Cultura

Giovanni Greco ci parla dei monaci cristiani a San Giovanni in Fiore

Spuntano pure i marxisti ed esce l’atipicità del centro silano, fra solidarietà laica e religiosa, spiritualità sacerdotale e umana. Gianni Vattimo è forse l’ultimo monaco della città gioachimita
giovedì 9 giugno 2005.
 

Giovanni Greco, autore cattolico molto impegnato nel sociale, regala a San Giovanni in Fiore, anzitutto, un’opera sulla sua vocazione religiosa, che l’accompagna dalla nascita, è nel dna della sua gente e va perdendosi, nella presente postmodernità. S’intitola La città monastica, pubblicata dal coraggiosissimo Pubblisfera, di cui si dovrebbe parlare più spesso, non solo in Calabria, per le sue scelte editoriali mai banali, mai vuote e mai basate sul profitto. Si tratta d’un lavoro attualissimo, storico, imponente, documentato a modo e inevitabilmente incompleto, in alcuni tratti, per l’oggettiva difficoltà di sintetizzare un lunghissimo arco di tempo, dai florensi di Gioacchino a padre Marcellino Vilella, ortodosso e ammirevole custode dei dogmi della Chiesa. Mancava del tutto una ricostruzione delle vicende dei monaci e sacerdoti a San Giovanni in Fiore. Greco l’ha svolta a puntino, nel suo libro, offrendoci un’occasione per riflettere pure, in seconda battuta, sulle ragioni individuali del monachesimo e la politicità dei suoi vari protagonisti. In questo senso, c’è, in secondo piano, tutta un’antropologia da cogliere ma anche una sociologia che non si sottrae all’indagine del lettore e, anzi, rappresenta un contributo prezioso per comprendere l’atipicità del centro silano, cattolico e comunista in un tempo, cristiano e marxista, votato alla trascendenza e al materialismo. Si può qui ricordare, a proposito, la distanza fra un ateo puro come il poeta florense Pasquale Spina e un credente animato da quella fede che muove le montagne, don Battista Cimino, missionario in Burundi sopravvissuto a un agguato con colpi di Kalashnikov. Tuttavia, nonostante le distinzioni ideologiche di specie, San Giovanni in Fiore, Greco lo esprime molto bene, è stata sede di spiritualità singolare. Il cappuccino fra’ Antonio Pignanelli, ad esempio, era certo «un umile lavoratore nella vigna del Signore» ma andava in piazza, come don Gallo e don Vitaliano, a protestare, dissentire, disobbedire civilmente allo Stato, a testimoniare i bisogni dei poveri, degli ultimi, di quella categoria umana scaricata da un preciso calcolo politico a sinistra. E non era manco un morbido democristiano, amante della mediazione, della partecipazione ai summit dei dirigenti di allora. Una spiritualità, quindi, alimentata in seminario, per diversi monaci, e, soprattutto, praticando il Vangelo alla lettera, senza altri riguardi. Cristo scacciò i mercanti dal tempio. La città di Greco rappresenta, poi, l’immagine d’una comunità locale legata doppiamente al convento, ideale prosecuzione dell’antica abbazia e municipio del supremo valore della fede e dell’assistenza sociale, luogo civico e sacro in cui una cultura locale e un patrimonio etico cristiano hanno potuto esistere e svilupparsi. E questo è proprio il bello e il pregio della grande fatica di Giovanni Greco: attraverso la storia monastica di San Giovanni in Fiore, è riuscito nella sintesi dei suoi elementi spirituali, religiosi e laici, legati al sacerdozio o a una semplice umanità formatasi sotto l’ombrello conventuale. Oggi, però, quella spiritualità si sta dissolvendo: anche da queste parti, dove s’ordinavano sacerdoti come costante, è arrivato il virus dell’omologazione politica, quello che Papa Ratzinger chiama «relativismo dominante». Quale sarà, qui, il futuro della religione? Rorty e Vattimo, con Santiago Zabala, hanno affrontato l’argomento su scala globale. Forse, l’ultimo «monaco» (l’espressione è del teologo Massimo Naro) di San Giovanni in Fiore è quello stesso padre del pensiero debole che contempla la croce di Cristo nella chiesa florense di San Domenico e che molla l’Università di Torino, per sperare che un tale gesto dello spirito faccia proseliti di un nuovo ordine buono, quello profetizzato da Gioacchino.

Emiliano Morrone

già su il Quotidiano della Calabria del 9/06/2005

(www.ilquotidianodellacalabria.it)


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