Festival della filosofia in Sila

Pubblichiamo la relazione di Emiliano Morrone dal titolo "Filosofare provocando"

A seguire nei prossimi giorni quelle degli altri ospiti dell’evento che il 7 giugno ha onorato la nostra Sila
lundi 10 juillet 2006.
 

Io non sono un filosofo. Potrò dunque parlare per impressioni, come tutti i filosofi, come tutti gli uomini. E potrò discutere da osservazioni, esperienze e saperi minimi. Questo « in un tempo piccolo ». In conclusione, potrò far poco. Comunque, avrò fatto. Tanto più saprò ascoltare e accettare l’altro, comunicandogli, quanto più avrò guadagnato, anche per molti. O per pochi. Un giorno Vattimo, che per tanti versi teorizza e applica una tale filosofia, mi disse : « È meglio esserci che il contrario ». La stessa frase potrebbe appartenere a De Kerckhove, per il quale varrebbe nell’ambito di Internet e della comunicazione in generale, o a Saverio Alessio, che sposterebbe l’obiettivo in Calabria, dove l’emigrazione continua a costituire la regola. Ancora, l’esortazione di Vattimo potrebbe averla pronunciata, direttamente o indirettamente, quello stesso Gioacchino che, volente o nolente, ne ha causato la recente candidatura a San Giovanni in Fiore e ha messo letteralmente in connessione Leo Franco Rizzuti, sindaco di Serra Pedace, con chi vi parla. Spero per tutti che sia meglio essere qui, piuttosto che trovarsi altrove. Vorrei cominciare il mio intervento invitandovi a guardare i paesaggi di questo luogo, liberamente disinteressandoci di ciò che ora, qui, sta avvenendo. Proviamo, sia pure per qualche attimo, a girovagare cogli occhi e con l’immaginazione, un po’ come fanno certi registi ; Antonioni, per esempio. Chi ha visto il suo Cronaca di un amore sa quanto, nella celebre scena sul ponte di ferro, il cineasta si diverta a giocare con la macchina da presa, che fa muovere, quasi senza limiti, per lo spazio circostante. Vi chiedo, allora, di abbandonarci all’esplorazione della vista, provando a registrare ogni immagine e ogni particolare dovessimo inquadrare. Se ciò non fosse possibile adesso, rammentando lo strano esercizio, cerchiamo di farlo quando capita : sarà questo posto a trascinarci, facendoci scoprire un’inedita capacità di selezione di campi, davanti a tanto materiale da filmare, da imprimere nella memoria e nello spirito. Le suggestioni di questa selva, della Sila, sono molte e non conosciute. È dunque la sua verginità, il suo essere rimasta, anche se parzialmente, fuori d’una certa speculazione edilizia e d’uno sfruttamento irragionevole, a costituire, diciamo su un piano oggettivo, un valido motivo di interesse espandibile, non soltanto spicciolamente turistico. Della sua bellezza, è significativa traccia nella letteratura antica (Virgilio) e moderna (Goethe), nel cinema (Il lupo della Sila, Occhio Pinocchio e altri), nell’informazione specialistica (con servizi sui Giganti della Sila), nella tradizione popolare e in molte altre fonti che ne documentano l’unicità. Mi piace riportare alcuni passi, tradotti da Laura Wilhelm, di un’intervista col regista Wim Wenders, venuto da queste parti per catturare delle immagini e meditare. « Anzitutto il cielo. Il suo blu ipnotizza lo sguardo. Lascia disarmati e abbagliati per l’intensità e la profondità. C’è la poesia dello spirito del Creatore. La prima volta, arrivai in Sila all’alba. Vidi una trasformazione, dalla muta oscurità della notte al lucente sussurro della terra, ancora umida di riposo. Sopra, uno spazio come tela d’unica tinta ». Ancora Wenders : « Posso dire che, qui, in Sila, ho voluto sondarmi oltre il vissuto e il mio modo di interpretare il cinema. Questa montagna mi ha spiazzato, mi ha fatto sentire un piccolo essere che cerca, deve cercare. Allora, ho trovato la possibilità di pormi delle domande su Dio ». Non lontano da Silvana Mansio, si trova Jure Vetere sottàno, dove, anni fa, furono rinvenuti i resti della prima chiesa dell’eremita Gioacchino, « di spirito profetico dotato » nel Paradiso di Dante Alighieri. Le circostanze del ritrovamento, francamente inatteso, mi autorizzano a pensare che, di là da tutto, si può ammettere una qualche influenza dell’abate silano sulle vicende del nostro presente. Prima che qualificati archeologi conducessero, lì, finalizzate campagne di scavo, circolavano, mi pare, tutta una serie di ipotesi sulla possibile esistenza dell’edificio in parola. Negli ultimi decenni, grazie, soprattutto, alla caparbietà del Centro internazionale di studi gioachimiti, le ricerche sull’opera del teologo si sono sviluppate in diverse direzioni, producendo importanti acquisizioni filologiche e preziose ricostruzioni teoriche, che, come dirà il suo presidente, il professor Salvatore Oliverio, ci permettono di considerare il ricorso di Gioacchino alla profezia come un « metodo di lettura della storia ». Mantenendo un atteggiamento prudentemente scientifico, non si può tacere la dipendenza di quella scoperta dal trasferimento sul posto dei proprietari del terreno in cui essa avvenne. Questi, infatti, residenti nel Nord dell’Italia, decisero di avviare un’azienda agricola dimorando proprio a Jure Vetere sottàno, dove, secondo quanto riferitomi, assistettero ripetutamente a fenomeni difficilmente spiegabili. Parlo di eventi di carattere fisico, di improvvise variazioni della luce solare, ad esempio, e, perfino, di manifestazioni - non trovo termini più neutri - di presenze non umane né terrene. Anzi, proprio una di queste avrebbe convinto i proprietari del terreno a iniziare e richiedere degli scavi, poiché contenente una prima, sorprendente rivelazione sull’ubicazione della chiesa. Non intendo qui esporre i dettagli dell’intervista, per la quale, e altro ancora, sono in debito con l’architetto Pasquale Lopetrone, appassionante studioso dei luoghi di Gioacchino. Posso solo affermare con convinzione che il racconto dei miei interlocutori non può ritenersi affatto un prodotto di fantasia o un artificio adatto alla pubblicità. Chi, per esempio, ha visto il film, di Richard Linklater, Waking Life, consigliabile pure ai bambini, può agilmente convenire sulla viva problematicità dell’imprevedibile e, seguendo Wittgenstein, soffermarsi sul peso dei fatti. Non esistono oggetti di ricerca afferrabili compiutamente. Tutta la conoscenza, Popper lo insegna, è congetturale. L’impostazione filosofica di Vattimo, per quella che è la mia conoscenza del suo pensiero, non poggia sopra un metodo scientifico. Il maestro, continuatore - e non solo - di Heidegger e Gadamer, ha cristianamente ripreso la verità di Nietzsche, come, ad esempio, pare suggerire Franca D’Agostini in Logica del nichilismo. Ma, sorge spontanea la domanda, qual è la verità di Nietzsche ? Che Dio è morto e non è poi risorto ? Che, con Cacciari, il buon Federico aprì le porte a una logica di rifondazione tenendo fuori Bertinotti ? Che non c’è una verità nonostante il « verum erit veritatem occidisse » ? In un vecchio racconto tutto logico, un tizio accusò Nietzsche di non essersi reso conto che la morte di Dio è impossibile, dovendosi ammettere, nel caso del suo decesso, una risurrezione nel medesimo istante e dovendo perciò ripensare e riformulare la nozione di « fine ». La vera essenza del nichilismo, col permesso di Severino, è di lavanda. La verità si costruisce, idealmente congiungendo i documentaristi del sogno, Nietzsche e i postmoderni, liberandosi di pregiudizi e assolutismi. La spesso richiamata relazione linguistica fra credere e sapere, penso a Pierluigi Lia, ad esempio, in Libertà incatenata e trascendenza, potrebbe servirci banalmente a ricordare che, di là da misure e arbitrarie calibrazioni, il credere comporta sempre un sapere e il sapere comporta un credere. Con più d’una probabilità, lo scetticismo conseguente all’ascolto del racconto sulla chiesa di Gioacchino ci deriva dal considerare il rapporto tra credere e sapere solo nel verso del sapere, prima di credere ; tralasciando che per sapere si deve credere. Io non sarei qui a tediarci, se non avessi qualcosa di realmente interessante da offrire. Scartiamo, quindi, l’ipotesi d’una mia totale invenzione o d’una deviazione narrativa sul modello, ormai stranoto, di Dan Brown. Interroghiamoci, parecchio saltando, sulla possibilità che possa ammettersi un qualche nesso causale fra ritrovamento della chiesa, avvicinamento fra Saverio Alessio, presidente di “Emigrati.it”, e chi vi parla, cooperazione di entrambi per via d’una condivisa escatologia florense riportata sul web, nascita della Voce di Fiore, candidatura di Vattimo a San Giovanni in Fiore, fondazione della onlus “grandincontri”, contatto fra il sottoscritto e Leo Rizzuti in nome del filosofo di origine calabrese e organizzazione del Primo Festival internazionale della Filosofia in Sila. Gianni Vattimo venne a San Giovanni in Fiore, per la prima volta, il 25 settembre del 2004, tra i relatori del sesto Congresso internazionale di studi gioachimiti. Per un equivoco, giunse all’aeroporto di Lamezia Terme nella mattina dello stesso giorno e non, come previsto, la sera precedente. Vattimo parlò, quindi, nel tardo pomeriggio, piuttosto che, come in programma, alle 9. Dopo cena, incontrò un gruppo di giovani, presso il salone dei padri Cappuccini, per un dibattito organizzato con alcuni amici. Nel pubblico, c’erano soprattutto minorenni. L’occasione era buona per una discussione libera su temi attuali, anche perché, durante l’anno, a San Giovanni in Fiore accade ben poco sul piano culturale. Accanto a Vattimo, c’eravamo io, moderatore non moderato, e don Battista Cimino, missionario reduce da un terribile agguato in Burundi. I due si confrontarono muovendo da prospettive solo apparentemente diverse e concordarono sul valore della carità. Padre Cimino rivolse a Vattimo una domanda propriamente kantiana. « Che cosa possiamo fare, professore ? ». Vattimo rispose ragionando sulla pratica della carità e sull’esempio tangibile del missionario, per il quale, forse, riprendendo il filosofo nel suo Credere di credere, non ci sarebbe alcuna separazione fra esistenza e significato. Ma, prima ancora, Vattimo comunicò della sua presenza al congresso su Gioacchino, via e-mail, nottetempo. Eravamo andati a prenderlo con l’autista Franco Barile. Vattimo doveva atterrare alle 21 e 15. Sino alle 22, non avevamo sue notizie. Lo chiamai a casa, sospettando che fosse a Torino. Riferì che non era certo di riuscire a prendere il primo volo diretto del giorno seguente e che, nonostante l’importanza dell’appuntamento, le difficoltà di collegamento con la Calabria potevano pregiudicarne la partecipazione. Tornai a casa, controllai la posta elettronica, trovai il suo messaggio delle 22,45. « Caro Emiliano, partirò alle 7,10 di domattina. A Lamezia alle 8,40. Che Dio me la mandi buona. Ciao, a presto (è il caso di dirlo !) ». In sostanza, sto solo provando a significare che Vattimo poteva benissimo rimanere a Torino e, per certo, la sua decisione di scendere a San Giovanni in Fiore, per quanto m’appoggi alle buone argomentazioni di Perelman sull’argomentazione e a quella prassi di Abbado che il maestro Filippo Martelli definisce « socialità sorridente », non fu affatto per merito del sottoscritto. Con Vattimo, ci eravamo sentiti alcune volte per telefono, sempre mescolando l’interesse filosofico, suo, per la verità, con una sorta di non sensi sensati, ironici e tipici dei nichilisti più ortodossi. In altre parole, in quelle conversazioni dovute a Meucci, c’era l’annullamento della differenza culturale e anagrafica, probabilmente perché i capricorni, che pure hanno molto specializzato l’emisfero sinistro del cervello, direbbe il brainframeista De Kerckhove, vagano, inventano, trascendono. Il giornalista Aldo Cazzullo, del Corriere della Sera, ha rappresentato bene questa caratteristica di Vattimo, che lo rende molto diverso da intellettuali di cui si spande l’eco, come Eco, da altri che non sono mai cacciati, come Cacciari, e da figure dalle rotondità verbali e fonatorie come Rodotà, del quale ho trovato il telefono personale dopo tre minuti di Internet, in barba alla privacy. Dal canto mio, mi sono sempre sentito una specie di Ulrich di Musil, un uomo veramente senza qualità. Nuovamente a Vattimo, egli partì per un richiamo gioachimita. Qualche giorno prima, mi disse che ciò che lo attraeva del pensiero dell’abate era la sua apertura a una possibilità, anche terrena, se vogliamo. Leggendo Credere di credere, si seguono passaggi analoghi di Vattimo, che idealmente possono collegarsi al discorso condotto in La società trasparente sull’emancipazione per via dei media. Ho trovato vari punti di connessione fra il pensiero di Vattimo e quello di De Kerckhove. Diversa è l’origine del ragionamento. L’approdo mi sembra abbastanza prossimo. L’uno, sui media, analizza le paure di Adorno e degli adorniani, arrivando allo strutturalismo di Levi-Strauss, che non c’entra coi jeans. L’altro comincia dall’alfabeto e dalla disuguaglianza culturale fra gli uomini, superando il mito dell’Egalité, nato coi Lumi di quell’Europa trainante di cui scrive noiosamente Pierre Chaunu. Entrambi concordano sull’idea di un mondo da vivere e costruire anche spiritualmente. Per Derrick, addirittura, il corredo di strumenti tecnologici di cui ognuno di noi, salvo, forse, Dotolo, fa uso e ri-uso, sarebbe un prolungamento del corpo, una specie di aura del santo, come spiegherà assai meglio più tardi. Spesso mi sono trovato suggestionato da visioni filosofico-politiche per cui un mondo altro è possibile. Quelle, teologiche, sulla possibilità di un altro mondo sono famosissime e oggetto di importanti dispute nella storia. Sulla Voce, avevamo affrontato, con Alfonso Iacono, l’argomento dell’uscita dalla minorità. In un’intervista rilasciata a Maria Costanza Barberio, il filosofo « dell’isola dei giardini » accennò alla sua convinzione che l’emancipazione delle maggioranze in minorità può avvenire con la politica. La sua mi pare una prospettiva postcolonialista e, nel contempo, una riedizione d’un certo marxismo. « La storia è scritta, dunque, fatta, mediante rapporti di forza », mi scandiva davanti alla piccola Elena, trasmettendomi la lezione di Ginzburg. E, poi : « Leggi Jonas e medita sull’ammissibilità della non onnipotenza di Dio ». Carmelo (Dotolo) dopo batti tutti i colpi che vuoi. Insomma, le mie letture, le mie frequentazioni e la mia rabbia per la situazione culturale, politica, economica e sociale di San Giovanni in Fiore, mi indussero a pensare che bisognava organizzare una nuova base sociale almeno per esprimere dissenso, per non rimanere lì, muti, a guardare. L’incontro serale con don Battista e Vattimo, uscito dal congresso su Gioacchino, fu prezioso. C’erano, in prevalenza, idealisti, coscienze animate da princìpi rivoluzionari, quelli che hanno « fede cieca in poveri miti » e che, secondo Peppe Voltarelli, non hanno compreso d’essere estranei alla cultura del dopo Sessantotto, sia sul piano del linguaggio che dei mezzi di comunicazione. C’erano, dunque, tutte le condizioni per riscoprire il gusto dell’assemblea, istituto della sinistra universitaria, in voga negli anni Novanta, che mi rievoca, molto spesso, le pellicole di Benigni Ti voglio bene Berlinguer e Il mostro. Passate tre ore davvero intense, la sparai : « Vattimo sindaco di San Giovanni in Fiore ». Lui sorrise ; abbassò il capo. Pausa beckettiana e : « Vediamo ». Intanto si va avanti. Nei mesi successivi, scrivemmo una lettera aperta sulla Voce, proponendogli disperatamente la candidatura. Sapevamo che la politica tradizionale avrebbe offerto il solito spettacolo di riciclaggi, ripari e moggismi. Così avvenne. Ma la candidatura di Vattimo anticipò e confuse i giuochi − come spesso scandisce Carlo Cecchi − delle parti. Con la Voce, ci impegnammo intensamente a condurre un discorso culturale. Saverio Alessio prese le pagine di urbanistica e architettura, Francesco Saverio Oliverio avviò una rubrica politica in cui trattò della rivalutazione del leninismo, dell’obiettività della stampa e della necessità, per i giovani, dell’azione politica. Intervistammo Gian Antonio Stella. Alcuni giornalisti calabresi confinati ci aiutarono, incuriositi dall’iniziativa di un giornale glocale che si prefiggeva, anzitutto, di connettere San Giovanni in Fiore col resto del mondo. Rispolverando le conclusioni dell’indagine di Edward Banfield a Chiaromonte, occorre dire che permane, a San Giovanni in Fiore, il centro più grosso della Sila, un largo familismo amorale, un interesse prevalente per problemi e necessità del mero nucleo familiare, variamente allargato. La politica della città di Gioacchino non ha mai riflettuto seriamente, negli ultimi decenni, sull’importanza di operazioni culturali tese a formare una visione socialista della società. Anzi, paradossalmente, ha lavorato per creare l’indifferenza dell’individuo, zoon politikon, per la cosa pubblica, la casa pubblica, la solidarietà, la cooperazione e la vita pubblica. In un contesto del genere, si inserisce il dramma dell’emigrazione, sondato e descritto dall’etnopsichiatra Salvatore Inglese, il quale si soffermò sul disagio prodotto nei residenti dalla ferita nei legami affettivi causata dalle migrazioni. Riguardo a San Giovanni in Fiore, la scrittrice canadese Anna Paletta Zurzolo fornisce, nel libro Pane, vino e angeli, edito da Rubbettino, un quadro degli stati di dominio e dell’ingiustizia sociale successivi alla nascita della Repubblica. Parallelamente, nella narrazione, la Zurzolo si interroga pure, bambina, sulla paura, individuale e sociale, provocata dal bisogno economico. Il forte attaccamento ad alcune tradizioni e convenzioni della gente di San Giovanni in Fiore comportò due diverse forme di campanilismo : una intra moenia, piuttosto corrispondente alla totale impermeabilità rispetto a stimoli culturali e all’assoluta inibizione nonostante diversi catalizzatori di reazioni politiche ; l’altra, quella dei residenti all’estero, che si sostanzia in una specie di nostalgia malinconica, una saudade florense. Comunque, nell’ultimo caso, un radicamento positivo e spesso conservativo dei valori della vecchia società contadina, umana e solidale, sovvertiti e annientati, nei locali, dalla devastazione - a opera della politica - dei simboli e delle tracce della storia e della cultura di San Giovanni in Fiore. Una valutazione antropologica della società florense ci autorizza a propendere per un suo pesante arroccamento, ancora vigente, con responsabilità divise, come abbiamo visto, fra l’incapacità della politica, l’emigrazione obbligatoria, lo stallo culturale. Di fronte questa realtà, coi giovani della Voce e Saverio Alessio - il quale già prima lavorava a Emigrati.it, progetto di ricostruzione analitica della vicenda politica di San Giovanni in Fiore e nodo di studio e informazione sull’emigrazione e il Mediterraneo - tentammo di avviare una rete, anche in rete, di intelligenze, saperi, contatti e ideali, con l’obiettivo di costituire l’alternativa. Conversero, allora, la candidatura di Vattimo, i giovani del suo movimento, le serate culturali, i dibattiti e le iniziative di sensibilizzazione organizzate dalla Voce, i gemellaggi con associazioni del Sud e Nord italiano e gli spazi critici ricavati nel web, ampliati, aggiornati e moltiplicati. La rete si fece per davvero ; in rete. Spontaneamente, si aggregarono gruppi eterogenei, universitari e navigatori elettronici ; su tutti Federico La Sala. L’anello di congiunzione era ed è l’idea che cultura e politica sono da considerarsi un atomo non scindibile, un organo che, ove separato, non permette quegli scambi reciproci fra le due parti costitutive e determina inevitabilmente uno stato patologico della società, così come se del cervello o del cuore venissero compromessi un emisfero o un ventricolo. Il risultato elettorale delle comunali non era proprio il nostro pensiero principale. Certo, avessimo vinto, avremmo gestito la cosa pubblica con tutte le responsabilità richieste, sapendo, peraltro, che non è difficile sbagliare. L’obiettivo era, per vero, quello di aprire un orizzonte, abituati a schermature naturali e a impedimenti istituzionali dovuti alla paura del cambiamento. Di più, volevamo trovare un modo per aprire il guscio in cui ritenevamo si fosse - e riteniamo sia rimasta - chiusa San Giovanni in Fiore e portare i suoi problemi culturali, assai rilevanti per l’antropologia e la sociologia, su più vasta scala. Volevamo che il mondo, ormai piccolo, conoscesse difetti e pregi del piccolo mondo florense. Volevamo - e vorremmo - che - come scrive Beckett - « tutta questa bellezza » e - come riprende John Trumper - questa « caggiula » non rimanessero segrete ; che questi luoghi, i nostri artisti, i nostri talenti, i nostri argomenti fossero visti, ascoltati, compresi, discussi, divulgati. Volevamo - e vorremmo - avere voce, senza aspettare la morte d’un eroe o di qualche ardente e illuso disturbatore, per suscitare soltanto un ecumenismo pietistico, in nome della partecipazione al dramma universale dei depressi. Perciò, intensificammo gli incontri e i lavori, passando la maggior parte del nostro tempo a cercare testi, dati, collegamenti, analisi, sintesi e utopie. Non potevamo ignorare l’avvento della Terza Età previsto dall’abate di Fiore. Gioacchino visse anche tra queste montagne. E non per caso. Ho passato un po’ di tempo dentro alcuni libri sul monaco. Ho visitato spesso gli scavi a Jure vetere sottàno e seguito i lavori del quarto, quinto e sesto Congresso internazionale del Centro studi gioachimiti. Credo che Gioacchino abbia scelto questi monti, come lascia intendere Gianluca Potestà in Il tempo dell’Apocalisse, in quanto persuaso del loro potenziale ascetico. Perché, allora, scartare del tutto la possibilità che « in questa selva selvaggia », dolce e « forte », possa esserci un seme e un campo per la trascendenza ? E perché bocciare da principio l’idea che questa possa valere come affrancamento, emancipazione, libertà d’azione e riconoscimento d’un ruolo o d’una valenza culturale, con implicazioni politiche ed economiche, di questo posto e della sua gente ? E, ancora, perché escludere che Internet possa rappresentare uno strumento capace di prolungare il corpo mistico - in quanto provato - di questa società florense, cui l’ascesi è mancata per le ragioni prima esposte ? Ascesi come elevazione spirituale e culturale, « ricerca del tempo perduto », partecipazione attiva alla storia, abbandono della logica dell’abbandono e della rassegnazione, dell’attesa di Godot, dell’utilitarismo familistico, della passività esistenziale e della dipendenza dalla politica istituzionale. Ascesi come pratica dell’autoperfezionamento individuale e sociale, come Bildung dinamica nella collettività, non tesa alla trasparenza per l’oggettività ma all’educazione dell’interiorità soggettiva, nella prospettiva di un’uscita corale dalla minorità. In un interessante scritto di Saverio Alessio dedicato all’ermeneutica via web, le stesse considerazioni sono svolte su un piano personale e con insistenza, di cui non sono capace, sull’ispirazione poetica d’una vita, come è da queste parti, vissuta in una periferia del mondo globalizzato, colonizzata tramite l’imposizione d’una sfiducia privata e pubblica. Ritornano, allora, nel discorso e in connessione, termini come « poesia », « ascesi », « trascendenza », « reazione » ed « emancipazione », che non possono intendersi da un punto di vista utilitaristico e familistico né respingendo quel coinvolgimento alla storia di questo contesto, fin qui tentato. Gadamer scrive : « Chi vuol comprendere un testo deve essere pronto a lasciarsi dire qualcosa da esso. Perciò una coscienza ermeneuticamente educata deve essere preliminarmente sensibile all’alterità del testo. Tale sensibilità non presuppone né un’obiettiva ‘neutralità’ né un oblio di sé stessi, ma implica una precisa presa di coscienza delle proprie pre-supposizioni e dei propri pregiudizi ». Lo stesso può valere adesso. Spesso, il Sud passa sulla stampa per Locri, Cinisi, Corleone, Napoli, Bari. Se, invece, spuntano fermenti culturali autentici, nell’assoluta mancanza di finanziatori privati, banche, Medici o Agnelli, l’informazione nazionale li ignora o li colloca immediatamente su un piano localistico. Eppure, i settentrionali vengono da queste parti ad aprire i loro musei e proporre le loro imprese turistiche e culturali, beneficiando di lauti sostegni pubblici, non concessi, invece, ai comuni mortali che qui dimorano. Rifuggendo l’impostazione teorica filoborbonica dello storico Nicola Zitara, ne accolgo, però, alcuni esiti. Il Mezzogiorno continua a essere spazio di dominio. E, aggiungo banalmente, mantiene un alto tasso di consumi e una scarsa produttività, nonostante gli entusiasmi per le recenti statistiche espressi da Giovanni Russo nel volume Nel Sud, senza bussola. Bisogna domandarsi, a questo punto, se, per ritrovare la rotta, è sufficiente una rete di connessioni come quella creata dalla Voce ed Emigrati.it, che produce larghi interventi culturali sul campo. Occorre domandarsi se basta aggrapparsi alla speranza gioachimita d’un tempo nuovo e se, per vivere oltre la sopravvivenza, può servire, qui, la ricerca poetica, estetica od ascetica. Ci si deve interrogare se, aumentando i contatti, la partecipazione personale e istituzionale, può realmente incidere la presenza e la lezione filosofica e politica di Vattimo, Marramao, Zabala, Borrelli o l’invito all’ottimismo come pratica dello spirito, da parte di Derrick De Kerckhove. Bisogna capire quanto teoria e pratica siano vicine e lontane, come l’angelo di Wenders. Dal clima culturale e politico sopra descritto, nacque la onlus “grandincontri”. Leo Franco Rizzuti, sindaco di Serra Pedace, mi intercettò tramite Internet, per posta elettronica. Il festival della filosofia era nel programma del movimento “Vattimo per la città”, sul sito della Voce. Per la verità, in casa nostra era stato considerato fumo negli occhi e, comunque, qualcosa di non concreto. Le buche delle strade cittadine hanno sempre preoccupato elettori e politici navigati, a San Giovanni in Fiore. Leo Rizzuti mi scrisse della sua volontà di realizzare una giornata filosofica con Vattimo. Dopo i primi contatti, in cui manifestò la viva convinzione di inseguire il sogno d’un festival filosofico in Sila, capii d’aver trovato finalmente un pazzo sanissismo, capace di guardare lontano, scommettere, rischiare e attivarsi subito, senza perdite di tempo. Mi concesse carta bianca. Pensai, così, di riprendere l’utopia gioachimita della Terza età. Avevo da poco concluso un audiovisivo su Gioacchino da Fiore, con la regia di Max Cavallo, tratto da alcuni importanti sviluppi del gioachimismo individuati da una paziente ricerca di Pasquale Lopetrone. Impressionato dai luoghi e racconti florensi e dalla riscoperta della spiritualità dell’abate, animato dal discorso culturale e politico intrapreso con Saverio Alessio e i giovani della Voce, Vincenzo Tiano, Maria Costanza e Domenico Barberio, contattai Vattimo e, appresso, Santiago Zabala, sottoponendo loro l’idea d’un convegno sulla profezia di Gioacchino e l’ermeneutica del filosofo contemporaneo. Mi spinsi oltre, col prezioso contributo di Santiago, e misi in mezzo De Kerckhove. Può ammettersi una sorta di attualizzazione del messaggio gioachimita nella progressiva riduzione degli assolutismi e nel pensiero (cristiano) della tolleranza teorizzati da Vattimo ? Si può stabilire una qualche connessione tra la spiritualità postulata da Gioacchino da Fiore nella “dottrina degli ordini” e l’aura dell’uomo tecnologico di cui parla anche De Kerckhove ?

Emiliano Morrone


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