Filosofia

GIOCO ED ESISTENZA. La festa, il calcio, e il ’sogno di una cosa’. Una riflessione di FRANCO TOSCANI

lunedì 10 luglio 2006.
 
[...] Ripensare il calcio vuol dire per noi, fra l’altro, ripensare il rapporto fra gioco ed esistenza, dando tutto il suo ruolo rilevante al gioco, senza con ciò ridurre tutta l’esistenza al mero gioco. Fra gioco ed esistenza non vi è identificazione, vi è piuttosto osmosi, intreccio, chiasmo. Nel modo di giocare è implicito il rinvio a un certo modo di vivere e di concepire l’esistenza, nel modo di condurre la propria esistenza è coinvolto un certo modo di giocare e di intendere il gioco. [...]

Il calcio e il ‘sogno di una cosa’

di Franco Toscani

1. La festa e il piacere del calcio

Anche noi, con tanti altri compagni, conoscenti e sconosciuti, brindammo, ballammo, urlammo di gioia, alzammo i pugni al cielo in occasione della vittoria italiana ai campionati mondiali di calcio in Spagna (1982). In quel luglio infuocato le città italiane letteralmente furono invase da una marea di persone festanti in modo incontenibile. Ci abbandonammo al puro piacere della festa sportiva, ben sapendo che di null’altro, per noi e per tanti altri, si trattava.

Anche allora, certo, c‘erano gli italioti e il lieto sventolìo delle bandiere tricolori non riuscì a farmi dimenticare l’ambiguità carica di tensione di quelle bandiere e la tragedia sempre in agguato dei nazionalismi, del fanatismo, dell’idiozia e della stupidità, ma festeggiammo senza esitazioni la vittoria sportiva in un gioco che ci appassionava, emozionava e che noi stessi praticavamo direttamente, sia pure a livelli assai modesti.

Forse Albert Camus esagerò quando scrisse “Tutto quel che so della vita l’ho imparato dal calcio”, ma i sostenitori della teoria secondo cui sarebbe da imbecilli correre dietro ad una palla e sarebbe ancor più da imbecilli appassionarsi per coloro che corrono dietro a una palla mi sono sempre sembrati alquanto superficiali. Quasi nessuno di costoro ha mai giocato a calcio, non a caso.

Indipendentemente dal fatto che in Italia esso è lo sport nazionale e che la bellezza e la rilevanza di tanti altri sport sono purtroppo largamente sottovalutate, resta vero che il calcio è uno degli sport più completi e ricchi dal punto di vista tecnico, atletico e tattico, in cui l’uomo impiega molte delle sue migliori energie e capacità.

E’ noto, ad esempio, che è importantissimo nel gioco sapere disporsi in campo nel posto giusto e muoversi oculatamente anche senza il possesso della palla , saper indovinare il momento più giusto per difendersi e per attaccare, saper individuare i pericoli principali o i punti di debolezza dell’avversario e agire di conseguenza.

Le migliori partite sono quasi sempre quelle più combattute ed equilibrate, in cui regna la massima incertezza sull’andamento della partita e sull’esito finale. Il fascino qui è il fascino di una sfida assai tesa e dall’esito non scontato che si svolge non solo fra due squadre, ma anche fra singoli giocatori (si pensi alle belle descrizioni di Osvaldo Soriano relative alle sfide tra il centravanti e la coppia di difensori centrali). La sfida è insieme con sé stessi, con le proprie forze e i propri limiti, con la fortuna e il destino, con gli avversari per la vittoria finale, con gli stessi compagni di squadra per garantire la migliore prestazione possibile.

Non si tratta qui infatti soltanto dell’uso della forza fisica e del vigore atletico, ma anche di intelligenza, creatività, fantasia, sagacia e acume tattico, slancio generoso, correttezza nel riconoscimento del valore e della dignità dell’avversario, passione genuina per il gioco, genius ludi.

Il calcio - che per i praticanti è e procura insieme gioia, esaltazione, affaticamento e dolore dei sensi - è anche un fatto estetico, di bellezza ( benché resti vero ciò che una volta ha rilevato sulla bellezza del calcio Peter Handke, ossia che “Per le anime meno fortunate, il calcio può essere il solo contatto con l’estetica” ) , grazia, coordinazione e armonia dei movimenti.

Vissuto senza fanatismi e idiozie, con animo aperto e lungimirante, è un gioco di squadra che, con le sue regole piuttosto semplici, insegna davvero a rispettare gli avversari (sia quelli più forti sia quelli più deboli), a stare e a convivere con gli altri, ad assumersi i propri compiti e le proprie responsabilità, a misurarsi con le difficoltà, a coltivare il senso del limite e insieme del coraggio, ad accettare la fortuna e il destino, a faticare e a penare, a sorridere e a gioire, ossia a vivere la profonda duplicità della vita.

Senza regole o senza un certo rispetto di esse non si può giocare o si gioca assai male e approssimativamente, come ben sa chiunque abbia fatto esperienza, ad esempio, della notevole differenza tra le partite ufficiali (con tanto di arbitro, guardialinee, etc.) e quelle giocate fra amici e conoscenti, in stile parrocchiale. Più vi sono regole e più vengono rispettate, più si gioca meglio e ci si diverte. Il calcio è un gioco di squadra in cui ogni individuo ha la sua funzione e il suo rilievo in stretta relazione alle funzioni e ai movimenti svolti dagli altri compagni di squadra e dagli avversari.

Nella sua Critique de la raison dialectique (1960) e col suo linguaggio caratteristico, Jean-Paul Sartre ha colto molto bene l’equilibrio esistente nel calcio fra prestazioni individuali e di gruppo, il fatto che anche le migliori individualità, i Maradona e i Pelè possono risaltare e vincere soltanto nel quadro di un buon gioco d’insieme: “ la funzione in ciascuno è relazione con l’obiettivo come totalità da totalizzare. Nel momento della partita ogni individuo comune realizza, alla luce dell’obbiettivo del gruppo, una sintesi pratica (orientamento, determinazione schematica delle possibilità, delle difficoltà, ecc.) del terreno nelle sue particolarità attuali (il fango, forse, o il vento, ecc.); in tal modo, egli tenta di prepararsi, grosso modo, ai caratteri specifici della partita da giocare. Ma questa sintesi pratica - che, alla fin fine, è una specie di esame della situazione, di giro d’orizzonte totalizzante - la realizza per il gruppo e in base all’obiettivo del gruppo e, in pari tempo, in base al suo posto - cioè, qui, alla sua funzione.

A partire dal momento in cui la lotta reale comincia, i suoi atti particolari (benché richiedano iniziativa, coraggio, destrezza, rapidità non meno che disciplina) non presentano più alcun senso se si prescinde da tutti gli atti dei suoi compagni di squadra (in quanto naturalmente ogni squadra è nello stesso tempo definita dall’altra). Non solo in astratto - cioè in quanto ogni funzione presuppone l’organizzazione di tutte - ma anche nella contingenza del concreto, in quanto la caduta o la balordaggine di un determinato giocatore in un determinato punto del campo condiziona rigorosamente il movimento di un altro (o di tutti gli altri) e gli conferisce un significato teleologico, suscettibile d’essere compreso dagli altri giocatori (e... dagli spettatori).”.

Parlando del calcio come di un “gioco bellissimo”, osserva il filosofo Sergio Givone in un colloquio assai stimolante col calciatore Cristiano Lucarelli, svoltosi nei giorni della vicenda di “Calciopoli”: “Lo dico con difficoltà, quasi non credendoci io stesso, ma penso che sia ancora un gioco e che abbia una sua filosofia. Sono molti gli elementi che lo compongono e che forse gli conferiscono la sua bellezza, il suo fascino: il calcio è agonismo, è lotta di due squadre, ma anche di un giocatore contro l’altro; ed è rappresentazione, finzione, simulazione. Il giocatore punta l’avversario, o finge di puntarlo, per aggirarlo, per sfuggirgli. Tutto è finzione e simulazione. Questo elemento teatrale concorre essenzialmente a costituire il fascino del calcio. (...) Resta (...) il fatto che, per un verso, il calcio è un gioco, anzi, qualcosa di più, un desiderio di giocare, un sogno di giocare sognato dai bambini e dagli adulti. E su questo c’è poco da fare ironia: il gioco, il desiderio, il sogno, il bisogno di giocare sono qualcosa di essenziale. Non vorrei fare il filosofo fuori luogo, ma perché non dire qualche cosa che proprio i grandi filosofi del passato, a cominciare da Aristotele, ci hanno insegnato? L’uomo nasce giocatore, imita, impara, poi fa quello che fa nella vita, ma solo se da bambino ha giocato. Un bambino che non gioca è un bambino infelicissimo, e questo non vuol dire che soltanto da bambini si debba giocare, perché il gioco è qualcosa di essenziale: non è imitazione di altro, non è innanzitutto il simbolo di qualcosa; è vero piuttosto il contrario, e cioè che i simboli e le metafore sgorgano dal gioco e dal piacere di giocare come da una fonte. E allora questo piacere è qualche cosa di profondamente positivo, che va a tutti i costi salvaguardato. La realtà del gioco non va interpretata riduttivamente come uno strumento che la società ha inventato per incanalare la violenza, per tenerla sotto controllo. Il gioco è anche questo, naturalmente, però è anche uno strumento che, se incanala la violenza, la rigenera sempre di nuovo. In ogni caso, interpretare così il gioco - nel caso specifico il gioco del calcio, l’ultimo dei grandi giochi, almeno in Europa, che ci appassiona tutti - è dimenticare quell’essenza ludica che ne fa appunto la risposta a un bisogno insopprimibile.”.

Nel calcio e nello sport in generale la violenza tende a prevalere quando si cerca e si costruisce un Nemico (con la n maiuscola) per riempire il vuoto di senso della propria vita, quando la domanda di senso nei giorni feriali rimane insoddisfatta, quando la crisi e la caduta delle ideologie, la mancanza di progetti e persino di luoghi di socializzazione (che non siano le discoteche e gli stadi), la frantumazione delle identità, il vuoto di valori promuovono soltanto disperazione e sfiducia. Ha quindi ragione Alessandro Dal Lago quando, a proposito della “ritualizzazione” della violenza cui si assiste negli stadi calcistici (verso la quale, comunque, lo studioso è talvolta sin troppo indulgente in questo libro del 1990), osserva che “dalle voci rituali della domenica sale un certo messaggio sulla qualità dei nostri giorni feriali.”

2. Calcio,società spettacolare e globalizzazione. Dal calcio al ‘neocalcio’

Certo è che in un gioco dalle carte truccate scompare la gioia dell’attività ludica e non ci si diverte più; come ha rilevato Marco Travaglio, in quel gioco d’azzardo che è il calcio, “se manca la suspence, nessuno gioca più” . Così dovrebbe essere, almeno, ma nel mondo umano e specialmente in Italia accade o può accadere che si giochi anche con le carte truccate o addirittura che l’unico gioco consentito sia quello con le carte truccate. Nel passaggio/trasformazione dal calcio al “neocalcio”, dal fùtbol al calcio-business, questo gioco si è progressivamente pervertito e snaturato come gioco, è diventato sempre più un tassello importante dell’odierna società sirenico-spettacolare che trasforma ogni cosa ed ogni evento in merce e denaro; gli interessi e i conflitti di interesse economico-politici sono diventati prevalenti.

Giustamente Guido Liguori e Antonio Smargiasse hanno sottolineato, in questo passaggio/trasformazione avvenuto dagli anni Ottanta sino all’inizio del XXI secolo, il ruolo decisivo dei mass-media e della televisione in particolare: “ la televisione si fa protagonista della costruzione di una ‘sua’ immagine del calcio, che sarà altra da quella offerta dal campo. Il distacco è insieme estetico e temporale. Gli spettatori che assistono alla partita nello stadio e i telespettatori che invece seguono la stessa partita dal piccolo schermo, hanno una percezione ben diversa del ‘medesimo’ evento. (...) lo stadio prevede spettatori (che al più possono essere decine di migliaia), la televisione invece prevede telespettatori (misurabili per le partite più importanti in centinaia di milioni). Ma i telespettatori altro non sono che audience. La televisione commerciale ha nel suo stesso dna la tendenza a dilatare, raddoppiare, triplicare, con i pre e i post, il tempo della partita; e anche il bisogno di diluire durante i giorni della settimana l’offerta di calcio, rendendo anacronistica ogni distinzione tra tempo del gioco e tempo del non gioco. Per la televisione, in definitiva, il calcio è un mezzo - anzi, è il mezzo più potente - per favorire la diffusione del mercato pubblicitario, per mettere in contatto milioni di persone (che diverranno miliardi nel mercato globale) con l’offerta di beni di consumo.” .

E’ del tutto ovvio, poi, sottolineare quanto lo strapotere targato Fininvest del neocalcio milanista degli anni Novanta abbia costituito la base anche del successo politico di Silvio Berlusconi e del berlusconismo nel decennio successivo. Qui il calcio è stato infatti non solo trasformato in business, ma si è fatto pure un uso ideologico e strumentale di esso, mutato persino in strumento di consenso politico. L’attuale trionfo della ratio strumentale-calcolante e la strumentalizzazione ideologico-politica del calcio corrispondono allo snaturamento e alla perversione più completi del gioco.

Sviluppare queste considerazioni non significa però, per noi, aderire alle tesi sterili di un certo ideologismo di sinistra (pensiamo ad esempio alle posizioni sostenute da Gerhard Vinnai negli anni Settanta), secondo cui il calcio non sarebbe che una forma ingannevole di “risarcimento del corpo” rispetto ad altre attività ludico-erotiche ritenute più positive e sarebbe meramente funzionale all’organizzazione capitalistica del lavoro, utile soltanto a disinnescare le potenzialità rivoluzionarie delle masse.

Tutti gli ideologismi e i moralismi, prigionieri di un’ottica riduzionistica, impediscono la visione dell’essenziale, della complessità dei fenomeni, della ricchezza e molteplicità della realtà. Sostenere che il calcio è nient’altro che oppio dei popoli e strumento di addomesticazione/manipolazione delle masse significa di fatto chiudersi alla reale comprensione del fenomeno, impedirsi di avanzare proposte concrete e di incidere nelle sue dinamiche interne.

3. Una questione di costumi. Il “sogno di una cosa”

Occorre insistere sull’ambivalenza carica di tensione propria del calcio, per cui esso appare da un lato, davvero, come l’odierno oppio dei popoli, un fenomeno interno ai meccanismi della civiltà sirenico-spettacolare e al sistema della mercificazione totale, della manipolazione massmediatica delle coscienze e della forma prevalente della globalizzazione; d’altro lato, come abbiamo già detto, esso mantiene ancora, almeno parzialmente, le sue caratteristiche reali di bellezza, grazia, armonia, meraviglia tecnica, freschezza atletica, vitalità corporea e genius ludi che lo rendono sempre affascinante. Oggi non c’è davvero, per noi, la possibilità di uscire da questa ambivalenza carica di tensione e di contraddizioni, che quindi siamo costretti a vivere sulla pelle, in prima persona, con tutte le conseguenze relative all’identità personale e alla forma della nostra soggettività scissa e lacerata.

Noi umani siamo specialisti anche nel rovinare le cose belle ed è proprio ciò che è avvenuto e sta avvenendo con “Calciopoli”, sulle cui vicende dovremmo tutti seriamente riflettere per riaccostarci a un senso più genuino dello sport e per abbandonare certi vizi antropologici - come l’opportunismo, il cinismo, il servilismo, la dissimulazione (non sempre “onesta”, come voleva Torquato Accetto), il menefreghismo, il “tirare a campare”, il trasformismo - fin troppo radicati nella storia e nei costumi degli italiani.

Vi riusciremo? C’è da dubitarne, perché abbiamo accumulato e non cessiamo di accumulare troppi veleni, scandali, vergogne e menzogne, troppo marciume nelle nostre vicende calcistiche ed extracalcistiche, troppi strappi e incrinature nel nostro tessuto politico-istituzionale, nella vita morale e civile del paese, troppo inquinamento, corruzione e inciviltà nella nostra società civile. Sono di un’attualità sconcertante le riflessioni acute svolte da Giacomo Leopardi nel 1824 nel Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’italiani , con cui il grande poeta-pensatore italiano si soffermava amaramente sull’ “estinzione” o sull’ “indebolimento” nel nostro paese delle credenze nei principi morali, sulla “inutilità” della virtù e sulla “utilità decisa” del vizio. Oggi va assolutamente ricordata la frase con cui l’allenatore Lippi intendeva arrogantemente liquidare le critiche mosse da Zeman al mondo calcistico italiano: “ Non si può stare nel sistema e contemporaneamente criticarlo”. Ora sappiamo che aveva ragione Zeman, ma siamo ancora ben lontani anche da un solo cenno di autocritica e di pentimento reale da parte dei protagonisti del sistema stesso, che cercherà sempre di superare le bufere momentanee per imporre la sua logica implacabile, che vede l’evento sportivo ormai essenzialmente all’interno di un gigantesco e globale processo di manipolazione, controllo e mercificazione di tutte le cose e di tutte le attività umane.

In questa logica ferrea e folle al tempo stesso, non ne è letteralmente più nulla del gioco come tale, soprattutto del suo piacere; termini ed espressioni come etica, costume, coscienza civile, rispetto delle regole - oggi necessari come il pane - appaiono desueti, perché ciò che conta è solo vincere (non importa come), accumulare denaro, ingannare gli altri, fare i furbi e apparire come i più forti, aumentare a tutti i costi i profitti, produrre e consumare le risorse disponibili, considerare gli umani (tutti gli umani, dai giocatori agli spettatori) come materiale umano (Menschenmaterial ) e il mondo stesso come un’unica e immensa risorsa da sfruttare. Questo è il nichilismo che distrugge alla radice il senso stesso dell’uomo e del suo rapporto con gli altri, le cose, il mondo e la verità. Il nichilismo e la rigidità dell’attuale sistema vincente non lasciano spazio ad alternative reali e praticabili.

C’é quindi da disperare sulle possibilità di un rinnovamento radicale e di un nuovo cammino. E di fatto molti disperano e ritengono che non cambierà davvero nulla anche dopo “Calciopoli”.

Nella conversazione già citata con Cristiano Lucarelli, Givone osserva che “il calcio cessa di essere un gioco nel momento in cui dietro le quinte qualcuno se ne serve, lo usa per altri fini, lo controlla, lo manipola, lo trucca. E’ chiaro che un gioco truccato non è più un gioco.” E’ vero: un gioco truccato non è più un gioco, ma ci ritroviamo o rischiamo fortemente di ritrovarci nella situazione assurda e orribile di non concepire più alcuna alternativa ai giochi truccati e di accettare i giochi truccati come gli unici giochi per noi possibili. L’assuefazione a qualunque imbroglio, la mancanza di scrupoli morali e la rassegnazione supina al cattivo esistente sembrano giunti a tale punto estremo.

Forse dobbiamo tutti tornare ad imparare dal calcio amatoriale, giovanile e superdilettantistico (che comunque non va idealizzato, perché pure in esso vi sono i germi e le potenzialità della degenerazione propria del calcio “maggiore”) il senso dell’avventura individuale e collettiva, il candore e la passione del gioco, la sua bellezza e purezza .

Ecco perché nelle vicende di “Calciopoli” siamo tutti coinvolti e rischiamo di essere tutti perduti come persone: la posta in gioco non è infatti solo calcistica, ma etica e riguarda il nostro intero modo d’essere e di vivere. E’ tutto un mondo morale e civile, la sua sopravvivenza, il suo indebolimento o rafforzamento che è qui in questione. In queste vicende ne va non solo di un gioco, ma del senso o dell’insensatezza dell’intera esistenza e della convivenza civile.

Ripensare il calcio vuol dire per noi, fra l’altro, ripensare il rapporto fra gioco ed esistenza, dando tutto il suo ruolo rilevante al gioco, senza con ciò ridurre tutta l’esistenza al mero gioco. Fra gioco ed esistenza non vi è identificazione, vi è piuttosto osmosi, intreccio, chiasmo. Nel modo di giocare è implicito il rinvio a un certo modo di vivere e di concepire l’esistenza, nel modo di condurre la propria esistenza è coinvolto un certo modo di giocare e di intendere il gioco.

Se qualcuno ponesse il calcio al centro del mondo, illudendosi di cancellare o di dimenticare in virtù di esso i drammi e le contraddizioni in cui si dibatte l’umanità, commetterebbe un grave torto nei confronti del calcio stesso, che si vedrebbe attribuite indebitamente prerogative non in suo possesso. Nessun gioco può infatti cancellare o ridurre il peso del dolore ineliminabile dell’esistenza.

Anche coloro che, moralisticamente e ideologicamente, si rifiutassero di abbandonarsi - sia pure per poco - al piacere dello sport fissando lo sguardo soltanto sulle tragedie dell’umanità, si vieterebbero di apprezzare e di sperimentare l’importante dimensione ludica della vita, con conseguenze inquietanti per il senso lugubre e serioso attribuito alla propria stessa vita, al rapporto con gli altri e alla prospettiva intera, anche futura, dei rapporti umani .

Il “sogno di una cosa” è allora qui per noi il calcio sottratto all’idiozia calcistica, alla volgarità degli italioti, alla corruzione e all’inquinamento che minacciano di soffocarlo, concepito in armonia con le altre attività, modalità e sfere dell’esistenza, ricondotto nuovamente alla sua fonte originaria, al suo essere gioco carico di avventura, al piacere provato dai bambini che una volta giocavano senza limiti orari nei campetti di periferia, richiamati dal rimprovero della mamma esasperata, che dal balcone li esortava finalmente al ritorno a casa. Il “sogno di una cosa” ci consente di rievocare e di riaccostarci fruttuosamente ad un verso di Paul Valéry, ne Le cimitière marin (1920), che - oltre a garantirci una parziale e del tutto insoddisfacente consolazione - ci rammenta l’esigenza e insieme la difficoltà di rispondere, ogni giorno della nostra vita, alle domande di senso e che suona: “Le vent se lève!... Il faut tenter de vivre!”.


NOTE:

1 Di genius ludi del calcio parla opportunamente Alessandro Dal Lago nel suo libro Descrizione di una battaglia. I rituali del calcio , il Mulino, Bologna 1990, pp.8-9, dedicato soprattutto all’analisi della “cultura rituale” di questo sport.

2 Cfr. P. Handke, Die Welt im Fussball , in AA. VV., Der Fussballfan , Syndicat, Frankfurt a.M. 1980.

3 J.-P. Sartre, Critica della ragione dialettica. Teoria degli insiemi pratici, Libro II: Dal gruppo alla storia, trad. it. di P. Caruso, Il Saggiatore, Milano 1963, p.115.

4 S. Givone/C. Lucarelli, La banalità del Moggi e l’etica nel pallone, “MicroMega” n.4, giugno 2006, pp.63-65.

5 A. Dal Lago, Descrizione di una battaglia. I rituali del calcio, il Mulino, Bologna 1990, p.168.

6 Cfr. il dialogo tra M. Travaglio e G. Ferrara, Tutti colpevoli, nessun colpevole? , “MicroMega” n.4, giugno 2006, pp.25-38.

7 G. Liguori-A. Smargiasse, Il football ucciso dal neocalcio, “MicroMega” n.4, giugno 2006, pp.138-139. Degli stessi autori si vedano fra l’altro Ciak si gioca! Calcio e tifo nel cinema italiano (Baldini e Castoldi, Milano 2000) e Calcio e neocalcio. Geopolitica e prospettive del football in Italia (manifestolibri, Roma 2003).

8 Per un approfondimento di questi aspetti, mi permetto di rinviare al mio saggio Degli usi e dei costumi. Note politiche e antropologiche sull’Italia contemporanea , in AA.VV., Sulla via della polis infranta , a cura di S. Piazza, Cleup, Padova 2004, pp.161-171.

9 Cfr. S. Givone/C. Lucarelli, La banalità del Moggi e l’etica nel pallone, cit., p.63.

10- P. Valéry, Il cimitero marino (1920), trad. it. di P. Valduga, con un saggio di E. Franzini, Arnoldo Mondadori, Milano 1995, pp. 22-23.


Franco Toscani (Piacenza, giugno-luglio 2006)


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