasti perfetti, mentre se si scende di quota si trovano in condizioni disastrose. Inoltre ci sono una serie di segnali esterni, come lo Ziggurat di Monte d’Accoddi, che denotano contatti con il mondo esterno che cessano d’improvviso. Un altro esempio: quando i Fenici arrivano nell’isola, nel dodicesimo secolo avanti Cristo, Tharros è già distrutta. E in Sardegna trovi l’eterna primavera, gli agnelli che nascono due volte l’anno, la longevità, il dolce clima, come nella descrizione che gli antichi facevano di Atlantide.

Il libro come è andato?

Un successo che non mi aspettavo: sono state vendute 37 mila copie, altre seimila del secondo libro (Le Colonne d’Ercole, un bilancio, i progetti), venduto a prezzo di costo, 15 euro, e che ora esce con 70 pagine in più. E a marzo Le Colonne d’Ercole, un’inchiesta uscirà in Germania e in Spagna.

Poi c’è la mostra Atlantikà: Sardegna, Isola Mito che supporta la sua teoria.

Dopo Cagliari, l’Unesco l’ha voluta ospitare a Parigi, e ora fino al 12 novembre si può visitare anche a Roma all’Accademia nazionale dei Lincei (al secondo piano di Palazzo Corsini in via della Lungara 10, dalle 9,30 alle 13,30, ingresso gratuito, ndr), e da dicembre si sposterà al Museo delle scienze di Torino.

Sta già pensando al prossimo libro?

Sarà un lavoro sui legami tra gli etruschi e i sardi. I punti fermi sono Strabone, Platone, Esiodo, quando parla dei Tirreni che governano sulle isole sacre, e Plutarco: in Vita di Romolo racconta che quando Roma celebrava la vittoria su Veio, città dell’Etruria, i sardi venivano venduti all’asta. E questo succedeva perché i romani erano convinti che gli etruschi fossero coloni dei sardi. Ma ci sono altri indizi: un popolo di mare come gli etruschi che si stabilisce sulle alture appenniniche, come se avesse una terribile paura del mare, e che paga Caronte per essere traghettato nell’isola dei padri. E che dire di tutti i bronzetti nuragici ritrovati nelle tombe etrusche?


Rispondere all'articolo

Forum