[...] La critica di Latouche va al cuore della scienza economica, che smonta e demistifica assegnandole una parabola storica ben precisa: è da Aristotele a Adam Smith che la visione economica si codifica e conquista un ruolo centrale, dominante, infine totalitario, nella civiltà occidentale (poi conquista via via tutte quelle altre zone del mondo che si sono modernizzate emulando i modelli dell’Occidente). Il marxismo in questo senso è una finta alternativa, un rovesciamento fallito, la sua prospettiva rimane la stessa: il produttivismo, l’idolatria dello sviluppo. «Viviamo ancora - scrive Latouche - in piena apoteosi dell’èra economica. Viviamo l’acme della onnimercificazione del mondo. L’economia non solo si è emancipata dalla politica e dalla morale, ma le ha letteralmente fagocitate. Occupa la totalità dello spazio. Il discorso pubblicitario, che invade tutto, diffonde la visione paneconomica e la spinge fino all’assurdo: pretendendo di dare un senso alla vita, ne rivela la mancanza di senso». [...]
L’INVENZIONE DELL’ECONOMIA
Così l’economia è diventata una religione
Un saggio provocatorio di Latouche, teorico
della "decrescita serena", per liberare il pianeta
dalla dittatura del Pil che fagocita tutto
di Federico Rampini (la Repubblica, 06.02.2010)
Chi avrebbe il coraggio di esaltare le virtù della "decrescita" davanti agli operai di Termini Imerese o ai minatori dell’Alcoa? Non è un caso se l’ambientalismo più radicale ha successo nei ceti professionali medioalti; mentre le forze politiche legate a una visione "produttivista" - la Lega Nord in Italia o il Tea Party Movement della destra populista in America - fanno breccia in quel che resta della classe operaia. "Fermare lo sviluppo" diventa uno slogan quasi irreale quando lo sviluppo comunque non c’è più, nell’Europa di oggi stremata dalla disoccupazione. D’altra parte suona come un atteggiamento snobistico, da élite privilegiate, se viene brandito contro le aspirazioni di centinaia di milioni di cinesi e indiani: solo grazie alla continuazione del boom attuale in quell’area del mondo, potranno vedersi realizzate le loro aspettative di un tenore di vita appena decente.
Eppure anche i fautori dello sviluppo-ad-ogni-costo ammutoliscono davanti agli scenari di una prolungata stagnazione. Al World Economic Forum di Davos, una settimana fa, il direttore del Fondo monetario internazionale ha annunciato dai 5 ai 7 anni di "lacrime e sangue" per l’intera Europa, alle prese con colossali deficit pubblici. Neppure i leader più demagogici in Occidente osano promettere che alla fine del tunnel tutto tornerà come prima. Non basta che Obama faccia la voce grossa coi cinesi perché d’incanto tornino a spuntare capannoni industriali in tutto il Midwest.
L’economista francese Serge Latouche è da anni il più autorevole critico dello sviluppo. Una delle sue opere di maggiore successo, uscita proprio mentre l’Occidente sprofondava nella più grave crisi degli ultimi settant’anni, si intitolava Breve trattato sulla decrescita serena (Bollati Boringhieri, 2008). Il rischio è che la decrescita si confonda con la recessione, tutt’altro che serena. Come conciliare la necessità di dare sbocchi professionali ai giovani, con un orizzonte di stagnazione, precariato, regresso del potere d’acquisto? Per evitare questa impasse, Latouche suggerisce un cambio di terminologia nel suo nuovo saggio L’invenzione dell’economia (Bollati Boringhieri, in uscita oggi). A scanso di equivoci, parliamo di "a-crescita" come si parla di ateismo. Perché proprio di questo si tratta, dice Latouche: «Uscire dalla religione della crescita».
Una religione che esige dalle masse dei credenti una fede cieca, assoluta, irrazionale. Lo si capisce da un test logico elementare. Come conciliare l’idea di una crescita infinita, con le risorse naturali del pianeta che sono limitate? Latouche mette a nudo questo paradosso: con il tasso attuale di crescita della Cina (10% di aumento del Pil annuo, nei primi otto anni del XXI secolo), si ottiene una moltiplicazione di 736 volte in un secolo. Immaginiamo invece che la Repubblica Popolare si assesti su una velocità di sviluppo più moderata, per esempio quel 3,5% annuo che fu la media europea negli anni della ricostruzione post-bellica: si avrebbe pur sempre una moltiplicazione di 31 volte in un secolo. Chi può pensare che ci sia sul pianeta abbastanza petrolio, acqua da bere, ossigeno da respirare, per una Cina che produce e consuma trenta volte più di adesso?
La critica di Latouche va al cuore della scienza economica, che smonta e demistifica assegnandole una parabola storica ben precisa: è da Aristotele a Adam Smith che la visione economica si codifica e conquista un ruolo centrale, dominante, infine totalitario, nella civiltà occidentale (poi conquista via via tutte quelle altre zone del mondo che si sono modernizzate emulando i modelli dell’Occidente). Il marxismo in questo senso è una finta alternativa, un rovesciamento fallito, la sua prospettiva rimane la stessa: il produttivismo, l’idolatria dello sviluppo. «Viviamo ancora - scrive Latouche - in piena apoteosi dell’èra economica. Viviamo l’acme della onnimercificazione del mondo. L’economia non solo si è emancipata dalla politica e dalla morale, ma le ha letteralmente fagocitate. Occupa la totalità dello spazio. Il discorso pubblicitario, che invade tutto, diffonde la visione paneconomica e la spinge fino all’assurdo: pretendendo di dare un senso alla vita, ne rivela la mancanza di senso».
Pochi autori possono unire l’erudizione e la profondità analitica di Latouche, insieme con la sua capacità di attaccare alle radici venti secoli di pensiero occidentale: in passato proprio Karl Marx, e tra i contemporanei Giovanni Arrighi, si sono cimentati con operazioni così ambiziose. In questa sua ultima opera Latouche accetta anche qualche mediazione politica. Il suo orizzonte ultimo è una Utopia da terzo millennio, una società di abbondanza sulla base di quella che Ivan Illich chiamava la "sussistenza moderna", una sorta di neofrugalità appagata. Per arrivarci, Latouche è disposto a una transizione fatta di nuove regole e ibridazioni: «In questo senso le proposte concrete degli altermondialisti, dei sostenitori dell’economia solidale e del paradigma del dono, possono ricevere un appoggio incondizionato». In fondo c’è posto in questa visione anche per il progetto di Nicolas Sarkozy: abbandonare la "dittatura del Pil", fondando su altri parametri la misura del benessere sociale di una nazione.
Sul tema, nel sito, si cfr.:
Veleni ecclesiastici e morte del sacro
di Enzo Mazzi (il manifesto, 6 febbraio 2010)
Questi velenosi intrighi ecclesiastici che stanno emergendo in relazione al caso Boffo chiamano in causa responsabilità personali di altissimi prelati. Non è escluso che prima o poi venga tirata dentro la persona stessa del pontefice. Anzi c’è già chi parla di un suo coinvolgimento personale nella vicenda. C’è pane in abbondanza per i media che si nutrono di scandali. Ma è molto riduttivo e secondo me fuorviante questo ridurre tutto all’orizzonte scandalistico della colpa personale.
Gli intrighi vaticani che stanno emergendo dovrebbero essere visti e analizzati come segnali potenti del fatto che è marcio nella radice il sistema ecclesiastico e più ampiamente il sistema del sacro. Non elaborare una tale analisi ci fa perdere ancora una volta un’occasione storica per la crescita culturale globale. Porre l’attenzione e forse la scure alla radice del sistema ecclesiastico vuol dire detronizzare non solo il papa ma il Dio stesso dell’onnipotenza e il Gesù divinizzato dal mito e reso il perno della cultura sacrificale.
Uno dei più noti testimoni della necessità di una tale crescita culturale è Dietrich Bonhoeffer. Rampollo dell’alta borghesia tedesca fonda insieme ad altri pastori la «chiesa confessante» in alternativa e opposizione all’ufficialità della Chiesa evangelica che si era compromessa con il nazismo e finisce in vari lager fra cui Buchenwald e Flossemburg dove viene impiccato il 9 aprile 1945. Nei due anni di internamento scopre l’assenza del Dio delle religioni. E in una serie di «lettere dal lager» scritte a un amico delinea una sorta di teologia della fede non-religiosa che consiste nel vivere nel mondo «come se Dio non ci fosse». Il fare a meno dell’ipotesi Dio nelle relazioni sociali e nella politica è finalmente il raggiungimento della maturità dell’esistenza umana e la condizione per l’assunzione piena della responsabilità. Lo stesso cristianesimo dovrà diventare una nonreligione, come del resto era all’inizio. È complesso il pensiero del teologo dell’assenza di Dio ben oltre la mia semplificazione. E non è affatto nuovo. La novità sta nella sua contestualità storica legata all’assunzione della laicità come valore e nella sua diffusione planetaria.
Il messaggio di padre Ernesto Balducci mi sembra che si ispiri con forza a Bonhoeffer e anzi lo approfondisca: «Dio è la cifra assoluta dell’aggressività umana (...) Le religioni, nate come sono in questa cultura di guerra, sono sempre religioni di guerra, nonostante che esse magari esortino alla pace, invochino la pace. Esse legittimano il costume di guerra, le categorie mentali della guerra (...)Per vivere, esse devono morire». Sono affermazioni forti. E soprattutto sono centrali nell’elaborazione dello scolopio, figlio di un minatore dell’Amiata, rimasto fedele alla cultura popolare delle proprie origini.
Con altri accenti dice le stesse cose un grande maestro buddista zen, vietnamita, cresciuto nella solidarietà con la lotta anticolonialista del suo popolo,Thic Nhat Han: il buddismo deve morire come dottrina della «Pura terra senza sofferenza». Nella Pura terra il canto degli uccelli celesti è la voce del Dharma. Ma il canto di un uccello è il terrore dei vermi e degli insetti. Lo stesso suono che evoca bellezza può anche ispirare paura e dolore. La pratica buddista muta il samsara nella Pura terra ma può impedirci di vedere il dolore, l’angoscia, la sofferenza, le bombe, la fame, la corsa alla ricchezza e al potere. E la Pura terra può diventare anch’essa oppio.
Bonhoeffer, Balducci, Thic Nhat Hanh, testimoni esemplari fra tanti, danno voce e forma a un’inquietudine e a un impulso che sentiamo scaturire in noi dal profondo. I cattolici progressisti, quelli del «disagio», dell’accoglienza, dell’ambientalismo e della pace dovranno prima o poi incominciare a porre la scure alla radice della violenza nell’intimo dei sistemi religiosi. I cattolici dell’associazionismo progressista fanno propri i temi dei movimenti dal basso portando talvolta la radicalità e la forza dell’ispirazione evangelica. Questo è positivo. Ma il compito dei cattolici nei movimenti non può limitarsi ad essere una voce in più. Hanno un compito specifico specialmente nell’era dei fondamentalismi: sradicare la violenza dall’intimo degli apparati religiosi ed ecclesiali. Mentre anche loro di fronte al sacro si bloccano.
È il caso ad esempio dell’incontro di cattolici che si svolge oggi a Firenze per il secondo anno chiamato appunto «Firenze 2». Un settore significativo del cattolicesimo fiorentino aperto rivolge una critica agli organizzatori dell’evento: vi state adattando ai soliti «convegni di dottrina teologica calati un po’ dall’alto ...pensiamo infatti che anche la stessa impostazione della giornata, pur su un tema così attuale e con momenti di preghiera, risenta della volontà di prescindere dalla contingenza che quei temi portano quando invece noi crediamo che la contingenza del tempo presente necessiti in certi momenti storici della forza dello svelamento, della traduzione di quei principi, di quelle linee nella nostra vita ecclesiale, senza silenzi che non sarebbero compresi». Ma aiutare le religioni a morire, con tutta l’incertezza e il rischio che comporta, e con tutta la saggezza che richiede, non può essere ancora una volta un impegno per soli religiosi. Ha ragione il sociologo Franco Ferrarotti nel sostenere che la fame di sacro e il bisogno di religione vanno sottratti all’abbraccio mortifero della religione-di-chiesa, burocratica e gerarchicamente autoritaria, ma aggiunge che ciò va fatto con una lotta su più fronti, «dentro ma anche fuori della chiesa».
Insomma i laici non possono più continuare a chiamarsi fuori dai problemi religiosi, ecclesiali e perfino teologici. Le frontiere della laicità non si possono più disegnare in base al muffito metro del credere/non credere. C’è bisogno di consapevolezze nuove e di percorsi inediti. Val la pena di tentare?
intervista
Parla Maurice Godelier: «La pretesa di spiegare l’origine delle società attraverso le strutture economiche o sociali si è rivelata fallace: il vero fondamento è il sacro»
«È ora di rottamare Marx e Lévi-Strauss»
Per l’antropologo francese «in ogni gruppo sociale ’sacro’ è il nesso politico-religioso, ciò che viene trasmesso di generazione in generazione e fonda il vivere comunitario dei gruppi umani»
DA MILANO EDOARDO CASTAGNA (Avvenire, 09.02.2010)
Archiviamo Marx e Lévi-Strauss: per capire la società non ci servono teorie economiche o strutture parentali, ma il senso del sacro. È questo l’approdo della riflessione dell’antropologo francese Maurice Godelier - anni di osservazione sul campo in mezzo mondo, con particolare predilezione per la Nuova Guinea, medaglia d’oro del Cnr francese, direttore della Scuola di alti studi in Scienze sociali di Parigi -, che stamattina alle 10.30 alla Bicocca di Milano parteciperà con Enzo Mingione e Marinella Carosso all’incontro «Dalla ’moneta di sale’ all’’enigma del dono’. Esperienze di antropologia economica».
Di Godelier Jaca Book, che sta per pubblicare anche Comunità, società, cultura (pagine 80, euro 8,00), ha appena dato alle stampe Al fondamento delle società umane (pagine 240, euro 28,00): dove l’antropologo teorizza che tale fondamento sia appunto il sacro.
Ma in che senso dobbiamo intenderlo, questo ’sacro’, professor Godelier?
«Certo non si riduce al religioso. In Europa dicendo ’sacro’ pensiamo immediatamente al Dio monoteista, alla trascendenza, ma non è solo questo: il sacro fonda la società perché è il suo supporto profondo trasmesso di generazione in generazione, è quel che va al di là della vita degli individui, è ciò che consente agli individui di vivere insieme».
Concretamente?
«Nelle società occidentali di oggi oggetti sacri sono le Costituzioni. Non sono beni, non possono acquistare ma solo trasmettere. Il politico non può essere separato dal sacro, anzi ne fa parte; concetto difficile da comprendere per noi europei, che a partire dai Lumi e dalla Rivoluzione francese ci siamo abituati a vedere Stato e politica separati dalla religione. Questa spaccatura ci ha fatto dimenticare che in realtà il sacro non sta solo nella religione: anche la politica è un qualcosa di sacro, per gli individui e per i gruppi sociali. Quello che mi interessa, naturalmente, non è il legame sociale, ma la creazione concreta di una società».
Eppure i due filoni tradizionali delle scienze sociali mettono il sacro tra parentesi, e cercano altrove l’origine della società: Marx nei rapporti economici, Lévi-Strauss in quelli di parentela...
«Infatti sono critico contro questo doppio feticismo. Forse che i rapporti di produzione capitalisti descritti dal marxismo possono spiegare in qualche modo una religione come il cristianesimo? Certo che no. L’economia è importante, va capita, ma non spiega. Allo stesso modo, la famiglia è importante per l’individuo, che si costituisce attraverso di essa, ma questo non basta a farne la base della società».
Dov’è l’errore, quindi?
«Il punto strategico dei rapporti sociali sta nel concetto di sovranità, un concetto più proficuo di quelli economici o strutturalisti. La questione è: perché e come i gruppi umani stabiliscono una sovranità su un territorio? Io rispondo: con il politico- religioso, cioè con il sacro. Politico, nel senso di sistemi istituzionali di governo; religioso, nel senso di rapporto con ciò che va al di là dell’umano».
Eppure in Europa è forte la tendenza a mettere Dio tra parentesi, e a insistere al contrario sulla laicità dello Stato...
«Un conto è la laicità dello Stato, cioè la separazione tra questo e la religione; un altro è il concetto di sacro. All’interno dell’Occidente, poi, è tangibile la differenza tra Europa e Stati Uniti: oltreoceano si giura sulla Bibbia, non sulla Costituzione... Anche là lo Stato non è religioso, nel senso che non c’è una Chiesa ufficiale, però la religione pervade l’intera società. La tradizione americana è impostata sul minor intervento statale possibile nella vita individuale, nell’economia, eccetera. Compassione per i poveri, sì; sistema sanitario per tutti, no - e si vede quanto fatichi Obama a introdurlo. In Europa al contrario lo Stato, a partire dal secondo dopoguerra, ha assunto un ruolo provvidenziale, facendosi carico della protezione sociale di tutti i cittadini. In America il rapporto tra lo Stato e la società sono diversi, così come quelli tra la società e la religione: ma ci sono casi ancora più divergenti, su come il sacro possa fondare una società: l’islam, per esempio».
La categoria di sacro come base del politico- religioso aiuta a capire l’ascesa del fondamentalismo?
«Nell’islam la sovranità non appartiene al popolo, ma a Dio; la legge civile posa sulla legge divina, la shari’a ; la supremazia va al religioso, non al politico, e le persone non si riconoscono come cittadini, ma come credenti. In passato il problema del mondo islamico era un problema europeo, perché europei erano i Paesi colonizzatori dell’area musulmana. Oggi questo ’domino’ è passato agli Stati Uniti, mentre i Paesi islamici non hanno ancora elaborato il trauma della colonizzazione - trauma alla base, tra l’altro, anche della difficoltà di questi Paesi a liberarsi dai loro regimi dittatoriali. Tutto è pieno di paradossi: l’Iran degli ayatollah è una repubblica, con elezioni e opposizione, ma con un fondamento religioso; anche l’Arabia ha un fondamento religioso, ma è una monarchia assoluta, senza elezioni e senza opposizioni... Eppure repubblica, monarchia non sono categorie proprie della tradizione islamica, sono figlie anch’esse della colonizzazione occidentale. E il risentimento cova, ovunque. In Afghanistan, dove occorre assolutamente trovare una soluzione politica. In Iraq, dove il grave errore è stato distruggere interamente lo Stato di Saddam - neppure in Germania, dopo la Seconda guerra mondiale, lo Stato è stato distrutto - anziché modficarlo. E soprattutto in Palestina, vera ulcera aperta nel mondo islamico ».