STORIA
30 anni fa, nella Cecoslovacchia ancora unita e schiacciata sotto il comunismo, veniva diffuso il manifesto di Havel e altri 200
Charta 77, i primi dissidenti
Praga si appresta a celebrare l’anniversario del movimento d’opposizione al regime, che vide fianco a fianco intellettuali laici e uomini di Chiesa
Da Praga Giovanni Bensi (Avvenire, 04.01.2007)
Trent’anni fa nasceva in Cecoslovacchia, allora ancora unita sotto il regime comunista, il primo documento pubblico di protesta in un paese dell’orbita sovietica, e, sulla sua scia, anche il primo movimento organizzato di dissidenza: Charta 77. Nove anni prima, nel 1968, Leonid Brezhnev aveva mandato i carri armati sovietici a schiacciare la "Primavera di Praga", messa in moto da Alexander Dubcek con l’illusione di poter creare un socialismo "dal volto umano". L’illusione era fallita e nel paese regnava la pesante atmosfera della normalizace, la "normalizzazione" imposta dal proconsole sovietico Gustáv Husák.
Charta 77 nacque da un episodio apparentemente banale. Le autorità comuniste, ossessionate dall’ "influsso occidentale", avevano incominciato a perseguitare un innocuo gruppo musicale alternativo, i "Plastic People of the Universe", colpevole di suonare musica rock che trovava molti fan, soprattutto fra i giovani. Nel 1976 la Stb, equivalente del Kgb sovietico, dopo un concerto arrestò quattro membri del gruppo compreso il saxofonista Vrata Brabenec. Le accuse erano di «turbativa dell’ordine pubblico».
Il fatto che il regime arrivasse a prendersela con gente come i "Plastic People" convinse alcuni cechi e slovacchi a pensare che i comunisti stessero perdendo il senso delle proporzioni e che fosse ora di reagire. Il 10 dicembre 1976 cinque intellettuali, il drammaturgo Václav Havel (poi divenuto primo presidente della Cecoslovacchia post-comunista), Jirí Hájek, già ministro degli esteri sotto Dubcek, il giornalista Jirí Dienstbier, lo scrittore Pavel Kohout e l’ex diplomatico Zdenek Mlynar, si riunirono a Praga, in casa del traduttore Jarosláv Koran, e redassero un manifesto in cui accusavano il regime comunista di violare i diritti dell’uomo rinnegando nei fatti i documenti che esso stesso aveva firmato, la Costituzione cecoslovacca, gli accordi di Helsinki e le convenzioni dell’Onu sui diritti politici, civili, economici e culturali.
Il documento venne fatto circolare ed ottenne l’adesione di numerosi esponenti dell’intellettualità cecoslovacca: alla fine di dicembre le firme erano 242, apposte da rappresentanti delle più diverse ideologie. Vi erano comunisti e non comunisti, credenti e non credenti, conservatori e progressisti.
Il 1° gennaio 1977 Havel e altri promotori, fra cui Ludvik Vaculik (già autore del "Manifesto delle 2000 parole") e Pavel Landovsky, cercarono di distribuire il testo alla stampa di Praga e Bratislava, mentre il 7 gennaio il documento fu pubblicato da alcuni giornali occidentali, fra cui Le Monde, il Times e la Frankfurter Allgemeine Zeitung.
Nessun giornale cecoslovacco invece osò pubblicare il manifesto, ma poiché quasi subito si mise in moto la propaganda "anti-Charta" del regime ed il testo del documento fu trasmesso in ceco e slovacco dalle radio occidentali, ben presto il contenuto di Charta 77 divenne di pubblico dominio.
Quando il regime comunista in Cecoslovacchia cadde nel 1989, esso recava ormai le firme di 2000 persone, fra cui anche Václav Malý, vescovo ordinante di Praga, ed il matematico Václav Benda, ora defunto, che dopo la caduta del regime divenne il capo dell’Ufficio per le indagini sui crimini del comunismo.
Fin dall’inizio le posizioni del gruppo Charta 77 erano rappresentate da tre portavoce che venivano rinnovati ogni anno: i primi furono Havel, Hajek ed il filosofo Jan Patocka. Dal manifesto nacque un vero e proprio movimento, aperto a tutte le ideologie, che si proponeva il dialogo con il partito comunista ed il governo al fine di realizzare nel paese la difesa dei diritti.
Il regime comunista tuttavia trattò Charta 77 come se fosse stato un pericoloso covo di sovversivi e terroristi, reagendo di conseguenza. Così già il 12 gennaio il Rudé Pràvo, organo del Pcc, accusava i promotori del manifesto di essere «al servizio dell’anticomunismo e del sionismo».
I promotori di Charta 77 vennero in vario modo perseguitati, licenziati, inviati a lavori non qualificati, pedinati o arrestati. Il 13 marzo 1977 Jan Patocka, sottoposto per molte ore ad un estenuante interrogatorio nella sede della Stb, ebbe un attacco di cuore e morì. Il 17 e 18 ottobre si svolse il primo processo contro quattro "chartisti" a Praga (altri sarebbero seguiti in altre città). Le accuse furono di "sovversione" "attività controrivoluzionaria" e introduzione clandestina di letteratura anticomunista nel paese. Havel fu condannato a 14 mesi, Gli altri tre imputati, Ota Ornest, Jiri Lederer e Frantisek Pavlicek ebbero condanne da 17 mesi a 3 anni e mezzo. Molti firmatari di Carta 77, come Pavel Kohout, furono mandati in esilio e privati della cittadinanza.
La pellicola fu girata sfidando la censura. Mai trasmessa in Italia, sarà proiettata a Roma
Jan Palach, l’ultimo filmato
La veglia, l’agonia, i funerali: una straordinaria testimonianza di 8 minuti
di Paolo Conti (Corriere della Sera, 27.12.2008)
Il bianco e nero restituisce l’atmosfera cupa, gelida e disperata della Praga del gennaio 1969. Appena 7 minuti e 49 secondi: ma «Jan 69», il breve filmato dedicato prima alla veglia durante l’agonia e poi ai funerali di Jan Palach, è un autentico e straordinario pezzo di storia audiovisiva contemporanea. Verrà proiettato in anteprima per l’Italia (dove non è mai stato proposto in pubblico né usato dalla Tv, il materiale è assolutamente inedito per il nostro Paese) il 16 gennaio a Roma, alle 21 al palazzo delle Esposizioni, durante la rassegna dedicata alla produzione cinematografica cecoslovacca censurata e «scomparsa» nel 1969.
Il ciclo fa parte della densa mostra «Praga. Da una primavera all’altra 1968-1969», curata da Annalisa Cosentino, dedicata quindi al periodo compreso tra il tentativo di democratizzare il sistema comunista cecoslovacco (primavera 1968) e poi la morte dell’esperimento (primavera 1969) in seguito all’invasione delle truppe del Patto di Varsavia, che entrarono il 20 agosto 1968 per «normalizzare » Praga su ordine di Mosca. In mostra, tra gli altri, anche un reportage fotografico di Dagmar Hochova inedito in Italia.
Lo studente Jan Palach si dette fuoco in piazza San Venceslao il 16 gennaio 1969 proprio per protestare contro l’invasione. Accanto a lui trovarono una lettera: «Poiché i nostri popoli sono sull’orlo della disperazione e della rassegnazione, abbiamo deciso di esprimere la nostra protesta e di scuotere la coscienza del popolo».
Un gruppo clandestino di studenti aveva deciso per il gesto estremo, durante un’estrazione a sorte il numero 1 era capitato a Jan, iscritto a Filosofia, nemmeno 21 anni di età. La sua agonia durò 73 ore: rimase a lungo lucido, seppe del risalto internazionale del suo gesto, registrò alcune dichiarazioni. Morì il 19 gennaio. I funerali furono celebrati il 25 gennaio.
Il filmato diretto da Stanislav Milota con i produttori Yaromìr Kallista e Vlastimil Harnach, tutti dipendenti degli studi nazionali del cinema cecoslovacco, è la secca cronaca di quelle ore: centinaia di migliaia di persone che vegliano in piazza San Venceslao sotto la pioggia, poi l’omaggio alla bara, la disperazione della madre dietro la veletta nera, il pianto a dirotto di migliaia di cecoslovacchi: vecchie coppie di contadini, austeri borghesi chiaramente mal adattati al sistema comunista, giovani studenti, la guardia d’onore dell’università con gli ermellini delle cerimonie ufficiali, splendide ragazze che singhiozzano, le migliaia di corone di fiori candidi, la messa funebre cattolica. La maschera mortuaria di Jan guarda tutti dall’alto. Tante lacrime - non c’è ombra di retorica nel comprenderlo - non sono solo per Jan, ma per il fallimento di un sogno di libertà distrutto dai carri armati spediti da Mosca. Il taglio scelto dalla regìa è inquietante, svela le circostanze fortunose in cui venne realizzato il lavoro, la repressione della censura era in agguato anche per le strade in quelle ore: riprese panoramiche di piazza San Venceslao si alternano a primissimi piani, a scorci di volti, a particolari rivelatori. La musica di Leos Janácek accentua l’emozione, riconducendo tutto alle radici culturali nazionali.
Come racconta il curatore della rassegna, Francesco Pitassio, docente di Storia del cinema all’università di Udine, il materiale rimase disperso fino al 2002. I tre realizzatori furono licenziati dagli studi cinematografici nel 1969 proprio per la colpa di aver girato il documentario. Il film fu nascosto dal vecchio direttore degli studi, Myrtil Frìda, che lo salvò dalla distruzione. Fu ritrovato per un puro caso negli archivi degli studi solo nel 2002: nemmeno Stanislav Milota era riuscito a rintracciarlo nonostante mesi di accurate ricerche. Ora la sequenza torna a noi quarant’anni dopo e ci restituisce intatta l’angoscia di un Paese oppresso, di un popolo schiacciato da una vergognosa invasione.
Praga 68. La settimana che ci cambiò per sempre
di Milan Kundera (la Repubblica, 24.o6.2008)
"Ci sono paesi che vantano le loro conquiste e paesi che invece possono vantarsi per non aver mai conquistato niente e nessuno"
"Lettera internazionale" pubblica un dossier dedicato all’invasione della Cecoslovacchia
Vogliamo mostrare quante potenzialità democratiche si sviluppano nel socialismo
Il nostro paese non si distingue per spirito romantico, ma per sobrietà e umorismo
Gli avvenimenti di agosto hanno gettato una luce nuova su tutta la nostra storia
Era il 24 agosto ed ero a casa del padre di un mio amico. Da lontano si sentiva sparare, sul tavolo c’era una radiolina accesa; e io guardavo distrattamente l’antica biblioteca di casa, finché alla fine ho tirato fuori un libro scritto nel 1633 da Pavel Stránsky: Sullo Stato ceco. E ho letto: «Se si domanda a un esperto di questioni ceche se i paesi cechi siano un alleato per scelta contrattuale dell’impero tedesco, oppure un paese feudale e vassallo, egli sosterrà con fermezza che i paesi cechi sono amici dei tedeschi, uniti a loro da antichissima alleanza, più che loro servitori o protetti». (...)
Gli spari oltre le finestre riportavano la mia attenzione al momento presente, mentre le frasi di Pavel Stránsky mi sospingevano tra le braccia della storia ceca, riportandomi alla sua infinita lontananza, avvertendomi però che continuiamo a vivere sempre la stessa storia nazionale, con la sua «eterna» problematica, con l’incessante conflitto tra alleanza e sovranità, con una sovranità ricercata costantemente e non raggiunta e la lotta continua per ottenerla, e che quindi i colpi che sentivo non erano solo un fulmine a ciel sereno, uno choc, un’assurdità: in essi non faceva altro che realizzarsi, ancora una volta, l’antichissimo destino ceco. (...)
Quest’agosto ha gettato una luce nuova su tutta la nostra storia. Non che lo scetticismo sul carattere ceco sia venuto meno, ma è stato integrato da un altro punto di vista, di segno opposto: sì, la nazione ceca ha oramai perduto la continuità diretta con l’eroica tradizione della mazza ferrata di Zizka ma, oltre a questo, l’hussitismo sta a significare che la tradizione di un popolo nel quale «ogni vecchietta conosce le Sacre Scritture meglio di un prete italiano» è di casa ancora oggi, e questa tradizione, da noi, vuol dire istruzione e spirito riflessivo.
Sì, il risorgimento ceco, invece della grande politica, ha conosciuto solo la spicciola educazione popolare; per esso l’arma principale della lotta nazionale erano il teatro amatoriale, le canzoni e i versi; sì, l’arte ceca è stata aggiogata al carro traballante dell’educazione nazionale, ma è anche vero che in questo modo il popolo ceco, fin dall’inizio della sua nuova esistenza, è stato legato alla cultura in modo fatale come pochi popoli europei, tanto che in questa metà dell’Europa è il popolo di gran lunga più pensante e istruito che non si lascia infinocchiare da nessuna propaganda da quattro soldi.
Sì, è vero che la nazione ceca nel secolo scorso è rimasta ai margini dei grandi conflitti europei; ma è vero pure che a quel tempo è riuscita a fare una cosa enorme: da popolazione semianalfabeta, seminazionalizzata, si è trasformata di nuovo in nazione europea, e contro i tentativi continui di germanizzazione, contro le intenzioni del potere cui era sottomessa, da allora è capace di dare il meglio di sé proprio quando i tempi sono più sfavorevoli.
Sì, è vero che la nazione ceca non si distingue per eroico spirito romantico, ma è vero pure che il rovescio di questa mancanza di romanticismo e di eroismo consiste nella sobrietà intellettuale, nel senso dell’umorismo e nello spirito critico con cui essa guarda anche a se stessa, tanto da essere una delle nazioni meno scioviniste d’Europa. Se il suo orgoglio nazionale si solleva sdegnato, vuol dire che ha subito un’offesa terribile; vuol dire che la sua indignazione non è fugace e di breve durata, ma caparbia come può esserlo solo l’intelletto.
Vedo la mansarda di un palazzetto parigino, sento la voce di Aragon piena di rabbia, una voce che maledice il sopruso; vedo la faccia di Aragon piena di angoscia per i destini del mio paese e sento poi le mie parole che ripetono più volte: «È stata la settimana più bella che abbiamo mai vissuto». Ho paura che questa affermazione a Parigi sia risuonata assurda e strana, ma i miei compatrioti mi capiranno. E stata infatti una settimana in cui la nazione ha visto all’improvviso la propria grandezza, una grandezza nella quale ormai non sperava proprio più.
Mi viene in mente, ripensando a Parigi, una piccola trattoria nel quartiere latino, dove ho pranzato con Carlos Fuentes, ottimo scrittore messicano, mio coetaneo. Fuentes mi ha chiesto se sapevo che i cechi in Messico sono guardati con molta simpatia. Mi ha poi raccontato che, alla metà del secolo scorso, tre potenze europee, che non gradivano la politica liberale del presidente Juárez, inviarono in Messico degli eserciti di occupazione, e che i reparti cechi che vi arrivarono con l’esercito austriaco si rifiutarono di partecipare all’occupazione di un paese progressista. Molti cechi restarono in Messico e poiché tra loro c’erano parecchi musicisti, la vita musicale messicana si arricchì tanto che il loro ricordo è ancora oggi circondato dalla gloria.
Perché c’è la gloria dei conquistatori e c’è la gloria di quelli che, nella loro storia, conquistatori non sono mai stati. C’è la superbia delle nazioni che si gloriano delle campagne dei loro Napoleoni e dei loro Suvorov e c’è l’orgoglio delle nazioni che non hanno mai esportato quella brutalità. C’è la mentalità delle superpotenze e c’è la mentalità delle piccole nazioni. Una grande nazione vede la propria esistenza e la propria importanza internazionale garantite automaticamente dal semplice numero dei suoi abitanti. Una grande nazione non si tormenta interrogandosi sul motivo e sulla legittimità della propria esistenza: c’è e continua ad esserci con un’ovvietà schiacciante. Si fonda sulla propria grandezza e non di rado se ne inebria come se fosse di per sé un valore.
Invece una piccola nazione, se ha una qualche importanza nel mondo, deve ricrearla ogni giorno e senza sosta. Nel momento in cui smette di creare valori, perde la legittimità della propria esistenza e alla fine, forse, cesserà anche di esistere perché è fragile e può essere distrutta. In essa, la creazione di valori è legata alla questione dell’esistenza, e questo probabilmente è il motivo per cui la creazione (culturale ed economica), di solito, nelle piccole nazioni (forse a partire già dalle antiche città greche) è molto più intensa che nei grandi imperi.
La coscienza della grandezza, della quantità, dell’indistruttibilità, permea interamente i sentimenti delle grandi nazioni: tutte hanno dentro di sé un frammento di quella «superbia della quantità», tutte hanno la tendenza a vedere nella propria grandezza una predestinazione alla salvezza del mondo, tutte sono inclini a scambiare se stesse per il mondo, la propria cultura per la cultura del mondo, e perciò, di solito, sono estroverse in politica (orientate verso le lontane sfere della loro influenza), ma al tempo stesso molto egocentriche per quanto riguarda la cultura. Ah, povere grandi nazioni! La porta che si apre sull’umanità è angusta e voi ci passate a stento.
Credo nella grande missione storica delle piccole nazioni nel mondo di oggi, lasciato in balìa di superpotenze che desiderano allinearlo e livellarlo a propria misura. Le piccole nazioni, ricercando e costruendo continuamente la propria fisionomia, lottando per le proprie peculiarità, si preoccupano nello stesso tempo che l’intero globo terrestre resista ai terribili influssi all’uniformità, che risplenda la varietà delle tradizioni e dei modi di vivere, che in esso l’individualità umana, il miracoloso e la singolarità possano essere di casa.
Sì, sono convinto della missione delle piccole nazioni. Sono convinto che un mondo in cui la voce dei guatemaltechi, degli estoni, dei vietnamiti o dei danesi venisse sentita quanto quella degli americani, dei cinesi o dei russi, sarebbe un mondo migliore e meno triste. So pure, però, che per le piccole nazioni è insidioso e difficile. Hanno i loro periodi di letargo e, a differenza delle grandi nazioni, ogni loro assopimento comporta il pericolo di non risvegliarsi. Il pensiero che anche la nazione ceca stesse di nuovo decidendo se vivere o tirare a campare, se essere o non essere, mi si è imposto fastidiosamente anni fa, quando mi sono reso conto di come una politica poco illuminata soffocasse la vita ceca e facesse precipitare la cultura ceca al livello insignificante di una provincia europea. Mi è tornata in mente l’acuta domanda di Schauer: ma è propria valsa la pena di ricollocare la nostra piccola nazione al centro dell’Europa? Quali valori apporta e intende apportare all’umanità?
Quando ho pronunciato questa domanda, nell’estate del 1967, dalla tribuna del Congresso degli Scrittori, non immaginavo con quale drammaticità le avrebbe risposto l’intera Cecoslovacchia l’anno seguente. Il tentativo di creare finalmente (e per la prima volta nella sua storia mondiale) un socialismo privo dell’onnipotenza della polizia segreta, con la libertà della parola scritta e parlata, con un’opinione pubblica che viene ascoltata e con una politica che si appoggia ad essa, con una cultura moderna che si sviluppa liberamente e con uomini finalmente liberi dalla paura, è stato un tentativo con cui i cechi e gli slovacchi per la prima volta dalla fine del Medioevo si sono posti di nuovo al centro della storia e hanno rivolto al mondo il loro appello.
Questo appello non si fondava su una presunta volontà dei cecoslovacchi di sostituire il modello di socialismo esistente con un altro modello altrettanto autoritario ed esportabile. Un messianismo del genere è estraneo alla mentalità di una piccola nazione. Il senso dell’appello cecoslovacco stava in qualcos’altro: mostrare quali immense potenzialità democratiche siano tuttora trascurate nel progetto sociale socialista, e mostrare che queste potenzialità si possono sviluppare solo se si libera pienamente l’originalità politica di ogni singola nazione.
L’appello cecoslovacco continua ad essere valido. Senza di esso il XX secolo non sarebbe più il XX secolo. Senza di esso il mondo di domani sarebbe un mondo diverso da quello che sarà. Il significato della nuova politica cecoslovacca aveva una portata troppo grande per non incontrare resistenze. Il conflitto, naturalmente, è stato più duro di quanto immaginassimo, e la prova attraverso cui è passata la nuova politica è stata atroce. Ma io mi rifiuto di chiamarla una catastrofe nazionale, come adesso fa comunemente la nostra opinione pubblica, piuttosto lamentosa. Oso addirittura dire, a dispetto dell’opinione corrente, che forse il significato dell’Autunno cecoslovacco è perfino superiore al significato della Primavera cecoslovacca.
È successo infatti qualcosa che nessuno si aspettava: la nuova politica ha retto al terribile conflitto. Ha fatto un passo indietro, è vero, ma non si è disgregata. Non ha ripristinato il regime poliziesco; non ha accettato l’incatenamento dottrinario della vita intellettuale, non ha rinnegato se stessa, non ha tradito i propri princìpi, non ha perduto i propri uomini; non solo non ha perduto il sostegno dell’opinione pubblica, ma, proprio nel momento in cui c’era un pericolo mortale, ha cementato dietro di sé l’intera nazione, in quanto era interiormente più forte di quanto non fosse prima di agosto. E ancora: se i suoi rappresentanti politici devono contare sulle possibilità che al momento ci sono, vasti strati della nazione, specialmente i giovani, conservano dentro di sé, in tutta la loro intransigente interezza, la coscienza degli obiettivi di prima di agosto. E c’è in questo una speranza immensa per il futuro. E non per quello remoto, ma per quello prossimo.
Ma che cosa succederà se la nuova politica continuerà a fare passi indietro, fino a diventare, senza che neppure ce ne accorgiamo, una politica vecchia? Che cosa succederà se la dichiarata provvisorietà del passo indietro diventerà una provvisorietà di decine di anni? È evidente che non è garantito da nessuna parte che il 1968 in futuro non verrà rovinato e vanificato. Ma una persona o, in generale, l’umanità hanno mai avuto garanzie? Ha mai avuto garanzie la nazione ceca, condannata, per ricordare ancora Pavel Stránsky, a vivere in amicizia con il leone? Non sono forse secoli che essa cammina sull’incerta passerella tra sovranità e sottomissione, tra universalità e provincialismo, tra l’essere e il non essere? (...) Quando, all’inizio di settembre, il quintetto dei nostri uomini di Stato ha emesso un comunicato nel quale si invitavano i cecoslovacchi all’estero a ritornare, garantendo loro completa sicurezza, ho sentito da alcuni l’obiezione: ma come pensano di garantire la nostra sicurezza, se non sono in grado di garantire neppure la loro?
Non condanno nessuno di coloro che hanno deciso di vivere all’estero, sostengo che ciascuno ha il diritto di vivere dove vuole, protesto solo nei confronti di questa argomentazione, che manca di qualsiasi nobiltà: davvero un cittadino ceco non è in grado di rischiare quello che rischia un suo uomo di Stato? Davvero è capace di vivere solo al di fuori del rischio? La misura di una relativa certezza per tutti non dipende forse proprio da quante persone hanno il coraggio di restare al proprio posto nell’incertezza?
Nel patriottismo ceco ho sempre ammirato la sobrietà dello sguardo. Già i patrioti risorgimentali si rendevano conto di tutto lo svantaggio che derivava dal destino di essere ceco, e capivano che il risveglio della nazione ceca non era solo un compito, ma anche un problema. Il più grande patriota ceco, Masaryk, iniziò il suo percorso distruggendo le illusioni e i miti patriottici, ed è significativo che abbia intitolato il suo libro La questione ceca. Alle radici del patriottismo ceco non c’è il fanatismo, ma lo spirito critico, ed è questo che ammiro della mia nazione e che me la fa amare.
Solo che lo spirito critico ceco oggi ha due forme. In una, diventa un vizio che rifiuta qualunque speranza e approva tutte le disperazioni: è lo spirito dei deboli degenerato in puro e semplice pessimismo che costituisce il clima ideale per preparare la sconfitta.
C’è poi il vero spirito critico, che sa smascherare le illusioni e le presunte certezze, ma al tempo stesso ha un’estrema sicurezza di sé, perché sa di essere una forza, un valore, un potere su cui si può costruire il futuro. Questo senso critico, che prima ha suscitato la Primavera cecoslovacca e poi in Autunno ha resistito agli attacchi delle menzogne e dell’irrazionalità, non è la proprietà di un’élite ma, come si è dimostrato, è la più grande virtù di tutta la nazione. Una nazione che ha questo dono ha tutto il diritto di entrare nelle incertezze del prossimo anno con piena fiducia in se stessa. Alla fine del 1968, ne ha diritto più che mai.
Copyright Literární Noviny e, per la traduzione italiana, Lettera Internazionale
Traduzione dal ceco di Dario Massimi
In mostra gli scatti di Koudelka
MILANO - "Josef Koudelka - Invasione Praga 68" è il titolo di una mostra aperta a Milano che documenta l’invasione di Praga, gli avvenimenti storici dell’agosto del 1968 che per decenni hanno influenzato tragicamente la vita in Cecoslovacchia. Le immagini in bianco e nero di Koudelka - stupefacenti per la loro forza e la loro umanità - sono esposte fino al 7 settembre a Forma - Centro internazionale di fotografia (piazza Tito Lucrezio Caro, 1).
Patocka, critica della ragion tecnica
DI EDOARDO CASTAGNA (Avvenire, 31.05.2008)
Non ha perso un briciolo della sua attualità, la quasi profetica riflessione sull’Occidente e la sua civiltà sviluppata da Jan Patocka più di trent’anni fa. Forse perché maturata negli anni più duri della repressione comunista nel Blocco orientale, forse perché sviluppata proprio ad appena un passo oltre la Cortina di ferro, l’indagine del coraggioso filosofo ceco, morto nel 1977 a causa delle torture subite per essere stato promotore del movimento democratico Charta 77, conserva intatta tutta la sua acuta capacità di comprensione dell’Europa occidentale (che oggi è finalmente tornata ad abbracciare anche la sua Praga) e il destino che l’aspetta. Pubblicati clandestinamente nel 1975 in poche copie dattiloscritte e finora disponibili in italiano soltanto in una datata e incompleta versione della prim’ora pubblicata nel 1981 dal bolognese Centro studi Europa orientale, oggi i suoi Saggi eretici sulla filosofia della storia vengono riproposti da Einaudi in versione integrale e curata criticamente, offrendoci la possibilità di apprezzare nella sua completezza la profondità della riflessione di Patocka. Che aveva già lucidamente colto, pur nel pieno dell’epoca del trionfo delle ideologie, che «il pericolo - scrive Paul Ricoeur nella sua prefazione - non è più ricadere nell’idealismo, ma di cedere al nichilismo. Ciò che tormenta Jan Patocka è il destino dell’Europa occidentale al di là del nichilismo».
Per il fenomenologo ceco, il nichilismo è altrettanto dogmatico di «una fede ingenua e intatta del senso», quale quella che aveva caratterizzato l’umanità ’pre-istorica’ quando anche la morte, anche le catastrofi non potevano scuotere la fede ingenua dell’umanità: a riscattare tutto era sufficiente il fatto che l’eternità, nel senso dell’immortalità, rimanesse prerogativa esclusiva degli dei. «La ricerca di un senso diverso - per esempio, della vita eterna - non è una faccenda umana », scrive Patocka, e tutto finiva lì. Ma poi questo senso comunemente accettato della pre-istoria è stato sconvolto, e ha fatto irruzione la storia vera e propria con il suo attore protagonista: l’anima, che anela all’immortalità. È l’avvento di Cristo il salto decisivo: «La fede cristiana è il senso non cercato dall’uomo, e non da lui autonomamente trovato, ma dettato dall’altro mondo. Ad esso appartiene qualcosa che non si presenta nella vita greca, vale a dire la coscienza della limitatezza dell’uomo».
Dal trionfo del cristianesimo, al momento del tramonto dell’impero romano, è sorta l’Europa come soggetto storico. I Saggi indagano l’intera sua parabola dal Medioevo al Novecento, ma è nel delicato passaggio dell’inizio della modernità che il filosofo individua la frattura decisiva, quella che ha posto le premesse dei problemi che oggi abbiamo di fronte a noi. Ovvero, l’affidarsi dell’uomo alla ’scienza naturale matematica’, o ’tecno-scienza’. «In seno alla società dell’Europa occidentale, educata dal cristianesimo, è sorta una concezione del reale che non solo si è a poco a poco distaccata dalla sorgente stessa del senso cristiano, ma che è anche giunta a un completo divorzio tra la realtà e il senso». A questo strappo, a questa «realtà del sapere efficace, vuota e priva di senso» si aggrappa il moderno nichilismo, contro il quale Patocka ricerca possibili germi di speranza.
Non si può, chiaramente, tornare indietro come nulla fosse, ignorare il postulato del non senso, perché vorrebbe dire ignorare l’intera modernità ’tecno-scientifica’ laddove «bisogna tener conto anche della sua straordinaria efficacia ». Ma occorre anche denunciare come il suo potere «non si arresta neppure davanti all’uomo». Il filosofo ceco denuncia: «La civiltà industriale non ha risolto il grande, principale problema interiore dell’uomo, cioè non soltanto vivere, ma vivere in modo umanamente autentico», e anzi ha allontanato tale pienezza attraverso l’esaltazione di quelle facoltà ’tecniche’ che nulla possono, in questo ambito. I concetti vincenti nella società contemporanea «appiattiscono il pensiero e offrono dei surrogati»; la civiltà industriale «indirizza la conoscenza verso l’uniforme modello della matematica applicata e l’uomo è privato del suo ’sé’, del suo io insostituibile; viene identificato con il suo ruolo, esiste e cade con esso». Certo, «è anche vero che questa civiltà rende possibile ciò che nessun altro precedente agglomerato umano aveva reso possibile: una vita senza violenza e una generale uguaglianza di possibilità ». E questo va non solo difeso, ma anzi sostenuto quanto più possibile, e «sarebbe un tragica colpa (e non una disgrazia) dell’intellighenzia se questa possibilità non venisse compresa e colta». Ma per Patocka indispensabile è trarre il dado verso l’«assumere la responsabilità dell’insensatezza» attraverso un disciplinato «atteggiamento di distacco», capace di realizzare un nuovo senso ’problematico’.
Mentre accogliamo il portato benefico della tecnica e della scienza, dobbiamo al tempo stesso riconoscere - e denunciare - come metta tra parentesi proprio il concetto intorno al quale l’Europa è sorta e dal quale ha tratto la sua linfa vitale: l’anima individuale, e il suo destino anelante immortalità: «Questo dramma interiore - conclude Patocka - è un dramma di redenzione e di grazia».
Jan Patocka
SAGGI ERETICI SULLA FILOSOFIA DELLA STORIA a cura di Mauro Carbone
Einaudi. Pagine 184. Euro 17,50
L’invasione sovietica schiacciò il tentativo di rinnovare il sistema comunista dall’interno
La Primavera insanguinata
Ma la fine di quel mondo cominciò proprio allora: vent’anni dopo le idee di Praga
riaffioreranno a Mosca
di Bernardo Valli (la Repubblica, 27.04.08)
Parigi. Erano circa le tre, nella notte tra martedì 20 e mercoledì 21 agosto 1968, quando i praghesi furono svegliati da un rumore grave e forte, sempre più intenso. Un brontolio sordo. Sulle loro teste si muoveva il ponte aereo più importante organizzato nel cuore dell’Europa dalla Seconda guerra mondiale. Vibravano le vetrine di piazza San Venceslao, lunga come un ippodromo e dominata dall’imponente Museo nazionale che poche ore dopo sarebbe stato scalfito dai proiettili dell’Armata Rossa. Quello che sembrava un interminabile tuono echeggiava nei cortili dei solenni palazzi di Mala Strana, ai piedi del Castello di Hradcany. E investiva le facciate liberty allineate sulla Moldava e sulla stravagante via Parigi, tra il fiume e il ghetto defunto.
Forse faceva fremere anche i moschettieri di terracotta appollaiati su un tetto di via Parigi, come se dovessero proteggere dall’alto l’indimenticabile cimitero ebraico che è li a due passi. In quelle ore la preziosa città mitteleuropea, resa ancor più romantica, evanescente dalla ventennale trascuratezza del regime, era un antico, magico lampadario di cristallo, sbrecciato e polveroso, scrollato da una forza misteriosa, senz’altro infida.
Provati dalle emozioni delle ultime settimane, non pochi praghesi, i meno decisi, si rigirarono nel letto e cercarono di riaddormentarsi. Era evidente che la capitale era sorvolata da ondate di aerei a bassa quota, ma per loro doveva trattarsi di una manovra. Era comodo pensarlo. E non mancavano gli spunti che potevano rassicurare. La controversa, contrastata Primavera di Praga, il processo di rinnovamento comunista iniziato (o accelerato) il 5 gennaio con la nomina del riformatore Alexander Dubcek alla testa del partito, al posto dell’ortodosso Antonin Novotny, era arrivata al 204esimo giorno. E le minacce sembravano per il momento sospese se non proprio svanite del tutto. Il vertice di Bratislava del 3 agosto aveva fatto tirare un sospiro di sollievo. Riuniti a congresso, come un tribunale di ultima istanza, i capi di cinque Paesi comunisti (Urss, Bulgaria, Germania orientale, Ungheria e Polonia) avevano emesso una sentenza in apparenza assolutoria: avevano dato l’impressione di tollerare l’esperimento cecoslovacco e di non volerlo schiacciare come era accaduto dodici anni prima con lo scisma ungherese. A una sola condizione: che esso confermasse la sottomissione totale al Patto di Varsavia, ossia all’alleanza militare comunista, dominata dai sovietici.
Questa condizione annessa all’apparente assoluzione creava un’equazione irrisolvibile. Quindi esplosiva. Bratislava aveva acceso una breve illusione. Alla stessa ora, mentre i praghesi meno sensibili si agitavano nei loro letti infastiditi e impensieriti dal passaggio degli aerei, Dubcek e i suoi compagni venivano catturati dai paracadutisti sovietici nella sede del Comitato centrale. Dopo le cinque, quel mattino di mercoledì 21 agosto, al rumore del ponte aereo se ne aggiunsero altri più allarmanti. All’Hotel Esplanade, all’angolo di piazza San Venceslao, un giornalista straniero non ancora del tutto emerso dal sonno pensò a un martello pneumatico in funzione nei paraggi. Ma a quell’ora non potevano esserci lavori stradali in corso.
Quei tonfi ritmati, lenti erano quelli di una mitragliatrice pesante, attutiti dalla distanza. Quando il cronista assonnato si affacciò sulla piazza San Venceslao scoprì che era affollata come in un giorno di festa. La gente era tanta che traboccava nelle strade adiacenti. C’erano molte bandiere. Bandiere ceche di tutte le dimensioni, sventolate dalle automobili, appese alle finestre, in testa a cortei che si incrociavano, diretti verso il Museo, all’estremità alta della piazza, o nella direzione opposta, verso il fiume.
Si avvertiva una disperata esaltazione. I giovani, ragazzi e ragazze, ma anche gli anziani, uomini e donne, tutti a mani nude, avevano voglia di confrontarsi con gli invasori. La maggioranza dei praghesi non si era illusa. Era saltata giù dal letto. Non era stata tanto ottimista da pensare a una manovra militare. L’invasione era un incubo che accompagnava il Paese da mesi. Il tuono nella notte d’agosto già un po’ autunnale non aveva lasciato dubbi: l’invasione era cominciata. E subito masse di praghesi si erano rovesciate per le strade, prima ancora dell’alba, mentre si accendevano sparatorie sulle due sponde del fiume, e nella parte alta, verso Hradcany. Più che scontri armati erano spari sovietici di intimidazione. Non era la resistenza delle milizie del partito o dell’esercito nazionale che poteva fermare l’invasore.
La storia e la cultura hanno insegnato a un piccolo Paese ritagliato tra imperi prepotenti, dei quali non può contrastare la forza, quali sono le forme di resistenza consentitegli dalla ragione: l’ironia, il sarcasmo, il dialogo, la polemica. Armi spuntate quando prevale la violenza, ma che salvano la dignità e lasciano tracce ricche di sviluppi nell’attesa di tempi migliori.
Piazza San Venceslao era diventato il punto di raccolta dei manifestanti. Era in quelle ore il cuore di Praga. Clacson e voci esasperate rimbalzavano tra gli edifici dell’ampia spianata rettangolare, mentre le finestre via via si illuminavano, avvertendo che ormai tutti avevano abbandonato i loro letti, e con i letti l’illusione. Gli Ilyushin erano ormai ben visibili nel cielo, stanati dalle prime luci. E all’alba la gente scagliava le sue maledizioni alzando lo sguardo. Alcuni accompagnavano le imprecazioni con degli sputi.
L’Armata Rossa si era impossessata della città «con la rapidità di una piovra che stende i tentacoli» (si leggerà più tardi in uno dei tanti racconti anonimi di quelle ore). I russi erano sul Ponte Carlo, davanti a San Nicola, sulla piazza della Città Vecchia, davanti al monumento di Jan Hus, il teologo riformista bruciato vivo (nel Quattrocento), al quale un praghese avrebbe poi bendato gli occhi affinché non vedesse quello spettacolo vergognoso. I carri armati, i T55 e i più moderni T62, si aggiravano per la città con le torrette chiuse, senza che gli equipaggi mostrassero le facce, subendo gli insulti e gli sputi della folla. Non reagivano neppure quando alcuni giovani, rassicurati da quell’inerzia, si arrampicavano sui carri e sventolavano la bandiere cecoslovacche, come se esibissero un trofeo di guerra catturato a mani nude.
L’Armata Rossa aveva l’ordine di evitare il più possibile l’uso delle armi. Ma qualche comandante perse le staffe o ricevette l’ordine di reagire. Tre autoblindo aprirono il fuoco, prendendo di infilata piazza San Venceslao. Scaricarono le loro mitragliatrici, tenendo però alto il tiro, mirando al primo piano del Museo nazionale. Anche quello era un fuoco di intimidazione ma sul selciato, quando la piazza si vuotò, c’erano tracce di sangue. La folla si disperse nelle strade vicine inseguita dall’odore aspro di polvere e di grasso bruciato e dai frammenti di pietra strappati dalla facciata del Museo. Al panico, alle urla di paura, alle imprecazioni, segui un silenzio non tanto lungo. Poi la gente riempì di nuovo la piazza occupata dai carri armati. E lentamente si spalancò una scena destinata a durare alcuni giorni.
Giovani e anziani, uomini e donne, inermi, avevano accerchiato i carri armati, dai quali adesso spuntavano le facce stralunate di soldati per lo più imberbi. I cecoslovacchi parlavano il russo. L’avevano imparato a scuola. Era la lingua obbligatoria. La lingua dell’impero. La lingua dei liberatori del ‘45 diventati invasori nel ‘68. Più di vent’anni dopo la lingua imperiale serviva a polemizzare con i nuovi occupanti, a insultarli; a invitarli a tornare a casa, ad andarsene al più presto. C’era chi strappava la tessera del partito davanti ai cingoli e gettava i frammenti in faccia agli ufficiali che spuntavano a mezzo busto dalla torretta. Le ragazze boeme dicevano, senza sorridere: «Ritornate dalle vostre Natasha, con noi non combinerete mai niente. Neanche se ci minacciate con i vostri cannoni».
I sovietici erano esterrefatti. Non tutti sapevano in che Paese fossero capitati. I loro padri, nel ‘45, avevano avuto un’accoglienza diversa. Le donne di Praga li avevano presi sottobraccio, strappandoli dai ranghi, mentre sfilavano vincitori per le strade appena sgombrate dalle truppe naziste sconfitte.
Neppure un quarto di secolo dopo le ragazze cecoslovacche chiamavano i figli o i nipoti dei liberatori di un tempo con lo stesso nome. Per loro erano tutti «Ivan» senza distinzione. Affibbiavano a tutti lo stesso nome, come se fossero stati fabbricati in serie, uguali, ubbidienti. Non individui, ma elementi senza identità di un’unica massa umana. La Primavera di Praga era stata un tentativo di recuperare gli individui, schiacciati da un collettivismo inefficace e umiliante. Quegli «Ivan», spesso inconsapevoli, cancellavano con i loro carri armati quel tentativo, quella speranza, quell’illusione. Gli storici ci dicono che la fine del mondo comunista è cominciata nell’agosto 1968 a Praga. Altri risalgono alla Budapest del ‘56. È un fatto che per evitare il contagio politico, o la depressione, i soldati russi vennero spesso sostituiti, durante l’invasione della Cecoslovacchia. E le idee della Primavera di Praga sarebbero riaffiorate a Mosca, vent’anni dopo, e avrebbero contribuito all’autoaffondamento, al suicidio, dell’Unione Sovietica. Le armi spuntate dei giovani cechi sulla piazza San Venceslao, il sarcasmo, l’ironia, la polemica, servirono poco nell’agosto ‘68. Ma fa piacere pensare che abbiano poi dato dei frutti, proprio nel cuore dell’impero degli «Ivan», favorendone il crollo.
Stupito che l’avvenimento fosse ufficialmente ignorato, dieci anni fa, trovandomi a Praga per il trentesimo anniversario dell’invasione, scrissi che dopo essere stata condannata e sepolta nel 1968 dall’Unione Sovietica, la Primavera di Praga era stata condannata e sepolta nel 1993 dal Parlamento ceco liberamente eletto. L’Urss aveva usato i carri armati. La democrazia ceca usava una legge. In quest’ultima, nella legge ceca, si definiva senza distinzione il periodo dal 1948 al novembre 1989, vale a dire gli anni in cui il Paese fu governato dal partito comunista, una fase durante la quale la società fu violentata da un’organizzazione criminale. Nel presentare questa legge un esponente del governo aveva precisato che neppure i promotori dell’effimera Primavera, durata 204 giorni, potevano sfuggire a quel giudizio. Anche loro erano stati in definitiva guardiani del campo di concentramento: guardiani buoni rispetto ai loro predecessori e ai loro successori, ma pur sempre guardiani.
Ricavai questa scarna, un po’ brutale, interpretazione dell’atteggiamento cecoclovacco ufficiale nei confronti della Primavera dal discorso del filosofo Karel Kosic, un coraggioso intellettuale e protagonista della Primavera, che mi aveva aiutato a capire gli avvenimenti nella Praga del ‘68, prima e durante l’occupazione sovietica. E che per me era stato anche un amico. Un amico per il quale avevo una grande ammirazione. Adesso, nella Praga democratica, il giudizio sulla Primavera sta cambiando. È cambiato, poiché si valuta la Primavera con rispettosa attenzione. Era tempo. Karel Kosic e tanti suoi amici lo meritavano da un pezzo.
In quei mesi del ‘68 facevo la spola tra Parigi e Praga. Seguivo il Maggio francese e la Primavera cecoslovacca. Sulla diversità dei due avvenimenti simultanei vale la pena citare la laconica analisi di Milan Kundera (nella prefazione a Miracolo in Boemia di Josef Skvorecky). Tra l’altro Milan Kundera, non comunista, era un amico di Karel Kosic, filosofo critico marxista. Per Kundera, dunque, sulle rive della Senna ci fu un’esplosione di lirismo rivoluzionario, mentre sulle rive della Moldava ci fu l’esplosione di uno scetticismo postrivoluzionario.