TEOLOGIA DELLA LIBERAZIONE E TEOLOGIA DELLA CHIESA. Il Vaticano fa pace con la teologia della liberazione?

FARE LA VERITA’ SIGNIFICA FARE LA "CARITA’", NON L’ELEMOSINA! Una nota di Paolo Rodari, con i testi di Gustavo Gutierrez e Gerhard Ludwig Muller (dall’Osservatore Romano) - a c. di Federico LA Sala

È il cuore pulsante del libro scritto a quattro mani da uno dei fondatori della stessa teologia, il sacerdote e teologo peruviano Gustavo Gutiérrez, e Gerhard Ludwig Müller, il tedesco prefetto dell’ex Sant’Uffizio, il «ministero» vaticano che fu del watchdog della fede Joseph Ratzinger.
giovedì 5 settembre 2013.
 


Sì alla teologia della liberazione

di Paolo Rodari (la Repubblica, 4 settembre 2013)

Il Vaticano fa pace con la teologia della liberazione. È il cuore pulsante del libro scritto a quattro mani da uno dei fondatori della stessa teologia, il sacerdote e teologo peruviano Gustavo Gutiérrez, e Gerhard Ludwig Müller, il tedesco prefetto dell’ex Sant’Uffizio, il «ministero» vaticano che fu del watchdog della fede Joseph Ratzinger. S’intitola Dalla parte dei poveri. Teologia della liberazione, teologia della Chiesa (Padova-Bologna, Edizioni Messaggero - Editrice Missionaria Italiana, 2013, pagg. 192, euro 15). Un volume che sancisce una resa storica, non a caso celebrata nell’edizione odierna, con un ampio stralcio del volume e un articolo, dell’ Osservatore Romano . Scrive sul quotidiano vaticano padre Ugo Sartorio, direttore del Messaggero di Sant’Antonio , che «con un Papa latinoamericano la teologia della liberazione non poteva rimanere a lungo nel cono d’ombra nel quale è stata relegata da alcuni anni, almeno in Europa. Messa fuori gioco da un doppio pregiudizio: quello che non ha ancora metabolizzato la fase conflittuale della metà degli anni Ottanta, per altro enfatizzata dai media, e ne fa una vittima del Magistero romano; e quello ingessato nel rifiuto di una teologia ritenuta troppo di sinistra e quindi tendenziosa».

A onor del vero Karol Wojtyla non fu sempre clemente con la teologia della liberazione. Gli capitò di dire la sua contro una visione della teologia che a suo modo di vedere era troppo politicizzata perché rischiava di ridurre la Chiesa ad attività terrene. Nel 1979 in Messico egli dichiarò che la «concezione di Cristo come politico, rivoluzionario, come il sovversivo di Nazaret, non si compagina con la catechesi della Chiesa». Il prefetto Ratzinger aveva la medesima visione di Wojtyla. Ma è anche vero che, come dice Müller, i documenti usciti dalla sua penna quando era prefetto dell’ex Sant’Uffizio (« Libertatis nuntius » del 1984 e « Libertatis coscientiae » del 1986) non contenevano solo critiche.

Secondo Müller quei testi prepararono la strada a «una vera teologia della liberazione che è strettamente legata alla dottrina sociale della chiesa e che nel mondo di oggi deve levare la propria voce. Una visione che, partendo dalla fede, realizza la realtà intera, storica dell’uomo, come singolo e come società, offre orientamenti comportamentali non solo a singoli cristiani, ma anche sul piano delle decisioni politiche ed economiche».

Nel libro, anche una risposta indiretta di Müller a Vittorio Messori che ha sostenuto che la teologia della liberazione sia nata artificialmente nelle facoltà teologiche tedesche. Una tesi non del tutto campata per aria perché, ad esempio, uno dei mostri sacri della stessa teologia Leonardo Boff si è formato a Monaco di Baviera.

Ma, dice Müller: «È evidente che la teologia della liberazione non è una costruzione teorica nata a tavolino. Le grandi conferenze dell’episcopato latino-americano di Medellìn, Puebla e Santo Domingo hanno inteso se stesse come realizzazione dello sviluppo della teologia cattolica del XX secolo, nel contesto del sub continente latino americano».


I preferiti di Dio

di Gustavo Gutierrez (L’Osservatore Romano, 4 settembre 2013)

Non stiamo con i poveri se non siamo contro la povertà, diceva Paul Ricoeur molti anni fa. Ovvero, se non rigettiamo la condizione che opprime una parte tanto importante dell’umanità. Non si tratta di un rifiuto meramente emotivo, è necessario conoscere le ragioni della povertà a livello sociale, economico e culturale. Ciò esige strumenti di analisi che ci sono forniti dalle scienze umane ma, come ogni pensiero scientifico, esse lavorano con ipotesi che permettono di comprendere la realtà che cercano di spiegare; ciò equivale a dire che sono chiamate a cambiare dinanzi a fenomeni nuovi. È quanto accade oggi di fronte alla presenza dominante del neoliberismo che giunge sulle spalle di un’economia sempre più autonoma dalla politica (e prima ancora dall’etica) grazie al fenomeno noto col termine, un po’ barbaro, di globalizzazione.

La situazione così designata, come sappiamo, viene dal mondo dell’informazione ma ha potenti ripercussioni sul terreno economico e sociale, e in altri ambiti dell’attività umana. Tuttavia, la parola è ingannevole perché fa credere che ci orientiamo verso un mondo unico, quando in realtà, e nel momento attuale, comporta ineluttabilmente una contropartita: l’esclusione di una parte dell’umanità dal circuito economico e dai cosiddetti benefici della civiltà contemporanea.

Un’asimmetria che diviene sempre più pronunciata. Milioni di persone vengono così trasformate in oggetti inutili, o gettabili dopo l’uso. Si tratta di coloro che sono rimasti fuori dall’ambito della conoscenza, elemento decisivo dell’economia dei nostri giorni e l’asse più importante di accumulazione di capitale.

Va notato che questa polarizzazione è conseguenza della maniera in cui stiamo vivendo oggi la globalizzazione, la quale costituisce un fatto che non necessariamente deve prendere l’odierna piega di una crescente disuguaglianza. E, lo sappiamo, senza uguaglianza non c’è giustizia. Lo sappiamo, ma il problema assume oggi un’urgenza sempre maggiore.

Il neoliberismo economico postula un mercato senza limiti, chiamato a regolarsi da solo, e sottopone qualunque solidarietà sociale in questo campo a una dura critica, accusandola non solo di essere inefficace nei confronti della povertà, ma addirittura di esserne una delle cause. Che in questo campo vi siano stati abusi è chiaro e riconosciuto, ma qui siamo di fronte a un rifiuto di principio che lascia senza protezione i più fragili della società.

Uno dei corollari di questo pensiero, e fra i più dolorosi e acuti, è quello del debito estero, che opprime e tiene con le mani legate le nazioni povere. Debito che è cresciuto in maniera spettacolare, tra altri motivi, a causa dei tassi di interesse manipolati dagli stessi creditori. La richiesta della sua cancellazione è stata uno dei punti più concreti e interessanti della decisione di Giovanni Paolo II di celebrare un giubileo, nel senso biblico del termine, per l’anno 2000.

Questa disumanizzazione dell’economia, in atto già da tempo, che tende a trasformare tutto in merce, comprese le persone, è stata denunciata da una riflessione teologica che mostra il carattere idolatrico, nel senso biblico del termine, di questo fatto.

Le circostanze odierne non hanno solo reso più impellente questo richiamo ma anche fornito nuovi elementi di approfondimento. D’altra parte, assistiamo oggi a un curioso tentativo di giustificazione teologica del neoliberismo economico che, ad esempio, paragona le multinazionali al servo di Yhwh, da tutti vilipeso e attaccato, mentre da esse verrebbero la giustizia e la salvezza. Per non parlare della cosiddetta teologia della prosperità, che ha vincoli molto stretti con la posizione appena ricordata. Ciò ha talora spinto a postulare un certo parallelismo tra cristianesimo e dottrina neoliberale.

Senza negarne le intuizioni, bisogna interrogarsi sulla portata di un’operazione che ci ricorda quella che, all’estremo opposto, è stata fatta, anni fa, per confutare il marxismo, ritenuto anch’esso una sorta di “religione”, la quale peraltro avrebbe seguito, passo per passo, il messaggio cristiano (peccato originale e proprietà privata, necessità di un redentore e proletariato, eccetera). Ma questa osservazione, è chiaro, non toglie nulla alla necessità di una critica radicale alle idee dominanti oggi nell’ambito dell’economia. Al contrario.

Una riflessione teologica a partire dai poveri, preferiti da Dio, si impone. Essa deve prendere in considerazione l’autonomia della disciplina economica e al tempo stesso tenere presente la sua relazione con l’insieme della vita degli esseri umani, il che comporta, innanzitutto, prendere in considerazione un’esigenza etica.

Analogamente, evitando di entrare nel gioco delle posizioni che abbiamo appena menzionato, non bisognerà perdere di vista che il rifiuto più fermo delle posizioni neoliberali avviene a partire dalle contraddizioni di un’economia che dimentica cinicamente e, alla lunga, in maniera suicida gli esseri umani, in particolare coloro che non hanno difese in questo campo cioè, oggi, la maggior parte dell’umanità.

Si tratta di una questione etica nel senso più ampio del termine, la quale impone di entrare nei perversi meccanismi che distorcono dall’interno l’attività umana chiamata economia. Coraggiosi sforzi di riflessione teologica si fanno in questo senso tra noi.

In questa linea, quella della globalizzazione e della povertà, dobbiamo collocare pure le prospettive aperte dalle correnti ecologiste dinanzi alla distruzione, ugualmente suicida, della natura. Esse ci hanno reso più sensibili a tutte le dimensioni del dono della vita e ci hanno aiutato ad ampliare l’orizzonte della solidarietà sociale che deve comprendere un rispettoso legame con la natura.

Il problema non tocca solamente i Paesi sviluppati, le cui industrie causano tanti danni all’habitat naturale dell’umanità; coinvolge tutti, anche i Paesi più poveri.

È impossibile oggi riflettere teologicamente sul problema della povertà senza tenere conto di queste realtà.


Fare la verità e non solo dirla

di Gerhard Ludwig Muller (L’Osservatore Romano, 4 settembre 2013)

I contributi di Gustavo Gutiérrez hanno reso evidente a noi che siamo qui in Europa una cosa, questa: l’ingiustizia nel mondo è un fattore che permane e che può essere superato solo con la disponibilità di tutti gli uomini a dirigere lo sguardo verso Cristo.

Le domande decisive dell’essere umano circa la sua origine, la sua destinazione e il suo stile di vita trovano compimento e soluzione nella disponibilità a riconoscere Gesù Cristo come Signore e come colui che dà compimento all’umano. Proprio qui è da rinvenirsi un nuovo impulso per la teologia in Europa. Il volgersi a Gesù Cristo, il salvatore e il liberatore dell’umanità, è diventato l’imprescindibile tòpos di ogni teologia. Ma comprendiamo in modo adeguato le condizioni di vita nei Paesi del Sudamerica?

Sappiamo dell’opprimente povertà che giornalmente costa la vita a migliaia di bambini, anziani e malati solo perché manca loro il minimo indispensabile per vivere? Conosciamo l’angoscia che attanaglia le persone intrappolate nella loro malattia, spesso costrette ad accettare, quale barlume di speranza, quale via d’uscita la morte, e questo quando invece in Europa un piccolo intervento compiuto con un’attrezzatura medica di base avrebbe loro salvato la vita?

Ai disagi esistenziali e ai pericoli si aggiunge, quale forma consapevole di umiliante oppressione, l’istruzione insufficiente. E anche il non riconoscerla quale grave causa di povertà, dunque come problema da risolvere, può essere considerato un aspetto di quella oppressione. L’istruzione scolastica come dato ormai acquisito in molte parti del mondo ha generato un senso di superiorità nei confronti dei Paesi del cosiddetto terzo mondo. E tuttavia non sono da rinvenire proprio qui le radici dello sfruttamento, tanto di quello intellettuale quanto di quello materiale?

E così si resta stupiti quando, incontrando le persone in Sudamerica, si vede e si percepisce una fede piena di gioia e di vita. La fede testimoniata apertamente e trasmessa con amore è tra i tesori più grandi di queste popolazioni, pur gravate da preoccupazioni quotidiane per la loro stessa vita.

In molti incontri, questa fede gioiosa e vissuta mi ha dato forza ed è diventata anche per me una fonte di ispirazione. Guardare a ciò che è veramente essenziale nella vita. Affidarsi a Dio, il creatore e vero compimento dell’umano. La sofferenza di ogni giorno è la realtà che, nel Padre nostro, fa domandare ogni giorno alla gente del Sudamerica il pane quotidiano. A far muovere le loro labbra non è l’opulenza consumistica, ma la fame terribile.

Nella situazione economicamente e politicamente critica dei Paesi latinoamericani, il popolo vede nella Chiesa l’unica speranza, il luogo dove proteggersi e che può dare una certa sicurezza esistenziale. La biografia della Chiesa e quella del popolo lì coincidono. A fronte della naturalezza con la quale si professa la propria fede e la si pratica, a fronte della fiducia riposta nella Chiesa e nella teologia, spesso - per alcuni rappresentanti della teologia tedesca e dell’establishment ecclesiastico - i problemi indicati divengono temi non rilevanti.

Un ringraziamento particolare va al mio amico Gustavo Gutiérrez. Negli ultimi decenni egli ha illustrato quei capisaldi della cosiddetta teologia della liberazione che fanno di essa una dottrina coerente e in più occasioni egli ha offerto una visione d’insieme. E tuttavia il dibattito spesso acceso sulla teologia della liberazione non rappresenta oggi un capitolo chiuso della storia della teologia.

Proprio Gustavo Gutiérrez indica al nostro sguardo tutto concentrato sulla prospettiva europea che cosa significhi Chiesa universale. Con la teologia della liberazione la Chiesa cattolica ha potuto ulteriormente accrescere il pluralismo al suo interno.

La teologia dell’America Latina svela e propone oggi nuovi aspetti della teologia che integrano una prospettiva europea spesso incrostata. Il tema ecclesiologico della communio - la comunità universale della Chiesa che è sopra le categorie etniche e nazionali - rappresenta anche il tentativo di condurre la comunità mondiale dei fedeli che abbraccia tutto il mondo a una solidarietà responsabile. «Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» (Matteo, 25, 40). Come cristiani, non dobbiamo sottrarci a questa responsabilità.

Non possiamo rimanere ciechi di fronte ai bisogni e alla povertà che sono costretti a sopportare i nostri fratelli e sorelle nella fede in Gesù Cristo.

La responsabilità che i cristiani hanno a livello mondiale è stata espressa dal concilio Vaticano II nella costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo con queste parole: «Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo» (Gaudium et spes, 1).

Il concilio sente la responsabilità rispetto a un’unica famiglia umana che va formandosi sempre più. La cattolicità alla quale qui si allude, nel suo significato originario di universale, di onnicomprensivo, trova espressione anche nella costituzione dogmatica sulla Chiesa; lì dove si parla delle «presenti condizioni del mondo», che «rendono più urgente questo dovere della Chiesa, affinché tutti gli uomini, oggi più strettamente congiunti dai vari vincoli sociali, tecnici e culturali, possano anche conseguire la piena unità in Cristo» (Lumen gentium, 1).

L’unica Chiesa di Gesù Cristo supera le barriere, scavalca i muri nazionali, etnici e politici e conduce gli uomini all’intima unione con Dio e all’unità di tutto il genere umano (cfr. Lumen gentium, 1). La Bibbia ci descrive Cristo come salvatore che porta la liberazione e la redenzione.

Egli libera l’uomo dal peccato - di carattere personale come anche di carattere strutturale - che, in definitiva, è causa della fine di ogni amicizia, è la causa di tutte le ingiustizie e di ogni oppressione. Solo Cristo ci rende liberi nella verità, ci porta alla libertà che ci è stata donata da Dio. A partire da questa libertà, siamo chiamati ad aiutare le persone, perché ogni povero e ogni bisognoso è il nostro prossimo.

Così mi piace pensare a questo libro come a un contributo al superamento dell’indifferenza verso la sofferenza e verso i bisogni dei nostri fratelli e delle nostre sorelle, ma anche come sistema di coordinate per la corretta interpretazione della teologia della liberazione. Essa porta il nostro sguardo a Cristo, che, come nostro salvatore e redentore, è la meta alla quale instancabilmente tendiamo.

Gustavo Gutiérrez una volta l’ha detto in modo assolutamente semplice e biblico: «Essere cristiani significa seguire Gesù». Sequela significa agire concretamente. «Chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio» (Giovanni, 3, 21). Così è il Signore stesso a dirci di impegnarci immediatamente per i poveri. Fare la verità ci porta a stare dalla parte dei poveri.


GESU’ E IL CATTOLICESIMO-ROMANO. UNA LEZIONE DI JOYCE (da "FINNEGANS WAKE").

LA GRAZIA DEL DIO DI GESU’ E’ "BENE COMUNE" DELL’INTERA UMANITA’, MA IL VATICANO LA GESTISCE COME SE FOSSE UNA SUA PROPRIETA’. Bruno Forte fa una ’predica’ ai politici, ma non ancora a se stesso e ai suoi colleghi della gerarchia. Una sua nota, con appunti


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