Magistratura

IL RITORNO ALL’IMPARZIALITÀ - di Sergio Romano

samedi 25 février 2006.
 

Toghe in trincea e richiamo del Quirinale

L’invito ai magistrati, che il presidente della Repubblica ha inserito nel suo intervento al congresso della loro associazione, raggiunge il Paese insieme a una dichiarazione polemica del presidente della Cassazione contro Berlusconi : una coincidenza che suggerisce qualche amara considerazione sullo stato della giustizia e sui rapporti della magistratura con il potere politico. Quando afferma, agli inizi della campagna elettorale, che l’indipendenza di un giudice o di un procuratore deve anche « apparire » tale, Ciampi affronta indirettamente il problema delle loro candidature nelle elezioni politiche e della loro cooptazione in incarichi di governo nazionale o locale. Non basta avere applicato scrupolosamente la legge e agito con impeccabile rigore professionale. Occorre che una scelta politica, anche quando è fatta alla fine della carriera, non proietti un’ombra sull’imparzialità del magistrato nel corso della sua vita professionale. Suppongo che molti membri dell’Anm vedano in questo principio una diminuzione dei loro diritti civili. Molti di essi si sono espressi in questi termini anche quando sono stati criticati per avere partecipato a convegni, scritto libri o articoli, espresso giudizi sulla politica del governo o partecipato a pubbliche manifestazioni. Sostengono di essere cittadini. Affermano di essere perfettamente capaci di separare l’esercizio della professione dal loro impegno civile. E rifiutano di essere soggetti a quella che molti di essi considerano un’intollerabile servitù. Ma non sembrano rendersi conto che il mestiere dei giudici (e, in mancanza di una netta separazione delle carriere, anche quello dei procuratori) ha bisogno, per essere esercitato con successo, di un bene immateriale : la fiducia dei cittadini. Le indagini, i rinvii a giudizio, le ordinanze e le sentenze non sono mai la semplice e automatica conseguenza di una norma. Non avremmo appelli, revisioni e giudizi in Cassazione se l’applicazione della legge non fosse soggetta all’interpretazione del magistrato e se questa interpretazione non fosse inevitabilmente il risultato della sua cultura, della sua formazione personale, delle sue inclinazioni ideologiche. Dietro ogni atto di giustizia vi sono sempre un uomo o una donna con le sue passioni e le sue preferenze. Ma un magistrato che si esprime nella vita pubblica come cittadino e come elettore perde una parte della sua autorità morale. Se vuole essere rispettato deve rinunciare ad alcune facoltà e licenze, deve essere magistrato anche quando non tratta gli affari della giustizia. So che questi precetti si scontrano con le condizioni italiane degli ultimi decenni. In tre occasioni (terrorismo, mafia, corruzione) i magistrati sono stati chiamati a sostituire la classe politica. Negli anni della guerra fredda hanno creato associazioni e correnti con forti matrici ideologiche. Dopo l’ingresso di Berlusconi in politica sono diventati, anche quando non lo desideravano, una variabile nella battaglia per il governo del Paese. Attaccati, hanno reagito come parte in causa e, talvolta, come un contropotere. Ne sono una dimostrazione le parole tutt’altro che pacate con cui il presidente della Cassazione ha reagito alle dichiarazioni di Berlusconi sul ruolo dei magistrati negli scandali bancari. Può darsi che in alcune circostanze abbiano ragione. Ma debbono chiedersi, nell’interesse generale, se e quanto la loro sovraesposizione abbia contribuito al clima infuocato del Paese. Apparire indipendenti, secondo il monito di Ciampi, significa uscire dalla mischia e parlare soltanto nei tribunali : un passo che gioverebbe alla loro autorità e all’Italia.

di Sergio Romano (Il Corriere della Sera 25/02/06)


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